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COMUNICAZIONE E MEDIA

Gran Bretagna, la Camera dei Comuni si pronuncia per lo Stato di Palestina

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Gran Bretagna, La Camera dei Comuni si pronuncia per lo Stato di Palestina

tratto da http://contropiano.org

I deputati britannici hanno deciso di riconoscere la Palestina come Stato. Una mossa che non cambierà la posizione del governo su questo tema, ma porta un valore simbolico per i palestinesi nel tentativo di realizzare il loro Stato.

La Camera dei Comuni con una grande maggioranza di 274 voti favorevoli, e 12 contrari, ha approvato una proposta non vincolante per il governo, affermando che "questo Consiglio vede che il governo dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele come un contributo per garantire la soluzione dei due Stati attraverso negoziati."
Il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Malki in una dichiarazione a caldo all’agenzia palestinese Maan, ha detto dopo il voto della Camera dei Comuni a favore del riconoscimento della Palestina come Stato, auspica il rispetto da parte del governo britannico della decisione della Camera dei Comuni, anche se non è vincolante, e dichiarare immediatamente la sua intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina in ossequio alla decisione del parlamento in quando questa decisione viene dai rappresentanti del popolo britannico di riconoscere lo Stato di Palestina.
E in attesa che il Ministro degli Affari Esteri del governo britannico adotta velocemente questa decisione in modo coerente con la posizione dei rappresentanti del popolo britannico e non ritardare la posizione del suo governo. 

D’altra parte questa decisione, rappresenta un passo correttivo di un enorme errore storico commesso dalla Gran Bretagna contro il popolo palestinese: la dichiarazione di Balfour del 2 novembre 1917, che è stata la promessa al movimento sionista di creare un focolaio ebraico sulla terra di Palestina sotto mandato britannico. Nonostante il ritardo storico è una risoluzione che va incoraggiata. grazie alla coraggiosa presa di posizione adottata dalla Camera dei Comuni, che ha resistito a tutte le pressioni esercitate nel corso degli ultimi giorni.
La Gran Bretagna non riconosce lo stato di Palestina, ma dice che può farlo in qualsiasi momento se lo ritiene utile negli sforzi di pace tra palestinesi e Israele.
Il primo ministro britannico David Cameron prima del voto ha detto che il risultato non influenzerà la politica del suo governo. I palestinesi, sperano il contrario, e che la giustizia e la volontà dei parlamentari britannici non si disperda con il vento.

Si ricorda che il governo svedese, è stato il primo paese dell'Unione Europea ad annunciare l'intenzione di riconoscere formalmente uno Stato palestinese.

Cosa faranno adesso il Parlamento e il governo italiano? Riconoscerà lo Stato Palestinese? L’Italia era stata protagonista della dichiarazione europea di Venezia 1981 che riconosceva l’Olp come partnership e come rappresentante legittimo del popolo palestinese. Ma se il Big Ben di Londra ha detto di si, possiamo aspettarci il si dei campanili dei Palazzi Romani? Sarebbe un si desiderato da gran parte dell’opinione pubblica italiana, come ha dimostrato la manifestazione per la Palestina a Roma lo scorso 27 settembre.

14 ottobre 2014

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Ebola, la tempesta perfetta

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Oms sotto accusa. Il rapido diffondersi dell’epidemia e la gestione fallimentare dell’emergenza pongono seri dubbi sul ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità, sempre più debole politicamente e condizionata dai finanziamenti privati. E il virus resta fuori controllo anche per ragioni legate alla geopolitica

Da quando è tor­nato a infe­stare l’Africa, con dina­mi­che di con­ta­gio e para­bole epi­de­mio­lo­gi­che che non si erano mai viste prima, ne ha fatta di strada il virus dell’Ebola. Dal primo pas­sag­gio del virus, forse dovuto al con­tatto fra un con­ta­dino di uno sper­duto vil­lag­gio della Gui­nea Cona­kry e una volpe volante (o pipi­strello della frutta), tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014.

Da quando è stata final­mente iden­ti­fi­cata, nel marzo 2014, l’epidemia ha mol­ti­pli­cato le sue rotte. Oltre i remoti vil­laggi senza nome, lungo le camio­nali dirette alle bru­li­canti città afri­cane. Fuori dai con­fini sociali della povertà, a lam­bire la classe media del con­ti­nente, anch’essa aero­mo­bile ormai. Gli ultimi dati dell’Organizzazione mon­diale della sanità (Oms) regi­strano 7470 casi in Gui­nea, Libe­ria e Sierra Leone, con 3431 decessi.

Ma l’Ebola è uscita ormai anche dal con­ti­nente afri­cano. È arri­vata negli Stati Uniti, con il «caso zero» di virus del 28 set­tem­bre in Texas – quello di Tho­mas Eric Dun­can, in lotta tra la vita e la morte men­tre scri­viamo – il panico nella comu­nità libe­riana di Dal­las e nove per­sone ad altis­simo rischio di con­ta­gio, secondo le ultime noti­zie. Di qual­che ora fa è anche l’annuncio di un gior­na­li­sta free­lance della Nbc News, Ashoka Mukpo che, infet­tato la scorsa set­ti­mana, è appro­dato lunedì scorso all’ospedale del Nebraska.

E da ultimo, Ebola è arri­vata anche in Europa, con una infer­miera spa­gnola infet­tata dal virus dopo essere entrata in con­tatto con il mis­sio­na­rio Manuel Gar­cia Viejo, infet­tato in Africa, rim­pa­triato e poi dece­duto nell’ospedale La Paz Carlo III di Madrid. Segnerà una svolta nella gestione della pato­lo­gia, quest’approdo oltreoceano?

