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COMUNICAZIONE E MEDIA

L’incapacità di comprendere il presente: come criticare il M5S

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tratto da http://www.militant-blog.org

Molto, troppo, ha fatto discutere la nostra posizione pubblica riguardo alle prossime elezioni romane, svelando il solito nervo scoperto della sinistra residuale rispetto alle elezioni: da passaggio prettamente tattico vengono sempre affrontate con l’ansia da prestazione data dall’evento, a cui dare la massima rilevanza strategica sia nel caso dei votanti a prescindere sia nel campo dell’astensionismo purista. Niente di nuovo. L’ovvia marea di commenti ha però fatto emergere una questione a suo modo interessante, questa sì imprevista. Nel criticare giustamente le caratteristiche politiche del Movimento 5 Stelle, abbiamo scoperto che il Movimento di Grillo viene concepito nientemeno che partito “fascista” o addirittura “neofascista”.

La questione è di estremo interesse, perché la critica serrata ad un soggetto politico ha un suo valore se viene centrata, se cioè si hanno le capacità interpretative per comprendere i suoi limiti, il suo ruolo sociale, il paesaggio politico nel quale è inserito, le ragioni sociali della sua nascita e della sua forza. Una critica sconclusionata non interessa tanto l’aspetto teorico della vicenda, in questo caso marginale, ma inficia gli strumenti da predisporre per l’agire politico della sinistra nella società.

Veniamo allora al dunque. Secondo molti, davvero troppi, tastieristi militanti, il partito di Grillo sarebbe un soggetto “neofascista”. Il neofascismo è però un ambiente o area politica contrassegnata da alcuni tratti peculiari: soggettivamente, è un’area estremamente settaria, ideologizzata, filosoficamente elitaria; è una scelta che viene vissuta come “stile di vita” caratterizzata da elementi razziali e spirituali rivendicati e posti alla base di una scelta politica “ideale”. Concretamente, invece, il neofascismo è frutto di un determinato pezzo di borghesia impaurita dalla forza sociale dei movimenti antagonisti dagli anni Sessanta in avanti. E’ infatti in questo tornante storico che avviene il passaggio da “neofascismo regime”, sostanziale continuazione del disciolto Pnf nel Msi, al “neofascismo sociale” che riprende lo “spirito” diciannovista o tardo-repubblichino rompendo a parole con la “destra ufficiale”. Il neofascismo assolve una funzione che in parte recupera il senso del fascismo storico: impedire l’accumulazione di forza del movimento operaio. Se il “fascismo” rappresentava un problema di *potere* per le classi subordinate dell’epoca, il “neofascismo” figura un problema di *agibilità* per la sinistra di classe. Casapound, Forza Nuova e altra merda varia non sono un problema perché possono “andare al potere” o anche solo incidere nelle scelte di potere (ma quando mai, siamo seri), ma perché sottraggono agibilità politica alla sinistra e ai suoi militanti. Stiamo tagliando con l’accetta chiaramente, non è questo il cuore del discorso, quanto piuttosto scovare le presunta analogie tra i due movimenti, per alcune tweetstar addirittura evidenti. Il Movimento 5 Stelle possiede queste stesse caratteristiche? Dice o esprime le stesse idee e/o la stessa visione del mondo del neofascismo? Assolve allo stesso compito storico?

Nel tempo, prima del tempo, ci siamo occupati di svelare la natura intimamente populista-reazionaria del movimento grillino:

http://www.militant-blog.org/?p=9487

http://www.militant-blog.org/?p=9640

http://www.militant-blog.org/?p=11350

Non solo noi peraltro: contestualmente, anche Wu Ming produsse alcune analisi di valore, che reggono ancora nel tempo nonostante il costante mutamento politico imponga alcuni aggiornamenti, che valgono d’altronde pure per quei nostri articoli.

Il partito di Grillo è tutto tranne che un soggetto “settario”: rivendica anzi con orgoglio il suo essere completamente liquido, destrutturato, aperto, un soggetto contenitore interclassista e post-politico; il partito di Grillo è tutto fuorché un soggetto “ideologico” o “ideologizzato”: è, al contrario, un partito post-moderno, distante da ogni diatriba filosofica strutturale, espressione politica del “pensiero debole” in cui può essere espresso tutto e il contrario di tutto, reclamando la sua rottura col passato e rivendicando il suo tecnicismo anti-politico; il partito di Grillo è tutto tranne che “elitario”: è anzi fieramente populista, non “dirige”, “educa” o “indirizza” pezzi di popolazione, ma dice quello che la gente vuole sentirsi dire. Per essere parte del Movimento non si devono avere competenze particolari, anzi, meno se ne hanno più si è protagonisti del rinnovamento: Rocco Casalino, salito agli onori delle cronache per la sua partecipazione al Grande fratello, è un dirigente del movimento e responsabile del suo ufficio stampa, e questo, speriamo, chiude ogni discorso sul presunto elitismo.

