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COMUNICAZIONE E MEDIA

Indagine sulle periferie: quello che “Limes” non dice

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Marco Longo - tratto da http://contropiano.org

La prestigiosa rivista di geopolitica “Limes” ha dedicato il suo ultimo volume al tema delle periferie urbane. Un’ indagine ad ampio spettro, come nei canoni della pubblicazione, che spazia dall’analisi della condizione e trasformazione dei contesti urbani, metropolitani e oltre, sulla scia dei fenomeni  connessi al progressivo inurbamento della popolazione mondiale; alla rinnovata centralità assunta dalle “periferie mondiali” nelle relazioni economiche e sociali e  nelle modalità di governo del territorio urbano, costitutivi  degli  equilibri geopolitici.

Un lavoro articolato che affronta la dimensione urbana delle metropoli e megalopoli globali sotto diversi profili di indagine, che consente di incrociare argomenti e dati utili per comprendere  quella che ormai è comunemente riconosciuta come frontiera strategica per  l’indagine dei futuri scenari sistemici.

L’inurbamento è indubbiamente un fenomeno ricorrente nella “storia delle civiltà”: dall’antica Roma, alle città della rivoluzione industriale, passando per le città rinascimentali, ecc, l’attrazione svolta sulle popolazioni dai contesti urbani con la combinazione di commerci ed attività produttive ha contrassegnato inequivocabilmente le fisionomie delle varie fasi storiche e relative strutture economico-sociali.

Più della metà dell’umanità vive nelle metropoli e ai suoi margini

Le dimensioni assunte dalla crescita delle aggregazioni urbane nel contesto attuale ci pone di fronte ad una  differenziazione del fenomeno per aree geo-politiche dell’inurbamento che per quanto attiene, ad esempio la condizione metropolitana in Europa, trascende il significato originario di trasferimento di popolazione da ambienti rurali interni a quelli urbani innervandosi con i fenomeni migratori. Tuttavia, su scala “globale”  si afferma un dato inedito  l’ inurbamento  ormai riguarda la maggioranza della popolazione mondiale 53%, era il 42% a metà anni ’80, e le Nazioni Unite calcolano una progressione che dovrebbe portarci al 70% nel 2050. Le megalopoli, le citta con più di 10 milioni di abitanti, passeranno dalle 28 attuali alle 41 del 2030, cosi le metropoli, tra 1 e 5 milioni, dalle 417 odierne alle 558; 34 delle prime 50 aree urbane più popolose sono in Asia.

Il dato “ grezzo” segna dunque un passaggio epocale: su scala planetaria, la maggioranza della popolazione mondiale non trae più il proprio sostentamento dall’attività agricola, il riversarsi di moltitudini negli ambiti urbani segna il trasferimento di quote di ricchezza prodotta dal settore primario, l’agricoltura, ai settori industriale e dei servizi. Emblematica la situazione negli Usa il cui 90% del pil e l’86% dei posti di lavoro si genera in una porzione di territorio pari al 3%  coincidente con gli aggregati urbani.

L’inurbamento, per restare all’epoca moderna, che nei paesi del “primo mondo” si poneva in diretta relazione con le trasformazioni sociali generate dalla prima rivoluzione industriale e fasi successive, ossia, con l’affermarsi in quella parte dell’occidente di una compiuta prevalenza delle condizioni del  lavoro salariato, oggi trova riscontri in tutti gli angoli del globo coinvolgendo, oltre alle economie in ascesa, paesi che non hanno mai rotto con la propria condizione di sottosviluppo.

La natura planetaria del fenomeno rischia di rendere poco pertinenti e superficiali eventuali spiegazioni con pretese onnicomprensive. Ad esempio, gli argomenti  a  sfondo demografico- ambientale come desertificazioni, carestie, modificazioni climatiche hanno un impatto decisivo nelle dinamiche d’inurbamento e migratorie in particolari aree del pianeta, ma sono ben lungi dall’esaurire la questione.

Ciò che invece oggettivamente sembra imporsi come “leva” nel passaggio epocale  della maggioranza della popolazione mondiale in insediamenti urbani è, ancora una volta, sia pure ad una diversa fase di  sviluppo delle forze produttive,  la dislocazione dei  processi produttivi  che, sulla scorta del superamento degli equilibri geopolitici tra super-potenze egemoniche, Usa e Urss, ha dato luogo a nuovi scenari della divisione internazionale del lavoro.

Il prodursi di rilevanti processi di accumulazione di capitali nel gruppo dei paesi BRICS, nel sud- est asiatico, ecc, determina il dato strutturale che interagisce con le condizioni territoriali, realizzando espressioni differenziate del processo di inurbamento. 

Dagli anni ’80 assistiamo in Cina ad una migrazione interna che ha coinvolto circa duecentocinquanta  milioni di uomini a cui se aggiungeranno altri duecento nel prossimo ventennio che, oltre a costituire un fenomeno di impatto planetario di cui fatichiamo anche a fornircene una rappresentazione immaginaria, configura un processo di inurbamento interno ad un piano di gestione politica ed economica fondato sul primato assoluto dei processi di pianificazione e programmazione pubbliche. Questo rilievo sulla centralità della gestione pubblica non mira all’affermazione della presunta natura eminentemente socialista della struttura economico-produttiva cinese, quanto alla differenziazione dai processi di inurbamento, abbandonati alla “spontaneità” dei mercati , che contribuiscono alla crescita delle megalopoli in altri contesti, da Bombay a Città del Messico.

