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COMUNICAZIONE E MEDIA

Spagna: sarà proibito riprendere e fotografare i poliziotti

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Più la situazione peggiora a causa di tagli e licenziamenti, più cresce la protesta. E il governo di Madrid non gradisce che si documentino gli abusi e la brutalità della polizia contro i manifestanti.

Madrid e le altre città dello Stato Spagnolo, dopo pochi giorni di relativa calma, sono di nuovo attraversate da cortei di protesta contro le ‘sforbiciate’ del governo Rajoy al lavoro e allo stato sociale. Il presidio di massa attorno al Parlamento di martedì è andato relativamente liscio, ma le foto dei manifestanti con la testa spaccata dai manganelli della polizia durante le proteste delle scorse settimane hanno fatto il giro del mondo, dando della Spagna un’immagine assai meno idilliaca di quanto ‘la giovane democrazia’ vorrebbe. Le immagini di anziani manifestanti trascinati via di peso o di studenti adolescenti con il naso rotto durante le mobilitazioni del movimento ’25-S’ hanno dato la sensazione al mondo intero che il governo di Madrid, in preda al panico, abbia scelto la via della repressione selvaggia e indiscriminata. Per non parlare dell’immane brutta figura causata dalla diffusione del video che ritraeva un ‘manifestante’ che, picchiato da alcuni celerini in assetto antisommossa, era costretto a rivelare di essere un loro collega infiltrato.

E quindi ora, mentre i tribunali del Regno sono intasati di procedimenti contro i manifestanti denunciati per reati anche gravi ‘commessi’ durante manifestazioni per lo più pacifiche, le forze di sicurezza e i loro responsabili politici stanno cercando di contrastare il danno d’immagine derivante dalla denuncia della brutalità degli agenti. Come si dice: occhio non vede, cuore non duole…

E così ora l’esecutivo di destra ha presentato un progetto di riforma della Legge sulla Sicurezza dei Cittadini che, tra le varie cose, intende proibire “di acquisire, riprodurre e trattare immagini, suoni o dati di membri delle forze di sicurezza nell'esercizio delle loro funzioni, quando possono mettere in pericolo le loro vite o in rischio operazioni che stanno sviluppando». Ufficialmente, per proteggere i poliziotti dalle possibili ritorsioni delle organizzazioni criminali o terroristiche. Ma di fatto per impedire che le foto e i video che documentano le loro malefatte finiscano su siti e giornali generando indignazione e creando quindi un intralcio alla repressione delle proteste che, allo stato, sembra la principale attività dell’esecutivo insieme a quello dei tagli.

Un ‘no’ al progetto governativo di imporre il bavaglio alla diffusione delle immagini che ritraggono l’attività degli esponenti delle forze di sicurezza è venuto in questi giorni, oltre che naturalmente dai portavoce delle organizzazioni politiche, sociali e sindacali impegnate nella contestazione delle politiche di Rajoy, anche dall’associazione dei giudici progressisti. “Jueces para la Democracia” (Giudici per la democrazia) giudica infatti anticostituzionale la norma resa pubblica lo scorso giovedì dal direttore generale della Polizia spagnola, Ignacio Cosidó. Il portavoce dell’organizzazione Joaquim Bosch ha denunciato la violazione dei diritti dei cittadini a difendersi da eventuali abusi delle forze dell’ordine in caso di approvazione della cosiddetta riforma. Del resto anche il portavoce dell’associazione dei magistrati più conservatrice, Francisco de Vitoria, ha affermato di “non vedere affatto la necessità di questa riforma”. Il rispettato docente di Diritto Penale presso l’Università Carlo III, Jacobo Dopico, ha tacciato la norma che impedisce di “registrare o diffondere immagini della Polizia” di “barbarie dittatoriale”, denunciando che la cosiddetta riforma potrebbe concedere agli agenti la possibilità di ‘giudicare, sentenziare ed eseguire’ la proibizione, senza nessuna garanzia e difesa per i cittadini.

Cosidò ed altri dirigenti del Ministero degli Interni di Madrid hanno provato a smontare le argomentazioni dei detrattori della ‘riforma’ affermando che la norma non verrà applicata in caso di manifestazioni. Ma nessuno gli ha creduto e la polemica continua.
Anche perchè parallelamente alla riscrittura della Legge sulla Sicurezza il governo insiste anche sull'inasprimento delle norme del Codice Penale, che prevede da sei mesi ad un anno di carcere per quei manifestanti che mettano in atto forme di resistenza passiva o disobbedienza attiva.

Marco Santopadre

tratto da http://www.contropiano.org

28 ottobre 2012

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Caro amico "anticasta", ti spiego perché l'editoria non può essere abbandonata al mercato dopo essere stata sequestrata dai partiti

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Un testo dedicato agli amici che difendono strenuamente tanti "beni comuni", ma pensano che la stampa non sia un bene comune e vada abbandonata alle leggi di mercato tagliando ogni forma di aiuto pubblico. Il vero nemico sono le concentrazioni, non il sostegno pubblico alla cultura.