Si può però affermare che il partito di Grillo assolva allo stesso “compito storico” del fascismo o del neofascismo. Niente di più sfocato. Il M5S cresce nel deserto della sinistra, non nel suo momento di massima forza e/o mobilitazione. E’ un soggetto che nasce dalle ceneri della rappresentanza politica del mondo del lavoro, dalle polveri dei movimenti sociali e della partecipazione politica. Non “impedisce” alcunché, colma piuttosto un vuoto. E’ un partito-movimento che raccoglie il bisogno di rottura di pezzi contrapposti della società italiana, e proprio per tale ragione è intrinsecamente e inevitabilmente populista. Non ha un soggetto sociale di riferimento, ne ha almeno due: una parte importante del mondo del lavoro dipendente salariato senza più rappresentanza politica una volta scomparso il Pci e soggetti credibili alla sua sinistra; e un pezzo rilevante di piccola borghesia impoverita dal processo di accentramento europeista determinato da un altro pezzo di borghesia, quella transnazionale globalizzata rappresentata in Italia dal Pd. La mancanza di orizzonte politico delle classi subalterne e l’impoverimento di una piccola borghesia un tempo benestante hanno prodotto una saldatura temporanea attorno al M5S. Ma siccome gli obiettivi del breve periodo e gli orizzonti di lungo periodo sono, tra questi due soggetti sociali, in contraddizione tra loro, questi trovano terreno comune esclusivamente sul piano della critica all’attuale degenerazione politica, sintetizzata nella “lotta alla casta” e nella “lotta alla corruzione”(degli altri). Per il resto, le richieste non potrebbero essere più inconciliabili: un soggetto vuole più Stato, più rappresentanza, maggiore mediazione politica, più democrazia nei posti di lavoro, più diritti sociali, più welfare; l’altro vuole meno Stato, meno tasse, meno politica, meno sindacati, meno mediazioni nel raggiungimento del suo profitto privato. Sono queste determinanti sociali a produrre il Movimento 5 Stelle, e non viceversa: non è il M5S a spostare sul piano del populismo la lotta politica, ma l’attuale panorama politico a lasciare scoperte praterie che vengono colmate da soggetti capaci di intercettare e dare rappresentanza, ancorché alienata, agli umori popolari. Il Movimento 5 Stelle è un soggetto populista di massa, che offre strumenti di rappresentanza a una platea che non sa come esprimere il proprio odio verso una classe politica, e che al momento non viene organizzata su percorsi reali di lotta per k.o. tecnico della sinistra.

Se il fascismo ci diceva paradossalmente della forza della sinistra, il Movimento 5 Stelle ci racconta oggi della sua debolezza. E’ la scomparsa della sinistra che produce Grillo, non è Grillo che impedisce alla sinistra di risorgere. Poi, ma solo secondariamente, il M5S funziona anche come “specchietto per le allodole”, sviando e rimasticando sincere istanze di lotta ricalibrandole su obiettivi feticizzati quali appunto la presunta “casta”. Ma anche qui è il prodotto di una debolezza: la nascita di un movimento di massa spazzerebbe via qualsiasi velleità del M5S di rappresentare quantomeno il mondo del lavoro. Rimarrebbe il partito del rancore proprietario piccolo-borghese, che rifluirebbe prontamente nel qualunquismo prima e nell’insignificanza dopo, perché fagocitato immediatamente dal costituendo “blocco lepenista”, articolazione italiana del Front National francese. Anche qui, bisogna operare uno sforzo di analisi.

