Saturday, Dec 03rd

Last update:10:51:37 AM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

«Tg Renzi» più di Berlusconi. Rai, lottizzazioni e servilismo

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

tratto da http://www.remocontro.it

Sui telegiornali Rai il premier occupa il 24% del ‘tempo di parola’ e il 36% del ‘tempo di notizia’. Lo dicono i dati dell’Agcom. Quando Minzolini dirigeva il Tg1, Berlusconi non aveva così tanto tempo a disposizione, ed è tutto dire. Il Tg2 ‘di destra’ che batte il Tg1 in attenzioni renziane, pur rimanendo l’ammiraglia Rai ‘House organ’ di Palazzo Chigi. In precedenza l’Agcom era stata accusata di aver ritardato la consegna dei dati alla commissione di Vigilanza. Dati di questa estate, nei telegiornali Rai: per il No solo il 22% del tempo di notizia. A chi sostiene il Si tutto il resto. E Renzi e Boschi che da soli coprono i due terzi dell’area dei favorevoli, vedremo se a vincere o a perdere.

renzi-reuters-telecamera

Sarebbe bastato guardare qualsiasi telegiornale Rai, o qualsiasi trasmissione di intrattenimento su qualsiasi argomento per capirlo. Tutto Renzi minuto per minuto, in qualsiasi occasione, sempre ed ovunque. Ora lo certifica l’Agcom, l’autorità per le garanzie nella comunicazione. Dopo un silenzio durato troppi mesi l’Agcom pubblica i numeri sul pluralismo politico delle televisioni. Lo spazio dispari dedicato al Sì e al No nel prossimo referendum, ma non solo. A stupire, se paragonato alle rilevazioni di qualche anno fa, in era berlusconiana, lo spazio riservato dai telegiornali Rai al premier Matteo Renzi.

Il documento Agcom ci dice che i tiggì pubblici gli offrono una media del 24% del ‘tempo di parola’ e del 36% del ‘tempo di notizia’. In testa c’è il Tg2 con il 26% e il 41% dei tempi, segue il Tg1 di Mario Orfeo, ‘House organ’ di Palazzo Chigi, con cifre di poco inferiori (21,5% e 36,5%). Percentuali inedite anche nella storia non esaltante dell’indipendenza da governo e potere del ‘Servizio pubblico Rai’. Servizio poco pubblico in appalto privato. Un telegiornale che dedica un quarto o un terzo, se non più, delle proprie notizie al presidente del consiglio in persona, non al governo, è cosa mai vista.

Cifre da Mediaset ai tempi di Berlusconi, solo che lì il premier era anche il proprietario. La Rai pubblica, anche nei decenni del potere totale democristiano, era rimasta molto al di sotto di quei ‘valori’ (nel senso di numeri). Sino al 2013, con l’avvento di Renzi. La Rai che già con Berlusconi, Monti e Letta aveva comunque dedicato al capo del governo un’attenzione esagerata rispetto ad altri Paesi, il nefasto ‘pastone politico’, comincia adesso con i telegiornali a pedinare passo passo il premier, ovunque vada, di qualsiasi cosa parli. E i numeri salgono a livelli di regime. Triste informazione in triste Paese che la subisce.

Sempre il confronto col peggio di ieri. Berlusconi tra il 2009-2011 ottiene circa il 12% del ‘tempo di parola’ (dichiarazioni dirette), Monti durante il suo mandato quasi il 18% , Letta il 15. Appena arrivato, invece, Renzi, supera a marzo del 2014 punte del 30%, poi si attesta su una media di oltre il 18%, prima di salire nel corso dell’ultimo anno al 20-21%, sino al record per ora imbattibile del 34% a dicembre 2015! Se mai vincesse il Si, figuriamoci il dicembre di quest’anno. Altro dato interessante è la premiership assoluta, anche nelle comparsate tv. Ministri e sottosegretari meno protagonisti, sempre più spazio al premier.

Con l’ultimo dato fornito dall’Agcom che riguarda la seconda metà di ottobre, il premier è al 24% del tempo di parola: cioè un quarto del tempo concesso agli attori politico-istituzionali se lo mangia il Presidente del consiglio. A cui i tiggì, non contenti di averlo fatto parlare così tanto, dedicano pure un terzo delle notizie che raccontano loro, pastone politico ed altro. Non succedeva nemmeno negli anni ’50, dove il presenzialismo mediatico con le relative forzature spesso poco dignitose per apparire, era prerogativa di ministri e sottosegretari. La presidenza del Consiglio aveva un ruolo molto ‘sacrale’ e apparentemente sopra le parti.

Solo Rai con la ‘opposizione’ informativa di Mediaset? Manco per ridere. Nei tiggì di Mediaset il quadro non muta anche se può apparire politicamente curioso che Renzi qui raccolga tanto spazio, in fortissima controtendenza rispetto ad altri presidenti del consiglio diversi da Berlusconi. A Renzi va ancora meglio su Sky, che gli concede un tempo di notizia del 38%. Peggio il principale organo d’informazione del Paese, al momento ancora il Tg1, che con la direzione Orfeo-Renzi batte il Tg1 di Mizolini-Berlusconi, in spazi ed attenzioni. Senza contare Porta a Porta e la Rete Uno che la vicinanza al potere coltivano per loro conto.

