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COMUNICAZIONE E MEDIA

Nasce Huffington Post Italia. Ma pare già vecchio

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L'Huffington Post Italia porta la stessa ventata di novità per l'informazione online di un nuovo disco di Little Tony per la musica Rock

Se Riccardo Luna, uno degli ultimi Profeti del Web rimasti, proclama enfatico che l'Huffington Post sarà una Rivoluzione, è proprio definitivo che sarà una monnezza.

Scherzi a parte, l'Huffington Post Italia, che nasce oggi, non mi pare rappresentare nessuna novità. Sicuramente avrà un certo successo in termine di accessi, specialmente nella fase di lancio. E' tale infatti la potenza del marchio e l'attesa generata dal suo suo arrivo tra giornalisti e addetti ai lavori (e i probabili ingenti investimenti di marketing, in particolare web) che è impossibile immaginare un fiasco.

Ma se la forza dell'Huffington Post americano, come dice giustamente Luca Sofri , è stata quella di saper sfruttare prima dei concorrenti e nella maniera migliore gli strumenti del web marketing (in particolare il SEO, l'ottimizzazione del sito per il posizionamento sui motori di ricerca, e il Social Media Marketing) e aver importato la strategia (assai criticata) del non pagare i blogger – a cui comunque offre visibilità e promozione per le loro attività – in Italia arriva in notevole ritardo. A importare in Italia il modello dell'HuffPo, oltre proprio al Post di Sofri, ci sono molti quotidiani online, tra cui LINKiesta e il Fatto Quotidiano

In questo scenario l'Huffington Post arriva in notevole ritardo, ma non pare voler recuperare.

Per cominciare, ovviamente, la scelta del direttore: Arianna Huffington voleva una donna con un nome importante ed esperienza, e in questo senso la scelta dell'Annunziata è comprensibilissima. Ciò non toglie che abbia fatto storcere il naso a molti nel settore della Comunicazione web.

Ma la scelta dell'Annunziata non è stata l'unica avvisaglia della mentalità retrò di quest'operazione: l'intervista dell'Annunziata in cui presenta il progetto è un inno alla Restaurazione.

Per prima cosa, la logica è 1.0 (nessuna interattività con gli utenti): Annunziata rivendica un'impostazione più tradizionale rispetto alle altri versioni del network,i nomi annunciati non sono blogger ma personaggi famosi, e già si prospettano i soliti editoriali autoreferenziali e ombelicali che caratterizzano i quotidiani italiani. Scrivere un post di un blog non è come scrivere un articolo, ha una struttura diversa e un feedback diretto, non è affatto scontato il passaggio da giornalista a blogger. Tenere un blog significa conoscere, anche in maniera rudimentale, tecniche di coinvolgimento (nel settore si parla di engagement e call to action) e Comunicazione web che non necessariamente un giornalista conosce.

Ma questi sono solo i nomi grossi, quelli che attirano accessi, che creano visibilità. Ci sono 200 (che presto diverranno 600) blogger, che probabilmente porteranno avanti la baracca, e potranno utilizzare le tecniche di Comunicazione che preferiscono. SEMPRE CHE RIESCANO A PASSARE JULIA, lo stronzissimo software censore “per eliminare le parole politicamente scorrette».

Annunziata poi in un impeto di moralismo si vanta che lei no, non metterà tette e culi in evidenza, come fa il sito madre Repubblica.it (ma questo si guarda bene dal dirlo). Oltre che moralista è parecchio ipocrita: facile vantarsi di non pubblicare notizie per fare accessi se non paghi i giornalisti. Più difficile(non dico impossibile) mantenere l'etica se devi pagare degli stipendi. I fustigatori dei costumi secondo me dovrebbero prima accertarsi di non avere scheletri nell'armadio.

Insomma, l'HPI si annuncia noioso, politically correct e scarsamente coinvolgente, con l'aria di chi pretenda che i social network si adeguino a lui, e non viceversa.

Un blog network senza sesso né violenza né flame con una struttura giornalistica tradizionale. Benvenuti nel 1996.

