Sunday, Apr 19th

Last update:04:59:52 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Se il gruppo l'Espresso si accorge che il Pd non sta in piedi

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 6
ScarsoOttimo 

pd buttato espressoQualcuno avverta la redazione de Il Tirreno di Livorno che con la più recente intervista al segretario Bacci hanno rappresentato un quadro inesistente di armonia interna a via Donnini. Un quadro che va a completare il film del "rinnovamento" del Pd livornese che evidentemente è prodotto secondo uno stile di sceneggiatura che non piace neanche alla casa madre de Il Tirreno: il gruppo editoriale Espresso-Repubblica. 

Leggiamo cosa scrive l'Espresso di questa settimana sul PD: "travolto dalle inchieste. Infiltrato da affaristi e mafiosi. Con gli iscritti in fuga. Il partito democratico è in crisi. E il segretario e premier non sembra poterla controllare". Se l'avessimo scritto noi, eppure non pensiamo qualcosa di dissimile, minimo ci avrebbero dato dei velleitari, arroganti sparasentenze. E non sarebbe magari mancato chi ci avrebbe minacciato una querela. Ecco invece che uno degli house-organ del centrosinistra incide impietosamente il bisturi nel corpo malato del PD. Perché è vero che il governo Renzi tiene è perché si appoggia sulle reti unificate di un sistema della comunicazione che sa che, dopo l'ex sindaco di Firenze, ci sarebbe l'abisso. Ma è anche vero che il partito, invece, sul piano dell'immagine non tiene affatto. E anche su quello degli iscritti, il Pd seguendo i dati ufficiali, forniti da Guerini, dovrebbe aver perso più del 20 per cento delle tessere in un anno.

Un ceto politico, quello piddino, attraversato, sui territori, da guerre continue tra  bande, a servizio di imprese che devono estrarre l'ultima rendita dagli appalti, sganciato dal mondo del lavoro (ad esempio ci risulta che a Livorno il segretario Bacci abbia dato indicazione di parlare pubblicamente meno possibile dell'articolo 18..). Un partito dove lo scandalo CPL-Concordia indica a cosa serve questo ceto politico: completare il ciclo dell'accumulazione e della redistribuzione di denaro. Ciclo che comincia, ipotesi della magistratura, con le tangenti, passa dagli appalti e finisce con la redistribuzione del surplus ai parlamentari vicini meglio se super politicamente corretti. La CPL Concordia, ricordiamo, si era ricavata persino il ruolo di giudice delle buone pratiche delle ammnistrazioni, giudicando le più virtuose nei concorsi a premi.  Ma, da Roma capitale ad Ischia, evidentemente la crisi finanziaria delle istituzioni non permette più il mantenimento di queste rendide di posizione.

L'Espresso ha quindi capito una cosa: il PD così non serve a nulla. Magari nell'immediato vincerà la tornata delle regionali, elezioni alle quali di solito l'astensione è alta, ma la prospettiva per il cavallo del gruppo Espresso-Repubblica pare non esserci. Allora ecco le inchieste. Che sembrano proprio darci ragione.

Pubblichiamo le parole de L'Espresso, vediamo se al Tirreno daranno degli arroganti anche a loro."Divisioni. Iscritti in fuga. Infiltrazioni di ogni tipo, comprese quelle della criminalità mafiosa. «Un partito buttato», travolto da indagini giudiziarie e da minacce di scissione. È il Pd che si avvia alle elezioni regionali di fine maggio raccontato nell'inchiesta dell'“Espresso” di questa settimana."