Pluralismo televisivo, sempre rivendicato e mai raggiunto, verso il definitivo addio? Cos’è che spinge i direttori dei tiggì a dedicare tanto spazio a Renzi? La chiacchiera quotidiana, le battute ad effetto del «maledetto toscano»? Anche Berlusconi parlava molto e faceva le battute. Cosa c’è di nuovo? Avere introdotto un uso martellante di tutti i media, nessuno escluso, i social soprattutto. Berlusconi, usava soprattutto la tv, analizza Giandomenico Crapis su il Manifesto, Renzi è la sua versione web. Renzi si impone in tv grazie a Facebook, Twitter, radio, e un sistema organizzato di microeventi centrati sulla sua persona.

Una strategia accorta che risulterebbe comunque vana o almeno frenata se in Italia esistesse un sistema informativo decente. I ‘piccoli accadimenti’ della piccola politica che producono ‘non notizie’ veicolate dal ‘non giornalismo’. Antica questione tra lottizzatore, lottizzato e troppi lottizzabili. Circuito perverso che intossica informazione e politica assieme. Un premier in perenne sovraesposizione mediatica, e il sistema tv dell’informazione nazionale intossicato dalla politica in tv ovunque. Oltre ovviamente all’interferenza diretta e pesante nel governo della Rai servizio pubblico in appalto illegittimo a privati.

Indicativa un vecchia ricerca dell’Osservatorio di Pavia sulla presenza della politica nei telegiornali della Rai. Il solo record europeo del Paese: i Tg del nostro servizio pubblico dedicano oltre un terzo alla pagina politica, più del doppio di quelli inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli. Nei tg Rai la percentuale media dedicata alla pagina politica è del 34,8% mentre negli altri quattro tg europei è del 16,5%, meno della metà. Peggio: lo spazio della politica è caratterizzato per lo più da esternazioni: il 55 per cento contro il 25,4 delle testate europee, che invece privilegiano le azioni dei politici anziché le loro intenzioni.

16 novembre 2016

AddThis Social Bookmark Button

La sovranità in un container

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Vecchi Logisticadi BENEDETTO VECCHI

Da «Il Manifesto» del 12 novembre 2016

C’è stato un tempo in cui intraprendenti mercanti si mettevano in viaggio per raggiungere posti lontani per poi tornare carichi di merci pregiate da vendere. Nei loro diari, novelli tripadvisor, descrivevano i percorsi, le tappe, i luoghi dove pernottare e mangiare, ma anche le insidie, i pericoli, i pedaggi da pagare. Un lettore di Il milione di Marco Polo ricorda sicuramente che anche il mercante veneziano annotava notizie e commenti sui paesi che scopriva. L’esotismo svolge un ruolo centrale in quel libro, ma rilevanti sono invece le riflessioni politiche, sociali, financo antropologiche che Marco Polo – o chi per lui – fa delle realtà incontrate. Il suo diario è da considerare una vera e propria Odissea della merce. Eppure con quel libro, l’espressione «via della seta» perdeva il sapore esotico che l’accompagnava per diventare l’esempio della prima gestione logistica del territorio che faceva proprie le compatibilità politiche – e la logica di potenza – nei rapporti tra imperi e sovranità non ancora statali.

Nel tempo, nonostante guerre e invasioni, l’espressione ha perso il suo fascino per poi essere dimenticata, tag di un passato definitivamente archiviato. Poi, quasi inaspettatamente è tornata a imperversare nella scena pubblica dopo la presentazione dell’ambizioso progetto di Pechino per organizzare un efficiente e veloce sistema di spostamento di merci dalla world factory al resto del mondo e dal resto del mondo al paese che ambisce a diventare la prima superpotenza economica. È l’esempio di come la logistica sia ormai una componente fondamentale delle «catene di valore» che accompagnano il capitalismo contemporaneo. Ne scrivono diffusamente due recenti libri, scritti da un filosofo della politica e un filosofo della Rete che vivono a migliaia di chilometri di distanza, accomunanti tuttavia dalla convinzione che la logistica non può essere considerata solo come il mezzo ottimale, e più economico, per collocare le merci sul mercato, ma sia indispensabile architrave di quello che entrambi chiamano il capitalismo supply chain, cioè quella totalità che vede interagire e compenetrarsi produzione, distribuzione, consumo. E finanza.

Gli autori sono l’italiano Giorgio Grappi (il titolo del suo libro è un austero Logistica, Ediesse) e l’australiano Ned Rossiter (il titolo del suo saggio è Software, Infrastructure, Labor, Routledge). Il primo è filosofo della politica alla sua prima opera, il secondo è un media theorist che ha pubblicato un importante testo sulla filosofia della Rete (Organized Networks, edito in Italia da manifestolibri).

