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COMUNICAZIONE E MEDIA

Oliver Stone: Pokemon Go serve a spiare i cittadini

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tratto da http://contropiano.org

La moda lanciata dal “Pokemon Go” costituisce un “passo ulteriore nell’invasione della privacy” che potrebbe portare al “totalitarismo”: lo ha affermato il regista statunitense Oliver Stone, nel corso di una conferenza stampa di presentazione del suo film su Edward Snowden, agente dell’Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale Usa, responsabile dello spionaggio di milioni di persone.

Come riporta il quotidiano britannico The Guardian, Stone – rispondendo a una domanda su eventuali problemi di sicurezza legati all’app – ha spiegato che alcune aziende stanno portando avanti un “capitalismo della sorveglianza”, controllando il comportamento delle persone.

“Non è divertente, quello che sta accadendo è un nuovo livello di invasione, con enormi profitti per aziende come Google che hanno investito una grande quantità di denaro nel ‘data mining’ su che cosa si compra, che cosa piace, come ci si comporta” ha proseguito Stone: “Alcuni lo chiamano capitalismo di sorveglianza: una nuova forma di società robot, è quello che viene chiamato totalitarismo”.

L’applicazione, che è possibile scaricare gratuitamente, è stata criticata perché potrebbe potenzialmente accedere all’account Google dell’utente, ivi compresi dati quali e-mail e password. Accusa rivolta in passato anche ad altri programmi e applicazioni di uso comune.

Da parte sua Snowden, oggetto dell’ultima fatica di Oliver Stone, sviluppa una cover per cellulari che impedisca le intercettazioni.
Ribattezzato “motore di introspezione”, si tratta di un apparecchio che permette di accertare se un cellulare sta condividendo dei dati o trasmettendo informazioni che potrebbero essere intercettate. L’ex agente dell’Nsa che ha rivelato al mondo – pagandone serie conseguenze – che le agenzie di intelligence statunitensi spionavano praticamente mezzo mondo, dai capi di stato agli imprenditori ai militari ai comuni cittadini, ha sviluppato il progetto insieme ad Andrew Huang.

Secondo quanto afferma il quotidiano britannico The Guardian, l’apparecchio – presentato al Mit Media Lab – consiste in una semplice “cover” da cellulare dotato di un display monocromatico che mostra se il telefono è “dormiente” oppure se sta trasmettendo anche in fase di spegnimento. Un possibile sviluppo futuro comprenderebbe la capacità di poter tagliare l’alimentazione del cellulare in caso di trasmissione indesiderata, ma al momento l’apparecchio rimane un progetto accademico – incentrato sugli snmartphone Apple – senza alcuna previsione di messa sul mercato.

Il “Motore di introspezione” tuttavia richiama l’attenzione su un aspetto dei cellulari a volte trascurate, il fatto cioè che si tratti di veri e propri dispositivi per il tracciamento: “A causa della maniera in cui funziona la rete di celle telefoniche, il cellulare lancia costantemente un segnale radio che lo identifica in modo unico preso la compagnia telefonica: questa identità non è salvata solo da quella compagnia, ma può essere intercetta anche da terze parti indipendenti e più pericolose”, ha spiegato Snowden.
La maggior parte dei cellulari disabilita le trasmissioni se posti in modalità aereo, ma secondo Snowden non è possibile fidarsi completamente: “Esistono delle app malware in grado di attivare dei segnali radio senza che vi sia alcuna indicazione da parte dell’interfaccia utente”.

22 luglio 2016

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Fermo. “Bombe anarchiche”, ma gli arrestati sono di destra

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Nella combo Marco Bondoni (s), 30 anni, e Martino Paniconi, 44 anni, arrestati per gli attentati incendiari a cinque chiese di Fermo tra il 9 gennaio e il 22 maggio 2016. Fermo, 20 luglio 2016. ANSA/ US CARABINIERI +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Luca Fiore - tratto da Contropiano

“I due fermati a Fermo dai carabinieri del comando provinciale di Ascoli Piceno (…) sono Martino Paniconi, 44 anni, e Marco Bordoni detto “Lupo”, 30 anni, entrambi del luogo, ultras fermani, gravitanti nell’ambiente anarchico, sono accusati “in concorso tra loro ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso, fabbricato, senza licenza dell’autorità, ordigni esplosivi, che venivano poi illegalmente portati in luogo pubblico e fatti esplodere, al fine di incutere pubblico timore ed attentare alla sicurezza pubblica” (…). In particolare, nel decreto sono nominati cinque episodi contestati: a Porto Sant’Elpidio, tra il 9 e 10 gennaio 2016, nelle vicinanze della Chiesa di San Pio X; a Fermo, tra il 27 e 28 febbraio 2016, al Duomo di Fermo, con lievi danni al portone di ingresso; tra il 7 e 8 marzo 2016, alla Chiesa San Tommaso di Canterbury di Lido San Tommaso di Fermo “cagionando gravi danni alla porta d’ingresso”; a Fermo, tra il 12 e 13 aprile 2016, alla Chiesa San Marco alle Paludi, di cui è parroco Don Vinicio Albanesi “cagionando gravi danni al portone d’ingresso”; a Fermo, il 22 maggio 2016, alla Chiesa San Gabriele dell’Addolorata di Campiglione (…). Secondo le accuse, basate su numerose intercettazioni, “il lupo” sarebbe “l’ideatore del disegno criminoso dopo aver letto un libro che trattava temi e teorie anarchiche”, mentre l’altro fermato nelle intercettazioni dice agli amici di averlo “appoggiato”.
Il fermo è stato deciso anche perché, secondo gli inquirenti, imminente era il pericolo di fuga: non solo entrambi hanno “disponibilità di automobili veloci”, soprattutto un’intercettazione ambientale, mentre erano in auto con un altro ultrà rivela “la volontà di entrambi i soggetti di allontanarsi dall’Italia a breve (lunedì) per raggiungere Londra””.

