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COMUNICAZIONE E MEDIA

Barrett Brown condannato a 5 anni con l'accusa di essere il portavoce di Anonymous

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alttratto da http://www.infoaut.org

Barrett Brown è un giornalista indipendente americano (ha lavorato, tra gli altri, per Huffington Post e Guardian) che dal settembre 2012 si trova in carcere – senza processo - con l’accusa di essere il portavoce del movimento di hacktivisti Anonymous. Il suo arresto, avvenuto il diretta streaming mentre parlava via chat con la fidanzata, era avvenuto sulla base di numerose accuse che, globalmente avrebbero potuto condannarlo a più di cento anni di reclusione. Il capo di imputazione più grave riguardava la pubblicazione di un link su una chat pubblica (preso a sua volta da una chat privata) in cui  si rimandava a un sito contenente informazioni riservate (tra cui mail private e dati bancari), precedentemente rubate da alcuni hacker all’agenzia di sicurezza Stratfor Global Intelligence. Sebbene l’hackeraggio sia dunque da attribuire, verosimilmente, ad Anonymous e Barrett Brown non abbia mai preso parte alle azioni del gruppo, nel pomeriggio di ieri il giornalista è stato condannato a 63 mesi di carcere (5 anni) e al pagamento di una sanzione pecuniaria da 890mila dollari. Le accuse (dopo che nel 2013 Brown aveva patteggiato per il ritiro di alcuni capi d’imputazione) sono di avere favorito l’attività degli hacktivisti, di minacce contro un agente federale - tramite un video su youtube - e di aver ostacolato una perquisizione in casa sua (fu in realtà la madre di Barrett a nascondere i suoi notebook in cucina, per essere poi condannata, a sua volta, a sei mesi di libertà vigilata).

Il commento, sarcastico, di Barrett alla notizia della condanna è stato: Il governo degli Stati Uniti ha deciso oggi che, avendo io fatto un buon lavoro indagando il complesso cyber-industriale, ha ora intenzione di mandarmi a studiare quello carcerario-industriale […] Voglio ringraziare il Dipartimento di Giustizia per aver impiegato così tanto tempo ed energia per indagare sul mio conto”. altProbabilmente, e ce lo auguriamo tutti, tra un anno Barrett Brown potrà beneficiare della libertà vigilata; nel frattempo non resta che riflettere, ancora una volta, su una condanna esemplare che è volta a colpire nel vivo una delle forme di azione più temute dai governi mondiali. Vale la pena ricordare, infatti, che la sentenza di ieri è avvenuta in Texas, USA, non in Iran o a Cuba, o in un paese dove è facile, per i media occidentali, puntare il dito contro una presunta mancanza di “giornalismo libero e indipendente”.

Per quanto ci riguarda, ovviamente, l’informazione ha un valore concreto quando è di parte e diviene in grado di inceppare gli ingranaggi della vulgata a senso unico del potere, e non ci stancheremo mai di supportare Anonymous e Wikileaks per i grandi sforzi compiuti in questo senso. Ci sembra comunque ipocrita che, a distanza di pochi giorni dalla più imponente alzata di scudi a difesa della libera stampa e del dissenso, gli organismi di informazione mainstream non facciano sentire neanche il più flebile sussulto di indignazione di fronte alla condanna di un giornalista (o alla reclusione “obbligata” di Assange, all’incarcerazione di Jeremy Hammond, di Edward Snowden…la lista è lunga!).

Con il sorriso sulle labbra, infine, ci viene da dire: come si racconta, in questi casi, la storia della libertà d’espressione?#FreeBarrettBrown

23 gennaio 2015

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Come ti descrivo la cooperante sciacquetta (e magari la confronto con il virile ed eroico marò)

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marò

Dopo la liberazione di Vanessa e Greta, un’analisi dell’immagine che ne forniscono i media e i social

di Martina Vultaggio - tratto da http://www.globalproject.info/

E’ di ieri (il 17 gennaio ndb) l’annuncio della liberazione e del rientro in Italia delle volontarie italiane rapite in Siria lo scorso luglio. Ancora non hanno messo piede sul suol patrio, che già fioccano le polemiche. Stavolta il tiro è già alto da subito: come commenta un UTENTE del sito satirico Spinoza.it  - Greta e Vanessa: “Mai minacciate di morte durante la prigionia”. Si vede che non avevano Facebook . -

Sembra sia impossibile, nel nostro paese, limitarsi ad una narrazione dei fatti nuda e cruda da parte dei media. Come  acutamente descritto dai Wu Ming in questo articolo, il vittimismo tipicamente italiano con cui affrontiamo gli eventi storici ci porta ad una politica della paura, finalizzata al CONTROLLO sociale, dove passato e futuro scompaiono, asserviti alla logica dell’OGGI che inevitabilmente segue un evento capace di destare, se non uno shock o crisi di isteria collettiva, perlomeno una presa di posizione pubblica.