Segue su

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/04/02/news/pd-scandali-e-risse-la-deriva-che-matteo-renzi-non-riesce-a-fermare-1.206861?ref=HEF_RULLO

redazione, 3 aprile 2015

AddThis Social Bookmark Button

Renzi stralcia i controlli informatici antiterrorismo dal decreto Alfano

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Il decreto Alfano contro il terrorismo stava per essere approvato ma il Garante ha criticato l'eccesso di invasione della privacy da parte dello Stato

trojan pctratto da ZEUS News - www.zeusnews.it

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha deciso di stralciare dal decreto legge Alfano contro il terrorismo islamico la parte relativa ai controlli informatici, dopo le critiche del Garante e della stampa: questa parte confluirà nel disegno di legge sulle intercettazioni all'approvazione del Parlamento.

Per il Garante della Privacy infatti c'è una sproporzione fra esigenze della sicurezza e tutela della privacy, a deciso danno della privacy, nel nuovo decreto per la lotta al terrorismo islamico approvato dal governo che ora sta per essere trasformato in legge dal Parlamento proprio in virtù di emendamenti approvati dal Parlamento stesso.

Antonello Soro, presidente dell'authority per la privacy ha dichiarato: "L'emendamento che ammette le intercettazioni preventive (disposte dall'autorità di pubblica sicurezza nei confronti di meri sospettati), per i reati genericamente commessi on-line o comunque con strumenti informatici" mostra come "l'equilibrio tra protezione dati ed esigenze investigative sembra sbilanciato verso queste ultime, che probabilmente non vengono neppure realmente garantite da strumenti investigativi privi della necessaria selettività".

Sempre per il Garante, il tempo previsto dal decreto di 24 mesi per la conservazione dei dati di traffico telematico, email e navigazione, è in contrasto con le normative europee in materia di conservazione dei dati e con sentenze in materia da parte della Corte di Giustizia della UE, anche se l'Italia ha chiesto, in sede europea, per iniziativa del ministro Alfano, un allungamento degli attuali termini previsti.

Il deputato di Scelta Civica e noto esperto digitale Stefano Quintarelli aveva presentato degli ulteriori emendamenti per correggere il decreto che modifica l'art. 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, perché "non si tratta di una semplice intercettazione, che parte da un certo momento in poi, ma si tratta dell'acquisizione di tutte le comunicazioni fatte in digitale dal proprio computer, violando il domicilio informatico dei cittadini e riunendo quattro differenti metodologie di indagine: le ispezioni, le perquisizioni, l'intercettazione delle comunicazioni e l'acquisizione occulta di documenti e dati anche personali, attraverso software occulti"

Questo non solo per reati legati al terrorismo ma per qualsiasi reato come furto, rapina, evasione fiscale, corruzione. Secondo Quintarelli "l'uso di captatori informatici (Trojan, Keylogger, sniffer) per ricercare delle prove da parte delle Autorità è l'operazione più invasiva che lo Stato possa fare nei confronti dei cittadini".

In pratica, paradossalmente, mentre il Parlamento si divide sul fatto di includere anche reati minori, per l'entità della possibile condanna, fra le tipologie di reati per cui si possono utilizzare le intercettazioni telefoniche, si stava ammettendo il controllo sistematico dei Pc dei cittadini senza distinzione di reato: un'evidente contraddizione e incoerenza senza precedenti in altri Stati europei, oltre che una lesione dei diritti dei cittadini alla libertà e alla riservatezza delle comunicazioni elettroniche.

Da una parte lo stesso Ncd, partito di Alfano, lottava per escludere reati come l'abuso di ufficio dalla possibilità di intercettazioni telefoniche mentre dall'altra si ammettevano intrusioni informatiche per qualunque reato .

Per questo il premier Renzi ha deciso, opportunamente, anche differenziandosi da Alfano, di far confluire la materia dei controlli informatici antiterrorismo all'interno della riforma delle intercettazioni telefoniche in discussione in Parlamento.

26 marzo 2015

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Aprile 2015 18:06

Come fare informazione infame sulle pensioni

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

Come fare informazione infame sulle pensioni

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

I media di regime fanno schifo, e va bene. Chi ne controlla i pacchetti azionari “sollecita” i suoi dipendenti-giornalisti a diffondere le notizie nel modo e nalla misura che più si confà agli interessi del proprietario.

