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COMUNICAZIONE E MEDIA

Assange. La Gran Bretagna minaccia l'irruzione nell'ambasciata ecuadoriana

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Il caso Assange diventa un caso diplomatico e rivela come Londra sia un terminale degli interessi Usa

Sulla base di una serie di norme internazionali, la Gran Bretagna potrebbe «prendere le azioni necessarie per arrestare Julian Assange nell'ambasciata» dell'Ecuador a Londra: lo afferma il testo di una lettera britannica a Quito citato dall'agenzia ecuadoriana Andes.
Per Londra, la «strada» di tale azioni rimarrà aperta «nel caso in cui Voi non risolverete la questione della presenza del Sig. Assange» nell'ambasciata di Quito a Londra, che - precisa la lettera citata dall'agenzia - si augura «sinceramente di non dover arrivare a tale punto».
«Nel Regno Unito c'è una base legale» che potrebbe permettere tali azioni, aggiunge il testo, ricordando «la legge sulle sedi diplomatiche e consolari del 1987». Pur comprendendo «la forte pressione politica in Ecuador» per il caso Assange, il testo sottolinea che la «situazione dovrà essere risolta qui, nel Regno Unito, in linea con i nostri obblighi legali», ricordando inoltre che nel caso di un via libera di Quito all'asilo per Assange, Londra «respingera» l'eventuale richiesta di un salvacondotto. Minacciata anche la revoca dell'immunità diplomatica all'ambasciatore del paese andino a Londra.
La minaccia di irrompere in un'ambasciata straniera legalmente ospitata sul proprio territorio è senza precedenti e potrebbe aprire una fase di rottura generalizzata degli obblighi e delle coperture diplomatiche a livello globale. Nemmeno nei momenti di maggiore tensione nel periodo della "guerra fredda" si era arrivati a minacce simili.
Ma è evidente che Londra ritiene di non avere obblighi particolari nei confronti di un piccolo paese sudamericano oltretutto schierato tra i progressisti che si sono emancipati dalla sudditanza verso le multinazionali. Ed è altrettanto evidente che l'arresto di Assange è un risultato simbolico che interessa soprattutto gli Stati Uniti, la cui "disinvoltura" in politica estera è emersa con grande rilievo dalla pubblicazione su Wikileaks dei cablo scambiati tra le ambasciate Usa e il Dipartimento di stato di Washington.
Comunque lo si valuti, dunque, il passo formale della Gran Bretagna equivale a una pre-dichiarazione di guerra, visto che rompe con la tradizione consolidata della diplomazia internazionale.

L'Ecuador ha dal canto suo annunciato che entro qualche ora farà sapere se darà l'asilo politico richiesto da Assange. In una conferenza stampa a Quito, il ministro degli Esteri Ricardo Patino ha rinviato ad oggi alle 7 ora locale (le 13 in Italia) l'annuncio da parte del governo socialista di Rafael Correa sull'eventuale via libera all'asilo, fatto che viene dato per scontato, e non solo nella capitale ecuadoriana.
Nell'incontro con la stampa, Patino ha attaccato su più fronti, e con durezza, la Gran Bretagna. Il ministro ha riferito di una «minaccia» sia «a voce sia scritta» che «la nostra ambasciata a Londra possa essere presa d'assalto, nel caso in cui Assange non venga consegnato». «L'ingresso non autorizzato di qualsiasi autorità britannica nell'ambasciata - ha ricordato il ministro - sarà considerata una violazione» del diritto internazionale e delle norme Onu.
Patino ha inoltre definito tale minaccia un fatto «improprio per un paese democratico, civile e rispettoso del diritto», ricordando che l'Ecuador «non è una colonia» del Regno Unito e che il suo paese è pronto a convocare riunioni d'urgenza dell' Unasur (blocco che raggruppa 12 paesi del Sudamerica) e dell'Organizzazione degli stati americani (Osa).

