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COMUNICAZIONE E MEDIA

G8, i potenti vogliono il web

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internet_mondo_g8Internet, un affare di stato e di impresa. È questa la visione che Nicolas Sarkozy ha voluto dare del Web, che ha «cambiato il mondo», ma che richiede «senso della responsabilità» da parte degli operatori. Il presidente francese ha inaugurato ieri la maratona del G8, che si concluderà giovedì e venerdì al vertice di Deauville, con un primo e-G8, dedicato a Internet. Ai giardini delle Tuileries era presente tutto il Gotha del web-business, da Eric Schmidt di Google a Mark Zuckerberg di Facebook, passando per John Donahoe di eBay o l'indiano Mittal di Barthi Airtel e i presidenti dell'oligopolio francese, Jean-Bernard Lévy di Vivendi, Stéphane Richard di Orange, Xavier Niel di Free. Solo all'ultimo momento, per decenza, è stata organizzata una tavola rotonda a cui partecipa una blogger egiziana, accanto a Reporters sans frontières, un consigliere di Hillary Clinton e dei rappresentanti di Twitter e Google, per discutere di libertà di espressione e cyberdissidenza.

Si tratta difatti di un vertice privato organizzato dai privati (3 milioni di euro, finanziati dai potenti invitati), che ha di fatto escluso i cittadini. Anche se Sarkozy è stato obbligato a ricordare che «i popoli dei paesi arabi hanno mostrato al mondo che Internet non appartiene agli stati», l'obiettivo era mettere dei paletti e reintrodurre il controllo dei governi, che in Francia è in atto con la contestata legge Hadopi, che prevede il blocco della connessione per chi scarica illegalmente. «Sarebbe una contraddizione voler escludere i governi da questo immenso forum», ha detto Sarkozy di fronte a un pubblico di circa 1500 persone, la maggior parte rappresentanti delle grandi imprese del web. Dimenticare che i governi sono i soli «rappresentanti legittimi della volontà generale», per Sarkozy vorrebbe dire «prendere il rischio del caos democratico, dell'anarchia». Rischi della trasparenza totale, difesa del diritto d'autore (citando Beaumarchais), messa in guardia contro le derive della pornografia e del terrorismo, per Sarkozy Internet deve diventare «civilizzato», cioè deve sottoporsi al controllo statale. «Una vernice di modernità, che non è altro che una concezione medievale del dibattito», ha commentato il socialista Christian Paul. «Una mascherata», secondo Jérémie Zimmermann, della Quadrature du Net, un'organizzazione che difende le cyber-libertà. Ma Sarkozy ha proposto di rendere fissa l'iniziativa, convocando un e-G8 prima di ogni vertice annuale del gruppo degli otto.

Alla riunione, Internet è stato preso in considerazione soprattutto come una questione di interesse economico. Un rapporto presentato ieri rivela che il peso del web è ormai del 3,4% del pil dei 13 paesi presi in considerazione (quelli del G8 più Brasile, Cina, India, Svezia e Corea del sud). Ha anche un impatto positivo sull'occupazione, creando 2,6 posti di lavoro ogni volta che ne distrugge uno.
L'e-G8 ha aperto una settimana di incontri al vertice, sotto la presidenza francese del G8-G20. Prima del vertice di Deauville, è in corso a Parigi un Forum dell'Ocse, l'organizzazione dei paesi più ricchi del mondo nata con i piano Marshall, che celebra i 50 anni e si cerca un'identità (vent'anni fa, rappresentava l'80% del Pil mondiale, oggi solo il 60% e tra vent'anni calerà al 40%, visto che è un'organizzazione del nord del mondo, che pur avendo accolto Messico e Cile, non comprende né India né Cina). Domani inizia anche la ministeriale Ocse, presieduta da Hillary Clinton, a cui per l'Italia partecipa il ministro Giulio Tremonti.

