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COMUNICAZIONE E MEDIA

#StateSponsoredActors: attivisti spiati dagli Stati ma avvisati da Twitter. Cosa c'è dietro?

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twitter messaggiotratto da http://www.infoaut.org

Lo scorso mese di dicembre all'incirca 50 persone note nel mondo dell'attivismo (non solo) digitale hanno ricevuto una mail da Twitter, con la quale venivano informate che i propri account erano stati presi di mira da dei non meglio definiti "State Sponsored Actors". In parole povere, un tentativo di attacco informatico da parte di una non meglio identificata entità statale, allo scopo «di ottenere informazioni quali indirizzo email, IP e numero di telefono dei profili». Una minaccia non secondaria, se si calcola che le persone oggetto di questa mail sono in gran parte attivisti legati al mondo dell'hacking o della sicurezza informatica, sviluppatori e altre figure associate al software per l’anonimato Tor, oltre che attivisti pro-privacy e organizzatori di eventi a favore della crittografia. Di che tipo di attacco siano stati oggetto e con quali finalità, non e' chiaro.

La stampa ha dimostrato scarso interesse per la vicenda evitando di approfondire la natura degli attacchi, mentre la stessa posizione di Twitter è subordinata a numerosi interrogativi. In primo luogo, come ha fatto il social network ha sapere degli attacchi e, per di più, come può attribuirli con certezza a degli hacker governativi? Nella lettera inviata agli attivisti, inoltre, viene consigliato loro di proteggere il proprio anonimato in rete servendosi di Tor quando proprio negli scorsi mese l'azienda aveva tentato di disincentivare l'utilizzo della piattaforma da parte di utenti anonimi, per esempio chiedendo il numero di cellulare al momento dell'iscrizione. Verso la fine dell'anno diverse persone coinvolte dal supposto attacco si sono incontrate al #32C3 (30th Chaos Communication Congress, la più grossa convention hacker europea) ad Amburgo dove è nata l'idea di lanciare un'iniziativa comune per tentare di smuovere un po' le acque e capire come e perché siano stati fatti gli attacchi e, allo stesso tempo, verificare se Twitter si decide a prendere parola in proposito. Proprio nella mattinata di oggi è stato reso pubblico il sito state-sponsored-actors.net/ che raccoglie un insieme di domande elaborate collettivamente rispetto a quanto accaduto con un invito finale alla rete e al mondo dei media a contattare i firmatari dell'appello qualora si fosse a conoscenza di qualunque tipo di informazione utile a scoprire qualche cosa in più sulla vicenda.

Di seguito riportiamo l'appello integrale con l'elenco dei firmatari (non tutti gli account colpiti dall'attacco hanno voluto esplicitare il fatto di esserne stati oggetto) con la richiesta di massima diffusione:

Natura degli attacchi.

Quando sono accaduti questi attacchi – nel frangente temporale immediatamente a ridosso degli alert del Dicembre 2015, o in un periodo precedente piu' lungo?
Gli attacchi sono ancora in corso?
A che tipo di dati erano interessati gli attaccanti? La mail che abbiamo ricevuto parla di numeri di telefono, indirizzi IP e di posta elettronica. E' tutto o c'era anche dell'altro?
In che modo gli attacchi sono stati rilevati?
Si trattava di attacchi brute-force automatizati e condotti da una macchina, di attacchi ad-hoc portati avanti da un essere umano, o di attacchi di altro genere?
Gli attaccanti sono riusciti ad avere accesso amministrativo o diretto ai server di Twitter?
Per quale motivo Twitter sospetta che gli attori dietro a questi attacchi siano legati ad uno stato?
In che modo Twitter definisce un attore che agisce con il sostegno di uno stato?
Twitter ha identificato uno specifico stato come fonte degli attacchi?
Gli attacchi sono stati intrapresi da attori che hanno legami con il governo statunitense?
Tutti gli attacchi notificati provengono dal medesimo attore?
Che altro sa Twitter in merito a tali attacchi?Ragioni per cuigli obbiettivi sono stati presi di mira Qual'e' l'elemento comune, se ne esiste uno, tra gli account che sono stati presi di mira?
Gli account in questione sono stati attaccati perche' usavano Tor/ perche' non usavano Tor / a dispetto del fatto che usassero Tor per accedere a Twitter?La risposta diTwitter Gli avvisi che Twitter ha inoltrato ai suoi utenti sono stati spediti da degli umani o da delle macchine che hanno rilevato un'attivita' irregolare?
Perche' Twitter ha cominciato adesso ad inviare questo genere di avvisi ai suoi utenti?
Altre compagnie – come Facebook, Twitter, Google e Yahoo – hanno cominciato ad inviare simili e-mail. Si tratta di uno sforzo congiunto? Qual'e il retroterra e il motivo per cui tali notifiche vengono inviate?
Qual e' stata la causa scatenante che ha spinto Twitter a spedire il messaggio?
Per quale motivo ci sono differenti tipi di notifiche (email vs popup)?
Perche' Twitter ha raccomandato agli utenti in questione di usare Tor, dal momento che molti/e di loro gia' lo fanno?Aspetti legali Perche' Twitter non ci sta dicendo di piu'?
Il silenzio di Twitter e' il risultato di gag order / un obbligo di non pubblicazione?