“E fateci caso: ogni volta si riparte da capo.

L’11 SETTEMBRE 2001 tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».

Quando fu colpita la metropolitana di Madrid, tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».

Quando fu colpita la metropolitana di Londra, tutti i commentatori dissero: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».

Dopo la strage nella sede di Charlie Hebdo, tutti i commentatori hanno detto: «Da oggi, abbiamo la guerra in casa».

Non si va mai più INDIETRO di oggi. E quindi non si capisce un cazzo.

Anche perché scompaiono le lotte vere, le resistenze popolari concrete all’ISIS, come quella che ha luogo da mesi a Kobane.

Troviamo la stessa strategia discorsiva quando si parla di immigrazione. Normale, perché il dibattito sul terrorismo maschera quello sull’immigrazione, o meglio, quello mai esplicito sulla forza-lavoro migrante, forza-lavoro da sfruttare riconoscendole il minimo dei diritti – o meglio ancora, nessuno.

Si parte inveendo contro l’ISIS… e  si finisce subito a parlare dei “barconi”, si ripropone tutto il repertorio di bufale razziste sui soldi immaginari che lo stato darebbe agli “extracomunitari” 

Anche qui, viene rimosso il maggior numero POSSIBILE di premesse.”

Riprendendo lo stesso leitmotiv e tentando di riassumere quanto rimane al commentatore medio della notizia del  rilascio delle due donne, potremmo aggiungere : “Da OGGI due ragazzette italiane, amiche dei musulmani e amanti del Kalashnikov, che erano in Siria per farsi i selfie con i ribelli dove sono state rapite dall´Isis, rientrano in Italia. A spese dei contribuenti che con gli stessi soldi potevano finanziare asili, anziani, italiani colpiti dalla crisi; e a spese dei cooperanti, quelli SERI, PROFESSIONALI, che sono in zone di guerra per lavoro, con grosse e conosciute Ong, mica con l’associazioncina di provincia fondata da tre persone. Mentre i poveri Maró sono ancora in carcere in India”. Le amiche dei siriani (si noti il facile COLLEGAMENTO di tipo sessuale che il termine “amica” può assumere).

Il sentimento del lettore è invitato a concentrarsi sull’oggi e sugli stereotipi, di genere e non solo, che media, politici ed opinione pubblica propongono. Citiamone alcuni esempi eclatanti (e, comunque, tra i primi dieci RISULTATI google con la ricerca “Greta e Vanessa): “Italiane rapite in Siria, assessore di Varese: partite per farsi i selfie con i ribelli” (Il fatto quotidiano).

L´assessore Clerici di Varese definisce le GIOVANI come due “sprovvedute”, due “bambine che dovevano stare a casa a GIOCARE con le Barbie” (i soldatini non sono evidentemente contemplati anche se più calzanti, si perdoni la battuta).

Nello stesso articolo si cita inoltre il pezzo “Le stronzette di Aleppo” di Blondet, dove il giornalista sostiene che le due si facessero fotografare sempre abbracciate in quanto “è di moda, tra le giovani, fare un po’ le lesbiche”. Descrive le due come “umanitarie svampite con le loro tenerissime vagine”.

“Greta e Vanessa, l´abbraccio con i genitori: chiediamo scusa a voi e all’Italia” (Repubblica)

Sfruttare le emozioni forti per far rilasciare dichiarazioni non è sicuramente un metodo molto PROFESSIONALE, ma che immagine ci rimanda? Quello, tutto sommato, di due brave bambine, che abbracciano mamma e papà come dopo il campo scout, che chiedono scusa perché hanno sbagliato.

Della stessa opinione è anche Zaia: “confisca a vita dei beni, chi si mette nei guai si arrangi a tirarsi fuori”. Salvini parla invece di “buoni a spese di altri”, citando Laura Boldrini come simbolo di un potere che, in quanto femminile, può al MASSIMO essere materno e troppo comprensivo nei confronti dei minacciosi terroristi che ci stanno invadendo (e qui torniamo al vittimismo).

Certo che le due giovani si devono scusare, d’altronde “Erano in Siria ANCHE per aiutare i ribelli anti- Assad”. Si noti il valore del termine “anche”, passaggio chiave se legato a questo, dallo stesso articolo: “Si è scoperto così che il progetto delle due giovanissime “era rivolto a offrire supporto al FREE Syrian Army”, ora supportato dall’Occidente in funzione anti-Isis ma anch’esso composto da variegate frange di combattenti islamisti, alcuni dei quali vicino ad al Qaeda.” cioé, OGGI l’occidente supporta l’esercito in chiave anti-isis. DOMANI non si sa, e sicuro non lo sanno le due sprovvedute, che non essendo i governi che stanno supportando gli islamisti (con che soldi? Che mezzi?)  sono attaccabili come “amiche del nemico”.