Geo­po­li­tica della salute

Il fatto che l’epidemia sia fuori con­trollo, come aveva anti­ci­pato qual­che set­ti­mana fa la pre­si­dente di Medici Senza Fron­tiere Joanne Liu, e come ormai rico­no­scono anche nei cor­ri­doi dell’Oms, la dice lunga sui dispo­si­tivi che muo­vono la geo­po­li­tica della salute, nei tempi inter­con­nessi della glo­ba­liz­za­zione. I feno­meni di urba­niz­za­zione e l’espansione delle città, non­ché la mag­giore mobi­lità delle per­sone, creano ogget­ti­va­mente i pre­sup­po­sti di quella che Mark Woo­lhouse, epi­de­mio­logo delle malat­tie infet­tive dell’Università di Edin­burgo ha defi­nito «la tem­pe­sta per­fetta per l’emersione dei virus».

La sepoltura a Freetown  di una vittima del virus

La sepol­tura a Free­town di una vit­tima del virus

Eppure non tutti i virus atti­rano la comu­nità inter­na­zio­nale con lo stesso potere di mobi­li­ta­zione. «In un certo senso si tratta di una morte annun­ciata — com­menta Janis Laz­dins, già respon­sa­bile della ricerca presso la Tro­pi­cal Disease Research Unit (TDR) dell’Organizzazione mon­diale della sanità (Oms) -, per diversi anni si è cer­cato di con­vin­cere l’Oms a pro­muo­vere la ricerca con­tro l’Ebola, magari inse­ren­dola nel paniere di pato­lo­gie cui poteva dedi­carsi Tdr, ma è sem­pre stato rispo­sto che si trat­tava di una malat­tia focale, di foco­lai viru­lenti, capaci di estin­guersi da soli. Oggi è cam­biato tutto. Ma il rischio è che l’Oms abbia un know-how molto limi­tato sulla malat­tia, sicu­ra­mente in ambito di ricerca e svi­luppo di nuovi far­maci per combatterla».

Solo ad ago­sto l’Oms ha rico­no­sciuto Ebola come un’emergenza inter­na­zio­nale, segno che non pro­prio tutti i con­tagi pesano in ugual misura. Di tutt’altro dina­mi­smo fu la rispo­sta che l’Oms seppe sol­le­ci­tare nel 2003 al virus della sin­drome acuta respi­ra­to­ria (Sars). Il virus colpì paesi eco­no­mi­ca­mente forti e ful­minò in poche set­ti­mane pochi busi­ness­men glo­bali appro­dati in Canada dalle aree dell’Asia ripor­tate come foco­lai della malat­tia. A recu­pe­rare la reti­cenza ini­ziale, se non il vero e pro­prio occul­ta­mento della malat­tia da parte dei governi, l’Oms riu­scì ad atti­vare un net­work di rispo­sta glo­bale, costrin­gendo la comu­nità scien­ti­fica inter­na­zio­nale ad uno sforzo di col­la­bo­ra­zione che viene ancora oggi addi­tato a modello, e che in pochi mesi pro­dusse i primi stru­menti medici.

Eppure i motivi di pre­oc­cu­pa­zione per la dif­fu­sione dell’Ebola non man­cano. Le pro­ie­zioni pub­bli­cate a metà set­tem­bre dall’US Cen­tre for Disease Con­trol and Pre­ven­tion (CDC) di Atlanta non lasciano scampo. In Sierra Leone e in Libe­ria sol­tanto, più di 20 mila nuovi casi potreb­bero emer­gere nelle pros­sime set­ti­mane e qual­cosa come 1,4 milioni entro gen­naio 2015 se il con­ta­gio con­ti­nuasse a pro­pa­garsi ai ritmi attuali.

Il virus ha potuto dif­fon­dersi con sor­pren­dente rapi­dità finora per­ché il com­pito di iden­ti­fi­carlo e gestirlo è stato lasciato in buona sostanza ai sistemi sani­tari del tutto ina­de­guati di paesi molto poveri, e asso­lu­ta­mente impre­pa­rati ad affron­tarne la viru­lenza. Gli ospe­dali e i pre­sidi sani­tari erano, e restano ancora oggi, del tutto sguar­niti degli stru­menti fon­da­men­tali per con­te­nere l’infezione: i guanti, l’acqua cor­rente, gli sca­fan­dri pro­tet­tivi. Il per­so­nale sani­ta­rio afri­cano, che già si conta al lumi­cino, ha pagato un prezzo altis­simo in ter­mini di con­ta­gio e di vite. Un tri­ste cata­logo di disfun­zioni poli­ti­che, medi­che e logi­sti­che, peral­tro non nuove. Un elenco fitto di lezioni che Ebola inse­gna alla comu­nità sani­ta­ria glo­bale, foca­liz­zata da troppi anni su poche, spe­ci­fi­che, malat­tie in voga presso la comu­nità dei dona­tori, a disca­pito dell’attenzione rivolta alla salute pri­ma­ria, alle prio­rità che per gli afri­cani con­tano dav­vero. La pre­ven­zione e la pro­mo­zione della salute.

