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COMUNICAZIONE E MEDIA

Come t’intervisto il brigatista

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- tratto da http://contropiano.org

Ci è capitato più volte di documentare e contestare la letteratura "misteriologica" intorno alla lotta armata di sinistra degli anni 70. Col passare del tempo, questa letteratura si è ridotta ad esercitarsi su un solo episodio, nel disperato tentativo di limitare le falle che si aprivano da tutte le parti nello storytelling un tempo del Pci, poi anche di fascisti, democristiani e chi più ne ha…

Il blog La pattumiera della Storia ha da poco pubblicato una fulminante decostruzione di una (presunta, a questo punto) intervista ad Alessio Casimirri – l'unico del gruppo di brigatisti condannati per via Fani che non sia mai stato arrestato – apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera.

Non ci sembra ci sia molto da aggiungere. Lo stile su cui ha prosperato la dietrologia è molto simile (poi, certo, ognuno ci sa mettere del suo). Quanto alle motivazioni per cui – a quasi 40 anni di distanza – si prosegue nello spremere qualche articolo pruriginoso da "misteri" inesistenti, non possiamo che restare convinti da quanto sostenuto in una intervista – vera – raccolta diversi anni fa da Contropiano: "è business storiografico, rende sempre".

***

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di 'misteri'. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un 'cold case', un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli 'esperti', che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.

Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d'inchiesta o ancora 'consulenti'.

Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – \Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.

Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una 'rivelazione' sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l'autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione. 

Alla base della piramide c'è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l'internet facilita l'illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n'è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all'intervento diretto di 'servizi segreti' nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- 'dietrologi.' Il neologismo viene da «chi c'è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni '70. Seguendo l'adagio staliniano ('pas d'ennemis à gauche') ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal'altra azione di lotta, per concludere che 'in ultima analisi' era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.

Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un'intervista a Raffaele Fiore. 
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all'azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell'avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l'intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non 'esterni' o 'terzi' rispetto alle BR. In risposta, l'autrice dell'intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l'autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una 'esperta', accolta nell'élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell'intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l'aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.

Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un'intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l'aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.

E per alcuni è egli stesso un 'mistero del caso Moro': per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, 'I dieci misteri irrisolti del caso Moro', Daniele Biacchessi classifica la 'latitanza di Alessio Casimirri' al decimo posto.

E non c'è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.

La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L'Espresso.

Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d'inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell'intervistato. (All'intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d'inchiesta sul caso Mithrokin).

In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un'altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni. 

Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.

Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.

Panorama il 29.1.2004 titola 'Nel covo di Primula Rossa'. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla 'caccia al latitante' (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l'ex-moglie di Casimirri, poi un 'ex capitano dei servizi d'informazione sandinisti' e i 'tassisti di Managua' che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire ('è un uomo pericoloso'), e da brave spie dilettanti 'si arrampicano su una collinetta'.

La Stampa 8.3.2010 titola 'Cena a Managua con Camillo, l'ultimo latitante di via Fani': Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. 'Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio', scrivono, appena tre mesi prima dell'intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 ('Managua, l'ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri'), e raddoppia l'anno dopo, il 18.2.2005 ('È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti') racconta di aver 'sbirciato' nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato 'L'ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri' ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.

Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste 'certificate', a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall'altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l'accusato abbia potuto esprimersi.

La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall'Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l'analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l'hanno preceduto.

L'intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario. 

C'è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all'intervista stessa non c'è una parola.

Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l'ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l'amicizia d'infanzia con Maurizio Valentini per L'Espresso. L'intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

19980423 L'Espresso Il signor X del delitto Moro

espresso

 

 

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La gente legge solo i titoli e poi commenta sui social. Lo dimostra uno studio

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Se il tuo post ha superato le mille condivisioni, non esultare. Può darsi che nessuno l’abbia letto. Science Post, sito satirico americano, ha fatto un esperimento. Ha creato un articolo fittizio dal titolo cattura like: “Ricerca: il 70% degli utenti di Facebook legge solo il titolo di quello che condivide”. Risultato 46mila condivisioni. Peccato che l’articolo fosse scritto in “lorem ipsus”, il testo privo di senso usato dai designer per bozzetti e prove grafiche. Quello che avremmo potuto fare noi con questo post che racconta l’esperimento. Invece proviamo a raccontare cosa è successo.