La Lega Nord di Salvini è tutto tranne che un soggetto neofascista. E’ piuttosto un blocco reazionario di massa, che è cosa ben diversa e ben più grave. Salvini non è neofascista, e neanche fascista, sebbene la polemica politica può portare a certe riduzioni, e sicuramente può essere insultato anche dandogli del pezzente fascista, figuriamoci. Ma in ambiti di ragionamento, bisogna discernere il grano dal loglio, perché un’analisi sbagliata porta poi a elaborare soluzioni sbagliate al problema. Salvini rappresenta politicamente quel pezzo di borghesia sconfitta dall’europeismo, in fase di progressiva pauperizzazione, che però non si trasforma in “proletarizzazione”, non diventa cioè dipendente dal salario, e in questo senso è il diretto competitore con il Movimento di Grillo. E’ proprio questo scontro tra due forme di rappresentanza che impedisce al momento una crescita ben più larga e pericolosa del blocco reazionario lepenista: in assenza di Grillo e vista l’attuale mutazione genetica di Forza Italia e della destra “moderata” (qui occorrerebbero decine di virgolette: in realtà non esiste più alcuna ipotesi “centrodestra” o “centrosinistra”, quanto un unico partito liberista articolato in due ceti politici concorrenti), Salvini&co raccoglierebbero oggi cifre elettorali ben sopra il 20%, difficilissime oggi da raggiungere su scala nazionale nonostante il vuoto lasciato dal berlusconismo decadente.

Tutto questo per dire cosa? Che bisogna conoscere il nemico, cogliendone materialisticamente ruolo e funzioni nella società. Oggi il famigerato “corso della storia” di hegeliana memoria (stiamo qui parlando dell’Europa, non di altri contesti) va in direzione della progressiva snazionalizzazione della politica, non verso rigurgiti reazionari-nazionalistici. La forza dei nazionalismi xenofobi non è data da loro intrinseche qualità/capacità di raccogliere il dissenso, ma dalla scomparsa della sinistra in Europa. Senza più strumenti per esprimere la propria naturale avversione allo stato di cose presenti, i ceti popolari del continente trovano in questi soggetti una forma di rifiuto verso la politica. Non è un caso che tali partiti fondano la propria forza, almeno elettorale, sulle classi impoverite: Trump negli Usa, Salvini e Grillo in Italia, il Front National in Francia, e via dicendo, insediano temporaneamente la propria base elettorale nel mondo del lavoro, tanto dipendente quanto proprietario impoverito. Questo non significa che “i lavoratori si sono spostati a destra”, ma che i lavoratori sono orfani di una rappresentanza, di un movimento reale, di un orizzonte di senso, e colmano questo vuoto optando, in forma ovviamente alienata e reazionaria, verso chi esprime, almeno a parole e attraverso atteggiamenti muscolari, questo rifiuto. Sono partiti che “vengono usati” per esprimere un bisogno di rottura, non perchè se ne condividono i punti di vista.

E questo, col “neofascismo”, non c’entra davvero un cazzo. Perché la base sociale neofascista non esiste, e laddove avesse una qualche marginale rilevanza, sarebbe materialisticamente e ontologicamente nemica degli interessi di classe: verso il neofascismo non ci può essere allora pietà, perché non dobbiamo “recuperare” nessun pezzo di società fuggito di senno e sedotto da quelle proposte politiche; la base sociale dei fenomeni reazionari di massa di cui sopra è invece *proprio quella* che dovremmo tentare di ri-organizzare, re-intercettando i suoi umori di classe, le sue istintive nemicità, le sue forme di resistenza esplicita e implicita, il suo rifiuto dello stato di cose presenti.

Ed è qui che vanno dispiegati gli strumenti politici adeguati al recupero potenziale: perché si possono e si devono combattere i soggetti reazionari, senza però con questo favorire quel “corso della storia” ordoliberista incarnato oggi dal Pd. Ed ecco, infine, perché il Partito democratico oggi è il principale problema oggi in Italia: perché la sua affermazione non sedimenta solo l’egemonia politica di un soggetto avverso agli interessi di classe, ma anche perché lavora in funzione di un rafforzamento delle ipotesi politiche reazionarie descritte come “unica opposizione” possibile all’ordine economico vigente. Un avvitamento da cui non se ne uscirà se non scardinando la normalizzazione politica, ricostruendo le ragioni della nostra esistenza politica.

20 maggio 2016

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I grillini al centro del mirino, e fanno fatica a spostarsi

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Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

È partito l’assalto ai Cinque Stelle. Il governo guida la carica e il sistema dei media esegue come un sol uomo. I “grillini”, da neofiti assoluti della politica, ci mettono del loro e subiscono in modo pesante.

Non entreremo nel merito delle varie vicende politico-giudiziarie che hanno fornito un appiglio (insperato o ispirato?) al Pd in drastico calo di consensi per l’accumularsi di scandali, arresti, “riforme” da tagliagole, fanfaluche propagandistiche e un tanfo di massoneria abituale a Palazzo Chigi, ma particolarmente acuto ora.