Quello cinese nella storia dei processi di inurbamento/industrializzazione costituisce un unicum  capace da solo di dar conto  non solo quantitativamente del passaggio epocale della maggioranza degli abitanti del pianeta in insediamenti urbani, ma, anche, del cambiamento qualitativo  in corso di un gigantesco apparato produttivo da avamposto dei processi di delocalizzazione dei paesi del “primo mondo”, la fabbrica del mondo fondamentalmente esportatrice, ad un apparato di produzione e consumo commisurati al mercato interno, ovvero con una solidità ed autonomia propri ad un competitore globale. Naturalmente tutto ciò si accompagna ad altrettanto gigantesche questioni ed interpretazioni dei processi in corso in Cina, tuttavia, l’elemento centrale e caratterizzante della mutazione economico-sociale cinese è, lo sottolineiamo nuovamente, la centralità strategica assegnata alla pianificazione e programmazione pubblica dei processi di inurbamento.

Il ruolo pubblico, con l’evidenza cinese in primis, allora si pone come differenziazione tra i processi di inurbamento su scala planetaria, mentre l’inurbamento si conferma come categoria dei fenomeni di migrazione interna a singoli paesi o aree.

Migrazioni interne e migrazioni verso i paesi ricchi

Un’attenzione particolare va riservata alla crescita esponenziale dei fenomeni di inurbamento già in corso nel continente africano, con particolare riferimento alla fascia subsahariana, in  cui la combinazione della crescita demografica, prevista una triplicazione della popolazione africana nel corso del secolo oltre i quattro miliardi, con i tentativi di consolidamento della presenza per il controllo delle materie prime soprattutto dei paesi appartenenti al polo europeo, le mire del polo islamista e le politiche di intervento in grandi opere infrastrutturali promosso dalla Cina, rischiano di accelerare ed amplificare i conflitti già presenti, incentivando flussi migratori esterni inevitabilmente rivolti verso l’Europa.

Il binomio guerra/migrazioni che con l’escalation dello scontro tra poli imperialistici nell’area mediorientale sta sottoponendo a fibrillazioni crescenti la tenuta della cittadella imperialistica europea, rischia di trovare in un futuro prossimo nell’estensione al continente africano delle contraddizioni tra le pretese egemoniche imperialistiche un nuovo fronte di “invasione” di cui non osiamo immaginare le modalità di contenimento.

Il riferimento ai flussi migratori verso l’Europa e alla loro origine, ci consente di differenziare i fenomeni di inurbamento dovuti al trasferimento campagna/città dai fenomeni migratori propri alle metropoli occidentali. Naturalmente andrebbero effettuate distinzioni tra i flussi migratori contemporanei verso il Nord- America da parte delle popolazioni ispaniche con il progressivo deteriorarsi delle possibilità connesse all’economia di sussistenza agricola travolta dall’agro-business, da quelle che investono il vecchio continente. Il processo di inurbamento interno ai paesi europei legati al movimento della  forza-lavoro campagna/città è ampiamento concluso, Ll’inurbamento nel vecchio continente è essenzialmente espressione dei flussi migratori generati dalle contese egemoniche dei poli imperialistici, foriere di destabilizzazioni di intere aree geopolitiche e di disgregazioni sistematiche di organizzazioni statuali spesso ricondotte a una condizione tribale.

Allora, provando a definire un’approssimativa sintesi delle tracce proposte, l’inurbamento si propone come duplice dinamica dello stesso fenomeno, ossia, la ridefinizione delle aree di accumulazione capitalistica e del  peso egemonico dei poli imperialisti nei vari scenari geostrategici , che opera sia come ridislocazione dei luoghi di produzione del valore, le cosiddette filiere produttive , sia come distruzione degli equilibri geopolitici per il grado elevato di competizione inter-imperialistica.

Meritevole di rilievo, non solo l’effetto dei flussi migratori nelle metropoli/megalopoli occidentali,  per la funzione classica “dell’esercito industriale di riserva” e del ruolo di contenimento degli aggregati urbani, oltre che  per l’indagine della composizione della forza-lavoro e della permeabilità alle modalità di sfruttamento richieste dalla tentacolare estensione del rapporto privatistico, ma anche il processo migratorio interno alle aree geopolitiche: al processo migratorio esterno, di cui abbiamo sommariamente elencato le cause, si aggiunge un fenomeno migratorio interno alle aree geopolitiche, ossia il trasferimento dalla periferia produttiva, tipico esempio i paesi PIIGS europei, di competenze qualitativamente significative, vedi ricerca, verso i centri di “eccellenza” dell’organizzazione capitalistica. In altri termini, forza-lavoro ad alta qualificazione, anch’essa legata ad un “effetto trascinamento” verso i luoghi della valorizzazione, che non trova collocazione nei paesi di formazione per l’inadeguato livello generale della struttura produttiva o per la loro funzione nel quadro della divisione del lavoro competitivamente determinata. Un fenomeno dalle dimensioni non trascurabili, se è vero che i dati ufficiali dei flussi in entrata ed uscita dal nostro paese, esclusa la presenza cosiddetta clandestina, sono sostanzialmente equivalenti.

