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COMUNICAZIONE E MEDIA

Napster, chiude definitivamente il primo programma di file-sharing

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napster1Napster chiude i battenti. Questa volta per sempre. Rhapsody, l principale concorrente del padre del file-sharing ha infatti acquistato Napster, come aveva annunciato i primi di ottobre scorso Jon Irwin, presidente di Rhapsody. Questo articolo uscito per il cartaceo n.41 di Senza Soste ripercorre la portata di Napster  e il suo impatto sulla rete (red.)

La killer application degli anni zero è stata, senza timore di smentita, Napster.

Napster è nel 1999 da un’idea di Shawn Fanning, uno studente universitario di Boston, per scambiare i files mp3 con i suoi amici di corso. Sicuramente nemmeno lui aveva in mente l’impatto che il suo sistema avrebbe avuto sul mercato discografico, sul modo di fruizione della musica da parte delle persone e anche sui metodi di creare la musica.

Come funzionava? Semplicemente gli utenti scaricavano un programmino, mettevano nella casella di ricerca il nome della canzone che cercavano e la scaricavano sul proprio pc, direttamente dal pc di un altro utente: Napster si limitava a mettere in contatto due persone, la caratteristica principale e fondante del web.

Il suo periodo d’oro è durato circa due anni, il tempo per diffondersi a livello mondiale e per chiarire a livello di massa qual’era il vero significato della rete: condividere informazioni, conoscenza e cultura tra i naviganti. La tecnologia peer 2 peer (letteralmente “da pari a pari”) permetteva a chiunque di accedere alle informazioni (principalmente files musical, canzoni) contenute nei computer di ogni altra persona collegata alla rete: una biblioteca musicale praticamente sconfinata alla portata di un click di mouse.

Ben presto emersero le implicazioni legali che Napster si portava dietro: scaricando la musica, senza dover ricorrere alla mediazione di negozi e case discografiche, senza supporto fisico e senza il minimo corrispettivo economico, venivano violate le norme sul copyright, la tutela dei dirtitti d’autore degli artisti. Chiaramente le major discografiche insorsero (è nota la causa, durata diversi anni, che il gruppo americano dei Metallica intentò a Fanning) e, già vittime di un notevole calo delle vendite (dovuto innanzitutto al costo eccessivo dei cd e, causa non secondaria, alla poco qualità delle proposte), decisero che la causa di tutti i loro mali era Napster. Nel giro di pochi anni e di decine di cause legali Napster dovette rimborsare milioni di dollari di diritti d’autore e fu convertito in un sistema a pagamento, ma ormai il “germe” del p2p era diffuso: nel giro di pochi anni sorsero decine di piattaforme per la condivisione, estesa ora ad ogni tipo di materiale, dal film, ai fumetti ai libri elettronici. Nacquero Kazaa, Soulseek, Gnutella, eMule (diffusissimo anche adesso) e i recenti Torrent e Rapidshare:  tutte soluzioni tecnologiche diverse, sempre più sicure, affidabili e veloci.

In seguito a questa rivoluzione tecnologica le case discografiche major e indipendenti non riuscirono a fare altro che attaccare alla cieca l’elemento di disturbo che aveva scalfito un sistema fossilizzato agli anni 70: disco, promozione, concerto, nuovo disco. E col tempo anche molti gruppi hanno imparato a schierarsi contro il download libero delle loro canzoni (a parte qualche eccezione come, ad esempio, i Franz Ferdinand o i Nine Inch Nails), non riuscendo a capire che senza p2p i loro gruppi avrebbero una fama al più condominiale e che invece di incidere dischi sarebbero ad elemosinare una data alla festa del paese. Nessuno, nemmeno le etichette indipendenti, per loro natura più portate a sperimentare e meno legate al profitto a prescindere, è riuscito ad adattarsi alle nuove tecnologie, ai nuovi modi di ascolto (non ci si può permetterei fare un disco contente un singolo trainante, due pezzi sufficienti e il resto canzoni mediocri quando è possibile avere semplicemente solo le canzoni che uno vuole ascoltare), a sperimentare nuovi metodi di diffusione della loro arte: tutti si sono limitati a puntare il dito contro la piattaforma Napster, o alla rete in genere, senza nemmeno provare ad utilizzarla e a comprenderne i benefici.