Ci sembra evidente che, per esempio, il sindaco di Parma sia stato un separato in casa M5S fin dalla sua elezione e tollerato solo per motivi di opportunità; e che l’inchiesta a suo carico – un abuso d’ufficio per nomine al Teatro Regio, peraltro in base a un esposto del Pd – sia stata per un verso sovraesposta per dare una botta ai grillini in genere, per l’altro stupidamente colta come occasione per un repulisti interno. Così come appare altrettanto evidente che il diverso atteggiamento tenuto con il sindaco di Livorno, Nogarin, sia dovuto sia a una fattispecie giudiziaria minore, sia a una maggiore fedeltà dello stesso nei confronti dei vertici.

Fin qui, comunque, problemi loro.

Ma l’attacco unitario e concentrico mostra un dispositivo politico-mediatico che va ben oltre le reali responsabilità degli amministratori pentastellati e che costringe chiunque voglia fare opposizione politica in questo paese a farci i conti prima ancora di “scendere in campo”.

La stessa virulenza nell’attacco – con toni anche più aspri – si è avuta nei confronti del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Mentre per Salvini e berlusconiani, teoricamente nel camo dell’opposizione di destra al governo, chiunque può constatare una condiscendenza e una benevolenza seconde solo a quella riservata alla corte renziana.

Quindi il “trattamento” di cui ci stiamo occupando è quello previsto per i “dirazzanti”, anche se di poco, rispetto alle linee di condotta decise centralmente. C’è insomma una questione di affidabilità, perché il potere amministrativo – anche nelle precarissime condizioni fissate dal “patto di stabilità” – gestisce comunque risorse di una certa consistenza, che non possono essere evidentemente usate per interessi “non congrui” con quello nazionale.

In altri termini, a livello nazionale – tra governo e amministrazioni locali – si ripropone lo schema tipico dell’Unione Europea nei confronti dei singoli paesi Piigs: vincoli di bilancio, commissariamenti di fatto (per esempio sul sistema bancario), condizionamento totale, “procedure di infrazione” selettive (durissime con i deboli, inesistenti con i forti), ecc.

Ovviamente tutto è più becero, infimo, miserabile. E la morsa di ferro che si cerca di imporre è fondamentalmente mirata a dimostrare che “non si può fare altrimenti”, che occorre allinearsi al governo nazionale, nello sforzo di congelare qualsiasi esperimento non programmato dalla sala di comando. La candidata piddina al Comune di Napoli, Valeria Valente, in un conato involontario di sincerità l’ha addirittura ammesso: «Siamo gli unici a poter garantire alla città l’efficacia di una filiera istituzionale in grado da una parte di attrarre risorse nazionali e regionali, dall’altra di suscitare l’interesse dei privati a investire» (vedi http://contropiano.org/news/politica-news/2016/04/11/napoli-nel-mirino-renzi-votate-valente-vi-taglio-viveri-077735).

Vista da questo angolo, l’offensiva contro i grillini acquista una connotazione più generale, insomma.

Poi, certo, c’è il dato incontestabile dell’inconsistenza politica di una ideologia “legalitaria” che non può neanche fare i conti con le proprie contraddizioni. Ad esempio, come fai a cambiare le cose se i parametri (“legali”) che adotti sono stati decisi dall’avversario (le leggi le impone il governo a colpi di fiducia)? C’è l’ansia di primazia inevitabile in un movimento teoricamente senza capi ma in cui qualcuno è sicuramente più importante di tutti gli altri.

Soprattutto, non c’è un orizzonte di obiettivi valoriali che siano al tempo stesso anche obiettivi politici e sociali. L’”onestà” è un requisito addirittura pre-politico, dal nostro punto di vista. Ma non definisce nessun obiettivo di cambiamento sociale. Si può distruggere la capacità industriale di un paese, impoverire i poveri e arricchire i ricchi senza mettersi in tasca un solo centesimo in più del regolare stipendio (improbabile, lo ammettiamo, ma in teoria possibile).

Il cambiamento radicale è invece questione di rovesciamento delle priorità economiche e sociali, dunque anche politiche e istituzionali. Per realizzarlo occorre una capacità di guardare oltre il recinto in cui siamo rinchiusi, così come la giustizia non è mai limitata nel cortile della legalità.

Senza valori e programmi sociali, tutta l’attività politica ruota e muore nel labirinto delle “regole”. Le quali, chiunque le abbia scritte, obbediscono a una visione più larga. Si chiama cultura politica, con qualche venatura di “concezione del mondo” e persino di filosofia (non ideologia).

