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COMUNICAZIONE E MEDIA

Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

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iphoneLa settimana scorsa The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta – intitolata Inside Amazon’s Warehouse – sulle terribili condizioni di lavoro nei magazzini Amazon della Lehigh Valley. Il reportage, risultato di mesi di interviste e verifiche, sta facendo il giro del mondo ed è stato ripreso dal New York Times e altri media mainstream. Il quadro è cupo:
- estrema precarietà del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti;
- ritmi inumani, con velocità raddoppiate da un giorno all’altro (da 250 a 500 “colli” al giorno, senza preavviso), con una temperatura interna che supera i 40° e in almeno un’occasione ha toccato i 45°;
- provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o, semplicemente, sviene (in un rapporto del 2 giugno scorso si parla di 15 lavoratori svenuti per il caldo);
- licenziamenti “esemplari” su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi.
E ce n’è ancora. Leggetela tutta, l’inchiesta. Ne vale la pena. La frase-chiave la dice un ex-magazziniere: “They’re killing people mentally and phisically.

A giudicare dai commenti in rete, molti cadono dalle nuvole, scoprendo soltanto ora che Amazon è una mega-corporation e Jeff Bezos un padrone che – com’è consueto tra i padroni – vuole realizzare profitti a scapito di ogni altra considerazione su dignità, equità e sicurezza.
Come dovevasi sospettare, il “miracolo”-Amazon (super-sconti, spedizioni velocissime, “coda lunga”, offerta apparentemente infinita) si regge sullo sfruttamento di forza-lavoro in condizioni vessatorie, pericolose, umilianti. Proprio come il “miracolo”-Walmart, il “miracolo”-Marchionne e qualunque altro miracolo aziendale ci abbiano propinato i media nel corso degli anni.
Quanto appena scritto dovrebbe essere ovvio, eppure non lo è. Il disvelamento non riguarda un’azienda qualsiasi, ma Amazon, sorta di “gigante buono” di cui – anche in Italia – si è sempre parlato in modo acritico, quando non adorante e populista.
The Morning Call ha rotto un incantesimo. Fino a qualche giorno fa, con poche eccezioni, i mezzi di informazione (e i consumatori stessi) accettavano la propaganda di Amazon senza l’ombra di un dubbio, come fosse oro colato. D’ora in poi, forse si cercheranno più spesso i riscontri, si faranno le dovute verifiche, si andranno a vedere eventuali bluff. Con il peggiorare della crisi, sembra aumentare il numero degli scettici.

Il problema di multinazionali che vengono percepite come “meno aziendali”, più “cool” ed eticamente – quasi spiritualmente – migliori delle altre riguarda molte compagnie associate a Internet in modo tanto stretto da essere identificate con la rete stessa. Un altro caso da manuale è Apple.

iPhone, iPad, youDie

L’anno scorso ha fatto scalpore – prima di essere sepolta da cumuli di sabbia e silenzio – un’ondata di suicidi tra gli operai della Foxconn, multinazionale cinese nelle cui fabbriche si assemblano iPad, iPhone e iPod.
In realtà le morti erano iniziate prima, nel 2007, e sono proseguite in seguito (l’ultimo suicidio accertato è del maggio scorso; un altro operaio è morto a luglio in circostanze sospette). A essersi uccisa, nel complesso, è una ventina di dipendenti. Indagini di vario genere hanno indicato tra le probabili cause tempi infernali di lavoro, mancanza di relazioni umane dentro la fabbrica e pressioni psicologiche da parte del management.
A volte si è andati ben oltre le pressioni psicologiche: il 16 luglio 2009, un dipendente 25enne di nome Sun Danyong si è gettato nel vuoto dopo aver subito un pestaggio da parte di una squadraccia dell’azienda. Sun era sospettato di aver rubato e/o smarrito un prototipo di iPhone.
Che soluzioni ha adottato la Foxconn per prevenire queste tragedie? Beh, ad esempio, ha installato delle “reti anti-suicidio”.
[Per approfondire questo tema, consiglio i link raccolti nella pagina di wikipedia e la visione del video divulgativo Deconstructing Foxconn]

Video: Apple? No Thanks! - Deconstructing Foxconn

Questi dietro-le-quinte del mondo Apple non ricevono molta attenzione, a paragone dei bollettini medici di Steve Jobs o di pseudo-eventi come l’inaugurazione, nella centralissima via Rizzoli di Bologna, del più grande Apple Store italiano (kermesse doverosamente smitizzata dal sempre ottimo Mazzetta). In quella circostanza, diverse persone hanno trascorso la notte in strada in attesa di entrare nel tempio. Costoro non sanno niente del connubio di lavoro e morte che sta a monte del marchio che venerano. Nel capitalismo, mettere la maggiore distanza possibile tra “monte” e “valle” è l’operazione ideologica per eccellenza.

Video: Inaugurazione Apple Store Bologna

Feticismo, assoggettamento, liberazione

Quando si parla di Rete, la “macchina mitologica” dei nostri discorsi – alimentata dall’ideologia che, volenti o nolenti, respiriamo ogni giorno – ripropone un mito, una narrazione tossica: la tecnologia come forza autonoma, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente e teleologicamente. Tanto che qualcuno – non lo si ricorderà mai abbastanza – ha avuto la bella pensata di candidare Internet (che come tutte le reti e infrastrutture serve a tutto, anche a fare la guerra) al… Nobel per la Pace.

A essere occultati sono i rapporti di classe, di proprietà, di produzione: se ne vede solo il feticcio. E allora torna utile il Karl Marx delle pagine sul feticismo della merce (corsivo mio):

«Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi.»

“Forma fantasmagorica di un rapporto tra cose”. Come i computer interconnessi a livello mondiale. Dietro la fantasmagoria della Rete c’è un rapporto sociale determinato, e Marx intende: rapporto di produzione, rapporto di sfruttamento.
Su tali rapporti, la retorica internettiana getta un velo. Si può parlare per ore, giorni, mesi della Rete sfiorando solo occasionalmente il problema di chi ne sia proprietario, di chi detenga il controllo reale dei nodi, delle infrastrutture, dell’hardware. Ancor meno si pensa a quale piramide di lavoro – anche para-schiavistico – sia incorporata nei dispositivi che usiamo (computer, smartphone, Kindle) e di conseguenza nella rete stessa.