Un operatore dell'Oms mostra a un'infermiera di Freetown come indossare la tuta protettiva

Un ope­ra­tore dell’Oms mostra a un’infermiera di Free­town come indos­sare la tuta protettiva

L’Ebola però parla anche dell’Oms di que­sti anni. Rac­conta le con­se­guenze della sua debo­lezza finan­zia­ria e soprat­tutto poli­tica, un’autentica minac­cia alla salute del pia­neta. In quanto auto­rità pub­blica con il com­pito di diri­gere e coor­di­nare le ope­ra­zioni di salute inter­na­zio­nale, l’Oms dovrebbe essere ade­gua­ta­mente care­nata ad inter­cet­tare e affron­tare tutte le emer­genze sani­ta­rie. A que­sto scopo l’agenzia, pro­prio all’indomani della Sars, si è dotata di health regu­la­tions vin­co­lanti per tutti i suoi 194 mem­bri. Eppure, a par­lare con i fun­zio­nari di Gine­vra in que­ste set­ti­mane, si deve pren­dere atto che l’agenzia sta grat­tando il barile dei pochi fondi di cui dispone e sta facendo i conti con la ridu­zione dra­stica del suo per­so­nale, soprat­tutto quello della vec­chia scuola, che è stato dismesso o ha tra­smi­grato altrove.

Attenti al «filantropo»

Inol­tre l’Oms è stata con­di­zio­nata negli ultimi anni da un nugolo sem­pre più ristretto di paesi dona­tori e di finan­zia­tori pri­vati che hanno lasciato ben poco spa­zio di mano­vra all’agenzia in ter­mini di prio­rità sani­ta­rie. Il filan­tropo Bill Gates la fa da padrone: dal 2013 è il primo ero­ga­tore di fondi dell’Oms, e non era mai avve­nuto nella sto­ria dell’agenzia che un pri­vato supe­rasse il finan­zia­mento dei governi. I quali dal canto loro, per­met­tono che tutto que­sto avvenga, al mas­simo con qual­che mal di pan­cia. Nep­pure i potenti Brics fanno ecce­zione.
Ebola ci costringe dun­que a misu­rare il col­lasso del governo mon­diale della salute. Ora che l’epidemia priva di medi­ci­nali essen­ziali ha inne­scato la com­pe­ti­zione fra case far­ma­ceu­ti­che, aziende bio­tech e cen­tri di ricerca, si tratta di capire se l’Oms possa accom­pa­gnare la corsa al vac­cino che si è sca­te­nata, e con quali pro­cessi di tra­spa­renza, di com­pe­tenza tec­nica, di arruo­la­mento degli esperti. Già con l’influenza avia­ria, l’agenzia è stata fago­ci­tata dal con­flitto di inte­ressi, con gravi effetti reputazionali.

Controlli sanitari alla frontiera  tra Mali e Guinea Conakry

Con­trolli sani­tari alla fron­tiera tra Mali e Gui­nea Conakry

Le ricer­che con­tro il virus dell’Ebola, avviate tra­mite l’uso dei sieri delle per­sone infette come rac­co­man­dato dall’Oms, sono ancora a una fase molto inci­piente, nel senso che nes­suna spe­ri­men­ta­zione è andata oltre il livello ani­male. Inol­tre tutto il discorso della ricerca sem­bra essere sfug­gito, in senso stretto, alle auto­rità dei paesi col­piti, le quali hanno detto in tutte le lin­gue di non essere in grado di valu­tare la qua­lità dei far­maci con­tro Ebola. All’Oms non resta che affi­darsi alla Food and Drug Admi­ni­stra­tion (Fda), sem­pre più coin­volta dato l’attivismo delle aziende bio­tech ame­ri­cane, o all’Euro­pean Medi­ci­nes Agency (Ema).

Lo sce­na­rio pre­senta alcuni pro­blemi. Il primo rischio è che i cri­teri strin­genti e com­pe­ti­tivi di Fda e Ema ral­len­tino la messa in campo di nuovi vac­cini, e pro­du­cano un impatto inde­si­de­rato sul prezzo del pro­dotto finale, come del resto avviene in maniera sem­pre più siste­ma­tica con i vac­cini di ultima gene­ra­zione. Che ruolo saprà o potrà svol­gere l’Oms per nego­ziare il prezzo dei dispo­si­tivi medi­cali così urgenti? Sarebbe una beffa odiosa se, a fronte dell’emergenza, i far­maci essen­ziali non fos­sero acces­si­bili. L’altro pro­blema riguarda il volume di pro­du­zione dei nuovi pro­dotti. Dif­fi­cile capire che cosa abbia fatto finora l’Oms per spin­gere quelli che hanno la tec­no­lo­gia a impe­gnarsi sui grossi volumi di far­maci, nego­ziando un accordo fra inven­tori e pro­dut­tori del vac­cino. Dif­fi­cile capire se abbia la volontà poli­tica, la lea­der­ship neces­sa­ria per eser­ci­tare que­sta media­zione sull’accesso di larga scala. Infine, si chiede Janis Laz­dins, «una volta pronto il vac­cino, chi ne con­trol­lerà l’accessibilità: il paese col­pito, l’azienda pro­dut­trice o il finan­zia­tore del pro­getto di ricerca?».

C’è un ruolo per l’Organizzazione mon­diale della sanità in que­sto sce­na­rio, ci chie­diamo noi?

7 ottobre 2014

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La bolla speculativa? La spiegano i videogiocatori. Il caso Fifa 15

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Non molti anni fa Edward Castronova, docente di telecomunicazioni alla Indiana University,  svelò un vero e proprio mondo alla ricerca: quello dove si intrecciano videogiochi on-line ed economia. Nella doppia accezione: quella che rivelava l'importanza economica dei videogiochi (con titoli che oggi superano i 350 milioni di euro di budget a gioco alimentando una economia complessa, innovativa e ramificata) e quella che rivelava come i videogiochi fossero uno straordinario laboratorio comportamentale in economia. Generando una produzione di valore che finiva per toccare il mondo economico tout court.  