Twitter ha ricevuto delle ingiunzioni, dei mandati di comparizione, o delle National Security Letters in qualche modo collegate con gli attacchi?Noi, i/lefirmatari/e di questo appello, siamo i/le proprietari/e degl account a cui e' stata resa nota la possibilita' di aver subito un attacco.Altri utenti Twitter hanno deciso di non rivelare pubblicamente il fatto di esserne stati/e oggetto.Tutti e tutte noi vogliamo sapere in che modo e perche' siamo stati/e coinvolti/e in questa vicenda.Se qualcuno tra coloro che leggono questo post e' a conoscenza di cio' che e' accaduto, lo preghiamo di condividere con noi quest'informazione.E ai nostri amici ed amiche nel mondo dei media e del giornalismo, diciamo: sentitevi liberi/e Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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19 gennaio 2016


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Correscales: il più grande progetto di crowdfunding sociale in Spagna

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Gladys Martinez Lopez*

Pubblichiamo un articolo che racconta la storia dei tecnici installatori che lavorano per l’azienda spagnola Telefonica-Movistar, che hanno lanciato un crowdfunding di quasi 100.000 euro entrando in una nuova fase della loro lotta, sostenuti da decine di collettivi, sei mesi dopo la fine del loro sciopero contro il “gigante azzurro”.

Una manifestazione ininterrotta di 800 km, 80 staffette in cinque giorni di maratona, 80 giorni di crowdfunding con un obiettivo minimo di 94.250 euro, un documentario per raccontare queste giornate...
Sei mesi dopo la fine dello sciopero che hanno mantenuto caparbiamente per 75 giorni, “per riaccumulare le forze” i tecnici dell’azienda Telefonica-Movistar rilanciano la loro lotta con una grande prova di forza e sostenuti da decine di collettivi e organizzazioni.

Venti rappresentanti di questi collettivi tra cui la PAH, Iaioflautes, Coop57, Col·lectiu Ronda, CUP, En Lluita e cinque sindacati alternativi, hanno partecipato ad una grande conferenza stampa nel centro sociale Can Batlló (Barcellona) per presentare Correscales, “un progetto di lotta per la dignità e contro la precarietà lavorativa e sociale, che non riguarda solo noi lavoratori di Telefonica ma tutti quei gruppi di lavoratori che vivono nelle nostre stesse condizioni, o peggiori”, ha spiegato Aitzol Ruiz, della Marea Azzurra dei lavoratori di Telefonica-Movistar.

In questa conferenza stampa i tecnici hanno anche descritto come gli accordi raggiunti da CCOO e UGT (i due più grandi sindacati confederali spagnoli) con le imprese esternalizzate di Telefonica-Movistar, non hanno portato in nessun modo benefici ai lavoratori. Si sono prodotti invece più di 60 licenziamenti e delle liste nere tra lavoratori partecipanti allo sciopero. Uno sciopero dove, per la prima volta, c'è stata unità tra i lavoratori che, organizzati in assemblee ed attraverso il mutuo soccorso reciproco, hanno superato le divisioni imposte negli anni dalle loro diverse condizioni contrattuali con il “gigante azzurro”.