Ma dovrebbe esistere un limite deontologico oltre il quale il giornalista professionista o il caporedattore – in realtà un lavoratore dipendente a tutti gli effetti - anche se ancora non se n'è reso conto e coltiva antichi immaginari corporativo-artigianali, “ordine” compreso – non si dovrebbe mai spingere. E ci dispiace sinceramente che lo scivolone che stiamo analizzando sia stato compiuto sulle pagine de IlSole24Ore, organo di Confindustria (l'insieme dei padroni, non un padrone solo) che proprio della serietà dell'informazione economica ha fatto il suo marchio di fabbrica.

Sul quotidiano di oggi campeggia un incredibile L'età della pensione? In sei anni è salita solo di sette mesi. Frenano le uscite dal mondo del lavoro. Ci siamo guardati attorno, contando gli amici, i padri e le madri, i parenti che maledicono Dini, Maroni, Fornero, Monti fino alla settima generazione, e tutti i componenti di tutti i governi degli ultimi venti anni, diversi nelle parole e nelle “cene eleganti”, ma assolutamente uguali nel trattare le pensioni come una cassaforte di liquidità in cui mettere le mani. Semplicemente ritardando l'età pensionabile e adottando “coefficienti” più miserabili per calcolare l'assegno pensionistico. Abbiamo ripassato in rassegna le biografie di gente che pensava di andare in pensione a 57 anni, con 35 di contributi, e invece sta ancora attendendo pur avendo passato i 63 e i 40 anni di “anzianità”.

Ci deve essere un errore, ci siamo detti, magari un refuso (“mesi” al posto di “anni”, per dire). Ma quando ci siamo messi a leggere c'è salita la pressione.

L'articolo di Davide Colombo parte citando dati dell'Inps, quindi veri: “Tra il 2009 e i primi due mesi del 2015 sono andati in pensione un milione e 503.450 lavoratori, di cui 745.495 con l'anzianità (o l'anticipo) e 757.955 con la vecchiaia. Per loro l'età media non è mai stata più alta di 62 anni e sei mesi. In sei anni dunque - tenendo conto del fatto che il dato di inizio 2015 non è ancora adeguatamente popolato - l'età media effettiva di pensionamento è aumentata di sette mesi e una settimana”.

Cosa c'è di sbagliato? Che si tratta di dati a consuntivo, che prendono in considerazione soltanto coloro che in pensione sono riusciti comunque ad andarci, senza tenere peraltro conto di tutto il settore pubblico (come ammette lo stesso articolista), e tantomeno di tutti coloro che – per effetto delle “riforme pensionistiche” degli ultimo 20 anni – hanno dovuto vedere il loro “ritiro” allontanarsi di anni. Per dirne una: gli esodati, in questo calcolo, dove sarebbero finiti? Tra gli attuali pensionati, ovvio (sono rimasti sospesi tra lo scadere di ammortizzatori sociali chiesti dalle aziende e l'allungamento dell'età pensionabile). E infatti ci sono quelli per cui c'è stato un “intervento riparatore”, mentre mancano quelli per cui ancora non è stato fatto niente.

Nel corso dell'articolo, poi, Colombo dettaglia meglio le diverse posizioni, dà conto dello “scalino” creato da Maroni e Fornero, in qualche misura fa intuire che la situazione sociale effettiva è assai meno rosea di quanto detto nel titolo; spiega anche gli effetti distorsivi provocati dalle norme più punitive, che hanno convinto a "fuggire" - rimettendoci qualcosa, ma meno di quanto non sarebbe accaduto restando al lavoro - molti lavoratori "maturi". Ma ormai la frittata era fatta. E il titolista, invece di arivare alla fine del pezzo, ha preso la frase che più si confaceva agli interessi dell'azionista. E dunque vai con quell'infame “L'età della pensione? In sei anni è salita solo di sette mesi” piuttostoche con il più corretto “tot milioni di persone non sono più potute andare in pensione”. Non era neanche difficile: in fondo basta specificare davvero cosa significa "Frenano le uscite dal lavoro"...