Giancarlo Donadio - tratto da http://startupitalia.eu/58960-20160620-lettura-post-online-titolo

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6 su 10 non leggono i post che condividono

Se quello di Science Post è solo uno scherzo che ha avuto un esito incredibile, sono stati realizzati studi più scientifici sull’argomento. Uno di questi è una ricerca della Columbia University condotta insieme al French National Institute e svelata da Chicago Tribune. I risultati parlano da soli: il 59% dei link condivisi sui social media non sono mai stati cliccati. In altre parole le persone condividono o retwittano senza averli mai letti. Cosa ancora peggiore questi link diventano importanti nel determinare, come immaginabile, quali notizie sono determinanti per costruire l’opinione pubblica sul web. Insomma, retwittare e “share” non sono attività fine a se stesse, ma hanno un’influenza determinante sui pensieri dei tuoi amici e conoscenti. L’esperimento è interessate al fine di capire le abitudini online dei lettori. E degli utenti dei social. I titolo fanno tutto. Sia che si tratti di giornalismo che di business.

Una cultura che non ama l’analisi, la nostra 

Questa la riflessione di Arnaud Legout, uno dei coautori dello studio: «È tipico della cultura di oggi. Le persone formano le loro opinioni su un titolo o un sommario, senza fare nessuno sforzo per andare più in profondità» spiega lo studioso che insieme al suo team ha analizzato tutti i tweet abbreviati in bitly su cinque delle maggiori fonti di informazioni per un mese, per poi confrontarle con il numero di letture degli articoli correlati. Il risultato è quello che abbiamo anticipato, su 10 solo 4 li leggono.

Le persone leggono più dagli amici che dalla fonte originaria

Sempre la ricerca ha evidenziato un altro dato su cui riflettere. Molti click alle storie erano fatto sui link condivisi dagli utenti e non direttamente dall’url postato sul profilo ufficiale dell’organizzazione che lo ha prodotto (in questo caso i giornali di informazione). Una questione che non è nuova a chi si occupa di social media, dove l’opinione dell’utente comune conta di più di quella del brand.

Internet tra sharebait e clickbait

L’autore dell’articolo di Chicago Tribune sottolinea che quella di spingere gli utenti al click e alla condivisione veloce è un’abitudine alla quale anche i media tradizionali si sono adattati. E che ha avuto il risultato di creare “una cultura online che impedisce ogni discussione approfondita  su argomenti complessi e controversi”.

20 giugno 2016

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Sui social leggiamo tanti titoli ma nessun articolo. Di chi è davvero la colpa?
 
Simone Cosimi - tratto da http://www.gqitalia.it

Sui social leggiamo tanti titoli ma nessun articolo. Di chi è davvero la colpa? Ci spingiamo con estrema difficoltà oltre le headline e i sommarietti delle anteprime sulle piattaforme come Facebook e Twitter. E preferiamo condividere un articolo anziché leggerlo

“Se prima si sfogliava velocemente il giornale al bar, si spiavano i titoli dalla spalla del vicino in autobus, adesso il bancone del bar è diventato il News Feed di Facebook e i titoli si scorrono ancora più velocemente, perché tempo da perdere per leggere non ce n’è. Per commentare quello che non si è letto, invece, sembra essercene in abbondanza”. Questo il cuore di un articolo di commento molto condiviso in queste ore ma va, proprio su Facebook. Lo ha scritto Emanuele Capone del Secolo XIX che parte dalle vicende di una breve lanciata due giorni fa sulla pagina del giornale sul social di Menlo Park per accennare al rapporto sempre più complicato con i fatti che ci circondano e l’informazione sulle piattaforme sociali.