Anna Maria Merlo

tratto da www.ilmanifesto.it

25 maggio 2011

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Come la stampa legittima e delegittima i movimenti

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censuraNel mese di dicembre, dopo la rivolta romana del 14, Repubblica indirizzò la corrazzata Saviano contro i manifestanti. Lo scopo era esplicito: usare l'autorità morale dello scrittore per normare i comportamenti dei movimenti. La stampa italiana ha una lunga tradizione di intervento nei movimenti per cercare di regolarne i comportamenti. Il tentativo di separare i manifestanti "accettabili" da quelli inaccettabili è patrimonio professionale dei media italiani fin dal '68. La stessa storiografia dei movimenti è stata influenzata da questo fenomeno. Come vediamo però da questo bell'articolo di Paolo Mossetti su Nazione indiana il fenomeno non ha solo caratteri nazionali. Anzi, nella stampa britannica rivela immediatamente un carattere che il caso italiano possiede in altre forme ma che fa più fatica a mostrare. La selezione tra movimenti "accettabili" e inaccettabili in Inghilterra è fatta, sui media, direttamente da professionisti che appartengono all'élite della società britannica.
Un articolo da leggere a fondo, che fa capire molto del rapporto tra media e movimenti in Gran Bretagna, in Italia e sul piano globale dell'informazione

(red) 23 maggio 2011

la fonte


Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.

Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!

Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.

Lo Standard, quotidiano destrorso britannico, è un foglio di smaliziata e cristallina furbizia che ben fa da portavoce a queste oligarchie. Tapparsi il naso e leggere come affronta argomenti quali la protesta studentesca non è mai un esercizio inutile: è il modo per capire una certa strategia comunicativa.

Tanto per cominciare, la lotta che i movimenti di protesta in tutto il mondo stanno portando avanti, dalla ricca Londra alla assai meno ricca Tunisia, sia pure generata da condizioni e bisogni diversi, in fondo si può riassumere così: una lotta dei giovani depredati del loro futuro contro le oligarchie di cui sopra. Eppure, fateci caso, nella lotta nessuno pronuncia quella parola: classe. Se è diventata tabù, ormai da decenni, lo è diventata per un motivo ben preciso: perché abbiamo dimenticato, o fingiamo di dimenticare, che le oligarchie finanziarie e mediatiche – le vere responsabili della crisi di questo decennio – hanno una comunicazione interamente o quasi sottoposta ai loro interessi; una comunicazione che quotidianamente deruba, spossessa le altre categorie non solo dei loro diritti, ma anche della loro identità. E toglie loro, letteralmente, le parole da bocca: imponendo il vocabolario che vuole, le “parole chiave” che vuole. Con la complicità dei manipolati, non di rado.

Esiste sì, come insegna la filosofia greca, una derivazione naturale dei nomi: sono le cose stesse che suggeriscono le parole da usare, e se un ragazzo si presenta alle manifestazioni vestito da clown è giusto che venga definito clown dai giornali. Ma i linguaggi parlati sono molteplici, e una componente di arbitrarietà ci deve per forza essere: quindi le cose tendono a suggerire il nome con cui chiamarle, ma dopo di che il Potere ci lavora sopra, limando, pianificando, istruendo, correggendo il tutto con i suoi razionali interessi.

In questi ultimi mesi, forse anni, il primo passo è stato quello di formare, presso l’opinione pubblica più timorosa e conservatrice – non importa quale partito essa voti – l’identikit del perfetto manifestante: egli, almeno qui a Londra, dev’essere per definizione un soggetto apolitico interessato solo a non pagare rette troppo alte, e guai a sventolare bandiere che non siano del suo gruppetto studentesco; egli è libero di scorazzare dal punto A al punto B, dalle ore tot alle ore tot – pacificamente: ovvero limitandosi a urlare slogan e a mostrare striscioni. I violenti – quelli che provocano disordini -, devono essere schedati come minoranza-che-va-isolata-e-

condannata. Cambiate leggermente le parti di questo schema, e vedrete che è una formula buona per tutti i luoghi e tutte le occasioni. Ma chi contribuisce a importarla, a tradurla, ad amministrarcela?

Sul fronte della “piazza”, qui in Inghilterra si discute molto del Lifestyle anarchism teorizzato da Murray Bookchin , per definire coloro i quali vivono l’anarchismo più come un vestito da indossare, o una serie di «routine» estetizzanti, che come una reale pratica quotidiana: facendone fare così le spese a chi è coerente nell’ombra, nella sobrietà: sono questi dunque – gli attivisti del click, gli anarchici trendy, i manifestanti cool, etc. – i volti visibili identificabili nominabili della protesta, che fanno comodo agli intervistatori della BBC come a tutte le tv di Stato.

