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COMUNICAZIONE E MEDIA

Renzi, "sterile e stupido" non è il boicottaggio di Israele, ma non far rispettare il diritto internazionale

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Nel corso della sua visita in Israele, Matteo Renzi ha pronunciato un discorso alla Knesset in cui ha enfatizzato il legame e l'amicizia tra Italia e Israele e ha garantito che "l'Italia sarà sempre in prima linea contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido".  Renzi così dimostra di non conoscere affatto il movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), movimento lanciato nel luglio 2005 da una ampia coalizione della società civile palestinese, come risposta necessaria e morale per fermare le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, laddove le istituzioni hanno fallito.[1]

Da decenni Israele porta avanti, nell'impunità più assoluta, politiche di occupazione e di colonizzazione, appropriandosi di terre e risorse palestinesi, costruendo le colonie e il Muro dell'Apartheid, varando leggi che discriminano i palestinesi cittadini di Israele e costringendo metà della popolazione palestinese a vivere come profughi o in esilio.[2] A un anno dall'inizio dell'operazione "Margine Protettivo", la terza operazione militare di bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza in 5 anni, che ha causato la morte di oltre 2.200 persone, la stragrande maggioranza civili e un quarto delle quali bambini, Israele continua a impedire la ricostruzione di circa 18.000 abitazioni distrutte, attraverso un blocco illegale che dura da 8 anni.[3]

La campagna BDS serve per rompere lo status quo in cui Israele continua a violare i diritti con totale impunità, grazie all'inazione degli Stati e delle istituzioni, e le imprese, anche italiane, continuano a trarre profitti da questo contesto di illegalità.[4]

In questi dieci anni, il movimento BDS è cresciuto in maniera costante, incassando sempre più consensi e successi. Aderiscono sindacati, movimenti, chiese, ONG, artisti e intellettuali, tra cui Ken Loach, Naomi Klein, Roger Waters dei Pink Floyd e l'arcivescovo sudafricano e Premio Nobel Desmond Tutu. Grazie al lavoro della società civile in tutto il mondo, aziende, banche e fondi pensioni hanno disinvestito dall'economia israeliana e dalle imprese complici e consumatori rifiutano di acquistare i prodotti israeliani.[5]

Il boicottaggio è un riconosciuto e legittimo mezzo nonviolento per esercitare pressione e ritirare il proprio sostegno da sistemi di ingiustizia, come è stato nella lotta contro l'apartheid in Sudafrica. Ora più che mai, in Italia va rafforzata la campagna BDS in modo da porre fine alle complicità delle istituzioni e delle imprese italiane.

"Sterile e stupido" è continuare a ignorare le violazioni di Israele invece di prendere misure concrete per far rispettare i diritti umani, il diritto internazionale umanitario e le risoluzioni ONU e sostenere la richiesta di libertà, giustizia e uguaglianza delle e dei palestinesi.

BDS Italia
www.bdsitalia.org
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23 luglio 2015

***

BDS Italia è un movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, costituito da associazioni e gruppi in tutta Italia che hanno aderito all'appello della società civile palestinese del 2005 e promuovono campagne e iniziative BDS a livello nazionale e locale.

Note:

[1]L'appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS)
http://www.bdsmovement.net/call
Aderenti in Italia: http://bdsitalia.org/index.php/campagna-bds/77-appello-bds

[2] The Discriminatory Laws Database
http://www.adalah.org/en/content/view/7771
Palestinian refugee numbers/whereabouts
http://www.irinnews.org/report/89571/middle-east-palestinian-refugee-numbers-whereabouts

[3] Fragmented lives Humanitarian Overview 2014
http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/annual_humanitarian_overview_2014_english_final.pdf
Gaza. Nessuna delle abitazioni distrutte è stata ricostruita
http://nena-news.it/gaza-nessuna-delle-abitazioni-distrutte-e-stata-ricostruita/
The Gaza Strip: The Humanitarian Impact of the Blockade
http://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_gaza_blockade_factsheet_july_2015_english.pdf

[4] L'Acea SpA ha firmato un accordo con la Mekorot, società idrica nazionale di Israele che sottrae, rubandola, acqua dalle falde palestinesi e la convoglia alle colonie israeliane illegali. 
http://bdsitalia.org/index.php/campagne/no-mekorot
L'Impresa Pizzarotti SpA sta costruendo la TAV israeliana che collegherà Tel Aviv e Gerusalemme attraversando la Cisgiordania occupata, con la confisca di terre palestinesi, per realizzare un mezzo di trasporto che sarà riservato a soli israeliani.
http://bdsitalia.org/index.php/campagne/stop-that-train
L'Alenia Aermacchi ha venduto 30 caccia-addestratori M-346 a Israele.
http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2014/07/caccia-made-in-italy-per-i-raid.html
A gennaio di quest'anno, gli stessi piloti israeliani che hanno raso al suolo interi quartieri a Gaza l'estate scorso hanno cominciato ad addestrarsi con i velivoli "Made in Italy".
http://www.iaf.org.il/4417-43780-en/IAF.aspx