Cos’è successo? Il titolo è “Sfrattato e senza lavoro, tenta di darsi fuoco davanti a moglie e figlia“. Ha raccolto il primo commento dopo 4 minuti e per quattro ore ha dato vita a una serie di reazioni del tipo “Aiutiamo gli italiani”, “Invece agli immigrati”, “Ma noi… pensiamo a ‘sti maledetti immagrati (così nel testo, ndr)”. Solo quattro ore dopo un utente ha fatto notare che il 38enne era un cittadino straniero: «24 commenti e nessuno ha letto l’articolo, viste le risposte!». Il tenore della discussione cambia e scema: razzismo e menefreghismo s’impossessano degli utenti che evidentemente avevano partecipato al dibattito leggendo solo il titolo e immaginando uno scenario del tutto diverso. Miseria vera, eh?

Non è una novità: che sui social si scriva prima di leggere, cioè si commenti basandosi esclusivamente sullo snippet di anteprima, cioè sui riquadri con titolo e sommarietto leggibile, è un peccato assoluto della “nuova” opinione pubblica. Un mese fa il sito di notizie umoristiche Science Post ha tentato un test pubblicando un testo finto (il famoso riempitivo lorem ipsum) con un titolo particolare: “Secondo uno studio il 70 per cento degli utenti di Facebook prima di commentare gli articoli di scienza legge solo il titolo”. Un metaesperimento, insomma, nel quale alla sociologia online si aggiungeva anche una ricca dose di sbeffeggio. Bene, quell’articolo vuoto è stato condiviso decine di migliaia di volte – al momento 52.700 – anche in questo caso solo sull’onda della fascinazione titolistica.

Pochi giorni dopo, cambiando piattaforma perché tanto la sostanza non muta di un clic, è arrivata un’indagine firmata dalla Columbia University insieme a Microsoft Research, all’Istituto nazionale francese di ricerca in informatica e automazione e altri laboratori di Sophia-Antipolis, la Silicon Valley transalpina in Costa Azzurra a confermare lo scenario: sei link su dieci fra quelli rilanciati e condivisi su Twitter non saranno mai cliccati. Insomma, attraverso quel canale – “il social dell’informazione”! – i pezzi vengono snobbati nel 60% dei casi. Se circolano e vengono retwittati, pur in quel contesto, è solo in virtù dell’affascinante, allarmistico, devastante, schifoso, interessante, azzeccato titoletto che portano in dote. Null’altro.

Le persone sembrano più propense a condividere un articolo che a leggerlo – ha detto Arnaud Legout, uno degli autori – è tipico del consumo moderno dell’informazione. La gente si fa un’opinione sulla base dei sommari, o del sommario dei sommari, senza compiere alcuno sforzo per spingersi più in profondità”.

Resta da capire in fondo come mai quello sforzo non si faccia, se per menefreghismo assoluto, per mancanza di tempo, per l’atavica ignoranza dell’opinione pubblica italiana che certo i social network non promettono di lenire. Tutt’altro. Probabilmente nel discorso c’è anche la volontà di non “uscire” dal social network in una specie di agorafobia digitale. Se ne sono accorti anche dalla California, dove l’anno scorso hanno lanciato gli Instant Articles, pezzi da leggere direttamente all’interno della piattaforma. Anche Google, con Amp, ha messo a punto un sistema di caricamento superveloce degli articoli. Perché spesso, in effetti, quello è un ostacolo all’esperienza dell’utente: passano troppi secondi fra il clic e il caricamento e la gente non legge, torna indietro, si spazientisce. Ma certo non può essere una giustificazione.