Poi c’è il fronte di quelli che chiameremmo gli intermediari tra la piazza e le oligarchie. La giornalista Carolle Cadwalladr ha condotto sull’Observer una ricerca interessante, analizzando come le elite provenienti da Oxford-Cambridge continuino a dominare in modo spaventoso l’establishment politico e culturale britannico: il duo «Oxbridge» sforna, da solo, oltre all’80% degli avvocati inglesi, un terzo di tutti i ministri e la metà di tutti i leading journalists del Regno Unito. Chi ha avuto la fortuna di aver studiato in una di queste prestigiose facoltà – a stragrande maggioranza bianche e ricche –, ha dunque altissime possibilità di diventare uno dei columnist che giudicheranno, interpreteranno, filtreranno le proteste di domani.

Molti reporter “progressisti”, seppur giovani e volenterosi, provengono da lì, da questo background affluente: ed è giusto o scortese chiedersi come ne vengano influenzati? Sarà un caso, ma a leggere il Guardian e il New Statemen – due voci labour tra le più infestate di oxbridgiani – sembra che la ribellione sia composta ancora, come quarant’anni fa, da una idealizzata middle – upper class di figli di papà che si prende cura degli oppressi, e che per gli oppressi è schierata in prima fila nei cortei; che i lifestyle anarchists, i clicktivist dal sorriso facile di cui sopra, siano davvero la nuova prima linea degli scontri. Forse in una realtà parallela. In quella che ho vissuto io, da novembre a oggi, sono gli incappucciati delle aree più povere, i figli degli immigrati, ma anche gli squatters diciottenni senza alcun titolo e senza sindacato, a trasformare le noiose passeggiate della middle class contestataria in un momento di esplosione del conflitto sociale; ad occupare i palazzi del potere – vedi la Millbank Tower ridotta ad uno scheletro pieno di vetri e cartacce – e i simboli delle corporation.

I clicktvist servono, in Inghilterra come in Italia il Popolo Viola o i Girotondi, a fornire del companatico tranquillizzante alle cene dei moderati. Ma questi soggetti, scelti non a caso da chi lavora nei grandi media, non rendono neanche vagamente idea dello scontro in atto. Non a caso, per distanziarsi dal ricatto buonista, il collettivo radicale UKUncut ha usato uno slogan inquietante, mutuato dalle facoltà occupate del Wisconsin: Screw us and we multiply, fotteteci e ci moltiplicheremo. È uno slogan che – gramscianamente, senza saperlo – fa i conti con il pessimismo della ragione – l’eterna sconfitta dei movimenti – e l’ottimismo della volontà – non avere altra scelta che moltiplicarsi.

Tutto è performance, ed è nell’esibizione di una “diversità radicale”, disturbante, la prima risposta a quelle keywords “progressiste” che dagli scrittori-giornalisti-preti di questa o quella famiglia e consorteria intellettuale e morale vengono sovraimposte sul movimento. Per costoro va bene sovreccitarsi per le rivolte mediorientali, ma guai a superare certi confini verbali e fisici nel Vecchio Continente, guai a mettere in discussione il loro primato, il loro linguaggio, il loro ambiguo lavorio. La seconda risposta, ben più importante, verrà dopo la performance: nella coerenza delle pratiche, nella quotidianità delle rinunce, dei sacrifici.

Dunque esiste, nell’interpretazione e nella divulgazione della protesta, una “questione di classe”, oppure bisogna credere a chi tenta di rimuoverla furbescamente, dando voce non a chi ha già perso tutto ma ai beautiful losers di professione – che sempre resteranno a galla?

Nelle assemblee di protesta di questi mesi, a Londra come a Roma o a Parigi, ho apprezzato che si tornasse a vedere a vedere quali sono le condizioni di vita degli oppressi, dei senza-futuro che scendono in piazza. Ma mi auguro che presto si faccia lo stesso nei confronti di chi quelle piazze le commenta: il dislivello tra le paghe degli opinionisti di professione, che accumulano carriere e titoli, e quello degli oppressi che da quegli stessi opinionisti vengono descritti e giudicati non è mai stato così scandaloso. Credo che sarà questa una svolta fondamentale nelle tattica dei movimenti.