La visione capitalistica sulle metropoli

Dunque, ci sembra questo il quadro di tendenze che definisce il profilo delle metropoli/megalopoli nell’attuale fase della competizione globale, con cui interagiscono le questioni sollevate dalla rivista “Limes”: urbanistica, disagio sociale, criminalità, precarietà, fenomeni di radicalizzazione islamista ecc. Eppure, pur ribadendo, l’utilità del lavoro di indagine svolto dalla rivista non ci sembra che si colga la specificità delle aggregazioni urbane nella fase attuale, a partire dal rapporto decisivo pubblico/privato.

 Napoli, le vele

In “epoca capitalistica” i processi di urbanizzazione hanno costituto uno strumento fondamentale per l’assorbimento delle eccedenze di capitale e lavoro (Harvey), con una funzione sostanzialmente anticiclica o comunque di sostegno all’accumulazione anche  con la costruzione di infrastrutture. I grandi progetti di trasformazione urbana del XIX e XX secolo sono tutti interni al rapporto tra pubblico e privato, in una relazione di preminenza dell’aspetto pubblico per le inevitabili lunghezze del ciclo produttivo e la programmazione in settori  quali l’edilizia, trasporti, ecc., realizzando una dimensione di funzionalità del contesto urbano alle necessità dell’accumulazione, con un ruolo strategico assegnato allo Stato.

Il piano Ina-Casa, 1949-1963, ad esempio, ha rappresentato nel nostro paese il modello della pianificazione urbanistica dell’inurbamento del 2° dopoguerra, con una visione di città a misura di collettività, non solo enunciata  e che oggi apparirebbe come esempio di propaganda bolscevica, evidenziando una funzione di indirizzo e gestione del pubblico, sostanzialmente sopravvissuta, fino alla realizzazione dei piani di Edilizia Economica e Popolare (1964-84).

La città pubblica sopraffatta dagli interessi privati

Ciò che si impone oggi nel rapporto pubblico/privato è il superamento di un equilibrio nella salvaguardia delle funzioni e di ruoli, in cui il capitale privato, sempre più a dimensione multi-transnazionale, mira a riassumere all’interno del proprio processo di valorizzazione tutti gli ambiti della vita sociale. Come questo sia avvenuto è chiaramente iscritto nel sistema di relazioni e di interessi posti a governo delle metropoli urbane. L’immagine delle metropoli offerta da “Limes” di contesti urbani periferici a “ bassa pressione istituzionale e a forte informalità” confligge con la realtà di una presenza istituzionale sempre più stringente, tra cui la sperimentazione dell’esercito con funzioni di controllo sociale, e la privatizzazione del territorio assoggettato, non solo per quanto attiene alla sfera criminale-speculativa, alla logica del mercato, in cui la deregolamentazione delle relazioni formalizza in modo netto i rapporti di forza.

Carovana in corteo il 19 (via cavour)

L’invito da parte di “Limes” a riaffermare una rinnovata collaborazione tra pubblico e privato per una rinascita delle periferie, non tiene conto di questa nuova dimensione della supremazia della categoria del profitto come parametro codificato della razionalità ed efficienza del sistema.

Una condizione ben riassunta dal  paradosso della metropoli romana, in cui la decrescita del numero dei residenti si scontra con la gentrificazione strisciante e con l’aumento incessante delle cubature di cemento per l’edilizia privata e l’estensione delle cinture periferiche, riconducibile ad un modello di insediamento pulviscolare, scollegato dalla rete dei servizi, interamente nelle mani dell’interesse privato e della speculazione.

Allora il progressivo venir meno della funzione pubblica, intesa come espressione di interesse generale, anzi il suo inglobamento nei criteri del capitale privato, a cui viene riconosciuta superiorità organizzativa e gestionale e centralità economica, pone la questione periferie sul terreno “politico” dell’esercizio della sovranità della parte maggioritaria della popolazione. Recuperare sovranità nell’affermazione dei propri interessi, per un modello di città sottratto all’egemonia degli interessi privatistici, dare corpo alla rappresentanza di questi interessi e alla loro natura inevitabilmente conflittuale è il vero nesso che riannoda la questione sociale urbana del XXI secolo alle possibilità di trasformazione del modello sociale.

E questo nell’indagine di “Limes” e di tutti quelli che hanno scoperto le periferie non può proprio esserci…

Ross@ Roma

29 giugno 2016

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Brexit. I media spargono il terrore

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premier league giocatoritratto da http://contropiano.org

La grande stampa italiana è “europeista” per definizione. Ed è rimasta scioccata dal risultato del referendum inglese. Non si tratta tanto di una questione ideologica, quanto di concreti modi di vita, ossia di interessi. Sia della proprietà dei vari media, in mano a un establishment che vede nella tecnostruttura di Bruxelles una cosa propria da difendere sempre; sia della parte “storica” delle redazioni, ossia di quelle “firme” che sono anche il volto pubblico più noto di ogni testata, oltre che i più pagati in una stratificazione stipendiale che arriva – in basso – fino ai precari pagati cinque o dieci euro “al pezzo”.

Questa batteria d’artiglieria martella quotidianamente la cosiddetta opinione pubblica, forgiando – qui sì – una vera e propria ideologia pro-Ue a prescindere dal merito delle decisioni fondamentali che la stessa Ue impone.