Concludiamo questa rassegna raccomandando di LEGGERE i commenti alla foto pubblicata sempre da “il fatto quotidiano” che riassume bene la somma di ignoranza, pregiudizi, disinformazione a cui siamo sottoposti: le due vengono definite come deficienti, lavative, bugiarde (in quanto amiche dei rivoluzionari sono state ospiti, non rapite), ragazzine, turiste perché “il vero volontariato è donare il sangue”.

OGGI, per la cosiddetta opinione pubblica (o ameno quella parte che si esprime sul web), Vanessa e Greta sono due ventenni per cui è stato pagato ingiustamente un riscatto.

Non importa cosa facessero in Siria, per chi e con QUALI finalità.

Se avessero deciso o meno di schierarsi, e per chi (quante volte anche da QUESTE PAGINE abbiamo sostenuto la necessità di una cooperazione altra, da attivisti, capace di schierarsi?).

Non ha importanza cosa succeda o meno in Siria, chi sia Assad, da chi sono state rapite e perchè, tanto tutto è ISIS. Tutto va semplificato e dato in pasto al lettore, possibilmente nel tempo e nei 140 CARATTERI di un tweet. Non ha importanza che il vero soggetto che doveva essere rapito fosse Daniele Ranieri, giornalista de “Il foglio”, non proprio un pivellino, che accompagnava le due ragazze e che le descrive così:

“Di cosa parlano Greta e Vanessa? Sui giornali sono rimaste immortalate in quella foto della manifestazione a favore della rivoluzione siriana con le guance impiastricciate di colori, oppure in quella in cui s’abbracciano sorridendo. Non puoi CONTROLLARE le immagini di te su internet nel momento in cui ti rapiscono, resti in quella posa, anche se non è fedele al vero. Chiunque abbia ascoltato una loro conversazione può confermare questo: parlano di logistica e di soldi, di soldi e logistica, tra loro oppure con altri, al telefonino, su Viber, WhatsApp, Messenger e altri mezzi di comunicazione. Perché il denaro è al centro di ogni possibile iniziativa di assistenza, è quello che fa funzionare gli aiuti in un paese straniero, anche con microdonazioni da dieci euro.

“Quanto costa far passare il latte in polvere dalla Turchia?

Quanto possiamo fare con una cena di autofinanziamento lì vicino a Milano?

A quanto vendere queste foto che ci hanno spedito dalla Siria?

Quanto ricaviamo?

Quanto ci vuole per aggiustare un pozzo di acqua potabile?

C’è il siriano Tizio, in stazione centrale, che aspetta aiuto.

Quanto medicinale X possiamo portare?

C’è il siriano Caio, che vorrebbe andare in Svezia come rifugiato politico e non sa come fare.

Conviene comprare il medicinale X in Turchia?

Chi ha una lista dei medicinali che servono di più in quella zona?

E invece in quell’altra?”[…]

[…] Greta e Vanessa parlano anche di persone in Siria, perché fare volontariato è una questione complicata, hai bisogno di raggiungere una moltitudine di contatti, e loro ne hanno decine in tante province del paese, da Aleppo a Damasco. Ci sono persone che, chiamate da loro in Italia, sono state disponibili a spostare medicinali e a visitare cliniche. Dopo il sequestro, sono arrivate offerte di aiuto da persone sparse in un’area vasta centinaia di chilometri.”

Non meno significative, ad un orecchio attento, suonano le parole del ministro Gentiloni, che dopo aver dichiarato la liberazione delle cooperanti manda un pensiero speciale alle famiglie di Paolo Dall’Oglio, gesuita, e di Giovanni Lo Porto, 39enne palermitano operante per una Ong tedesca, sequestrati rispettivamente in Siria e in Pakistan il 29 luglio 2013 e il 19 gennaio 2012.

Ah! Ci sono altri rapiti nella stessa zona, e non ce n’eravamo accorti?

Cosa resterà dunque, nella memoria collettiva, di questa vicenda? Probabilmente l’immagine di due ragazzine abbracciate, rapite dagli stessi che aiutavano, a cui abbiamo dovuto regalare molti soldi. Dovevano morire, così come il medico di emergency doveva morire di ebola, preferibilmente lontano dall’Italia perché “si sono ficcati in quella situazione per loro scelta”.

Il marò che uccide (e per il quale lo stesso governo italiano ha versato, al momento, 300.000 euro alle famiglie dei pescatori affinché ritirassero la denuncia), il poliziotto che abusa della sua forza devono essere invece protetti ad ogni costo.

L´immaginario collettivo li ricorda come eroi, come fedeli servitori della patria, forti, atletici, molto maschi.