[5] I principali successi del movimento BDS
http://www.bdsmovement.net/successes/

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Ultimo aggiornamento Venerdì 24 Luglio 2015 00:01

La narrazione sulla Grecia dei media italiani è quella della troika

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Il gior­na­li­smo ita­liano main­stream, in grande mag­gio­ranza, ha mostrato i muscoli e ogni tipo di mezzo per rac­contare un paese - la Gre­cia - che a detta di tanti che sono in loco, non esi­ste

Simone Pieranni - tratto da http://ilmanifesto.info

La crisi greca non solo ha mostrato il vero volto della troika, basti pen­sare ai docu­menti segreti pub­bli­cati dal Guar­dian, alle inter­cet­ta­zioni di Mer­kel, o all’ostruzione dei paesi euro­pei alla dif­fu­sione del docu­mento del Fmi, che sostan­zial­mente dava ragione ai greci, ma ha per­messo di com­pren­dere come la nar­ra­zione dei fatti esteri dei media main­stream, sia giunto ad un suo punto di non ritorno.

La crisi greca non solo ha posto in discus­sione, evi­den­te­mente, l’Europa e l’eurozona, sep­pure in modo per ora imper­scru­ta­bile, ma ha messo in mostra una sorta di modus ope­randi dell’informazione ita­liana, che ha finito per aggan­ciarsi com­ple­ta­mente alla nar­ra­zione della troika, per sal­vare se stessa. Non ha tanto favo­rito le “isti­tu­zioni”, ne ha assunto in pieno le linee stra­te­gi­che comunicative.

Il gior­na­li­smo ita­liano main­stream, in grande mag­gio­ranza, ha mostrato i muscoli e ogni tipo di mezzo per rac­con­tare un paese - la Gre­cia — che a detta di tanti che sono in loco, non esi­ste. Dal “dramma del pen­sio­nato” con cui Repub­blica ha tenuto la sua home page per tutta la gior­nata di venerdì,

pensionato

fino al con­fronto tra le due piazze di venerdì sera, come se fos­sero la stessa cosa. Come se da una parte non fos­sero di più, e per lo più gio­vani e dall’altra non fos­sero meno e non fos­sero per lo più i vitu­pe­rati “pelan­droni pen­sio­nati” greci. Un corto cir­cuito – voluto — vero e pro­prio che ha por­tato la stessa Syriza a cer­care di comu­ni­care più sui social net­work, che sui media (come rac­conta Le Monde).

Non si può, oggi, fare un gior­nale come se non esi­stesse internet.

Lo dovrebbe sapere l’esperto Fede­rico Fubini (vice diret­tore del Cor­riere della Sera), i cui rac­conti “in presa diretta” sono stati smen­titi, punto per punto, luogo per luogo da Mat­teo Nucci su mini­maet­mo­ra­lia. Nucci è andato in ogni posto nel quale Fubini lamen­tava una situa­zione simile al disa­stro, dimo­strando cosa stesse real­mente acca­dendo in quei luoghi.

Senza par­lare dei “nostri” gior­na­li­sti sui social network.

Tra­la­sciando i neo adepti ren­ziani come Clau­dio Cerasa, diret­tore de Il Foglio, che ha twittato come se il –26% del Pil gra­zie ai trat­ta­menti troika, fosse un’invenzione di Syriza, i social net­work si sono riem­piti di novelli esperti eco­no­mici, colmi di certezze.

Alcuni si sono distinti in modo particolare.

È il caso di Vit­to­rio Zuc­coni di Repub­blica, in prima linea con­tro Tsi­pras, ispi­rato nel citare il Guar­dian su arti­coli circa il calo di turi­smo, ma deci­sa­mente meno pronto a lan­ciare gli scoop sui docu­menti segreti della troika.

Gli esempi sono mol­tis­simi ed evi­den­ziano — non solo in Ita­lia — come nel momento del biso­gno e di un grande rischio, la gran­cassa media­tica main­stream abbia saputo subito piaz­zarsi dalla parte del più forte, facendo finta di niente riguardo le “noti­zie” (la let­tera del Con­gresso, il docu­mento del Fmi, le pres­sioni dei paesi euro­pei, i docu­menti di Nuova Demo­cra­zia in Gre­cia per indi­riz­zare la comu­ni­ca­zione dei media in Gre­cia, i fal­li­menti della troika) e ingag­giando la lotta con­tro la con­trad­di­zione di un par­tito che non accetta le regole impo­ste dai “potenti”.

La nar­ra­zione a senso unico, fino ad arri­vare a misti­fi­care la realtà, pur­troppo, non è una novità (l’abbiamo vista all’opera anche in Ucraina, per fare un esem­pio, dove i neo­na­zi­sti sono diven­tati “europeisti”).