All’indomani del voto britannico i tasti suonati con ossessività assoluta sono soltanto due: “adesso gli inglesi sono rovinati” (con qualche conseguenza grave sui mercati internazionali e ‘economia italiana) e “hanno vinto i fascisti”.

Il primo tema ideologico è un’esagerazione mostruosa ed unilaterale dei problemi che tutto il sistema globale si troverà ora ad affrontare, con ovvie maggiori conseguenze per il sistema economico britannico, che riflette e anticipa le minacce con cui le “istituzioni sovranazionali” affronteranno il prossimo premier di Londra. Fin qui siamo in piena continuità con l’atteggiamento tenuto nei confronti della Grecia al tempo dello “Tsipras 1”, fino all’acme raggiunta nei giorni del referendum ellenico sul Memorandum, vinto dal “No” ma svenduto dal giovane leader di Syriza in una notte buia e tempestosa.

Ma Londra non è Atene, e tagliare i viveri agli inglesi – come è stato fatto con i geci, bloccando per molti giorni l’erogazione di contanti dai bancomat – non è tecnicamente possibile. Non lo è sul piano monetario, visto che non è l’euro la moneta in uso oltremanica. Non lo è sul piano finanziario, visto che la City è un cuore storico dei mercati globale e il trasferimento delle innumerevoli attività basate nel “miglio d’oro” intorno a Canary Warf è certamente possibile, ma non troppo conveniente e neanche realizzabile in tempi rapidi. Stiamo infatti parlando del centro del centro, non di una semiperiferia dell’impero o di un paese che conta meno del 2% del Pil europeo.

Al massimo, spiega IlSole24Ore

In totale, PwC stima che Brexit potrebbe costare dai 70.000 ai 100.000 posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari nel Regno Unito entro il 2020. Il sindaco di Londra Sadiq Khan, forte sostenitore del «Remain», ha fatto appello alle imprese affinché non si facciano rendere dal panico e ha assicurato che la città rimarrà il miglior posto al mondo dove fare affari. Ma le città concorrenti stanno già stendendo il tappeto rosso per i possibili traslochi: il presidente dell’Ile-de-France, Valérie Pécresse, ha detto di essere «pronta ad accogliere tutti coloro che vogliono tornare in Europa». «Benvenuti nella Regione di Parigi – ha poi aggiunto – la nuova Londra».

In mancanza di obiettivi finanziari facilmente spiegabili al “popolino”, la minaccia principale si è subito concentrata… sul calcio e la Formula 1. Un piccolo florilegio aiuta a capire:

Nell’ultimo accordo per il triennio 2016-2019 si è arrivati alla cifra record di 7 miliardi di euro. La torta viene divisa fra tutti, il calcio inglese è diventato un business globale in cui operano magnati thailandesi (Leicester), arabi (Manchester City) americani (Manchester United). Su 20 squadre della massima serie, più della metà è in mani non inglesi. Con la vittoria del fronte Brexit in Gran Bretagna saranno avviate le procedure per l’uscita dall’Unione europea. Per i club sarà una rivoluzione: le leggi comunitarie infatti consentono il libero spostamento dei lavoratori all’interno degli Stati membri. Stelle come Martial, Payet, Kanté oggi sono tesserati come comunitari. Quando la norma cadrà circa 400 giocatori, incluso il campionato scozzese e le leghe minori, non sarebbero in regola. […] Fra le conseguenze più preoccupanti c’è anche un deprezzamento del valore commerciale della Premier: con meno campioni le tv non pagherebbero gli stessi prezzi di oggi. (Corriere della Sera)

La Formula 1 è legata a doppio filo con la Gran Bretagna. Non solo perché la Fom, la società che gestisce i diritti commerciali del circus, fa capo a Bernie Ecclestone e a Londra ha la sua base. Ma perché l’80% dei team si trova nella «F1 Valley», una cintura di industrie di altissima tecnologia che parte dai confini della capitale per abbracciare Milton Keynes, Banbury e Woking. Luoghi resi celebri dalle scuderie che li hanno scelti. La Mercedes è presente a Brackley, base operativa del team campione del mondo, e a Brixworth dove si fabbricano i motori delle monoposto di Hamilton e Rosberg. […] Ecclestone non hai mai sposato campagne politiche, ma sperava in un esito diverso del referendum del 23 giugno. Fra i pochi a schierarsi, fra i team principal, è stato Ron Dennis patron della McLaren che ha spiegato le ragioni del no in una lunga lettera al Times: «Sarebbe illogico uscire dall’Unione Europea, è un salto nell’ignoto». Poco cambierà per i piloti: vivono quasi tutti a Montecarlo, mondo dorato al riparo dalle tempeste finanziarie. (Corriere della Sera)

Ancor peggio, e non avevamo dubbi, riesce a fare Repubblica, il cui editore sta mettendo nei guai Renzi per alcune informazioni da insider a proposito del decreto sulle banche cooperative, mesi prima che venisse scritto e approvato:

Il terremoto sarà uno e sufficientemente devastante per allontanare per sempre il ricordo del calcio inglese modello di riferimento e suggestione culturale permanente. Il primo danno sarà “umano”: i calciatori europei perdono il diritto di entrare e uscire liberamente dal Regno Unito. A pagarla di più saranno le società più ricche, avrà ripercussioni clamorose sulle rose della Premier League. Forse meno, almeno inizialmente, sulle categorie inferiori.

Stretta inevitabile anche sui calciatori extra-comunitari, i quali dovrebbero rispondere a criteri governativi più rigorosi e limitanti. Facendo una rapida somma dei professionisti delle due principali divisioni del calcio inglese e scozzese, più di 300 calciatori (si calcola 322) non rientrerebbero più negli standard di accoglienza, 100 nella sola Premier. Solo 23 dei 180 stranieri attualmente in rosa nel campionato maggiore avrebbero il permesso di lavoro e nessuno dei 53 della Scottish Premier League potrebbe garantirsi la permanenza in Scozia sulla base del proprio profilo agonistico. Una “diminutio” implacabile che non risparmierà neppure la terza e la quarta divisione inglese, dove 109 calciatori sarebbero costretti a fare le valigie.

Brexit allargherà la forchetta tra grandi e piccoli, togliendo al calcio, soprattutto a quello inglese, il privilegio di consentire anche alle ultime in classifica “revenues” dignitose e in linea per future imprese sul mercato dei calciatori. Con Brexit fra lo United e una retrocessa ci saranno distanze “italiane”, come tra Juventus e Frosinone. Anche i calciatori avranno molta meno spinta ad accasarsi in Gran Bretagna: “Stiamo sottostimando il pericolo, la verità è che metà dei calciatori di Premier vedranno il loro permesso di lavoro trasformato in carta straccia”, ammettono i procuratori, preoccupati anche del loro lavoro e delle loro percentuali. “In una situazione del genere porterei via dal Tottenham il mio assistito”, confessa Martin Schoots, l’agente olandese del danese Christian Eriksen.

Ma l’omogeneità tra le varie testate è totale. Anche l’organo di casa Fiat, La Stampa, segue lo stesso copione con poche variazioni:

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ai calciatori europei verrà applicato lo stesso trattamento finora riservato agli extracomunitari, ovvero per giocare in Premier servirà loro un permesso di lavoro che verrà concesso solo se avranno giocato un certo numero di partite nella loro nazionale (la percentuale, fra il 30% e il 75%, dipende dal ranking Fifa e vale solo per i Paesi ai primi 70 posti) nei due anni precedenti alla richiesta.

Stando al «Daily Mail», ad oggi oltre 100 calciatori della Premier non potrebbero ottenere il via libera del Ministero degli Interni di Londra. Considerando poi le prime due divisioni di Inghilterra e Scozia, il numero sale vertiginosamente e si avvicina ai 400. In altre parole calciatori come Martial, Payet o Kante, con le regole presto in vigore, non potrebbero trovare spazio e in futuro sarà quasi impossibile per i club della Premier aspirare a operazioni come lo sono state in passato quelle che hanno portato Cristiano Ronaldo al Manchester United o Thierry Henry all’Arsenal.

Allarme terroristco, certamente. Peccato che tutto ciò sia una semplice eventualitàm che comincerebbe a diventare concreta solo tra due o più anni (nell’ambito delle procedurali trattative tra Londra e Ue sull’uscita ai sensi dell’art.50 del trattato fondamentale). E ognuno è in grado di giudicare, distogliendo per un attimo gli occhi da fogliacci nostrani, se sia realistico o meno che l’immenso business calcistico britannico (ed europeo) possa essere annientato senza ricorrere -prima d’allora – a nuovi contratti che lo tengano al riparo dalla “tragedia”.

Meno immediate le conseguenze sulle pensioni (di chi lavora non delle star della pedata). Spiega sempre il quotidiano torinese:

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

Sarebbe un danno serio, certamente, ma comunque meno grave di quello inferto ai pensionati italiani dalle varie “riforme” degli ultimi venti anni e assolutamente meno serio di quello subito ad opera delle banche (da Etruria alla Popolare di Vicenza) che li hanno costretti ad acquistare obbligazioni subordinate o azioni senza mercato, dunque senza valore.

Più vergognosa, invece, la paura sparsa tra gli italiani che vivono o sono intenzionati ad andare a lavorare in Gran Bretagna:

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

Si omette qui accuratamente di ricordare che il welfare britannico per i cittadini comunitari è già stato ritirato e sostanzialmente annullato nell’ambito delle “quattro condizioni” ricontrattate quest’anno tra Londra e l’Unione Europea. Era uno dei temi “anti-immigrati” che Cameron aveva fatto proprio nel tentativo di sottrarre popolarità a Farage e soci, nel tentativo – riuscitissimo, come si è visto – di assicurarsi la maggioranza nell’ormai fissato referendum sulla Brexit.

Ovvio che i giornali italiani debbano parlare al pubblico di casa. Ma esigere un po’ di informazione, qua e là, non sembra poi così eccessivo.

Stesso discorso sull’attribuzione politica della vittoria alla “destra nazionalistica”. Silenzio assoluto sulla campagna Lexit e l’articolazione sociale del voto. Solo classifiche su giovani contro vecchi (i primo pro-Ue, i secondi “isolazionisti”, probabilmente per questioni di deambulazione…), magari immigrati contro  “indigeni” (come cambiano le stigmate del linguaggio in appena due secoli…). Ma nessuna statistica su come abbiano votato ricchie poveri. Ci fosse un problema di classismo, nella stampa italiana?

Un tema che ci sembra da scandagliare attentamente, nei prossimi giorni, esercitandoci con altri orori della propaganda di regime…

26 giugno 2016

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Messico. Il terrorismo di stato contro i maestri non commuove l’Europa

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oaxaca

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

La strage di maestri da parte della polizia federale messicana pare proprio non interessare i grandi media italiani e internazionali. Nessuna commozione per le vittime di una vera e propria carneficina. Neanche i sindacati della scuola della civilissima Europa hanno speso una parola per denunciare l’accaduto, o quantomeno per deplorare il sangue versato.

Eppure si tratta di un episodio gravissimo, una strage da addebitare direttamente al governo del liberista Pena Nieto e ai suoi apparati repressivi. Gli stessi coinvolti nella strage degli studenti ‘normalistas’ della scuola rurale di Ayotzinapa, quando nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014 decine di adolescenti che protestavano contro l’esecutivo locale e statale vennero rapiti e uccisi da esponenti delle forze di sicurezza in combutta con l’esercito e  alcune bande di narcos. A neanche due anni di distanza il terrorismo di stato si è scagliato di nuovo contro il mondo della scuola, ma questa volta prendendo di mira gli insegnanti.

All’inizio i media occidentali hanno preso per buona la confusa versione di comodo diffusa dalle fonti del governo di Città del Messico, dedicando alla vicenda poche e scarne righe: ‘sconosciuti’ avrebbero aperto il fuoco contro i maestri e i poliziotti che si fronteggiavano, causando alcuni morti e feriti.
Bastavano le immagini diffuse dai media indipendenti messicani per dimostrare che a sparare sui manifestanti sono stati cecchini e agenti e che alcuni reparti di polizia avevano a disposizione anche armi di grosso calibro, e che il bilancio della strage è assai più alto di quello ammesso inizialmente dalle autorità. In totale, finora, 12 morti, un centinaio di feriti di cui alcuni gravi, 25 desaparecidos e un centinaio di arrestati.

Si parla di dieci morti solo ad Asunciòn Nochixtlan, maestri e attivisti sociali che protestavano contro il governo nello stato messicano meridionale dell’Oaxaca. Sette sono stati uccisi dagli spari domenica mattina e un’altra persona è stata uccisa da un ordigno esplosivo, ha spiegato il capo della procura di Oaxaca, Joaquin Carrillo. A queste otto vittime occorre aggiungerne altre due uccise in un episodio distinto sempre ad Asuncion Nochixtlan, quando la polizia ha sostenuto di essere stata sorpresa da un’imboscata realizzata da un gruppo armato non meglio definito dopo che gli agenti avevano smantellato alcune barricate erette dai maestri che protestano contro la ‘riforma’ dell’istruzione. Al macabro conteggio la corrispondente di TeleSur in Messico ha aggiunto un’altra vittima ad Hacienda blanca ed un’altra ancora a Juchitàn, due altre località dell’Oaxaca.
Secondo Carrillo tra i morti non ci sarebbero insegnanti, ma i sindacati dei docenti in lotta dicono il contrario, che si tratta di loro colleghi o di studenti falciati dalle pallottole sparate dai poliziotti che hanno sparato deliberatamente sulla folla.

La Commissione per la sicurezza nazionale ha inizialmente addirittura negato che gli agenti fossero armati, sostenendo che le foto diffuse dai manifestanti che li raffiguravano armati di pistole fossero “false”.
Ma quando la prima versione ufficiale non ha retto più, la polizia e le autorità hanno ammesso che a sparare sono stati gli agenti della Polizia federale, ma solo perché “provocati” dai maestri che avrebbero sparato per primi, infiltrati oltretutto da “membri di gruppi radicali”, anche in questo caso non meglio identificati.

A subire la violenza dello stato sono stati in particolare i maestri della Coordinadora Nacional de los Trabajadores de la Educaciòn (Cnte) che da mesi stanno protestando, sostenuti dagli studenti e da lavoratori di altri settori, contro le politiche neoliberiste e autoritarie del presidente e del governo del Partido Revolucionario Institucional. La protesta ha di nuovo vissuto una vampata a partire dal 15 maggio, quando la Cnte ed altre organizzazioni hanno ricominciato a realizzare presidi, marce, scioperi, blocchi stradali e occupazioni di edifici pubblici, chiedendo il ritiro della contestatissima riforma del sistema educativo che attraverso la cosiddetta ‘valutazione meritocratica’ dei lavoratori mira ad espellere migliaia di maestri non in linea. e ad abbassare i salari. Naturalmente la mobilitazione interessa non solo l’Oaxaca ma tutto il territorio messicano e ha visto punte altissime di partecipazione agli scioperi da parte dei docenti e degli alunni, soprattutto in Chiapas, Michoacan e Guerrero.

Gli insegnanti dicono no alla privatizzazione del sistema educativo, chiedono più finanziamenti e aumenti salariali, e chiedono anche una profonda riforma politica dello stato e delle sue istituzioni.
Prima della strage di domenica notte il governo ha cercato in tutti i modi di criminalizzare e fermare la protesta: docenti licenziati, maestri arrestati, manifestazioni caricate violentemente e disperse.

Poi, lo scorso 12 giugno, la decisione di arrestare due leader del sindacato che organizza e catalizza la protesta, Rubén Núñez Ginés e Francisco Villalobos Ricardez, rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Hermosillo, nel nord del paese, con la infamante e falsa accusa di corruzione e appropriazione indebita. L’arresto dei due dirigenti sindacali non solo non ha fermato la protesta, ma anzi ha provocato una nuova esplosione delle mobilitazioni. Per bloccare l’arrivo della polizia federale e dei militari nelle città paralizzate dalla protesta i maestri, i lavoratori di altri comparti e numerosi studenti hanno eretto nei giorni scorsi numerose barricate attaccate con violenza dai reparti antisommossa. Poi, domenica mattina, la carneficina.

22 giugno 2016

 

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La truffa di Renzi sull’occupazione che cresce

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Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

Il più renziano dei giornali, Repubblica, aveva suonao la grancassa con qualche minuto di anticipo ripetto a premier: “Più occupati e meno inattivi, il mercato del lavoro è in ripresa”. Meno attento ai dettagli numerici, il contafrottole seduto a Palazzo Chigi si limitava a gioire con un “”Il Jobs Act funziona, smentiti i gufi”.

I dati Istat pubblicati ieri costituiscono in effeti un groviglio di informazioni contraddittorie, che sarà bene districare con calma.

Dice l’Istat: “Dopo l’aumento registrato a marzo (+0,3%) la stima degli occupati ad aprile sale dello 0,2% (+51 mila persone occupate). L’aumento riguarda sia i dipendenti (+35 mila i permanenti, stabili quelli a termine) sia gli indipendenti (+16 mila). La crescita dell’occupazione coinvolge uomini e donne e riguarda tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di occupazione, pari al 56,9%, aumenta di 0,2 punti percentuali sul mese precedente”.

Fin qui tutto bene, apparentemente. L’occupazione indubitabilmente sale. I problemi nascono nel paragrafo dedicato alla disoccupazione: “Dopo il calo di marzo (-1,7%) la stima dei disoccupati ad aprile sale dell’1,7% (+50 mila), tornando al livello di febbraio. L’aumento è attribuibile alle donne (+4,2%), mentre si registra un lieve calo per gli uomini (-0,4%). Il tasso di disoccupazione è pari all’11,7%, in aumento di 0,1 punti percentuali su marzo”.

Anche qui non c’è da girarci intorno: la disoccupazione sale anch’essa. Ma com’è possibile che due grandezze opposte, nello stesso bacino di popolazione, aumentino entrambe e contemporaneamente? A rigor di logica una delle due sembrerebbe sbagliata…

In molti, più avezzi a maneggiare statistiche che mutano di frequente i criteri base, sono andati a leggere anche i dati relativi agli “inattivi”, ossia coloro che non lavorano ma non sono neanche iscritti ai centri per l’impiego (ex uffici di collocamento), e che dunque non risultano disoccupati per una semplice questione burocratica.

E qui la verifica è veloce: “Ad aprile si osserva una consistente crescita della partecipazione al mercato del lavoro determinata dall’aumento contemporaneo di occupati e disoccupati e un corrispondente forte calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,8%, pari a -113 mila). La diminuzione riguarda uomini e donne e si distribuisce tra tutte le classi d’età. Il tasso di inattività scende al 35,4% (-0,3 punti percentuali)”.

Sciolto il dilemma? Gli inattivi si sono messi a lavorare senza passare per i centri per l’impiego, dunque l’occupazione è aumentata; i disoccupati sono aumentati anch’essi, però, perché i licenziati si sono andati ad iscrivere negli uffici per poter avere l’assegno di disoccupazione.

L’Istat non può dirlo, ma a naso si intuisce che c’è stata una sostituzione netta di lavoratori a contratto “standard” con altri, inattivi o disoccupati. Quindi ci deve essere per le imprese un vantaggio di nuovo tipo, visto che gli incentivi (contributi a carico dello Stato per tre anni per ogni “nuovo assunto con contratto a tempo indeterminato”) sono di fatto finiti a dicembre 2015.

E qui esce fuori il buco nero del Jobs Act, che permette di retribuire con il “voucher”, anche ad ore. Le polemiche delle scorse settimane avevano in effetti centrato il problema: questi “buoni, del valore nominale di 10 euro, pensati per “per retribuire il lavoro accessorio” (stagionale, occasionale, ecc), sono stati venduti nel 2015 per oltre 115 milioni di pezzi. Tradotto in persone, si calcola in genere che 1,4 milioni di lavoratori siano pagati in questo modo.

È dunque assolutamente evidente che molte imprese si sono liberate di lavoratori “standard” e li hanno sostituiti con altri (magari anche gli stessi, se bravi) pagati in parte con i voucher e in parte in nero (prassi consolidata, specie nell’edilizia, dove spesso i voucher vengono versati nel giorno stesso di un incidente sul lavoro).

La domanda finale è soltanto una: ma un lavoratore pagato con il voucher, magari solo per un’ora, è considerato statisticamente un “occupato”?

La risposta è stata fornita dalla stessa Istat a un lavoratore che chiedeva proprio questo:

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“Nella settimana di riferimento dell’indagine” significa “proprio in quella settimana” in cui i ricercatori dell’Istat svolgono la rilevazione. Quindi anche soltanto un’ora al mese, spesso, può bastare a far scattare “l’occupazione” di una unità in più.

E qui si chiude il cerchio. Questa è l’occupazione di cui Renzi (e Repubblica) si fa vanto. Alle domande successive (ma un’ora di voucher, 10 euro, alla settimana bastano a campare? Che senso ha una statistica che considera “occupati” dei futuri morti di fame? ecc) potete rispondere anche da soli,,,

Il rapporto completo dell’Istat, con l’invito a leggere attentamente il Glossario, ovvero i criteri con cui tutti veniamo classificati: CS_Occupati-e-disoccupati_aprile_2016

1 giugno 2016

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Foxconn dimezza i dipendenti, avanti con i robot

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tratto da http://contropiano.org

Fino a dieci anni fa o giù di lì, per capire dove stava andando il capitalismo occorreva guardare a quel che avveniva negli Stati Uniti. Ora bisogna guardare a quel che avviene in Cina. Per lo meno per quel che riguarda l’evoluzione della produzione manifatturiera (altra cosa sono i mercati finanziari, saldamente incentrati sull’asse New York-Londra).

La Cina è diventata la manifattura del mondo grazie a un costo del lavoro (40 anni fa) ai minimi mondiali, per una forte concentrazione politica del potere (il sindacato è un’espressione del partito, quindi ha per baricentro la realizzazione degli obiettivi di piano, non la rappresentanza puntuale dei lavoratori), per l’apertura agli investimenti stranieri sia pur mediata dall’obbligo della condivisione del know how.

Centinaia di milioni di persone hanno così smesso di essere contadini in esubero per trasformarsi in operai industriali, assicurando un tasso di crescita del Pil superiore al 10% per oltre venti anni e facendo conquistare al paese il ruolo di seconda potenza industriale del pianeta.

Ogni favola ha una fine, anche e soprattutto quelle capitalistiche.

La notizia che dà il segno certo della svolta è questa: la Foxconn, azienda taiwanese che produce la metà delle componenti dei dispositivi elettronici di consumo venduti nel mondo, “ha ridotto la propria forza lavoro da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione dei robot e ha segnato un successo nella riduzione del costo del lavoro”.

La Foxconn era anche conosciuta per l’alto tasso di suicidi tra i suoi lavoratori, schiacciati da ritmi infernali. Quindi non si può davvero dire che non avesse di mira la massima “produttività”. Ma i robot fanno meglio, più velocemente, senza soste fisiologiche, 24 ore su 24. Non si lamentano, non pretendono adeguamenti salariali, bon si ammalano, non scioperano mai e non rischiano di farlo in futuro. Al massimo si rompono e vanno aggiustati.

Inutile aggiungere che decine di altre aziende operanti in Cina stanno per fare lo stesso, magari su scala dimensionale anche superiore al 50% del personale (dipende dal tipo di processo produttivo e dai prodotti).

L’automazione della produzione sta del resto conquistando tutte le fabbriche del pianeta e i “futurologi” stanno già sfornando elenchi di mansioni lavorative a rischio scomparsa e percentuali da capogiro nella sostituzione di uomini e donne con macchine. Tutto ciò che è seriale può esser fatto meglio, con più precisione e senza soste da un robot. Sia a livello manuale che “cognitivo”. Non c’è impiegato “di concetto” che possa sentirsi al sicuro. Solo le professioni “creative” possono – entro certi limiti, comunque – essere risparmiate da questa corsa alla robotizzazione.

La “quarta rivoluzione industriale” ha per orizzonte la produzione senza lavoro umano o quasi (resteranno, seppur molto più limitate, solo le attività di installazione, manutenzione e programmazione dei robot), sia sulle linee che negli uffici. Miliardi di esseri umani non avranno più un’occupazione, né potranno riciclarsi in altre attività in espansione, perché non avranno le cognizioni di base per fare il salto da una all’altra.

Qualche esempio per capirsi? Un tecnico, per quanto bravissimo, non può diventare un ingegnere informatico o elettromeccanico. Se perde il lavoro, mettiamo, intorno a 40 anni, con famiglia e figli a carico, non può tornare all’università per i cinque sei anni necessari a fare l’upgrade delle sue conoscenze. In ogni caso, serviranno assai meno ingegneri di quanti tecnici si troveranno a spasso. Un impiegato di banca non può diventare un finanziere o un broker, ed in ogni caso ci sono molti più bancari di quanti saranno i broker in attività.

Non parliamo nemmeno delle mansioni meno qualificate, sostituibili a decine con click… Un esempio? I poliziotti “indispensabili” saranno solo quelli necessari per le scorte e il controllo delle manifestazioni di piazza, oltre a informatici e analisti video. Gli “investigatori”, dopo la commissione di un reato, si limitabo già a controllare le registrazioni video del luogo, risalendo fino al punto in cui il colpevole apparirà con volto, nome e cognome. Si interviene a valle, senza problemi, o su “soffiata”…

La domanda, epocale, è persino disperatamente semplice. Che fine faranno quei miliardi di esseri umani senza possibilità di guadagnarsi da vivere vendendo la propria forza lavoro?

La risposta capitalistica è una presa in giro (“usciranno fuori altri lavori”).

Se la produzione può esser fatta ormai con un minimo apporto di lavoro umano, o si uccidono miliardi di uomini o si elimina la proprietà privata del mezzi industriali che servono a produrre.

27 maggio 2016

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