COMINCIAMO PEGGIO DI QUANTO PENSASSI: Alle ore 10.20 la pagina Facebook dell'Huffington Post Italia si presentava senza la cover photo della timeline. Come i profili facebook semi-abbandonati di chi non lo usa da mesi. Meno male che la forza della versione USA è che "Hanno capito l’importanza della promozione sui social network, e ne hanno studiato e messo in pratica ogni sviluppo efficace.". IN Italia pare di no:

E NON è l'unico segnale di Restaurazione:

Questa PRIMA home page fa molto 2010. L'Huffington Post Italia non è nato vecchio. E' nato morto. E puzza già di cadavere.

25 settembre 2012
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Gli ideologi del Corriere della sera

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Dopo Giavazzi e Alesina contro lo Stato sociale, il Corsera "spara" Panebianco contro i magistrati sul caso Ilva e i ricorsi Fiom.

Il Corriere della sera è da sempre il “pesce pilota” della borghesia nazionale, l'interprete in tempo reale delle esigenze e dell'ideologia di questo settore. Da giorni batte con i sui editoriali sempre sullo stesso tasto: aboliamo lo stato sociale, ridiamo alla legge della giungla l'ultima parola su ogni cosa e vedrete come saremo di nuovo “competitivi”.

Oggi è stato il turno di Panebianco, grigio e stanco tessitore di frasi fatte, che si impegna come può nello stilare la “lista dei nemici”, definiti “complici del declino”. Significativo non per la profondità del pensiero, quanto per il fatto che la classe dirigente ritenga necessario rivolgersi così ai lettori, veicolando un senso comune reazionario senza ritorno.

Come altra volte, “decodifichiamo” il ragionamento inframezzando l'editoriale di Panebianco con le nostre considerazioni. tratto da http://www.contropiano.org

 Tutti i complici del declino

Angelo Panebianco

Ma perché mai dovrebbe esserci in Italia un futuro di crescita economica, di ampliamento della ricchezza individuale e collettiva, di assorbimento e valorizzazione delle energie giovanili, se entrambi i principali strumenti di guida e controllo della collettività, la politica e il diritto, danno l'impressione di essere stati plasmati per favorire il declino, l'accelerazione della deindustrializzazione del Paese, l'accrescimento e la diffusione della povertà?

Redazione. È singolare questo atto d'accusa contro “politica” e “diritto” per come sono stati costruiti in Italia. Quel che abbiamo davanti, infatti, è esattamente quello che il Corriere della sera ha sponsorizzato per decenni. Se la notazione critica venisse da un giornale d'opposizione, potrebbe sembrare sensata; ma dal Corriere, via...

Partiamo dal diritto. Si accusano sempre e soltanto i politici per le astruserie delle norme che regolano l'amministrazione pubblica e i rapporti fra amministrazione e cittadini. Ma i politici sono solo dei coprotagonisti e, spesso, anche impotenti (basti vedere come il cavillismo, di cui l'amministrazione pubblica è maestra, riesca oggi a ritardare, e forse anche a sabotare, l'attuazione di diverse riforme varate dal governo Monti). Quella impalcatura giuridica, soffocante e irrazionale, è gestita, plasmata, interpretata da una «infrastruttura amministrativa», una burocrazia, che, per mentalità prevalenti e stili di lavoro, è assai poco compatibile con le esigenze di una società industriale in crescita.

Red. L'«infrastruttura amministrativa» e giuridica italiana è frutto di compromessi più o meno “storici” tra esigenze oggettive e interessi di parte. Anche qui, il Corsera ha avuto per decenni un ruolo “ideologico” non secondario, consigliando sempre il conformismo alla burocrazia: sia quando si trattava di “proteggere” l'impresa e il potere, sia quando c'era da “fare le pulizie” (Tangentopoli, ecc). “Mentalità” e “stili di lavoro” sono stati sagomati per rispondere a certi input, che con “l'efficienza” e “il merito” c'entrano davvero poco. Ma l'intemerata di Panebianco contro il “cavillismo” sembra fuori luogo quanto l'incazzatura di un padre che ha dato per anni il sonnifero ai figli per non essere disturbato e poi scopre che, diventati grandi, sono tossicodipendenti.