In questo tripudio di giudizi e parole al vento suona assordante il silenzio di chi, con cognizione di causa, potrebbe dire la sua.

Dove sono Ong, operatori umanitari, associazioni che quotidianamente lavorano per costruire scenari di pace? Possibile che solo alcune voci autorevoli per i media, come ad esempio quella di Saviano, tentino debolmente di costruire un latro tipo di narrazione?

Da questa storia bisognerebbe uscirne con un rinnovato disgusto nei confronti della guerra e dei suoi sporchi giochi di posizione, di cui i nostri governi non possono certo proclamarsi innocenti.

Invece si attaccano gli attivisti.

Quindi, tutti  a chiedersi se tutti quei soldi valessero o meno delle vite umane (se fossero state embrioni, sicuramente si), mentre la guerra, negli immaginari, è diventata routine, quotidianità.

OGGI, siamo in guerra.

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Corriere della Sera: non c'è business senza sciacallaggio

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alttratto da http://www.infoaut.org

Il Corriere della Sera ha stampato un libro con i #JeSuisCharlie di vari vignettisti che è stato distribuito nelle edicole milanesi nella giornata di ieri e da domani nel resto d'Italia. Al suo interno, il quotidiano milanese ha inserito una serie di vignette disegnate in solidarietà con Charlie Hebdo e raccolte sui profili social o sui siti/blog di noti vignettisti senza informare gli autori delle stesse. Lo scopo da parte del Corriere della Sera è stato evidentemente un vero e proprio atto di lucro, un atteggiamento meschino, tipico di chi intende il lavoro svolto dai fumettisti come privo di riconoscimento e in quanto tale, utilizzabile in qualsiasi momento per garantirsi più profitto.

L'atto di sciacallaggio da parte del Corriere della Sera, è stato criticato da molti fumettisti implicati nel brutto affare (Roberto Recchioni, che ha già pubblicato una lettera aperta al Corriere, Leo Ortolani, Milo Manara, Giuseppe Palumbo, Paolo Bacilieri, Sio, Gipi, Manuele Fior, Don Alemanno, solo per citarne alcuni) e nella giornata di oggi hanno denunciato pubblicamente l'operato becero del quotidiano, attraverso diversi post sui social networks e alcuni articoli su quotidiani on-line.

Proponiamo qui sotto la risposta di uno degli autori danneggiati, Giacomo Bevilacqua di 'A panda piace'. Tra gli altri, anche Leo Ortolani conosciuto come l'autore di Ratman, ha reso pubblico oggi un post su fb che potete trovare qui.

Caro Corriere, mi è giunta voce che tu abbia preso la mia vignetta e quelle che altri autori di fumetti come me hanno realizzato nella tragica giornata dell’attentato a Charlie Hebdo, autori che si sono visti minacciare il diritto e la libertà di poter dire la propria su qualsivoglia argomento.

Ed è proprio con questa libertà che tanto cerchiamo di difendere che mi permetto di dirti che il tuo gesto di creare un libro con le opere d’altri, prese da internet, stampato in maniera becera e venderlo a 5 euro, per poi donare il ricavato alla redazione di Charlie Hebdo, tu puoi vederlo benissimo come un gesto nobile, e magari visto dall’esterno lo è pure. Ma lo sarebbe stato molto di più se avessi scritto a me e a molti altri autori come me, chiedendoci il permesso di pubblicare i nostri lavori, prima di farlo, perché a me non risulta essere arrivata alcuna richiesta formale, e in questo modo, caro Corriere, a me spiace dirtelo, ma la tua operazione risulta essere soltanto una versione ancora più becera del più becero sciacallaggio, oltre che il tentativo di farti nobile con la roba di altri.

Ci sarebbe da farti causa tutti assieme. Tutti gli autori presenti nel volume e di cui ti sei arrogato i diritti di pubblicazione, ci starebbe bene il fatto di venire risarciti e poi donare tutti soldi della causa alla redazione di Charlie Hebdo o alle famiglie delle vittime, cosa ne pensi, caro Corriere? Secondo te cosa sarebbero più contenti di ricevere, loro? I soldi ricavati da un libro fatto sulle spalle e sulle opere di persone di cui non avete rispettato i diritti, o gli eventuali soldi ricavati dal riconoscimento di questi ultimi? Spero di ricevere una risposta, o quantomeno una scusa formale sul giornale stesso, oltre alle prove relative ai guadagni del libro e alle cifre effettivamente versate a favore della redazione di Charlie Hebdo. Prego inoltre le persone, se possibile, di condividere questo stato, per fare in modo che, come la mia vignetta è arrivata a loro e non si sono fatti scrupoli a prenderla, gli arrivi anche questa lettera. Le illustrazioni mie e degli altri autori erano contro il terribile attacco alla libertà di stampa, non a favore della libertà di far stampare a voi il cazzo che vi pare.