La politica della logisticaLa prima curiosità è: perché un filosofo della politica si è occupato di logistica? La risposta è semplice e l’autore la documenta efficacemente nel suo libro: la logistica, parte rilevante del capitalismo supply chain, esercita un potere nel ridefinire l’esercizio della sovranità sui territori, accompagnando i mutamenti della forma-Stato e l’emergere di una governance delle forme di vita a livello sovranazionale. Dunque, modifica i sistemi politici (in India, la democrazia rappresentativa diventa carta straccia in regioni del paesi a causa della militarizzazione del territorio finalizzata alla «messa in sicurezza» delle infrastrutture) e introduce metamorfosi nelle relazioni interstatali, con una «cessione» della sovranità alle imprese. Quel che emerge dal libro è dunque una materia che dovrebbe interessare proprio la filosofia della politica. La seconda curiosità investe poi lo stesso statuto della logistica: perché da strumento usato inizialmente per spostare truppe militari (con il corollario di alimenti, tende, armi e munizioni) è divenuto uno dei settori economici più importanti, e tuttavia meno studiati, dell’economia mondiale? Anche qui la risposta è semplice: perché la produzione di merci è dislocata su luoghi e continenti diversi. I microprocessori possono essere prodotti in Cina, poi sono spostati negli Usa per essere assemblati, in attesa che arrivino altri componenti da altri luoghi. Alla fine dagli Usa, ma potrebbe essere Taiwan, Thailandia, Italia, devono essere velocemente, quasi just in time dirottati là dove saranno venduti o nelle case dei consumatori. Il tempo che intercorre dalla produzione alla vendita di una merce deve infatti essere compresso all’inverosimile. Inoltre le vie seguite dai componenti, chiamate corridoi, prevedono una trasformazione radicale della morfologia del territorio. La terra è espropriata per grandi opere, gli abitanti deportati, il corso dei fiumi alterato radicalmente (Cina e India, sono in questo caso veri e propri case studies), provocando resistenze e rivolte della popolazione che vengono represse con violenza dall’esercito, provocando la militarizzazione del territorio e una sospensione della democrazia nelle regioni coinvolte, come più volte ha denunciato la scrittrice indiana Arundhati Roy.

Giorgio Grappi si sofferma sulla recente storia della logistica «moderna». Ne ricorda la genesi militare – anni Cinquanta e Sessanta del Novecento – parla della rivoluzione rappresentata dai container e delle innovazioni indotte nel sistema dei trasporti su rotaia e via mare, ma quello che è centrale nel suo libro è l’analisi di come la logistica serva a gestire il rischio di una paralisi nella circolazione delle merci, la sua efficienza – la «razionalità della logistica», secondo il ricercatore italiano –, ma anche quel movimento in divenire che altera e ricompone le gerarchie di potere tanto nel rapporto tra gli Stati che all’interno della società. La logistica è allora un fattore fondamentale dello sviluppo capitalistico, perché non solo opera nel ridisegno della sovranità nazionale, ma anche delle forme di vita, del rapporto tra le classi. È quindi di un fattore di gestione di quel doppio movimento tra diffusione spaziale della produzione – decentramento e outsorcing del processo lavorativo – e accentramento delle strutture decisionali che hanno nello Stato un fattore non residuale, bensì funziona come un nodo esecutivo di una sovranità imperiale che forza, viola continuamente i confini nazionali. Le suggestioni sulla costituzione di un Logistical State o di un Logistical Empire (ed è qui che la Cina svolge un ruolo primario con il suo progetto sulle nuove «vie della seta») sono usate in entrambi i libri con molta cautela. Grappi scrive che la presenza di un «Leviatano logistico» ha il pregio di esemplificare non un processo finito, stabilizzato, bensì una tendenza, sottoposta a correzioni nel suo divenire. Il Logistical State è dunque da considerare un obiettivo che vede lo Stato e le imprese soggetti alla pari di un progetto che ha sulla sua strada quell’imprevisto che è il lavoro vivo, la sua composizione, le soggettività che si esprimono dentro il settore della logistica.

Rossiter Software Infrastructure LabourAltrettanto convincenti e belle sono le pagine di Ned Rossiter sul ruolo svolto dalla computer science nella logistica. Geolocalizzazione, smartphone, dispositivi per la lettura dei codici a barre, reti informatiche non hanno qui lo stesso sapore che hanno nella Rete. Nella logistica c’è ben poco software aperto: gran parte è proprietario e prevede forti e ingenti investimenti, dato che la costituzione di un sistema integrato prevede programmi informatici molti sofisticati che si avvalgono anche di elementi tratti dagli studi sull’intelligenza artificiale, fibre ottiche, satelliti, robot, tablet, smartphone, rilevatori e identificatori numerici. Ovvio che la proprietà intellettuale la faccia da padrone. La logistica privilegia cioè un business model differente da quello dominante nella comunicazione on-line (software aperto e gratuità dell’accesso alla Rete in cambio della cessione dei propri dati personali). Anche se punti di contatto ce ne sono, come quello svolto dalla finanza: le assicurazioni sulle navi e sui carichi, nonché un articolato legame tra borsa, venture capital e banche hanno un ruolo di stabilizzazione, di gestione del rischio, come avviene, certo con altre specificità, nella Rete. Ned Rossiter si concentra inoltre su come questo modello punti a plasmare anche il lavoro vivo, le sue forme di vita e di socializzazione. Rilevante è anche il tema introdotto delle logistical city, luoghi cioè dove si concentrano la raccolta e lo smistamento delle merci spesso localizzate ai margini delle metropoli, ma che hanno il potere di condizionare lo sviluppo urbano di intere regioni, come emerge nel godibile capitolo dello smaltimento e riciclo dei componenti elettronici. Difficile immaginare uno sviluppo diversificato di questo dispositivo. I due studiosi fanno un convincente esercizio di ottimismo della ragione, accompagnato però da un pessimismo della volontà, contraddetto dalle mobilitazioni nella logistica che hanno caratterizzato il settore negli ultimi anni, sia che si tratti dei portuali negli Stati Uniti o in Germania che i facchini del distretto italiano della logistica. Una smentita che rallegra, c’è da scommettere, entrambi gli autori.