Tale uso perverso del diritto da parte di burocrati addestrati a non fare i conti col principio di realtà non caratterizza solo l'amministrazione. Tanti operatori giudiziari sono dello stesso conio, figli della stessa tradizione giuridica che ha formato gli amministratori. Basti vedere come viene giudiziariamente gestita la vicenda dell'Ilva di Taranto. Non sembra che si voglia contemperare a tutti i costi, tenendo conto dei dati di realtà, bonifica e salvataggio della continuità produttiva e delle quote di mercato dell'azienda. Sembra piuttosto che si voglia dare, anche lì, un contributo alla de-industrializzazione del Paese. Come se la disoccupazione e la conseguente povertà non fossero anch'esse attentati alla salute, cause di mille malattie. Oppure pensiamo ai ricorsi Fiom contro la Fiat. La Fiom ha già vinto un importante ricorso su Pomigliano. Poniamo che anche altri magistrati le diano ragione. Non sarebbe forse quello, alla fine, un ottimo argomento per spingere la Fiat a prender su baracca e burattini e andarsene definitivamente? È da dubitare che ci sarebbe in tal caso una vittoria dei «diritti dei lavoratori»: quei diritti, comunque definiti, si estinguerebbero, non essendoci più i lavoratori.

Red. Ma è qui il cuore dell'argomentazione. L'amministrazione e la magistratura dovrebbero uniformarsi al “principio di realtà”, non alle norme o alla legge. Ma è noto che il “principio di realtà” può dare risultati opposti a seconda degli interessi in campo. Il boia e il condannato, per esempio: applicando lo stesso “principio di realtà” il primo cerca di portare a termine il compito, il secondo di impedirlo. Gli esempi fatti da Panebianco, però, sono davvero rivelatori dell'”interesse di classe” in questo momento. L'Ilva, i ricorsi Fiom contro la Fiat per comportamento antisindacale e il “modello Pomigliano”... In pratica Panebianco vorrebbe un mondo infernale in cui una fabbrica possa ammazzare all'infinito chi ci lavora e chi ci vive intorno, senza che nessuno – nemmeno la magistratura – possa metterci il naso. Strano, pensavamo che l'omicidio volontario, specie se seriale, fosse un reato alquanto grave... E vorrebbe anche un mondo in cui il sindacato non c'è, il lavoratore è muto, l'imprenditore fa profitti cercando le soluzioni per lui più vantaggiose.

Ma Panebianco si rivela ideologo a tutto tondo quando attribuisce alle “regole” (sulla sicurezza ambientale o sui diritti) la responsabilità di “disoccupazione e povertà”; come se solo l'assenza di leggi fosse compatibile con la logica d'impresa. È vero, naturalmente, in una sola direzione: le leggi, secondo lui, dovrebbero legare le mani soltanto ai dipendenti e ai cittadini, mai alle imprese e ai potenti.

Con il tocco “di classe” finale: “Come se la disoccupazione e la conseguente povertà non fossero anch'esse attentati alla salute, cause di mille malattie”. Ricapitoliamo: se è l'impresa a licenziare, la disoccupazione e la povertà sono “benefiche” perché aumentano la competitività; se una regola impedisce all'impresa la libertà totale (anche di omicidio), allora l'impresa fa bene a chiudere e in questo caso disoccupazione e povertà non sono benefiche. Quindi, l'unico modo di “convincere” l'impresa a restare è accettare tutte le sue scelte, anche quelle omicide, così si eviteranno le malattie della disoccupazione e della povertà (aumentando però quelle di una produzione sregolata). Coerente, non vi sembra?

Guardiamo ora alla politica. È troppo comodo, è troppo facile dire che la «demagogia» è solo quella di Beppe Grillo. Se per demagogia si intende promettere senza tener conto dei dati di realtà, senza precisare come, con quali soldi, e presi dove, e con quali conseguenze, si onoreranno le promesse, allora la demagogia è di casa ovunque: è il modo dominante mediante il quale i politici, vecchi e nuovi, si rivolgono all'opinione pubblica.

Dario Di Vico (Corriere , 22 settembre) ha ben illustrato a cosa abbia condotto la demagogia nella vicenda dell'inceneritore di Parma. I grillini avevano promesso di bloccare l'opera senza però precisare quale salasso ciò avrebbe comportato per le già disastratissime finanze comunali: una penale di 16 milioni di euro. E senza badare al fatto che la «soluzione» cosiddetta alternativa (esportare i rifiuti, secondo il luminoso esempio napoletano) imporrebbe ai contribuenti costi altissimi.