Paradossalmente solo alcuni gruppi importanti (probabilmente anche perché con le spalle coperte) hanno saputo sfruttare a loro vantaggio la rete: i Radiohead hanno autoprodotto il loro ultimo album, mettendolo sia in download ad offerta libera sia in vendita in sola edizione limitata, con brani in più e gadget. Sono state scaricate milioni di copie e sono state vendute altrettante copie del disco. Lo stesso è successo con gli ultimi due album dei già citati Nine Inch Nails.

E poi, oltre agli aspetti economici, Napster ha reso la musica un’esperienza ancora più coinvolgente: gli mp3 sono diventate gocce in un mare dove perdersi: con facilità e gioia da bambino è possibile passare in un attimo dai classici dei Beach Boys all’ultima oscura produzione del più sconosciuto gruppo acid-jazz newyorkese, godere di produzioni rare e incisioni live fino ad oggi introvabili a meno di dissanguamenti finanziari. Quando i gruppi e le etichette si renderanno conto che è meglio per loro imparare a navigare in questo mare (che per loro significa più gente ai concerti, più magliette vendute e, cosa non secondaria, un ruolo nell’immaginario di milioni di giovani) e a conoscerlo senza attaccarsi ai centesimi del diritto d’autore, finalmente potremo dire che la rivoluzione di Napster avrà vinto.

Luis Vega

tratto da Senza Soste n.41 (settembre 2009)

3 dicembre 2011

 

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Il profilattico? Vietato nominarlo su Radio Rai

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Guai a citarlo nella giornata mondiale contro l'Aids. L'assistente del direttore di Radio Rai1 e dei Radiogiornali, Antonio Preziosi, comunica il divieto ai giornalisti. Il ministero della Salute: "Anche noi non lo nominiamo"

preservativo_aidsVietato citare il preservativo. Divieto piuttosto strampalato per la giornata mondiale contro l’Aids, celebrata ieri con una maratona di programmi su Radio Rai. Anche la maratona è originale: forza con la lotta per la prevenzione, guai a nominare il preservativo. Prima che sia troppo tardi, ieri mattina ore 8: 54, la direzione di Radio Rai 1 comunica ai giornalisti: “Carissimi, segnalo che nelle ultime ore il ministero ha ribadito che in nessun intervento – si legge nella mail interna – deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test Hiv in caso di potenziale rischio. Se puoi sottolinea questo concetto, ma comunque con gli esperti dovremmo andare tranquilli. Resto comunque a disposizione per qualsiasi chiarimento. Grazie e buon lavoro”. Firmato Laura De Pasquale, assistente del direttore di Radio Rai 1 e dei Radiogiornali, Antonio Preziosi. Dipendente di veloce carriera, la De Pasquale è la compagna di Roberto Gasparotti, da vent’anni uomo immagine di Silvio Berlusconi. Qualche giornalista, obiettore di coscienza, rompe l’embargo e pronuncia sommessamente la parolina incriminata: profilattico.

Chi avrà ispirato la coppia Preziosi-De Pasquale? Non certo il ministero della Salute che, per smentire, commette una gaffe mostruosa: “Nessuna interferenza. La giornata radiofonica è gestita da viale Mazzini. Anche il ministero, però, non usa il termine preservativo per le pubblicità e il manifesto studiati per la ricorrenza”. E difatti con le perifrasi sono maestosi. La campagna di comunicazione del ministero è soltanto un’immagine surreale e di complicata interpretazione: un pugno chiuso contro una mano aperta su sfondo rosso, non certo un preservativo gigante come il cartonato esposto in piazza Montecitorio.

Il motto punta la cura più che la prevenzione: “Non abbassare la guardia. Fai il test”. Il tradizionale e planetario condom è sostituito dal “concetto”, proprio come si augurava la De Pasquale. Obiettivi d’informazione del ministero, si legge sul sito ufficiale: “Aumentare la percezione del rischio. Contrastare l’abbassamento dell’attenzione della popolazione nei confronti del problema Aids. Promuovere un’assunzione di responsabilità nei comportamenti sessuali”. Perfettamente in linea con una campagna di comunicazione che, per rinnegare se stessa, deve farsi capire poco e male. A Radio Rai protestano uno per volta, senza dare l’impressione di sconfessare il potentissimo Preziosi, già candidato per la successione di Augusto Minzolini al Tg 1. Nessuno dei destinatari del divieto, firmato Preziosi-De Pasquale, segnala l’episodio al comitato di redazione.

Quando il sindacato interno raccoglie le prime voci di corridoio e comincia a chiederne spiegazioni, interviene il direttore Preziosi che, giocando d’anticipo, scarica la responsabilità sull’assistente e di conseguenza sul direttore generale Rai, Lorenza Lei: “Non ne sapevo nulla. L’indicazione proveniva da viale Mazzini. La mia segreteria ha sbagliato a girare la lettera, e quindi mi sono incazzato con entrambi”. Non avesse spedito la lettera, avrebbe fatto bene. Anche per Preziosi vale la regola del “concetto”: mai dire le cose per intero, meglio fare il vago.

di Ferruccio Sansa e Carlo Tecce

tratto da Il Fatto Quotidiano del 2 dicembre 2011

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Cassazione: i direttori delle testate on line non sono responsabili dei commenti dei lettori

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web_contropotereROMA – Ai direttori delle testate on-line – per i quali la Cassazione ha gia' stabilito che non si possono applicare le norme sulla stampa – non si puo' nemmeno addebitare la responsabilita' di non aver rimosso dal sito un commento inviato da un lettore e ritenuto diffamatorio. Lo sottolinea la Cassazione che ha annullato senza rinvio la condanna per omesso controllo nei confronti dell'ex direttore dell'edizione on-line dell'Espresso Daniela Hamaui.

Ai supremi giudici, il legale di Hamaui ha fatto presente che l'articolo incriminato ''non era un commento giornalistico, ma un 'post' inviato alla rivista e cioe' un commento di un lettore che viene automaticamente pubblicato, senza alcun filtro preventivo''.

Consapevoli delle peculiarita' delle edizioni on-line, i giudici di merito della Corte di Appello di Bologna avevano addebitato al direttore non l'omesso controllo ma l'omessa rimozione del commento. In questo modo, pero', ha obiettato il legale, si ''stravolge la norma incriminatrice che punisce il mancato impedimento della pubblicazione e non invece l'omissione di controllo successivo''.

Accogliendo le obiezioni difensive, la Suprema Corte – con la sentenza 44126 – rileva che tra l'editoria cartacea e quella elettronica non c'e' solo una ''diversita' strutturale'' ma ''altresi' la impossibilita' per il direttore della testata on-line di impedire la pubblicazione di commenti diffamatori, il che rende evidente che la norma penale che punisce l'omesso controllo non e' stata pensata per queste situazioni, perche' costringerebbe il direttore ad una attivita' impossibile, ovvero lo punirebbe automaticamente ed oggettivamente, senza dargli la possibilita' di tenere una condotta lecita''.

Per quanto riguarda le differenze tra on-line e stampa cartacea, la Cassazione ricorda che ''perche' si possa parlare di stampa in senso giuridico, occorrono due condizioni: che vi sia una riproduzione tipografica e che il prodotto di tale attivita' (quella tipografica) sia destinato alla pubblicazione attraverso una effettiva distribuzione tra il pubblico''.

Le testate elettroniche difettano di entrambe i requisiti perche' ''non consistono in molteplici riproduzioni su piu' supporti fisici di uno stesso testo originale'', e perche' vengono diffuse ''non mediante la distribuzione''.

tratto da www.blitzquotidiano.it

29 novembre 2011

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L'altra storia della guerra in Libia: interessi e caos

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Intervista a Paolo Sensini, autore di Libia 2011, che denuncia una verità sommersa dietro il cambio di regime a Tripoli

libia_GMMRPLa guerra in Libia è finita. Questo almeno raccontano, o non raccontano, i media internazionali. Il dittattore è morto, la democrazia ha trionfato e adesso si lavora alla costruzione della nuova Libia. Ci sono, però, voci fuori dal coro. Una di queste è quella di Paolo Sensini, saggista e scrittore, autore del libro Libia 2011, edito da JacaBook. Sensini, intervistato da PeaceReporter, racconta le sue indagini sui motivi reconditi di quella che ritiene un'azione volta ad eliminare Gheddafi e delle motivazioni che ne hanno deciso la fine. Dopo aver visto di persona la situazione, in quanto membro della Fact Finding Commission on the Current Events in Libya.

Com'è la situazione in Libia?
Il caos, con il Paese - come diceva qualcuno - riportato all'età della pietra e sull'orlo di una crisi umanitaria. In un Paese, piaccia o meno, che prima era un'eccezione positiva nella regione. Adesso si assiste a una sorta di guerra di tutti contro tutti, dove la situazione è degenerata non solo tra i ribelli e i lealisti, ma anche all'interno dello schieramento degli insorti. Non so se era stato previsto o meno, ma di sicuro era largamente prevedibile. Arrivano, ogni giorno, notizie di scontri armati tra fazioni per l'egemonia all'interno del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt). Come ho ampiamente documentato nel libro, tra queste fazioni, la componente preponderante è quella legata ad al-Qaeda e all'islamismo fondamentalista. Rispetto ai lealisti, invece, si è avuta notizia negli ultimi giorni di un forte contingente (circa 33mila uomini) che si è ricompattato e ha dato battaglia a Zawiah e in altre zone. E credo che questa sarà una fase molto lunga.

Questo quadro potrebbe essere dovuto alla mancanza, come già accaduto in Iraq e in Afghanistan, di una strategia di lungo periodo, che dovesse prevedere gli scenari una volta che il regime fosse stato rovesciato?
Il progetto c'era come c'era anche in altri conflitti. Ed era proprio quello di gettare nel caos un Paese del quale tutti conoscevano la composizione sociale. Un sistema tribale nel quale, a differenza di quanto si è raccontato, esisteva un equilibrio differente da quella che secondo parametri nostri chiamiamo dittatura.
E' più corretto parlare di un primus inter pares, che per altro non ricopriva alcuna carica politica ufficiale. Gheddafi era la guida, una figura carismatica, che in quanto leader della Rivoluzione teneva in equilibrio un mondo di un centinaio di tribù differenti. Gli analisti, tutto questo, lo sapevano benissimo. Dal mio punto di vista l'obiettivo, fin dall'inizio, era questo caos. Il primo gruppo di ribelli, molto ridotto, a Bengasi si sono inseriti in un colpo di Stato classico. Se un gruppo armato assalta edifici pubblici, in qualsiasi Paese, esercito e polizia reagiscono. Gli analisti sapevano dall'inizio che a questo gruppo mancava la forza di imporsi alle tribù in Libia. Quelle della Tripolitania e del Fezzan mai avrebbero accettato, e mai accetteranno, di essere dominate da questo piccolo gruppo della Cirenaica, che rappresenta circa il 25 percento della popolazione libica. Quando si è deciso di appoggiare questa cosiddetta rivolta, il piano più che evidente era quello di destabilizzare un Paese.

Secondo lei per quale motivo si è deciso di liberarsi di Gheddafi?
Di sicuro le sue scelte in campo petrolifero hanno influito nella decisione di rimuoverlo. A culmine di una lunga storia, che inizia con la rivoluzione del 1969 e con la nazionalizzazione di gas naturale e petrolio. Come c'entra di sicuro la monumentale opera idrica realizzata, negli anni Ottanta, il Grande Fiume artificiale, che fa gola a molti. La partita più grossa però, a mio avviso, come dimostro nel mio libro, è la politica di Gheddafi con l'Unione Africana. Della quale il Colonnello era l'artefice, il motore propulsore. Lavorando a un'unione doganale africana, con una banca centrale e un fondo monetario africano, in una prospettiva unica nella storia di dare all'Africa una propria politica di sviluppo lontana dalla politica colonizzatrice delle grandi potenze. Lavorava già alla moneta unica: il dinaro d'oro. Un'iniziativa già in fase avanzata che ora viene affossato in modo decisivo. Il primo passo era già stato compiuto, togliendo dalla circolazione il Franco CFA, utilizzata da quattordici ex colonie francesi. Mossa per la quale il presidente francese Nicholas Sarkozy accusò Gheddafi di terrorismo finanziario. Con il solito atteggiamento per il quale all'Europa è riconosciuta la dignità politica di creare una moneta unica, mentre all'Africa no. Un altro esempio, in questo senso, è quello del satellite RASCOM 1. Anche in questo caso la Libia era stato il motore dell'iniziativa che liberava gli stati africani dalla necessità di affittare i satelliti altrui.
Queste e altre iniziative di indipendenza sono state il motivo per rovesciare Gheddafi, compreso la gestione del petrolio.

In questo piano,  la morte di Gheddafi rappresenta un incidente di percorso o una strategia precisa?
E' stato l'obiettivo principale, fin dall'inizio. Lo dimostrano i bombardamenti. La missione Nato è stato un intervento armato a tutti gli effetti, altro che Responsibility to Protect, come nel mandato per la protezione dei civili. Scientemente, dal primo momento, si è perseguito l'obiettivo di eliminare Gehddafi. E' stato subito ucciso un figlio del Colonnello e i suoi nipotini, ed è stata colpita Bab el-Azizia - il luogo della sua residenza abituale - decine e decine di volte.
Noi stessi, con la Commissione, abbiamo potuto verificarlo di persona. Una strategia che è terminata solo con la morte di Gheddafi. Anche in quell'occasione, inoltre, non è stato catturato dai ribelli. La sua colonna in fuga è stata bombardata da caccia inglesi e francesi con il supporto di droni, senza che ci fossero civili in pericolo. La morte di Gheddafi era l'obiettivo principale della missione, che fa cadere la foglia di fico della protezione dei civili. La Nato è intervenuta, dall'inizio, per mutare lo scenario politico del Paese. Provocando vittime tra i civili, anche se si diceva che si interveniva per proteggerli, andando ben oltre un mandato che prevedeva solo una no fly zone. Non a caso la missione è finita con la morte di Gheddafi. Passando a quel punto il testimone al Qatar, vero artefice del cambio di regime, prima con al-Jazeera a livello mediatico, e poi a livello militare con le armi e i combattenti che sono stati fatti affluire in Libia.

Qual'è il ruolo dell'Italia in tutto quello che è accaduto?
L'Italia non esce bene da questa vicenda. Un legame importante, cominciando dal ruolo di fornitore energetico della Libia per l'Italia con la pipeline che collega Mellitah a Capo Passero. Che era una delle misure contentute nel Trattato di Cooperazione e Amicizia disatteso e tradito in modo fraudolento dall'Italia. E l'Italia non ne esce bene. A cominciare dal fatto che è stato disatteso l'articolo 11 della Costituzione, a partire dal presidente della Repubblica Napolitano, che della Costituzione è garante. Come lo è dei trattati internazionali e anche lui ha firmato il Trattato di Amicizia. Che piaccia o meno chiudeva un contenzioso storico. Due anni dopo siamo coinvolti in un conflitto, guarda caso, per l'ironia della storia, esattamente cento anni dopo l'occupazione italiana della Libia.

Cosa crede che accadrà in Libia?
A Bengasi, qualche giorno fa, sul palazzo di Giustizia, campeggiava la bandiera di al-Qaeda. Jalil, presidente del Cnt, lo ha dichiarato: tutte le leggi che verranno promulgate non dovranno essere in contraddizione con la sharia, con tutto quello che questo comporta. Decisamente un passo contraddittorio per un Paese nel quale si è intervenuti per portare la democrazia. A Tripoli, il comandante della piazza militare è Abdelhakim Belhaj, fondatore del Gruppo Islamico Libico Combattente, una delle personalità di riferimento di al-Qaeda, come sostenuto dagli stessi statunitensi che lo hanno arrestato in Iraq prima e in Afghanistan dopo, facendolo passare da svariate carceri tra le quali Guantanamo. Questo è il quadro che emerge, con un islamismo radicale che Gheddafi ha tentato di contenere. E del quale poco si sa in Italia. Io ho lavorato su questo aspetto, dedicandogli un capitolo del mio libro, con studi che arrivano dall'accademia militare Usa di West Point, dai quali emerge che il numero più consistente di attentatori suicidi - in percentuale rispetto alla popolazione - proviene dalla Cirenaica. Con la variabile che un arsenale enorme e moderno è finito nelle mani di questi personaggi. C'è poco da aspettarsi, secondo me, in senso democratico. Al contrario di quello che certi soloni occidentali hanno sostenuto e continuano a sostenere.

Christian Elia

tratto da http://it.peacereporter.net

24 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Novembre 2011 16:07

Facebook, riservatezza a metà: scontro sul riconoscimento volti

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Quasi raggiunto un accordo con i commissari a stelle e strisce. Il sito in blu si impegnerà maggiormente per la privacy dei suoi utenti. Mentre le autorità di Amburgo minacciano di agire contro la feature per riconoscere i volti

facebook_riconoscimento_faccialeA rivelarlo è stato un articolo pubblicato tra le pagine online del quotidiano statunitense Wall Street Journal: i vertici di Facebook avrebbero quasi raggiunto un accordo con la Federal Trade Commission (FTC), risolvendo definitivamente le spinose problematiche sollevate due anni fa in materia di privacy degli utenti a stelle e strisce.

Il settlement dovrebbe dunque seppellire l'ascia di guerra, sollevata dalle organizzazioni locali per la privacy in seguito alle sostanziali modifiche apportate dal sito di Mark Zuckerberg alle impostazioni sul livello di condivisione dei dati personali. In particolare quelle che avevano aperto all'intero popolo social informazioni come il sesso e la residenza di un singolo iscritto.

I dati erano stati resi visibili a tutti di default, dando poi la possibilità ai singoli profili di impostare diversamente le varie opzioni per la privacy. Associazioni come American Civil Liberties Union (ACLU) erano subito insorte, accusando il social network di aver sfruttato le modifiche annunciate per rastrellare una mole sempre maggiore di dati personali.

Stando alle indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, l'accordo con i vertici di FTC obbligherà Facebook a richiedere il consenso per la pubblicazione delle informazioni personali. Dunque, il settlement avrà una sorta di effetto retroattivo. Non è ancora chiaro quando i commissari a stelle e strisce passeranno effettivamente al vaglio la proposta della piattaforma da 800 milioni di amici.

Nel frattempo, Facebook dovrà vedersela con Johannes Caspar, commissario per la protezione dei dati di Amburgo. Le autorità tedesche stanno infatti pensando di avviare una violenta azione legale contro il sito, finito ancora una volta al centro del mirino per la sua feature per il riconoscimento automatico dei volti.

Nella visione di Caspar, la legge tedesca prevede che siano (solo) gli utenti a decidere liberamente se abilitare o meno una feature come quella annunciata da Facebook. Il sito avrebbe invece imposto agli iscritti la seccatura di dover andare a disabilitarla manualmente. Le prime ipotesi parlano di un possibile risarcimento pari a 300mila euro. Mentre Zuckerberg afferma che il suo sito sia il Luke Skywalker della privacy.

Mauro Vecchio

tratto da http://punto-informatico.it

11 novembre 2011

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