Ci sono multinazionali che tutti i giorni (in rete) espropriano ricchezza sociale e (dietro le quinte) vessano maestranze ai quattro angoli del mondo, eppure sono considerate… “meno multinazionali” delle altre.
Finché non ci si renderà conto che Apple è come la Monsanto, che Google è come la Novartis, che fare l’apologia di una corporation è la pratica narrativa più tossica che esista, si tratti di Google, FIAT, Facebook, Disney o Nestlé… Finché non ci si renderà conto di questo, nella rete ci staremo come pesci.
[N.B. A scanso di equivoci: io possiedo un Mac e ci lavoro bene. Ho anche un iPod, uno smartphone con Android e un Kindle. Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete. Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E' uno sforzo improbo, ma bisogna compierlo. Come spiegherò meglio sotto, la mia critica non si incentra sull'accusa di « incoerenza » del singolo e sul comportamento individuale del consumatore, su cui negli ultimi anni si è costruita una retorica sviante, ma sulla necessità di connettere l'attivismo in rete alle lotte che avvengono « a monte », nella produzione materiale.]

Per colpa del net-feticismo, ogni giorno si pone l’accento solo sulle pratiche liberanti che agiscono la rete – pratiche su cui, per essere chiari, noi WM scommettiamo tutti i giorni da vent’anni -, descrivendole come la regola, e implicitamente si derubricano come eccezioni le pratiche assoggettanti: la rete usata per sfruttare e sottopagare il lavoro intellettuale; per controllare e imprigionare le persone (si veda quanto accaduto dopo i riots londinesi); per imporre nuovi idoli e feticci alimentando nuovi conformismi; per veicolare l’ideologia dominante; per gli scambi del finanzcapitalismo che ci sta distruggendo.
In rete, le pratiche assoggettanti sono regola tanto quanto le altre. Anzi, a voler fare i precisini, andrebbero considerate regola più delle altre, se teniamo conto della genealogia di Internet, che si è evoluta da ARPAnet, rete informatica militare.

La questione non è se la rete produca liberazione o assoggettamento: produce sempre, e sin dall’inizio, entrambe le cose. E’ la sua dialettica, un aspetto è sempre insieme all’altro. Perché la rete è la forma che prende oggi il capitalismo, e il capitalismo è in ogni momento contraddizione in processo. Il capitalismo si affermò liberando soggettività (dai vincoli feudali, da antiche servitù) e al tempo stesso imponendo nuovi assoggettamenti (al tempo disciplinato della fabbrica, alla produzione di plusvalore). Nel capitalismo tutto funziona così: il consumo emancipa e schiavizza, genera liberazione che è anche nuovo assoggettamento, e il ciclo riparte a un livello più alto.

La lotta allora dovrebbe essere questa: far leva sulla liberazione per combattere l’assoggettamento. Moltiplicare le pratiche liberanti e usarle contro le pratiche assoggettanti. Ma questo si può fare solo smettendo di pensare alla tecnologia come forza autonoma e riconoscendo che è plasmata da rapporti di proprietà e produzione, e indirizzata da relazioni di potere e di classe.
Se la tecnologia si imponesse prescindendo da tali rapporti semplicemente perché innovativa, la macchina a vapore sarebbe entrata in uso già nel I secolo a.C., quando Erone di Alessandria realizzò l’eolipila. Ma il modo di produzione antico non aveva bisogno delle macchine, perché tutta la forza-lavoro necessaria era assicurata dagli schiavi, e nessuno poté o volle immaginarne un’applicazione concreta.

E’ il feticismo della tecnologia come forza autonoma a farci ricadere sempre nel vecchio frame “apocalittici vs. integrati”. Al minimo accenno critico sulla rete, gli “integrati” ti scambieranno per “apocalittico” e ti accuseranno di incoerenza e/o oscurantismo. La prima accusa di solito risuona in frasi come: “Non stai usando un computer anche tu in questo momento?”; “Non li compri anche tu i libri su Amazon?”; “Ce l’hai anche tu uno smartphone!” etc. La seconda in inutili lezioncine tipo: “Pensa se oggi non ci fosse Internet…”
Nell’altro verso, ogni discorso sugli usi positivi della rete verrà accolto dagli “apocalittici” come la servile propaganda di un “integrato”.
Ricordiamoci sempre di Erone di Alessandria. La sua storia ci insegna che quando parliamo di tecnologia, e più nello specifico di Internet, in realtà stiamo parlando di altro, cioè dei rapporti sociali.

Insomma, torniamo a chiederci: chi sono i padroni della rete? E chi sono gli sfruttati nella rete e dalla rete?
Scoprirlo non è poi tanto difficile: basta leggere le “Norme di utilizzo” dei social network a cui siamo iscritti; leggere le licenze del software che utilizziamo; digitare su un motore di ricerca l’espressione “Net Neutrality”… E, dulcis in fundo, tenere in mente storie come quelle dei magazzini Amazon e della Foxconn.
Solo in questo modo, credo, eviteremo scemenze come la campagna “Internet for Peace” o, peggio, narrazioni del futuro orrende, di “totalitarismo soffice”, come quella che emerge dal famigerato video della Casaleggio & Associati intitolato Gaia: The Future of Politics.

Video: GAIA - Il futuro della politica: NWO

Non illudiamoci: saranno conflitti durissimi a stabilire se all’evoluzione di Internet corrisponderà un primato delle pratiche di liberazione su quelle di assoggettamento, o viceversa.

