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COMUNICAZIONE E MEDIA

Indagato il sito del Collettivo Militant

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Indagato il sito del Collettivo Militant

Sono tempi assai duri per l'informazione antagonista e indipendente. Quando non si può ricorrere allo strangolamento economico delle testate scomode si passa alla persecuzione giudiziaria. La nostra solidarietà ai curatori del sito www.militant-blog.org e al Collettivo Militant che in un post sul 'blog incriminato' scrive:

"Qualche giorno fa il titolare del nostro sito è stato convocato in questura per indagini riguardanti questo blog e l’attività politica del collettivo. Non è certo un’indagine in più o in meno sul nostro conto il problema: da anni siamo destinatari di valanghe di denunce, abbiamo diversi processi aperti e decine di indagini in corso per la nostra attività politica quotidiana, sia come collettivo che come militanti all’interno delle altre organizzazioni di movimento (ad esempio, come militanti dei movimenti di lotta per la casa). Oltretutto, le ultime iniziative politiche, e soprattutto l’individuazione del PD come principale responsabile della costruzione dell’Unione Europea neoliberista, hanno acceso un faro sull’attività del nostro collettivo. Faro fatto di indagini, perquisizioni, intimidazioni sui nostri compagni, che non possono che confermarci che quando si toccano i gangli vitali del potere questo smette di muoversi nella formalità giuridica e passa alla diretta repressione della politicità.

E’ la prima volta però che viene chiamato in causa questo sito, quale organo di controinformazione “problematico” e oggetto di indagine da parte della Polizia. La questione diventa dunque più delicata, perché preannuncia un giro di vite repressivo su un piano diverso e più alto. Ad essere messo in causa non è più questo o quel reato particolare, ma il ruolo pubblico di un sito espressione di un collettivo politico. Insomma, stiamo scivolando verso quel reato d’opinione che da più parti vorrebbe essere codificato legalmente. L’indagine peraltro non potrebbe poggiarsi su alcunchè, visto che tutto ciò che facciamo è pubblico e viene rivendicato apertamente proprio sul sito. Non possiamo non pensare allora che tutto questo attenzionamento sia dovuto non tanto a questo o a quel reato specifico, ma al clima politico generale che si sta abbattendo su una parte dei movimenti, quella parte che più coscientemente sta individuando i responsabili della crisi economica e politica attuale, e nel farlo riesce ad uscire dalla solita dinamica minoritaria interagendo con importanti settori sociali.

Sembrerebbe dunque trattarsi più di una intimidazione, che come tale rigettiamo al mittente. Un goffo tentativo di porre un freno alla dinamica di rivendicazione pubblica delle varie azioni ed iniziative che però, proprio in quanto politiche, necessitano di una cornice politica entro cui riportarle. E in ogni caso, se il livello è quello di reprimere l’opinione espressa nel “contenitore” piuttosto che il contenuto delle varie iniziative, ci sembra necessario evidenziare il salto repressivo non da poco messo in campo. Della serie, non sanno più a cosa attaccarsi".

tratto da http://contropiano.org

14 aprile 2014

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Un regime alimentare mondializzato minaccia la salute e la democrazia