15 gennaio 2015

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Un’arma di depoliticizzazione di massa

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hebdoSeparare con una barriera assoluta, insormontabile, la propaganda teorica dell’ateismo, cioè la distruzione delle credenze religiose in determinati strati del proletariato, dal successo, dall’andamento, dalle condizioni della lotta di classe di questi strati significa ragionare in maniera non dialettica, trasformare in una barriera assoluta quella che è una barriera mobile, relativa, significa scindere violentemente ciò che è indissolubilmente legato nella realtà della vita.

Vladimir Lenin

L'atteggiamento del partito operaio verso la religione (1909)

tratto da http://www.infoaut.org

Facciamo una premessa: il discorso su cosa ha rappresentato e rappresenta Charlie Hebdo è particolarmente complesso da fare dall’Italia. La distanza comporta una difficoltà ulteriore a rendere chiare questioni e contesti già di per sé complessi. È comunque importante lanciare spunti per articolare una discussione ardua che ci mette davanti ai nostri limiti semantici ancor prima che politici.

La strage di Charlie Hebdo sta rivelando la vacuità del concetto ormai imputridito di libertà d’opinione. L’episodio più esemplificativo, in cui si vede finalmente convergere commosse la liberté invocata nel maggio sessantottino e la libertà liberale, è rappresentato da quel corteo parigino dove tutti diventano Charlie, guidati dal blocco nero in giacca e cravatta. Un’idea di libertà che ricopre pressappoco la parabola della sinistra degli ultimi trent’anni, dalla libertà d’opinione come possibilità dialettica per cambiare l’esistente alla libertà d’opinione come inevitabilità dello Spettacolo. Che, sia detto en passant, è la sola libertà difesa manu militari dallo Stato e la sua polizia.

All’indomani dell’attacco, sui quotidiani europei troneggiavano suggestive immagini delle matite di Charlie impugnate come fucili, riconoscendo così implicitamente che la parola è un arma, salvo poi domandarsi verso chi erano rivolte prima del tragico attacco al giornale. Perché osservare quella traiettoria di tiro implica posizionare il proprio sguardo, ancorare il concetto di libertà al desiderio di giustizia.

In Francia è dagli anni ’80 che la laicità, declinazione religiosa della sopra-citata libertà d’espressione, si è trasformata in un’arma reazionaria rivolta contro il nemico interno. È il trait d’union tra la destra e la sinistra sul come reagire a un terribile riscontro: il caparbio rifiuto di assimilarsi delle popolazioni ex-colonizzate.

Le politiche progressiste, che, almeno a parole, si auguravano che per il bene della democrazia la giustizia sociale dissolvesse quella contraddizione nella società francese, lasciano spazio a quelle liberali di cui le leggi contro il velo a scuola – che, di fatto, condannano a restare de-scolarizzate numerose donne musulmane – sono uno degli esempi più evidenti. Il patto repubblicano diventa una dichiarazione di guerra.

Anche le critiche più interessanti e profonde di quest’evoluzione s’intestardiscono a negare l’esistenza di un nemico interno in Francia ascrivendolo a feticcio immaginario agitato dai reazionari di tutto lo spettro politico. È che l’orizzonte del “cittadino” come solo soggetto dell’agire politico è dura a morire.

Invece quel nemico c’è. Come c’è una volontà politica di schiacciarlo sulla dimensione religiosa, sia da parte dello Stato che, a quanto pare, da parte di frange qaediste. Non è un caso che nel 2005 la scintilla che accende la prateria delle banlieue è la morte di due ragazzi inseguiti dalla polizia mentre nel 2013 gli émeutes di Trappes sono causati dal fermo di una ragazza col velo integrale.

La questione di cosa oggi significhi libertà richiede una sensibilità che il ritmo mediale deliberatamente non concede. Tutto vale e tutto si assomiglia perché il collassare dello spazio e del tempo nel presente congelato dell'emozione impedisce di situarci storicamente e politicamente. Ed ecco, dopo l’attacco a Charlie Hebdo, che si materializza sui social network un filo interrotto in cui si confondono le vignette del giornale di ieri e di oggi un omaggio commosso quanto indistinto.

Rendersi conto che il linguaggio è un campo di battaglia, ancorare i concetti ai conflitti e decentrare il nostro sguardo è un primo riflesso per evitare l’afasia che ci fa scappare dei #jesuis vuoti tanto quanto pesano.