Con questo non vorremmo imporre certo una sorta di realismo socialista alla Zdanov e liquidare brutalmente ogni formalismo, ogni pensosità, e censurare chiunque si avvicini al movimento: dialogare tutti insieme è importante, bianchi e neri, poveri e ricchi; anche prendere manganellate insieme e farsi rinchiudere insieme nei recintaggi polizieschi. Ma se non di odio, dunque, almeno di “disprezzo di classe” dovrebbe essere lecito e onorevole poter parlare: un disprezzo che abbia come obiettivo non l’esclusione dei singoli membri di una classe dalla protesta, ma la ridiscussione di quella classe; di quella borghesia compiaciuta che spesso strizza l’occhio ai suoi figli in piazza, senza rendersi conto di essere diventata parte di quelle oligarchie che strozzano sul nascere il loro futuro.

C’è la consapevolezza, e forse ci sbaglieremo, che mai come ora non si ha più voglia né di dare ricette né di riceverle. Specie se di fronte a noi c’è un giornalismo che più che essere “partecipativo”, “sul campo”, ha la funzione di un vero cavallo di Troia: manipolatore e subdolo; e bisogna pure dire che in questa generalizzata diffidenza verso tutti i poteri e verso i mediatori professionali – noi compresi – c’è un clima che fa star bene, perché non impedisce al sangue di affluire al cervello e di farsi resistenza attiva.

http://www.sinistrainrete.info/societa/1382-paolo-mossetti-street-fightin-press
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Tutti i vizi e i segreti che internet sa di noi

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Gli amori, il lavoro, i gusti personali. La rete non dimentica nessuna delle informazioni che le affidiamo. E conserva così la nostra identità

Privacy-Facebook-Seegugio-Photo-StalkerA tradimento Expedia mi chiede se voglio andare in vacanza con l'ex fidanzata. Non lo dice proprio così, ma mi suggerisce il suo nome per il secondo biglietto d'aereo. Se lo ricorda da un vecchio acquisto, l'impertinente sito di viaggi. Lo stesso fa Amazon per la consegna dei libri. Se li hai fatti spedire a un indirizzo che non frequenti più, lui insiste. Persino il sito delle contravvenzioni del comune di Roma prova a inchiodarti al passato. Vado a controllare una multa e, accanto al verbale, ora hanno messo la foto dell'infrazione. In bianco e nero, sgranata, ma ineluttabile: sono proprio io in sella. Con la compagna di allora. Dio perdona, Internet no. Soprattutto non dimentica niente. Ci conosce meglio di una madre, di un amico, di uno psicanalista. Ed è in grado di mettere insieme così tante tessere di quel mosaico caotico che è la vita da ricostruirlo a un livello di dettaglio impensabile nell'èra Pre-Web. Così ho chiesto alla rete di scrivere la mia biografia, non per il suo trascurabile interesse, ma per quello enorme che a redigerla sia un algoritmo. Utilizzando fonti aperte, informazioni a disposizione di tutti. Avessi interpellato i Servizi segreti avrei ottenuto un ritratto meno vivido. Provare per credere.

Se fai il giornalista, in teoria, sei più esposto di un impiegato del catasto. Ma non è detto, perché l’impiegato potrebbe avere una pirotecnica doppia vita telematica: condividere tutto su Facebook, commentare i blog altrui, affidare a Twitter in tempo reale la propria opinione sull’universo mondo. Insomma, cose che io non faccio. Perché alla fine i pixel con cui la rete comporrà il nostro ritratto digitale, ad alta o a bassissima risoluzione, siamo noi a fornirglieli. Talvolta in maniera attiva, riempendo questionari, firmando petizioni, e così via. Più spesso in modo passivo, semplicemente navigando, comprando o essendo taggati in foto altrui. Per cominciare, dunque, c’è Google. Il grado zero è l’egosurfing, ovvero controllare ciò che in rete si dice di noi digitando «nome cognome». Nel mio caso escono 102 mila risultati, ma le quotazioni cambiano con i giorni. Ai primi posti una voce di Wikipedia in inglese che fino a qualche tempo fa sosteneva erroneamente che fossi il capo di Repubblica.it (approfitto per scusarmi col titolare). Verso il fondo spunta invece un messaggio che spedii il 27 maggio 1996 a un gruppo di discussione sulla pubblicità online. Per quel che ne sapevo allora era come attaccare un annuncio in una bacheca dell’università. Quel che ho imparato poi è che nessuno l’avrebbe mai rimosso e anzi sarebbe stato imbalsamato a futura memoria. Avessi chiesto istruzioni per confezionare una bomba sarebbe stato lo stesso.

