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COMUNICAZIONE E MEDIA

Deconstructing Internet Festival, perchè la Scienza non è capitalismo!

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Girando per le strade della città di Pisa in questi giorni è possibile incontrare grandi sagome di cartone pubblicizzanti un noto evento che da anni attira nella città molti curiosi: l' Internet Festival.

Con l' obiettivo di affrontare discussioni globali sulle tematiche della rete e del mondo digitale, l' Internet Festival cerca di mettere in luce anche gli aspetti per così dire "sociali" della rete, trattando di Internet come mezzo di democrazia e sottolineando gli effetti che questo strumento ha sulla società. Sarebbe stata anche una buona idea se non fosse per il fatto che quest'evento contribuisce a veicolare ulteriormente quei messaggi che in questi anni stanno creando un idea distorta della Rete e di tutta la ricerca scientifica.
Tornando alle simpatiche figure di cartone, notiamo con sbigottimento che le mascotte scelte per quest'iniziativa sono ognuna una sorta di "fusione" tra scienziati e ricercatori del passato con personaggi dei tempi recenti con cui davvero non hanno nulla a che spartire.
Così incontriamo Googleo Galilei, candidato a "ruolo di spirito guida del Festival", un personaggio che vorrebbe creare un senso di continuità tra l'opera del celebre fisico pisano e l' azienda di Silicon Valley che sta tentando di monopolizzare lo spazio del Web.
Il messaggio veicolato dall'Internet Festival, anche tramite questi personaggi, tende ad occultare la distinzione tra lo sviluppo scientifico ed un'attività a scopo di lucro quale la gestione di una multinazionale. Contrariamente a quanto propinato ultimamente ed inesorabilmente dai media e dalle politiche di gestione della cultura, non è certo la ricerca del guadagno monetario quella che ha portato menti eccelse a perseguire risultati innovativi, sia nel campo scientifico che culturale.
Perchè la scienza nasce dalla condivisione dei saperi e dalla partecipazione collettiva; paragonare dunque grandi illuminati del passato con businessman di oggi significa eclissare ulteriormente la natura della Scienza stessa, che è per sua essenza frutto della condivisione e della partecipazione collettiva, e davvero ci rammarica dover sollevare queste critiche nei confronti di chi organizza eventi tanto acclamati e partecipati.
La vera ricerca della conoscenza è quella scevra dagli scopi lucrativi, immune ai tentativi di monetizzare indiscriminatamente i risultati del proprio lavoro e soprattutto non fondata su quella competizione che si vuole oggi spacciare per unica forza motrice delle attività umane.
Così come ci chiediamo cosa stessero pensando gli organizzatori dell'IF quando hanno partorito Mark Gutenberg, unione improbabile tra l'inventore del più significativo strumento di condivisione del sapere e il responsabile della più grande violazione di privacy della storia dell'Uomo!
Ogni sagoma inoltre, contribuendo a tutti gli stereotipi del caso, è dotata di un bellissimo mega-iPad come vuole la tradizione, e ovviamente ne è dotato anche l' innominabile Steve J. Marconi, un personaggio che ci rievoca una delle personalità più ambigue ed acclamate di questi anni.
Subito dopo la morte di Steve Paul Jobs siamo stati tutti partecipi della grande adulazione mondiale che questo uomo ha ricevuto, venerato come benefattore dell'Umanità e Prometeo della Scienza; ma identificare Jobs come un benefattore universale non solo porta a dimenticarci di come il progresso tecnologico dei paesi sviluppati (e i profitti di Apple) siano conseguenza diretta dello sfruttamento di operai e manodopera nelle fabbriche cinesi di Foxconn, ma anche di come Apple in primis, come ha ricordato in quei giorni Richard Stallman, ha contribuito con le sue politiche di proprietà intellettuale e "giardini chiusi" a bloccare la ricerca scientifica condizionandola a scopi di lucro. Insomma, Marconi si sarà rivoltato nella tomba!
Infine, facendosi un giro per Pisa in questi giorni e dando un' occhiata al programma dell'evento, ci si rende conto che questo Internet Festival ha un idea alquanto idilliaca e rosea di Internet, presentato come un Eden delle libertà individuali lontano dai mali di questo mondo.
Come eigenLab riteniamo invece necessario, soprattutto oggi giorno, smontare questo feticismo della Rete, che porta a dimenticare i rapporti sociali e di lavoro insiti in questo spazio, ricordandoci che quando parliamo di Google, Facebook o Amazon non stiamo parlando di entità astratte e ultraterrene ma di vere e proprie aziende al pari di Nike, Coca Cola o Monsanto. Perchè la "Rete" in realtà siamo ancora noi, la "Rete", insomma, non esiste.
Invitiamo quindi tutti i partecipanti di quest evento ad osservare in maniera più critica l' idea di Rete e di Scienza proposta da questo evento e da eventi simili, e ci proponiamo in futuro, come già fatto in passato, di continuare ad organizzare eventi culturali cittadini che possano proporre un idea più critica di Internet di quanto abbia saputo fare l' Internet Festival.
4 ottobre 2012
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Faccia a faccia: Obama? Uno spettatore