Ma, come si è detto, è facile prendersela con i grillini: con il no all'inceneritore non stanno facendo nulla di diverso da ciò che, prima di loro, hanno già fatto altri amministratori in altre zone del Paese.

Oppure, si prenda il caso di Berlusconi: promette di abolire l'Imu ma dimentica di dire da dove prenderà le risorse. O quello di Bersani, il quale, nel rigoroso rispetto della «agenda Monti» (qualunque cosa questa espressione significhi) si circonda di uomini che intendono rovesciare come un guanto la suddetta agenda, dalle pensioni al lavoro.

O si pensi a chi invoca patrimoniali in un Paese già super tassato. O a chi vaneggia di politiche industriali (che, tradotto dal politichese o dal sindacalese, significa massicci investimenti pubblici) per «sostenere l'occupazione», come se vivessimo ancora nel mondo relativamente chiuso e protetto del 1960 anziché in quello, globalizzato e iper competitivo, del 2012. Eppure, forse per la prima volta nella storia del Paese, c'è la possibilità che la demagogia abbia stancato una parte almeno dell'opinione pubblica e che quella parte attenda solo che qualcuno se ne accorga. Magari, chissà?, si è aperto uno spazio per l'anti demagogia (quella vera), la quale consiste nello spiegare dettagliatamente che cosa si intenda fare, con quali costi e quali conseguenze prevedibili, tenuto conto degli stringenti vincoli posti dalla realtà. Magari, il primo che riesca a dare di sé una vera immagine di serietà e di rigore potrebbe avere uno spazio elettorale che, data la nostra tradizione, è sempre stato fin qui negato ai non-demagoghi. Per esempio, chi scrive è convinto che se non si abbasseranno drasticamente le tasse, le tante parole che si spendono a favore della crescita economica resteranno solo chiacchiere. Ma è altrettanto convinto che se si vogliono abbassare le tasse bisogna spiegare dettagliatamente come e dove si recupereranno le risorse occorrenti.

Cattive abitudini politiche e cattivo uso del diritto spingono il Paese sulla strada del declino. Urgono idee fresche su come rovesciare la tendenza.

Red. Su una cosa, infine, Panebianco ha ragione. Constata che tra esigenze dell'economia in crisi e “qualità” della classe politica italiana c'è uno scarto molto grave. I “populismi”, da sempre, prendono un solo tema (a scelta tra tasse, inceneritori, corruzione, zingari, extracomunitari, ecc) e fanno una bandiera della soluzione semplicistica da loro immaginata per “risolvere il problema”. Problema che invece ha legami e implicazioni “sistemiche” troppo complesse per esser volgarizzate in parole d'ordine semplici.

La qualità infima della classe politica italiana è il problema che si trova davanti, oggi, la borghesia multinazionale europea. È il problema che ha momentaneamente risolto con il governo Monti, e che spera di contenere a lungo grazie al fiscal compact, al pareggio di bilancio in Costituzione e cento altri provvedimenti sulla stessa falsariga. Gli editoriali del Corsera (chiunque li scriva) servono ad accompagnare questo trasferimento di poteri (e di senso comune) dall'ambito della democrazia parlamentare a quello dei comandamenti imposti dall'alto, dai cieli della “troika” (Fmi, Ue, Bce). È questo il “principio di realtà” cui si richiama Panebianco. Lo potremmo anche chiamare “la voce del padrone”.

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Libero: “Zeman è comunista”. Sulla Rete si scatena il finimondo

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Dopo l'articolo del quotidiano di Maurizio Belpietro, su Twitter l’hashtag #zemancomunista ha ispirato la goliardia dei difensori del boemo. Con effetti altamente comici.

zemanDopo che sul quotidiano Libero di ieri è uscito un articolo su Zdenek Zeman dall’eloquente titolo “Altro che ribelle: belle parole e pochi fatti. Zdenek è un comunista…”, sulla Rete si è scatenato il finimondo. Anche perché il pezzo in questione è riuscito nell’impresa di mettere in discussione i due totem del paese, il calcio e la politica, e i suoi grandi tabù. E così in poche ore su Twitter l’hashtag #zemancomunista è entrato nella lista dei top trend in Italia. Dall’ironia alla parodia, dai fotomontaggi alle citazioni storpiate, o meglio adattate come se il tecnico boemo fosse diventato il nuovo lider maximo del marxismo-leninismo, dentro e fuori dal Grande raccordo anulare gli utenti hanno scatenato la propria fantasia.