E se tutto si gioca sulle “regole” avrà gioco facile il potere – quello del governo e dei media mainstream, controllato da interessi che stanno anche alla guida del governo – a spostare continuamente il tiro su quegli oppositori ingenui che guardano il dito ma non la luna…

16 maggio 2016

http://contropiano.org/news/politica-news/2016/05/16/grillini-al-centro-del-mirino-fanno-fatica-spostarsi-079182

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Quinta Colonna: la triangolazione perfetta del fascioleghismo

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tratto da http://www.dinamopress.it

Ieri sera, su Rete 4, è andato in scena un format disegnato intorno alla destra più xenofoba e fascista. Che continua a soffiare sul fuoco, utilizzando la cronaca nera per la campagna elettorale.

La trasmissione Quinta Colonna di Paolo Del Debbio, a lungo dirigente di Fininvest passato poi alla politica sempre sotto l'ala di Berlusconi e tornato poi alla tv da conduttore, ieri sera ha confermato di tenere fede al proprio titolo, presentandosi per l'ennesima volta come la quinta colonna del razzismo e della xenofobia. Contenuti mostruosi resi potabili al grande pubblico tramite il format del talk show. Un mix di slogan violenti travestiti da ovvietà e buon senso.

In onda ieri sera la triangolazione perfetta del “fascioleghismo”. Per l'ennesima volta a mettere in moto la macchina un caso di cronaca, quello di una ragazza violentata al Prenestino, e la conseguente tensione nel quartiere nei confronti dell'insediamento abusivo di via Teano, da cui proverrebbero i due presunti autori della stupro.

Le telecamere di Quinta Colonna si piazzano proprio all'esterno dell'insediamento, mentre la polizia blinda tutta la zona. Dietro al padre della ragazza si parano decine di militanti di Casa Pound (ospiti fissi dei collegamenti di Del Debbio) che, minacciosi, si piazzano all'ingresso del campo, lanciando anche oggetti all'interno. Intanto in studio a fare sponda a quello che succede in strada Daniela Santanché (la pasionaria di Forza Italia che a Roma ha disertato l'appoggio a Marchini per spalleggiare Giorgia Meloni) e il segretario del Carroccio Matteo Salvini.

Il repertorio è sempre lo stesso: castrazione chimica, tutti a casa loro, i cittadini sono stufi e se succede qualcosa di brutto la colpa sarà di chi non è intervenuto. Al posto dell'informazione va in onda un cocktail esplosivo di emozioni negative, di esasperazione della percezione d'insicurezza, di “non sono razzista ma” e “togliere tutti i bambini ai rom”. Emozioni che eccitano gli animi, che si ripercuotono nella sfera della rete, tramite i commenti alla trasmissione sui vari social network (inutile proporre qui il campionario degli orrori) ma i cui effetti si artigliano saldamente nel reale.

E il clima che si crea grazie a spazi come quello di Quinto Colonna fa comodo a tutti gli attori che lo generano. Da chi, come le forze dell'estrema destra, si fanno imprenditori della xenofobia per le strade, a chi, come Salvini e Santanché, incassano poi nelle urne. E ovviamente a Del Debbio che all'interno del palinsesto di Mediaset si occupa di dar voce alla destra-destra. Marciare divisi per colpire uniti. Un clima irrespirabile, costruito anche grazie a panzane e bufale, e tutto giocato sulla pelle dei migranti additati come il nemico da combattere nella guerra tra gli ultimi.

Anche per questo il 21 maggio, quando Casa Pound ha annunciato un corteo nazionale a Roma per “Difendere l'Italia”, c'è bisogno di una piazza piena e dell'impegno di tutti.

17 maggio 2016

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Costretti all’uso di strumenti di controllo digitali

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Salve, mi chiamo Francesco Manetti, ho 33 anni, vivo a Livorno.

Vorrei segnalare alla redazione un fatto che ha, a mio modesto avviso, dello scandaloso e che denota e conferma di come stiano costringendoci come bestie ad incolonnarci nella via forzata che porta al controllo (digitale) dell’identità, dunque delle nostre vite. Mi scuso se mi dilungherò un poco nello scrivere, ma credo che questo episodio sia un chiaro segnale di un quadro assai più ampio ed esteso.

Un brevissimo racconto di quello che è successo: la Regione Toscana ha emesso un bando di concorso per residenti in regione (fino all’età di 35 anni) per voucher formativi al fine di sostenere fino all’80% i costi di iscrizione a master universitari di perfezionamento. E fin qui, apparentemente tutto bene.