Basta chie­dere a un qual­siasi free­lance, in giro per il mondo, quali siano spesso i suoi pen­sieri dopo la let­tura di molti, tanti, pezzi di “cor­ri­spon­denti” ben più noti e tito­lati. Non importa ciò che è vero, quanto ciò che è vero­si­mile. Il mito del gior­na­li­smo indi­pen­dente viene dun­que sma­sche­rato pro­prio da chi se ne fa pala­dino, attra­verso una vera e pro­pria nar­ra­zione di una realtà che si cerca di pie­gare alla pro­pria “visione del mondo” det­tata da inte­ressi acco­mu­na­bili, nel pro­prio “set­tore”, a quelli che non vuole per­dere la troika in Europa.

Si accusa chi fa un gior­na­li­smo poli­tico, evi­den­ziando quindi le con­trad­di­zioni ma ponen­dosi aper­ta­mente da un lato della bar­ri­cata, di essere di parte, fin­gendo di essere neutrali.

Come se la scelta delle fonti, di chi si inter­vi­sta, della pro­spet­tiva con cui si sce­glie di par­lare di un argo­mento, fos­sero neu­trali, aset­tici e non pre­sup­po­nes­sero, invece, una chiara scelta.

E infine ci sono quelli imba­raz­zanti. Ieri l’Unità tito­lava “Gre­cia tasche vuote, arse­nali pieni”, facendo finta di niente su chi in pre­ce­denza ha com­prato le armi e sul fatto che quelle, insieme al mini­stro di destra del governo greco, dovrebbe ras­si­cu­rare pro­prio gli amici di Renzi, ovvero la Nato.

Senza con­si­de­rare poi il silen­zio del quo­ti­diano fon­dato da Anto­nio Gram­sci, su guerre uma­ni­ta­rie e recenti acqui­sti in tema di F35.
 
5 luglio 2015
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Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Luglio 2015 20:47

La finanza islamica nel mercato mondiale: teoria, prassi e ambiguità

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http://www.inventati.org/cortocircuito/wp-content/uploads/2015/07/FINANZA-ISLAMICA-VALORI-115.jpg

tratto da http://www.inventati.org/cortocircuito

In attesa di recensire un vecchio testo di Maxime Rodinson “Islam e capitalismo”, pubblichiamo questo articolo di Aspenia (rivista dell’Aspen Institute) su un tema piuttosto sottaciuto: la finanza islamica. Sono mesi che si parla di ISIS, guerra, terrorismo e speculazione economica,  e i governi hanno come interesse quello di scaricare sui subalterni i costi della propria esistenza e degli interessi che coprono con diligenza. Una delle ultime “giustificazioni” ideologiche è quella del cosiddetto “scontro di civiltà”, qualcosa che secondo alcuni dimostrerebbe l’inesistenza delle classi: invece bisogna ribadirlo, lo scontro è NELLA civiltà globale del capitalismo. E speriamo di poter mostrare, con questo come attraverso i contributi segnalati in fondo, che anche nella galassia islamica, come in Medio Oriente,  esistono i padroni, i subalterni e lo scontro tra interessi contrapposti. In altre parole, il capitalismo!

Da più di trent’anni si sta diffondendo nei paesi islamici un sistema finanziario alternativo a quello convenzionale (e di origine soprattutto occidentale), perché improntato su alcuni precetti religiosi. Si tratta, in particolare, del divieto d’interesse (ribā) nelle transazioni finanziarie e il divieto d’investimento in attività soggette a eccesso di incertezza ed ambiguità (gharār) ed in quelle che implichino il ricorso alla speculazione e all’azzardo (maysir). Ciò non significa che il capitale prestato non debba percepire alcuna remunerazione; solo che essa è condizionata.
Secondo una specifica interpretazione dei precetti del Corano e la sunna del Profeta Muhammad, il denaro non può generare altro denaro. Per crescere deve essere investito in attività concrete e produttive. Uno dei pilastri fondamentali della finanza islamica è dunque il divieto di ottenere il pagamento di interessi fissi o predeterminati sui fondi prestati.
Il Corano condanna tanto l’usura quanto l’alea, ma anche i guadagni smisurati, e naturalmente le frodi. Considera invece l’elemosina, sia quella spontanea (sadaqa) che istituzionalizzata (zakāt), una pratica fondamentale di ogni buon credente. Nella tradizione islamica, infatti, il profitto e l’accumulo della ricchezza trovano legittimazione, di fronte a Dio, soltanto attraverso l’attività operosa dell’uomo: il lavoro legittima il profitto e l’accrescimento del capitale.
Con riferimento alle obbligazioni pecuniarie il termine ribā, cioè “usura”, comprende nella sua accezione più ampia sia il lucro prettamente usurario e qualsiasi aumento pattuito del capitale dato in mutuo, sia ogni sorta di “ingiustificato” arricchimento.
Lo scopo dei suddetti precetti islamici è quello di rendere il fedele musulmano, membro di una società islamica, una sorta di homo oeconomicus islamicus, socialmente giusto e altruista – dunque in contrapposizione con la teoria e la prassi economica moderna.
È importante la distinzione tra le due diverse forme di carità: la prima è volontaria (sadaqa) e nasce dalla generosità del credente; la seconda è istituzionalizzata (zakāt), e grazie all’elaborazione giurisprudenziale è divenuta una vera e propria tassazione. La zakāt costituisce uno dei cinque pilastri dell’Islam: la shari’a impone a ogni musulmano con capacità contributiva di pagare un’imposta a titolo di assistenza pubblica. In altre parole si tratta dunque di una specie d’imposta prelevata dal reddito dei musulmani benestanti e destinata alla realizzazione di opere pubbliche a favore delle comunità meno abbienti (poveri e diseredati).
In seno alla comunità dei teorici della finanza islamica, vi è però un vasto consenso sul fatto che la tradizione islamica non contesti il principio della remunerazione del denaro dato in prestito (senza il quale il sistema bancario non sopravvivrebbe) ma rifiuti soltanto l’aspetto predeterminato dell’interesse. È cioè accettato il fatto che non ci può essere guadagno senza un margine di rischio, e chiunque non voglia assumere rischi ha diritto solo alla restituzione del capitale prestato, nulla di più. Si è dunque verificata la necessità per i giuristi e gli economisti musulmani di definire un approccio alternativo all’interesse per garantire un rapporto rischio-rendimento più equo ma anche efficiente. Questo principio, che risale ai primi tempi dell’Islam, è un sistema equity-based nel quale l’unica forma di remunerazione possibile sono i profitti derivanti dagli investimenti (ex post), e non un ammontare prefissato (ex ante). Il principio di partecipazione ai profitti e alle perdite implica un vero e proprio rapporto di cooperazione tra il finanziatore e l’investitore, in opposizione al principio di massimizzazione dei profitti e di minimizzazione delle perdite che caratterizza il sistema finanziario convenzionale – nel quale si opera una differenziazione del rischio piuttosto che una condivisione.
Questi principi/divieti, adottati dalle banche e dagli istituti finanziari islamici, che realizzano prodotti bancari-finanziari conformi ai precetti del Corano, consentono al sistema finanziario islamico di non allontanarsi dall’economia reale e di tutelare soprattutto i piccoli investitori e i risparmiatori.
islam-finance