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Il presidente Usa battuto da Romney che fa il furbo e si sposta al centro. E spiazza il profilo moderato scelto dall'inquilino della Casa Bianca incapace di attaccare il "capitalismo avvoltoio" che, in fondo, ha sostenuto in questi quattri anni

Cronaca del dibattito presidenziale dal settimanale Usa The Nation (traduzione imq)

Vai al libro di Noam Chomsky "America, no we can't"

Non è stato Romney contro Obama nel primo dibattito presidenziale del 2012.
E' stato Romney contro Romney. E uno dei due ha prevalso.
Un sobrio Barack Obama, che è entrato nel dibattito con un solido vantaggio nei sondaggi, e un vantaggio ancora più solido negli stati decisivi, è sembrato spesso essere più spettatore che partecipante.
La riluttanza di Obama ha così consegnato a Romney un varco che il repubblicano si è preso tutto. Su ogni aspetto delle diverse tematiche.
Mitt Romney si è pronunciato per il governo, ma non per "un governo assistenziale".
Ha detto sì a un giro di vite a Wall Street, ad eccezione però della riforma bancaria Dodd-Frank.
Ha sostenuto il Romneycare contro l'Obamacare.
Mitt Romney si è schierato con il 47 per cento, e contro di loro (riferimento al video famoso in cui il candidato repubblicano ha letteralmente offeso il 47 per cento degli americani che non vota per lui, ndt.)

Il liberale, moderato e conservatore repubblicano che è riuscito a padroneggiare ogni aspetto delle varie questioni ha portato la sua politica, priva di etichette, su scala nazionale nel primo dei tre dibattiti presidenziali. Anche per gli standard di Romney, è stata una prestazione da capogiro.
Il moderatore ha perso il controllo del dibattito sin dall'inizio, quando ha concesso, per rispondere alla domanda, più tempo a Romney che alla dichiarazione di apertura del presidente Obama e non ha più recuperato (…)

Un Obama composto, sempre cauto, sguardo rivolto verso il basso, ha osservato Romney compiere delle giravolte ideologiche più veloci di quanto impiega Madonna a cambiare i costumi in un concerto. Eppure, Obama non ha quasi mai chiamato il suo sfidante allo scoperto, nemmeno quando il candidato repubblicano alla presidenza si è messo a blaterare su Franklin Delano Roosevelt e Reagan (...)

In una notte in cui Obama avrebbe chiuso la partita, il 46 per cento degli indecisi ha risposto ai polls della Nbc che Romney ha vinto il dibattito. La CNN ha rilevato un margine più ampio, con il 67 per cento che ha indicato Romney come vincitore.
Che cosa è successo? Obama ha lasciato fare quello che Romney aveva bisogno di fare: rifare se stesso.
"Guarda," ha detto Romney, "il motivo per cui sono in questa gara è perché ci sono persone che stanno davvero male in questo paese."
E' stato un tema costante per il figlio del privilegio che ha fatto un quarto di miliardi di dollari praticando ciò che i suoi compagni repubblicani denunciano come "capitalismo avvoltoio".

Ma Obama non ha mai menzionato il "capitalismo avvoltoio." Nè il video del 47 per cento.
Vale la pena ripeterlo: Barack Obama ha lasciato che Mitt Romney ripetesse: "Le persone che stanno vivendo un momento difficile sono gli americani del reddito medio. Con le politiche del presidente, questi americani sono stati sepolti. Stanno per essere schiacciati. Gli americani della classe media hanno visto il loro reddito scendere di 4300 dollari. Si tratta di una tassa in piena regola. La chiamerò la tassa dell'economia". E quando Romney ha finito Obama non ha fatto menzione a quel 47 per cento.