Se poi, come me e altri 170 milioni di persone nel mondo, usate la posta di Gmail, le cose si complicano. Nel senso che tutto quello che scrivete potrà essere usato, pubblicitariamente parlando, contro di voi perché il sistema analizza i testi per accoppiarci pubblicità pertinenti. Dunque se dite a un amico che sarebbe bello trascorrere un finesettimana a Palermo aspettatevi, per dire, annunci su una suite scontata all’hotel Delle Palme. Per vedere come vi hanno etichettato c’è Google Ads Preferences. Di me il software ha capito che sono un maschio e tra gli interessi desunti dal mio comportamento online ci sono cinema, spartiti musicali, giornalismo. E in tv mi piacerebbero «crime stories e legal show» (nego l’addebito). Ma Google è ormai un mondo. Mette a disposizione un programma per scrivere, un calendario, un sistema di notifiche personalizzate e tanto altro. Gratis, o meglio, pagando in moneta di privacy. Lui ti offre un servizio, tu gli affidi la tua vita digitale. Ciò che scrivi, dove vai e quando, quello che ti interessa sapere. Così, seppure in forma anonima, il cyber-leviatano riutilizzerà quella messe di dati per recapitarti l’inserzione giusta. Sono andato a verificare nel Dashboard, la «scatola nera» di tutti i miei rapporti con il motore di ricerca. Ed è come guardarsi l’anima allo specchio. Dal momento che ho attivato anche la Cronologia, ovvero il registro storico di ogni ricerca eseguita, sanno esattamente cosa ho visto in questi anni. Il resoconto inizia alle 18.16 del 22 maggio 2007 e le parole chiave, credeteci o no, erano «nietzsche memoria troppo buona» (magari mi sono fatto suggestionare e volevo sancire con una citazione del filosofo l’aver attivato quella specie di panopticon volontario).

Ogni singola query è stata messa a verbale. Ci sono anche tutti gli indirizzi che ho cercato su Mappe. I video che ho guardato, dalla clip di The Ballad of John and Yoko all’ultimo disco dei Virginiana Miller. Per non dire di quelli che ho caricato su YouTube. Così come le foto che, tanto tempo fa, ho condiviso sugli album digitali Picasa. E i titoli che ho scaricato su Libri. Ce n’è già abbastanza per ricostruire la mia esistenza, avendo del gran tempo da perdere, minuto per minuto.

Per accedere al sancta sanctorum però bisogna possedere la parola chiave. Serve un hacker bravo o, banalmente, averla lasciata memorizzata nel pc. Tuttavia, anche limitandosi alle informazioni aperte i risultati sono stupefacenti. Se non avete familiarità con la sintassi dei motori di ricerca ci sono compagnie specializzate in web listening. Di solito lo fanno per le aziende, per capire che «reputazione» ha un marchio o un certo prodotto. Li ho sfidati a sguinzagliare i loro software specializzati perché portassero a casa i dati più succosi sul mio conto. Dopo meno di un giorno l’emiliana TheDotCompany mi ha recapitato un rapportino che sembra vergato da un funzionario della Digos. Contiene: luogo e data di nascita, numeri di telefono di lavoro e di casa, qualifica professionale esatta, il nome di mio padre e l’annotazione che «I genitori e il nipote vivono a Viareggio». Un’impeccabile biografia lavorativa e poi «Il sistema di correlazione di keyword e contenuti suggerisce orientamento politico Pd/Rifondazione Comunista e forti legami con il mondo sindacale», credo desunti dal fatto che ho scritto un libro sugli immigrati e l’ho presentato in varie feste dell’Unità. In parallelo anche Expert System di Modena, specialista nella tecnologia semantiche per la comprensione e l’analisi delle informazioni, era sulle mie tracce. In una decina di slide riassume le organizzazioni, le persone (vince il mio amico Raffaele Oriani, con 319 ricorrenze), le località, gli argomenti con cui ho più a che fare (Internet 206, immigrazione 150, editoria 137, etc.) e un’enoteca che frequento. I segugi milanesi della FreedataLabs ricavano addirittura profili psicologici dalle parole che uso. Dicono che solo il 6% appartiene a categorie emozionali e mi dipingono come uno molto «teso all’obiettivo», «curioso» ma anche «introverso», con venature di «tristezza». Così parlò lo strizzacervelli automatico.