vedi anche

Correa pronto a concedere l'asilo politico ad Assange

tratto da http://www.contropiano.org

15 agosto 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Agosto 2012 12:05

Ciarlatani pericolosi: Eugenio Scalfari

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ciarlatano_2Il mondo giornalistico ufficiale italiano si può suddividere in quattro grandi categorie: macchiette, apprendisti stregoni, ciarlatani innocui e pericolosi. Alla categoria delle macchiette appartengono i giornalisti del Tg1 e del Tg3, il Tg2 si suppone sia visto solo da chi lo trasmette, per i quali gli ultimi sei mesi di vita politica sono stati una serie di successi di Mario Monti intervallati da decisioni epocali e risolutive dei vertici europei. Chissà se ogni tanto si riguardano i tg di repertorio e se, nel guardarli, prevale l’ilarità o la vergogna. Gli apprendisti stregoni sono quella categoria che ha preso sul serio il compito della dissoluzione del paese. Ogni cosa che accade sanno già cosa dire: che ci vogliono più privatizzazioni, ulteriori tagli alla spesa pubblica, maggiore  libertà di licenziamento. Per i banchieri che promuovono queste politiche Roubini ha predetto il rischio di essere impiccati agli angoli delle strade. Ma i nostri apprendisti stregoni non battono ciglio. Eventualmente, ben protetti dalla polizia, i nostri apprendisti stregoni commenteranno che i banchieri sono stati impiccati per non aver avuto il “coraggio delle riforme” (che consiste nel privatizzare, smantellare e licenziare ulteriormente). Fino a quando la folla non entrerà negli studi televisivi, si intende.

Poi ci sono i ciarlatani innocui. Quelli che non ascolta più nessuno anche se continuano ad esercitare, e ben pagati, la professione. I Sallusti, i Belpietro, i Ferrara (anche quelli dell’Unità, seppur pagati meno) che dureranno fino a quando l’editore, si spera presto, non chiuderà i battenti. Sono i residui di un'epoca di rara, crassa cialtroneria del giornalismo italiano, di una involuzione linguistica e lessicale inversamente proporzionale a quanto accumulato in banca. Perchè tra fare il servo e il servo del potere l’abisso esistenziale è lo stesso ma la differenza di ingaggio, in effetti, è sempre stata considerevole.

Infine ci sono i ciarlatani pericolosi. Quelli che, per trascorsi passati o per mitologie mal trasmesse, hanno influenza e fama di serietà nell’opinione pubblica. Promuovono le stesse politiche degli apprendisti stregoni ma con apparente minor zelo, parlando come avvolti da un’aura di rigore e riservatezza. Sono quelli che, in caso di crollo, sanno che si salveranno comunque. A preservargli da ogni colpa mondana sarà proprio l’aura di cui sono avvolti: responsabilità sarà, nel caso, di chi non ha saputo ascoltare i loro olimpici consigli. Il decano di questa categoria è Eugenio Scalfari. Sul personaggio è inutile scavare in un passato denso di capitoli. E’ semplicemente tra i responsabili morali di quello che stiamo vivendo. Visto che trasuda moralità ad ogni sintagma perlomeno questo primato in materia gli va attribuito. Detto questo bisogna dire che il giornale di cui è fondatore e padre spirituale ha cominciato, nel tentativo di fare propaganda al governo Monti come i residui dell’istituto Luce la facevano alla repubblica di Salò (cioè oltre ogni evidenza e a sconfitta storica conclamata), a dare notizie palesemente false.