C’è infine un tema legato all’immagine di se che si intende propagare su Facebook, Twitter e compagnia. Insomma, non ci interessa troppo analizzare ciò che condividiamo perché inconsciamente sappiamo che quei contenuti ci occorrono più per l’effetto-vetrina che per la sostanza. Cioè per il pedigree “culturale” e sociale che ci dipingiamo addosso rilanciando certi pezzi. Se poi dentro c’è un lungo e surreale lorem ipsum chissenefrega. Tanto non li leggerà nessuno.

3 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 06 Agosto 2016 10:37

Oliver Stone: Pokemon Go serve a spiare i cittadini

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tratto da http://contropiano.org

La moda lanciata dal “Pokemon Go” costituisce un “passo ulteriore nell’invasione della privacy” che potrebbe portare al “totalitarismo”: lo ha affermato il regista statunitense Oliver Stone, nel corso di una conferenza stampa di presentazione del suo film su Edward Snowden, agente dell’Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale Usa, responsabile dello spionaggio di milioni di persone.

Come riporta il quotidiano britannico The Guardian, Stone – rispondendo a una domanda su eventuali problemi di sicurezza legati all’app – ha spiegato che alcune aziende stanno portando avanti un “capitalismo della sorveglianza”, controllando il comportamento delle persone.

“Non è divertente, quello che sta accadendo è un nuovo livello di invasione, con enormi profitti per aziende come Google che hanno investito una grande quantità di denaro nel ‘data mining’ su che cosa si compra, che cosa piace, come ci si comporta” ha proseguito Stone: “Alcuni lo chiamano capitalismo di sorveglianza: una nuova forma di società robot, è quello che viene chiamato totalitarismo”.

L’applicazione, che è possibile scaricare gratuitamente, è stata criticata perché potrebbe potenzialmente accedere all’account Google dell’utente, ivi compresi dati quali e-mail e password. Accusa rivolta in passato anche ad altri programmi e applicazioni di uso comune.

Da parte sua Snowden, oggetto dell’ultima fatica di Oliver Stone, sviluppa una cover per cellulari che impedisca le intercettazioni.
Ribattezzato “motore di introspezione”, si tratta di un apparecchio che permette di accertare se un cellulare sta condividendo dei dati o trasmettendo informazioni che potrebbero essere intercettate. L’ex agente dell’Nsa che ha rivelato al mondo – pagandone serie conseguenze – che le agenzie di intelligence statunitensi spionavano praticamente mezzo mondo, dai capi di stato agli imprenditori ai militari ai comuni cittadini, ha sviluppato il progetto insieme ad Andrew Huang.

Secondo quanto afferma il quotidiano britannico The Guardian, l’apparecchio – presentato al Mit Media Lab – consiste in una semplice “cover” da cellulare dotato di un display monocromatico che mostra se il telefono è “dormiente” oppure se sta trasmettendo anche in fase di spegnimento. Un possibile sviluppo futuro comprenderebbe la capacità di poter tagliare l’alimentazione del cellulare in caso di trasmissione indesiderata, ma al momento l’apparecchio rimane un progetto accademico – incentrato sugli snmartphone Apple – senza alcuna previsione di messa sul mercato.

Il “Motore di introspezione” tuttavia richiama l’attenzione su un aspetto dei cellulari a volte trascurate, il fatto cioè che si tratti di veri e propri dispositivi per il tracciamento: “A causa della maniera in cui funziona la rete di celle telefoniche, il cellulare lancia costantemente un segnale radio che lo identifica in modo unico preso la compagnia telefonica: questa identità non è salvata solo da quella compagnia, ma può essere intercetta anche da terze parti indipendenti e più pericolose”, ha spiegato Snowden.
La maggior parte dei cellulari disabilita le trasmissioni se posti in modalità aereo, ma secondo Snowden non è possibile fidarsi completamente: “Esistono delle app malware in grado di attivare dei segnali radio senza che vi sia alcuna indicazione da parte dell’interfaccia utente”.