La cassa di resistenza unitaria

Il progetto Correscales (in riferimento alle scale, simbolo di lotta dei lavoratori Movistar) ha vari obiettivi. Uno di questi è ringraziare e restituire la solidarietà ricevuta da decine di collettivi che hanno supportato i lavoratori di Telefonica con qualsiasi mezzo, grazie ai quali si è riusciti a mantenere lo sciopero per quasi tre mesi nonostante le difficili condizioni. “I movimenti sociali ci hanno aiutato con una grande solidarietà e per questo è arrivato il momento di continuare a lottare e restituire collettivamente la solidarietà ricevuta” ha detto Aitzol Ruiz.

Per questo, uno dei principali obiettivi del progetto è la creazione di una cassa di resistenza unitaria “perché nessuno, di tutte quelle persone che si trovano incatenate nella frammentazione sul loro posto di lavoro ed in condizioni di precarietà, smetta di scioperare o lottare per i suoi diritti per una questione economica”, ha aggiunto Ernest Gutierrez di Ateneu La Torna.

“Vogliamo che si uniscano tutti i lavoratori che si sentano precari come noi. Non è solo una questione di Movistar. C’è molta gente che non può far sentire la propria voce perché non ha mezzi sufficienti. Vogliamo dare l’opportunità di lottare e porre fine a questo dilemma tra il capitale o la vita”, dice Javier Marco della Marea Azzurra. Per lanciare questo embrione di cassa di resistenza sia i lavoratori di Telefonica in lotta sia tutti quei gruppi che si sono definiti “correscales” sperano di raggiungere il minimo obiettivo previsto dal più grande crowdfunding sociale realizzato nello stato spagnolo: 94.250 euro. Al momento, dopo poco più di 10 giorni sono stati raggiunti 52.671 euro.

Un altro obiettivo, durante gli 800 chilometri di tragitto, è “tessere relazioni” con collettivi, movimenti, organizzazioni e persone che vogliono unirsi a questa “corsa” di rivendicazione e denuncia. “In questo percorso l’obiettivo per cui stiamo lavorando è incontrare molte delle lotte femministe, ecologiste, per il territorio, sul tema del lavoro, dell’educazione, della sanità ecc. e creare con loro forme di mutuo soccorso”, ha aggiunto Nuria Comerma, di Rereguarda.

Il percorso inizierà simbolicamente il 19 febbraio a Bilbao, l’unico luogo in cui i lavoratori, grazie alla loro lotta, sono riusciti a riprendersi il proprio posto di lavoro. Terminerà il 22 febbraio a Barcellona in concomitanza con il Mobile World Congress, che, ha aggiunto Comerma, “simbolizza lo spettacolo del capitalismo che precarizza i lavoratori di Movistar e fa si che pochi vivano grazie al sudore ed al lavoro di molta gente”.
Il progetto di crowdfunding permetterà anche la realizzazione di un documentario per “testimoniare la dignità della lotta contro la precarietà”, conclude Gutierrez.

Per saperne di più sulla vertenza dei lavoratori Telefonica-Movistar:
- http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/11/spagna-mese-di-sciopero-in-te...
- https://www.diagonalperiodico.net/global/26207-autonomos-y-subcontratado...
- https://www.diagonalperiodico.net/global/26391-la-rebelion-esclavos-tele...
- https://www.diagonalperiodico.net/global/27098-tecnicos-telefonica-paran...

*Fonte: https://www.diagonalperiodico.net/global/28892-tecnicos-telefonica-lanza...