Il lavoro (di merda) incorporato nel tablet

Ultimamente, chi ritiene che nel capitalismo odierno non valga più la teoria marxiana del valore-lavoro fa l’esempio dell’iPad, e dice: il lavoro fisico compiuto dall’operaio per assemblare un tablet è poca roba, il valore del tablet è dato dal software e dalle applicazioni che ci girano sopra, quindi dal lavoro mentale, cognitivo, di ideazione e programmazione. Lavoro che “sfugge” da ogni parte, inquantificabile in termini di ore di lavoro.
Ciò metterebbe in crisi l’idea marxiana che – taglio con l’accetta – il valore di una merce sia dato dalla quantità di lavoro che essa incorpora, o meglio: dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrla. Per “tempo socialmente necessario” Marx intende il tempo medio utilizzato dai produttori di una data merce in una data fase dello sviluppo capitalistico.

Non sono un esperto di economia politica, ma mi sembrano due livelli coesistenti. Forse la teoria del valore-lavoro viene liquidata troppo in fretta. Io credo che il suo nocciolo di senso (nocciolo “filosofico” e concretissimo) permanga anche col mutare delle condizioni.

Oggi il lavoro è molto più socializzato che ai tempi di Marx e i processi produttivi ben più complessi (e il capitale più condizionato da limiti esterni, cioè ambientali), eppure chi fa quest’esempio accorcia il ciclo e isola l’atto dell’assemblaggio di un singolo iPad. Mi sembra un grosso errore metodologico.
Andrebbe presa in considerazione la mole di lavoro lungo l’intero ciclo produttivo di un’intera infornata di tablet (o di laptop, di smartphone, di e-reader, quel che vi pare). Come giustamente diceva Tuco nella discussione in cui ha iniziato a prendere forma il presente intervento:

«Uno dei punti essenziali è che tutta la baracca non si potrebbe mai mettere in movimento per produrre cento iPad. Se ne devono produrre almeno cento milioni. A prima vista potrebbe sembrare che il lavoro intellettuale necessario per sviluppare il software dell’iPad generi di per sé valore, indipendentemente dal resto del ciclo produttivo. Questo però vorrebbe dire che il valore generato da questo lavoro intellettuale è indipendente dal numero di iPad che vengono prodotti. In realtà non è così. Se non facesse parte di un ciclo che prevede la produzione con modalità fordiste di cento milioni di iPad, quel lavoro intellettuale non genererebbe praticamente nessun valore.»

Fissato questo punto, nel considerare quanto lavoro vada a incorporarsi in un tablet si può:
1) partire dal reperimento di una materia prima come il litio. Senza di esso non esisterebbero le batterie ricaricabili dei nostri gadget. In natura non esiste in forma “pura”, e il processo per ottenerlo è costoso e impattante per l’ambiente.
[Tra l'altro, il 70% dei giacimenti mondiali è in fondo ai laghi salati della Bolivia, e il governo boliviano non ha alcuna intenzione di svenderlo. Oltre a questi problemi geopolitici, ci si mettono pure i terremoti. Questa fase primaria del ciclo pare destinata a complicarsi e a richiedere più lavoro.];
2) prendere in considerazione le nocività esperite da chi lavora nell’industria petrolchimica che produce i polimeri necessari;
3) considerare il lavoro senza tutele degli operai che assemblano i dispositivi (di come si lavora alla Foxconn abbiamo già parlato sopra);
4) arrivare fino al lavoro (indegno, nocivo, ai limiti del disumano) di chi “smaltisce” la carcassa del laptop o del tablet in qualche discarica africana. Trattandosi di una merce a obsolescenza rapida e soprattutto pianificata, questo lavoro è già incorporato in essa, fin dalla fase della progettazione.

Prendendo in considerazione tutto questo, si vedrà che di lavoro fisico (lavoro di merda, sfruttato, sottopagato, nocivo etc.) un’infornata di iPad ne incorpora parecchio, e con esso incorpora una grande quantità di tempo di lavoro. E non vi è dubbio che si tratti di tempo di lavoro socialmente necessario: oggi gli iPad si producono così e in nessun altro modo.
Senza questo lavoro, il general intellect applicato che inventa e aggiorna software, semplicemente, non esisterebbe. Quindi non produrrebbe alcun valore. Se “per fare un tavolo ci vuole il legno”, per fare il tablet ci vuole l’operaio (e prima ancora il minatore etc.). Senza gli operai e il loro lavoro, niente valorizzazione della merce digitale, niente quotazione di Apple in borsa etc. Azionisti e investitori danno credito alla mela perché produce, valorizza e vende hardware e gadget, e ogni tanto fa un nuovo “colpo”, mettendo sul mercato un nuovo “gioiellino”. E chi lo fa il gioiellino?

Se sia ancora possibile una precisa contabilità in termini di ore-lavoro, non sono in grado di dirlo. Ripeto: non sono un esperto di economia politica. Ma so che quando gettiamo nell’immondizia un telefonino perfettamente funzionante perché il nuovo modello “fa più cose”, stiamo buttando via una porzione di vita e fatica di una gran massa di lavoratori, sovente pagati con due lire e – nella migliore delle ipotesi – un calcio nel culo.

Intelligenza collettiva, lavoro invisibile e social media

Quel che sto cercando di dire lo anticipava già Marx nel Capitolo VI inedito del Capitale (ed. it. Firenze, 1969, la citazione che segue è alle pagg. 57-58). Il passaggio è denso perché, appunto, è uno di quei testi che Marx non rivide per la pubblicazione:

«L’incremento delle forze produttive sociali del lavoro, o delle forze produttive del lavoro direttamente sociale, socializzato (reso collettivo) mediante la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica, l’impiego delle macchine e in genere, la trasformazione del processo di produzione in cosciente impiego delle scienze naturali, della meccanica, della chimica ecc. e della tecnologia per dati scopi, come ogni lavoro su grande scala a tutto ciò corrispondente [...] questo incremento, dicevamo, della forza produttiva del lavoro socializzato in confronto al lavoro più o meno isolato e disperso dell’individuo singolo, e con esso l’applicazione della scienza – questo prodotto generale dello sviluppo sociale – processo di produzione immediato, si rappresentano ora come forza produttiva del capitale anziché come forza produttiva del lavoro, o solo come forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale; in ogni caso, non come forza produttiva del lavoratore isolato e neppure dei lavoratori cooperanti nel processo di produzione.
Questa mistificazione, propria del rapporto capitalistico in quanto tale, si sviluppa ora molto più di quanto potesse avvenire nel caso della pura e semplice sottomissione formale del lavoro al capitale.»