Chi possiede anche soltanto un minimo di conoscenza, neanche “scientifica”, del mondo del lavoro, sa che la “generazione del boom” - i nati fino all'inizio degli anni '60, insomma gli over 55 – ha avuto l'indubbia fortuna di crescere in un'economia mista (pubblica e privata), in piena esplosione di crescita da ricostruzione” dopo la guerra, in cui si trovava dunque lavoro con relativa facilità; al punto che non è difficile trovare oggi dei 58enni che hanno abbondantemente superato i 40 anni di carriera lavorativa regolare, “con i contributi” si diceva una volta. Tutta questa gente è stata attraversata peraltro da un ciclone di crisi e di cambiamento delle regole pensionistiche che hanno creato disparità inqualificabili (potersi ritirare o no per una questione di giorni o settimane di differenza, come accaduto ai “quota 96” della scuola) e situazioni insostenibili (gli “esodati” sono solo una delle tante figure di questa scena).

Se si eliminano dal conteggio tutti i “bloccati sul lavoro” (o più probabilmente in cassa integrazione o in mobilità), si possono truccare i calcoli in qualsiasi modo. Senza neppure considerare la condizione disperante cui sono state consegnate le nuove generazioni (di fatto: chiunque abbia oggi meno di 55 anni), che andranno - forse - in pensione molto più tardi e con ancora meno soldi.

Perché viene fatto?

Quella sull'età effettiva di pensionamento è una delle statistiche prese in esame dai comitati tecnici della Commissione europea (a partire dal Working group on ageing, population e sustainability) e dall'Ocse per verificare l'impatto delle riforme. Sono dati su cui riflettere prima di introdurre le nuove misure, di cui tanto si discute, per favorire una maggior flessibilità in uscita”.

E qui tutto diventa più chiaro. Si devono mettere le mani su diversi problemi convergenti alle soglie del nodo pensioni/ammortizzatori sociali. Ci sono gli ultrasessantenni espulsi dal lavoro ma che non hanno i requisiti per la pensione; c'è la necessità di far uscire i più anziani e lasciare posto ai giovani, ma senza gravare l'Inps di oneri che si vorrebbero invece diminuire (basterebbe lasciar andare al loro destino i dirigenti d'azienda, la cui “Cassa di previdenza” è fallita a causa degli assegni troppo ricchi e che sono stati girati all'Inps senza alcuna riduzione di trattamento; a spese nostre, insomma).

La proposta che più ottiene ascolto in sede governativa è quella di favorire l'uscita volontaria di chi è vicino comunque all'età del ritiro, ma accollando a chi sceglie di andarsene prima il costo dell'operazione. Col vecchio metodo delle “penalizzazioni”, sia rispetto al calcolo della liquidazione (col solo “contributivo”, anziché con sistema misto per quanti avevano già 18 anni di anzianità lavoratica nel '95, all'epoca della “riforma Dini”), che alla determinazione dell'assegno mensile. A spese nostre, insomma...

E allora si capisce benissimo la “caduta di stile” del titolista de Il Sole...

31 marzo 2015

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 31 Marzo 2015 23:04

Pc spiati, Renzi fa marcia indietro

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Terrorismo. Un emendamento cancella la norma incriminata. Che però tornerà nel ddl intercettazioni