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 13 Novembre 2016 13:29

Caporalato digitale: i costi umani della Gig economy

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Big Bill Haywood - tratto da http://www.communianet.org

Due anni fa, Erik Brynjolfsson, direttore del Center for Digital Business del MIT di Boston, pubblicava un libro dal titolo “The Second Machine Age”, la seconda era delle macchine. In un'intervista per L'Espresso, Brynjolfsson chiariva che si trattava di un rimando alla prima era delle macchine, quella che comunemente è definita come Rivoluzione industriale. Se la prima aveva soppiantato la forza muscolare umana grazie all'uso dei motori, la seconda era starebbe facendo lo stesso con le nostre capacità cognitive e mentali. L'avvento di questa nuova è stato accompagnato in larga misura da sentimenti di ottimismo rispetto alle possibilità di sviluppo e di crescita per l'economia, ma gli effetti sul mondo del lavoro sono tangibilmente negativi.

Nel 2011 la società di consulenza McKinsey ha elaborato una serie di dati su un campione di 13 paesi, per dimostrare come l'avvento di Internet abbia provocato un aumento della produttività delle imprese e la disponibilità di spesa per i consumatori. Secondo McKinsey, se era vero che l'avvento di internet avesse distrutto dei posti di lavoro, la stessa innovazione tecnologica aveva però contribuito a crearne 2,6 di nuovi.

Un dato difficile da verificare. Tuttavia, al di là del dato numerico, dovrebbe essere un'operazione sempre utile e necessaria indagare la qualità di questi posti di lavoro.

Il numero corrispondeva a un aumento positivo in termini assoluti dell'occupazione o dietro quei posti di lavoro si registrava un fenomeno di semplice scomposizione in altre 2,6 posizioni meno retribuite e meno tutelate?

Analizzando i dati di 13 paesi, fra cui l'Italia, la società sosteneva che internet produceva ricchezza in termini di crescita economica, produttività delle imprese e disponibilità di spesa per i consumatori. Tuttavia, lo stesso Brynjolfsson ha constatato come la ricchezza di questa nuova economia non sposti nulla in termini di disuguaglianze sociali, anzi. Non solo i profitti restano appannaggio dei pochi potenti ai vertici, ma in molti casi questo tipo di aziende gode di trattamenti fiscali vantaggiosi che vanno a incidere negativamente sui bilanci in rosso degli Stati in tempi di crisi, già alle prese coi tagli al welfare e agli investimenti pubblici in questo decennio. In cui la crisi del debito ha imposto parole d'ordine come il risanamento del deficit a qualsiasi costo (sociale). Secondo la denuncia di Oxfam, queste compagnie avrebbero intascato un totale di 1.400 milioni di dollari, una cifra che equivale all'intero Pil di Spagna, Messico e Australia.

“Essere attrattivi per gli investimenti stranieri nel Paese”, è il leit motiv dei governi europei. Una retorica accompagnata da un processo di detassazione progressiva nei confronti delle big company, in modo più o meno uniforme sul territorio europeo. E la detassazione non basta: il nuovo fronte della competizione è ora spostato sul basso costo della forza lavoro, che il governo italiano considera un vanto. È di appena due settimane fa la gaffe del governo per la brochure ospitata sul sito investinitaly.com (portale dell’Ice che reca il logo del Ministero dello Sviluppo Economico) e distribuita a Milano durante la presentazione del piano nazionale Industria 4.0 che invitava gli imprenditori stranieri a investire in Italia, “dove gli stipendi sono più bassi della media europea”.
Fra questi giganti troviamo moltissime aziende leader mondiali nell'informatica o nei servizi informatici, come Apple, Microsoft, Google. Alcune fra le grandi protagoniste di questa seconda era delle macchine, in cui lo svuotamento dei posti di lavoro della classe media è accompagnato dalla sostituzione delle persone con l'automazione o con le App (applicazioni per smartphone e tablet) ed è destinata a provocare una grave lussazione, i cui effetti sono in parte già dati ed evidenti.

Una specie di nuovo caporalato, i cui intermediari diventano le App e le piattaforme digitali, quello che Sacha Lobo ha definito Plattform-Kapitalismus. Se l'avvento della sharing economy era stato salutato con favore per le possibilità di condivisione del consumo, si è visto come nei peggiori dei casi, l'economia della condivisione non sia esattamente un'area di azione con motivazioni sociali e ambientali, ma appannaggio monopolistico dei giganti digitali che conoscono un solo obiettivo: la crescita e il profitto.