In sostanza, Marx dice che:

1) la natura collettiva e cooperativa del lavoro viene realmente sottomessa (a volte si traduce con “sussunta”) al capitale, cioè è una natura collettiva specifica, che prima del capitale non esisteva.
La“sottomissione reale” del lavoro al capitale è contrapposta da Marx alla “sottomissione formale“, tipica degli albori del capitalismo, quando il capitale sottometteva tipologie di lavoro pre-esistenti: la tessitura manuale, i processi del lavoro agricolo etc. “Sottomissione (o sussunzione) reale” significa che il capitale rende forza produttiva una cooperazione sociale che non pre-esisteva a esso, perché non pre-esistevano a esso gli operai, il lavoro salariato, le macchine, le nuove reti di trasporto e distribuzione.

2) Quanto più è avanzato il processo produttivo (grazie all’applicazione di scienza e tecnologia), tanto più mistificata sarà la rappresentazione (oggi qualcuno direbbe la narrazione) della cooperazione produttiva.

Ora cerchiamo nell’oggi gli esempi di questa formulazione: la produzione di senso e di relazioni in Internet non è considerata forza produttiva di lavoratori cooperanti; tantomeno l’ideologia dominante permette di riconoscere il lavoro del singolo. Questa produzione viene (truffaldinamente, mitologicamente) attribuita direttamente al capitale, allo “spirito d’impresa”, al presunto genio del capitalista etc. Per esempio, si dice che dobbiamo a una “intuizione” di Mark Zuckerberg se oggi grazie a Facebook bla bla bla.
Altrettanto spesso tale produzione di senso viene considerata, come dice Marx, “forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale”. Traduciamo: lo sfruttamento viene occultato dietro la facciata di un lavoro in rete autonomo, non subordinato, fatto tutto di autoimprenditoria e/o libera contrattazione e/o comunque molto più “cool” dei lavori “tradizionali” etc., quando invece la produzione di contenuti in rete va avanti anche grazie al lavoro subordinatissimo di masse di “negri” – nel senso di “autori-fantasma” – che lavorano a cottimo, come racconta Adrianaaaa a proposito di Odesk.com.

Esiste, per usare un’espressione marxiana, la “Gemeinwesen”, una tendenza dell’essere umano al comune, alla comunità e alla cooperazione? Sì, esiste. E’ sempre rischioso usare quest’espressione, ma se c’è un universale antropologico, beh, è questo. “Compagnevole animale”, così Dante traduce lo “zòon politikon” di Aristotele (lo ricorda Girolamo De Michele nel suo ultimo libro Filosofia) e le neuroscienze stanno dimostrando che siamo… “cablati” per la gemeinwesen (la scoperta dei neuroni specchio etc.)
Nessun modo di produzione ha sussunto e reso produttiva la tendenza umana alla cooperazione con la stessa forza del capitalismo.
Oggi l’esempio più eclatante di cooperazione sussunta – e al tempo stesso di lavoro invisibile, non percepito come tale – ce lo forniscono i social media.

Sto per fare l’esempio di Facebook. Non perché gli altri social media siano “meno malvagi”, ma perché al momento è il più grosso, è  quello che fa più soldi ed è – come dimostra la recentissima ondata di nuove opzioni e implementazioni – il più avvolgente, pervasivo ed espansionista. Facebook si muove come se volesse inglobare tutta la rete, sostituirsi ad essa. E’ il social network par excellence, dunque ci fornisce l’esempio più chiaro.

Sei uno degli oltre settecento milioni di utenti che usa Facebook? Bene, vuol dire che quasi ogni giorno produci contenuti per il network: contenuti di ogni genere, non ultimo contenuti affettivi e relazionali. Sei parte del general intellect di Facebook. Insomma, Facebook esiste e funziona grazie a quelli come te. Di cos’è il nome Facebook se non di questa intelligenza collettiva, che non è prodotta da Zuckerberg e compagnia, ma dagli utenti?

Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato. Sono altri a fare soldi col tuo lavoro.

Qui il concetto marxiano che torna utile è quello di “pluslavoro”. Non è un concetto astruso: significa “la parte di lavoro che, pur producendo valore, non si traduce in salario ma in profitto del padrone, in quanto proprietario dei mezzi di produzione”.
Dove c’è profitto, vuol dire che c’è stato pluslavoro. Altrimenti, se tutta la quota di lavoro fosse remunerata in base al valore che ha creato, beh… sarebbe il comunismo, la società senza classi. E’ chiaro che il padrone deve pagare in salari meno di quel che trarrà dalla vendita delle merci. “Profitto” significa questo. Significa pagare ai lavoratori meno del valore reale del lavoro che svolgono.
Per vari motivi, il padrone può anche non riuscire a venderle, quelle merci. E quindi non realizzare profitti. Ma questo non significa che i lavoratori non abbiano erogato pluslavoro. L’intera società capitalistica è basata su plusvalore e pluslavoro.

Su Facebook il tuo lavoro è tutto pluslavoro, perché non vieni pagato. Zuckerberg ogni giorno si vende il tuo pluslavoro, cioè si vende la tua vita (i dati sensibili, i pattern della tua navigazione etc.) e le tue relazioni, e guadagna svariati milioni di dollari al giorno. Perché lui è il proprietario del mezzo di produzione, tu no.
L’informazione è merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. E’ forza produttiva e merce al tempo stesso, proprio come la forza-lavoro. La comunità che usa Facebook produce informazione (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che il padrone impacchetta in forma di statistiche e vende a soggetti terzi e/o usa per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.
Inoltre, lo stesso Facebook, in quanto rappresentazione della più estesa rete di relazioni sul pianeta, è una merce. L’azienza Facebook può  vendere informazione solo se, al contempo e senza sosta, vende quella rappresentazione di se stessa. Anche tale rappresentazione è dovuta agli utenti, ma a riempirsi il conto in banca è Zuckerberg.
Ovviamente, il genere di « lavoro » appena descritto non è comparabile, per fatica e sfruttamento, al lavoro materiale descritto nei primi paragrafi di questo testo. Inoltre, gli utenti di Facebook non costituiscono una « classe ». Il punto è che dobbiamo in ogni momento tenere in considerazione sia la fatica che sta alla base della produzione dell’hardware, sia la continua privatizzazione predatoria di intelligenza collettiva che avviene in rete. Come scrivevo sopra: « I due livelli coesistono ». La valorizzazione dipende da entrambe le attività, vanno visualizzate e analizzate insieme.