C.L. - tratto da http://ilmanifesto.info/pc-spiati-renzi-fa-marcia-indietro/

Stop al libero accesso da parte dello stato ai nostri com­pu­ter. La discussa norma del decreto anti­ter­ro­ri­smo che asse­gnava ampi poteri di inda­gine alla poli­zia arri­vando a per­met­tere l’acquisizione da remoto di tutti i dati con­te­nuti nei sistemi infor­ma­tici è stata can­cel­lata ieri dall’aula della Camera dove si sta discu­tendo il prov­ve­di­mento. A denun­ciare l’anomalia era stato due giorni fa il depu­tato di Scelta civica Ste­fano Quin­ta­relli, ma ieri un emen­da­mento al testo pre­sen­tato da Sel e votato a mag­gio­ranza ha can­cel­lato defi­ni­ti­va­mente la norma, che adesso potrebbe finire col far parte del dise­gno di legge sulle inter­cet­ta­zioni. Ridotti anche i tempi di con­ser­va­zione dei dati rac­colti, fis­sati dal decreto in 24 mesi, acco­gliendo così i rilievi fatti nei giorni scorsi al testo dal Garante per la pri­vacy Anto­nello Soro. Che ieri ha salu­tato con sod­di­sfa­zione le deci­sioni dell’aula di Mon­te­ci­to­rio. «Lo stral­cio della norma sulle inter­cet­ta­zioni da remoto — ha com­men­tato il Garante — con­sen­tirà un sup­ple­mento di rifles­sione quanto mai neces­sa­rio quando sono in gioco libertà e pro­te­zione dei dati per­so­nali». Apprez­za­mento per la deci­sione è stato espresso anche dal com­mis­sa­rio dei diritti umani del Con­si­glio d’Europa, Nils Muiz­nieks.
Tutto adesso è rin­viato al dise­gno di legge sulle inter­cet­ta­zioni, che il governo vor­rebbe appro­vare il più velo­ce­mente pos­si­bile e dove la norma incri­mi­nata potrebbe ritor­nare sotto forma di emen­da­mento, come ha lasciato inten­dere ieri lo stesso pre­mier Mat­teo Renzi.
Con­tra­ria­mente a quanto pre­vi­sto fino a due giorni fa dal decreto, però, le inter­cet­ta­zioni non potranno essere più indi­scri­mi­nate e coin­vol­gere poten­zial­mente tutti i cit­ta­dini, bensì limi­tate ai soli sog­getti sospet­tati di svol­gere un’attività ter­ro­ri­stica e comun­que auto­riz­zate da un magi­strato. «Non si pos­sono uti­liz­zare le norme con­tro il ter­ro­ri­smo per spiare tutti e bypas­sare la dove­rosa tutela della pri­vacy», ha com­men­tato ieri il capo­gruppo di Sel alla Camera Arturo Scotto. «Evi­den­te­mente il mini­stro Alfano, che dimo­stra ancora una volta di essere ina­de­guato a rico­prire quel ruolo, è stato troppo occu­pato, e pre­oc­cu­pato, dalle vicende del suo par­tito per ren­dersi conto che quella norma era da regime tota­li­ta­rio».
Il decreto viag­gia intanto velo­ce­mente verso la sua tra­sfor­ma­zione in legge. Ieri le oppo­si­zioni hanno tagliato gran parte dei 250 emen­da­menti al testo, con­sen­tendo così all’aula di votare tutti i rima­nenti entro sera e di arri­vare al voto defi­ni­tivo mar­tedì pros­simo. Esclusa a que­sto punto, il ricorso al voto di fidu­cia da parte del governo.
Tra le novità di ieri c’è il via libera — gra­zie a un emen­da­mento pre­sen­tato dal M5S — all’uso di droni per i con­trollo de ter­ri­to­rio da pate delle forze dell’ordine. I droni potranno essere uti­liz­zati per pre­ve­nire e con­tra­stare reati ambien­tali, di cri­mi­na­lità orga­niz­zata e di natura ter­ro­ri­stica sulla base di un decreto che mini­stero degli Interni., della Difesa e dei Tra­sporti dovranno varare entro 120 giorni dall’approvazione della legge.
Tutto il pac­chetto anti-terrorismo avrà un costo com­ples­sivo ce si aggira intorno ai 950 milioni di euro, la mag­gior parte dei quali pro­ve­nienti dal decreto mis­sioni inter­na­zio­nali e da altre coper­ture spe­ci­fi­che. Tre milioni, — e non più 14 come pre­vi­sto ini­zial­mente — ver­ranno invece presi dal fondo per le poli­ti­che di asilo dei migranti. 40 milioni di euro sono invece desti­nati all’operazione Mare sicuro, la mis­sione anti ter­ro­ri­smo avviata nel Medi­ter­ra­neo.
Spe­ci­fi­cata meglio, infine, la norma che col­pi­sce i foreign fighter, coloro che deci­dono di arruo­larsi nell’esercito dell’Isis, e quanti orga­niz­zano viaggi all’estero.
La norma pre­ve­deva gene­ri­ca­mente una reclu­sione tra i 5 e gli 8 anni di car­cere, senza indi­care lo sce­na­rio in cui viene com­messo il reato. Due emen­da­menti iden­tici di Sel e M5S pre­ci­sano invece che si deve trat­tare di viaggi verso l’estero.