22 luglio 2016

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Fermo. “Bombe anarchiche”, ma gli arrestati sono di destra

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Nella combo Marco Bondoni (s), 30 anni, e Martino Paniconi, 44 anni, arrestati per gli attentati incendiari a cinque chiese di Fermo tra il 9 gennaio e il 22 maggio 2016. Fermo, 20 luglio 2016. ANSA/ US CARABINIERI +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Luca Fiore - tratto da Contropiano

“I due fermati a Fermo dai carabinieri del comando provinciale di Ascoli Piceno (…) sono Martino Paniconi, 44 anni, e Marco Bordoni detto “Lupo”, 30 anni, entrambi del luogo, ultras fermani, gravitanti nell’ambiente anarchico, sono accusati “in concorso tra loro ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso, fabbricato, senza licenza dell’autorità, ordigni esplosivi, che venivano poi illegalmente portati in luogo pubblico e fatti esplodere, al fine di incutere pubblico timore ed attentare alla sicurezza pubblica” (…). In particolare, nel decreto sono nominati cinque episodi contestati: a Porto Sant’Elpidio, tra il 9 e 10 gennaio 2016, nelle vicinanze della Chiesa di San Pio X; a Fermo, tra il 27 e 28 febbraio 2016, al Duomo di Fermo, con lievi danni al portone di ingresso; tra il 7 e 8 marzo 2016, alla Chiesa San Tommaso di Canterbury di Lido San Tommaso di Fermo “cagionando gravi danni alla porta d’ingresso”; a Fermo, tra il 12 e 13 aprile 2016, alla Chiesa San Marco alle Paludi, di cui è parroco Don Vinicio Albanesi “cagionando gravi danni al portone d’ingresso”; a Fermo, il 22 maggio 2016, alla Chiesa San Gabriele dell’Addolorata di Campiglione (…). Secondo le accuse, basate su numerose intercettazioni, “il lupo” sarebbe “l’ideatore del disegno criminoso dopo aver letto un libro che trattava temi e teorie anarchiche”, mentre l’altro fermato nelle intercettazioni dice agli amici di averlo “appoggiato”.
Il fermo è stato deciso anche perché, secondo gli inquirenti, imminente era il pericolo di fuga: non solo entrambi hanno “disponibilità di automobili veloci”, soprattutto un’intercettazione ambientale, mentre erano in auto con un altro ultrà rivela “la volontà di entrambi i soggetti di allontanarsi dall’Italia a breve (lunedì) per raggiungere Londra””.

Così l’agenzia di stampa Askanews riassumeva i fatti nella giornata di ieri. Di tenore affatto diverso i lanci diffusi rispettivamente dall’Adnkronoss e dall’Ansa:

“Sono ultras di area anarchica i due fermani fermati dai carabinieri del Comando provinciale di Ascoli Piceno, in collaborazione con il Ros di Ancona, per le bombe piazzate in quattro chiese di Fermo, tra febbraio e maggio di quest’anno. Si tratta di M.P., 40 anni, e M.B., di 30, entrambi residenti a Fermo. A incastrarli appostamenti e intercettazioni ambientali ma anche un’impronta digitale mentre, a confortare il quadro investigativo emerso nei loro confronti, ci sono micce e resti di lavorazione di ordigni rudimentali ritrovati durante la perquisizione domiciliare (…)”.

“I due uomini in stato di fermo di indiziati di delitto per gli attentati a quattro chiese del Fermano sono Martino Paniconi, 40 anni, e Marco Bordoni, di 30, entrambi residenti a Fermo. A loro i carabinieri di Fermo e Ascoli Piceno, in collaborazione con il Ros di Ancona, sono risaliti attraverso appostamenti e intercettazioni ambientali e telefoniche. I due indagati sono ultrà della Fermana Calcio, con simpatie anarchiche. Avrebbero agito per sfregio alle istituzioni. Ne è convinto il procuratore di Fermo Domenico Seccia, che parla di “insofferenza” nei confronti delle istituzioni, appunto, nella fattispecie rappresentate dalla chiesa. Entrambi gli uomini finiti ora in carcere hanno precedenti per porto d’armi abusivo e Daspo (…)”