Nessuno, tra coloro che anche distrattamente conoscono le economie digitali, si può stupire infatti di un fenomeno come i bitcoin quando, pochi anni prima della esplosione della moneta digitale, i giocatori si scambiavano prodotti per giocare, in ambienti virtuali, anche diverse centinaia quando non migliaia di dollari al singolo pezzo. Il lavori di Castronova, che spiegano come si evolvono le economie dei videogiochi paragoandole a quelle del più vasto molto offline,  servono come strumento di simulazione per quanto accade nella finanza e persino nelle evoluzioni del concetto di legge ( si veda il recentissimo  Financial Crime and Gambling in a Virtual World di Chamber-Jones e Hillman). 
Si capisce quindi come il caso Fifa 15, il più popolare videogioco sullo sport più popolare ovvero il calcio, possa rivelarsi una interessante simulazione. In molti casi ma qui ci concentriamo su uno. Quello di Fifa Ultimate Team, una delle modalità online del gioco della EA sports che consente di acquistare calciatori come se si fosse sul mercato reale. La popolarità di questa modalità è così elevata da generare una doppio speculazione: sia applicata sui crediti, moneta interna al gioco, necessari per comprare i giocatori sia applicata alla moneta reale usata, alla fine, per favorire la speculazione sui crediti. 
Si è andata, creando così una doppia speculazione, tra crediti e moneta reale, che non ha niente a che invidiare a quanto accade in borsa. Non solo, i calciatori investiti nella speculazione si sono sempre più sganciati dal loro valore reale: come accade nel calciomercato vero. In quest'ultimo caso con i procuratori, e le agenzie di intermediazione, a speculare con gli stessi mezzi, e spesso gli stessi attori, degli hedge fund. Con Jorge Mendes, procuratore star di Cristiano Ronaldo e Mourinho, che sta subendo una inchiesta per conflitto di interessi proprio come accade ai broker. 
Nel mondo digitale EA Sports ha deciso quindi di calmierare il mercato dei crediti per acquisto di calciatori all'interno della modalità on line detta Fifa Ultimate TeamCon diversi gradi i gradi di giudizio applicati contro gli speculatori (con un livello di avvertimento e tre di sanzione) e con una politica  di intervento piuttosto draconiana.  Il caso ha voluto che, per frenare la speculazione del calciomercato reale, sia partita una inchiesta delle autorità calcistiche (non digitali) su Jorge Mendes, procuratore star di Cristiano Ronaldo e Mourinho, per verificare l'esistenza di per conflitto di interessi proprio come accade ai broker.
Come diceva un antico broker americano, sopravvissuto al crack del '29: "la speculazione è vecchia come le colline". Basta, aggiungiamo noi, saper intervenire per spianarle in tempo. Prima che accadano i danni veri. Citiamo  così da http:pallonate.com

"Oggi ci concentriamo su FUT, ovvero Fifa Ultimate Team, la modalità di gioco online che permette di costruire squadre e sfidare giocatori da tutto il mondo. La novità più importante in FIFA 15 riguarda la durissima presa di posizione di EA Sports contro i coin-seller,  ovvero contro coloro che vendono i crediti spendibili su FUT per acquistare giocatori. Questa è una pratica vietata dal regolamento del gioco ma estremamente comune, che si porta avanti quotidianamente attraverso decine di piattaforme dedicate alla compravendita.

Da quest’anno, EA Sports ha deciso di non voler più chiudere un occhio e di punire severamente i coin-seller: si va da un semplice ammonimento nei confronti di chi promuove la vendita di crediti, fino al ban permanente da tutti i giochi EA per chi viene sorpreso “in flagranza di reato”.

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Linea durissima di EA contro i coin-seller in FIFA 15

Questo aspetto può sembrare secondario ma non lo è perchè le ripercussioni saranno pesantissime soprattutto per gli stessi giocatori. Vi siete mai chiesti, infatti, come fosse possibile che Ibrahimovic TOTS (la carta blu che viene rilasciata ai migliori 11 calciatori selezionati dalla FIFA in occasione della cerimonia del Pallone d’Oro) costasse 15 milioni di crediti sul network PlayStation? Questa cifra è determinata solo in piccolissima parte dal valore del giocatore (probabilmente il più forte attaccante del gioco) mentre sono proprio i coin-seller a “deciderne il prezzo”: finchè saranno venduti crediti, ci sarà gente disposta a comprarne 15 milioni per avere Ibra.

In questo modo il mercato non si pone limiti e anzi diventa ancora più fuori controllo, con gruppi di utenti che uniscono le forze (e i crediti) per fare price-fixing (comprare tutte le carte di un giocatore e decidere loro che prezzo devono avere), altri che spendono centinaia di euro per acquistare i migliori player attraverso i coin-seller e la stragrande maggioranza di chi gioca a FUT che invece non capisce quello che sta succedendo e non potrà mai gareggiare lealmente sul mercato.

Ma se i coin-seller non ci fossero più? Allora nessuno (e sottolineiamo: nessuno) sarebbe in grado di accumulare 15 milioni di crediti per comprare Ibrahimovic TOTS. La conseguenza diretta sarebbe un drastico calo nel prezzo del giocatore, fino a una cifra accettabile. Parliamo probabilmente di poco più di un milione di crediti, un sogno per qualsiasi giocatore di Ultimate Team.