Nei paesi islamici, un vero e proprio sistema bancario finanziario nacque alla fine del XIX secolo, in seguito al processo di decolonizzazione avvenuto nel secondo dopoguerra, quando le principali banche dei paesi occidentali cominciarono ad aprire filiali nei paesi colonizzati. La scoperta d’importanti giacimenti di petrolio, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, incoraggiò la crescita dei rapporti commerciali internazionali e rese disponibili ingenti quantità di denaro.
Parte della ricchezza prodotta dal petrolio venne usata proprio per gettare le basi di un nuovo tipo di istituti che rispettassero la shari’a. Attorno al 1975 nacquero così le prime banche private islamiche, laDubai Islamic Bank, e la Banca di sviluppo islamico (Islamic Development Bank – IDB). La IDB, la cui creazione fu concordata nel dicembre del 1973 nell’ambito della prima Conferenza dei ministri delle finanze dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), ha come scopo fondamentale sostenere e promuovere lo sviluppo socio-economico degli Stati membri dell’Organizzazione, ma anche dei paesi dove vivono minoranze musulmane. La Banca non può applicare tassi di interesse o commissioni. Inoltre i prestiti concessi non possono finanziare beni e servizi contrari ai precetti islamici e facenti parte di settori considerati illeciti – come il commercio di alcolici, di carne non macellata ritualmente o ancora di prodotti contrari alla morale islamica. L’IDB ha la sua sede principale a Gedda, in Arabia Saudita, e conta ad oggi cinquanta paesi membri.
Le cosiddette primavere arabe, con l’emergere dei partiti islamisti legati, più o meno direttamente, alla Fratellanza Musulmana, sembrava aver aperto un nuovo scenario per gli istituti bancari islamici. In Tunisia, ad esempio, paese considerato tra i più “laici” dell’area MENA, il partito Al-Nahda ha lanciato una campagna per integrare il sistema bancario nazionale con quello islamico. Ciò avrebbe portato, secondo la leadership islamista, all’aumento del volume degli IDE (Investimenti Diretti Esteri) stimolati dai fondi sovrani di paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita. Un processo analogo era in corso in Egitto, prima della deposizione del presidente Morsi nell’estate del 2013.
L’attuale battuta d’arresto del cosiddetto Islam politico – quantomeno come movimento rappresentato da partiti che si affermano per via elettorale – ha però ridotto la portata del fenomeno, che al momento rimane di grande rilievo nell’area del Golfo e in Turchia.