Così l’agenzia di stampa Askanews riassumeva i fatti nella giornata di ieri. Di tenore affatto diverso i lanci diffusi rispettivamente dall’Adnkronoss e dall’Ansa:

“Sono ultras di area anarchica i due fermani fermati dai carabinieri del Comando provinciale di Ascoli Piceno, in collaborazione con il Ros di Ancona, per le bombe piazzate in quattro chiese di Fermo, tra febbraio e maggio di quest’anno. Si tratta di M.P., 40 anni, e M.B., di 30, entrambi residenti a Fermo. A incastrarli appostamenti e intercettazioni ambientali ma anche un’impronta digitale mentre, a confortare il quadro investigativo emerso nei loro confronti, ci sono micce e resti di lavorazione di ordigni rudimentali ritrovati durante la perquisizione domiciliare (…)”.

“I due uomini in stato di fermo di indiziati di delitto per gli attentati a quattro chiese del Fermano sono Martino Paniconi, 40 anni, e Marco Bordoni, di 30, entrambi residenti a Fermo. A loro i carabinieri di Fermo e Ascoli Piceno, in collaborazione con il Ros di Ancona, sono risaliti attraverso appostamenti e intercettazioni ambientali e telefoniche. I due indagati sono ultrà della Fermana Calcio, con simpatie anarchiche. Avrebbero agito per sfregio alle istituzioni. Ne è convinto il procuratore di Fermo Domenico Seccia, che parla di “insofferenza” nei confronti delle istituzioni, appunto, nella fattispecie rappresentate dalla chiesa. Entrambi gli uomini finiti ora in carcere hanno precedenti per porto d’armi abusivo e Daspo (…)”

Insomma per tutte le agenzie di stampa, e per la stragrande maggioranza dei media italiani che hanno ripreso la versione diffusa dal sostituto procuratore Mirko Monti, a mettere le bombe davanti alle chiese di Fermo e a prendere di mira Don Vinicio Albanesi perché accoglieva e sosteneva migranti e rifugiati sarebbero stati due ultras ‘anarchici’ o di ‘simpatie anarchiche’.
Durante la conferenza stampa di ieri Monti ha affermato inoltre che lo stadio sarebbe il solo legame tra i due e Amedeo Mancini, il simpatizzante di Casapound che lo scorso 8 luglio uccise a botte il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi dopo aver insultato la moglie, offesa al grido di ‘scimmia’. In effetti i due arrestati sono entrambi membri degli ambienti più esagitati della tifoseria della Fermana, così come lo era Amedeo Mancini.
Monti ha escluso poi la natura politica dell’ondata di attentati perché “dovremmo parlare di destra e anarchia, ma non siamo in presenza di soggetti dotati di cultura politica”. Ma allora perché lui stesso ha citato la presunta identità anarchica di Paniconi e Bordoni orientando così in maniera univoca la lettura dei fatti proposta da praticamente tutto il sistema mediatico mainstream?

In realtà basta andare a vedere il profilo Facebook di Paniconi per rendersi conto che di ideali e tendenze anarchiche non c’è affatto traccia, mentre la sua pagina sul social network pullula di post razzisti, di elogi a Matteo Salvini, di offese agli immigrati, di prese di posizione a difesa di Amedeo Mancini- definito più volte ‘fratello e amico mio’ – e di innumerevoli attacchi contro don Albanesi, preso appunto di mira perché accusato di speculare sull’assistenza ai profughi. Anche il profilo facebook di Bordoni è molto istruttivo: anche qui odio per i migranti e pure post che esortano alla collaborazione con i carabinieri… un classico esempio di anarco-insurrezionalista!
Non è dato ancora sapere se Paniconi e Bordoni oltre alla curva di estrema destra dello stadio frequentino anche ambienti politici più classici, ma certo non si può certo negare che i rudimentali attentati contro le chiese e le abitazioni dei parroci di Fermo non abbiano nulla a che fare con la politica e che siano stati compiuti solo ‘in sfregio alle istituzioni’. Le bombe quei due mica le hanno piazzate al Municipio o alle caserme dei Carabinieri… Che poi per farsi una cultura sulle “bombe fai da te” abbiano utilizzato un “manuale” scritto da qualche anarchico non vuol dire proprio nulla.