Poi ha detto: "Sai, ho il sospetto che sulla sicurezza sociale abbiamo una posizione in qualche modo simile".
Mitt Romney non lo ha corretto su questo punto, e perché avrebbe dovuto?
Il presidente avrebbe potuto giocare la carta Paul Ryan.
Invece, non lo ha fatto.
Obama ha fatto meglio quando ha sfidato la bizzarra pretesa di Romney di non prendersi cura dei propri amici ricchi, mantenendo ed estendendo le agevolazioni fiscali per loro. La parte migliore della serata del presidente è stata quando ha detto: "Beh, per diciotto mesi è andato avanti su questo piano fiscale. Ora, a cinque settimane dalle elezioni, sta dicendo che quella grande idea è troppo audace. Non importa".

Obama è stato forte, anche quando ha contrastato Romney sul tema essenziale della riforma Medicare.
(…)
Su questo punto è stato solido, anche muscolare. Ma poi ha lasciato che l'argomento scivolasse via. Harry Truman non l'avrebbe fatto.
Invece di una preparazione al dibattito standard, del tipo di quella organizzata per il match di mercoledì sera, Obama, prima del prossimo dibattito, dovrebbe prendere lezioni da Truman.

tratto da http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/

4 ottobre 2012

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Si può essere garantisti con Sallusti? No

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sallusti_arresto_gironaleLa condanna a 14 mesi di detenzione al direttore del Giornale Sallusti lascia indifferente persino chi, come chi scrive, trova aberranti i reati di opinione ed è per il superamento della società del carcere. Sallusti è stato condannato per aver pubblicato un articolo sul Giornale dove si pubblicava una notizia falsa (un aborto indotto da un magistrato) invocando la pena di morte per i magistrati abortisti.

Dopo la condanna di Sallusti si sono quindi riscoperti, nel centrodestra come nel centrosinistra, i principi illuministici della libertà d'opinione. Si è chiesta la grazia per il direttore del Giornale e ci si è domandati se si può finire in carcere per un'opinione. Francamente tutto questo ci ricorda le affermazioni sul rischio di violazione della costituzione americana in caso di chiusura di siti nazisti negli Usa.

Il Giornale è una testata che, da quando è l'organo del berlusconismo militante, attacca la libertà di espressione di chiunque intimidendo e, come abbiamo visto, falsificando. Attacchi e dossieraggi che si pretendono essere fatti in nome della libertà di espressione. La lista delle nefandezze, di violazioni della libertà e della dignità altrui del Giornale di Sallusti, e prima ancora di Feltri, è troppo lunga per essere citata. E' comunque sufficiente evocarla per negare qualsiasi solidarietà al direttore del Giornale.

Risulta oltretutto perlomeno indecoroso che il dibattito sulla libertà di espressione in Italia si risvegli attorno a Sallusti. Davvero siamo all'Ancien régime: esiste un regime di garanzie per il notabilato e uno stato permanente di arbitrio nei confronti del popolo. Infatti il dibattito pubblico gira intorno al fatto che una legge vecchia, superata e ingiusta per molti, sia applicata al direttore de Il Giornale. Fino ad oggi però andava bene, probabilmente non aveva mai colpito così in alto ma solo qualche direttore di giornali o siti d'informazione indipendente.

Non bisogna abboccare alle lenze degli illuministi fuori tempo massimo, quelli che hanno voltato le spalle tutte le volte che in questo paese i diritti si violavano davvero: nessuna solidarietà a Sallusti.

Sotto la ricostruzione di ciò che è avvenuto a livello giudiziario e l'articolo incriminato di Dreyfuss che tutti hanno sempre saputo essere Renato Farina, ex agente Betulla che ha ammesso di aver collaborato, quando era vicedirettore di Libero, con i Servizi Segreti italiani, fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. Il fatto che l'agente Betulla venga fuori oggi stesso, fa capire come la volontà di Sallusti fosse solo quella di far venire fuori un caso politico. I censurati e perseguitati dei nostri tempi sono altri

Link: Il giudice che ha fatto condannare il giornalista: «Sallusti vuole montare un caso politico»