Uno screenshot del nuovo FIFA 15

Tralasciando il caso di Ibrahimovic TOTS, se la compravendita di crediti fosse cancellata da Fifa 15 ci sarebbero molti giocatori ora irraggiungibili a prezzi inferiori anche del 90%: parliamo dei vari Cristiano Ronaldo, Messi, Robben, Ribery e tutti quei top player che restano un sogno proibito per la maggior parte degli utenti a causa del prezzo elevatissimo. Ve lo immaginate un Robben o un Bale a 100.000 crediti? Questa idea potrebbe concretizzarsi in FIFA 15.

Ci si rende dunque conto che FIFA 15 potrebbe rappresentare una svolta incredibile per quanto riguarda il mercato virtuale dei calciatori."

Insomma, è avvenuto un vero e proprio atto rooseveltiano da parte della EA Sports, una multinazionale canadese, per calmierare la speculazione finanziaria presente nel proprio gioco, usato da decine milioni di giocatori.. Ancora una volta il mondo dei videogiochi si comporta da simulazione di altri mondi: spiegando i modi della crescita della speculazione e le necessità di intervento. Potremmo qui intervenire con chiavi di lettura più complesse, fenomeni di hackeraggio o di autogestioni di server per FIFA 15 ad esempio, ma oggi è già importante realizzare che gli ambienti di videogiocatori altro non sono che importanti strumenti di simulazione, e di accelerazione, di comportamenti che avvengono piu' lentamente e più su vasta scala. In questo caso  Fifa serve a spiegare la velocità e la pervasività con la quale prendono piede le pratiche speculative quando si lascia fare al mercato. Rischiando di soffocare il gioco. In tutti i sensi.

redazione

3 ottobre 2014

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Apple, Google e la moda crypto

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Per Apple, la vostra fiducia è tutto”. Firmato Tim Cook. È quanto sostenuto dal CEO di Cupertino in una lettera apparsa il 17 settembre sull’homepage della mela morsicata, contestualmente al rilascio di iOS 8 e all’aggiornamento delle policy aziendali in fatto di privacy. A pochi giorni dalla presentazione di iPhone 6, il successore di Steve Jobs si è lanciato in un’operazione trasparenza con cui ha inteso ribadire l’impegno della compagnia nello sviluppo di tecnologie privacy oriented.

IOS 8, l’ultima versione del sistema operativo montato dai “melafonini”, presenta infatti una serie di nuove funzionalità concepite appositamente per garantire una maggior sicurezza alle comunicazioni e ai dati personali dell’utente. Un esempio è l’introduzione della full disk encryption: una sorta di cassaforte virtuale che protegge le informazioni archiviate all’interno di un iPhone e che può essere aperta solo dal proprietario del dispositivo con una password da lui impostata. Un sistema di cifratura blindato, che la stessa Apple non potrebbe scardinare, nemmeno di fronte ad eventuali richieste di collaborazione da parte di forze di polizia e agenzie di law enforcement impegnate in indagini penali.

Non passa neppure un giorno e Google, principale concorrente di Cupertino nel mercato degli smartphone, annuncia che non sarà da meno. Dalla prossima versione di Android (nome in codice L) “la cifratura verrà abilitata automaticamente” ha dichiarato il portoavoce Niki Christoff. “I nostri clienti non dovranno neppure pensare a come attivarla”.

Il giudizio degli attivisti

Nonostante le promesse sbandierate a mezzo stampa da Christoff e le solenni dichiarazioni di intenti fatte da Cook, lo scetticismo serpeggia tra gli addetti ai lavori. “Non vedo che interesse dovrebbe avere Google a rendere i suoi servizi privacy enabling.” sostiene Claudio ‘Nex’ Guarnieri, esperto di sicurezza informatica e attivista per i diritti digitali È contro il suo modello economico”. Una larga fetta degli introiti di Big G deriva infatti dalla vendita di pubblicità personalizzate, ritagliate a misura d’utente, grazie a un costante monitoraggio delle sue attività on-line.

E per quanto riguarda Apple? Il giudizio di ‘Nex’ non cambia di molto. Sebbene il ricercatore ammetta che “le migliorie introdotte da iOS 8 siano interessanti”, queste sono tutt’altro che una panacea ai mali del tecno controllo dilagante. Milioni di persone utilizzano infatti in maniera assolutamente inconsapevole servizi come iCloud, un software che replica in modo automatico sui server di Cupertino fotografie, filmati, rubriche e messaggi di testo contenuti nelle memorie di iPhone e iPad. “Apple può accedere a quei dati in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. E per quanto mi riguarda” conclude Guarnieri “resta un partner del progetto PRISM”.

Nutrono perplessità simili anche i ragazza di Av.A.Na (acronimo di Avviso Ai Naviganti), storico Hacklab del centro sociale Forte Prenestino di Roma. “Rispediamo l’invito di Cook al mittente. Perché mai dovremmo fidarci?”. Gli hacker capitolini in particolare puntano il dito contro la chiusura dei sistemi operativi targati Apple e Google: per definizione un sistema sicuro deve essere analizzabile”. In altre parole, il suo codice sorgente deve essere disponibile allo scrutinio di quegli sviluppatori intenzionati a revisionarlo per scovarvi eventuali malfunzionamenti o vulnerabilità. IOS non soddisfa questa condizione, Android solo parzialmente.

C’è poi un altro problema: l’hardware, ovvero le componenti fisiche del cellulare, che gli smanettoni del Forte definiscono “un colabrodo”. Già, perché “la rete telefonica non solo fornisce un tracciamento dettagliato degli spostamenti e delle relazioni di ogni individuo, ma la circuiteria per collegarvisi è in grado di scavalcare ogni precauzione adoperata dal sistema operativo”. Fantascienza? Niente affatto. Si tratta di un’ipotesi già verificata a febbraio dai ricercatori della Free Software Foundation.