Appoggereste un movimento che vuole privatizzare i beni comuni? No, vero? Abbiamo lottato strenuamente per difendere dalle privatizzazioni e dalle speculazioni l'acqua pubblica, la scuola pubblica, la sanità pubblica e alcune reti di trasporto pubblico. Nei paesi dove la salute e l'istruzione sono diventati beni di consumo abbiamo una popolazione più malata e più ignorante, e i trasporti privatizzati sono più cari e meno capillari, come sa bene chiunque possa confrontare il servizio offerto dalle vecchie "Ferrovie dello Stato" (capace di raggiungere anche i borghi più sperduti), con quello attualmente offerto da "Trenitalia SpA", che taglia i rami secchi e favorise l'alta velocità, le tratte ad alta percorrenza e i prezzi altissimi, rottamando a colpi di "Frecce" i vecchi treni interregionali, intercity, espressi e i "notturni" che hanno aiutato tantissimi emigrati del sud a passare il natale e la pasqua con le loro famiglie.

Ma c'è un bene comune che "il popolo dei referendum" non sembra intenzionato a difendere: l'editoria, che qualcuno vorrebbe abbandonare alle spietate leggi di mercato. E quando si dice "editoria" si parla di un contenitore che racchiude tantissimi altri beni comuni: la cultura, il pluralismo, la difesa delle minoranze, l'esercizio della libera espressione, la difesa delle voci più deboli, l'autodifesa dei cittadini dai monopoli dei grandi cartelli editoriali che condizionano la vita, l'economia e la politica del paese.

Un settore molto delicato, che è commercio e servizio pubblico al tempo stesso, luogo di profitto mercantile e luogo di nutrimento dell'anima, sfera pubblica e proprietà privata. E allora proviamo a ragionarci un pò sopra per capire come funziona questo settore.

Partiamo dai dati: gli Stati Uniti hanno più di 46 milioni di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, praticamente uno su sette, un record mai raggiunto finora, e secondo le recenti segnalazioni del "Guardian" sembra che le stime più recenti dell'US Census Bureau portino questo valore a 49 milioni. Alla faccia di chi pensa che il mercato si regoli da solo portando benessere per tutti.

La favola della "mano invisibile del mercato" che autoregola l'economia offrendo a tutti le stesse opportunità si è rivelata in molte occasioni per quello che è: un imbroglio bello e buono, ed è per questo che con la nostra cultura del "bene comune" ci vengono i brividi ad immaginare una società dove non ci sono servizi pubblici di pronto soccorso e la salute è completamente in mano alle leggi della domanda e dell'offerta.

Ma c'è qualcuno che ancora si ostina a credere alla stessa teoria riproposta in modo diverso: "lasciate i giornali sul mercato senza che lo stato ci metta un centesimo, che vinca il migliore e alla fine prevarranno i giornali più onesti, trasparenti e coraggiosi". Sarà vero?

Per capire se il "mercato libero" e senza intervento statale può essere il contesto migliore per favorire il pluralismo non c'è bisogno della sfera di cristallo con cui guardare il futuro, bastano un pò di informazioni e un pò di memoria per leggere il passato. Il grafico qui sotto spiega quello che è accaduto negli ultimi anni nella "Land of the free", la terra a stelle e strisce degli uomini liberi, dove i grandi colossi mediatici hanno vissuto un processo di drastica concentrazione che nel giro di pochi anni ha ridotto del 90% il numero delle aziende che controllano la gran parte del mercato.

La concentrazione mediatica negli Usa

Nel 1983, 50 grandi "corporation" controllavano la grande maggioranza di tutti i mass media negli Stati Uniti. In quell'anno, il saggista Ben Bagdikian fu bollato come "allarmista" per aver descritto questo fenomeno nel suo libro "The Media Monopoly". Nella quarta edizione del libro, pubblicata nel 1992, Bagdikian ha previsto che questo numero sarebbe sceso fino ad una mezza dozzina di compagnie, e anche questa previsione fu accolta con scetticismo. Nel 2000, quando è stata pubblicata la sesta edizione del libro, il numero dei "grandi attori mediatici" negli USA era sceso effettivamente a sei.

Nel 2004 Bagdikian dà alle stampe "The New Media Monopoly", una edizione rivisitata ed espansa del suo best-seller, e nello stesso anno le grandi "corporation" che controllano la maggior parte dell'industria statunitense dei media si contano sulle dita di una mano: Time Warner, Disney, Murdoch's News Corporation, Bertelsmann e Viacom.