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Cos’hanno in comune l’India, il Senegal, gli Stati Uniti, la Colombia, il Marocco, lo Stato spagnolo e tanti altri Paesi? Nonostante le differenze importanti che persistono ancora, l’alimentazione è senza dubbio più simile. Aldilà della "Mcdonaldizzazione" delle nostre società e dell’utilizzo globalizzato della Coca-Cola, il consumo di alimenti dipende sempre più da un pugno di varietà di colture. Il riso, la soia, il grano e il mais s’impongono a scapito di altre produzioni come il miglio, la manioca, la segala, il sorgo, la patata dolce o l’igname. Se l’alimentazione dipende da una piccola serie di colture cosa succederà nel caso di cattivo raccolto o di malattie? Il nostro consumo nutrizionale è garantito?
Andiamo verso un mondo con più cibo ma con meno diversità e più insicurezza alimentare. Alimenti come la soia, il cui consumo era insignificante fino a qualche anno fa, sono diventati indispensabili per i tre quarti dell’umanità. Altri, già importanti nel passato come il grano o il riso si sono generalizzati su grande scala, sono rispettivamente consumati oggi dal 97% e dal 91% della popolazione mondiale. E’ un’alimentazione occidentalizzata, "più" consumo di carne, di latticini e di bevande zuccherate si impone. Mercati alimentari dove gli interessi delle grandi imprese sono evidenti. Ciò viene spiegato in dettaglio in un recente studio intitolato "L’aumento dell’omogeneità nella catena alimentare globale e sua implicazione per la sicurezza alimentare" dove si afferma che ci stiamo incanalando verso un "regime alimentare mondializzato".
Un menu che, per gli autori del rapporto, costituisce "una minaccia potenziale per la sicurezza alimentare". Perché? In primo luogo, perché nonostante consumiamo più calorie, proteine e grassi di cinquant’anni fa, la nostra alimentazione è meno varia ed è dunque molto difficile digerire i micronutrimenti per l’organismo. Inoltre, affermano gli autori, "la preferenza per gli alimenti energeticamente densi e basati su un numero limitato di colture agricole e di prodotti trasformati è associata all’aumento di malattie non trasmissibili come il diabete, i problemi cardiaci e alcuni tipi di tumori". La nostra salute è dunque in gioco.
In secondo luogo, l’omogeneizzazione di ciò che noi mangiamo ci rende più vulnerabili ai cattivi raccolti o alle malattie, di cui si prevede che aumenteranno con l’intensificazione del cambiamento climatico. Siamo dipendenti da un pugno di colture che sono in mano ad un pugno di imprese che producono su grande scala all’altro capo del pianeta, che impongono delle condizioni di lavoro precarie e praticano una deforestazione intensiva, la contaminazione di suolo ed acqua e l’utilizzazione sistematica di agenti agrotossici. Possiamo scegliere, pertanto, liberamente ciò che noi mangiamo in queste condizioni?
Non si tratta di essere contro un cambiamento di abitudini alimentari in sé, il problema viene nel momento in cui tali cambiamenti sono imposti per interessi economici particolari, considerando ai margini i bisogni reali delle persone. Il "regime alimentare mondializzato" è il risultato di una "produzione-distribuzione-consumo" mondializzato dove né i contadini né i consumatori hanno voce. Pensiamo di decidere ciò che noi mangiamo, ma non è vero. Come affermava il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter, alla presentazione del rapporto "Il potenziale trasformatore del diritto all’alimentazione", "la Principale deficienza dell’economia alimentare è l’assenza di democrazia". E senza democrazia nei campi e a tavola, non si sceglie e non si mangia correttamente.

tratto da http://www.communianet.org

11 aprile 2014

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Nuovo regolamento AGCOM: ennesimo, reiterato pastrocchio censorio all'italiana

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censurainternet4Entrato ieri in vigore il nuovo regolamento Agcom (varato lo scorso 12 dicembre) sulla tutela del diritto d'autore online, dopo l'imprimatur con riserva del commissario dell’UE responsabile per il mercato unico Barnier. Un provvedimento che conferisce all'authority capeggiata dal bocconiano Angelo Marcello Cardani (paracadutato d'ufficio nel ruolo dal governo Monti) il potere di inibire l'accesso ai siti ospitanti qualsiasi tipo di materiale (o parti di esso) coperto dal diritto d'autore - avvenuto peraltro senza dibattito parlamentare né contraddittorio in commissione Cultura, Scienza e Istruzione.

Il processo avviene tramite la piattaforma telematica del portale ddaonline.it messa a punto dalla Fondazione Ugo Bordoni - misconosciuta referente del Ministero dello Sviluppo Economico. Il cui sontuoso appalto di 533.958,88 di euro in tre anni (oltre alle spese dell'authority) si riduce alla predisposizione di un modulo di segnalazione online, in cui qualsiasi "autore" o suo delegato con una casella di posta certificata a disposizione sarebbe titolato a segnalare una violazione. In questo modo non viene peraltro escluso di principio il ricorso alla magistratura ordinaria; ma, ponendolo come esclusivo rispetto alla procedura telematica (potenzialmente molto più veloce ed efficace per il segnalatore), lo renderebbe estremamente oneroso e sconveniente. L'Ufficio diritti digitali della Direzione servizi media di Agcom infatti avvierebbe d'ufficio la procedura di valutazione, della durata di un periodo compreso tra i 12 ed i 35 giorni, con l'oscuramento parziale o completo (automatico quest'ultimo nel caso di pagine su server ubicati all'estero) del sito incriminato a seguire.

Già in passato giuristi come Guido Scorza ed intellettuali come Noam Chomsky si sono espressi contro lo smodato potere che verrebbe ad assumere l'authority: quello di controllo effettivo sul web, per un'agenzia nei fatti di nomina politica (esecutivo e parlamento). Che andrebbe a scavalcare il potere giudiziario (in maniera sgradita a Bruxelles ed alle associazioni dei provider e dei pubblicisti) sanzionando in via amministrativa illeciti già previsti dai codici penale e civile. In maniera parallela alla Turchia di Erdogan, in cui con la legge 5651 viene stabilita la possibilità per la TIB (corrispettiva locale dell'Agcom) di bloccare impunemente l'accesso a qualsiasi sito web - cosa avvenuta in seguito alla condivisione su social network e portali video di materiale compromettente per l'esecutivo.

Il provvedimento presenta infatti diversi punti oscuri. Ad esempio, secondo l'avvocato Fulvio Sarzana, uploaders (chi carica un contenuto coperto da diritto d'autore), gestori dei siti e provider potrebbero non essere avvertiti della procedura di inibizione del sito in oggetto se "non rintracciabili" (con tutta la discrezionalità che porta in sé una simile dicitura).

Non solo, diviene possibile bypassare le normali procedure di notice and take down messe a disposizione dai portali di condivisione online: è pensabile che canali come YouTube o Facebook possano sobbarcarsi gli oneri di rendere operativa la moderazione globale dei propri contenuti, nei tempi e nei termini richiesti da Agcom? Di converso, uno degli aspetti che potrebbero verosimilmente affossare la delibera è rappresentato propriodalle (fumose) modalità della sua implemenzione rispetto alle richieste di soggetti esteri; sia per le risorse da impiegare nella loro analisi che per l'effetto dirompente di stravolgimento del diritto interno ed internazionale. Come Sarzana incalza, con un efficace paragone:

"Immaginiamo per un attimo che le regole stabilite da Agcom valessero nel Paese di Obama. Cioè che l'organo amministrativo Americano permettesse alla corrispondente della SIAE delle Isole Tonga o della Russia, o della Corea del Nord, di ottenere in pochi giorni, senza l'ordine di un giudice Americano o l'avallo del Congresso, un ordine di inibizione  di provider ed operatori statunitensi e, che, in barba al primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti,  ai cittadini a stelle e strisce  fosse impedito l'accesso attraverso un blocco amministrativo a beneficio di soggetti esteri. Il Presidente di un'Autorità amministrativa che facesse una cosa di questo tipo,  non avrebbe nemmeno il tempo di fare gli scatoloni e portarsi via dall'ufficio gli effetti personali. Grazie all'utilità e alla praticità del sistema informatico pensato dalla Fub-Agcom tutti i soggetti esteri che non hanno sedi stabili in Italia, che non pagano le tasse nel nostro Paese e che non portano benefici e lavoro all'Italia, saranno "allegramente" in grado di determinare rimozioni selettive nel nostro Paese o blocchi di siti."