Una questione di fiducia

Che il Silicon Valley consensus sia colato a picco dopo il Datagate non è un mistero. Proprio quest’estate un rapporto presentato dal New America Foundation’s Open Technology Institute aveva evidenziato come la fine della privacy individuale fosse solo una delle conseguenze della sorveglianza di massa. Altrettanto significativa risultava essere la perdita di credibilità dell’industria tecnologica statunitense. Un danno d’immagine con ricadute direttamente economiche, dato che “per Google ed Apple la fiducia degli utenti èun bene da preservare”, spiegano gli hacker capitolini. “Non dimentichiamoci che queste aziende traggono profitto dalle nostre comunicazioni, dai dati che immettiamo sulle loro piattaforme. Se smettiamo di farlo perché la loro reputazione crolla, alla lunga anche i loro bilanci potrebbero fare la stessa fine. Un utente spensierato invece comunica di più. E quindi produce di più”.

E in questo senso, oltre alle rivelazioni di Edward Snowden, non sembra aver giovato neppure il cosiddetto scandalo Fappening. Il 31 agosto centinaia di foto esplicite sono state indebitamente sottratte dagli account iCloud di vip e personaggi del mondo dello spettacolo per poi essere riversate in rete. Tra le vittime anche la modella Kate Upton e l’attrice Jennifer Lawrence: celebrità internazionali a cui basta un tweet per influenzare i gusti e le preferenze commerciali di milioni di consumatori.

Adeguatamente contestualizzata, la “svolta” di Mountain View e Cupertino sembra quindi più un escamotage cosmetico che un effettivo tentativo di rafforzare la privacy dei propri utenti: una strategia di marketing dispiegata per tranquillizzare i clienti e allineare il brand aziendale ai timori di un pubblico globale, turbato dallo stillicidio quotidiano di notizie che testimonia la progressiva dissoluzione di ogni sfera d’intimità.

Il business della privacy

Nel solco tracciato da un bisogno di riservatezza sempre più diffuso e palpabile, si fa strada poco alla volta un nuovo trend economico. Giorno dopo giorno prende piede un vero e proprio mercato della privacy, chiamato a fare le veci di quegli strumenti giuridici tradizionali dimostratisi inadeguati a difendere l’individuo dallo sguardo pervasivo dell’occhio elettronico.

Non si contano più ormai le app per smartphone, vendute con la promessa di tutelare le comunicazioni degli utenti da orecchie indiscrete; impazzano i blackphone (telefonini spacciati come dispositivi a prova di intercettazione); nascono addirittura iniziative di crowdfunding per finanziare capi di abbigliamento fatti con tessuti in grado di schermare tablet e cellulari.

Che tali prodotti siano soluzioni efficaci conta fino a un certo punto: il loro valore risiede piuttosto negli immaginari che sono in grado di veicolare. La lotta al Grande Fratello diventa un business e può essere intrapresa semplicemente acquistando un gadget su Ebay. “Da questo punto di vista” affermano gli hacker di Av.A.Na “la privacy sta ormai diventando una moda”. Google ed Apple l’hanno capito bene. Queste multinazionali, insieme ai loro prodotti, vendono un sistema fideistico di valori da loro stabilito. Come se fosse un software, lo aggiornano ogni volta che lanciano sul mercato un nuovo sistema operativo o un nuovo telefono”. Il risultato, concludono, è che “l’autonomia dell’individuo si riduce ad una scelta acritica tra prodotti”.

Diritti delegati all’industria tech?

Ma la guerra commerciale tra Apple e Google è anche spia di profonde mutazioni che stanno investendo le fondamenta giuridiche del concetto di sicurezza. “In passato questa veniva considerata prioritaria rispetto alla privacy” spiega l’avvocato Fulvio Sarzana, esperto di diritto dell’informazione. “Si trattava di una nozione di tipo collettivo e la sua formulazione era una prerogativa delle istituzioni statali”. Dopo il Datagate sono però intervenute trasformazioni di tipo tecnologico e normativo che hanno messo in discussione la validità di tale assunto. La corsa alla crittografia nell’industria tecnologica, la sua adozione da parte di milioni di persone, l’acuirsi della crisi di legittimità degli attori politici tradizionali; tutti elementi che indicano come l’idea di sicurezza vada sempre più declinandosi su un piano individuale. Essa non è più codificata dal legislatore, ma erogata sotto forma di servizio da un’impresa privata cui viene corrisposto un compenso economico.

Stesso discorso vale per la privacy. “Pensiamo a quanto accade intorno al tema del diritto all’oblio” dice il giurista. “Anche in quel caso Google svolge un ruolo monopolistico: è solo lui a stabilire come e quando concederlo”. Lo spostamento di competenze da entità statali a sovrastatali si fa completo, “così come si sposta anche la questione della tutela individuale del cittadino: oggi è necessario capire come difendersi dagli abusi di potere delle grandi corporation, oltre che da quelli dello Stato”. Perso il monopolio di privacy, perso anche quello della sicurezza, al vecchio Leviatano, sostiene Sarzana, “non rimane che quello della repressione”.

30 settembre 2014

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Piccoli passi, grandi cambiamenti: come i social media contribuiscono alla trasformazione sociale

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tratto da http://pessoa83.wordpress.com

Articolo di Alice Neeson apparso il 29 settembre 2014 nella sezione Transformation di openDemocracy. Traduzione di Federico Genovesi.