26 marzo 2015

***

Antiterrorismo, se il genio italico si infila nei computer

Un emendamento che stravolgeva il testo originario votata in poche ore e di notte

Lo spione di Stato è appro­dato in Par­la­mento. Il fat­tac­cio è acca­duto nelle com­mis­sioni con­giunte II e IV della Camera, che hanno appro­vato nella seduta del 19 marzo l’emendamento 2.100 del governo al dise­gno di legge AC 2893-A (con­ver­sione del cosid­detto decreto anti­ter­ro­ri­smo). L’emendamento modi­fi­cava l’art. 266-bis, co. 1, c.p.p. con­sen­tendo le inter­cet­ta­zioni «anche attra­verso l’impiego di stru­menti o di pro­grammi infor­ma­tici per l’acquisizione da remoto delle comu­ni­ca­zioni e dei dati pre­senti in un sistema infor­ma­tico». Non si tratta più di inter­cet­tare un dato o una comu­ni­ca­zione in tran­sito o in corso di svol­gi­mento. È spio­nag­gio in senso pro­prio. Ogni com­pu­ter, tablet, smart­phone diventa un libro aperto. E non — si badi — solo per fatti di ter­ro­ri­smo, ma anche per un gran numero di reati che con il ter­ro­ri­smo nulla hanno a che fare. Spy­ware e phi­shing si coprono con la sacra­lità dell’interesse pubblico.

A Palazzo Chigi le pen­sano di notte. L’emendamento 2.100 arriva alle Com­mis­sioni nel corso della seduta — appunto, not­turna — del 18 marzo 2015, ini­ziata alle 20.05. Accan­to­na­mento degli emen­da­menti all’art. 2, ter­mine per i sube­men­da­menti la mat­tina suc­ces­siva, vota­zione nella seduta del 19 marzo ini­ziata alle 17.30. Sono respinti i — pochis­simi — sube­men­da­menti, tesi a limi­tare la por­tata del 2.100.

L’ineffabile vice­mi­ni­stro Bub­bico afferma che «si uti­liz­ze­ranno tutti gli stru­menti tec­nici esi­stenti per ren­dere pos­si­bile la fina­lità per­se­guita dalla norma, vale a dire l’acquisizione da remoto delle comu­ni­ca­zioni e dei dati pre­senti in un sistema infor­ma­tico». E rin­cara poi la dose, chia­rendo che «non è pos­si­bile far sapere quali mezzi tec­nici le forze dell’ordine use­ranno per per­se­guire i reati e con­tra­stare il cri­mine, in quanto que­sto tipo di pub­bli­cità vani­fi­che­rebbe la loro azione» (Bol­let­tino Com­mis­sioni, 19.03.2015, pag. 10).