Un esempio? Nel fine settimana si trattava di costruire un coro entusiasta alle dichiarazioni di Mario Draghi sull’euro. Poco importa se gli analisti degli hedge fund, i fondi che fanno il gioco grosso in borsa, non ci credono o se le dichiarazioni di Draghi sono così generiche, e anche ambigue, da rischiare l’effetto boomerang. Va creata comunque una cornice positiva, specie per il lettore di oggi che dovrebbe essere anche l’elettore di centrosinistra di domani. E allora cosa meglio di mettere sul sito di Repubblica, assieme alle dichiarazioni di Monti, la notizia che gli Stati Uniti sono in ripresa economica? In effetti fa tanto quadro globale di ripresa economica, da Draghi ad Obama. Peccato che la notizia sia falsa. Gli Stati Uniti hanno rallentato la crescita almeno di mezzo punto dall’ultimo trimestre, e la notizia è commentata con preoccupazione ovunque (dal Financial Times all’Handelsblatt) salvo che nel magico mondo di Repubblica. Quello costellato di successi di Monti e Draghi. E la notizia ha destato tale preoccupazione negli Usa, che il presidente della Federal Reserve si è detto pronto, nel caso, a fare una nuova immissione di moneta nei mercati e nell’economia. Mossa disperata perchè genera inflazione in Cina, alimentando  un altro problema dell’economia globale, e prezzi altissimi per i generi alimentari nei paesi più deboli (come in Tunisia, Libia ed Egitto e sappiamo come è andata) e aumento dei costi delle materie prime, affievolendo la mitica ripresa. Come si capisce la notizia del rallentamento dell’economia americana getta  una luce sinistra sulle frasi di Draghi sull’euro. Una cosa è dire “sono disposto a tutto per l’euro”, come ha fatto il presidente della Bce, in un contesto di ripresa americana. Un altro è dirlo con gli Usa disposti, come stanno ipotizzando, a fare una nuova iniezione di liquidità per far ripartire la loro economia rischiando di sinistrare seriamente assetti globali (già perchè se la Cina ne risente come è già accaduto, addio “crescita” europea e hai voglia di Draghi). Ma nel magico mondo di Repubblica la realtà non può proprio essere di casa. Va tenuto in piedi, ad ogni costo, quel campo di forza di illusioni in forma di notizia che garantisce la sopravvivenza di quel quarto di elettorato che vota Pd, le cui avanguardie acquistano i prodotti del quotidiano fondato da Scalfari. E così nel domenicale Eugenio Scalfari ha scritto un corsivo del genere “solo Mario Draghi ci può salvare”. Una mitologia, quella di Scalfari, che tenta di alimentarne un’altra: quella di Draghi. Nella cultura liberale funziona così: è una procedura di costruzione dell’aura del personaggio, che affonda nella cultura medioevale altro che modernità.  

 Ma, a parte il marketing, cosa dice Eugenio Scalfari?
Il fondatore di Repubblica afferma, semplificando sul funzionamento dei meccanismi decisionali della Bce, che Draghi può salvarci aggirando il divieto statutario della Banca centrale europea di acquistare direttamente titoli pubblici (facendo così scendere il loro valore e quindi il debito pubblico). Questo passaggio, a parte che non funziona da due anni, sarebbe propedeutico prima ad un successivo “salvataggio” dell’Italia grazie allo Sme e poi ad una compita unione politica europea (a partire dal 2018, prevede la profezia scalfariana). Ora finchè si tratta di vendere saghe, fole e leggende a lettori ed elettori del centrosinistra, pace. Poi ci sono anche i fatti. Lo Sme non è affatto propedeutico ad una unione politica continentale è l’esatto contrario. Lo Sme è una procedura coatta di commissariamento, sia sul piano finanziario che economico, del paese che chiede gli “aiuti”, in assoluta autonomia (giuridica e anche di trasparenza degli atti) dal paese commissariato. Addirittura i responsabili dello Sme per un paese, mettiamo l’Italia, possono acquistare e vendere pezzi di economia pubblica come e a chi vogliono senza essere sottoposti a sequestro o ad azioni giudiziarie da parte del paese aiutato. E questo sarebbe un passo verso un’unione politica continentale? Si, ma solo se l’annessione coatta, a scopo di trasferimento di ricchezze da un paese all’altro, è considerata un’unione politica.