9 luglio 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Luglio 2015 13:19

Insorgenti dentro i Big Data

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Una ricerca di tre università sull’uso dei social network da parte dei movimenti evidenzia il fatto che l’elaborazione dei tweet e dei post degli attivisti sono uno strumento di controllo poliziesco e un settore economico in forte ascesa nella Rete

Se gli anti­chi àuguri al ser­vi­zio dei gover­nanti romani ascol­ta­vano i gridi degli uccelli per for­mu­lare i loro pre­sagi, oggi la divi­na­zione è com­pito di algo­ritmi e modelli di ana­lisi sta­ti­stica appo­si­ta­mente con­ge­gnati per inter­pre­tare in tempo reale il signi­fi­cato di stormi di tweet. Cam­biati i tempi – con ora­coli ed indo­vini ormai scal­zati dagli ana­li­sti dei Big Data –, rimane però immu­tato l’interesse di chi detiene il potere per il futuro. In par­ti­co­lar modo se que­sto rischia di essere fune­stato da disor­dini poli­tici, som­mo­vi­menti sociali e rivolte popolari.

Da sem­pre, cor­tei e pro­te­ste si veri­fi­cano in pre­senza di una dif­fu­sione di idee che ampli­fica l’azione col­let­tiva e ali­menta la sog­get­ti­vità di quanti ne sono pro­ta­go­ni­sti. Il fatto che oggi tale pro­cesso di con­ta­gio sia più o meno ali­men­tato da social net­work come Twit­ter o Face­book è un’ipotesi da anni al cen­tro di feroci dia­tribe: da un lato infatti si spre­cano gli studi che indi­vi­duano nei social media un vet­tore per nuove forme di mobi­li­ta­zione e orga­niz­za­zione, dall’altro non man­cano le invet­tive di intel­let­tuali ed atti­vi­sti fon­date sulla con­vin­zione che tali piat­ta­forme con­fi­nino la rab­bia degli utenti die­tro al moni­tor di un com­pu­ter, sco­rag­giando così la par­te­ci­pa­zione reale.

I numeri delle proteste

riotgame

A get­tare ben­zina sul fuoco della disputa ci ha pen­sato di recente una ricerca pub­bli­cata da tre acca­de­mici: Marco T. Bastos della Duke Uni­ver­sity, Dan Mer­cea della City Uni­ver­sity Lon­don e Arthur Char­pen­tier dell’Université du Qué­bec. Obbiet­tivo dello stu­dio in que­stione era quello di riu­scire a defi­nire con pre­ci­sione come la comu­ni­ca­zione digi­tale abbia influito sullo svi­luppo delle mobi­li­ta­zioni di Occupy Wall Street, degli Indi­gna­dos spa­gnoli e delle pro­te­ste di Vine­gar in Bra­sile. Per testare le loro ipo­tesi, i tre autori non hanno però fatto affi­da­mento a meto­do­lo­gie di ricerca clas­si­che (quali inchie­ste etno­gra­fi­che o inter­vi­ste qua­li­ta­tive), ma hanno pre­fe­rito ricor­rere a un sistema arti­gia­nale di ana­lisi dei Big Data. Uti­liz­zando stru­menti di rile­va­zione dati non par­ti­co­lar­mente sofi­sti­cati, hanno rac­colto qual­che milione di tweet, hash­tag e post di gruppi Face­book pub­bli­cati durante le pro­te­ste. In un secondo momento li hanno incro­ciati con le cifre dei par­te­ci­panti ai cor­tei, il numero degli atti­vi­sti arre­stati durante il loro svol­gi­mento e quello dei mili­tanti (nei casi spa­gnolo e bra­si­liano) impe­gnati nelle acam­pa­das. Infine hanno ela­bo­rato que­sti dati usando il test di Gran­ger, un modello eco­no­me­trico impie­gato per deter­mi­nare sta­ti­sti­ca­mente una rela­zione di cau­sa­lità tra varia­bili (nel nostro caso, il numero di mes­saggi pub­bli­cati sulle piat­ta­forme di social net­wor­king e l’effettiva par­te­ci­pa­zione fisica ai disor­dini in strada).

I risul­tati dell’analisi por­tano alla luce con­clu­sioni degne di un ade­guato spa­zio di rifles­sione nella quo­ti­dia­nità dei movi­menti. Se da una parte infatti il lavoro dei tre stu­diosi mostra come l’interazione vis-à-vis resti il ful­cro dell’attivismo sul ter­ri­to­rio, è altresì inne­ga­bile che i social net­work svol­gano una fun­zione non di poco conto nei suoi pro­cessi di orga­niz­za­zione. Nono­stante il loro impatto sia dif­fe­rente a seconda dei con­te­sti – nel caso di Vine­gar l’influenza dei social è stata net­ta­mente minore rispetto a quanto avve­nuto altrove, pro­ba­bil­mente a causa di un eco­si­stema media­tico carat­te­riz­zato dall’assenza di inte­gra­zione tra Inter­net e media broa­d­cast –, sta­tus e mes­saggi in 140 carat­teri sem­brano ben lungi da essere quel mero eco digi­tale, auto­re­fe­ren­ziale e privo di rica­dute reali, messo alla ber­lina da diversi intel­let­tuali, Evgenj Moro­zov su tutti, nelle loro opere.