Non c’è dentro e fuori

Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: “Allora la soluzione è stare fuori dai social media?”, oppure: « La soluzione è usare soltanto il software libero? », o ancora: « La soluzione è non comprare certe macchine? », risponderei che la questione è mal posta.
Certamente, costruire dal basso social media diversi, funzionanti con software libero e non basati sul commercio di dati sensibili e relazioni, è cosa buona e giusta. Ma lo è anche mantenere una presenza critica e informativa nei luoghi dove vive e comunica la maggioranza delle persone, magari sperimentando modi conflittuali di usare i network esistenti.
Dura da troppo tempo l’egemonia di un dispositivo che « individualizza » la rivolta e la lotta, ponendo l’accento prevalentemente su quel che può fare il consumatore (questo soggetto continuamente riprodotto da precise tecnologie sociali): boicottaggio, consumo critico, scelte personali più radicali etc. Le scelte personali sono importanti, ma
1) troppo spesso questo modo di ragionare innesca una gara a chi è più « coerente » e più « puro », e ci sarà sempre qualcuno che metterà in mostra scelte più radicali delle mie: il vegano attacca il vegetariano, il frugivoro crudista attacca il vegano etc. Ciascuno rivendica di essere più « fuori », più « esterno » alla valorizzazione, immagine del tutto illusoria;
2) Il consumatore è l’ultimo anello della catena distributiva, le sue scelte avvengono alla foce, non alla sorgente. E forse andrebbe consigliata più spesso la lettura di un testo « minore » di Marx, la Critica del programma di Gotha, dove si critica il « socialismo volgare » che parte dalla critica della distribuzione anziché da quella della produzione.

Sto provando a spiegare, da un po’ di tempo a questa parte, che secondo me le metafore spaziali (come il “dentro” e il “fuori”)  sono inadeguate, perchè è chiaro che se la domanda è: “dov’è il fuori?”, la risposta – o l’assenza di risposta – può solo essere paralizzante. Perchè è già paralizzante la domanda.

Forse è più utile ragionare ed esprimersi in termini temporali.
Si tratta di capire quanto tempo di vita (quanti tempi e quante vite) il capitale stia rubando anche e soprattutto di nascosto (perché tale furto è presentato come “natura delle cose”), diventare consapevoli delle varie forme di sfruttamento, e quindi lottare nel rapporto di produzione, nelle relazioni di potere, contestando gli assetti proprietari e la “naturalizzazione” dell’espropriazione, per rallentare i ritmi, interrompere lo sfruttamento, riconquistare pezzi di vita.

Non è certo nuovo, quel che sto dicendo: un tempo si era soliti chiamarla “lotta di classe”. In parole povere: gli interessi del lavoratore e del padrone sono diversi e inconciliabili. Qualunque ideologia che mascheri questa differenza (ideologia aziendalistica, nazionalistica, razziale etc.) è da combattere.
Pensiamo agli albori del movimento operaio. Un proletario lavora dodici-quattordici ore al giorno, in condizioni bestiali, e la  sua sorte è condivisa anche da bambini che non vedono mai la luce del sole. Cosa fa? Lotta. Lotta finché non strappa le otto ore, la remunerazione degli straordinari, le tutele sanitarie, il diritto di organizzazione e di sciopero, la legislazione contro il lavoro minorile… E si riappropria  di una parte del suo tempo, e afferma la sua dignità, finché queste conquiste non saranno di nuovo messe in discussione e toccherà lottare di nuovo.

Già renderci conto che il nostro rapporto con le cose non è neutro né innocente, trovarci l’ideologia, scoprire il feticismo della merce, è una conquista: forse cornuti e mazziati lo siamo comunque, ma almeno non “cornuti, mazziati e contenti”. Il danno resta, ma almeno non la beffa di crederci liberi in ambiti dove siamo sfruttati.
Trovare sempre i dispositivi che ci assoggettano, e descriverli cercando il modo di metterli in crisi.

La merce digitale che usiamo incorpora sfruttamento, diventiamone consapevoli. La rete si erge su gigantesche colonne di lavoro invisibile, rendiamolo visibile. E rendiamo visibili le lotte, gli scioperi. In occidente se ne parla ancora poco, ma in Cina gli scioperi si fanno e si faranno sempre di più.
Quando uno sfigato diventa un tycoon, andiamo a vedere su quali teste ha camminato per arrivare dov’è, quale lavoro ha messo a profitto, quale pluslavoro non ha ricompensato.
Quando parlo di “defeticizzare la rete”, intendo l’acquisizione di questa consapevolezza. Che è la precondizione per stare “dentro e contro”, dentro in modo conflittuale.

E se stiamo “dentro e contro” la rete, forse possiamo trovare il modo di allearci con coloro che sono sfruttati a monte.
Un’alleanza mondiale tra “attivisti digitali”, lavoratori cognitivi e operai dell’industria elettronica sarebbe, per i padroni della rete, la cosa più spaventosa.
Le forme di quest’alleanza, ovviamente, sono tutte da scoprire.