Link: Ecco l'articolo di Dreyfus che ha fatto condannare Sallusti

(red) 27 settembre 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Settembre 2012 12:10

Copyright, pirati e libertà digitali. Intervista a Carlo Gubitosa

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I primi mesi di questo 2012 hanno visto, tra gli eventi di rilevanza mondiale, un susseguirsi di vicende politiche e giuridiche sviluppatesi attorno al mondo del Web.
Mentre da un fronte le potenze mondiali avanzavano proposte di legge quali SOPA, PIPA e la famigerata ACTA, al fine di regolamentare la Rete a danno della libertà di informazione, dall’ altro la maxi-operazione MegaUpload è stata la prima dimostrazione pratica della determinazione con cui le major e il mondo della produzione stanno aprendo il fuoco su un campo di battaglia del tutto nuovo.
La particolarità di tali eventi infatti, risiede propro nell’ aver riportato alla luce tematiche di carattere socio-economico che raramente si è soliti affrontare, ma che molto probabilmente contraddistingueranno le lotte del nuovo millennio.
Proprietà intellettuale, libero accesso alle risorse culturali, utilizzo delle nuove tecnologie per un nuovo modello di distribuzione, questi sono i pilastri su cui i movimenti sono tenuti ad aprire nuovi dialoghi, consapevoli che anche (e soprattutto) le innovazioni tecnologiche sono portatrici di innovazioni sociali.
Per fare il punto della situazione, e chiarire qualche dubbio con un esperto, ho posto qualche domanda a Carlo Gubitosa, scrittore e giornalista italiano caratterizzato dalla sua attività “mediattivista”, e che oltre ad aver trattato temi come la guerra in Cecenia e il G8 di Genova è diventato celebre per le sue teorie riguardo i positivi risvolti culturali e sociali della cosiddetta “pirateria informatica”.
Ringraziando fin da ora,

1) Partiamo dai fatti recenti.
Il provvedimento improvviso che ha portato alla chiusura/sospensione di Megaupload e le imminenti proposte di legge americane del SOPA e PIPA hanno riportato l’ attenzione pubblica su tematiche spesso trascurate quali copyright, pirateria e diritti digitali.
La maggior parte dei siti di informazione hanno quindi espresso la loro contrarietà a provvedimenti troppo coercitivi, chiedendo dei sistemi meno invasivi per proteggere e tutelare il diritto d’ autore.
Quello che però si stenta a proporre, tesi da lei riportata in vari scritti, è che l’ idea stessa di proprietà intelettuale è un concetto obsoleto e vincolante la libera informazione, e che la cosiddetta pirateria informatica non è una minaccia per la produzione intellettuale ma anzi ne può essere promotrice. Come commenta i recenti episodi alla luce di questo dibattito?

Dico che non va fatta confusione tra Megaupload, un servizio gestito da una società commerciale a scopo di lucro, con la condivisione libera e gratuita che avviene sulle reti ed2k e torrent. Fatte queste doverose differenze, l’operazione poliziesca ai danni di Megaupload mi sembra condotta con piu’ severità, determinazione e coordinamento internazionale delle retate effettuate contro le organizzazioni che si dedicano al narcotraffico, e mi chiedo: le motivazioni che si nascondono dietro questo pugno di ferro riguardano la tutela dei DIRITTI DEGLI AUTORI o invece la tutela dei PROFITTI DELLE AZIENDE che hanno acquistato dagli autori il diritto di sfruttamento delle loro opere?
Il punto è che la condivisione di contenuti è come un’Idra a sette teste, per ogni sito che tagli ne riaprono altri due. La soluzione non va cercata nella repressione poliziesca ma nella regolamentazione della condivisione di contenuti in rete. Alla luce dell’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani, considero la condivisione GRATUITA di arte e conoscenza come un diritto umano universale e non come una azione criminale. Se diventasse un crimine condividere cultura, allora dovremmo fare retate anche nelle biblioteche pubbliche, come la biblioteca di Bologna che ha recentemente attivato un servizio di “file sharing” per contenuti in formato digitale, che comprende anche musica e filmati.