Erasmo pardon, Eugenio Scalfari si spinge invece a promuovere il celeste futuro di questo scenario, usando la parola “unione politica” con i modi ispirati di un procuratore che deve vendere un esterno destro azzoppato, addirittura invitando i giovani a farsi valere per promuovere un contesto simile.  E’ la prima chiamata ad una generazione di giovani perché si mobilitino per la cessione di diritti e sovranità alla governance liberista europea e alla banca centrale. Ciarlatano ma con un certo senso dell’ingegno. Sulla vera situazione europea basta leggere quello che pensano gli analisti americani, quelli che lavorando per il governo federale mostrano di aver bisogno della ripresa europea: la situazione dell’eurozona è tale per chi l’unico paese al comando, la Germania, guadagna in questa situazione di debolezza di un continente (infatti i capitali affluiscono in Germania e c’è margine per l’export) ma non si può permettere un crollo. Ragione per cui da Berlino, via governo e Bundesbank, in Europa arrivano sempre risposte contradditorie (anche non concertate) con l’esito di mantenere un incerto status quo. Ma un risultato è certo: non c’è alcuna politica di integrazione politica ed economica in vista. Nonostante quello che pensi Scalfari ispirato da Draghi, la Germania sfugge a qualsiasi ipotesi di integrazione politica ed economica, che contrasta con un atteggiamento neomercantilista (un paese che si struttura nella competizione piuttosto che nella cooperazione) che Bonn prima e Berlino poi hanno sempre tenuto. Si tratta di politiche che Scalfari, navigando nella politica da moltissimi anni, dovrebbe conoscere. Ma probabilmente c’è più gusto a svendere il proprio nome per legittimare politiche pericolose, in grado di terremotare un paese. Essere ciarlatani è prima di tutto un piacere e uno stato d’animo. Poi, per il fondatore di Repubblica valgono le parole di Pessoa: “l'unico senso intimo delle cose è che esse non hanno nessun senso intimo”. Evidentemente, di questo motto, Scalfari se ne approfitta.

Per Senza Soste, Ian St. John

30 luglio 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Agosto 2012 13:54

Blog ufficiale e primo video di "Frammenti di una rivoluzione" prodotto "dal basso"

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samiDopo aver ottenuto il finanziamento “dal basso”, ripartono i video-racconti del reportage “Tunisia. Frammenti di una rivoluzione”, realizzati da Filippo Del Bubba e Alessandro Doranti nel paese che ha inaugurato la primavera araba. A fine giugno tutte le quote disponibili sulla piattaforma di crowd funding“Produzioni dal basso” sono state prenotate. Il progetto è stato visitato da circa 4000 persone, tra queste 81 hanno deciso di sostenerlo acquisendo una o più quote delle 300 disponibili, che dopo circa 2 mesi di raccolta sono andate esaurite.

Grazie al crowd funding, il progetto iniziato nel gennaio scorso sarà portato a termine con la realizzazione dei video girati “Fuori Tunisi”. Insieme alle nuove uscite sarà possibile visionare il trailer e le tre clip sulla parte di viaggio “Dentro Tunisi”, ripubblicate con alcune variazioni.

In occasione del lancio del blog ufficiale (http://frammentidiunarivoluzione.wordpress.com) che conterrà tutti i video e le notizie del reportage, è uscita la quarta clip del progetto (la prima “Fuori Tunisi” e prodotta “dal basso”). Con questa nuova clip, #4 Eni, saranno mostrati i luoghi dove la rivoluzione tunisina è scoppiata e le aspettative di una vita diversa non hanno perso i tratti della rivolta.

Il video appena pubblicato ci riporta davanti ai cancelli "assediati" degli stabilimenti della raffineria italiana a Tazarka. Nell'autunno scorso una telefonata arrivata alla sede di Nawaat, storico blog tunisino di opposizione, denunciava il sequestro di 28 dipendenti, tra cui un italiano, alla sede dello stabilimento Eni. La notizia si diffuse nel paese, carica di troppi condizionali. E’ stato veramente un sequestro l’iniziativa davanti allo stabilimento petrolifero di Eni?