Cosa scopro una volta letto il bando? Che l’unica modalità consentita agli interessati per effettuare la domanda di concessione del voucher è mediante lettore smart-card con l’utilizzo della tessera sanitaria. Così recita il bando stesso:

“(…) Le domande dovranno essere trasmesse online al DSU Toscana tramite piattaforma web, collegandosi, dopo aver inserito nel lettore smart-card el PC la propria carta sanitaria toscana/carta  nazionale dei servizi, alla pagina del Formulario e selezionando tra le funzioni per il cittadino “Presentazione Formulario on-line per Interventi Individuali” (…)”

Ed infine, la fatidica bacchettata fascista del “o mangi la minestra, o salti dalla finestra”, con il bando che recita:

“(…) Le domande non possono essere consegnate con modalità diverse da quelle indicate, pena l’esclusione (…)”

Allora, senza fare troppi giri di parole, faccio questa semplice constatazione e riflessione: per me tutto questo ha dello scandaloso. Per il semplice fatto che si costringe la cittadinanza ad accettare regole imposte, senza lasciare alcuna variante d’azione. E già questo, in un paese ed in una regione che si dicono democratiche, mi pare abbastanza per avere dimostrazione dell’esatto contrario. Ma la cosa ancor più grave, a mio avviso, è che con la scusa del “la digitalizzazione che facilita la nostra vita” si costringe in realtà la gente a dover accettare un modello di società dove la nostra identità e la possibilità di avere accesso ai servizi, dunque alla vita, è totalmente e letteralmente ridotto ad un microchip, dentro il quale ci sono tutte le nostre credenziali, e tramite il quale avere accesso o meno alla società.

Ritengo questa sia una operazione ad ampio raggio atta al controllo della popolazione. Un discorso, questo appena fatto, che viene tacciato di complottismo se esposto in pubblico. Ma che al contrario ha tutti gli elementi per essere presa seriamente. Una faccenda, questa, che risponde alla logica di controllo delle vite delle persone, tramite la concessione dall’alto di “chiavi invisibili”, senza le quali si è esclusi. Il bando stesso lo dice: “(…) Le domande non possono essere consegnate con modalità diverse da quelle indicate, pena l’esclusione (…)”. In poche parole, segnali forti e chiari di una riduzione radicale della libertà, se non della libertà stessa.

Difatti quale società che si definisce democratica può esser realmente considerata tale difronte ad un atteggiamento così autoritario, per non dire esplicitamente fascista, dove le regole vengono imposte dall’alto, pena l’esclusione?

E se si volesse poter prendere parte al bando in altro modo? Per esempio con la comune, tradizionale e fisica modalità della lettera inviata per posta ordinaria, o consegnata anche a mano come spesso si è fatto fino ad oggi, o anche per via digitale ma tramite posta elettronica?

No. Si obbliga, PENA L’ESCLUSIONE, la cittadinanza ad accettare le catene digitali, ad accettare l’unicità di pensiero e l’unicità d’azione, ovvero quella che i padroni han deciso di dover imporre a tutti. Per avere accesso ai servizi ed all’elemosina di quattro spiccioli, bisogna piegarsi all’imposizione voluta dall’alto. E non si tratta di regole, si tratta di costringere le persone al sottostare a canali d’accesso alla vita imposti. Senza opzione di scelta. Fatto che risponde alla logica dell’accettare, o morire. Del mangiare la minestra, o saltare dalla finestra, e dunque nuovamente morire. Qualsiasi altra forma metaforica si voglia usare, la sostanza è questa.

E’ la dittatura mondiale che si affaccia, nella fattispecie in una regione, quella Toscana, a forte stampo massonico, e saldamente in mano a quel partito, il PD, attuale cerchia preferita dall’elite globalista della massonico-finanza, col benestare dei vari Enrico Rossi (pres. reg. Toscana) e Matteo Renzi (ex sindaco di Firenze, ed attuale illegittimo pres. del consiglio) di turno. Personaggi completamente nelle mani di chi li comanda, i quali impongono alla cittadinanza regole vincolanti, anzi, esclusive (nel senso che escludono!!!) e che modificheranno tremendamente il vivere di tutti noi.