Wu Ming 1

tratto da http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241

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Eccola qui, la vera Lega

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II figli degli immigrati? «Un bel lanciafiamme, e che si brucino queste merde». Il piano svuota carceri? «Lo facciamo noi con un mitragliatore dal balcone». Napolitano? «Un terrone del cazzo, gli ci vorrebbe un colpo in testa». E' il gruppo su Facebook 'Padani si nasce', a cui aderiscono anche i parlamentari Reguzzoni, Rondini, Fugatti, Mura, Pittoni e Stiffoni

lega_nord_bachecaEros Domenico è un militante leghista. Il suo profilo Facebook è una profusione di foto di cene e di manifestazioni del Carroccio. Maglietta col Sole delle Alpi addosso, ama ritrarsi al fianco di Matteo Salvini o ai piedi di una qualche statua dell'Alberto da Giussano. Ha un'opinione su tutto: sul piano "svuota carceri" («mi trasformo in cecchino con un bel mitragliatore sul balcone e via con lo show»); sulle origini meridionali di Giorgio Napolitano («Napoli merda, Napoli colera») e sui due cittadini senegalesi uccisi martedì scorso a Firenze: «Meglio così, due in meno da mantenere».

Sempre su Facebook, ha fondato "Padani si nasce, cuore leghista", gruppo - chiuso e riservato - dell'orgoglio padano.

Ne fa parte anche Giovanna, bresciana, «casalinga, moglie e mamma», immagini di Topolino, Bambi e Winnie The Pooh sul proprio profilo pubblico. Sulla cittadinanza ai figli degli immigrati ha le idee chiare: «Un bel lanciafiamme, e che si brucino queste merde». Quanto ai loro genitori invece si chiede: «Perché, quando aprono la porta, c'è una puzza strana che fa schifo?».

Opinione condivisa da Remo, un odontotecnico di Mantova: «Sapessi che odoraccio quando vengono da me, sono peggio della capre», mentre Anna Paola prova a rispondere: «Puzzano perché non si lavano dopo che fanno l'amore, per non parlare della loro puzza naturale, che è nauseabonda. Tempo fa ho sentito dire in televisione che il loro sesso ha un odore disgustoso, indelebile, che non va via neanche se lo lavi con un sapone speciale».

Appartiene al gruppo anche "Maestra Marzia", insegnante di una scuola elementare che sul web amministra un blog di filastrocche, ninne nanne, esercizi di scrittura ed altro materiale didattico «utile agli alunni in caso di assenze prolungate per malattia». Una maestra modello, che sulla propria bacheca condivide foto di «pasticcetti in cucina» e di Topo Gigio, ma che nel gruppo "Padani si nasce", da quando il presidente Napolitano ha definito «una follia» negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati, non si dà pace: «Non si trovano 3000 miseri euro per un ingranditore utile ad un mio alunno ipovedente, mentre si pagano almeno tre volte tanto i facilitatori linguistici per gli alunni cinesi che si rifiutano di ripetere anche la più semplice parolina di italiano. Cosa mai potranno invece dare i cinesi che sia di utilità comune?».

Con soluzioni agli sbarchi di "clandestini" che vanno dal «napalm» a «una bella bomba, così saltano in aria», "Padani si nasce" è qualcosa di più di un semplice gruppo leghista di area. O almeno è il solo che possa vantare tra i propri membri tanti nomi eccellenti. Tra gli altri: il presidente del gruppo parlamentare della Lega Nord alla Camera Marco Reguzzoni; i deputati Marco Rondini e Maurizio Fugatti; i senatori Roberto Mura, Mario Pittoni, Piergiorgio Stiffoni e Michelino Davico; gli assessori della Regione Lombardia Daniele Belotti e Monica Rizzi; l'assessore alle politiche agricole della Regione Veneto Franco Manzato; il vicepresidente della Regione Lombardia Andrea Gibelli; l'europarlamentare Claudio Morganti; il segretario provinciale della Lega Nord di Milano Igor Iezzi, più una sfilza di sindaci e amministratori locali.

Tutti iscritti ad un gruppo che per mettere a tacere quel «vecchio di merda» e «terrone del cazzo» di Napolitano propone «un colpo in testa» e, per ritorsione, «un attentato alle Coop». Un gruppo esplicitamente razzista («mischiare le razze non ha mai portato bene») e omofobo («dovremmo equiparare i gay ai pedofili così Vendola la finisce di fare il ricchioncello per strada») che, a fronte dei reati commessi da cittadini stranieri, vorrebbe «dare una ripulita», «aprendo la caccia con i pallettoni per cinghiali, almeno li traforiamo per bene». Con un trattamento di riguardo per gli immigrati malati di TBC («con loro usiamo la fiamma ossidrica, così non ne rimane nemmeno una cellula»), e per i rom: «Mettiamoli nelle stufe a legna, in modo da farne carburante alternativo».

Perchè «i rom», spiega Luca, bresciano, amorevoli foto dei suoi bambini in bacheca, «ladri, stupratori e assassini nascono, ladri, stupratori e assassini moriranno: personalmente adotterei per loro le stesse politiche usate dal Führer». «Anziché stanziare fondi per l'integrazione dei rom, L'Unione Europa dovrebbe finanziare l'apertura dei forni», rilancia Alessandro, consulente aziendale nel comasco. Mentre Giovanna – quella appassionata di Topolino, Bambi e Winni The Pooh - euforica applaude: «Evvai! Che bello vederli bruciare!».

tratto da http://espresso.repubblica.it

dicembre 2011

 

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E' il "manifestante", secondo Time Magazine, il personaggio dell'anno 2011