A questa clip presentata in anteprima il 15 luglio 2012 nello spazio dedicato al cinema e ai documentari dell’Arezzo Wave Love Festival, seguiranno le storie raccolte nei quartieri periferici di Sousse, dentro le miniere occupate di Redeyef e Metlaoui, e infine a Jebiniana, 40 km da Sfax, dove uno dei tanti giovani disoccupati, partito già tre volte per l'Italia, racconta come prepara l’ennesimo disperato viaggio in barca.

Altre info su: frammentidiunarivoluzione.wordpress.com

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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Luglio 2012 10:46

I miracoli di Hollande: la bufala che ha fatto cadere Repubblica nella "rete"

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bufala-billDa almeno tre anni a questa parte, si sarà notato, i principali quotidiani italiani (la Repubblica in testa) corredano i propri articoli online di “discussioni sul web”, reazioni del “popolo della rete”, “leggi il tweet di...”, “guarda i commenti degli utenti”, e via dicendo, per dimostrare di essere al passo coi tempi, per sfruttare la “viralità” della rete e potenziare la circolazione di contenuti e, soprattutto, per egemonizzare fette di target di lettori che non comprano giornali di carta, e si informano solo su internet. Internet serve a stare sul pezzo, a non bruciare la notizia e ad arrivare per primi: non vi è dubbio. Internet serve anche a smussare ruoli e gerarchie, e a sfumare i confini fra produttori e consumatori di contenuti (si dice spesso che la verticalità del rapporto giornalisti\lettori abbia ormai ceduto il passo all’orizzontalità): per questo ultimamente si usa, e abusa, il termine “prosumer” coniato dallo scrittore Alvin Toffler oltre 30 anni fa. Che il termine sia stato pensato per descrivere un modello di utente-acquirente, e abbia prettamente a che fare coi campi del marketing e dell’economia, poco importa. Anzi: oggi più che mai, l’informazione è merce, e anche chi la fornisce gratis (anche qui Repubblica.it è in testa) in realtà sta vendendo un prodotto. Succede però che la rete, anche per giornalisti esperti, si trasformi in una trappola. Succede che, soprattutto quando metà del sistema dell’informazione va in ferie, e gli italiani si informano meno, una bufala che circola nel web, possa essere pubblicata senza accertarsi se sia attendibile o meno, pur di aggiornare freneticamente pagine e catturare l’attenzione di migliaia di utenti.

È quello che è successo ieri a Leonardo Coen, giornalista e socio fondatore di Repubblica. Un esperto di Hollande, si direbbe, che il programma politico del neo-presidente francese garantisce di averlo letto durante la campagna elettorale, e che conosce bene le vicende politiche francesi per scriverne in Italia. E di un esperto ci si fida. Così quando domenica pomeriggio Coen riceve un’email che “riportava un ‘pezzo’ sulle iniziative del governo Hollande” (come si legge nel suo ultimo post in cui prova a giustificarsi) e, senza pensarci due volte, lo lo pubblica sul blog che cura per Repubblica.it, "Blogtrotter", migliaia di lettori sono convinti che Hollande è diventato più comunista dei comunisti, così comunista che al confronto Mélenchon apparirebbe un moderato qualunque. Quel post, in poche ore, viene condiviso su Facebook e Twitter da diverse decine di migliaia di utenti, fioccano i “mi piace” e i “retweet”. È fatta: il pezzo funziona e di per sé fa metà dell’opera, l’altra metà la fa l’atteggiamento “compulsivo” (come ha ben scritto qui Miriam Vicinanza per Globalist) del “popolo della rete”. Peccato che, appunto, sia una bufala. E non solo. Perché quel testo pubblicato da Coen, in realtà girava anche su Facebook indipendentemente dal blog firmato Repubblica.it. Dunque, a rigor di legge, si tratta anche di plagio. Come se niente fosse l’articolo sparisce e ricompare modificato e personalizzato. E se ne accorge subito Paolo Attivissimo, che informa i lettori su "Il Disinformatico".