Al con­tra­rio, sosten­gono Bastos, Mer­cea e Char­pen­tier, Twit­ter e Face­book si sono dimo­strati cru­ciali per ampliare la massa cri­tica di Occupy Wall Street e degli Indi­gna­dos, tanto per la pub­bli­ciz­za­zione delle ini­zia­tive di movi­mento, quanto per la loro orga­niz­za­zione logi­stica. Tal­mente impor­tanti da far dire ai ricer­ca­tori che la cre­scita dei mes­saggi poli­tici online asso­ciati a una spe­ci­fica pro­te­sta costi­tui­sce una ter­reno fer­tile di ana­lisi per pre­ve­dere in anti­cipo la sua esplo­sione in strada. Detta in altro modo, se è vero che Twit­ter e Face­book sono in grado di dare forma a una rivolta, allora è vero che un loro costante moni­to­rag­gio potrebbe altresì essere un ele­mento chiave per pre­ve­derla e bloc­carla sul nascere.

Cor­rom­pere il nemico

bigdata

Ne è con­vinto Dan Braha, del New England Com­plex Systems Insti­tuite. Autore di un’analisi dei tweet che hanno accom­pa­gnato i tumulti di Bal­ti­mora dello scorso aprile, Braha sostiene che, quando mediati dalla rete, i riot sono sono facil­mente pre­ve­di­bili. La con­se­guenza è che, non solo il dislo­ca­mento delle forze di poli­zia sul campo può essere ope­rato in maniera più accorta gra­zie alla costante sor­ve­glianza dei social, ma addi­rit­tura que­sti potreb­bero essere uti­liz­zati come vet­tori per la dif­fu­sione di panico e false infor­ma­zioni: un’operazione, que­sta, da orche­strare con l’intento di sco­rag­giare la par­te­ci­pa­zione della popo­la­zione alle dimo­stra­zioni di strada. Nell’utilizzo dell’analisi dei Big Data con fina­lità di ordine pub­blico sem­bra quindi con­cre­tiz­zarsi uno dei prin­cìpi car­dine dell’arte della guerra, ovvero quello di influen­zare e cor­rom­pere i mec­ca­ni­smi di deci­sion making del nemico: chi detiene que­ste capa­cità, soste­neva Sun Tzu, è il com­bat­tente migliore per­ché è in grado di scon­fig­gere l’avversario senza com­bat­tere, sem­pli­ce­mente vani­fi­can­done i piani.

Cio­non­di­meno, va ricor­dato che nep­pure i Big Data sfug­gono a un pas­sag­gio fon­da­men­tale degli svi­luppi del pen­siero di Fou­cault sull’evoluzione della gover­na­men­ta­lità: l’obbiettivo del potere non è più solo sor­ve­gliare e punire – ovvero repri­mere –, ma orga­niz­zare la popo­la­zione sul ter­ri­to­rio al fine di mas­si­miz­zarne la poten­zia­lità in ter­mini eco­no­mici. Anche se in ter­mini nuovi. Di qui un ele­mento che ci fa capire come in que­sta dimen­sione – entro un’evoluzione della gover­na­men­ta­lità intrec­ciata alle muta­zioni tec­no­lo­gi­che – si sia rove­sciato il rap­porto tra il poli­tico e l’economico. Da Jeremy Ben­tham allo sto­rico testo di Gil­les Deleuze sulla società di con­trollo, pas­sando per Lewis Mum­ford, la sovrap­po­si­zione tra sor­ve­glianza e gover­na­men­ta­lità è uno dei ter­reni di esclu­sivo domi­nio del poli­tico. Non a caso, in La verità e le forme giu­ri­di­che, Michel Fou­cault defi­ni­sce Ben­tham il vero clas­sico ine­lu­di­bile del pen­siero poli­tico dell’Ottocento. Un ter­reno nel quale, a lungo, l’egemonia nelle stra­te­gie di inno­va­zione e nell’impiego dei fondi – almeno nell’Europa con­ti­nen­tale – è stata sostan­zial­mente pubblica.

Dal 2001 ad oggi invece, l’istituzione più impor­tante ad occu­parsi di Big Data è la Gart­ner. Citata anche nell’«affare Sno­w­den», si tratta di un’istituzione ovvia­mente pri­vata che anno­vera tra i suoi clienti l’amministrazione fede­rale, le forze mili­tari ed il busi­ness finan­zia­rio. Un’istituzione che soprat­tutto eser­cita ege­mo­nia – essendo al ver­tice di quest’ambito di ricerca e in con­giun­zione con il ven­ture capi­ta­lism – sulle stra­te­gie dell’amministrazione fede­rale. In que­sto modo l’estrazione di ana­lisi dai Big Data ha una dop­pia, clas­sica rica­duta: mili­tare e di impresa. Ed ecco il salto di para­digma nei pro­cessi di sor­ve­glianza: qui i Big Data non sono solo sem­pli­ce­mente «dati» utili ad orien­tare dispo­si­tivi gover­na­men­tali ma pro­cessi di messa a valore del digi­tale che, una volta strut­tu­rati, gene­rano una eco­no­mia di scala dalle dimen­sioni rag­guar­de­voli. Secondo stime McKin­sey e Ocse, essi rap­pre­sen­tano infatti il 2 per cento del Pil Usa e Ue, con una cre­scita del 236 per cento annuo almeno fino alla decade 2020 (dati Nessi, pro­getto misto pubblico-privato di ana­lisi sul poten­ziale eco­no­mia del soft­ware a livello Ue).