2) Tra le ottime osservazioni che ha fatto ha precisato un fatto importante, ovvero come il diritto di copyright, contrariamente all’ opinione comune, non sia tanto una garanzia dell’ “autore artistico” quanto una pratica richiesta dagli organi economici che veicolano il mondo produttivo.
Megaupload stesso ha offerto un esempio quando a Dicembre scorso era stato pubblicato un video in cui star del panorama musicale e cinematografico supportavano il sito di streaming. Il video è stato poi rimosso a causa di un ricorso presentato dalla Universal Music Group.
La domanda che sorge spontanea è dunque: in che misura la proprietà intellettuale è vera garante e motivazione della produzione immateriale? Se ne può davvero fare a meno senza intaccare la qualità del lavoro svolto?

Io sono personalmente convinto che l’incentivo economico non abbia nulla a che fare con la produzione della vera arte, che non emerge a comando quando si sventolano banconote ma si manifesta come una esigenza insopprimibile dell’animo umano. Detto questo, mi sembra comunque ragionevole garantire agli autori di un’opera un monopolio temporaneo sullo sfruttamento economico delle loro creazioni, che è poi l’idea alla base del copyright. Il problema nasce quando il periodo “temporaneo” passa da 14 anni rinnovabili a 28 (cosi’ come previsto dalla prima legge statunitense sul copyright del 1790) a durate che sfiorano il secolo come previsto dalle leggi attuali americane, e quando si pretende di proibire non solo lo sfruttamento economico dell’opera, ma anche gli utilizzi leciti, come la “consultazione gratuita in biblioteca”, che oggi può avvenire anche utilizzando la più grande biblioteca pubblica del mondo chiamata internet. La spinta creativa varia caso per caso, e quindi la motivazione economica va valutata nel contesto in cui si inserisce. Quel che è certo è che le attuali normative in materia di diritto d’autore non sono orientate all’interesse pubblico, e spesso nemmeno a quello degli autori, ma finalizzate alla tutela delle “società di autori” come la SIAE che in realtà tutelano solo l’interesse di alcuni privati.

3) Presa coscienza del fatto che le norme in materia di proprietà intelettuale richiedono modifiche, possiamo considerare nella loro diversità le varie tipologie di risposta che questo problema trova nel globo. A partire dal famoso Piraten Partei, passando per i cyber-movimenti anonimi della rete e finendo nei difensori dello streaming libero quello che si osserva è una gamma di diverse visioni più o meno riformiste, mirate talvolta ad osservare le leggi vigenti o in alternativa a sostenere la legittimità di mezzi di condivisione ufficialmente illegali.
Quale crede sia, in generale, la posizione che i movimenti politici di oggi dovrebbero assumere nei confronti del problema mirando alla difesa della libera informazione?

Quando sono stato invitato a parlare di pirateria presso la Radio della Svizzera Italiana, ho avuto modo di sfogliare la bozza della legge sul diritto d’autore che era appena stata approvata. Sono rimasto impressionato dalla quantità di soggetti pubblici e privati chiamati a discutere di quella legge, dalla piccola associazione locale fino alla grande associazione dei discografici. Basterebbe un processo legislativo aperto, trasparente e inclusivo per avere in Italia leggi più equilibrate sul diritto d’autore, che puniscano il lucro illecito senza criminalizzare la condivisione gratuita. Purtroppo in Italia, anche quando c’era la sinistra al governo, le leggi sul diritto d’autore le hanno sempre scritte le lobby come SIAE, BSA e FIMI.

Ma se proprio costa troppa fatica ascoltare i cittadini, basterebbe riprendere i contenuti della proposta di legge presentata a suo tempo dal senatore Semenzato, che ancora oggi è il testo più innovativo mai proposto in Parlamento, purtroppo mai discusso e quindi rimasto lettera morta.

http://softwarelibero.it/altri/semenzato-pieroni.shtml

4) Nel campo del software esistono già innovazioni come i brevetti copyleft, sotto i quali viene distribuito l’intero mondo Linux. Crede sia facilmente esportabile questo sistema da quello informatico ad ogni settore produttivo?

Nel mio libro “Elogio della pirateria” ho raccontato delle “storie di ribellione creativa” accomunate dalla libera condivisione dei saperi. Già oggi esistono condivisioni di semi senza i brevetti imposti dalle multinazionali del biotech, condivisioni di musica, libri e film non soggetti alle regole delle lobby multimediali, condivisione di “ricette” per fare farmaci senza dover sostenere i costi esorbitanti dei detentori dei brevetti. In un certo senso la medicina ha scoperto il copyleft prima dell’informatica, quando Alexander Fleming, per affermare i propri principi etici, ha rinunciato al brevetto sulla penicillina.