È ovvio che un testo che inizia con “Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti) in 56 giorni di governo: ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all'asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate”, e prosegue sciorinando numeri e misure politiche - presentate come già in vigore - più rivoluzionari delle promesse fatte in campagna elettorale da Hollande, non poteva non insospettire i lettori più attenti. Molti iniziano a chiedersi dove siano le fonti di questi annunci, altri si chiedono come mai i principali giornali online e siti di informazione francesi non dedichino nemmeno un trafiletto a tali notizie. Possibile che solo gli italiani abbiano lo scoop?

Beatrice Mautino, per Wired, si occupa della vicenda: conferma che la notizia è falsa perché in Francia nessuno si è accorto che sono state adottate misure simili a quelle elencate nel pezzo, e soprattutto si scopre che la fonte originaria (il “paziente zero”), “sembrerebbe essere questo post, pubblicato l’11 luglio scorso da Sergio Di Cori Modigliani”.

Nei commenti al post di Leonardo Coen gli utenti si scatenano, si sentono presi in giro. Il “popolo della rete”, tanto caro a Repubblica.it e sempre coccolato dai suoi redattori, si sta rivoltando. Coen prova a metterci una pezza, ma peggiora la situazione:

“La verità mi fa male, lo so. Per esempio, il Cavaliere ritorna in scena e, guarda caso, una delle sue emittenti, Retequattro, manderà in onda…il Padrino. Coincidenza o no, voglio parlare d’altro. Cioè, in fondo della stessa cosa. Ho l’indubbio privilegio di trascorrere molto tempo in Francia…Ma ho anche la dolorosa abitudine di paragonare il nostro Paese con i cugini d’Oltralpe. Ahinoi, un esercizio avvilente!”

Poi ostenta conoscenza della situazione politica francese, dà la colpa alla destra che diffonde comunicati falsi per scatenare dibattiti sulla sinistra... Se la prende con l’Italia: “Fossimo un popolo serio e coraggioso, dovremmo far piazza pulita del sistema che ci governa, ci soffoca, ci tartassa, ci sfrutta, ci dileggia. Ma questo è il Paese dei gattopardi” e non si capisce contro chi è rivolta la sua invettiva. Sia chiaro che non ce l’ha con Monti che – scrive Coen - è “costretto a fare il lavoro ‘sporco’ del tartassatore per salvare il salvabile”. Piovono altri commenti di utenti infuriati. Coen allo stesso url cancella il post e ne scrive un altro; che inizia così: “Avvertenza: questo blog è stato riscritto. Lo ‘straccio d’avviso’, come richiesto: una formalità che non cancella la sostanza. Seconda avvertenza: ho seguito la campagna elettorale francese per lavoro e per interesse professionale”, e prosegue : “Continuo a ritenere che non si tratti di “bufala”, ma di un “ukase” politico. Ecco perché ho scritto una seconda versione del blog, distinguendo il vero dal verosimile. Le ragioni di tanto clamore – specioso e fazioso – sono rivelati da un maldestro post, quando si attacca, con me, “i sinistri di Repubblica”. Sono orgoglioso di questo giornale e del suo capillare lavoro d’informazione, che così tanto è sgradito agli scherani del centrodestra e, in genere, a tutti i bricconi che depredano questo paese e lo malgovernano”.