Joel Stein, un collega di Time che ha fatto lo stesso esperimento, è stato più bravo nel rinvenire tracce economiche di sé. La Alliance Data, società di marketing digitale, sa che è un ebreo di 39 anni, con laurea e stipendio da oltre 125 mila dollari. Che ne spende in media 25 per ogni acquisto online ma il 10 ottobre 2010 ne ha sborsati 180 per biancheria intima. «Sono dati che in Italia sarebbe impossibile avere senza l’ordine di un magistrato» mi tranquillizza Andrea Santagata, numero due di Banzai, tra le più grandi web company nazionali, «perché abbiamo una legge sulla privacy molto più stringente. In ogni caso alla pubblicità non interessa sapere come ti chiami, ma conoscere il tuo profilo per mirare i messaggi». Tutto vero, e da tenere a mente per non finire arruolati nel già affollato partito delle teorie della cospirazione. Ma quanto detto sin qui lo è altrettanto. Anzi, non c’è stato neppure tempo di parlare di Last. fm che sa che musica ascolto (se ti piacciono i Wilco ti piaceranno anche i Golden Smog e The Autumn Defense). O di Ibs che, sapendo quali libri acquisto me ne consiglia altri, per proprietà transitiva: se David Foster Wallace, allora George Saunders. O di infinite altre destinazioni online che, per il solo fatto di aver interagito con loro, hanno creato dei dossier da cui inferire la mia personalità. È una tragedia? Neanche per sogno. Internet è l’invenzione più strepitosa e benemerita dell’ultimo secolo. Basta essere consapevoli e comportarsi di conseguenza. Per quanto riguarda infine la sconveniente insistenza di Expedia ho estirpato il cookie, il pezzetto di codice che ricordava al sito i miei viaggi precedenti. E adesso il computer non si impiccia più in cose che non lo riguardano.

Riccardo Staglianò

tratto da www.repubblica.it

19 maggio 2011

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Il Secolo torna al nero. E all’azzurro

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Dopo la direzione "futurista" di Flavia Perina, cambio di linea del nuovo direttore Marcello De Angelis, già condannato per terrorismo. Spazio ai falchi: interviste alla Santanchè e corsivi del "fascista" Massimo Corsaro

berlusconi_finiIl Secolo definizzato impugna finanche la spada. Parola del nuovo direttore, il deputato del Pdl Marcello de Angelis, che ieri ha concluso così il suo editoriale di saluto ai lettori: “Torneremo a fare di questo giornale una bandiera e un simbolo, uno scudo e una spada, una piazza in cui incontrarsi e una casa comune”. Perché pure la spada? Risponde de Angelis: “Perché sin da bambino mi piacciono le storie di cavalieri come Parsifal”.

Solo che adesso i cavalieri non si chiamano più Parsifal ma Silvio Berlusconi e il nuovo direttore è stato investito del duro compito di normalizzare lo storico quotidiano della destra postfascista dopo la gestione futurista di Flavia Perina e Luciano Lanna. Il cambio di marcia (su Roma, nella redazione di via della Scrofa) risale già al 20 aprile scorso quando è andato via Lanna (subentrato per qualche settimana alla Perina) e il giornale è stato affidato a Girolamo Fragalà, interno di lungo corso che rimarrà direttore responsabile con la nuova era di Angelis. Da allora giù titoli e interviste nel segno dell’ortodossia berlusconiana.