Il settore di cui si parla non riguarda solo i libri e le pubblicazioni periodiche, ma è un enorme mercato che comprende quotidiani, riviste, stazioni radiofoniche e televisive, musica, film, video, servizi televisivi via cavo e agenzie fotografiche. Un enorme "moloch" che il libero mercato statunitense ha affidato alle decisioni di cinque consigli di amministrazione, che rispondono solo ai loro azionisti e non ai cittadini della "culla delle libertà".

Ciò nonostante quando si tratta di dire "basta dare soldi ai partiti per fare giornali faziosi", molti si fanno prendere la mano e dicono "basta dare soldi all'editoria, vogliamo la stessa stampa libera che c'è negli Stati Uniti dove chiunque può andare in edicola se fa un buon giornale".

Ma questo non è vero, perché a dispetto del sogno americano che può trasformare un qualunque lustrascarpe nel proprietario di una catena di giornali, per chiunque sia estraneo a questi giochi di potere ci sono delle barriere all'entrata e delle economie di scala che penalizzano gli "outsiders".

In altre parole, è molto più facile fondare una nuova testata per la News Corporation di Murdoch che per un qualunque altro imprenditore (barriere all'entrata), una piccola casa editrice tematica ha dei costi di produzione per ogni singola copia di gran lunga superiore a quelli di un colosso editoriale (costi marginali più alti), i libri degli editori indipendenti sono ignorati, mentre ogni nuova uscita di un grande gruppo editoriale può contare sulla promozione gratuita di tutte le altre testate del gruppo (sinergie di marketing).

Le cose scritte tra parentesi sono le vere "leggi di mercato", quelle che si studiano in università, e sono le stesse leggi che ci permettono di dire con un buon grado di certezza che ogni mercato editoriale completamente abbandonato dall'intervento correttivo del settore pubblico si trasforma in un oligopolio impermeabile all'ingresso di nuovi soggetti, dove si uccide il pluralismo e si produce una "cultura di plastica" che dà spazio solo alle voci più forti, affermando uno scenario dove anche i consumi "alternativi" di cultura sono comunque ristretti in un ventaglio di opzioni ben determinato.

Questo è quello che accade in un mercato come quello statunitense, dove si producono libri per centinaia di milioni di potenziali lettori, nella lingua che è la prima al mondo per diffusione e la terza per numero di madrelingua dopo il cinese e lo spagnolo, un mercato dove le potenzialità commerciali sono infinitamente più grandi di quelle che abbiamo nel nostro piccolo paese da sessanta milioni di abitanti con dieci milioni scarsi di lettori abituali e una media di lettura tra le più basse in Europa, con il 44% degli abitanti che legge tre libri all'anno o meno, e regioni come la Sicilia dove a detta dell'Istat il 20% delle famiglie non ha libri in casa. Ripeto: non ha libri in casa.

Facendo le debite proporzioni tra noi e gli Stati Uniti, possiamo capire che l'abbandono di un settore relativamente piccolo e assolutamente debole come quello della carta stampate alle regole di un mercato predatorio rischia di creare in Italia delle forme di concentrazione ancora più odiose e soffocanti di quelle che si sono sviluppate negli USA.

Il mercato editoriale italiano

E infatti osservando la situazione nostrana si può capire come il fenomeno della concentrazione mediatica (che è il vero male da combattere) sia giunto ad uno stato più che avanzato anche nel nostro paese, per nulla mitigato da un intervento statale mai orientato verso il pluralismo, e sempre espressione dei rapporti di forza tra partiti e lobbies. Ecco qui alcuni dati, pubblicati sul numero 3 della rivista Mamma! nell'inchiesta "A chi vanno i soldi che spendiamo in edicola?"

Quello dell'editoria italiana è un mercato da quasi 5 miliardi di euro (nell'articolo si parla di "4927 miliardi, ma in realtà all'epoca ci è saltata una virgola, ed erano 4,927 miliardi) dove cinque società per azioni controllano il 71% del settore: Rcs Editori Spa (21,3%), Gruppo Editoriale L'Espresso (18,6%), Mondadori (18,3%), "Il Sole 24 Ore Spa" (10%), Caltagirone Editore (4,9%).

Nell'articolo scrivevamo anche che "l'antidoto migliore a questa concentrazione di potere e di giornali" è "sapere a chi si danno i soldi quando si compra un giornale e premiare la piccola editoria indipendente non controllata dalle cinque sorelle della carta stampata".

Se leggendo tutto questo hai capito che l'editoria è un bene comune da difendere contro gli accaparramenti e le concentrazioni mediatiche così come abbiamo difeso l'acqua pubblica dagli accaparramenti delle multinazionali dell'acqua, allora ti invito a proseguire per passare dall'analisi della situazione alla sintesi di alcuni principi condivisi. Altrimenti, se sei ancora convinto che neppure un centesimo della spesa pubblica debba essere destinato a misure che tutelano le voci più deboli dell'editoria e della cultura, e pensi che la soluzione migliore per la stampa sia un mercato completamente deregolato senza alcun intervento pubblico realizzato a nome dei cittadini e nel loro interesse, puoi tranquillamente lasciar perdere le considerazioni che seguono.