Insomma, i bachi di questa ennesima sortita delle vecchie lobby dei contenuti (e di loro referenti istituzionali sempre più megalomani e maldestri) nell'annoso conflitto con i nuovi intermediari di rete sono tanti e tali da comprometterne potenzialmente l'operatività. Resta da vedere che posizione prenderà in merito il governo Renzi, al bivio tra il maggiore controllo sulla rete - che, con tutti i limiti di cui sopra, prevede una semplificazione del diritto ed una maggiore discrezionalità in merito dell'esecutivo, in linea con le promesse di quest'ultimo - e le sicure pressioni dei suoi alleati d'oltreoceano e della sinistra liberale, di respiro molto più strategico. E qualora, nonostante tutto, il regolamento andasse avanti, non mancheranno gli adeguati strumenti di cultura digitale popolare - dai filesharing parties alla diffusione delle VPN, dal cambio dei DNS al possibile rifiorire del Peer-to-peer,i cui canali di fatto sono alieni al nuovo regolamento - a rendergli la vita difficile.

Vedi anche il commento di Radio Blackout (Nuove tecnologie, vecchie censure) all'avvocato Fulvio Sarzanae l'intervista allo stesso che qui riproduciamo...

tratto da http://www.infoaut.org

1 aprile 2014

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Ultimo aggiornamento Martedì 01 Aprile 2014 18:10

Giornalisti squalo contro i movimenti per la casa

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Senza casa, si può costruire una famiglia? Può esserci amore tra persone prive di contratto a tempo indeterminato? Come si ama in tempi di crisi?

sfratti stopCapitolo 1: L'infamia

In queste settimane sull'onda di un'indagine della Procura, gli organi di stampa hanno promosso una campagna diffamatoria contro i movimenti per l'abitare. Questi attacchi si ripetono ciclicamente in diverse parti d'Italia e si concludono quando lo squalo trova un'altra vittima da sbranare.
Mai questi giornalisti zelanti nello sparare a zero un minuto prima, dopo, quando le udienze preliminari si concludono con sentenze che non danno luogo a procedere, fanno una rettifica. E così la gente ricorda il colpevole e non la sentenza per la quale il fatto non sussiste e l'indagato diventa innocente.
Questa volta lo squalo ha morso il Comitato popolare di lotta per la casa, una realtà sociale che difende la dignità delle persone che non riescono a pagare un affitto.


Capitolo 2: L'umanità

  • Giovani coppie dal lavoro precario che vogliono mettere su una famiglia e avere un bambino ma non hanno un reddito fisso per affittare un'abitazione;
  • Vedove con pensioni misere;
  • Cassintegrati che hanno finito i risparmi;
  • Donne coi figli a carico scappate da situazioni di disagio e violenza;
  • Famiglie marocchine e polacche che hanno venduto anche gli anelli nuziali pur di pagare l'affitto;
  • Anziani e piccoli commercianti che hanno perso il poco che avevano a seguito di una sciagura o di un fallimento;
  • Studenti universitari con genitori che non riescono a mantenere una stanza in affitto;
  • Famiglie con figli affetti da gravi disabilità.


Questa è l'umanità che non riesce a pagare una casa in affitto e che, nonostante questo, vuole vivere, amare, essere felice, sperimentare la maternità e invecchiare in condizioni dignitose.
Questa umanità vive oggi negli 80 stabili occupati a Roma, in edifici pubblici e privati in disuso, abbandonati e ri-aperti da organizzazioni che suppliscono alle carenze dei servizi pubblici e alla mancanza di case popolari.
Italiani e stranieri, laureandi e analfabeti, avvocati ed ex carcerati abitano nello stesso pianerottolo e si danno regole comuni sulla base di assemblee e votazioni democratiche.


Capitolo 3: La scelta

Come fa uno stabile abbandonato a diventare un palazzo di case accoglienti?

Tutto comincia negli sportelli per l'emergenza casa, come quello in via delle Acacie a Roma, dove le persone sotto sfratto si rivolgono per avere consulenza e aiuto. Chi vive situazioni drammatiche e non sa dove dormire chiede un tetto e viene ospitato in sistemazioni di fortuna.
Comincia così il percorso di incontri, solidarietà e riflessione condivisa che allieva la vergogna e il senso di colpa e porta alla scelta di occupare una casa nonostante la paura di essere denunciati.


Capitolo 4: L'auto-costruzione

Gli edifici vuoti hanno bisogno di una ristruttazione per trasformarsi in case accoglienti.
Il comitato popolare di lotta della casa sostiene il modello dell'autocostruzione, noto e diffuso a livello internazionale, studiato da architetti e politici in diverse parti del mondo.

Ogni assemblea degli abitanti di uno stabile decide quali lavori ci sono da fare e sceglie di auto-tassarsi per realizzare quanto occorre. Chi è disoccupato o non ha disponibilità economica può contribuire offrendo mano d'opera e lavoro.
Così, nel palazzo della ex scuola Hertz ad Agnanina, sono serviti tra i 2.500 e i 3.500 euro ad appartamento, in proporzione alla grandezza, per rifare tubature, impianti e servizi igienici.
L'inchiesta, che dieci giorni fa ha portato a 3 sgomberi, 21 perquisizioni e che vede 40 indagati per estorsione e associazione a delinquere solo a Roma, ha preso avvio da questo contributo per la ristrutturazione.


Capitolo 5: I soldi

Perché, una famiglia, finalmente entrata in una casa, dovrebbe passare ore a discutere sul contributo per la ristrutturazione, invece di lasciare al singolo la scelta di fare i lavori che vuole?
Per due ragioni almeno. La prima è che "comprare 20 lavandini è più vantaggioso che comprarne uno", mi dice Flavia sorridendo.
Nel dirmi la seconda ragione la donna si fa seria e mi accorgo dello sguardo bello che ha. "La seconda è che il comitato vuole evitare che chi ha qualche soldo o sa fare lavori di manutenzione abbia appartamenti belli, mentre chi non ha nulla o non sa fare abbia case fatiscenti".
Ergo, è una misura in difesa delle pari opportunità quella per cui oggi 40 abitanti delle case occupate sono indagati per estorsione e associazione a delinquere.
Sembra incredibile.
Ma ancora più incredibile è un'altra cosa.


Capitolo 6: Il patrimonio pubblico in disuso

I comitati e la cittadinanza che occupa uno stabile pubblico abbandonato spende 3000 euro per rifare un appartamento in edifici che ospitano in media 20-30 nuclei abitativi ciascuno.
Mentre il Comune spende 33 milioni di euro all'anno per garantire a 1500 famiglie alloggi di bassa qualità in "residence" di proprietà privata. Così i costruttori - le lobby che comandano le metropoli - intascano 1800 euro ogni mese, per appartamenti di massimo 60 mq.

Le città sono piene di patrimonio immobiliare abbandonato (ex caserme, ex scuole, ex cinema...) i Comuni invece di venderlo per fare cassa, come suggerisce il Governo Renzi, lo usino per accogliere chi, pur non avendo soldi, vuole avere una vita dignitosa, una casa di cui essere fieri, una cameretta dove crescere i propri figli, un tetto sotto cui trascorrere la vecchiaia.

Sicuramente, il guadagno sarebbe altissimo.

Monica Pasquino

tratto da http://www.huffingtonpost.it

30 marzo 2014

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Twitter nel mirino di Erdogan, ma la pistola è scarica

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altDopo oltre un decennio di potere dell'AKP - il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo al governo - ed un lustro di reiterati attacchi da parte di quest'ultimo alla libertà d'espressione in rete, dalla censura dei portali di streaming video fino all'additare i social network come "minaccia per la società" durante la sollevazione di piazza Taksim, il braccio di ferro tra il premier Erdogan e la rete si intensifica.

E dallo scorso mese arriva ad un punto decisivo, con la promulgazione di una nuova direttiva sul web - firmata anche dal presidente Gul - che inasprisce la precendente legge 5651, stabilendo la possibilità per la TIB (l''authority turca delle telecomunicazioni di nomina governativa) di bloccare l'accesso a qualsiasi sito web.

Un'evoluzione che ora appare rivolta a combattere la diffusione in rete di registrazioni compromettenti per il primo ministro - che a gennaio avevano portato al blocco del sito SoundCloud, su cui erano ospitate; ma anche per porre i presupposti per lo Stato di allestire una sorta di NSA locale, ed accedere alle informazioni riservate delle aziende operanti in territorio turco.

E' in questo contesto che matura l'odierno attacco a Twitter: a seguito di un violento discorso del premier tenuto ieri durante un comizio elettorale a Bursa ("Abbiamo ora un'ordine giudiziario. Sradicheremo Twitter. Non mi importa di ciò che dice la comunità internazionale. Ognuno sarà testimone della potenza della Repubblica Turca"), dalla mezzanotte scatta il blocco del sito da parte dei vari provider locali, così come le minacce di estenderlo ad altri servizi come Facebook e YouTube.

Un tentativo che ora dopo ora si sta rivelando essere stato progettato male, implementato peggio e diretto verso esiti catastrofici per il primo ministro ed il suo entourage.

La reazione degli internauti turchi, già avvezzi alle tattiche censorie utilizzate in passato dall'AKP, e pronti ad accogliere a dovere le nuove misure, è stata immediata. Dalla semplice diffusione di DNS alternativi (veicolata in rete tra chat e social network, e persino tramite scritte murarie) alla segnalazione di VPN, proxy e reti di anonimato come TOR, il volume di tweet si è sì ridotto ad un terzo della media giornaliera, ma un terzo dell'ammontare di mezzo milione altdi tweet: decisamente troppo per far parlare di successo del blocco. E con gli hashtag #TwitterisblockedinTurkey e #TurkeyBlockedTwitter balzati rapidamente in testa ai trending topic mondiali. Infine, il blocco non ha funzionato nemmeno per il servizio di tweet tramite SMS, risultato  perfettamente agibile.

Anche l'AKP stesso si è mosso in maniera scomposta: non solo il presidente Gul (pur firmatario della sopracitata direttiva censoria) ha preso le distanze dal blocco auspicandone la breve durata, ma lo anche fatto tramite un tweet. Ad altri dirigenti dell'AKP che continuavano a twittare, come il sindaco di Ankara, sono stati sarcasticamente chiesti i DNS dagli internauti inferociti; mentre c'è stato chi ha ricordato l'utilizzo del social network da parte del governatore di Istanbul Hüseyin Avni Mutlu per congratularsi con le forze di polizia dopo le cariche contro i partecipanti ai funerali di Berkin Elvan.

Altro lampante segnale di debolezza della compagine istituzionale è sul fronte dell'assunzione di responsabilità: nonostante la discrezionalità conferitale dalla legge, la TIB ha annunciato di aver implementato il blocco per ottemperare all'ordine della Procura di Istanbul citato dal premier nel suo discorso. Per poi essere smentita da Metin Feyzioglu, capo dell'Unione delle Associazioni Forensi Turche, secondo il quale - a fronte di recenti cambiamenti normativi - la Procura stessa non avrebbe posseduto più titolo ad emettere quell'ordine.

Mentre si aggiunge al coro la condanna pelosa dell'Unione Europea, e in vista delle elezioni locali - che vedono il potere di Erdogan in bilico, soprattutto ad Istanbul, e l'ombra del predicatore Gulen stagliarsi sempre più vicino al presidente Gul dal suo ritiro statunitense - la piazza e la rete del paese euroasiatico continuano ad attrezzarsi telematicamente e materialmente contro un sultano ormai alle corde...

tratto da http://www.infoaut.org

22 marzo 2014

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