Breve carrellata. La farsa tragicomica dei nove sottosegretari Responsabili: “Rimpasto, il Colle rovina il brindisi: ‘Parlino le Camere’”. Lo sciopero della Cgil di venerdì scorso: “La chiamavano Cgil. Ieri in piazza uno sciopero solo politico con dipietristi e centri sociali”. La campagna per le elezioni amministrative: “Il Cav sfida l’opposizione nelle piazze”. La Moratti litiga con la “nemica” Santanchè sulla questione Lassini, segue ampia intervista alla sottosegretaria: “Letizia vincerebbe facile se tutti i nemici fossero come me”. Ma la vera rivelazione della svolta normalizzatrice è l’ingresso in prima pagina del larussiano Massimo Corsaro, l’esponente del Pdl che durante il dibattito sul processo breve si beccò del “fascista” persino da metà del suo gruppo parlamentare. Motivo? Questa grottesca citazione: “Ci è voluto il rapimento e l’uccisione di Moro perché si smettesse di dire che le Brigate rosse erano sedicenti, ma che erano parte integrante della cultura della sinistra”.

Ieri, nel numero d’esordio di de Angelis, il Corsaro corsivista ha menato forte contro l’ex direzione futurista: “Quel suo carezzare temi che manco Concita De Gregorio o Marco Travaglio azzardavano nei loro scritti, gli aveva garantito i peana dell’intellighenzia nostrana. Peccato che quanto a vendite si fosse rimasti a zero”. Replica del finiano Raisi: “Con la gestione Perina il Secolo vendeva 2mila copie, oggi sono meno di 500”.

Condannato per il 270 bis, associazione sovversiva per banda armata, de Angelis era tra i neofascisti di Terza Posizione e suo fratello Nanni fu “suicidato” nel carcere di Rebibbia. Lui, però, dopo trent’anni invoca il diritto all’oblio sulla condanna. La sua nomina a direttore politico (lo stesso ruolo che aveva la Perina) ha pure causato un clamoroso autobuco al Secolo. Decisa giovedì scorso dal cda del quotidiano, l’accordo era di dare la notizia all’inizio di questa settimana. Ma è trapelata lo stesso e il giorno dopo tutti l’hanno pubblicata tranne il Secolo. Una scena tra Fantozzi e le Sturmtruppen degli ex An. Cui adesso si aggiunge la spada di Parsifal. In redazione de Angelis racconta di “aver trovato un clima teso perché molti hanno sofferto questa situazione”. Il suo lontano passato da camerata comunque ritorna in mente leggendo il messaggio che apre la pagina degli auguri: “Anche dalla Germania ti giungano le congratulazioni per il prestigioso incarico”. Suggestione inconscia dell’Asse che fu. Oggi vicino al ministro Matteoli, de Angelis è stato per lungo tempo nella destra sociale e comunitaria di Alemanno. Le sue credenziali sono da “uomo nero” irregolare. Al punto che rivela: “La prima a chiedermi di fare il direttore fu Flavia Perina. Mi disse: ‘Perché non lo fai tu?’”.

Fabrizio d’Esposito

Da Il Fatto Quotidiano dell’11 maggio 2011

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Perchè Microsoft ha pagato caro Skype

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Microsoft ha acquistato una azienda molto diversa, per mentalità e struttura, rispetto alla propria organizzazione tradizionale. Lo ha fatto per integrare Skype con le piattaforme online dei videgiochi? Per speculare in borsa sui titoli? Per togliere una azienda appetibile a Google? Ecco l'analisi di Luca De Biase del Sole 24 Ore. (red) 11 maggio 2011

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A caro prezzo la svolta nelle tlc

skypeNiklas Zennström e Janus Friis sono riusciti a vendere per la seconda volta Skype. E a mettersi in tasca più di un miliardo di dollari. I due vecchi pirati avevano cominciato la loro avventura internettara giusto dieci anni fa con Kazaa, un software usato per lo scambio di musica online. Non la passarono liscia con i giganti del settore, le etichette che detenevano i diritti d'autore, e furono costretti a vendere. Ma non cambiarono mentalità e, nel 2003, fondarono Skype, un sistema per fare telefonate gratis online, tecnologicamente simile a Kazaa, che li metteva in rotta di collisione con l'intera industria della telefonia globale.

Amata dagli utenti – più di 660 milioni di iscritti e circa 150 milioni di utenti al mese – e temuta dagli operatori, Skype ha avuto una vicenda azionaria tormentata: acquisita da eBay non aveva trovato posto nel business del gigante delle aste online che, un paio d'anni fa, ne aveva rivenduto il 70% per 1,9 miliardi. In quell'occasione, il 14% era tornato ai fondatori. Nei vari passaggi, la sede legale era rimasta in Lussemburgo e il 44% della forza lavoro era sempre quello originario basato a Tallin in Estonia. Probabile che non si tratti di una popolazione aziendale facilmente integrabile nella cultura d'impresa della Microsoft. Saggiamente, l'azienda guidata da Steve Ballmer, ha deciso di lasciare molta autonomia a Skype. La tratterà come una divisione separata e manterrà alla guida l'attuale ceo, Tony Bates. Anche perché i servizi online della Microsoft sono gestiti da grandi computer centrali mentre l'architettura di Skype è ancora peer-to-peer, nel senso che per funzionare usa in parte la capacità di elaborazione dei computer degli utenti.

Ma che cosa ha spinto la Microsoft a pagare 8,5 miliardi di dollari per Skype? Che cosa può aver motivato una valutazione 3 volte più elevata di quella che era stata fatta un paio di anni fa? Certo, il contesto di mercato fa temere la possibilità che si stia ripetendo una sorta di bolla dei titoli internet: in effetti, la Microsoft ha valutato Skype circa 10 volte il fatturato. Ma è difficile pensare che la Microsoft si sia fatta ingannare da una nuova bolla. E allora perché?

Non basta immaginare che la Microsoft abbia solo voluto impedire che Skype andasse a Google. Il gigante dei motori di ricerca ha già il suo sistema di telefonia online. Così come ce l'ha già la Apple. Difficile dunque che i due competitori avrebbero pagato tanto per Skype.
È più probabile che la Microsoft voglia valorizzare Skype aggiungendone il servizio ai prodotti online attuali: i suoi sistemi di comunicazione, da Hotmail a Messenger, sono ancora enormemente utilizzati nel mondo, ma hanno perso terreno nei confronti dell'astro emergente, Facebook. E anche se la Microsoft ha una quota di minoranza nel social network di Mark Zuckerberg, l'azienda di Ballmer deve tentare di recuperare terreno nel settore più importante del momento: quello dei servizi che facilitano le relazioni in rete. Una possibilità di sviluppo in questo senso sarà nei giochi: il servizio di Skype sarà offerto anche agli utenti della xBox, la console per videogiochi che ultimamente ha conquistato l'attenzione con l'interfaccia Kinect, quella che consente di giocare semplicemente muovendo le mani. Potrebbe essere divertente giocare a distanza usando i gesti e la voce.

Ma, forse, il terreno di crescita maggiore per Skype, in versione Microsoft, sarà nel mondo dei telefonini, compresi quelli aziendali. Il recente accordo con la Nokia porterà tra un anno sul mercato i nuovi cellulari costruiti dal gigante finlandese e dotati del software della Microsoft. Il loro appeal sarà incrementato da un intelligente utilizzo di Skype per facilitare le chiamate gratuite degli utenti quando si trovano in luoghi coperti da wi-fi. E farà della Microsoft un interlocutore importante degli operatori telefonici impegnati nello sviluppo della banda larga mobile. Specie quando contrattano con i grandi clienti.

Che tutto questo possa motivare una valutazione da 8,6 miliardi di dollari resta da vedere. Ma la Microsoft è abituata a tenersi alcune divisioni in perdita se sono strategiche. E nulla oggi è più strategico di migliorare le posizioni su internet. Skype è uno dei marchi che hanno fatto la storia della rete. La Microsoft se lo può permettere.

Vedi anche: È ufficiale, Microsoft compra Skype

tratto da

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-05-10/caro-prezzo-svolta-212137.shtml?uuid=Aampx2VD

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Maggio 2011 08:06

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