Forse un governo meno arro­gante avrebbe almeno avuto la cau­tela di far pre­sen­tare l’emendamento da qual­che inno­cuo peone di mag­gio­ranza, per non met­terci troppo la fac­cia. Ma non que­sto governo, che non esita a dichia­rare aper­ta­mente di voler spiare in segreto pro­pri cit­ta­dini. E soprat­tutto col­pi­sce che norme stra­vol­genti siano state appro­vate in poche ore, nella incon­sa­pe­vo­lezza dei gruppi par­la­men­tari, e senza alcun parere delle com­mis­sioni di merito.

La giu­sti­fi­ca­zione, ovvia­mente, è nel fatto che si tratta di con­ver­sione di decreto legge, che deve giun­gere all’approvazione entro 60 giorni. Ma que­sto dimo­stra come abbia ragione la Corte costi­tu­zio­nale nella sent. 32/2014, in cui afferma sulla decre­ta­zione di urgenza che una «pene­trante e inci­siva riforma, coin­vol­gente deli­cate scelte di natura poli­tica, giu­ri­dica e scien­ti­fica, avrebbe richie­sto un ade­guato dibat­tito par­la­men­tare, pos­si­bile ove si fos­sero seguite le ordi­na­rie pro­ce­dure di for­ma­zione della legge, ex art. 72 Cost. … Nella misura in cui le Camere non rispet­tano la fun­zione tipica della legge di con­ver­sione … al fine di per­se­guire scopi ulte­riori rispetto alla con­ver­sione del prov­ve­di­mento del Governo, agi­scono in una situa­zione di carenza di potere».

È esat­ta­mente quel che è acca­duto. Di certo, la mate­ria trat­tata nell’emendamento 2.100 era troppo deli­cata, impor­tante e inno­va­tiva rispetto al testo ori­gi­na­rio per essere vei­co­lata in un emen­da­mento in sede di con­ver­sione, e per di più not­te­tempo. E abbiamo anche un assag­gio di quel che può diven­tare il pro­ce­di­mento legi­sla­tivo con il potere di ghi­gliot­tina per­ma­nente che la riforma costi­tu­zio­nale in iti­nere con­cede all’esecutivo, e la con­se­guente sem­pre pos­si­bile stroz­za­tura dei tempi del lavoro parlamentare.

Il dub­bio di inco­sti­tu­zio­na­lità sull’emendamento si aggiunge ai molti già espressi dagli esperti nelle audi­zioni sul decreto. Man­cato rispetto dei prin­cipi di deter­mi­na­tezza e di offen­si­vità, di neces­sità e pro­por­zio­na­lità, della riserva di giurisdizione.

Ora il testo è stato di nuovo emen­dato in aula ma la norma sullo spione di Stato, stral­ciata, potrebbe rien­trare nel ddl inter­cet­ta­zioni, spe­riamo ridotta al solo ter­ro­ri­smo, al fon­dato sospetto che la spe­ci­fica utenza infor­ma­tica vi sia diret­ta­mente e atti­va­mente coin­volta, e comun­que su deci­sione del giu­dice. Se tor­nerà uguale a prima, potremmo con­so­larci con qual­che para­dosso. È in Senato l’AS 1627, già appro­vato dalla Camera, che intro­duce il reato di inqui­na­mento pro­ces­suale e depi­stag­gio punito con la reclu­sione fino a 4 anni. Se fosse defi­ni­ti­va­mente appro­vato, quid juris se il nostro anti­vi­rus sco­prisse e neu­tra­liz­zasse lo spione di Stato? Dovremmo temere la galera? E se faces­simo un hard reset dello smart­phone o del tablet? Se for­mat­tas­simo l’hard disk? Si aprono oriz­zonti di cui forse pos­siamo sor­ri­dere. Ma non è diver­tente l’idea che una mail rice­vuta per errore o un dato occul­ta­mente e con male­vola inten­zione intro­dotto nel com­pu­ter, possa dis­sol­vere a nostra insa­puta le difese con­tro l’invasione del potere pubblico.