Eppure i media parlano di ‘ultrà anarchici’. Spettacolare è il volo pindarico di Repubblica quando scrive: “Gli arrestati hanno entrambi 36 anni e vivono di lavori saltuari. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero in qualche modo legati ad Amedeo Mancini, in carcere per l’omicidio del profugo nigeriano. Uno dei due sarebbe una sorta di ideologo, convertito dai valori ultrà di destra a quelli anarchici. In casa dell’uomo i carabinieri hanno trovato e sequestrato alcuni libri che testimonierebbero questo passaggio e gli orientamenti ideologici dell’indagato. In questo contesto avrebbe maturato la decisione di colpire l’ordine costituito, scegliendo in particolare le chiese. Sarebbe stato lui a dare incarico all’altro fermato di confezionare gli ordigni che avrebbero poi materialmente posizionato insieme nei luoghi da colpire”.

Non è molto chiaro se il passaggio sia stato dall’estrema destra all’anarchia o il contrario. E comunque anche nel caso di Mancini, assiduo frequentatore delle iniziative di Casapound nelle Marche, si continua a ripetere che in città era conosciuto come un ‘gran comunistone’…

D’altronde in Italia dare la colpa agli anarchici per coprire le responsabilità degli apparati dello stato o dell’estrema destra in episodi ben più gravi e sanguinosi di quelli registrati a Fermo è una sorta di sport nazionale. Ma stavolta la farsa non può passare inosservata neanche ai più distratti.

21 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Luglio 2016 14:51

Perché la pagina Facebook di Zerocalcare è stata oscurata

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La partecipazione del disegnatore a una commemorazione di Carlo Giuliani scatena la sassaiola in rete, costringendo Facebook a intervenire

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Foto di Simone Florena

tratto da http://www.wired.it

Qualche giorno fa Michele Rech, o più semplicemente ZeroCalcare, ha diffuso sulla sua pagina Facebook ufficiale e i propri profili personali che avrebbe partecipato a una iniziativa per commemorare Carlo Giuliani.

Il testo, accompagnato da una locandina, recitava “Mercoledi 20 luglio, a 15 anni esatti dal G8, alle 15:00 stiamo a fare disegni live in piazza Alimonda a Genova insieme a Alessio Spataro, Paolo Castaldi, Manuel De Carli, Luca Genovese, Simone Lucciola e Cisco Sardano. Tutto quello che facciamo sarà poi messo all’asta benefit per chi sta bevuto”.

Immediatamente una parte dei lettori di ZeroCalcare, quelli che probabilmente fino a quel momento si erano divertiti con riferimenti nostalgici e battute delle sue strisce, ignorando il suo chiaro impegno politico, culminato in Kobane Calling o l’ultimo racconto sulle Unioni Civili, ha iniziato a una sassaiola virtuale a base di “Mi sento tradito”, “Torna a fare i disegnetti” (come se il fumettista fosse una sorta di clown che deve solo divertirti a comando) e tutte le frasi su Giuliani che abbiamo sentito in questi 15 anni, da “Se l’è andata a cercare” a “Non si dovrebbe rievocare un delinquente”.

La cosa è andata avanti per un paio di giorni tra furiosi lanci di fango virtuale e difese sulle barricate finché oggi Facebook, probabilmente subissata di segnalazioni, ha oscurato pagina e profilo personale di ZeroCalcare, senza alcuna segnalazione preventiva o dialogo con l’autore.

Quando ho provato ad accedere mi è stata mostrata una schermata in cui mi si diceva che i miei account erano stati oscurati per colpa di quel post. Riattivando tutto il post è stato eliminato in automatico dalla pagina” ha dichiarato l’autore dopo averlo contattato. Dunque adesso la pagina è nuovamente accessibile, ma ovviamente senza il post incriminato.

Non è la prima volta che la segnalazione in massa viene usata come strumento di censura, dato che spesso Facebook non controlla la natura del post, ma si limita a oscurare in automatico un contento che viene segnalato in massa, per poi eventualmente fare dei distinguo. La cosa era già successa in passato ad altri fumettisti, come Recchioni e Bevilacqua, che si erano scontrati con frange particolarmente attive sui social network e in particolare del Movimento 5 Stelle e di movimenti antieuropeisti, ma in questo caso Rech ha un’opinione ben precisa sui responsabili di questa censura.

Non è detto che i miei lettori debbano pensarla tutti come me, ma di solito sono persone abituate ad accettare un punto di vista differente e sanno già come la penso. Invece quei toni (e le segnalazioni che hanno portato a chiudere la pagina) vengono da altri soggetti, arrivati li apposta, che tendenzialmente sono fascisti e poliziotti (ex o attuali). Quasi nessuno di quei commentatori è un lettore ignaro, ma una persona arrivata là per fare casino”.

Per il resto, Michele sembra aver preso abbastanza con filosofia la cosa, visto che comunque il post è ancora presente sul suo profilo personale.

Hanno oscurato un post su facebook non è che è successo niente di che. Però è il sintomo che la questione di Genova in realtà non è finita, che ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente”.

Intanto le pagine complottare e ricche di bufale continuano a prosperare indisturbate.

20 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Luglio 2016 14:45

Indagine sulle periferie: quello che “Limes” non dice

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Palazzoni

Marco Longo - tratto da http://contropiano.org

La prestigiosa rivista di geopolitica “Limes” ha dedicato il suo ultimo volume al tema delle periferie urbane. Un’ indagine ad ampio spettro, come nei canoni della pubblicazione, che spazia dall’analisi della condizione e trasformazione dei contesti urbani, metropolitani e oltre, sulla scia dei fenomeni  connessi al progressivo inurbamento della popolazione mondiale; alla rinnovata centralità assunta dalle “periferie mondiali” nelle relazioni economiche e sociali e  nelle modalità di governo del territorio urbano, costitutivi  degli  equilibri geopolitici.