13 gennaio 2016

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Quanto è libera Wikipedia? 15 anni fa la nascita della più nota enciclopedia on-line

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wikipediaNel 2000 a San Francisco Jimmy Wales (economista, 34) e Larry Sanger (filosofo, 32), decidono di creare un nuovo sito che riesca a fare concorrenza a Encarta, l’enciclopedia on-line della Microsoft. Lo chiamano “Nupedia”. I contenuti inseriti, non coperti da copyright, avrebbero potuto essere utilizzati liberamente dai lettori. Per revisionarli vennero scelti alcuni esperti, e il carattere collettivo del loro lavoro sarebbe stato garanzia di una maggiore imparzialità. Si trattava però di un procedimento lento e macchinoso, per cui alla fine si decise di consentire a chiunque lo volesse di inserire delle voci. Fu scelto il nome “Wikipedia” dalla parola hawaiana “Wiki” (rapido). Il sito di Wikipedia venne lanciato il 15 gennaio 2001, e per sottolineare la natura non commerciale dell’operazione fu scelto il suffisso “.org”. Attualmente è il 7° sito del mondo per numero di visite (60 milioni di accessi al giorno). È disponibile in 280 idiomi tra i quali dialetti e lingue morte.

La versione italiana è costituita da circa 280 milioni di parole a fronte dei 50 milioni dell’Enciclopedia Treccani. Wikipedia non ha personale stipendiato e si regge su donazioni e contributi di privati e aziende che coprono i costi per i server e le altre spese di gestione. Di farla crescere si occupa un esercito di circa 38 milioni di volontari di cui più di 70mila attivi. La regola fondamentale è che non si può inserire niente che non sia già stato pubblicato altrove. Il codice di condotta impone di riportare le fonti in maniera equilibrata (cioè sia pro che contro una determinata tesi), privilegiare un’ottica globale e non localistica, evitare il marketing politico o commerciale ed escludere le voci che riguardano eventi futuri. Esistono gruppi di discussione con lo scopo di creare un consenso sull’impostazione delle pagine.

Il sito riceve dalle 25.000 alle 60.000 richieste di aggiornamento al secondo, e verificare la credibilità dei contenuti inseriti non è semplice, ma da una ricerca pubblicata nel 15 dicembre 2005 dalla rivista Nature emerge che la credibilità di Wikipedia è più o meno pari a quella dell’Enciclopedia Britannica. Dal canto suo l’Enciclopedia britannica ha pubblicato numerosi articoli per confutare questa tesi. Esiste un gruppo di amministratori (diversificati per livelli di responsabilità) che hanno la possibilità di cancellare contenuti e bloccare gli utenti “rompiscatole”. Il loro ruolo è quindi talmente centrale che il carattere “orizzontale” del sito rimane praticamente sulla carta. Chi sono gli amministratori? Come vengono scelti in realtà?

Una descrizione entusiastica è quella offerta dal libro “Te la dò io Wikipedia”, di Francesco Bini, ma naturalmente esistono numerosi articoli di segno opposto, che ironizzano sulle bufale “storiche” e criticano la scarsa imparzialità del sito soprattutto su temi “caldi” di politica internazionale come l’America Latina o il Medio Oriente. C’è chi ipotizza l’influenza di potenti lobby che ne condizionerebbero i contenuti, e in proposito è uscita nel 2007 la “lista nera dei manipolatori” compilata dal sito “Wikipedia scanner”: vi comparivano i governi di Usa e Portogallo (?!), multinazionali come la Microsoft, organizzazioni internazionali (Onu, Amnesty International) e grandi gruppi mediatici (Bbc, New York Times, Reuters). Alcuni mesi fa l’Indipendent ha pubblicato la notizia che alcuni truffatori avrebbero tentato di ricattare personaggi famosi minacciandoli di alterare le loro biografie. Chi invece ha aggiunto alla biografia di Tony Blair la qualifica di ubriacone e maniaco sessuale sembra aver agito per puro divertimento.

Per quanto ci riguarda, noi spesso consultiamo Wikipedia per i nostri articoli e consigliamo un utilizzo “laico” del sito. Wikipedia può essere una buona fonte di “partenza” dalla quale si possono ricavare informazioni di base da approfondire poi consultando altre fonti. Fatto sta che tempo fa avevamo deciso di creare la pagina di Senza Soste ma il contenuto non fu accettato. Nonostante avessimo tutte le registrazioni formali come testata, qualcuno degli amministratori (chi?) non ci riteneva un media abbastanza “ufficiale”. Ci riproveremo a breve e vi faremo sapere...