Oggi possiamo affermare che l'aspetto sociale centrale del modello del Plattform-Kapitalismus sia il lavoro. Le piattaforme che rendono possibile la condivisione delle prestazioni non mettono fine agli intermediari, ma costituiscono la loro presa del potere in termini assoluti. Essi controllano l'accesso e i processi di un intero modello di business, lo fanno mascherati dalle piattaforme digitali, con le quali determinano il gioco e le sue regole. Collegano domanda e offerta e utilizzano il mezzo di comunicazione e connessione più potente al mondo: la rete internet. Grazie alla capillarità che la rete consente loro, la politica interna dei prezzi si riflette all'esterno e può essere generalizzata.

Economia della condivisione?

Il successo delle App si lega al fiorire della cosiddetta “economia della condivisione”, nata con l'intento di condividere il consumo “io do qualcosa in cambio di qualcos'altro”, in linea coi movimenti open source per l'informatica. Ben presto molti operatori (Uber, Airbnb, etc) hanno sussunto questo concetto di condivisione, fino a trasformarlo in un eufemismo che in realtà copre un vero e proprio sistema di sfruttamento della forza lavoro.

Il caso di Foodora rientra appieno nel filone della gig econonomy (gig in inglese significa “lavoretto”), il modello del capitalismo delle piattaforme, spesso confuso col modello della condivisione noto come sharing economy.

Nel modello della gig economy il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è azzerato e sostituito dalla precarizzazione totale: l'offerta di prestazioni lavorative, prodotti o servizi avviene solo on demand, quando c'è richiesta. In sostanza, i lavoratori di Foodora (così come di Uber, Deliveroo e altri operatori del settore) lavorano a cottimo.

“L’uso della forza-lavoro è il lavoro stesso” scriveva Marx, azzerando con molto anticipo ogni discorso sul lavoro come “bene comune”. Il lavoro si dà solo all’interno di un rapporto di sfruttamento. È proprio questo, l'esistenza di un rapporto di lavoro, che i manager di Foodora si sono apprestati a negare all'indomani delle proteste. L'AD italiano dell'azienda ci ha tenuto a precisare che l'impegno con Foodora non vada visto come un lavoro, ma come un hobby. L'azienda offre 2,60 Euro a consegna a coloro che amano per pedalare e che hanno voglia di condividere con altri la propria bici, la propria forza muscolare e il proprio tempo.

I giovani bikers, quasi tutti studenti universitari, di Torino impegnati a coltivare l'hobby di fare consegne a 2,60 Euro per Foodora, si sono coalizzati e hanno protestato. Per un intero sabato hanno mandato in tilt il servizio di consegne a domicilio. Gli animatori della protesta si sono visti licenziare in tronco, nel più banale dei modi: sono stati bannati dalla rete. Il loro profilo personale è stato sospeso, negando l'accesso alla App per la distribuzione delle consegne. Un licenziamento digitale, ma nei fatti per nulla nuovo.

Da questo punto di vista, l’elemento di dominio, di disciplina, di totale “condivisione” dell’attività lavorativa messa a disposizione del lavoratore da parte del datore di lavoro, si muove nel solco della sperimentazione di dispositivi normativi che già conosciamo e abbiamo indagato: occupabilità in primis, ma soprattutto pensiamo al meccanismo dei voucher. La liberalizzazione del contratto a termine acasuale, che legittima la disposizione temporanea sulla base delle necessità organizzative del datore di lavoro della forza lavoro. Dal punto di vista giudiziale è praticamente impossibile denunciare l'illegittimità di utilizzo di questo tipo di contratto. Non è un caso che l'utilizzo dei voucher sia cresciuto del 144 per cento nel 2015 rispetto all'anno precedente.

Il rapporto di lavoro tra Foodora e i ciclisti è regolato dal Contratto di collaborazione coordinata e continuativa (Co.co.co) che si considera attivo solo nel momento in cui vengono assegnati dei turni. Si tratta della prima distorsione giuridica, perché il ricorso al co.co.co dovrebbe presupporre una collaborazione, mentre si tratta di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. È Foodora a raccogliere la disponibilità di turni e a metterli in condivisione con i lavoratori, tramite le App. Questi ultimi si aggiudicano le consegne e il rapporto di lavoro, nei fatti, si esaurisce ogni qual volta ai lavoratori non vengono assegnati turni. La cancellazione dei lavoratori dalle App in cui i turni sono smistati, costituisce di fatto un vero e proprio licenziamento e allontanamento dal posto di lavoro. Nei contratti “classici” (contratti a tempo determinato e indeterminato), l'allontanamento verbale dal posto di lavoro è nullo e sanzionabile, ed è ancora possibile ottenere la reintegra. Si tratta di uno dei pochi casi di reintegra sopravvissuti alla mannaia del Jobs Act. Possibilità di cui non godono tutti i lavoratori atipici. In tutti gli altri casi non esiste tale violazione.