Bene. Se stai leggendo ancora vuol dire che ritieni condivisibili in tutto o in parte le considerazioni sulle peculiarità del mercato editoriale, sulla specificità dell'editoria italiana e sull'importanza di un intervento pubblico che sia orientato dai cittadini, libero dai condizionamenti dei partiti e dei grandi editori. A partire da queste considerazioni di natura generale, provo a tracciare alcuni principi che partono da convinzioni personali:

1 - La cultura e l'informazione non possono essere totalmente abbandonate alla sfera del mercato, perché dove questo è avvenuto il risultato non è stato il moltiplicarsi delle voci e il fiorire dell'editoria libera, ma la concentrazione editoriale e la creazione di oligopoli e monopoli di fatto, che creano fortissime barriere all'entrata per i soggetti nuovi che hanno qualcosa di diverso da dire.

2 - La cultura e l'informazione vanno sottratte all'indebita ingerenza dei partiti e delle lobbies come Confindustria e la Cei, che hanno monopolizzato questo settore a proprio esclusivo beneficio utilizzando i fondi per l'informazione pubblica per finanziare le proprie campagne di propaganda privata.

3 - I  criteri di sostegno alle iniziative editoriali devono essere stabiliti dai cittadini con meccanismi aperti e trasparenti, e non dai partiti con meccanismi clientelari.

4 - I finanziamenti ai quattro più grandi gruppi editoriali italiani (che hanno le spalle abbastanza larghe per stare sul mercato da soli, soprattutto se alle spalle hanno il Vaticano, Confindustria o i Partiti Politici) vanno immediatamente azzerati per favorire il pluralismo.

5 - Il sostegno pubblico garantito dai cittadini alla cultura "fuori mercato" va indirizzato a beneficio delle tante iniziative di microeditoria, riviste locali, radio e tv comunitarie, librerie di quartiere e tante altre migliaia di piccole voci che sono la vera ricchezza culturale del paese, e che per le loro dimensioni non riuscirebbero a stare "sul mercato" raccogliendo abbastanza audience, pur rappresentando un indispensabile complemento all'editoria di massa, alle testate nazionali, ai network radiotelevisivi e alle grandi catene librarie.

6 - L'intervento pubblico a correzione delle distorsioni del mercato può trasformare quelli che fino a ieri erano finanziamenti a fondo perduto in un investimento capace di creare ricchezza nel paese, rendendoci più istruiti grazie ad un settore editoriale più pluralista, dove i giornalisti non sono abbandonati alle prepotenze dei grandi editori e possono avviare più facilmente nuove iniziative autonome, senza che debba intervenire un nuovo Principe Caracciolo a finanziare gli Scalfari del terzo millennio.

Se mi hai seguito fin qui, e concordi con questi principi, ecco una possibile proposta concreta: L'OPZIONE FISCALE.

L'opzione fiscale è uno strumento che toglie potere ai partiti e lo consegna ai cittadini, rendendoli liberi di scegliere come sara' spesa o come non si potra' spendere una parte delle loro tasse.

Chi pensa che si debbano azzerare i finanziamenti all'editoria lo farà per la sua quota parte segnalando le sue intenzioni nella propria dichiarazione dei redditi, chi invece pensa che si debba finanziare una determinata testata indicherà in un apposito spazio della dichiarazione dei redditi il codice fiscale dell'associazione, dell'azienda o dell'organizzazione che realizza una determinata iniziativa editoriale ritenuta degna di sostegno. In questo modo si ottiene l'effetto benefico di decentralizzare le risorse finora concentrate nelle mani dei partiti e di pochi avidi gruppi editoriali e al tempo stesso permettere ai cittadini di finanziare anche iniziative piccolissime qualora le ritengano meritevoli di sostegno, senza vincoli sulle copie vendute, sul bacino di utenza o su altri criteri puramente "numerici" e non indicativi del valore culturale di una iniziativa.

Il discorso dell'opzione fiscale potrebbe estendersi anche ad altri ambiti, e a quel punto ad ogni dichiarazione dei redditi potremmo conoscere quanti italiani vogliono finanziare le guerre all'estero, quanti vogliono finanziare la piccola editoria, e quanti vogliono invece uno stato che non faccia guerre nè cultura e preferiscono che i soldi siano destinati agli ospedali, alle carceri e ad altri tipi di iniziative.