5) A proposito di proposte di legge, ciò a cui stiamo assistendo è un’intenzione da parte delle istituzioni di andare nel senso del tutto contrario alla tutela dell’informazione: nonostante siano state ritirate le famose proposte PIPA, SOPA e anche l’italiana FAVA, i potenti non dimostrano di essersi arresi, presentando la famigerata ACTA, che oltre a regolamentare il Web solleva criticità in merito a brevetti in campo farmaceutico e non solo.
D’altra parte si sono viste e si stanno oggi susseguendo svariate forme di protesta a tutte queste minacce, dagli attacchi di Anonymous alle piazze piene di cittadini furiosi, tanto che qualcuno ha ironicamente battezzato questi episodi come l’inizio della Prima Guerra Mondiale del Web.
Pensa forse che effettivamente si stia delineando un nuovo campo di battaglia politica non ancora calpestato? I governi internazionali stanno davvero ponendo maggiore attenzione al controllo mediatico rispetto invece a quanto era importante fino ad oggi? Come crede che si svilupperà questa Grande Guerra Digitale nei prossimi mesi?

Così come si è sviluppata negli ultimi dieci anni, con le lobby che agiscono nell’ombra per affermare concezioni sempre più restrittive e autoritarie del diritto d’autore, regolamenti sempre più repressivi per l’accesso a internet orientato alla condivisione di cultura in rete, e leggi che trasformano in criminali le persone che utilizzano internet come una biblioteca pubblica e non come un mercato globale. Il tutto nella beata ignoranza dei cittadini tenuti al di fuori da questi problemi, indotti erroneamente a pensare che riguardino solo i “tecnici”, e con le soluzioni affidate a piccoli gruppi di attivisti che cercano di sollevare questioni di legittimità e democrazia con proposte concrete, ma purtroppo senza essere ascoltati dai partiti resi sordi dalle lobby.

6) A differenza del resto del Mondo (e d’Europa) in Italia si è sentito molto meno questo conflitto, sia nelle proteste (ricordo che dopo pochi giorni dalla proposta ACTA la Polonia è scesa in piazza) ma soprattutto nella poca informazione circolante a riguardo, causando un vero disinteresse della popolazione italiana per le questioni politiche legate a rete e brevetti. Vede anche lei questa differenze? Come pensa si spieghi questo divario?

E’ molto semplice: in italia si legge poco, sono rarissimi gli intellettuali non organici all’industria culturale e alle sue regole, e i ragionamenti più avanzati sono quelli che chiedono “equilibrio” tra le esigenze degli utenti e il profitto delle società che monetizzano il copyright. Ma non può esserci nessun compromesso o mediazione possibile sui diritti umani fondamentali, e la dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce all’articolo 19 che “tutti hanno il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni, con ogni mezzo e senza riguardo a frontiere” e io aggiungerei “e senza riguardo ai piagnistei della SIAE”.

7) Per concludere, che consigli pratici vorrebbe dare ai movimenti di oggi per portare avanti questa campagna all’ insegna della libera informazione?

Scaricatevi da internet il mio libro “Elogio della Pirateria”, e non fatevi ingannare da chi chiama ladri quelli che vogliono accedere alla cultura, altrimenti sarebbero ladri anche tutti quelli che leggono libri gratis in biblioteca, ascoltano musica gratis alla radio, e guardano film gratis in Tv.

Tutte le premesse dunque per un nuovo movimento, una nuova consapevolezza inscindibile dall’ utilizzo dei nuovi mezzi di informazione e un campo di discussione tutto da aprire.
Sperando che questo breve scambio di idee possa servire a tutti per iniziare tale percorso, ringrazio ancora una volta Carlo, per la sua disponibilità e perchè uno scrittore che suggerisce di scaricare il proprio libro al giorno d’ oggi si trova assai di rado.

Daniele Florian

tratto da http://sixdegreesoffreedom.org

marzo 2012

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Nasce Huffington Post Italia. Ma pare già vecchio

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L'Huffington Post Italia porta la stessa ventata di novità per l'informazione online di un nuovo disco di Little Tony per la musica Rock

Se Riccardo Luna, uno degli ultimi Profeti del Web rimasti, proclama enfatico che l'Huffington Post sarà una Rivoluzione, è proprio definitivo che sarà una monnezza.