Stesse regole, ma tavolo da gioco ancora più pericoloso. Il vantaggio delle aziende digitali è enorme, il loro atteggiamento spietato. Esse non licenziano, ma disattivano i lavoratori e le lavoratrici. Assunzioni e licenziamenti viaggiano insieme alle richieste di consegne pervenute nell'arco di una giornata. Richieste interamente in mano all'azienda, che dispone dei bikers senza limiti, consentendole un potere illimitato di subordinazione: un potere direttivo, disciplinare e organizzativo. Con la grottesca contraddizione che, nei fatti, coloro che effettuano le consegne per pochissimi euro sono lavoratori autonomi dal punto di vista legale.

Il modello che si sta imponendo è quello della pretesa di una forza-lavoro separata da qualsiasi forma di riproduzione della stessa. Forza-lavoro allo stato puro, da usare just in time e sempre just in space.

Gli algoritmi che fanno girare le piattaforme digitali non sono un semplice strumento per ottimizzare il lavoro. Stanno diventando, nella Gig economy, il midollo spinale che regola l’organizzazione e la divisione del lavoro. Non più solo precarietà di reddito, di durata e rinnovo dei contratti e di diritti ma precarietà strutturale della riproduzione stessa della forza-lavoro. Il massimo della precarietà nell’estrema impersonalità del rapporto di lavoro.

Un modello non lontano da quello che abbiamo sotto gli occhi nel mondo reale, oltre che in quello digitale. I voucher sono l'esempio più lampante. Nascono come strumento per il settore agrario, per rispondere alla necessità di regolarizzare il ricorso stagionale a forza-lavoro straordinaria. Restano inapplicati per cinque anni. Iniziano a circolare in diversi settori, lontani da quello che li ha ispirati: turismo, ristorazione, servizi, lavori di cura. A oggi rappresentano la realtà contrattuale di migliaia di lavoratori e lavoratrici, per lo più giovani e donne.

È nelle App e nelle piattaforme digitali che questo modello organizzativo svela il fondo del suo abisso. Lo spazio dell’erogazione del lavoro non è più delimitato da confini certi, non è un luogo, un ambiente preciso, è un territorio che viene percorso seguendo una mappa che cambia ogni volta. Si spezza il ritmo, la routine dell’attività lavorativa, si riducono drasticamente le possibilità e la densità delle relazioni vis a vis demandandole ai linguaggi codificati delle app e dei social network.

Nelle piattaforme il concetto di lavoro si disgrega pezzo dopo pezzo: il primo pilastro che crolla è quello che divide professionisti e dilettanti, un primo colpo per la riduzione del costo del lavoro.

La sindacalizzazione possibile

La vicenda legata a Foodora dimostra che non esistono categorie di lavoratori insindacalizzabili: dove c’è una concentrazione di lavoratori che si ritrovano anche in modo temporaneo o intermittente in un luogo di lavoro, c’è possibilità di socializzare il disagio, la fatica, le ingiustizie subite e quindi ragionare insieme su come rispondere. I lavoratori di Foodora hanno messo in pratica una forma elementare di autorganizzazione, nata su iniziativa di un nucleo di lavoratori e lavoratrici più decisi che ne hanno coinvolti altri e chiesto un supporto sindacale.

Il primo elemento positivo della vicenda Foodora, è l'utilizzo stesso delle App. Da strumento per lo sfruttamento di forza-lavoro, si sono rivelate efficace strumento di organizzazione in termini sindacali. È proprio grazie ai gruppi WhatsApp che i lavoratori e le lavoratrici si sono messi in contatto e hanno organizzato la protesta. In poco tempo le “pettorine rosa” in bicicletta hanno elaborato una strategia efficace per recare un danno all'azienda, bloccando le sue attività per un'intera giornata. Nell'assenza totale di garanzie, l'elemento numerico ha consentito il giusto riparo dal rischio di licenziamenti di massa, che infatti non sono avvenuti.

Si sono guadagnati lo spazio mediatico necessario a incrinarne l'immagine e a ricevere la solidarietà di buona parte dell'opinione pubblica. Non è poca cosa che diversi ristoratori si siano schierati dalla parte dei ciclisti sfruttati abbandonando la partnership con Foodora, interrompendo la filiera dello sfruttamento.
Da questo punto di vista la rete offre numerose possibilità. Alle piattaforme della Gig economy è possibile contrapporre delle piattaforme conflittuali per la messa in comune delle esperienze e delle narrazioni del conflitto. Definire una precisa categoria sindacale, che magari tenga insieme rider, rabbit, tassisti di Uber e mechanical turk di Amazon, pur nella loro diversità, è utile ma non è sufficiente.

Puntare alla difesa giuridica collettiva sfruttando le contraddizioni, seppur piccole, che ancora esistono tra queste prestazioni lavorative e la generale legislazione sul lavoro e sugli inquadramenti, è un passo necessario, ma comunque parziale. Soprattutto alla luce delle riforme del lavoro che, in Europa come altrove, stanno erodendo quanto ancora resta delle garanzie ottenute in decenni di lotte.