Il meccanismo dell'opzione fiscale è simile a quello dell'"otto per mille" destinato alle organizzazioni religiose o al "cinque per mille" destinato alle associazioni, con la differenza che l'opzione fiscale per l'editoria potrebbe prevedere anche l'eventualità di una OBIEZIONE FISCALE, cioè l'azzeramento di quei finanziamenti da parte del singolo cittadino e il riconoscimento del diritto di esprimere una scelta dicendo "io non voglio finanziare questo settore di attività", dirottando su altre spese pubbliche i soldi che sarebbero stati assegnati ai giornali, alle cosiddette "missioni di pace" o ad altre attività non imprescindibili per il funzionamento della cosa pubblica.

Il finanziamento di questi settori "non strategici" potrebbe essere affidato alle scelte espresse dai cittadini attraverso l'opzione fiscale, e il sostegno ritirato a certe attività non fondamentali (come ad esempio le missioni di pace all'estero) potrebbe essere dirottato su altre voci di spesa (ad esempio le forze di polizia tributaria per la lotta all'evasione fiscale) innescando delle spirali virtuose nell'economia nazionale.

Purtropppo nel ragionamento sull'opzione fiscale c'è un gravissimo difetto: apre uno scenario che è troppo democratico per i partiti, troppo dannoso per i grandi editori, troppo complicato per trasformarlo in uno slogan dei movimenti, troppo equilibrato per essere adottato da chi si trova a suo agio solo esprimendo posizioni massimaliste e populiste tagliate con l'accetta, troppo omnicratico e decentralizzante per essere adottato dal potere politico e da qualunque altro gruppo di potere organizzato che tende ad accentrare, controllare, dominare anche se a fin di bene.

Ma il fatto che ci siano degli obiettivi difficili non può farci chiudere gli occhi davanti alla possibilità di un altro mondo con un'altra editoria. Il fatto che sia molto ripida la salita del cammino che porta verso il disarmo, la nonviolenza, l'omnicrazia, la cultura diffusa e popolare, la libertà di pensiero e il pluralismo non può esimerci dal percorrere questa salita con l'intima persuasione che l'ingerenza dei partiti nell'editoria sia un male da evitare, ma senza abbandonare questo settore così delicato alla violenza predatoria del mercato che è un male ancora peggiore.

Nè dei partiti, nè dei padroni: la cultura, l'informazione e l'editoria devono essere controllate dai cittadini, finalizzati al bene comune e non al profitto o al tornaconto politico, governate da principi di apertura e non di selezione naturale tra le aziende più forti. Non siamo costretti a scegliere il male minore tra il potere statalista dei partiti e quello neoliberista dei consigli di amministrazione, ma abbiamo il diritto di progettare alternative e il dovere di informarci su tutte le alternative possibili.

E forse, quando avremo capito l'importanza che avevano i tratti di ferrovie locali dismessi da Trenitalia per questioni di redditività, riusciremo a capire anche l'importanza che possono rivestire in una società civile degna di questo nome dei pezzi di editoria sottratti al mercato, preziose "riserve indiane" di libero pensiero che andrebbero difese da tutti noi, anziché essere abbandonate alle insidie di un mercato dove per una presunta "autoregolazione" tutta da dimostrare alla fine la "cultura" di massa vince sulla buona editoria.

Carlo Gubitosa

tratto da  http://web.giornalismi.info

24 ottobre 2012

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AntiSecIta affonda poliziadistato.it. Ecco i documenti hackerati

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Anonymus viola i files della polizia e mette in rete una serie di cartelle di documenti di vario tipo (si possono vedere a questo indirizzo http://par-anoia.net/assessment/it/sample/). Ecco il rapporto sul movimento No Tav e sulle realtà definite estremiste. Tanto per vedere come funzionano i documenti di polizia (leggi il rapporto).

***

 

Questa notte circa 3500 documenti confidenziali della polizia di stato sono stati resi pubblici da Anonymous Italia. Nel complesso si tratta di più di un gigabyte di dati archiviati, classificati e resi consultabili on line anche su Paranoia, la piattaforma internazionale di whistleblowing lanciata quest'estate da Anonymous. Una discolsure in piena regola, seguita alla violazione dei server delle forze dell'ordine, almeno stando a quanto sostenuto dagli hacktivisiti. In un comunicato pubblicato sul blog ufficiale di Anonymous Italia, i senza volto sbeffeggiano apertamente i sistemi di sicurezza della polizia: «Da settimane ci divertiamo a curiosare nei vostri server, nelle vostre e-mail, i vostri portali, documenti, verbali e molto altro».

I documenti resi pubblici sono del più vario tipo. Un'intera cartella raccoglie elementi di indagine, circolari del ministero dell'interno, nominativi, biografie, profili penali ed informative riguardanti il movimento No Tav. Tra queste anche un lungo documento di testo (quasi una sessantina di pagine) redatto dalla questura di Torino, all'interno del quale gli organismi di pubblica sicurezza delineano un organigramma delle realtà piemontesi attive nelle mobilitazioni in Val di Susa.