Una risposta goliardica a un articolo scritto da un giornalista che non ha mai nascosto la sua fede (non certo zemaniana) e i suoi stretti rapporti con Luciano Moggi, che da quando è stato radiato è diventato editorialista sportivo proprio di Libero. Un articolo che è una dichiarazione d’intenti fin dal catenaccio: “Ideologia, disciplina, collettivismo e culto della personalità: fuggito dalla Praga occupata, il boemo usa metodi sovietici. E la Juve è l’alibi dei suoi flop”. Che assomma poi ardite considerazioni psico-socio-politico-calcistiche per dimostrare che Zeman e il comunismo sono la stessa cosa: ovvero dei falliti. Fino alla mirabolante conclusione: “Come il comunismo, Zdenek promette meraviglie che, alla resa dei conti, si rivelano ingannevoli miraggi”.

E così, ecco che in Rete subito si scatena la fantasiosa risposta degli ammiratori del tecnico boemo (e per estensione del comunismo?), che partendo dalle perle di saggezza contenute nell’articolo di Libero utilizzano Twitter per trasformare la AS Roma nella “Associazione Sovietica Roma”, e i gradoni tipici degli allenamenti zemaniani negli “stalingradoni”. Ovviamente accompagnati dalle note di: “Bandiera giallorossa trionferà…”. E siccome, stando al pezzo di Libero, c’è evidentemente chi ancora crede che i comunisti mangino i bambini, ecco che c’è chi è convinto che Zeman “se magni i laziali”, o chi fa orrende scoperte: “E com’è che vicino a Trigoria (centro d’allenamento della Roma, ndr) gli asili sò tutti vuoti?”.

Il binomio Zeman-comunismo tira, e in rete spuntano notizie surreali: “Sparito il vice-allenatore della Roma. L’uomo si chiama Trotsky e non da notizie da giorni”. Indiscrezioni fantasiose: “Dice che quanno Lamela tiene troppo palla er Boemo lo chiama Bakunin…”. E citazioni riadattate: “Sulla tomba di Marx a Highate è scritto: Gli allenatori hanno solo interpretato il calcio, il 4-3-3 lo ha cambiato”. Al gioco partecipano noti enigmisti come Bartezzaghi: “Opere di Zeman: La Capitale”.

E il quotidiano romano Il Messaggero addirittura propone un sondaggio: il boemo è di destra o di sinistra? La risposta può essere trovata nella frase che apre il suo sito: “A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”. O in una recente intervista a France Football, dove il tecnico boemo ha dichiarato: “Quanto agli spettatori, secondo voi, cosa preferiscono? Preferiscono vedere gol e spettacolo, la squadra che va all’attacco, e non i vari catenacci. Quindi seguo quello che dice e chiede il popolo”. Vuoi vedere che, alla fine, Zeman è davvero comunista?

tratto da Il Fatto Quotidiano del 7 settembre 2012

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Apple, un nuovo brevetto a disposizione dei tecnofascismi

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Apple, un nuovo brevetto. Per quale sicurezza?

on_offApple ha brevettato una nuova tecnologia che permetterà ai governi e alla polizia di bloccare i trasferimenti di informazioni, inclusi i video e le fotografie, in qualsiasi concentramento pubblico o luogo che viene considerato “sensibile” e “protetto all'esterno”.

In altre parole potranno avere il controllo su quello che può essere o non essere documentato con i dispositivi senza fili durante qualsiasi evento pubblico.

E mentre la compagnia dice che i luoghi così detti “sensibili” dovranno essere nella maggior parte cinema, teatri, luoghi in cui si svolgono concerti, aggiunge anche che “le operazioni segrete da parte della polizia o del governo possono dar luogo a blackout completi”.

“Inoltre” dice Apple, “la trasmissione senza fili di informazioni sensibili ad una fonte remota è un esempio di minaccia alla sicurezza.”

Queste politiche si attiverebbero attraverso il GPS e il WiFi o telefoni posizionati in stazioni base, che formerebbero un raggio d'azione intorno ad un edificio o ad un “zona sensibile” per evitare che fotocamere di telefoni scattino foto o facciano video.