Da notare tra l’altro il curioso fatto che le uniche regioni le quali attualmente stanno applicando questo tipo di modalità mediante smart-card e annessa tessera sanitaria sono la Regione Lombardia e la Regione Toscana. Due centri dove il potere ha un canale preferenziale d’influenza. E la Toscana in particolare, dove appunto ha avuto dimora l’attuale nucleo dirigenziale nazionale con la setta renziana: i pargoli a smantellare la nazione e la costituzione nata dalla Resistenza, e i padri rimasti in città (a Firenze) a fare i loschi affari e ad ordinare ai pargoli come salvare banche a danno dei cittadini, come privatizzare i patrimoni pubblici a favore di questa o quella lobby, e Denis Verdini a fare da cerniera a questa sinfonia della morte.
Adesso i bandi per i voucher per quattro spicci da spendere in formazione. Una formazione che tra l’altro, con il contesto sempre più precario e senza diritti in piena regola neoliberista, è sempre meno accessibile alla maggioranza delle persone, e che non potrà mantenere le promesse d’un futuro dignitoso (se non la possibilità, che è indubbiamente già tanto oggi come oggi, di disporre d’un bagaglio culturale ed un cervello pensante). Domani sarà lo stesso per il denaro, che sarà totalmente digitalizzato. E a chi dice: “ma cosa c’è di male?”, risponderei dicendo di farci su una riflessione, e di domandarsi a chi è in mano la finanza, come questi la usano, e con quale scopo.

Informazioni personali solo digitali e denaro solo digitale sono due facce della stessa medaglia.

E se la risposta fosse “a fin di bene”, saremmo tutti contenti e sereni. Ma il fatto è che la risposta è un’altra, ovvero “A FINE DI CONTROLLARE TUTTE E TUTTI NOI”. E quando il danaro non sarà più tangibile, e sarà del tutto volatilizzato in forma d’algoritmo, in mano a pochi fascisti mondialisti che nessuno sa nemmeno chi e dove sono, la dittatura globale si farà sentire definitivamente. E siccome i soldi sono ciò che ci permettono di vivere in questa malefica società, li si che le catene si sentiranno, e le sentiranno anche quelli che avevano a dire “ma cosa c’è di male nella moneta digitalizzata al 100%”?

Il perché credo sia molto semplice: a quel punto chi non starà alle regole, se fino ad oggi aveva degli strumenti per poter operare delle, seppur minime, scelte “antagoniste”, magari chi accetterà di mettersi quel microchip sottocutaneo (che in Svezia attualmente sta venendo già sperimentato in aziende su via volontaria http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/28/svezia-microchip-impiantati-sottopelle-lavoratori-per-entrare-in-ufficio/1463478/, e pubblicizzato in Italia sui TG nazionali https://www.youtube.com/watch?v=Pgt7R20tsdI) con caricato il misero stipendio, sarà bello che morto. Escluso da tutto.

Ecco perché, sinceramente, quando ho appreso questa notizia dal bando della Regione Toscana, mi sono sentito profondamento colpito ed indignato: vi ho letto dietro la medesima logica ed i medesimi fini dell’imporre regole atte al controllo della popolazione, ed alla soggiogazione di queste mediante strumenti che, se rifiutati, ne determinano l’esclusione dal vivere. E concludo il cerchio del discorso tornando dunque allo scandalo di questo bando voucher della regione Toscana: la sostanza non cambia. Dire che “Le domande non possono essere consegnate con modalità diverse da quelle indicate, pena l’esclusione” è un ATTO FASCISTA, una IMPOSIZIONE VERGOGNOSA, un atto che va all’opposto della DEMOCRAZIA, della LIBERTA’, dei DIRITTI d’ogni persona, LA CONCLAMAZIONE ED UN SEGNALE TANGIBILE CHE SE NON STAI ALLE REGOLE, SEI TAGLIATO FUORI. Prima questo veniva detto parzialmente, ma ora è il tempo di accelerare e la voce fascista di chi comanda si fa sentire totalmente, e chi non ci sta, non vive. E’ una svolta autoritaria, questa. O quantomeno, un segnale della svolta autoritaria in corso. Assieme ai vari tentativi di trattati capestro quali TTIP, TISA, CETA, atti a concedere definitivamente il potere assoluto alle multinazionali. Tutti questi sono tasselli di uno stesso mosaico. E personalmente ritengo che anche questo fatto scandaloso del bando esclusivista della regione Toscana non sia da meno.