Ma i contenuti di questa release antisec non finiscono certo qua. Si va da manualetti di carattere investigativo e giuridico sulle tecniche di infiltrazione nelle indagini per narcotraffico, fino alla modulistica per operazioni di routine, come accertamenti e perquisizioni personali. Sono presenti inoltre numerose screenshot della webmail della polizia che gli hacktivisti hanno consultato attraverso proxy anonimizzanti: un modo per non lasciare traccie ma anche per provare agli occhi del pubblico l'effettiva incursione nei server. Non mancano infine schede e database con le specifiche sulle cimici utilizzate per le intercettazioni ambientali, guide per la tracciatura delle comunicazioni cellulari, documenti sindacali, numerosi indirizzi email e numeri di telefono di ufficiali ed agenti di pubblica.

«Chi controlla i controllori?» si chiede Anonymous nel comunicato stampa che rivendica l'azione. Una domanda in cui sta tutto il senso dell'operazione #AntiSecIta, segnata dai dettami tipici della controcultura hacker: alla grande visibilità mediatica ottenuta corrisponde un vero e proprio rovesciamento dei meccanismi di sorveglianza che il potere applica quotidianamente nei confronti dei “corpi elettronici” degli individui, come messo in luce dalla mole di materiale reso pubblico. Il dito viene puntato contro l'operato brutale della polizia nelle manifestazioni di piazza del 5 ottobre, nei CIE, in ValSusa per arrivare fino al G8 del 2001. E sul tavolo gli anonimi avanzano poche richieste, ma in modo chiaro e determinato: l'introduzione del reato di tortura per evitare «il ripetersi di carneficine già note» (il riferimento ai fatti della Diaz ed alla recente conclusione dei processi di Genova non potrebbe essere più esplicito), «la telesorveglianza continua in ogni luogo in cui le forze dell'ordine svolgono il proprio ruolo al fine di evitare abusi» (l'allusione al caso Cucchi, alle continue morti in carcere ed a quanto accade nei CIE quotidianamente è lampante), nonché «l'apposizione di un codice ben visibile sulle divise» delle forze dell'ordine ed il loro disarmo «almeno durante il servizio di sorveglianza dei cortei».

Mentre la notizia impazza sui social network – e la rete si domanda se nei prossimi giorni altri file verranno resi pubblici – il silenzio stampa tenuto dal Viminale è assordante, segno probabilmente di un forte imbarazzo e della difficoltà ad affrontare pubblicamente la questione: d'altra parte è gravissimo il fatto che per settimane nessuno tra i tecnici al servizio del Viminale (siano essi parte della polizia postale, del CNAIPIC o di imprese private) si sia accorto dell'intrusione. Nell'economia di quest'episodio sarà importante capire su chi ricadrà la responsabilità di queste omissioni e quali teste salteranno.

Ma la storia recente di Anonymous Italia suggerirebbe prudenza prima di tirare le somme e dare frettolose valutazioni su questa vicenda. Già nel luglio 2011, a poche settimane dagli arresti che li avevano colpiti, gli anonimi dichiararono pubblicamente di essere entrati in possesso di materiale scottante appartenente al CNAIPIC (una delle strutture d’eccellenza dell’attività investigativa e d’intelligence della polizia) . Anche allora un'operazione in grande stile che venne però disconosciuta dopo soli due giorni dallo stesso blog su cui era stata rivendicata. Un colpo di scena che aveva provocato malumori e dissapori all'interno dello stesso network degli hacktivisti italiani. Fino all'intervista, rilasciata per Repubblica a marzo di quest'anno da un'esponente del collettivo, che raccontava l'origine dei leaks pubblicati. Il materiale non veniva da un'azione di hacking ma da Hector Monsegur, in arte Sabu: ex leader di Anonymous, passato dall'altra parte della barricata e diventato informatore dell'FBI, dopo essere stato individuato dalle autorità federali statunitensi nel giugno del 2011.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

tratto da http://www.infoaut.org

23 ottobre 2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 23 Ottobre 2012 20:08

Vietare le foto della polizia violenta, è l’ultima trovata di Madrid

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La diffusione delle fotografie degli scontri tra studenti e polizia è stata devastante per l'immagine della Spagna. Ora, il governo vuole approvare una legge che proibirà di acquisire e riprodurre immagini delle forze di sicurezza nell'esercizio delle loro funzioni. E la popolarità di Rajoy continua a diminuire

spagna_feriti_scioperoMADRID – Mentre la Spagna annaspa nella peggiore confusione economica e sociale della sua storia e non si sono ancora placate le proteste dei giorni scorsi che hanno riversato nelle strade migliaia di studenti, mobilitati contro i recortes, i tagli all’istruzione, il Governo conservatore di Mariano Rajoy si appresta ad approvare una legge destinata a riaccendere gli animi.