I social media facilitano differenti gradi di coinvolgimento nell’azione politica, aiutando sempre più persone ad intraprendere piccoli passi come parte di un più vasto movimento: il quarto pezzo nella nostra serie sui social media e la trasformazione della  società. [Per esigenze di chi traduce, questo è il primo pezzo tradotto pubblicato. Nelle prossime settimane saranno tradotti i restanti tre pezzi usciti nella sezione Transformation di openDemocracy].

Gee Manoharan [vedi nota di chi ha tradotto] è un giovane Tamil che, nel febbraio 2013, ha affrontato la minaccia della deportazione in Sri Lanka dall’Irlanda del Nord. Aveva vissuto un anno tra Derry e Belfast, effettuando volontariato per una serie di gruppi della società civile. Quando fu arrestato dall’Home Office [Ministero degli interni del Regno Unito, responsabile anche del controllo dei flussi migratori], gli amici lanciarono una petizione sui social media per chiedere il suo rilascio. Nelle prime 48 ore, quasi 2000 persone l’avevano sottoscritta. Ma quale fu il valore di tutte quelle sottoscrizioni?

Fu certamente il coraggio e la determinazione di Manoharan nel compilare appello dopo appello ad assicurare, alla fine, il suo rilascio dalla detenzione e il diritto di rimanere in Irlanda del Nord. Ma in un processo in cui le persone sono poste sotto una massiccia dose di stress emotivo da un sistema di asilo che è disorientante e inumano, il giovane Tamil ci assicura di aver acquisito tanta forza e sostegno dai social media.

“La campagna online mi ha realmente aiutato a passare attraverso circostanze emotivamente dure”, mi ha confidato in una recente intervista. “Tutti quei momenti di tutti quegli auguri e di tutte quelle voci mi bloccavano dal rinunciare a lottare e mi facevano sentire sempre più vicino a quelle persone che stavano fuori e tentavano in tutti i modi di prestarmi il loro aiuto.

Dopo l’imponente campagna online, commovente risposta, ho sentito intimamente che i miei amici, gli amici dei miei amici e i semplici sostenitori camminavano accanto a me per superare quel duro momento.”

Dopo il suo rilascio, Manoharan ha continuato il suo impegno nel volontariato – sia in progetti di aiuto comunitario sia nel dare voce al problema dei diritti umani in Sri Lanka. Il 21 settembre 2013 – giornata internazionale della pace indetta dall’ONU – è stato premiato con una medaglia come Ispirazione Per La Comunità ad una cerimonia all’interno della rappresentativa City Hall di Belfast. L’organizzazione benefica incentrata sulle relazioni tra comunità, Springboard, lo ha descritto come “perfetto ambasciatore della pace dell’Irlanda del Nord”.

Questo caso mostra che non è il grado di diffusione dell’informazione da solo ad avere un potenziale di trasformazione ma la natura stessa dei social media: la condivisione tra consimili e l’interazione che consente di far sentire le persone interconnesse e quindi agire di conseguenza.

In un articolo del 2010 apparso nel The New Yorker, intitolato “Piccolo cambiamento”, lo scrittore Malcolm Gladwell sosteneva che se un movimento punta ad essere abbastanza forte da apportare cambiamenti a lungo termine nella società, questo deve per forza di cose costruire forti legami personali tra i partecipanti. Dando una panoramica del Movimento dei Diritti Civili negli Stati Uniti, riteneva che l’attivismo ad alto rischio – tipo quello visto nei sit-ins di Greensboro nel 1960, quando gli studenti afro-americani intrapresero la disobbedienza civile come protesta alla segregazione – è raramente il risultato dei “legami deboli” che caratterizza le relazioni dei social media. L’attivismo su Facebook, concludeva, è “molto lontano dai banconi di Greensboro.”

L’analisi di Gladwell è condivisa dai molti che congedano l’attivismo perpetrato per mezzo dei social media come clicktivism – pigro, auto-assolutorio e inefficace. Ma il dibattito riguardo all’attivismo online è molto più sfumato. Non tutti coloro che furono coinvolti nel Movimento dei Diritti Civili prese parte ad attività a rischio sul livello di quelle intraprese dagli studenti che si rifiutarono di spostarsi dai banconi separati.

Alcuni donarono soldi, mentre altri guidarono le auto in supporto al boicottaggio degli autobus di Montgomery – aiutando a sostenere un boicottaggio del trasporto pubblico per oltre un anno e segnando un’importante vittoria contro la segregazione. Alcuni sfidarono la privazione dei diritti dei Neri attraverso il voto, altri parlarono alla famiglia e agli amici per accrescere il supporto, altri confezionarono poster e volantini – come per la marcia di Washington del 1968 per esempio. Per continuare, una più larga rete di persone lungo tutti gli Stati Uniti furono coinvolti nella battaglia dei Diritti Civili non attraverso l’organizzazione diretta ma volgendo i loro cuori e le loro menti nelle loro personali attività giornaliere contro le politiche di segregazione.

Proprio in questo modo, i social media faciltano i differenti gradi di coinvolgimento nell’azione politica. Abbassando le barriere dell’attivismo, rendono possibile a sempre più persone di intraprendere piccoli passi in un più vasto movimento. Quando si esprime in numeri molto più vasti tramite i social media, l’opinione pubblica ha il potenziale di influenzare chi ha il potere e di dare lo slancio emotivo a chi come Manoharan si trova in prima linea in una battaglia.