Insomma per tutte le agenzie di stampa, e per la stragrande maggioranza dei media italiani che hanno ripreso la versione diffusa dal sostituto procuratore Mirko Monti, a mettere le bombe davanti alle chiese di Fermo e a prendere di mira Don Vinicio Albanesi perché accoglieva e sosteneva migranti e rifugiati sarebbero stati due ultras ‘anarchici’ o di ‘simpatie anarchiche’.
Durante la conferenza stampa di ieri Monti ha affermato inoltre che lo stadio sarebbe il solo legame tra i due e Amedeo Mancini, il simpatizzante di Casapound che lo scorso 8 luglio uccise a botte il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi dopo aver insultato la moglie, offesa al grido di ‘scimmia’. In effetti i due arrestati sono entrambi membri degli ambienti più esagitati della tifoseria della Fermana, così come lo era Amedeo Mancini.
Monti ha escluso poi la natura politica dell’ondata di attentati perché “dovremmo parlare di destra e anarchia, ma non siamo in presenza di soggetti dotati di cultura politica”. Ma allora perché lui stesso ha citato la presunta identità anarchica di Paniconi e Bordoni orientando così in maniera univoca la lettura dei fatti proposta da praticamente tutto il sistema mediatico mainstream?

In realtà basta andare a vedere il profilo Facebook di Paniconi per rendersi conto che di ideali e tendenze anarchiche non c’è affatto traccia, mentre la sua pagina sul social network pullula di post razzisti, di elogi a Matteo Salvini, di offese agli immigrati, di prese di posizione a difesa di Amedeo Mancini- definito più volte ‘fratello e amico mio’ – e di innumerevoli attacchi contro don Albanesi, preso appunto di mira perché accusato di speculare sull’assistenza ai profughi. Anche il profilo facebook di Bordoni è molto istruttivo: anche qui odio per i migranti e pure post che esortano alla collaborazione con i carabinieri… un classico esempio di anarco-insurrezionalista!
Non è dato ancora sapere se Paniconi e Bordoni oltre alla curva di estrema destra dello stadio frequentino anche ambienti politici più classici, ma certo non si può certo negare che i rudimentali attentati contro le chiese e le abitazioni dei parroci di Fermo non abbiano nulla a che fare con la politica e che siano stati compiuti solo ‘in sfregio alle istituzioni’. Le bombe quei due mica le hanno piazzate al Municipio o alle caserme dei Carabinieri… Che poi per farsi una cultura sulle “bombe fai da te” abbiano utilizzato un “manuale” scritto da qualche anarchico non vuol dire proprio nulla.

Eppure i media parlano di ‘ultrà anarchici’. Spettacolare è il volo pindarico di Repubblica quando scrive: “Gli arrestati hanno entrambi 36 anni e vivono di lavori saltuari. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero in qualche modo legati ad Amedeo Mancini, in carcere per l’omicidio del profugo nigeriano. Uno dei due sarebbe una sorta di ideologo, convertito dai valori ultrà di destra a quelli anarchici. In casa dell’uomo i carabinieri hanno trovato e sequestrato alcuni libri che testimonierebbero questo passaggio e gli orientamenti ideologici dell’indagato. In questo contesto avrebbe maturato la decisione di colpire l’ordine costituito, scegliendo in particolare le chiese. Sarebbe stato lui a dare incarico all’altro fermato di confezionare gli ordigni che avrebbero poi materialmente posizionato insieme nei luoghi da colpire”.

Non è molto chiaro se il passaggio sia stato dall’estrema destra all’anarchia o il contrario. E comunque anche nel caso di Mancini, assiduo frequentatore delle iniziative di Casapound nelle Marche, si continua a ripetere che in città era conosciuto come un ‘gran comunistone’…

D’altronde in Italia dare la colpa agli anarchici per coprire le responsabilità degli apparati dello stato o dell’estrema destra in episodi ben più gravi e sanguinosi di quelli registrati a Fermo è una sorta di sport nazionale. Ma stavolta la farsa non può passare inosservata neanche ai più distratti.