Il direttore generale della Polizia, Ignacio Cosidó, ha annunciato l’imminente riforma della Legge di Sicurezza Cittadina che, tra le varie norme, proibirà «di acquisire, riprodurre e trattare immagini, suoni o dati di membri delle forze di sicurezza nell'esercizio delle loro funzioni, quando possono mettere in pericolo le loro vite o in rischio operazioni che stanno sviluppando». In tal modo, secondo i vertici della Policia, si vuole assicurare «un equilibrio tra la protezione dei diritti dei cittadini e quelli delle forze di sicurezza».

Con buona pace del diritto di cronaca e d’informazione, Cosidó vuole proteggere la sicurezza e l'intimità personale e familiare degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico o contro la criminalità.

Una legge che, secondo il direttore generale, è indispensabile contro mafia e terrorismo, ma che potrebbe assumere una finalità ambigua, dopo i violenti scontri tra forze dell’ordine e manifestanti, documentati non solo dai fotoreporter, ma anche da centinaia di immagini e filmati realizzati con i telefonini da indignados e studenti. Immagini che hanno denunciato l’eccessiva aggressività e violenza usata dalla polizia contro manifestanti per lo più inermi e disarmati, oltre ad aver mostrato le infiltrazioni di gruppi sospetti di provocatori.

Pochi giorni fa, nel caldo delle ultime violenza tra chi protestava in nome della democrazia e chi era chiamato a vigilare sull’ordine pubblico, un numeroso gruppo di deputati del Partido Popular (che compone l’attuale maggioranza dell’esecutivo), aveva chiesto di rivedere il diritto a manifestare introducendo misure più restrittive. «Un modo – questo - per delegittimare gli spagnoli che scendono in piazza per protestare contro i tagli alla spesa pubblica», ha commentato il quotidiano El País.

Le intenzioni dei popolari di dare un giro di vite al sacrosanto diritto di manifestare pubblicamente, assieme alle misure restrittive di Cosidó, gettano un’ombra sinistra sulle reali ragioni del provvedimento.

«E’ facile sostenere che le proteste, culminate in scontri tra forze dell’ordine e cittadini, mettono in pericolo la vita dei poliziotti - ha scritto il quotidiano Publicó - ma a noi riesce solo di pensare, davanti a tale legge, che il Governo stia solo tentando maldestramente di impedire la circolazione di fotografia troppo imbarazzanti per i vertici di Polizia che potrebbero essere chiamati dall’opinione pubblica a dover spiegare simili eccessi di violenza usati nel garantire l’ordine».

Le immagini del 25-S, quando la piattaforma che riunisce gli indignados di Spagna chiamò lo scorso settembre tutti a circondare il Parlamento di Madrid, sono state riprese sulle copertine e le prime pagine dei maggiori giornali stranieri, testimoniando la violenta e inedita reazione delle forze dell’ordine. Alcuni hanno paragonato la violenza degli scontri con la mattanza del G8 di Genova del 2001, puntando il dito sulla Polizia spagnola che aveva trasformato una semplice operazione di contenimento, in una vera e propria operazione militare offensiva.

Le fotografie crude di studenti, giovani e pensionati pestati a sangue dagli agenti sono state devastanti per l'immagine della Spagna, già umiliata da un servizio fotografico del New York Times che mostrava senza pietà l'impoverimento della società, calcando la mano su una situazione che sembrava appartenente a un povero paese africano, più che alla settima potenza economica mondiale.

Nelle ore successive alle manifestazioni, numerosi giornalisti, assieme ai movimenti degli indignados avevano lamentato la rimozione delle targhette di riconoscimento dalle divise degli agenti impegnati: un modo per impedire l’identificazione e un’eventuale denuncia per abuso.

La legge spagnola è chiara in proposito: i poliziotti devono essere sempre identificabili, in ogni circostanza, tranne quando impegnati in operazioni contro mafia e terrorismo. Tuttavia si moltiplicano le testimonianze che vedono poliziotti sbeffeggiare e minacciare i manifestanti che esigono di vedere i loro dati identificativi sulla divisa.

Un vero autogol per il governo di Rajoy, sempre più in calo di credibilità: i cittadini gli avevano chiesto di fare in modo che i poliziotti rispettassero la legge durante le manifestazioni, ma, come risposta, hanno avuto il divieto di fotografare i poliziotti in azione nelle manifestazioni.

Roberto Pellegrino

 tratto da http://www.linkiesta.it/

20 ottobre 2012

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Bufale su Facebook: gli status sulla privacy sono inutili

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Arriva in Italia il post che molti utenti pubblicano sulle proprie bacheche. Viene dagli Usa, non ha nessuno scopo pratico e non può averne

spia-sat1Dichiaro quanto segue: qualsiasi persona o ente o agente o agenzia di qualsiasi governo, struttura governativa o privata, utilizzando o il monitoraggio di questo sito o qualsiasi dei suoi siti associati…”. Inizia così la bufala più recente che spopola in questi giorni in Italia. Inutile dire che per proteggere la privacy non può bastare uno status, soprattutto se questo fa riferimento alle leggi presenti nell’Ucc (Uniform Commercial Code) che non ha nulla a che vedere con la riservatezza e, vale la pena sottolinearlo, essendo un libro di leggi americane, è fuori luogo pensare che possa avere validità anche in Italia.