Secondo alcune fonti di informazione specializzate, Apple potrebbe comunque implementare questa nuova tecnologia ma non sarà decisione sua attivare le così dette “caratteristiche”, bensì saranno i governi, le imprese, i proprietari di reti a stabilire tali politiche.

Anche se per la compagnia i luoghi “sensibili” sarebbero, per il momento, le riunioni, le presentazioni di film, le cerimonie religiose, i matrimoni, i funerali, le conferenze e gli esami accademici, la dichiarazione dell'Apple pone alcuni interrogativi: sono in molti a pensare che le autorità e la polizia potranno ora utilizzare la nuova funzione brevettata durante le proteste o le manifestazioni per bloccare la trasmissione di foto o video atti a documentare in tempo reale cosa sta accadendo in un determinato terreno di lotta, così come i video che documentano i pestaggi o analoghi da parte delle forze dell'ordine, scene che in alcuni momenti inondano immediatamente di video e foto, i siti web o i social network. Ma senza cadere in scenari così funesti e nell'allarmismo, una cosa è certa: questo nuovo brevetto di Apple dimostra come dopo aver inventato uno dei dispositivi mobili più sofisticati, sembra che stia cercando la maniera per restringerne sempre più l'utilizzo.

tratto da www.infoaut.org

8 settembre 2012

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Grillo, il razzismo e le invenzioni dell'Istituto Luce/Repubblica

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istituto-luceDal 2007, cioè dal primo anno che Senza Soste è anche online, seguiamo Grillo e il movimento 5 stelle. Abbiamo sempre detto la nostra senza sconti, ammiccamenti e senza pregiudizi. Costruendo strumenti di analisi su un fenomeno che aspira consensi sia a destra che a sinistra. Fino all'inizio dell'anno, quando l'M5S era quotato con un bacino di voti più o meno coincidente con le migliori stagioni elettorali del partito radicale, il movimento di Grillo sembrava sostanzialmente uno specchio delle nicchie di opinione politica che si agitano nella società italiana. Con la primavera, e l'accelerazione della crisi economica e di quella dei partiti della seconda repubblica, il movimento di Grillo è diventato un fenomeno di massa spesso quotato come il secondo partito italiano. Andando a portare via voti, come è successo a Parma, al Pd, il partito dell'equilibrio di potere (sotto varie forme) negli ultimi 20 anni.

Con l'inizio della campagna elettorale il Pd, che teme di perdere elettorato di sinistra verso Grillo, ha accusato lo showman genovese di fascismo. Noi abbiamo scritto questo articolo che dimostra come se c'è qualcuno che, nel momento in cui dà del fascista agli altri, è connivente con le destre è proprio il Pd.

E quando il segretario del Pd chiama l'istituto Luce, il gruppo Repubblica-Espresso, risponde. Ecco quindi che dai media di De Benedetti parte la campagna su Grillo "fascista" e "razzista". Ma l'istituto Luce di oggi non si serve dei cinema di una volta, con le pellicole in bianco e nero. Funziona invece come un gioco di rimandi tra giornale, sito, social network, titoli e commenti. E funziona grazie alle tecniche di marketing virale, quelle che fanno crescere l'attenzione su un fatto, su un commento piuttosto che un altro. Andiamo a vedere sul campo. Il 2 settembre da uno dei blog dell'istituto Luce-L'Espresso parte questo post

http://sensi.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/09/02/listigazione-a-delinquere-spiegata-a-beppe-grillo/

e quasi in conteporanea il post viene citato su youtube, dove acquista maggiore visibilità

http://www.youtube.com/watch?v=Qu9zLi6EHSU

Per chi passa in rete tra un link e l'altro il messaggio è chiaro. Grillo istiga la polizia a picchiare i marocchini. Bersani ha ragione. Visto che il dibattito su Grillo fascista è di quelli caldi, si confida nella comunicazione spontanea della rete per diffondere il messaggio e il suo significato.