Di fronte a contratti atipici e alla subordinazione mascherata, si cede spesso alla tentazione di muoversi in favore della definizione di nuove figure lavorative che non siano classicamente subordinate, ma nemmeno autonome. Sono strade in parte già battute, che hanno dato risultati parziali. Forse perché si è sempre pensato che l’acquisizione di una soggettività conflittuale da parte di questi lavoratori sia quasi automatica nel momento in cui si rivolgono a un’intermediazione categoriale, giuridica, sindacale. Se è l’intero territorio “l’ambiente” di lavoro (come nel caso di Foodora), forse la prima socializzazione delle esperienze e la stessa possibilità di una loro trasmissione può avvenire più facilmente all'interno di quell'ambiente. Momenti come quelli di una critical mass dei riders possono essere utili all'interno di un percorso conflittuale di soggettivazione che si apre in modo autorganizzato.

I passi successivi sono tutti da immaginare e discutere. Ma senza rompere o quantomeno incrinare uno status quo consolidato, e in questo modo autodefinendosi come soggetto, c’è sempre il rischio di una ripetizione poco incisiva delle esperienze passate.

21 ottobre 2016

AddThis Social Bookmark Button

Carlo Freccero spiega la pericolosità del dibattito fra Renzi e Zagrebelsky

E-mail
Valutazione attuale: / 8
ScarsoOttimo 

Dalla post-democrazia di fatto alla post-democrazia di diritto

Sino ad oggi il dibattito sul referendum si è mosso tra questi due poli: le precisazioni dei costituzionalisti contrapposte e l’odio per la casta e la politica della gente.

L’esempio più chiaro di questa contrapposizione è stato il dibattito di venerdì scorso tra Renzi e Zagrebesky. Si è trattato del classico dialogo tra sordi o meglio, tra due persone che parlano lingue diverse.

Zagrebesky faceva appello alla teoria, in particolare ai principi giuridici che una costituzione deve rispettare per essere accettabile.

Renzi conduceva il dibattito in nome del «fare». Ed usava la tecnica all’americana di abbattere, a qualsiasi costo, la credibilità dell’avversario con attacchi, neanche tanto velati a gufi, parrucconi, professori, che paralizzano il fare, trincerandosi nelle loro torri d’avorio da «pensionati d’oro».

Mentre Zagrebesky cercava di spiegare le ragioni del no, Renzi voleva solo demolire l’immagine del suo avversario agli occhi della gente comune.

Ma a parte questa impostazione all’americana, per cui sicuramente si era allenato con coach e spin doctor, anche il dialogo appariva privo di senso. Perché quando Zagrebesky illustrava un concetto, Renzi lo traduceva velocemente in un problema concreto a cui le sue leggi avrebbero da tempo trovato soluzione.

Come se di fronte a Socrate che parla del concetto di cavallinità, Renzi rispondesse: abbiamo disciplinato l’uso del cavallo su strada con numerose normative che riguardano l’uso del basto e la ferratura.

Probabilmente pur essendo in televisione il dibattito era seguito da un pubblico «alto» che ha seguito il discorso del professore Zagrebesky. Ma il grosso della campagna si giocherà in contesti più popolari ed oggi l’astrazione, la concettualizzazione, sembrano provenire da un passato «dipinto col pelo di cammello».

Secondo me il discorso dovrebbe invece partire da un punto di vista globale. In che modo una revisione della Costituzione, può avere conseguenze non solo sulla politica, ma anche sull’economia e perché banche e multinazionali sponsorizzano il SI con tanta aggressività da minacciare tutte le possibili disgrazie nel caso di vincita del NO?

E qui il discorso si fa difficile.

Il motivo è che le analisi globali vengono giudicate ideologiche quando non cospirazioniste. E si dice che bisogna giudicare le cose in modo semplice, a partire dal contenuto concreto della legge. Che prevede comunque meno indennità da pagare e rappresenta quindi un risparmio.

Sono figlio di una generazione che ha appreso a dubitare di ogni evidenza.

Con il crollo del muro di Berlino è venuto meno anche il concetto di lotta di classe. Se non esistono socialmente interessi in contrasto, perché dovrei diffidare?

Intanto la forbice sociale si è così divaricata da creare la crisi permanente dei consumi. Oggi ci insegnano che l’arricchimento di pochi genera benessere e lavoro per tutti. Peccato che questa redistribuzione dei redditi sul territorio tardi a realizzarsi. In realtà nella crisi proletariato e classe media si sono impoveriti, sino a cadere in miseria, ma i ricchi sono diventati infinitamente più ricchi di quanto non lo fossero prima della crisi stessa.

Io continuo a dubitare. Ci hanno convinto che la lotta di classe è pura ideologia per praticarla contro di noi e vincerla senza che ce ne rendessimo conto.

«La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi», ha dichiarato Buffet. Oggi le tutele sociali devono essere espulse dalla costituzione per rendere le masse prive di potere contrattuale ed assoggettabili.

L’attuale disegno di riforma costituzionale a firma Boschi, è stato steso sotto le direttive della banca J.P. Morgan, che ha definito le costituzioni dei paesi del Sud Europa «comuniste».

Se ormai il comunismo non c’è più, per le élites finanziarie anche il semplice testo costituzionale pecca di estremismo. Perché, a differenza che negli Stati Uniti, le nostre costituzioni partono da un concetto di democrazia che non esalta l’individuo e la sua lotta contro tutti, ma la società e la cooperazione in quanto connaturate alla natura umana. «L’uomo è un animale politico».