Ecco il testo completo. 

"Dichiaro quanto segue: Qualsiasi persona o ente o agente o agenzia di qualsiasi governo, struttura governativa o privata, utilizzando o il monitoraggio di questo sito o qualsiasi dei suoi siti associati, non ha il mio permesso di utilizzare informazioni sul mio profilo, o qualsiasi parte del suo contenuto compaia nel presente, compreso ma non limitato alle mie foto, o commenti sulle mie foto o qualsiasi altra «immagine» pubblicata nel mio profilo o diario. Sono informato che a tali strutture è strettamente proibito divulgare, copiare, distribuire, diffondere o raccogliere informazioni o intraprendere qualsiasi altra azione riguardante o contro di me tramite questo profilo e il contenuto dello stesso. Divieti precedenti si applicano anche ai dipendenti, stagisti, agenti o qualsiasi personale sotto la direzione o il controllo di dette entità. Il contenuto di questo profilo è privato e le informazioni in esso contenute sono riservate al circolo di persone alle quali esso è destinato. La violazione della mia privacy è punita dalla legge. UCC - 1 - 308 - 1-103. Facebook è ora un'entità quotata in borsa. Tutti sono incoraggiati a pubblicare un bando come questo, o se preferite, è possibile copiare e incollare questa versione. Non pubblicare tale dichiarazione almeno una volta, indirettamente permette l'uso di oggetti quali immagini e informazioni nei vostri aggiornamenti di stato pubblici".

Per meglio comprendere le dinamiche che animano il tamtam virtuale di fake simili a questo abbiamo raggiunto l’avvocato Fulvio Sarzana, curatore dell’omonimo blog ed esperto di privacy sul Web. “Quella che circola in queste ore è una traduzione zoppicante che girava già mesi fa in inglese, uscita in concomitanza con il sondaggio con cui Facebook invitava gli utenti a pronunciarsi circa le proprie volontà in fatto di privacy”. Il testo dello status fa effettivamente riferimento ad un codice esistente, cosa che conferisce credibilità al messaggio “si sfrutta la paura della gente che terze parti o forze dell’ordine possano entrare nei profili”, continua l’avvocato Sarzana, “possibilità che viene data dalla magistratura a fronte di un reale pericolo o di fondato sospetto e che non può di certo essere lenita dalla presenza di un simile status sulla propria bacheca”. Anche l’accordo tra Polizia Postale e Facebook, a inizio 2011, aveva fatto montare la polemica a causa di un’altra bufala, quella secondo cui le autorità avrebbero potuto controllare i profili degli utenti italiani senza l’apposita approvazione della magistratura. Polemica arrivata in Parlamento con tanto di interrogazione: un’altra bufala. 

“In realtà”, continua Sarzana:  “l’unico modo per proteggere la propria privacy è quello di fare un uso accorto delle impostazioni di Facebook”. Cosa peraltro ribadita al punto 2 delle dichiarazioni dei diritti e delle responsabilità di Facebook in cui si legge che il proprietario di ciò che viene postato è l’utente e che ne cede a Facebook una licenza non esclusiva.

In quanto grossa entità di richiamo per la Rete e gli infonauti, Facebook è piuttosto soggetta a bufale tra quelle nuove e quelle meno nuove che si ripresentano però con una certa ciclicità: su tutte quella che prevedeva l’introduzione di un fee di  4 dollari e 99 cents per l’uso del social network ; è apparsa con buona regolarità dal 2009 al mese di settembre del 2011 e si è ripresentata ad inizio 2012 cambiando soggetto, non più Facebook ma Instagram, tanto per restare in famiglia.

Ha tenuto banco per mesi la convinzione (anche in questo caso falsa) che alcuni hackers fossero in grado di pubblicare, a nostro nome, insulti e video a sfondo sessuale sulle bacheche dei nostri contatti. Se ne è parlato da novembre 2011 a maggio 2012, poi il silenzio. Ma restiamo in attesa di nuovi sviluppi.

Non da ultimo, ma in questo caso siamo tutti certi si trattasse di un clamoroso fake, la notizia secondo cui Zuckerberg, stressato dal troppo lavoro, avrebbe deciso di chiudere per sempre Facebook il 12 marzo scorso.

tratto da

http://daily.wired.it/news/internet/2012/09/18/messaggio-privacy-facebook-bufala-123434.html

18 settembre 2012

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