Un lavoro articolato che affronta la dimensione urbana delle metropoli e megalopoli globali sotto diversi profili di indagine, che consente di incrociare argomenti e dati utili per comprendere  quella che ormai è comunemente riconosciuta come frontiera strategica per  l’indagine dei futuri scenari sistemici.

L’inurbamento è indubbiamente un fenomeno ricorrente nella “storia delle civiltà”: dall’antica Roma, alle città della rivoluzione industriale, passando per le città rinascimentali, ecc, l’attrazione svolta sulle popolazioni dai contesti urbani con la combinazione di commerci ed attività produttive ha contrassegnato inequivocabilmente le fisionomie delle varie fasi storiche e relative strutture economico-sociali.

Più della metà dell’umanità vive nelle metropoli e ai suoi margini

Le dimensioni assunte dalla crescita delle aggregazioni urbane nel contesto attuale ci pone di fronte ad una  differenziazione del fenomeno per aree geo-politiche dell’inurbamento che per quanto attiene, ad esempio la condizione metropolitana in Europa, trascende il significato originario di trasferimento di popolazione da ambienti rurali interni a quelli urbani innervandosi con i fenomeni migratori. Tuttavia, su scala “globale”  si afferma un dato inedito  l’ inurbamento  ormai riguarda la maggioranza della popolazione mondiale 53%, era il 42% a metà anni ’80, e le Nazioni Unite calcolano una progressione che dovrebbe portarci al 70% nel 2050. Le megalopoli, le citta con più di 10 milioni di abitanti, passeranno dalle 28 attuali alle 41 del 2030, cosi le metropoli, tra 1 e 5 milioni, dalle 417 odierne alle 558; 34 delle prime 50 aree urbane più popolose sono in Asia.

Il dato “ grezzo” segna dunque un passaggio epocale: su scala planetaria, la maggioranza della popolazione mondiale non trae più il proprio sostentamento dall’attività agricola, il riversarsi di moltitudini negli ambiti urbani segna il trasferimento di quote di ricchezza prodotta dal settore primario, l’agricoltura, ai settori industriale e dei servizi. Emblematica la situazione negli Usa il cui 90% del pil e l’86% dei posti di lavoro si genera in una porzione di territorio pari al 3%  coincidente con gli aggregati urbani.

L’inurbamento, per restare all’epoca moderna, che nei paesi del “primo mondo” si poneva in diretta relazione con le trasformazioni sociali generate dalla prima rivoluzione industriale e fasi successive, ossia, con l’affermarsi in quella parte dell’occidente di una compiuta prevalenza delle condizioni del  lavoro salariato, oggi trova riscontri in tutti gli angoli del globo coinvolgendo, oltre alle economie in ascesa, paesi che non hanno mai rotto con la propria condizione di sottosviluppo.

La natura planetaria del fenomeno rischia di rendere poco pertinenti e superficiali eventuali spiegazioni con pretese onnicomprensive. Ad esempio, gli argomenti  a  sfondo demografico- ambientale come desertificazioni, carestie, modificazioni climatiche hanno un impatto decisivo nelle dinamiche d’inurbamento e migratorie in particolari aree del pianeta, ma sono ben lungi dall’esaurire la questione.

Ciò che invece oggettivamente sembra imporsi come “leva” nel passaggio epocale  della maggioranza della popolazione mondiale in insediamenti urbani è, ancora una volta, sia pure ad una diversa fase di  sviluppo delle forze produttive,  la dislocazione dei  processi produttivi  che, sulla scorta del superamento degli equilibri geopolitici tra super-potenze egemoniche, Usa e Urss, ha dato luogo a nuovi scenari della divisione internazionale del lavoro.

Il prodursi di rilevanti processi di accumulazione di capitali nel gruppo dei paesi BRICS, nel sud- est asiatico, ecc, determina il dato strutturale che interagisce con le condizioni territoriali, realizzando espressioni differenziate del processo di inurbamento. 

Dagli anni ’80 assistiamo in Cina ad una migrazione interna che ha coinvolto circa duecentocinquanta  milioni di uomini a cui se aggiungeranno altri duecento nel prossimo ventennio che, oltre a costituire un fenomeno di impatto planetario di cui fatichiamo anche a fornircene una rappresentazione immaginaria, configura un processo di inurbamento interno ad un piano di gestione politica ed economica fondato sul primato assoluto dei processi di pianificazione e programmazione pubbliche. Questo rilievo sulla centralità della gestione pubblica non mira all’affermazione della presunta natura eminentemente socialista della struttura economico-produttiva cinese, quanto alla differenziazione dai processi di inurbamento, abbandonati alla “spontaneità” dei mercati , che contribuiscono alla crescita delle megalopoli in altri contesti, da Bombay a Città del Messico.

Quello cinese nella storia dei processi di inurbamento/industrializzazione costituisce un unicum  capace da solo di dar conto  non solo quantitativamente del passaggio epocale della maggioranza degli abitanti del pianeta in insediamenti urbani, ma, anche, del cambiamento qualitativo  in corso di un gigantesco apparato produttivo da avamposto dei processi di delocalizzazione dei paesi del “primo mondo”, la fabbrica del mondo fondamentalmente esportatrice, ad un apparato di produzione e consumo commisurati al mercato interno, ovvero con una solidità ed autonomia propri ad un competitore globale. Naturalmente tutto ciò si accompagna ad altrettanto gigantesche questioni ed interpretazioni dei processi in corso in Cina, tuttavia, l’elemento centrale e caratterizzante della mutazione economico-sociale cinese è, lo sottolineiamo nuovamente, la centralità strategica assegnata alla pianificazione e programmazione pubblica dei processi di inurbamento.

Il ruolo pubblico, con l’evidenza cinese in primis, allora si pone come differenziazione tra i processi di inurbamento su scala planetaria, mentre l’inurbamento si conferma come categoria dei fenomeni di migrazione interna a singoli paesi o aree.

Migrazioni interne e migrazioni verso i paesi ricchi

Un’attenzione particolare va riservata alla crescita esponenziale dei fenomeni di inurbamento già in corso nel continente africano, con particolare riferimento alla fascia subsahariana, in  cui la combinazione della crescita demografica, prevista una triplicazione della popolazione africana nel corso del secolo oltre i quattro miliardi, con i tentativi di consolidamento della presenza per il controllo delle materie prime soprattutto dei paesi appartenenti al polo europeo, le mire del polo islamista e le politiche di intervento in grandi opere infrastrutturali promosso dalla Cina, rischiano di accelerare ed amplificare i conflitti già presenti, incentivando flussi migratori esterni inevitabilmente rivolti verso l’Europa.

Il binomio guerra/migrazioni che con l’escalation dello scontro tra poli imperialistici nell’area mediorientale sta sottoponendo a fibrillazioni crescenti la tenuta della cittadella imperialistica europea, rischia di trovare in un futuro prossimo nell’estensione al continente africano delle contraddizioni tra le pretese egemoniche imperialistiche un nuovo fronte di “invasione” di cui non osiamo immaginare le modalità di contenimento.

Il riferimento ai flussi migratori verso l’Europa e alla loro origine, ci consente di differenziare i fenomeni di inurbamento dovuti al trasferimento campagna/città dai fenomeni migratori propri alle metropoli occidentali. Naturalmente andrebbero effettuate distinzioni tra i flussi migratori contemporanei verso il Nord- America da parte delle popolazioni ispaniche con il progressivo deteriorarsi delle possibilità connesse all’economia di sussistenza agricola travolta dall’agro-business, da quelle che investono il vecchio continente. Il processo di inurbamento interno ai paesi europei legati al movimento della  forza-lavoro campagna/città è ampiamento concluso, Ll’inurbamento nel vecchio continente è essenzialmente espressione dei flussi migratori generati dalle contese egemoniche dei poli imperialistici, foriere di destabilizzazioni di intere aree geopolitiche e di disgregazioni sistematiche di organizzazioni statuali spesso ricondotte a una condizione tribale.

Allora, provando a definire un’approssimativa sintesi delle tracce proposte, l’inurbamento si propone come duplice dinamica dello stesso fenomeno, ossia, la ridefinizione delle aree di accumulazione capitalistica e del  peso egemonico dei poli imperialisti nei vari scenari geostrategici , che opera sia come ridislocazione dei luoghi di produzione del valore, le cosiddette filiere produttive , sia come distruzione degli equilibri geopolitici per il grado elevato di competizione inter-imperialistica.

Meritevole di rilievo, non solo l’effetto dei flussi migratori nelle metropoli/megalopoli occidentali,  per la funzione classica “dell’esercito industriale di riserva” e del ruolo di contenimento degli aggregati urbani, oltre che  per l’indagine della composizione della forza-lavoro e della permeabilità alle modalità di sfruttamento richieste dalla tentacolare estensione del rapporto privatistico, ma anche il processo migratorio interno alle aree geopolitiche: al processo migratorio esterno, di cui abbiamo sommariamente elencato le cause, si aggiunge un fenomeno migratorio interno alle aree geopolitiche, ossia il trasferimento dalla periferia produttiva, tipico esempio i paesi PIIGS europei, di competenze qualitativamente significative, vedi ricerca, verso i centri di “eccellenza” dell’organizzazione capitalistica. In altri termini, forza-lavoro ad alta qualificazione, anch’essa legata ad un “effetto trascinamento” verso i luoghi della valorizzazione, che non trova collocazione nei paesi di formazione per l’inadeguato livello generale della struttura produttiva o per la loro funzione nel quadro della divisione del lavoro competitivamente determinata. Un fenomeno dalle dimensioni non trascurabili, se è vero che i dati ufficiali dei flussi in entrata ed uscita dal nostro paese, esclusa la presenza cosiddetta clandestina, sono sostanzialmente equivalenti.

La visione capitalistica sulle metropoli

Dunque, ci sembra questo il quadro di tendenze che definisce il profilo delle metropoli/megalopoli nell’attuale fase della competizione globale, con cui interagiscono le questioni sollevate dalla rivista “Limes”: urbanistica, disagio sociale, criminalità, precarietà, fenomeni di radicalizzazione islamista ecc. Eppure, pur ribadendo, l’utilità del lavoro di indagine svolto dalla rivista non ci sembra che si colga la specificità delle aggregazioni urbane nella fase attuale, a partire dal rapporto decisivo pubblico/privato.

 Napoli, le vele

In “epoca capitalistica” i processi di urbanizzazione hanno costituto uno strumento fondamentale per l’assorbimento delle eccedenze di capitale e lavoro (Harvey), con una funzione sostanzialmente anticiclica o comunque di sostegno all’accumulazione anche  con la costruzione di infrastrutture. I grandi progetti di trasformazione urbana del XIX e XX secolo sono tutti interni al rapporto tra pubblico e privato, in una relazione di preminenza dell’aspetto pubblico per le inevitabili lunghezze del ciclo produttivo e la programmazione in settori  quali l’edilizia, trasporti, ecc., realizzando una dimensione di funzionalità del contesto urbano alle necessità dell’accumulazione, con un ruolo strategico assegnato allo Stato.

Il piano Ina-Casa, 1949-1963, ad esempio, ha rappresentato nel nostro paese il modello della pianificazione urbanistica dell’inurbamento del 2° dopoguerra, con una visione di città a misura di collettività, non solo enunciata  e che oggi apparirebbe come esempio di propaganda bolscevica, evidenziando una funzione di indirizzo e gestione del pubblico, sostanzialmente sopravvissuta, fino alla realizzazione dei piani di Edilizia Economica e Popolare (1964-84).

La città pubblica sopraffatta dagli interessi privati

Ciò che si impone oggi nel rapporto pubblico/privato è il superamento di un equilibrio nella salvaguardia delle funzioni e di ruoli, in cui il capitale privato, sempre più a dimensione multi-transnazionale, mira a riassumere all’interno del proprio processo di valorizzazione tutti gli ambiti della vita sociale. Come questo sia avvenuto è chiaramente iscritto nel sistema di relazioni e di interessi posti a governo delle metropoli urbane. L’immagine delle metropoli offerta da “Limes” di contesti urbani periferici a “ bassa pressione istituzionale e a forte informalità” confligge con la realtà di una presenza istituzionale sempre più stringente, tra cui la sperimentazione dell’esercito con funzioni di controllo sociale, e la privatizzazione del territorio assoggettato, non solo per quanto attiene alla sfera criminale-speculativa, alla logica del mercato, in cui la deregolamentazione delle relazioni formalizza in modo netto i rapporti di forza.

Carovana in corteo il 19 (via cavour)

L’invito da parte di “Limes” a riaffermare una rinnovata collaborazione tra pubblico e privato per una rinascita delle periferie, non tiene conto di questa nuova dimensione della supremazia della categoria del profitto come parametro codificato della razionalità ed efficienza del sistema.

Una condizione ben riassunta dal  paradosso della metropoli romana, in cui la decrescita del numero dei residenti si scontra con la gentrificazione strisciante e con l’aumento incessante delle cubature di cemento per l’edilizia privata e l’estensione delle cinture periferiche, riconducibile ad un modello di insediamento pulviscolare, scollegato dalla rete dei servizi, interamente nelle mani dell’interesse privato e della speculazione.

Allora il progressivo venir meno della funzione pubblica, intesa come espressione di interesse generale, anzi il suo inglobamento nei criteri del capitale privato, a cui viene riconosciuta superiorità organizzativa e gestionale e centralità economica, pone la questione periferie sul terreno “politico” dell’esercizio della sovranità della parte maggioritaria della popolazione. Recuperare sovranità nell’affermazione dei propri interessi, per un modello di città sottratto all’egemonia degli interessi privatistici, dare corpo alla rappresentanza di questi interessi e alla loro natura inevitabilmente conflittuale è il vero nesso che riannoda la questione sociale urbana del XXI secolo alle possibilità di trasformazione del modello sociale.

E questo nell’indagine di “Limes” e di tutti quelli che hanno scoperto le periferie non può proprio esserci…

Ross@ Roma

29 giugno 2016

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Brexit. I media spargono il terrore

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premier league giocatoritratto da http://contropiano.org

La grande stampa italiana è “europeista” per definizione. Ed è rimasta scioccata dal risultato del referendum inglese. Non si tratta tanto di una questione ideologica, quanto di concreti modi di vita, ossia di interessi. Sia della proprietà dei vari media, in mano a un establishment che vede nella tecnostruttura di Bruxelles una cosa propria da difendere sempre; sia della parte “storica” delle redazioni, ossia di quelle “firme” che sono anche il volto pubblico più noto di ogni testata, oltre che i più pagati in una stratificazione stipendiale che arriva – in basso – fino ai precari pagati cinque o dieci euro “al pezzo”.

Questa batteria d’artiglieria martella quotidianamente la cosiddetta opinione pubblica, forgiando – qui sì – una vera e propria ideologia pro-Ue a prescindere dal merito delle decisioni fondamentali che la stessa Ue impone.

All’indomani del voto britannico i tasti suonati con ossessività assoluta sono soltanto due: “adesso gli inglesi sono rovinati” (con qualche conseguenza grave sui mercati internazionali e ‘economia italiana) e “hanno vinto i fascisti”.

Il primo tema ideologico è un’esagerazione mostruosa ed unilaterale dei problemi che tutto il sistema globale si troverà ora ad affrontare, con ovvie maggiori conseguenze per il sistema economico britannico, che riflette e anticipa le minacce con cui le “istituzioni sovranazionali” affronteranno il prossimo premier di Londra. Fin qui siamo in piena continuità con l’atteggiamento tenuto nei confronti della Grecia al tempo dello “Tsipras 1”, fino all’acme raggiunta nei giorni del referendum ellenico sul Memorandum, vinto dal “No” ma svenduto dal giovane leader di Syriza in una notte buia e tempestosa.

Ma Londra non è Atene, e tagliare i viveri agli inglesi – come è stato fatto con i geci, bloccando per molti giorni l’erogazione di contanti dai bancomat – non è tecnicamente possibile. Non lo è sul piano monetario, visto che non è l’euro la moneta in uso oltremanica. Non lo è sul piano finanziario, visto che la City è un cuore storico dei mercati globale e il trasferimento delle innumerevoli attività basate nel “miglio d’oro” intorno a Canary Warf è certamente possibile, ma non troppo conveniente e neanche realizzabile in tempi rapidi. Stiamo infatti parlando del centro del centro, non di una semiperiferia dell’impero o di un paese che conta meno del 2% del Pil europeo.

Al massimo, spiega IlSole24Ore

In totale, PwC stima che Brexit potrebbe costare dai 70.000 ai 100.000 posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari nel Regno Unito entro il 2020. Il sindaco di Londra Sadiq Khan, forte sostenitore del «Remain», ha fatto appello alle imprese affinché non si facciano rendere dal panico e ha assicurato che la città rimarrà il miglior posto al mondo dove fare affari. Ma le città concorrenti stanno già stendendo il tappeto rosso per i possibili traslochi: il presidente dell’Ile-de-France, Valérie Pécresse, ha detto di essere «pronta ad accogliere tutti coloro che vogliono tornare in Europa». «Benvenuti nella Regione di Parigi – ha poi aggiunto – la nuova Londra».

In mancanza di obiettivi finanziari facilmente spiegabili al “popolino”, la minaccia principale si è subito concentrata… sul calcio e la Formula 1. Un piccolo florilegio aiuta a capire:

Nell’ultimo accordo per il triennio 2016-2019 si è arrivati alla cifra record di 7 miliardi di euro. La torta viene divisa fra tutti, il calcio inglese è diventato un business globale in cui operano magnati thailandesi (Leicester), arabi (Manchester City) americani (Manchester United). Su 20 squadre della massima serie, più della metà è in mani non inglesi. Con la vittoria del fronte Brexit in Gran Bretagna saranno avviate le procedure per l’uscita dall’Unione europea. Per i club sarà una rivoluzione: le leggi comunitarie infatti consentono il libero spostamento dei lavoratori all’interno degli Stati membri. Stelle come Martial, Payet, Kanté oggi sono tesserati come comunitari. Quando la norma cadrà circa 400 giocatori, incluso il campionato scozzese e le leghe minori, non sarebbero in regola. […] Fra le conseguenze più preoccupanti c’è anche un deprezzamento del valore commerciale della Premier: con meno campioni le tv non pagherebbero gli stessi prezzi di oggi. (Corriere della Sera)

La Formula 1 è legata a doppio filo con la Gran Bretagna. Non solo perché la Fom, la società che gestisce i diritti commerciali del circus, fa capo a Bernie Ecclestone e a Londra ha la sua base. Ma perché l’80% dei team si trova nella «F1 Valley», una cintura di industrie di altissima tecnologia che parte dai confini della capitale per abbracciare Milton Keynes, Banbury e Woking. Luoghi resi celebri dalle scuderie che li hanno scelti. La Mercedes è presente a Brackley, base operativa del team campione del mondo, e a Brixworth dove si fabbricano i motori delle monoposto di Hamilton e Rosberg. […] Ecclestone non hai mai sposato campagne politiche, ma sperava in un esito diverso del referendum del 23 giugno. Fra i pochi a schierarsi, fra i team principal, è stato Ron Dennis patron della McLaren che ha spiegato le ragioni del no in una lunga lettera al Times: «Sarebbe illogico uscire dall’Unione Europea, è un salto nell’ignoto». Poco cambierà per i piloti: vivono quasi tutti a Montecarlo, mondo dorato al riparo dalle tempeste finanziarie. (Corriere della Sera)

Ancor peggio, e non avevamo dubbi, riesce a fare Repubblica, il cui editore sta mettendo nei guai Renzi per alcune informazioni da insider a proposito del decreto sulle banche cooperative, mesi prima che venisse scritto e approvato:

Il terremoto sarà uno e sufficientemente devastante per allontanare per sempre il ricordo del calcio inglese modello di riferimento e suggestione culturale permanente. Il primo danno sarà “umano”: i calciatori europei perdono il diritto di entrare e uscire liberamente dal Regno Unito. A pagarla di più saranno le società più ricche, avrà ripercussioni clamorose sulle rose della Premier League. Forse meno, almeno inizialmente, sulle categorie inferiori.

Stretta inevitabile anche sui calciatori extra-comunitari, i quali dovrebbero rispondere a criteri governativi più rigorosi e limitanti. Facendo una rapida somma dei professionisti delle due principali divisioni del calcio inglese e scozzese, più di 300 calciatori (si calcola 322) non rientrerebbero più negli standard di accoglienza, 100 nella sola Premier. Solo 23 dei 180 stranieri attualmente in rosa nel campionato maggiore avrebbero il permesso di lavoro e nessuno dei 53 della Scottish Premier League potrebbe garantirsi la permanenza in Scozia sulla base del proprio profilo agonistico. Una “diminutio” implacabile che non risparmierà neppure la terza e la quarta divisione inglese, dove 109 calciatori sarebbero costretti a fare le valigie.

Brexit allargherà la forchetta tra grandi e piccoli, togliendo al calcio, soprattutto a quello inglese, il privilegio di consentire anche alle ultime in classifica “revenues” dignitose e in linea per future imprese sul mercato dei calciatori. Con Brexit fra lo United e una retrocessa ci saranno distanze “italiane”, come tra Juventus e Frosinone. Anche i calciatori avranno molta meno spinta ad accasarsi in Gran Bretagna: “Stiamo sottostimando il pericolo, la verità è che metà dei calciatori di Premier vedranno il loro permesso di lavoro trasformato in carta straccia”, ammettono i procuratori, preoccupati anche del loro lavoro e delle loro percentuali. “In una situazione del genere porterei via dal Tottenham il mio assistito”, confessa Martin Schoots, l’agente olandese del danese Christian Eriksen.

Ma l’omogeneità tra le varie testate è totale. Anche l’organo di casa Fiat, La Stampa, segue lo stesso copione con poche variazioni:

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ai calciatori europei verrà applicato lo stesso trattamento finora riservato agli extracomunitari, ovvero per giocare in Premier servirà loro un permesso di lavoro che verrà concesso solo se avranno giocato un certo numero di partite nella loro nazionale (la percentuale, fra il 30% e il 75%, dipende dal ranking Fifa e vale solo per i Paesi ai primi 70 posti) nei due anni precedenti alla richiesta.

Stando al «Daily Mail», ad oggi oltre 100 calciatori della Premier non potrebbero ottenere il via libera del Ministero degli Interni di Londra. Considerando poi le prime due divisioni di Inghilterra e Scozia, il numero sale vertiginosamente e si avvicina ai 400. In altre parole calciatori come Martial, Payet o Kante, con le regole presto in vigore, non potrebbero trovare spazio e in futuro sarà quasi impossibile per i club della Premier aspirare a operazioni come lo sono state in passato quelle che hanno portato Cristiano Ronaldo al Manchester United o Thierry Henry all’Arsenal.

Allarme terroristco, certamente. Peccato che tutto ciò sia una semplice eventualitàm che comincerebbe a diventare concreta solo tra due o più anni (nell’ambito delle procedurali trattative tra Londra e Ue sull’uscita ai sensi dell’art.50 del trattato fondamentale). E ognuno è in grado di giudicare, distogliendo per un attimo gli occhi da fogliacci nostrani, se sia realistico o meno che l’immenso business calcistico britannico (ed europeo) possa essere annientato senza ricorrere -prima d’allora – a nuovi contratti che lo tengano al riparo dalla “tragedia”.

Meno immediate le conseguenze sulle pensioni (di chi lavora non delle star della pedata). Spiega sempre il quotidiano torinese:

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

Sarebbe un danno serio, certamente, ma comunque meno grave di quello inferto ai pensionati italiani dalle varie “riforme” degli ultimi venti anni e assolutamente meno serio di quello subito ad opera delle banche (da Etruria alla Popolare di Vicenza) che li hanno costretti ad acquistare obbligazioni subordinate o azioni senza mercato, dunque senza valore.

Più vergognosa, invece, la paura sparsa tra gli italiani che vivono o sono intenzionati ad andare a lavorare in Gran Bretagna:

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

Si omette qui accuratamente di ricordare che il welfare britannico per i cittadini comunitari è già stato ritirato e sostanzialmente annullato nell’ambito delle “quattro condizioni” ricontrattate quest’anno tra Londra e l’Unione Europea. Era uno dei temi “anti-immigrati” che Cameron aveva fatto proprio nel tentativo di sottrarre popolarità a Farage e soci, nel tentativo – riuscitissimo, come si è visto – di assicurarsi la maggioranza nell’ormai fissato referendum sulla Brexit.

Ovvio che i giornali italiani debbano parlare al pubblico di casa. Ma esigere un po’ di informazione, qua e là, non sembra poi così eccessivo.

Stesso discorso sull’attribuzione politica della vittoria alla “destra nazionalistica”. Silenzio assoluto sulla campagna Lexit e l’articolazione sociale del voto. Solo classifiche su giovani contro vecchi (i primo pro-Ue, i secondi “isolazionisti”, probabilmente per questioni di deambulazione…), magari immigrati contro  “indigeni” (come cambiano le stigmate del linguaggio in appena due secoli…). Ma nessuna statistica su come abbiano votato ricchie poveri. Ci fosse un problema di classismo, nella stampa italiana?

Un tema che ci sembra da scandagliare attentamente, nei prossimi giorni, esercitandoci con altri orori della propaganda di regime…

26 giugno 2016

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