15 gennaio 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Gennaio 2015 23:57

I fatti di Parigi e il complottismo: una chiave di lettura consolatoria e fuorviante

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I fatti di Parigi e il complottismo: una chiave di lettura consolatoria e fuorviante

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

“Sono stati gli israeliani”, “Gli Usa hanno colpito la Francia perché è contro le sanzioni alla Russia”, “Perché il corpo del poliziotto non sanguina? E’ tutta una messinscena, a Parigi non è mai morto nessuno”, “Dicono che è stato l’Isis? Ma se l’Isis è un’invenzione della Cia!”… 

In queste ore sul web, insieme ai tanti messaggi di frettolosa identificazione nei confronti di un giornale della quale la maggior parte degli italiani neanche conosceva l’esistenza e dal quale rimarrebbe probabilmente inorridito conoscendolo meglio, proliferano innumerevoli ricostruzioni e commenti sui fatti di Parigi.
Fatti che, occorre dirlo, non sono del tutto chiari e rivelano non pochi buchi nelle ricostruzioni ufficiali, suscitando quindi parecchie perplessità in chi ha sviluppato nel tempo un sano e sacrosanto scetticismo nei confronti delle versioni di alcuni importanti eventi diffuse dalle autorità e dalla stampa.
E’ possibile che tre “non professionisti del terrore” abbiano messo in scacco uno dei paesi più potenti e organizzati in fatto di sicurezza, intelligence e apparati militari? E’ possibile che la sede di un giornale così gravemente aggredito e minacciato fosse così scarsamente protetta? O che i due fratelli Kouachi abbiano potuto così facilmente organizzare la strage nonostante fossero più che noti alle forze di sicurezza di Parigi? Non è che ‘qualcuno’ li ha lasciati fare?

La domanda è legittima, ma in mancanza di elementi certi nessuna risposta può essere data. Se non che la crescente militarizzazione dei territori, lo spionaggio dei cittadini con annessa violazione della privacy, la mano libera ai poliziotti e ai giudici con annessa sospensione di quelle libertà che l’occidente “aggredito” si fregia di difendere – processi che stanno già subendo un’ulteriore stretta dopo la strage a Charlie Hebdo – non servono poi a tanto. Per ora ogni altra ipotesi, ripetiamo, in mancanza di versioni alternative basate su fatti ed elementi concreti, rimane tale. E anche il sospetto che, in fondo, all’establishment francese ed europeo qualche morto a Parigi per mano islamista faccia comodo, rimane soltanto un sospetto.
Paradossalmente, tra gli internauti che non si limitano a usare il web per accedere al meteo o a contenuti porno, le ricostruzioni che vanno per la maggiore incolpano dei morti di Parigi quasi tutti, tranne i network jihadisti o al limite le classi dominanti francesi.

Dietro quanto accaduto in molti scorgono un complotto ordito da vari attori – Israele e Cia, soprattutto – esclude del tutto che a compiere il sanguinoso attacco possa esser stata una qualche ramificazione dell’islamismo combattentistico che pure ogni giorno da molti anni dimostra di poter contare su un altissimo numero di adepti, su collegamenti internazionali, su una gran quantità di armi, su apparati tecnologici di altissimo livello, addirittura su pezzi di apparati statali o interi stati votati alla causa della jihad e del Califfato.

A moltissimi, anche nostri lettori, risulta impossibile riconoscere che l’occidente – nelle sue varie accezioni, ovviamente – possa avere nel mondo attuale non più un solo nemico, gli Stati Uniti, ma molti nemici tra loro in competizione o addirittura in guerra (oltre che alleati, quando serve, contro di noi del ‘mondo di sotto’).

La geopolitica mondiale negli ultimi anni è cambiata assai ma il variegato e articolato mondo della ‘rete’ non sembra aver retto il passo, ed essere rimasto per lo più ancorato ad una visione degli equilibri globali dominata da un’unica superpotenza in grado di fare e disfare a piacimento, di controllare tutto e tutti, di dominare la scena incontrastata. Peccato che negli ultimi anni la supremazia statunitense stia scemando inesorabilmente e sulla scena mondiale stiano emergendo numerosi altri attori che non solo non dipendono in tutto e per tutto da Washington ma che addirittura, con essa, sono in competizione. Il primo di questi nuovi poli è sicuramente quell’Unione Europea i cui governanti, insieme a qualche altro leader mondiale autoinvitato, abbiamo visto sfilare ieri alla marcia di Parigi ben lontani dal popolo (che è bello si, ma a distanza di sicurezza). E poi ci sono il Giappone, la Russia, la Cina, i Brics... E poi ancora il “polo islamico” oppure la Turchia, e Israele etc. Ognuno con i suoi interessi, le sue alleanze variabili, i suoi apparati di sicurezza e le sue strategie di difesa e affermazione egemonica su scala regionale e mondiale e i suoi complotti.