Scherzi a parte, l'Huffington Post Italia, che nasce oggi, non mi pare rappresentare nessuna novità. Sicuramente avrà un certo successo in termine di accessi, specialmente nella fase di lancio. E' tale infatti la potenza del marchio e l'attesa generata dal suo suo arrivo tra giornalisti e addetti ai lavori (e i probabili ingenti investimenti di marketing, in particolare web) che è impossibile immaginare un fiasco.

Ma se la forza dell'Huffington Post americano, come dice giustamente Luca Sofri , è stata quella di saper sfruttare prima dei concorrenti e nella maniera migliore gli strumenti del web marketing (in particolare il SEO, l'ottimizzazione del sito per il posizionamento sui motori di ricerca, e il Social Media Marketing) e aver importato la strategia (assai criticata) del non pagare i blogger – a cui comunque offre visibilità e promozione per le loro attività – in Italia arriva in notevole ritardo. A importare in Italia il modello dell'HuffPo, oltre proprio al Post di Sofri, ci sono molti quotidiani online, tra cui LINKiesta e il Fatto Quotidiano

In questo scenario l'Huffington Post arriva in notevole ritardo, ma non pare voler recuperare.

Per cominciare, ovviamente, la scelta del direttore: Arianna Huffington voleva una donna con un nome importante ed esperienza, e in questo senso la scelta dell'Annunziata è comprensibilissima. Ciò non toglie che abbia fatto storcere il naso a molti nel settore della Comunicazione web.

Ma la scelta dell'Annunziata non è stata l'unica avvisaglia della mentalità retrò di quest'operazione: l'intervista dell'Annunziata in cui presenta il progetto è un inno alla Restaurazione.

Per prima cosa, la logica è 1.0 (nessuna interattività con gli utenti): Annunziata rivendica un'impostazione più tradizionale rispetto alle altri versioni del network,i nomi annunciati non sono blogger ma personaggi famosi, e già si prospettano i soliti editoriali autoreferenziali e ombelicali che caratterizzano i quotidiani italiani. Scrivere un post di un blog non è come scrivere un articolo, ha una struttura diversa e un feedback diretto, non è affatto scontato il passaggio da giornalista a blogger. Tenere un blog significa conoscere, anche in maniera rudimentale, tecniche di coinvolgimento (nel settore si parla di engagement e call to action) e Comunicazione web che non necessariamente un giornalista conosce.

Ma questi sono solo i nomi grossi, quelli che attirano accessi, che creano visibilità. Ci sono 200 (che presto diverranno 600) blogger, che probabilmente porteranno avanti la baracca, e potranno utilizzare le tecniche di Comunicazione che preferiscono. SEMPRE CHE RIESCANO A PASSARE JULIA, lo stronzissimo software censore “per eliminare le parole politicamente scorrette».

Annunziata poi in un impeto di moralismo si vanta che lei no, non metterà tette e culi in evidenza, come fa il sito madre Repubblica.it (ma questo si guarda bene dal dirlo). Oltre che moralista è parecchio ipocrita: facile vantarsi di non pubblicare notizie per fare accessi se non paghi i giornalisti. Più difficile(non dico impossibile) mantenere l'etica se devi pagare degli stipendi. I fustigatori dei costumi secondo me dovrebbero prima accertarsi di non avere scheletri nell'armadio.

Insomma, l'HPI si annuncia noioso, politically correct e scarsamente coinvolgente, con l'aria di chi pretenda che i social network si adeguino a lui, e non viceversa.

Un blog network senza sesso né violenza né flame con una struttura giornalistica tradizionale. Benvenuti nel 1996.

COMINCIAMO PEGGIO DI QUANTO PENSASSI: Alle ore 10.20 la pagina Facebook dell'Huffington Post Italia si presentava senza la cover photo della timeline. Come i profili facebook semi-abbandonati di chi non lo usa da mesi. Meno male che la forza della versione USA è che "Hanno capito l’importanza della promozione sui social network, e ne hanno studiato e messo in pratica ogni sviluppo efficace.". IN Italia pare di no:

E NON è l'unico segnale di Restaurazione:

Questa PRIMA home page fa molto 2010. L'Huffington Post Italia non è nato vecchio. E' nato morto. E puzza già di cadavere.

25 settembre 2012
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