Fossero, i social media, esistiti negli anni Sessanta, credo che il Movimento dei Diritti Civili si sarebbe servito di loro, proprio come hanno fatto gli attivisti nella “Primavera Araba”. E’ chiaro che i social media non hanno rovesciato Hosni Mubarak in Egitto o nessun altro leader della regione – gli egiziani l’hanno fatto. La “Primavera Araba” ha avuto molto più a che vedere con la violazione dei diritti umani, le dittature repressive, la povertà e la corruzione che con i social media. Ma liquidarli come un mero mezzo di comunicazione significa ignorare la profonda influenza che la tecnologia può avere nel dare forma alla politica e alla cultura. L’invenzione della carta stampata, per esempio, non cambiò semplicemente la velocità e la diffusione dell’informazione, ma il tipo di informazione che veniva diffusa. Non appena la copiatura dei libri venne tolta dalle mani della Chiesa, gli ecclesiastici trovarono molta più difficoltà a controllare e censurare quanto veniva scritto.

Culturalmente, le tecnologie di comunicazione possono cambiare la nostra percezione del mondo e alterare la nostra condotta. Se non lo potessero, quella pubblicitaria non sarebbe l’industria multi-millionaria che è oggi. Naturalmente, non è semplicemente il “piacere” o il “condividere” a salvare il mondo, ma il cambiamento sociale è un processo a più stadi e a lungo termine nel quale i social media possono giocare un’importante parte.

In una recente conversazione con me, Fra Hughes, Direttore dell’associazione di beneficienza Palestine Aid – di base a Belfast – l’ha posta in questi termini:

“Le persone lavorano 40 ore la settimana; hanno famiglie giovani, genitori anziani e mutui di cui preoccuparsi. Non tutti possono impiegare il loro tempo e la loro energia come faccio io. I social media sono importanti per suscitare la consapevolezza, e dispensare conoscenze e informazioni nel dominio pubblico in modo da incoraggiare un cambiamento nella narrativa e permettere agli individui di giungere alle loro personali conclusioni su come poter contribuire a rendere il mondo più umano, onesto e giusto.”

Sebbene abbia sempre avuto un interesse verso il Medio Oriente, Hughes considera i social media come la prima motivazione nella scelta di fondare la sua associazione nel 2010. Entrare a far parte di Facebook, mi ha spiegato, gli ha permesso di connettersi con persone della sua stessa idea, di accedere a maggiori informazioni, e acquisire una più profonda comprensione del conflitto israelo-palestinese e del tipo di aiuto di cui ci sarebbe stato bisogno.

“Non è che non mi fidavo dell’informazione nel mainstream mediatico,” mi ha detto, “è che l’informazione non era [per niente] presente nel mainstream mediatico.”

Palestine Aid ha finanziato borse di studio in Legge e Consulenza all’ Università Islamica di Gaza ed è prossima a raccogliere abbastanza fondi per installare pannelli solari nell’Orfanotrofio Al-Amal – sempre a Gaza – che dovrebbero sopperire alle regolari ristrettezze di elettricità.

Hughes è stato a Gaza diverse volte per controllare questi progetti. In una occasione, nel 2013, gli fu impedito di entrare e fu obbligato ad andare al Cairo per pianificare un ulteriore tentativo di ingresso. Mentre camminava per la città in cerca di una sistemazione, si trovò in Piazza Tahrir. Là venne avvicinato da un uomo che gli parlava in arabo e teneva un cartellone con la foto di un individuo molto più giovane di lui.

“E’ suo figlio,” spiegò un passante. “Gli è stato sparato alla testa dai cecchini della polizia che stavano lassù sul tetto. Morì tre giorni dopo. Era un gemello.”

Hughes domandò che cosa avrebbe potuto fare per aiutarlo.

“Vuole che tu racconti al tuo mondo che cosa è successo a suo figlio.”

A casa mia, questo non è un piccolo cambiamento.

Nota di chi ha tradotto: Gee Manoharan nel febbraio 2013 non aveva ancora compiuto 22 anni quando, recatosi agli uffici della UK Border Agency per la consueta firma settimanale, si è visto senza alcun preavviso mettere le manette. Tecnicamente non avrebbe avuto neanche il diritto di passare da casa a prendere le cose che gli appartenevano. Dico tecnicamente perché Gee era conosciuto e apprezzato per la sua sensibilità umana e per il suo sorriso vitale anche dai funzionari e agenti del dipartimento immigrazione. Gli dettero non più di 5 minuti per raccogliere tutto. Ciò che non riuscì a raccogliere gli fu portato dagli amici.  

Del tutto impreparato a rimanere in ambienti di custodia, Gee ha passato 4 giorni al centro detentivo per migranti di Larne (Irlanda del Nord) e altri 10 giorni al centro detentivo di Colnbrook, nei pressi di Heathrow dove lo aspettava il volo per Colombo. Questo fu cancellato a seguito della presa di coscienza da parte dell’Home Office circa il rischio di deportare richiedenti asilo di etnia Tamil nella Cingalese Colombo. Gee nell’agosto 2014 è riuscito finalmente a convincere l’impersonale legge anti-immigrazione del rischio che correrebbe a rientrare nel paese natio e quindi a vedersi accolta la domanda di asilo.

La campagna sui social media, citata nel pezzo, ha visto l’impegno attivo anche di molti italiani. Per uno strano caso – non molto in verità – del destino diverse sottoscrizioni si sono registrate a Livorno. Gee dal febbraio 2013 non ha nascosto la sua gratitudine a quella che considera idealmente la sua terza città. Appena una burocrazia lenta lo renderà vero e proprio uomo libero, farà un salto ad abbracciare la sua città toscana.

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Ultimo aggiornamento Martedì 30 Settembre 2014 22:10

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