Affermare come qualcuno fa – anche noti e affermati giornalisti - che “l’Isis oggi come al Qaeda prima sono delle invenzioni della Cia” dice qualcosa che suona come verosimile ma che non lo è e ci manda inesorabilmente fuoristrada. Tutti, anche i più disattenti, sanno ormai che i talebani nacquero in Afghanistan e in Pakistan come strumento al servizio degli Stati Uniti che cercavano una forza d’urto da scatenare contro l’Unione Sovietica. Ciò non toglie che ad un certo punto i talebani, una volta diventati abbastanza forti e autonomi, diedero il benservito ai padrini di Washington per perseguire obiettivi propri, anche in contrasto con gli States. E lo stesso è accaduto con Al Qaeda prima e più recentemente con lo ‘Stato Islamico”. Con una differenza di non poco conto. Che mentre all’epoca dei talebani gli USA godevano ancora nettamente di una posizione di supremazia durante e dopo il crollo del campo socialista, da un certo punto in poi hanno dovuto cominciare a fare i conti con vari competitori, non senza menare fendenti a destra e a manca (come dimostra il golpe nazionalista a Kiev dello scorso anno diretto non solo contro Mosca ma anche contro una strategia europea suicida e avventurista).

Abbiamo visto molti utenti dei social network accusare indistintamente gli Stati Uniti e Israele di essere dietro la strage di Parigi, come se le due entità fossero ancora un tutt’uno e la realtà dei fatti non riveli ogni giorno l’allontanamento tra gli obiettivi e la strategia della classe dirigente sionista e quelli degli Stati Uniti. In questo magma concettuale non solo Israele diventa sinonimo di Stati Uniti, ma anche due tra i più forti ed espliciti finanziatori e protettori dell’Isis – Arabia Saudita e Turchia – non sarebbero altro che delle dependance di Washington in Medio Oriente. E quindi, per traslazione, l’Isis sarebbe una creatura della Cia. Ergo, se qualcuno che dice di essere dell’Isis ha ucciso qualcuno a Parigi non può che essere in realtà o un agente degli Stati Uniti o di uno dei paesi da essi controllati, che tanto è lo stesso. Ma come Israele, neanche la Turchia o l’Arabia Saudita sono telecomandate da Washington, e anzi negli ultimi tempi le frizioni tra questi due paesi e gli Stati Uniti sono evidenti e crescenti (il crollo del prezzo del petrolio scatenato da Riad anche contro l’industria Usa dello “shale oil” vi dice niente?). Se è vero che Usa ed Ue hanno un’enorme responsabilità nella crescita e nel dilagare dello Stato Islamico e di altre organizzazioni jihadiste alla quale sono a lungo arrivati da occidente soldi e armi – serviva qualcuno che destabilizzasse Iraq, Siria e Libano in nome e per conto di Washington e Bruxelles – ciò non vuol dire che a controllare Al Baghdadi e i suoi siano le cancellerie occidentali.

Certo, è più facile e consolatorio, per tanti utenti dei social network, dare invece credito alle più strampalate e fantasiose ricostruzioni complottistiche, e pensare che dietro ogni evento ci sia la mano oscura – ma non abbastanza, evidentemente, vista la facilità con cui viene smascherata! - di un ‘Impero Americano’ visto come una specie di Spectre onnisciente, onnipresente e onnipotente. Una siffatta teoria non richiede grandi sforzi interpretativi, non richiede approfondimento, non richiede dibattito. Basta individuare qualche stranezza, qualche incongruenza - magari neanche nelle versioni ufficiali degli eventi, ma in ricostruzioni giornalistiche già superate da altre ricostruzioni più aggiornate – e con salti logici madornali nel giro di due secondi giungere a conclusioni quanto più soddisfacenti quanto più improbabili.

Basta un click, come ben sanno gli egocentrici gestori di blog che vedono i lettori delle proprie creature lievitare di numero tanto più le sparano grosse.

Come abbiamo avuto modo di scrivere, i complotti orditi dagli stati o da livelli di potere più o meno clandestini sono sempre esistiti ed esisteranno a maggior ragione in un mondo in cui gli attori in campo crescono di numero e potenza.
Ma il complottismo è un’altra cosa, davvero insopportabile, che ci porta fuori strada e ci disarma, prefigurando un nemico fantasmagorico e inarrivabile, in fondo impossibile da contrastare perché impalpabile. Utilizzare ogni stranezza o incongruenza per gridare al complotto alla fine anestetizza tutti e ci rende inermi invece di rafforzarci. E, come nella favola, gridare troppo spesso “Al lupo! Al lupo” ha una tragica conseguenza: si perde di credibilità e quando il lupo arriva veramente si è ormai soli...
Non solo. Certo complottismo dominante nasconde un certo eurocentrismo di retaggio colonialista e razzista - tra l'altro alla base anche della degenerazione della produzione satirica di Charlie Hebdo – comune sia ad alcuni ambienti della sinistra più o meno radicale che dell’estrema destra. Secondo questa visione se accade qualcosa nel mondo, e qualsiasi cosa succeda, non può che essere il frutto delle manovre di qualche potere occidentale, che è l’unico che conta davvero, perché gli altri in questo mondo sono in fondo soltanto delle comparse, dei barbari, dei buzzurri, e quindi possono essere solo delle pedine inconsapevoli di ciò che i colti e avanzati occidentali ordiscono.
E’ vero che in passato è stato spesso così, e che in alcuni casi continua ad esserlo, ma siccome il mondo sta cambiando velocemente ogni evento, ogni circostanza, ogni contesto va giudicato attentamente senza giungere ad affrettare conclusioni basate su chiavi interpretative non all’altezza.