p.s. dimenticavo: ovviamente lo smart-card te lo devi comprare, alla modica cifra di 4,70euro. Il prezzo per la galera digitale non è nemmen così alto. Ma guarda come son magnanimi i carcerieri globali. E così magari si fan fare anche due quattrini a qualche ditta accreditata con la regione. Complimenti!
Sempre più convinto che con un mondo che va in questa simile direzione, dovremo esser pronti tutti a fare una scelta importante, o dentro, o fuori, o a bordo di questa prigione galleggiante, o giù a bordo di isole felici e solidali,

un sincero grazie per l’attenzione concessami,

i più cordiali saluti

Francesco Manetti, Livorno

14 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 15 Maggio 2016 19:00

Emanuele Filiberto, frutto marcio di un errore storico…

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Dante Barontini - tratto da http://contropiano.org

Che ci siano in circolazione personaggi discendenti da famiglie che una volta regnavano, si può capire. La Storia spazza via gli assetti istituzionali, non sempre si occupa dei dettagli. A quelli dovrebbero provvedere gli uomini, che sono sicuramente più distratti, e quindi a volte si distraggono, si commuovono, cercano un compromesso che tranquillizzi altri uomini.

Che certi personaggi discendenti da famiglie di macellai possano anche parlare, invece, è cosa che non si dovrebbe neanche ammettere. Specie se hanno mostrato di non aver appreso la lezione della Storia.

Il caso di questi giorni, a cavallo tra date simbolo come il 25 Aprile e il Primo Maggio, è rappresentato dall’erede vanesio dei Savoia, quell’Emanuele Filiberto riammesso in Italia da una classe politica corrotta fin nel midollo e sdoganato televisivamente da tal Fabio Fazio, che lo aveva usato come pupazzo di rappresentanza inviato su campi di tennis e dintorni.

Un suo tweet contro i partigiani («con le loro associazioni costano al contribuente 3 milioni di euro») è stato letto dall’Anpi di Brescia, che ha giustamente denunciato l’episodio. In fondo, che un parassita millenario come un Savoia provi a dare del parassita ai lavoratori che hanno cacciato a suon di mitraglia la sua famiglia, i nazisti e sicari fascisti, è sicuramente intollerabile.

emanuele filiberto partigianiTanto più se questo esangue rametto dell’ex casa regnante, come un bambino qualsiasi, non si sforza neppure di elaborare un pensiero proprio, ma si limita a ripostare un tweet di “riscatto nazionale”, bufalificio fascista che può essere “sgamato” già da nome.

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Preso in castagna, lo scarsamente dotato rampollo regale si è esibito in un numero classico dell’italietta arruffona, reso ormai celebre dall’ex ministro Scajola (“mi hanno comprato casa a mia insaputa”), degradandolo però a un più banale: “Qualcuno è entrato nel mio account e ha mandato articolo su partigiani volendo cavalcare la diatriba sulla mia visita a Noto! Mi dispiace!”.

Come se qualcuno dovesse davvero sforzare la propria intelligenza per hackerare un accont da cui partono solo stronzate aristocratico-fasciste.

Non pago dell’autodifesa fantozziana, “l’erede” si è barricato dietro «il ruolo di mia nonna durante la guerra accanto ai partigiani», infangando così l’unico esponente della sua famiglia che abbia mostrato un soprassalto di umanità.

Ma quel che ha mandato veramente in bestia ogni essere umano pensante è stato il suo invito a “studiare la storia”. Lamentandosi, addirittura, di quanto sia “Incredibile vedere la violenza di certe persone… Il rimanere bloccati su dei preconcetti storici senza voler ascoltare l’altro!”. Preconcetti storici? Si tratta solo di giudizi a posteriori, perché – per l’appunto – la storia della famiglia Savoia è ormai passata in giudicato con sentenza inappellabile. Per non dire della “violenza”, pratica su cui effettivamente gli ex sovrani hanno ben poco da imparare (rileggetevi, per esempio, la storia del lager di Fenestrelle, http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/VARIE/0029_Lager.PDF).

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Il web ha esondato una marea di insulti irripetibili, ma tutti ampiamente meritati. La risposta migliore è però arrivata dal collettivo Wu Ming, che della Storia ha fatto un oggetto di studio in molti sensi esemplare: foto e documenti in cui i Savoia festeggiano con Hitler o Goering, nonché il loro ruolo nell’approvazione delle leggi razziali.

«Studiare sì – scrivono quelli di Wu Ming – ma studiamo tutto».

Non possiamo che concordare. Del resto, là dove gli uomini hanno fatto seriamente la storia della liberazione umana, le famiglie regnanti non hanno avuto aggio di tornare in circolazione. Se volevate sapere perché, guardate la faccia di Emanuele Filiberto. I popoli che non hanno tagliato la testa ai re, sono rimasti sudditi…

2 maggio 2016

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