Coen sembra in preda al delirio, si sente attaccato da destra, gli sembra un complotto contro la sua persona e contro il quotidiano di Eugenio Scalfari. Anzi no: è un complotto più vasto, che ha preso di mira il governo Hollande, e che si ispira ai metodi fascisti in vista delle prossime elezioni politiche italiane:

Un’operazione di discredito nei confronti di Hollande e di chi ne apprezza, qui in Italia, la politica. Un sistema caro ai fascisti, che fu utilizzato in modo sistematico tra il 1919 e il 1926. L’insulto è la scorciatoia della prepotenza, della violenza, dell’iniquità. L’appuntamento elettorale è ormai vicino, in Italia, e fa davvero paura. La gente ha capito che chi l’ha governata, non solo l’ha fatto male, ma ha fatto peggio. In multiloquio non deerit peccatum (le molte ciarle non possono essere tutte innocenti). E Voltaire, mia guida spiriutuale, amva dire che le secret d’ennuyer est celui de tout dire…

Coen continua in questo stile, con una scrittura nervosa e piena di errori di battitura (ma questi sono passabili). E ciò che la rete non gli ha perdonato, non verificare le fonti, far circolare una “bufala” e il plagio, diventa la sua arma per difendere il buon giornalismo:

“E’ facile e vile trincerarsi dietro pseudonimi, ed è questo il vero limite di Internet. Questo episodio conferma ciò che da qualche tempo ritengo sempre più vero: l’unica informazione valida sul web è quella che forniscono i siti dei giornali e delle riviste che possono disporre di strumenti e di redazioni adeguate. Il successo di Repubblica.it ne è la prova. Il resto è a rischio: si presta a mistificazioni, a strumentalizzazioni, a manovre losche. Come dimostra il mio caso”.

Luigi Mazza

tratto da http://www.controlacrisi.org

19 luglio 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Luglio 2012 10:12

L'occhio elettronico di Washington sul movimento No War

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Washington sorvegliava in modo esteso il movimento No War italiano nel 2003. È quanto emerge da due cable pubblicati da Wikileaks in questi giorni.

Tempismo perfetto. Quello a cui Wikileaks, nel bene e nel male, ci ha abituato negli ultimi mesi. A pochi giorni dalla sentenza della Corte di Cassazione sui fatti del G8 di Genova, che ha confermato in via definitiva le condanne per gli imputati accusati di devastazione e saccheggio, l'organizzazione che fa capo a Julian Assange gioca le sue carte anche in questa partita, proprio quando i protagonisti di quella fase politica (definita impropriamente dal mainstream con l'abusatissima etichetta "no global") tornano sotto la luce dei riflettori.

Due nuovi cable, inviati nel febbraio 2003 dall'ambasciata di Roma agli uffici del dipartimento di Stato, rivelano come Washington avesse messo sotto stretta ed estesa sorveglianza le comunicazioni di alcune delle realtà politiche animatrici della prima ondata del movimento No War. A turbare il sonno dell'ambasciatore Spogli e dei vertici dell'amministrazione Bush erano sopratutto le iniziative di trainstopping: azioni dirette di massa, praticate dal movimento con l'intento di fermare i “treni della morte”: quei convogli speciali che trasportavano materiale logistico ed equipaggiamento bellico statunitense destinato al teatro di guerra iracheno. Meno preoccupante veniva invece considerata l'opposizione dei sindacati confederali («abbaiano ma non mordono»), bollata come «simbolica e minimale».

Dai telegrammi citati però, non emerge quale istituzione abbia intessuto la rete di spionaggio nei confronti degli attivisti mobilitatisi per opporsi allo scoppio del secondo conflitto del Golfo. Fuori questione invece è la stretta collaborazione tra Washington e Roma, anche grazie alla collaborazione di Trenitalia. L'azienda ferroviaria infatti partecipava attivamente all'unità di crisi istituita dal ministero dell'Interno per predisporre un insieme di contromisure volte ad indebolire le iniziative del movimento. Una vicenda, quella delle iniziative di trainstopping, non priva di strascichi giudiziari: in diverse città italiane erano stati numerosi i militanti finiti sotto processo per essersi opposti attivamente alla guerra. E la stessa Trenitalia aveva citato in giudizio il collettivo Autistici/Inventati per aver ospitato sui suoi server un sito fake che accusava l'azienda di avere le mani sporche di sangue per l'appoggio prestato supinamente ai militari americani.

I cable di Wikileaks

tratto da http://www.infoaut.org

17 luglio 2012

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