Così, tentare di spiegare l'identità e la provenienza degli attentatori solo attraverso l'analisi degli effetti delle loro azioni non rappresenta affatto una buona strategia. Il ‘cui prodest’, per capirci, funziona solo se altri elementi solidi e confermabili suffragano una certa ipotesi. Scrive a proposito, ed efficacemente, Marco Rovelli: “Se il sospetto è cosa buona e giusta e necessaria, l'eccesso di sospetto si rivela controproducente, e fuorviante. Si basa su un malfunzionamento logico. Anzitutto, s’inverte il nesso causa-effetto, che è un modo frequente di ragionare di chi vede complotti e messe in scena ovunque (nel caso specifico, stiamo parlando di una messa in scena, ovvero gli attentatori non sono veramente musulmani ma agli ordini dei servizi segreti occidentali e del mossad, e non gli hanno veramente sparato al poliziotto per terra, e via dicendo): siccome gli effetti fanno comodo a qualcuno (le torri gemelle consentono l'intervento in Afghanistan, questo potrebbe consentire qualche altro intervento), allora quella è la causa. Eh no, il fatto che possa essere un pretesto, non lo eleva necessariamente al rango di causa. Oltre all'inversione causa-effetto, c'è anche l'inversione cause prime-cause seconde: siccome questi (gli jihadisti come i talebani) sono cresciuti e finanziati e funzionali agli interessi occidentali, allora non sono che strumenti, in ogni loro eventualità e in ogni loro azione, manipolati dagli occidentali. Questi i principali errori logici che ricorrono nelle varie teorie complottiste”.
A proposito di effetti, è evidente che i network jihadisti e il “polo islamico” - cresciuto in questi anni attorno alle petromonarchie arabe e all’Arabia Saudita in primo luogo e che non nasconde le sue aspirazioni imperialiste - hanno tutto l'interesse a fomentare lo scontro di civiltà e quindi a facilitare i discorsi islamofobici e razzisti in occidente che ogni attentato in Europa o negli Usa alimentano, in modo da spingere sempre più musulmani impauriti e perseguitati tra le proprie braccia. La chiusura a riccio e l’adozione di toni bellicosi quando non guerrafondai da parte della Francia e dell’Ue non fanno altro che legittimare chi nel mondo islamico – per ora infime minoranze – propaganda uno scontro frontale tra civiltà, ognuna delle quali per i suoi sostenitori è la migliore e superiore. Così superiore da non poter convivere con l’altra e in dovere anzi di distruggerla.
Per concludere, di fronte alle incongruenze delle versioni ufficiali e alle innumerevoli bugie che gli apparati di consenso degli stati ci raccontano, tutti i dubbi sono legittimi.

Ma un conto è fare controinchiesta e smontare le falsità e le bugie – con un processo logico razionale, strutturato, socialmente condiviso e dai tempi necessariamente lunghi, frutto di un atteggiamento attivo e partecipativo – ed un conto è dar credito a ogni più assurda e incredibile ipotesi non supportata da elementi concreti, diffondendo false informazioni con il risultato di aumentare la nebbia e la cortina fumogena attorno alle responsabilità di chi tira realmente i fili.

Non è un caso che alcune delle trasmissioni di punta delle nostre tv, dirette soprattutto alle giovani generazioni, propagandino ormai da anni e a ruota libera una visione complottistica infarcita di alieni, massoni, poteri occulti, messaggi subliminali e chi più ne ha più ne metta (parliamo di Adam Kadmon su Mediaset o di Roberto Giacobbo sulla Rai, per chi se li fosse persi).
Di fronte all'estrema e crescente complessità del mondo e nel contesto che la diffusione del web e dei social network mettono a disposizione, è comprensibile che ognuno possa sentirsi rassicurato dalla sensazione consolatoria fornita dalla possibilità (tutta teorica) che l’uso del web consenta a tutti, in due minuti, semplicemente con due click, di smontare una bugia o addirittura un complotto, senza che questo richieda un particolare sforzo analitico, organizzazione e mobilitazione.
Ma, disgraziatamente, non è così, e dovremmo farcene una ragione, che ci piaccia o meno.

12 gennaio 2015

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Gennaio 2015 20:01

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