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the_protesterIn Nord Africa, Medio Oriente, Europa, Stati Uniti e Russia, il protagonista del 2011 è stato «Il manifestante», che ha contribuito a «cambiare il mondo». Così scrive il Time magazine, che pertanto questa settimana gli dedica la sua prestigiosa copertina con la dicitura: «persona dell'anno», in una tradizione che si ripete dal 1927 e che, di volta in volta, ha visto 'incoronatì per lo più capi di Stato e leader della politica o della finanza. Nel 2011 ci sono state ovunque proteste per il fallimento di vecchie leadership e irresponsabili istituzioni, e i manifestanti hanno «letteralmente incarnato l'idea che l'azione individuale può portare un cambiamento collettivo, colossale», scrive nel suo editoriale il direttore del settimanale, Rick Stengel, sottolineando che, «anche se compresa in maniera diversa in posti diversi, l'idea di democrazia è stata presente in ogni manifestazione». Secondo l'analisi di Stengel, «nessuno avrebbe potuto sapere che quando un venditore ambulante tunisino si è dato fuoco in una piazza di una cittadina appena segnata sulle carte geografiche, avrebbe innescato proteste che hanno rovesciato dittatori in Tunisia, Egitto e Libia e scuotono regimi in Siria, Yemen e Bahrein». E anche che lo «spirito del dissenso» avrebbe spinto i messicani «a sollevarsi contro il terrore dei cartelli della droga, i greci a marciare contro leader irresponsabili, gli americani ad occupare spazi pubblici per protestare contro l'iniquità delle retribuzioni e i russi a schierarsi contro un'autocrazia corrotta» come hanno fatto di recente, in maniera massiccia, per la prima volta da tanto tempo. E allora, il protagonista è stato certamente quel venditore tunisino, Mohamed Bouazizi, o gli egiziani Khaled Said o Wael Ghonim, che hanno innescato «l'effetto domino», ma anche i milioni di altri che hanno seguito il loro esempio. Insomma, di fatto, si tratta del «Manifestante globale», e quindi impersonale, secondo una scelta che non è nuova per Time, che già aveva incoronato, ad esempio nel 1982, «il computer», oppure «la terra in pericolo», nel 1988. Nel 2006 persino un «Tu», ovvero tutti noi, in quanto controllori dell'era dell'informazione e della comunicazione; un'era che l'anno scorso ha portato sul trono di Time Mark Elliot Zuckerberg, il creatore di Facebook. Una scelta fatta peraltro in contrasto con quella dei lettori, che invece avevano scelto a grande maggioranza il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, altro grande protagonista del web. Quest'anno però non c'è stata discussione, ha affermato Stengel, perchè la nomina ha avuto «il consenso dei nostri giornalisti e corrispondenti. Tutti pensano che sia la scelta giusta». Si tratta di una scelta che premia soprattutto i giovani, perchè «le manifestazioni hanno segnato l'ascesa di una nuova generazione», che ora guarda verso la Russia, in attesa delle prossima grande protesta di piazza prevista per il 24 dicembre. All'appuntamento, i manifestanti arriveranno con nella mente le parole che gli ha rivolto uno di loro, il blogger Alexey Navalny, arrestato il 5 dicembre: «È impossibile sconfiggere e arrestare centinaia di migliaia, milioni» di persone, ha scritto da dietro le sbarre rivendicando che «noi non siamo bestiame o schiavi. Noi siamo voci e voti».

 tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it

15 dicembre 2011

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Napster, chiude definitivamente il primo programma di file-sharing

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napster1Napster chiude i battenti. Questa volta per sempre. Rhapsody, l principale concorrente del padre del file-sharing ha infatti acquistato Napster, come aveva annunciato i primi di ottobre scorso Jon Irwin, presidente di Rhapsody. Questo articolo uscito per il cartaceo n.41 di Senza Soste ripercorre la portata di Napster  e il suo impatto sulla rete (red.)

La killer application degli anni zero è stata, senza timore di smentita, Napster.

Napster è nel 1999 da un’idea di Shawn Fanning, uno studente universitario di Boston, per scambiare i files mp3 con i suoi amici di corso. Sicuramente nemmeno lui aveva in mente l’impatto che il suo sistema avrebbe avuto sul mercato discografico, sul modo di fruizione della musica da parte delle persone e anche sui metodi di creare la musica.

Come funzionava? Semplicemente gli utenti scaricavano un programmino, mettevano nella casella di ricerca il nome della canzone che cercavano e la scaricavano sul proprio pc, direttamente dal pc di un altro utente: Napster si limitava a mettere in contatto due persone, la caratteristica principale e fondante del web.

Il suo periodo d’oro è durato circa due anni, il tempo per diffondersi a livello mondiale e per chiarire a livello di massa qual’era il vero significato della rete: condividere informazioni, conoscenza e cultura tra i naviganti. La tecnologia peer 2 peer (letteralmente “da pari a pari”) permetteva a chiunque di accedere alle informazioni (principalmente files musical, canzoni) contenute nei computer di ogni altra persona collegata alla rete: una biblioteca musicale praticamente sconfinata alla portata di un click di mouse.

Ben presto emersero le implicazioni legali che Napster si portava dietro: scaricando la musica, senza dover ricorrere alla mediazione di negozi e case discografiche, senza supporto fisico e senza il minimo corrispettivo economico, venivano violate le norme sul copyright, la tutela dei dirtitti d’autore degli artisti. Chiaramente le major discografiche insorsero (è nota la causa, durata diversi anni, che il gruppo americano dei Metallica intentò a Fanning) e, già vittime di un notevole calo delle vendite (dovuto innanzitutto al costo eccessivo dei cd e, causa non secondaria, alla poco qualità delle proposte), decisero che la causa di tutti i loro mali era Napster. Nel giro di pochi anni e di decine di cause legali Napster dovette rimborsare milioni di dollari di diritti d’autore e fu convertito in un sistema a pagamento, ma ormai il “germe” del p2p era diffuso: nel giro di pochi anni sorsero decine di piattaforme per la condivisione, estesa ora ad ogni tipo di materiale, dal film, ai fumetti ai libri elettronici. Nacquero Kazaa, Soulseek, Gnutella, eMule (diffusissimo anche adesso) e i recenti Torrent e Rapidshare:  tutte soluzioni tecnologiche diverse, sempre più sicure, affidabili e veloci.