Renzi ha ragione: esi­ste un genio ita­lico, in spe­cie gover­na­tivo. Pec­cato sia volto al male.

26 marzo 2015

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Aprile 2015 14:09

Jobs Act. Continua la truffa dell'informazione

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

Jobs Act. Continua la truffa dell'informazione

Unione Sindacale di Base - tratto da http://contropiano.org

Con le capacità che sono note, Tito Boeri, neo presidente dell’INPS offre i propri servigi al Governo Renzi, tenendosi comunque una porta aperta per le scontate contestazioni alle sue dichiarazioni. Ci riferiamo alla conferenza stampa nella quale dichiara, prendendosi pagine intere di quotidiani e ampi spazi televisivi, che dal primo al 20 febbraio sono state fatte 76 mila assunzioni grazie al Jobs Act.

Questo fa titolare al Corriere della Sera: “ Effetto bonus” 76 mila aziende assumono.

Le bugie hanno le gambe corte ed è facile scoprire che non di assunzioni si tratta, ma solo di una richiesta di un “codice per la decontribuzione” che potrebbe (il condizionale è d’obbligo) servire ad assumere in futuro. E non potrebbe altrimenti, dato che il contratto a tutele crescenti è divenuto operativo solo il 7 marzo.

Altrettanto certo è che molte di queste aziende assumeranno. E’ scontato.

Questo lo sa bene Boeri perché è difficile che, da conoscitore del mercato del lavoro qual’è, non abbia chiesto agli uffici i dati concernenti le assunzioni nel 2014 nella tipologia “contratti a tempo indeterminato”. Per buona pace di Renzi il Jobs Act non servirà a creare nuova occupazione, ma solo a non fa pagare i contributi a chi comunque avrebbe assunto anche senza gli sgravi del Jobs Act. Questo invece dovrebbe preoccupare non poco il Presidente dell’INPS poiché tutti i nuovi assunti non pagheranno i contributi che saranno tutti figurativi a carico della collettività.

Invece Tito Boeri dà i numeri ma non quelli del 2014. Li diamo noi.

Nel terzo trimestre quindi da luglio a settembre del 2014, lungi dall’essere approvato il contratto renziano del “libero licenziamento”, le assunzioni a tempo indeterminato sono state ben 400 mila su circa 2,4 milioni di contrati di lavoro avviati! Tra l’altro con un incremento del 7.1 % su base annua. A questi dati vanno aggiunti più di 200 mila assunzioni con contratto di apprendistato che in termini di decontribuzione e precarietà è identico al contratto a tutele crescenti (addirittura più economico perché consente anche un salario contrattuale più basso).

In Italia a tutt’oggi abbiamo circa 12 milioni di occupati di cui più di 10 milioni con contratto a tempo indeterminato. E’ fisiologico che vi sia un turn over anche di questa tipologia contrattuale.

In conclusione continua la truffa del Governo e Informazione sulle norme e gli effetti del Jobs Act.

Purtroppo rimane la cruda realtà che ci dice che crescerà nel paese la precarietà del lavoro e la disoccupazione. Nel frattempo diminuiscono da subito diritti e democrazia.

Infine due considerazioni: 1°) Possibile che nessun giornalista senta la necessità di verificare quanto detto nelle conferenze stampa?

2°) Comincia proprio male signor Presidente Boeri. Non serve nascondersi dietro un inciso con il quale si afferma che “i dati non sono di facile interpretazione”. In questo caso I numeri sono numeri, parlano da soli. Nascondendoli non si fanno gli interessi dei “soci di riferimento” dell’INPS, che Le ricordiamo sono i lavoratori e le lavoratrici che pagano i contributi. Non il Governo che vorrebbe usare l’Istituto Previdenziale pubblico come un bancomat. Evitiamo di tramutarlo anche nell’ufficio stampa e propaganda” dell’esecutivo.

27 marzo 2015

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 28 Marzo 2015 13:46

Pagina 1 di 119