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 111 (gennaio 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Gennaio 2016 20:45

Quando la narrazione su Obama e l'America specchia il modo unilaterale di raccontare la società

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obama perplessotratto da http://www.infoaut.org

Nell ' editoriale uscito su "Il Corriere della Sera" di oggi ( "L'eredità invisibile di Obama"), l'editorialista si lascia andare a timidi complimenti riguardo all' amministrazione americana attuale.

Per lui questa amministrazione ha di fatto rilanciato l'economia interna stelle e strisce, prodotto passi in avanti per quanto riguarda sanità e istruzione, per giungere al mirabile proposito con le riforme passate negli ultimi giorni di introdurre uno stile di vita meno inquinante e maggiormente consapevole nelle famiglie americane a partire dall'utilizzo mirato di auto e carburanti. 

Insomma, chapeau mr Obama, e pazienza se gli indici di gradimento sono molto bassi: in fondo, dice l'editorialista, nessuno tiene fede alle roboanti promesse elettorali di un 2008 che pare lontano anni luce, mentre nella pragmaticità a sua detta é stato realizzato quanto mai fatto da presidenti con un ben più alto indice di popolarità.

Una analisi che, condivisibile o meno, ci sembra tuttavia mancare volutamente di un soggetto fondamentale: decine di milioni di americani impoveriti e imbruttiti, a partire da quei latinos che tanta fiducia riversarono nell' urna otto anni fa, salvo poi rimangiarsi la preferenza alle Middle Term.

E pazienza soprattutto se volutamente viene sommersa una larga fetta di America, quella a cui le riforme sulla sanità e la scuola non riguardano nemmeno di striscio, quella per cui i rilanci dei proventi delle grandi corporations attraverso nuovi abbattimenti dei costi del lavoro interni non migliorano affatto alcuna condizione essenziale.
Quella del Black Live Matters, che si vedono schiaffati in faccia gli abusi e gli eccidi polizieschi a senso unico, con le rassicurazioni di turno delle amministrazioni su vari livelli che parlano di mele marce e si appellano alla pacificazione sociale tradotta poi in ancora più cops armati per le strade.

Questo editoriale, insomma, ci sembra quanto di meglio per chi allude a parlare alla popolazione citando una crescita che poi riguarda solo le alte sfere della società, plaudendo a riforme che al netto dei fatti squilibrano ancora di più la bilancia sociale e, dulcis in fundo, ambisce a cancellare dalla storia e dalle forme di riproducibilità sociale ogni ombra residuale di alterità e problematiche individuali e comunitarie presenti e vive dentro i tessuti urbani degli States.

Quanto di meglio il nostro premier non potrebbe e saprebbe chiedere; pare anzi che questo editoriale sia stato scritto con le sue stesse mani: parlare di America allo stesso modo e con la stessa retorica usata per modellare l'opinione sull' Italia.

12 gennaio 2016

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La narrazione tossica del Jobs Act

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Il Jobs Act è nebbia da diradare. Il governo di Matteo Renzi, e la grancassa mediatica al seguito, cavalcano i soliti numeri e nascondono la realtà. Più precari, mercato drogato dagli incentivi (finché durano), blocco del turn-over e riforma Fornero

Il tasso di disoccupazione a novembre segna una riduzione dello 0.2% rispetto ad ottobre, attestandosi al 11.3%, dato non compensato dalla fuga dal mercato del lavoro rappresentata dall’aumento del tasso di inattività. Il tasso di occupazione rimane stabile intorno al 56.4%, tra i più bassi d’Europa.

I dati relativi alla rilevazione sulle Forze di Lavoro, pubblicati ieri dall’Istat, non presentano rilevanti novità: il numero di occupati aumenta su ottobre di 36 mila unità, dovuto esclusivamente alla componente femminile, mentre diminuiscono i disoccupati (-48 mila) e minimamente gli inattivi (-4 mila): sono soprattutto le donne che si riattivano sul mercato del lavoro, mentre il numero di inattivi tra gli uomini aumenta di 31mila unità.