Non esiste democrazia senza bene comune. Una democrazia di individui in lotta per il bene personale è un ossimoro. Questo è tanto più valido in un’epoca in cui le élites sono multinazionali e depredano ogni territorio a cui hanno libero accesso.

Vorrei ricordare il precedente del referendum di dieci anni fa.

Allora fu respinta la riforma perché, in virtù dei suoi molteplici conflitti di interessi, gli italiani ritennero pericoloso dare tutto il potere a Berlusconi. Gli interessi di Berlusconi erano comunque dentro i confini del Paese. Il suo ulteriore arricchimento poteva aver ricadute di occupazione e fiscali qui. Anche Mussolini, a suo tempo, con la legge Acerbo, gemella dell’Italicum, concentrava il potere nelle sue mani per promuovere l’autarchia.

Oggi banche e multinazionali non hanno residenza se non in paradisi fiscali.Esse impongono trattati come il TTIP che avranno la conseguenza di avvelenarci senza neppure un ritorno in chiave di lavoro o di ricchezza. Trattati come questo vanno sottoscritti in fretta, prima che l’opinione pubblica si opponga e prima che si formi un’opposizione parlamentare.

L’eutanasia dell’opposizione perseguita da Renzi in vari modi ed oggi con la riforma elettorale, ha questo scopo. «Lasciatemi lavorare» significa: lasciatemi decidere senza controllo, affidando il paese a chi ritengo opportuno.

Questo sistema di governo in cui apparentemente il potere è affidato al popolo, ma il popolo è di fatto esautorato di ogni potere si chiama post-democrazia.

Ecco, con la riforma costituzionale, siamo chiamati a ratificare una post-democrazia di fatto per trasformarla in una post-democrazia di diritto.

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 02 Ottobre 2016 21:48

Venezuela. Una foto vera per una manipolazione tutta politica

E-mail
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 
Venezuela bambini nelle scatole

tratto da http://contropiano.org

Già  venerdi scorso, l'Istituto Venezuelano della Previdenza Sociale (IVSS) aveva chiarito i fatti che per due giorni hanno riempito con foto e articoli i giornali a livello internazionale. La foto era quella di sei neonati venezuelani posti in scatole di cartone invece che nelle culle. Il Corriere della Sera di sabato ha dedicato a questo una intera pagina curata da una sdegnata Dacia Maraini che forse avrebbe fatto meglio, avendone tutti gli strumenti per farlo, ad informarsi di più. 

In Venezuela intanto esplodevano  reciproche accuse tra il governo e l'opposizione. L’IVSS ha  ammesso che la fotografia è reale. L'istituzione ritiene "inaccettabile"  l'evento che si è verificato e ha affermato che il pediatra di turno che ha preso la decisione di mettere i bambini in quelle condizioni all'interno del reparto di neonatologia verrà sanzionato.

"Il comportamento del Dr. responsabile per il collocamento dei bambini in scatole di cartone, è stato inconsulto  e senza l’autorizzazione dalla direzione del  Guzman Lander Hospital di Barcellona (stato di Anzoategui)," recita il testo ufficiale rilasciato sull’account Twitter del IVSS.

La foto aveva però già cominciato a circolare attraverso WhatsApp. I portavoce per l'opposizione hanno cominciato subito ad attaccare il governo e il direttore dell'ospedale Jose Zurbarán, che hanno replicato accusandoli di aver intrapreso un "attacco mediatico senza scrupoli".
La confusione è cresciuta quando, quando alcune ore dopo sono state diffuse dall’IVSS delle foto  con tutti i bambini nelle culle del nido del reparto di neonatologia dell’ospedale di Barcellona.

L’Istituto Venezuelano di Sicurezza Sociale ha  confermato che fatto è avvenuto lo scorso 19 settembre, quando  la neonatologia dell’ospedale era quasi a pieno regime con 48 nascite (il ministro Lorenzin sarebbe entusiasta, ndr). Il medico di turno ha lasciato i bambini in scatole di cartone contro i protocolli ospedalieri, anche se c’erano ben  sette incubatrici libere.

L'istituzione venezuelana ha anche spiegato che la procedura normale in ospedale – qualora ci sia problemi di posto – è quello di permettere la collocazione del bambino con la madre. " E’ preoccupante ed è inconcepibile che la squadra di guardia la notte del 19 settembre non sia ricorsa a questa procedura" . Una volta che il personale infermieristico ha realizzato la situazione ha proceduto a "rimuovere immediatamente i bambini dalle scatole e metterli sulle culle e incubatori."

Infine una curiosità. Le due foto che seguono, provengono da un ospedale di Philadelfia (Stati Uniti) e uno finlandese. Certo c'è chi ha la fortuna di nascere in un posto invece che in un altro. La sfida del Venezuela è però fare in modo che chi viene posto in una scatola di cartone da bambino non sia condannato a viverci tutta la vita, magari in una bidonville. Se vi sembra poco.

Venezuela Philaèdelfia  Venezuela Finlandia

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 1 di 137

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito