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COMUNICAZIONE E MEDIA

Gli anonimi all’attacco del governo italiano

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Gli anonimi italiani scendono “in guerra” contro il governo. La dichiarazione delle ostilità è arrivata una settimana fa attraverso un video (vedi sotto), dove alla faccia del Presidente del Consiglio – nel video in cui Berlusconi parlava dell’indagine sui festini ad Arcore – si sostituisce quella di Guy Fawkes, cospiratore inglese del ’600 tornato a nuova popolarità con il fumetto (e poi il film) “V per vendetta” e ormai maschera ufficiale del gruppo hacker degli Anonymous. “Governo italiano, sei sotto osservazione, l’informazione nel Paese non è libera. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettaci”. Le prime azioni coordinate sono avvenute quindi martedì e mercoledì scorsi. Nell’arco dei due giorni sono stati diversi gli obiettivi colpiti con l’ormai “tradizionale” attacco Ddos, il Distributed denial of service, massiccio numero di richieste fittizie ai server che impedisce o rende difficoltoso l’accesso a un sito: ilpopolodellaliberta.it, governoberlusconi.it, governo.it, camera.it, senato.it. Mentre sui siti afferenti al Pdl e al premier è comparso il messaggio lasciato degli anonimi (vedi più sotto il volantino), quelli del governo – come confermano fonti di Montecitorio – hanno resistito all’attacco. Immediata e dura la condanna del presidente del Senato, Renato Schifani: “Le azioni degli hacker sono atti esecrabili perché gli attacchi alle istituzioni sono attacchi alla democrazia da combattere senza se e senza ma”.

Quelli dei giorni scorsi non sono stati certo i primi assalti ai siti istituzionali da parte della sezione italiana del movimento di hacker politici Anonymous: a febbraio di quest’anno l’attacco a governo.it non aveva portato all’effetto sperato dagli anonimi. Ma come suggestivamente questi “pirati etici” si autodefiniscono – “Noi siamo una legione” –, è proprio la forza del numero che permette agli anonimi di sferrare attacchi sempre più efficaci. Non è solo dunque la “potenza di fuoco” dei Ddos tramite botnet a essere aumentata nei mesi (raddoppiata, secondo quanto ci ha raccontato l’esperto di sicurezza Raoul Chiesa, in soli 4 mesi). Come si può leggere sul blog di Anonymous Italy, i comunicati stampa del gruppo sono spesso scritti in due lingue, italiano e inglese. Un’azione su Internet non necessita presenza fisica in un luogo particolare e dunque gli “anonimi” di tutto il mondo si “scambiano le forze”, sostenendosi di volta in volta nei vari attacchi a siti nazionali o internazionali. Dal movimento “Free Assange” (gli Anonymous si sono fatti conoscere dal grande pubblico proprio per le azioni a favore del fondatore di Wikileaks) agli “indignados” spagnoli. Fino ad arrivare al gruppo italiano, che evidentemente sta ottenendo un sempre maggiore appoggio internazionale, così da riuscire a bloccare i siti messi nel mirino. A questo si aggiunge poi anche una maggiore diffusione – probabilmente per questioni politiche – di supporters nazionali disposti a utilizzare gli “strumenti di attacco” messi a disposizione della rete degli anonimi.


Gli attacchi dei giorni scorsi hanno avuto in realtà due obiettivi diversificati: il 21 nel mirino digitale c’era dichiaratamente la persona di Silvio Berlusconi (vedi il volantino sopra) e l’operazione – co-firmata dal gruppo Lulz Security, “protagonista” di attacchi di alto profilo come quelli ai server Sony o a quelli della Cia (a fianco il logo) – si chiamava in modo significativo “#opitaly Bunga Bunga”; il 22, nell’ambito dell’operazione chiamata invece “Payback Italy”, l’obiettivo erano invece i siti istituzionali e in generale il governo italiano. Le modalità come detto sono le stesse e così anche quella che si potrebbe definire la “retorica” del messaggio: il richiamo di Anonymous è sempre rivolto al “popolo”, ai “cittadini”. L’idea è quella della partecipazione dal basso per arrivare a cambiare chi c’è e quanto accade in alto: “Noi siamo gli anonimi, noi siamo una legione. Noi siamo te”. Non sono chiari quali possano essere i prossimi passi di questa “guerra” che prevede azioni di cybersquatting, anche se in Rete circola la voce di un possibile nuovo attacco venerdì mirato sulla città di Milano.

Giovedì al Senato, proprio durante l’attacco al sito, si è svolta una conferenza sulla cybersecurity organizzata dal Centro studi TTS. Durante l’incontro Raoul Chiesa ha fatto una proposta-provocazione che ha fatto molto discutere: “Nella strategia di cyberdifesa nazionale gli hacker potrebbero essere considerati come una risorsa e non come una minaccia, “patrioti informatici” contro chi davvero agisce per dolo, spie, terroristi e altre tipologie di criminali”. Perché qualcosa del genere possa accadere, servirebbero ovviamente dei passi di avvicinamento. sia da una parte, sia dall’altra.

tratto da http://vitadigitale.corriere.it

24 giugno 2011

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Il contropotere è sempre on line

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Internet è diventata maggiorenne e minaccia l'egemonia dei media nella produzione dell'opinione pubblica. Un sentiero di lettura Il cloud computing è lo strumento usato dalle corporation per la recinzione dei contenuti nel Web Giornali e tv sono i pilastri del potere e l'informazione sgradita è diffusa con i social network.

web_contropotereLe ultime settimane sono state intense per la Rete. Molte le notizie e le analisi relative alla sua completa maturità in quanto medium, dopo una rapida e fulgente adolescenza. La notizia che il blog dell'«Huffington Post» aveva superato il «New York Times» nei contatti giornalieri è stato ritenuta la data di ingresso alla sua maggiore età, dimenticando, però, che il sito fondato dalla giornalista statunitense Arianna Huffington altro non è che la versione digitale del più classico che più classico non si può giornale di carta. Dietro la retorica sulla maturità della Rete c'è però un grumo di verità difficile da ignorare. Nella contemporanea e pervasiva rappresentazione mediatica della realtà, che fa scrivere alla popstar della filosofia Slavoj Zizek che i media non fanno altro che desertificare il reale, la Rete ha l'indubbia capacità di consentire la sottrazione al potere performativo dei media. Se poi l'attenzione si concentra sulle vicende italiane, la perdita di credibilità e di legittimità dei media tradizionali è vieppiù evidente. E a restare stupiti sono soprattutto i giornalisti, che poco candidamente ammettono che l'informazione sulle recenti elezioni amministrative e sui referendum ha avuto nei social network e nella blogsfera i canali privilegiati, mettendo così in scacco network televisivi e carta stampata.

Un blog all'indice
Sul rapporto tra Rete, media, opinione pubblica e movimenti sociali occorre tuttavia citare altre vicende che rendono questa matassa più imbrigliata di quanto sembra. Il primo caso riguarda la vicenda del sito A Gay Girl in Damascus. La storia è nota. Una ragazza siriana che non nasconde di essere lesbica e che «posta» testi antiregime, facendo diventare il sito una delle fonti di riferimento per i giornalisti inglesi e statunitensi che vogliono capire cosa accade nelle strade di Damasco. Poi arriva la notizia: Amina Abdallah Arraf al Omari, questo il nome della ragazza, è stata forse arrestata dalle forze di sicurezza del suo paese. Tam-tam nella Rete; iniziano le forme di mobilitazione a suo favore, fino a quando un giornalista statunitense, Andy Carvin, avanza il dubbio che A Gay Girl in Damascus sia un'entità fittizia.
In Rete comincia il lavoro d'indagine per verificare o meno i sospetti del giornalista statunitense. Infine, la scoperta: l'autore del blog è un giovane ricercatore statunitense, residente a Edimburgo. Tom MacMaster, questo il suo nome, viene raggiunto mentre è in vacanza con la sua compagna, ricercatrice esperta della realtà siriana. Si dichiara sorpreso, si scusa per il clamore che ha suscitato la vicenda di Amina. A questo punto la parola passa ai «professionisti dell'informazione», che recitano il mantra che non sempre la Rete è affidabile perché la comunicazione non è gestita da «intermediari istituzionali» tra la realtà e chi consuma informazioni.
Tesi ampiamente maggioritaria tra i giornalisti, che spesso usano la Rete come fonte di informazione, ma rivendicano alla propria categoria il compito di decidere se un'informazione sia corretta o meno. Ma tale convinzione ha i piedi d'argilla. In primo luogo, nessuno ha mai smentito quello che è stato scritto sul sito. Fittizia era solo l'identità. La potenza comunicativa de A Gay Girl in Damascus non stava però nelle scelte sessuali della protagonista, bensì nella capacità che aveva di restituire il clima culturale, sociale, politico della realtà siriana. Il blog mette infatti a fuoco il potere della comunicazione mediatica: potere che risiede nel rispecchiare la realtà, reinventandola. Ed è questo potere inaspettato della Rete che attira l'attenzione delle corporation globali dell'informazione e dell'intrattenimento, nonché dei governi nazionali.

Il virtuale è il reale
Altro fatto di cronaca da ricordare e che può trasformare la cosiddetta maturità della Rete in un incubo. Si tratta delle indiscrezioni diffuse sul progetto voluto dal presidente Barack Obama di creare una «Rete ombra» da mettere a disposizioni per gli attivisti che lottano nel mondo per la democrazia e la libertà. Su come dovrebbe funzionare la Rete ombra poco si sa, ma i boatos della Rete sottolineano invece contatti tra «emissari» di Barack Obama, blogger e mediattivisti da sempre diffidenti rispetto all'operato della presidenza statunitense.
Al di là, dei contatti, veri o presunti, quello che emerge è la volontà del governo Usa di cercare di diventare nuovamente un protagonista nella governance della Rete, alla luce del fatto che il web sta diventando il canale privilegiato per far circolare informazione e contenuti. Ed è proprio questa centralità della Rete nella produzione dell'opinione pubblica a costituire il cuore del problema. Per affrontarlo, parto dall'incontro che si è tenuto a Roma venerdì scorso sulle cosiddette «primavere arabe». Organizzato da questo giornale, il meeting ha contemplato una sessione su come la Rete ha contribuito alla rivolta tunisina, egiziana e come è utilizzata in Siria, Barhein, Yemen, Libia. Interessantissime sono state le testimonianze di Nermeen Edress e Amira Al Hussaini. Ma su questo il rinvio è agli articoli di Marina Forni e Fausto della Porta, apparsi su «il manifesto» del 11 giugno. La tesi di Nermeen Edress è la più provocatoria. Secondo la studiosa e attivista, la Rete è stata solo uno strumento informativo, perché la rivoluzione in Tunisia, Egitto è stata fatta nelle piazze, cioè fuori dallo schermo. E nelle strade si battono i libici che vogliono cacciare Gheddafi, i siriani che vogliono distruggere la gabbia d'acciaio imposta a loro dalla dinastia Assad, e così via.
Tesi condivisibile, ma tuttavia indifferente a un'altra e egualmente evidente tenenza che coinvolge la Rete, cioè al venir meno della dicotomia tra virtuale e reale. La Rete, infatti, è diventata parte integrante della vita reale. La connessione al World wide web non è una prerogativa di una minoranza, ma esperienza quotidiana per miliardi di persone. Anche perché si è on line usando non un computer, ma un semplice telefono cellulare, manufatto tanto diffuso nel Nord e nel Sud del Pianeta. A mo di esempio: molte delle immagini, racconti sulla mobilitazione iraniana di due anni fa sono stati veicolati da Twitter, cioè da un social network che ha fatto della convergenza tecnologica tra telefono e Rete il suo punto di forza. Dunque si è in Rete anche senza un computer.
Il venir meno del confine tra reale e virtuale non è esente da problemi. Infatti, mentre la Rete diventa il canale comunicativo più influente, continua ad essere operante la convenzione sociale che assegna ai media tradizionali il compito di produrre l'opinione pubblica. Una convenzione che trova la sua legittimazione dal riconoscimento del suo ruolo da parte del sistema politico e dal potere economico. Lo sviluppo della Rete ha però ridotto tale convenzione in un simulacro, sempre più esposto alla critica e alla contestazione.
Intervenendo a Plaza Cataluña in un incontro organizzato dagli indignados di Barcellona, Manuel Castells ha sottolineato come la Rete consenta una interattività che produce condivisione e la possibilità di sviluppare punti di vista autonomi dalla agenda dettata dai media tradizionali. Studioso di lungo corso della Rete e considerato uno dei massimi esperti dell'«Era dell'informazione», Castells ritiene che la comunicazione on line è immediatamente politica perché crea una messa in discussione dell'ordine del discorso dominante, veicolato dai media, considerati ormai un pilastro del potere costituito. La Rete agisce quindi come un contropotere che può dare vita a forme di mobilitazione e di organizzazione politica autonoma, laddove riesce a annullare quella convenzione sociale che stabilisce un confine netto tra la Rete (il virtuale) e il Reale. In altri termini, la Rete diventa un potente strumento comunicativo quando stabilisce legami con le reti sociali presenti nelle strade.

Oltre la fabbrica del consenso
La critica alla tv, radio e carta stampata in quanto «fabbrica del consenso» evidenzia il fatto che la comunicazione è veicolata dai social network, dalla blogsfera, contesti in cui si sviluppano punti di vista che puntano a sottrarsi al potere manipolatorio dei media mainstream, attraverso modalità che fanno della condivisione il perno su cui fare leva per sviluppare una sfera pubblica autonoma da quella imposta dal potere politico, economico e le corporation dell'informazione. Ma è pur vero che nella Rete si sviluppano nuvole di informazioni che si diffondono, si restringono. Facebook, Twitter e la blog sfera sono le infrastrutture di questo cloud computing. È su queste nuvole che Google, Facebook, Twitter, ma anche Yahoo!, Apple, Microsoft vogliono fare profitti. Organizzare e gestire un cloud computing significa infatti conquistare un posto al sole nel settore che costituirà il mercato degli anni a venire. Tutte le imprese vogliono cioè acquisire un vantaggio competitivo sulle altre, stabilendo così delle barriere di ingresso per i nuovi venuti. Dunque, non tutto è oro quel che luccica, perché le nuvole dei dati possono diffondersi o restringersi, ma è altresì vero che le strategie tese a farle diventare materie prime prodotte «autonomamente» per poi impacchettarle, venderle e stabilire strategie di controllo ex-post sono una delle caratteristiche di cui tenere in debita considerazione di chi vede, ingenuamente, nella rete una sorta di Eden. Come scrive in The Googlization of Everything lo studioso Siva Vaidhyanathan (Univeristy of California Press. Ne ha già parlato Remo Ceserani su questo giornale il 5 maggio del 2011), la tendenza a ricondurre la produzione dei contenuti nella Rete alle regole auree del capitalismo è un fattore che non va mai sottovalutato. Ma le corporation globali sono altrettanto consapevoli che le nuvole devono formarsi senza nessun controllo diretto, lasciando alla cooperazione sociale una discreta autonomia e libertà di azione. Il controllo si esercita, nelle loro intenzioni, sulla trasformazione dei beni comuni (la conoscenza e informazione, in questo caso) in fattori produttivi capitalistici. Per questo motivo, la querelle sul diritto d'autore è così importante: non per garantire rendite di posizione sul solo software, ma per effettuare l'enclosure del sapere diffuso. Il case study delle primavere arabe è quindi importante, perché evidenziano il fatto che è in corso uno scontro per stabilire chi eserciterà la nuova egemonia economica a livello globale, come d'altronde ha più volte evidenziato la ricercatrice indipendente Donatella Della Ratta su questo giornale e nel volume Al Jazeera, Media e società arabe nel nuovo millennio (Bruno Mondadori).

Arrivano i network globali
Il riferimento è ai media arabi (Al Jaazeera, Al Arabya), ma anche a quei media globali (Cnn, Bbs, News Corporation) che sono consapevoli che l'egemonia nel campo dell'informazione e dell'intrattenimento si avrà solo se riusciranno a diventare il motore del cloud computing, vincolando così i singoli «naviganti» a un'impresa per stare in Rete, lasciando relativa autonomia e libertà alla produzione di contenuti. Poco si sa sulle strategie cinesi, ma è certo che a Pechino non stanno con le mani in mano.
La posto in gioco è dunque quel nuovo modo di produzione della pubblica opinione che oscilla tra autonomia e sussunzione, per evocare l'immagine marxiana del passaggio al capitalismo. Soltanto che in questo caso, il passaggio è da una forma di capitalismo ad un'altra, con un regime di accumulazione distinto da quello precedente, ma incentrato comunque su un lavoro vivo e una cooperazione sociale elementi centrali nella produzione della ricchezza e da ricondurre quindi alla legge del valore, e dunque del plusvalore relativo e assoluto.
Tendenze, dirà qualcuno, che possono essere smentite dal divenire storico. Certo, come sempre, ma si impone una riflessione su come viene prodotta l'opinione pubblica, categoria ostile ai movimenti sociali, che sono infatti spazi di politicizzazione dei rapporti sociali. Cioè sono lo strumento che può interrompere la cattiva dialettica tra conflitto e innovazione da parte, sottraendo il cloud computing, cioè il sapere, le conoscenza, i punti di vista, la capacità di sviluppare autonoma cooperazione produttiva creati dal conflitto sociale e di classe al triste destino di diventare materia prima del capitalismo digitale.

Benedetto Vecchi

tratto da Il Manifesto del 17/06/2011

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Que viva Anonymous! Attacco web alla Spagna

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AnonymousVenerdì, di fronte a cameraman e fotografi, i dirigenti della polizia  di Madrid sventolavano con aria compiaciuta le maschere di V, sequestrate nelle case di tre attivisti accusati di essere la “cupola” di Anonymous in Spagna. Secondo gli inquirenti negli ultimi mesi il trio avrebbe coordinato attacchi contro i governi di Egitto, Iran e Libia nonché contro la giunta elettorale nazionale in supporto al movimento #15m.  Ma la soddisfazione delle autorità per aver sferrato un “colpo durissimo all'organizzazione“ è durata poco più di 24 ore. È stato questo infatti il breve lasso di tempo intercorso tra l'arresto dei tre e l'attacco informatico scatenatosi contro il sito della polizia iberica, rimasto irraggiungibile per circa tre ore, fino alle due di domenica mattina (ora italiana).

Preannunciato da un comunicato che minacciava ritorsioni («Ci state provocando con la benzina, ma ora dovete aspettarvi un incendio»)  quello scagliato contro la pagina web www.policia.es è stato un classico DDOS in stile Anonymous, ovvero  un corteo virtuale organizzato e coordinato tramite forum, social network e chat. Ed è stato un successo.

Ribattezzata #OpPolicia e rilanciata in tempo reale da un turbine di tweet che hanno raggiunto una vasta audience, l'operazione contro il sito della polizia spagnola è stata innanzi tutto un'espressione di solidarietà nei confronti dei tre hacker arrestati.

Ed allo stesso tempo ha nuovamente dimostrato come gli strumenti di mobilitazione e protesta di Anonymous non sono semplici pratiche di hacking volte ad interrompere l'attività di un sito ma assomigliano piuttosto a vere e proprie campagne di informazione.

Emblematiche in questo senso sono state le reazioni, tra l'ironico ed il divertito, che rimbalzavano nell'infosfera mentre il sito della polizia spagnola rimaneva paralizzato.

«Se la cupola è in carcere, chi sta attaccando sul web?»

«Meno male che avevano arrestato la super cupola di Anonymous. Il sito web della polizia sarà fermo per un guasto all'impianto elettrico»

«La cupola di Anonymous sta attaccando il sito web della polizia utilizzano il wireless del carcere»

«#lacupolanonesiste #OpPolicia»

Detta in altre parole, l'#OpPolicia ha di fatto smentito clamorosamente quanto sostenuto fino a poche ora prima dalle forze dell'ordine e ne ha ridicolizzato l'efficacia dei metodi di indagine. Difficile pensare che a finire dietro le sbarre sia stata la leadership, l'asse portante di un'organizzazione, se nell'arco di una giornata è stata sferrata una risposta così efficace e tangibile.

Il messaggio lanciato da Anonymous è chiaro e non lascia spazio ad equivoci:  quello che  era stato spacciato ai media di tutto il mondo come un grande successo in grado di porre un freno alle attività del network degli anonimi si è rivelato un tremendo buco nell'acqua. L'intimidazione messa in piedi dalla polizia non ha sortito nessun effetto, nessuna “cupola” è stata messa in scacco e nessuna organizzazione è stata smantellata.

Ed in effetti con l'#OpPolicia Anonymous ha evidenziato ancora una volta la sua vera natura: quella di uno sciame che si riunisce, condivide risorse e saperi, pratica un obbiettivo e si disperde dopo averlo raggiunto. Dunque una tattica fluida e distribuita che trova il suo punto di forza nella capacità di leggere, agire e riscrivere il palinsesto su cui si struttura il sistema mediatico.

Il blocco del sito della polizia spagnola è sembrato quasi un effetto collaterale della protesta mentre il vero obbiettivo – pienamente conseguito – è stata la conquista di una forte visibilità mediatica per creare attenzione sull'arresto degli hacktivisti presentato in modo distorto dagli organi di informazione ufficiali.  Non si è trattato semplicemente di produrre interferenze nel sistema informativo (appunto il blocco di un sito che di per se rappresenta una goccia nel mare magnum della rete) ma di svelarne le contraddizioni ed il carattere ideologico.

Fino ad invertire i ruoli del gioco. Alla fine è stato Anonymous a mostrare al mondo il vero volto della polizia spagnola: quello di chi in mancanza di arrosto preferisce buttare fumo negli occhi dell'opinione pubblica con arresti pretestuosi e sensazionalistici.

Esattamente come ai tempi dei primi netstrike anche oggi gli attacchi di Anonymous, non sono rivolti tanto contro un sito-obbiettivo quanto verso il circuito dei media: l'intento è quello di metterlo con le spalle al muro ed obbligarlo a presentare una notizia per porla al centro del dibattito.

InfoFreeFlow per Infoaut

tratto da www.infoaut.org

13 giugno 2011

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Santoro chiude col botto: è lui l'unico garante del centrosinistra

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santoroGiovedì sera Santoro ha salutato il suo pubblico, e lo ha salutato con il record di share: oltre il 32% con punte di 9 milioni di spettatori. Numeri che lo incoronano a unico e vero capo dell'opposizione in questo paese. Nell'era delle telecomunicazioni e dei media onnipresenti infatti sono Repubblica e Annozero gli unici che tengono le fila all'interno del centrosinistra e che portano voti.

In Italia però c'è un anomalia, cioè che Annozero è considerato anche un talk show libero, controcorrente, talvolta antisistemico  e di qualità all'interno di una televisione pubblica con programmi mediocri e asfissiata dal governo e dagli interessi del presidente del consiglio. In questi anni infatti ad ogni ingessamento della Rai o ad ogni programma scarso è corrisposto un aumento di share e di pubblicità per Mediaset.

Il problema non sta dunque nei meriti di Santoro che sa fare il suo lavoro ed in certi momenti ha rappresentato uno dei pochi "decompressori" della macchina propagandistica del governo. Il problema sta nel pensare che Annozero rappresenti la vera Italia, quella del cambiamento, quella del fermento politico contro un sistema ormai marcio e stantìo. Santoro è il capo mediatico dell'opposizione, colui che bilancia, parzialmente, il bombardamento mediatico berlusconiano ma lui stesso e la sua trasmissione non possono certo rappresentare il nuovo o l'antisistema. Anzi, dopo i festeggiamenti deli trionfi milanesi e napoletani la parte di potere che lui rappresenta gli ha chiesto di rinserrare le fila. Perchè politici e giornalisti intelligenti e scafati hanno interpretato chiaramente il messaggio che è venuto da Milano e Napoli: basta con Berlusconi ma basta anche con la vecchia classe dirigente, con le lobby legate alla politica e con le caste politico-sindacali, anche di centrosinistra. Quello è stato un voto chiaro di protesta con punte di spontaneismo antisistemico, più vicino a una reazione d'istinto "grillina" che a una fiducia in qualsiasi alternativa a Berlusconi.

E non è dunque un caso che alla vigilia del referendum, consultazione nella quale sono attivissimi il Comitato nazionale per l'acqua pubblica, indipendente da sigle partitiche, oltre che molte associazioni e movimenti ambientalisti e territoriali, nella trasmissione di Santoro siano stati evitati gli ospiti scomodi e si sia scelto di parlare di referendum con Bersani e Di Pietro. Si sta parlando infatti di due alfieri delle precedenti leggi di privatizzazione del servizio idrico che dopo aver annusato l'umore della piazza si sono spostati decisamente su posizioni referendarie anche su questo tema. Vero che il decreto Ronchi ha compattato anche gli ex privatizzatori visto che obbliga, assurdamente, alla privatizzazione ma è anche vero che le posizioni dei due segretari sono molto distanti da quelle di tanti movimenti che hanno portato avanti la lotta sull'acqua e hanno raccolto le firme. Invitarli in trasmissione avrebbe significato delegittimare l'establishment di cui Santoro è a capo e ciò non poteva accadere. E allora il furbo Santoro, che il suo lavoro lo sa fare bene, ha fatto scoperchiare le ambiguità dei due leader del centrosinistra dall'improbabile Brunetta, talmente arrogante e antipatico che qualunque cosa dice passa in secondo piano.

Insomma, Santoro ha concluso la sua esperienza in Rai da trionfatore, collezionando record di ascolti e cementificando la propria leadership nel centrosinistra. Ora la palla in mano ce l'ha lui e le sue prossime mosse saranno fondamentali per capire cosa si muove all'interno della televisione generalista. Intanto c'è da vedere se andrà a La7, la tv di Telecom, e se dunque sfiderà il duopolio Rai-Mediaset che non vede certo di buon occhio un canale televisivo che andrebbe a fare il terzo incomodo. Sicuramente Telecom avrà pressioni per non fare questo passaggio con Santoro e assisteremo ad un altro tira e molla che alimenta l'attesa e la curiosità verso il personaggio e ne alimenta i miti. In ogni caso le sorti e i rimpasti interni al centrosinistra passano da lui e dal suo share, qualunque canale lo trasmetta.

Link: Ballarò e Anno Zero, no ai comitati referendari in studio

per senza Soste, Franco Marino

10 giugno 2011

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Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Giugno 2011 18:19

Facebook "riconosce" volti nelle foto. Polemiche sulla privacy

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Il social network ha attivato la funzione anche in Italia e in altri Paesi europei. Un altro modo per potenziare il business pubblicitario, ma anche un altro attacco al diritto alla riservatezza. Gli utenti possono disabilitare il meccanismo, ma pochi lo sanno

facebookCarichi le immagini di una festa tra amici e Facebook ti dice subito quali sono le persone presenti. Ne riconosce i volti, confrontandoli con le foto dei suoi 600 milioni di profili. E così rivela anche chi è quella ragazza che non conoscevamo alla festa e che appare sullo sfondo della foto. E' il riconoscimento automatico dei volti, funzione che Facebook ha lanciato ieri anche in Italia e in altri Paesi europei. In particolare, suggerisce il tag giusto con il nome delle persone presenti in foto. Grande comodità o minaccia per la privacy? Il dibattito si accende tra utenti ed esperti, perché questa nuova funzione conferma una volta per tutte le potenzialità del social network di rivelare agli altri le nostre vite e identità.

Graham Cluley della società di sicurezza informatica Sophos è tra quelli che non hanno dubbi: gli utenti si premurino a disabilitare la funzione, così gli altri non potranno riconoscerci in automatico dalle nostre foto. E' possibile farlo con qualche clic tra un piccolo labirinto di opzioni. Cliccare su Account in alto a destra, poi su Impostazioni privacy e quindi su Personalizza impostazioni. Ancora non è finita, bisogna trovare Suggerisci agli amici le foto in cui ci sono io, andare su Modifica le impostazioni e finalmente spuntare la casella No.

Visto che ci troviamo, qui ci sono tantissime opzioni per la privacy che l'utente medio ignora: bisogna modificarle per impedire che sconosciuti scoprano cose, foto, messaggi che non vogliamo far circolare a tutti. Opzioni che peraltro sono cresciute a dismisura dal 2005 ad oggi, come nota uno studio della storica associazione Electronic frontier foundation (Eff) 1 per i diritti degli utenti internet. Man mano che Facebook cresceva in grandezza e importanza ha sempre più agevolato la circolazione delle informazioni degli utenti. Lo scopo evidente è potenziare il proprio business pubblicitario, che vive di quei dati. Secondo eMarketer nel 2011 i ricavi pubblicitari di Facebook balzeranno a 4,05 miliardi di dollari contro gli 1,86 del 2010 e gli 0,74 del 2009.

Molti chiedono da tempo una cosa precisa a Facebook (Eff, Sophos e vari gruppi per la privacy, come l'americano Electronic privacy information center o anche i Garanti europei): la smetta di tenere abilitate di default le opzioni che diffondono dati dell'utente, come appunto la funzione di riconoscimento automatico dei volti. Piuttosto, faccia il contrario: le lasci disabilitate, così gli utenti che proprio vogliono condividere con gli sconosciuti i propri dati possono andare in quel labirinto di opzioni e abilitarle. Di fondo, i tutori della privacy riconoscono che solo una minoranza di utenti Facebook sa di quelle opzioni e ha idea di come modificarle; ancora di meno sono coloro che si rendono conto di quanto sia importante proteggere la propria privacy in questo modo.

Certo Facebook non ha interesse a limitare spontaneamente le proprie potenzialità. Idem per tutti gli altri servizi web che utilizzano i dati degli utenti per guadagnare dalla pubblicità. Quante più cose sanno di noi, tanto più riescono a inviare pubblicità personalizzata e ben pagata dagli sponsor. Ecco perché sta crescendo la pressione normativa per costringere le aziende web a proteggere di più la privacy degli utenti. Il governo italiano avrebbe dovuto recepire entro il 24 maggio la direttiva europea 136/2009 che, tra le altre cose, inaugura il principio dell'opt-in per la pubblicità web. Cioè il divieto alle aziende a raccogliere dati personali dell'utente senza il suo espresso consenso. La recepirà forse solo dopo l'estate, in ritardo.

Per ora la direttiva si limita ad applicare l'opt-in ai cookie (file che entrano nel nostro computer attraverso il browser e raccolgono informazioni sulle nostre abitudini di navigazione). In questi stessi mesi, però, la Commissione europea per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza lavora per rivedere la direttiva europea sulla protezione dei dati. Entro l'estate presenterà un pacchetto di proposte, che potrebbero estendere l'opt-in anche ai social network, quando trattano dati di utenti europei. Nel frattempo dovrà essere la coscienza di ciascun utente a scegliere: tra il fascino delle condivisione e di tecnologie come il riconoscimento facciale, e l'importanza della propria privacy.

Alessandro Longo

tratto da www.repubblica.it

8 giugno 2011

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