21 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Luglio 2016 14:51

Perché la pagina Facebook di Zerocalcare è stata oscurata

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La partecipazione del disegnatore a una commemorazione di Carlo Giuliani scatena la sassaiola in rete, costringendo Facebook a intervenire

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Foto di Simone Florena

tratto da http://www.wired.it

Qualche giorno fa Michele Rech, o più semplicemente ZeroCalcare, ha diffuso sulla sua pagina Facebook ufficiale e i propri profili personali che avrebbe partecipato a una iniziativa per commemorare Carlo Giuliani.

Il testo, accompagnato da una locandina, recitava “Mercoledi 20 luglio, a 15 anni esatti dal G8, alle 15:00 stiamo a fare disegni live in piazza Alimonda a Genova insieme a Alessio Spataro, Paolo Castaldi, Manuel De Carli, Luca Genovese, Simone Lucciola e Cisco Sardano. Tutto quello che facciamo sarà poi messo all’asta benefit per chi sta bevuto”.

Immediatamente una parte dei lettori di ZeroCalcare, quelli che probabilmente fino a quel momento si erano divertiti con riferimenti nostalgici e battute delle sue strisce, ignorando il suo chiaro impegno politico, culminato in Kobane Calling o l’ultimo racconto sulle Unioni Civili, ha iniziato a una sassaiola virtuale a base di “Mi sento tradito”, “Torna a fare i disegnetti” (come se il fumettista fosse una sorta di clown che deve solo divertirti a comando) e tutte le frasi su Giuliani che abbiamo sentito in questi 15 anni, da “Se l’è andata a cercare” a “Non si dovrebbe rievocare un delinquente”.

La cosa è andata avanti per un paio di giorni tra furiosi lanci di fango virtuale e difese sulle barricate finché oggi Facebook, probabilmente subissata di segnalazioni, ha oscurato pagina e profilo personale di ZeroCalcare, senza alcuna segnalazione preventiva o dialogo con l’autore.

Quando ho provato ad accedere mi è stata mostrata una schermata in cui mi si diceva che i miei account erano stati oscurati per colpa di quel post. Riattivando tutto il post è stato eliminato in automatico dalla pagina” ha dichiarato l’autore dopo averlo contattato. Dunque adesso la pagina è nuovamente accessibile, ma ovviamente senza il post incriminato.

Non è la prima volta che la segnalazione in massa viene usata come strumento di censura, dato che spesso Facebook non controlla la natura del post, ma si limita a oscurare in automatico un contento che viene segnalato in massa, per poi eventualmente fare dei distinguo. La cosa era già successa in passato ad altri fumettisti, come Recchioni e Bevilacqua, che si erano scontrati con frange particolarmente attive sui social network e in particolare del Movimento 5 Stelle e di movimenti antieuropeisti, ma in questo caso Rech ha un’opinione ben precisa sui responsabili di questa censura.

Non è detto che i miei lettori debbano pensarla tutti come me, ma di solito sono persone abituate ad accettare un punto di vista differente e sanno già come la penso. Invece quei toni (e le segnalazioni che hanno portato a chiudere la pagina) vengono da altri soggetti, arrivati li apposta, che tendenzialmente sono fascisti e poliziotti (ex o attuali). Quasi nessuno di quei commentatori è un lettore ignaro, ma una persona arrivata là per fare casino”.

Per il resto, Michele sembra aver preso abbastanza con filosofia la cosa, visto che comunque il post è ancora presente sul suo profilo personale.

Hanno oscurato un post su facebook non è che è successo niente di che. Però è il sintomo che la questione di Genova in realtà non è finita, che ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente”.

Intanto le pagine complottare e ricche di bufale continuano a prosperare indisturbate.

20 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Luglio 2016 14:45

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