L’unica novità del mese di novembre pare essere l’aumento mensile di 40.000 occupati a tempo indeterminato — o stabilmente precari nel caso di contratti a tutele crescenti. Un’informazione pienamente concorde a un atteggiamento razionale dei datori di lavoro in risposta all’annuncio di una consistente riduzione degli sgravi contributivi per le assunzioni del 2016, che probabilmente sarà confermata a dicembre.

Ma nel complesso, l’andamento del lavoro a tempo indeterminato arranca rispetto a quello a termine: nei primi undici mesi del 2015, il numero di occupati a tempo indeterminato è aumentato solo di 62 mila unità, a fronte di 125.000 nuovi occupati a termine, che con elevata probabilità svolgono più di un lavoro nello stesso periodo. Aumentano, dopo mesi di declino, anche gli occupati indipendenti di 20 mila unità.

Per diradare la nebbia provocata dai lanci mediatici del governo, è bene sottolineare come da marzo a fine novembre, il numero di occupati classificati a tempo indeterminato sia aumentato di appena 37.000 unità: il Jobs Act insieme agli sgravi contributivi fa in otto mesi poco più di quanto non abbiano fatto gli sgravi autonomamente tra gennaio e febbraio.

Fin qui, considerando i due miliardi usati dal governo per la decontribuzione — escludendo quindi le deduzioni Irap — è possibile dedurre che ogni nuovo occupato a tempo indeterminato è costato circa 25.000 euro.

Evidenze che smentiscono definitivamente il presidente del Consiglio Matteo Renzi che attribuisce al Jobs Act, ridotto comunicativamente al solo contratto a tutele crescenti, il calo della disoccupazione: se un effetto dovuto alla normativa esiste — seppure sia lecito dubitarne fortemente — esso è da attribuire ancora una volta al Decreto Poletti e/o alla Riforma Fornero.

Infatti, da un lato l’aumento occupazionale è dovuto ai contratti a termine e, dall’altro, i beneficiari sono soprattutto gli over 50. Per questo gruppo anagrafico, il numero di occupati sale di 233.000 unità, mentre per la componente più giovane, tra i 15 e i 24 anni, si ferma a +33.000.
Allo stesso tempo, per la fascia compresa tra i 25 e i 49 anni, si osserva un crollo di 142 mila occupati. In particolare, per la fascia 25–34 anni si osserva anche una riduzione sia del numero di disoccupati (-97.000) sia degli inattivi (-120.000): coloro che perdono il lavoro smettono direttamente di cercarlo.

Istat. JobsAct + sgravi non fanno crescere lavoro indeterminato rispetto a termine che aumenta in un anno del 4.5% (elaborazione Marta Fana)
Istat. JobsAct + sgravi non fanno crescere lavoro indeterminato rispetto a termine che aumenta in un anno del 4.5% (elaborazione Marta Fana)

Rispetto a gennaio 2008, in Italia ci sono un milione e cinquecento mila occupati in meno tra i 25 e i 34 anni, mentre gli occupati over 50 sono aumentati di 1.992.000 unità. Alla luce di questi dati non è chiaro come apostrofare le dichiarazioni di Maria Spilabotte, vicepresidente della commissione Lavoro, secondo cui: «Finalmente anche per le ragazze e i ragazzi c’è un’inversione di tendenza importante». Il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 24 anni, seppure diminuisca egli ultimi mesi al 38.1%, rimane tra i più alti d’Europa e ben lontano dalla sua media a 28 Paesi, 20%, come mostrano i dati pubblicati ieri stesso dall’Eurostat.

Intanto, la comunicazione politica, caratterizzata da mera propaganda di governo, sostituisce definitivamente l’analisi del mondo del lavoro, delle determinanti dell’occupazione e delle sue componenti, a una guerra tra bande, ognuna delle quali chiede ai presunti avversari di riconoscere la propria narrazione.

Un’ottima occasione per riconquistare spazio nella rappresentazione e descrizione della realtà e renderlo pubblico.

8 gennaio 2015

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