Nel link su youtube prima di tutto si omette completamente che lo spettacolo citato di Grillo è del 2006. Dimenticanza? Il marketing virale, citare su più spazi da fonti ritenute affidabili, insegna che meno particolari si mettono nella notizia più questa può entrare nella scia degli argomenti più discussi. Fatto sta che si trattava di uno spettacolo e non di un comizio di addirittura 6 anni fa (anche in Bersani e Ezio Mauro è difficile distinguere lo spettacolo dal comizio ma è altra questione). Omettere questo particolare, con la campagna in atto oggi, è buttare benzina sul fuoco.

C'è un altro piccolo particolare però. Siamo andati a vedere lo spettacolo integrale.

http://www.youtube.com/watch?v=7aIQZqbDxWI

Dal minuto 49.00 in poi Grillo inizia un attacco contro il ministro Giovanardi e le sue posizioni sulle droghe leggere e sulla canapa. Poi continua con una polemica con il ministro sul concetto di “dipendenza” dal mandato dei suoi elettori. Infine lo critica perché ha raccolto firme a favore di due carabinieri e un poliziotto di Sassuolo colti a pestare un marocchino durante un arresto ripreso e finito in rete su un famoso video che fece il giro del mondo. Questo è il contesto in cui dal minuto 51.00 Grillo fa una serie di battute, brutte e infelici, sul fatto che semmai, invece di farsi riprendere in pubblico, i carabinieri potevano portarlo in questura “e dargli due schiaffetti” senza farsi vedere.

Questo il testo preciso: "Vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina· senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Lo fanno. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino. L’immagine di quel telefonino lì è andata a un miliardi di musulmani…"

Una battuta stupida e pericolosa in un paese che ha visto la mattanza della Diaz, i casi Cucchi e Aldrovandi e le numerose morti insabbiate nelle carceri (di cui Grillo stesso è stato tra i primi accusatori del sistema carcerario).· Senza contare che proprio in quella città dove ha fatto lo spettacolo, Bologna, qualche anno dopo si è scoperto che fra le forze dell’ordine c’era un nucleo in combutta con neofascisti che facevano i giustizieri della notte e pestavano da anni gli immigrati. Lo scorso agosto invece, sempre a Bologna, sono stati arrestati 4 poliziotti perché pestavano e rapinavano gli immigrati irregolari con la certezza che tanto, visto il loro status, non li avrebbero mai denunciati.

Grillo, dunque, ci mette del suo per strappare facili applausi e tenersi in equilibrio fra il suo elettorato trasversale da destra a sinistra che spesso deve nutrire con battute ad effetto che vogliono sentirsi dire, ma è altrettanto chiaro che siamo di fronte anche ad una campagna di falsificazione della realtà da parte dell'Istituto Luce-Repubblica/Espresso.

E nell'immediato funziona. I sondaggi del primo settembre, ad una settimana dalla campagna del Grillo "fascista", mostrano l'M5S in calo. Con un pur sempre ragguardevole 15%.

http://www.scenaripolitici.com/2012/09/sondaggio-ipr-pd-26-pdl-20-m5s-15.html

Noi conosciamo il gruppo Repubblica-L'Espresso. Ha costruito la favola dei successi del governo Monti, proprio quando l'economia è crollata a precipizio, ha difeso contro ogni evidenza le (si fa per dire) ragioni della Tav, della polizia a difesa della Tav, di qualsiasi genere di strazio e ristrutturazione liberista. Ce lo ricordiamo BENE anche a capo di una campagna razzista, di quelle vere, assieme a Veltroni per l'espulsione dei romeni dall'Italia dopo un grave fatto di cronaca a Roma.

L'istituto Luce detto Repubblica-Espresso non è nè di destra nè di sinistra. E' un'impresa che vende notizie di bassa qualità, quando non palesemente false, che fa sinergia con il littorio PD, un partito interessato solo a rimanere negli equilibri di potere. Anche a costo di distruggere l'Italia.

Su Grillo si può, e si deve, dire di tutto. Perchè un partito che si candida ad essere il secondo, o il terzo, soggetto politico italiano deve essere messo ad analisi anche seriamente critica. Specie quando ondeggia tra destra e sinistra come un sonnambulo. Ma non bisogna, allo stesso modo, farsi ingannare da un prodotto della propaganda dell'Istituto Luce Repubblica-L'Espresso. Roba falsa e letale come un panino di McDonald.

(red) 4 settembre 2012

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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Settembre 2012 12:38

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