Gover­nance ver­sus politica

videosorve

Così – quando si tocca il ter­reno dell’ottica del potere, tra sor­ve­glianza e governo – siamo di fronte a qual­cosa di diverso rispetto al pas­sato. Attra­verso l’analisi dei Big Data, la gover­na­men­ta­lità tra­mite sor­ve­glianza cessa di essere, secondo il para­digma clas­sico, un ter­reno di esclu­sivo domi­nio, e per­sino di carat­te­riz­za­zione sim­bo­lica ed iden­ti­ta­ria, del poli­tico. Al con­tra­rio, essa diviene un ter­reno dove la poli­tica è qual­cosa di secon­da­rio rispetto alle evo­lu­zioni della messa a valore dei dati. Come discusso al festi­val Obser­ver Ideas e ripor­tato dal Guar­dian nel luglio del 2014, emerge sem­pre più una simul­ta­neità tra «cre­scita dei dati e morte della poli­tica» a causa della «rego­la­men­ta­zione algo­ri­ti­mica dell’approccio alla gover­nance». E que­sto sopra­tutto per­ché l’algoritmo, il cui uso nell’analisi dei big data è rego­lato dalla visual ana­lyis che è così da inten­dersi come vera scienza della pro­du­zione, qui è un pro­ce­di­mento mate­ma­tico messo a valore, ormai merce tra le merci. In que­sto modo tutte le carte eti­che, le norme, le costi­tu­zioni risul­tano peri­co­lo­sa­mente impo­tenti quando messa a valore e potenza tec­no­lo­gica occu­pano quello che un tempo era con­si­de­rato più dure­vole dei bastioni del poli­tico: la sorveglianza.

L’economia dell’informazione

I Big Data si accu­mu­lano su mille piani: sanità, sicu­rezza, borsa, meteo, traf­fico, rela­zioni sociali, stili di con­sumo, incli­na­zioni ses­suali, poli­ti­che e cicli eco­no­mici, uni­verso finan­zia­rio e, appunto, movi­menti. Gene­rano un’economia del loro trat­ta­mento e, allo stesso tempo, strut­tu­rano l’economia secondo i cri­teri che pro­du­cono il loro trat­ta­mento. Com­pon­gono tec­no­lo­gie del sapere per favo­rire pro­cessi deci­sio­nali. Un asse nuovo, mate­riale e digi­tale, dalle con­se­guenze, nell’economia come nella poli­tica, potenti e ancora tutte da esplo­rare. Dove il poli­tico non regola ma appare rego­lato. Anche nelle scelte sul futuro dell’analisi del com­por­ta­mento dei movi­menti. Scelte, prima ancora che poli­ti­che, rego­late dal busi­ness puro, magari tra­ve­stito da Ppp (Part­ner­ship Pubblico-Privata) che è la veste con cui il pri­vato prende il posto del pub­blico su que­sto ter­reno. Nel quale, se guar­diamo ai pro­getti in gesta­zione, pare però che il mag­giore inte­resse sul piano con­ti­nen­tale sia quello di met­tere a prova la red­di­ti­vità dei big data in mate­ria di radi­ca­li­smo isla­mico. Per­ché oggi la divi­na­zione prima inter­roga le tra­iet­to­rie degli hedge fund poi decide se tutto que­sto ha una rica­duta sul piano della poli­tica. E il mer­cato sem­bra aver detto, e domani chissà, che al momento è pos­si­bile una mag­giore estra­zione di valore guar­dando ai seguaci del califfo piut­to­sto che ai movi­menti dal basso. Nuovi tools di ana­lisi dei dati – magari ispi­rati dal lavoro di Bastos, Mer­cea e Char­pen­tier – sono quindi sicu­ra­mente a venire.

3 luglio 2015

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Grecia. Il cavallo della democrazia

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Grecia. Il cavallo della democrazia

tratto da http://contropiano.org

Nell'orgia di titoli che accompagna la notizia del referendum ellenico sui diktat della Troika uno – parto delle fervide menti di Repubblica - ci ha colpito davvero molto: L'ira delle cancellerie: "Tsipras ha tradito tutti".

Si tradisce, in genere, la propria parte. Il traditore è quello che vende gli amici, la causa comune, il popolo, al nemico in cambio di soldi, potere o semplicemente della vita. L'unico tradimento che Tsipras avrebbe potuto commettere sarebbe stata una firma sotto un accordo che avrebbe messo ancora di più la vita dei greci in mano a quattro criminali che se ne fottono ampiamente dei propri popoli e rendono conto unicamente “ai mercati” e al capitale multinazionale.

Al contrario di loro, Tsipras è un “delegato” inviato a fare un negoziato, con un mandato chiaro per quanto impossibile da realizzare (restare nell'euro e nell'Unione Europea, ma mettendo fine all'austerità). Quando ha dovuto ammettere il tramonto delle proprie speranze di ”riformare” l'Unione Europea, o quantomeno di ammorbidirne le politiche distruttive, ne ha tratto l'unica conseguenza logica: andare avanti o no su questa strada è una scelta che coinvolge tutto il popolo e il popolo va dunque chiamato a decidere.

Qualcuno accusa Tsipras di aver fatto "la mossa del cavallo", come un consumato giocatore di scacchi. Ma il "cavallo" su cui è salito è anche l'unico essere dotato di vita in questo gioco. E' il cavallo della sovranità popolare - non nazionale - che decide liberamente di sé.

Nulla di rivoluzionario, insomma, semplice democrazia. Proprio quel regime politico che l'Unione Europea sta abbattendo da venti anni a colpi di trattati indiscutibili (tranne che dalla Corte Costituzionale tedesca!), rendendo ogni governo nazionale poco più di un'amministrazione regionale, controllata tramite regole contabili e una supervisione “tecnica”. 

Se ci sono in giro dei traditori, insomma, sono acquartierati nei palazzi di Bruxelles e Francoforte. Dove vive e prospera un “generone” di funzionari – anche i Commissari, equiparati a ministri, sono niente altro che questo – di fatto diventata apolide, inavvicinabile da istanze e interessi “popolari”, ma ben contattabile dai gruppi di interesse che abitano negli stessi alberghi, frequentano gli stessi uffici, cenano negli stessi ristoranti. D'alto bordo, com'è ovvio.

Ma è inutile lamentarsene. Vanno combattuti demolendo la mostruosa creatura che li rende così potenti da considerare “matto” o “traditore” quel primo ministro che – ingenuamente, certo – crede ancora di star lì a rappresentare gli interessi di una popolazione. Impoverita fino alla disperazione (-25% di Pil in cinque anni) da una guerra vera e propria condotta con mezzi puramente finanziari.

La decisione di indire un referendum, in appena sette giorni, è una scelta che mette il futuro dell'Unione Europea e dell'euro nelle uniche mani legittimate a deciderne: quelle della popolazione del paese più maltrattato d'Europa.

La legittimità di qualsiasi decisione che venga così presa è indiscutibile. Ma non è detto che sia anche quella giusta, Nè che sia indifferente. Ogni ora di questi sette giorni sarà attraversata da ricatti, blitz, minacce terroristiche verbali (e speriamo soltanto verbali, ben conoscendo i vizi golpisti dell'establishment occidentale...), campagne di mostrificazione di ogni membro del governo di Atene, mobilitazione delle “scarse” forze interne al servizio della Troika. Forse anche una “rivitalizzazione” dei nazisti di Alba Dorata, fin qui silenziati dall'azione di un governo che può esser certo criticato da sinistra, per l'ingenuità riformista da cui è partito, ma non certo da destra, sul piano della difesa della “dignità nazionale”.

Pressioni terribili, a cominciare da quelle monetarie. Perché non è affatto detto che la Bce, lunedì, decida di mantenere alto il livello di liquidità garantita alle banche elleniche, davanti ai cui bancomat, nel frattempo, si andranno a ingrossare le file per ritirare risparmi in una moneta “forte”, non sapendo se e che moneta circolerà nel paese nelle prossime settimane. Una sfida da far tremare molte menti e dall'esito dunque imprevedibile. Certo, se Syriza fosse stata più consapevole della mission impossible di cui si faceva carico dichiarando di voler restare nella Ue, se avesse a suo tempo messo chiaramente sul piatto – nel dibattito politico del paese – anche il “piano B” dell'uscita dall'Unione e quindi anche dalla moneta unica...

Ma i se non servono a nulla. La culla della democrazia deve ora decidere democraticamente del proprio futuro e di quello della creatura che lo sta distruggendo da oltre cinque anni. Nessuno, infatti, neanche a Bruxelles, si illude che l'uscita di Atene resterebbe senza conseguenze “sistemiche”. La certificazione dell'irriformabilità dell'Unione Europea verrebbe infatti accompagnata dalla verifica concreta della sua incapacità di gestire l'insieme dei 27 paesi in direzione dell'obiettivo ufficialmente posto a faro della “creatura”: il progresso comune, il benessere ordinato per tutti, coniugando libertà d'impresa e diritti sociali esigibili.

Una narrazione tossica che ora – comunque voteranno i greci domenica prossima – può essere riconosciuta come tale da tutti. Una menzogna pura e semplice, che nasconde la miseria programmata per molti a favore dell'arricchimento smodato di pochi.

Ma non sarà indifferente neppure l'esito. Da una parte si accetta la resa, dall'altra si dà battaglia. Un rifiuto di massa dei diktat, infatti, aprirebbe la strada e gli occhi di molti, rendendo più probabile, o addirittura possibile, un processo “contagioso” di liberazione da una gabbia dentro cui siamo tutti rinchiusi da troppo a lungo.

29 giugno 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 30 Giugno 2015 01:08

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