In seguito a questa rivoluzione tecnologica le case discografiche major e indipendenti non riuscirono a fare altro che attaccare alla cieca l’elemento di disturbo che aveva scalfito un sistema fossilizzato agli anni 70: disco, promozione, concerto, nuovo disco. E col tempo anche molti gruppi hanno imparato a schierarsi contro il download libero delle loro canzoni (a parte qualche eccezione come, ad esempio, i Franz Ferdinand o i Nine Inch Nails), non riuscendo a capire che senza p2p i loro gruppi avrebbero una fama al più condominiale e che invece di incidere dischi sarebbero ad elemosinare una data alla festa del paese. Nessuno, nemmeno le etichette indipendenti, per loro natura più portate a sperimentare e meno legate al profitto a prescindere, è riuscito ad adattarsi alle nuove tecnologie, ai nuovi modi di ascolto (non ci si può permetterei fare un disco contente un singolo trainante, due pezzi sufficienti e il resto canzoni mediocri quando è possibile avere semplicemente solo le canzoni che uno vuole ascoltare), a sperimentare nuovi metodi di diffusione della loro arte: tutti si sono limitati a puntare il dito contro la piattaforma Napster, o alla rete in genere, senza nemmeno provare ad utilizzarla e a comprenderne i benefici.

Paradossalmente solo alcuni gruppi importanti (probabilmente anche perché con le spalle coperte) hanno saputo sfruttare a loro vantaggio la rete: i Radiohead hanno autoprodotto il loro ultimo album, mettendolo sia in download ad offerta libera sia in vendita in sola edizione limitata, con brani in più e gadget. Sono state scaricate milioni di copie e sono state vendute altrettante copie del disco. Lo stesso è successo con gli ultimi due album dei già citati Nine Inch Nails.

E poi, oltre agli aspetti economici, Napster ha reso la musica un’esperienza ancora più coinvolgente: gli mp3 sono diventate gocce in un mare dove perdersi: con facilità e gioia da bambino è possibile passare in un attimo dai classici dei Beach Boys all’ultima oscura produzione del più sconosciuto gruppo acid-jazz newyorkese, godere di produzioni rare e incisioni live fino ad oggi introvabili a meno di dissanguamenti finanziari. Quando i gruppi e le etichette si renderanno conto che è meglio per loro imparare a navigare in questo mare (che per loro significa più gente ai concerti, più magliette vendute e, cosa non secondaria, un ruolo nell’immaginario di milioni di giovani) e a conoscerlo senza attaccarsi ai centesimi del diritto d’autore, finalmente potremo dire che la rivoluzione di Napster avrà vinto.

Luis Vega

tratto da Senza Soste n.41 (settembre 2009)

3 dicembre 2011

 

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Il profilattico? Vietato nominarlo su Radio Rai

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Guai a citarlo nella giornata mondiale contro l'Aids. L'assistente del direttore di Radio Rai1 e dei Radiogiornali, Antonio Preziosi, comunica il divieto ai giornalisti. Il ministero della Salute: "Anche noi non lo nominiamo"

preservativo_aidsVietato citare il preservativo. Divieto piuttosto strampalato per la giornata mondiale contro l’Aids, celebrata ieri con una maratona di programmi su Radio Rai. Anche la maratona è originale: forza con la lotta per la prevenzione, guai a nominare il preservativo. Prima che sia troppo tardi, ieri mattina ore 8: 54, la direzione di Radio Rai 1 comunica ai giornalisti: “Carissimi, segnalo che nelle ultime ore il ministero ha ribadito che in nessun intervento – si legge nella mail interna – deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test Hiv in caso di potenziale rischio. Se puoi sottolinea questo concetto, ma comunque con gli esperti dovremmo andare tranquilli. Resto comunque a disposizione per qualsiasi chiarimento. Grazie e buon lavoro”. Firmato Laura De Pasquale, assistente del direttore di Radio Rai 1 e dei Radiogiornali, Antonio Preziosi. Dipendente di veloce carriera, la De Pasquale è la compagna di Roberto Gasparotti, da vent’anni uomo immagine di Silvio Berlusconi. Qualche giornalista, obiettore di coscienza, rompe l’embargo e pronuncia sommessamente la parolina incriminata: profilattico.

Chi avrà ispirato la coppia Preziosi-De Pasquale? Non certo il ministero della Salute che, per smentire, commette una gaffe mostruosa: “Nessuna interferenza. La giornata radiofonica è gestita da viale Mazzini. Anche il ministero, però, non usa il termine preservativo per le pubblicità e il manifesto studiati per la ricorrenza”. E difatti con le perifrasi sono maestosi. La campagna di comunicazione del ministero è soltanto un’immagine surreale e di complicata interpretazione: un pugno chiuso contro una mano aperta su sfondo rosso, non certo un preservativo gigante come il cartonato esposto in piazza Montecitorio.

Il motto punta la cura più che la prevenzione: “Non abbassare la guardia. Fai il test”. Il tradizionale e planetario condom è sostituito dal “concetto”, proprio come si augurava la De Pasquale. Obiettivi d’informazione del ministero, si legge sul sito ufficiale: “Aumentare la percezione del rischio. Contrastare l’abbassamento dell’attenzione della popolazione nei confronti del problema Aids. Promuovere un’assunzione di responsabilità nei comportamenti sessuali”. Perfettamente in linea con una campagna di comunicazione che, per rinnegare se stessa, deve farsi capire poco e male. A Radio Rai protestano uno per volta, senza dare l’impressione di sconfessare il potentissimo Preziosi, già candidato per la successione di Augusto Minzolini al Tg 1. Nessuno dei destinatari del divieto, firmato Preziosi-De Pasquale, segnala l’episodio al comitato di redazione.

Quando il sindacato interno raccoglie le prime voci di corridoio e comincia a chiederne spiegazioni, interviene il direttore Preziosi che, giocando d’anticipo, scarica la responsabilità sull’assistente e di conseguenza sul direttore generale Rai, Lorenza Lei: “Non ne sapevo nulla. L’indicazione proveniva da viale Mazzini. La mia segreteria ha sbagliato a girare la lettera, e quindi mi sono incazzato con entrambi”. Non avesse spedito la lettera, avrebbe fatto bene. Anche per Preziosi vale la regola del “concetto”: mai dire le cose per intero, meglio fare il vago.

di Ferruccio Sansa e Carlo Tecce

tratto da Il Fatto Quotidiano del 2 dicembre 2011

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