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COMUNICAZIONE E MEDIA

Focus Al Jazeera: i trailer dentro la rivoluzione araba

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al_jazzeraPresentiamo un'antologia di video promo e trailer trasmessi dal canale in lingua araba Al Jazeera. Alcuni sono dei video che pubblicizzano dei programmi di approfondimento proposti dall'emittente del Qatar, altri sono dei veri e propri trailer in cui la redazione del network esprime esplicitamente il proprio punto di vista sugli eventi legati alla primavera araba.

Si tratta di clip che da circa 6 mesi vengono trasmessi continuamente, 24h su 24h, raggiungendo le case di milioni e milioni di arabofoni sparsi nel mondo. E' un'antologia parziale che prende in considerazione la Tunisia, l'Egitto, la Libia e lo Yemen mostrando così le differenti angolature del punto di vista politico e forme di narrazione che il network televisivo satellitare ha scelto per trattare i singoli eventi.

Il ruolo di Al Jazeera nei movimenti rivoluzionari arabi è un ruolo da protagonista, carico di decisive ambivalenze e contraddizioni, ma che non può essere sottovalutato quando si tenta di comprendere cosa stia accadendo nella sponda sud del mar Mediterraneo. Con questo primo focus vogliamo condurre il lettore italiano nello streaming del canale arabo presentando i clip con delle brevissime introduzioni che segnalano l'incisività del network nell'orientare e risocializzare i segni dei movimenti rivoluzionari arabi.

Non si tratta di un'approfondimento ma di una prima introduzione critica per il lettore italiano ad uno dei canali più odiati e amati, controverso e sempre più egemone nel flusso della comunicazione globale.

Guarda i video

tratto da www.infoaut.org

2 giugno 2011


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Oms, verdetto su cellulari e wireless: "Potrebbero causare il cancro"

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L'Agenzia internazionale per la ricerca sui tumori mette sotto accusa campi magnetici e radiofrequenze in quanto fattori di rischio per il glioma al cervello. Ma avverte: "E' il risultato degli studi portati avanti finora, servono ancora accertamenti"

cellulare_stopROMA - L'uso dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless "potrebbe causare il cancro negli essere umani". E' il "verdetto" annunciato oggi dall'Agenzia internazionale per la ricerca contro i tumori, organismo di consulenza specializzato dell'Organizzazione mondiale della sanità. Il rischio accertato, a parere dell'Agenzia, riguarda in generale i campi elettromagnetici di radiofrequenza e include i telefoni portatili. Il team, composto da 31 esperti dell'International agency for research on cancer (Iarc), si è incontrato nei giorni scorsi a Lione e, ha spiegato Jonathan Samet, presidente del gruppo di lavoro, "ha raggiunto questa conclusione basandosi sull'analisi degli studi epidemiologici effettuati sugli esseri umani", ma anche su test sugli animali.

"In entrambi i casi - ha spiegato Samet - le evidenze sono state giudicate 'limitate' per quanto riguarda il glioma e il neurinoma acustico (tumore del nervo uditivo, ndr), mentre per altri tipi di tumore non ci sono dati sufficienti". Gli esperti hanno sottolineato che serviranno ulteriori ricerche prima di avere conclusioni definitive: "La nostra classificazione implica che ci può essere qualche rischio - ha aggiunto l'esperto - e che tuttavia dobbiamo continuare a monitorare con attenzione il link tra i cellulari e il rischio potenziale. Nel frattempo è importante prendere misure pragmatiche per ridurre l'esposizione, come l'uso di auricolari o il preferire i messaggi di testo alle telefonate ove possibile".

Un annuncio che inevitabilmente riapre il dibattito lungo 20 anni sulla sicurezza della telefonia mobile per la salute umana. Si contano 5 miliardi di telefonini in tutto il mondo, solo in Italia quasi due a testa, circa 100 milioni di cellulari. dal canto suo, il Codacons ha annunciato una class action: "Già da tempo il nostro ufficio
legale, sulla base delle conoscenze finora acquisite ha avviato un studio sulla fattibilità di un class action in favore di tutti coloro che utilizzano telefonini cellulari in relazione ai danni alla salute da questi prodotti. Dopo l'allarme lanciato dall'Oms la nostra azione collettiva prende sempre più forma ed è destinata ad approdare a breve in tribunale", afferma il presidente dell'associazione, Carlo Rienzi. "Dopo la notizia diffusa oggi - prosegue Rienzi - chiediamo al Ministero della Salute di obbligare i produttori di apparecchi telefonici ad apporre sui cellulari avvertenze circa possibili pericoli per la salute al pari di quanto già avviene per i pacchetti di sigarette".

Nella lunga polemica sulla tesi della pericolosità delle radiofrequenze, che l'industria ha sempre contestato, il verdetto odierno dell'Agenzia, che sarà sottoposto all'Oms, non mette dunque un punto fermo, ma si limita a rilanciare l'allarme: "Le prove, che continuano ad accumularsi - ha aggiunto Samet - , sono abbastanza da giustificare una classificazione al livello 2b", uno dei cinque livelli che definiscono i prodotti possibilmente cancerogeni. Il livello 2b identifica, nella fattispecie, il principio di pericolosità dovuto all'abuso, cioé ad un utilizzo intensivo - in questo caso - del telefono cellulare o del wi-fi in ambienti ristretti. Per fare un esempio, nella classificazione 2b c'è anche il caffè, il cui abuso può provocare danni fisici all'essere umano.

I produttori, che assicurano il finanziamento di studi indipendenti per conoscere l'effettivo rischio, sottolineano che la classificazione fissa il rischio ad un terzo livello su una scala di 5 livelli, un livello che "contiene altre sostanze di uso comune come ad esempio il caffè e i sottoaceti".

E anche dall'Istituto Superiore di Sanità si sottolinea la necessità di studi ulteriori: "Quello più importante si chiama Cosmos, e coinvolge 250 mila persone in tutta Europa - conferma Susanna Lagorio epidemiologa dell'Istituto scientifico del Ministero della Salute - e dovrebbe riuscire a superare tutte le limitazioni dei precedenti. Nel frattempo le raccomandazioni di limitare l'uso del telefonino sono più che altro a scopo precauzionale, perchè solo l'Oms può dare indicazioni di salute pubblica, e lo farà probabilmente tra due anni in un volume apposito sulle radiofrequenze".

Quello che è certo è che sul rapporto tra cellulari e tumori la scienza in questi anni si è divisa: alcuni studi hanno ritenuti i telefonini potenzialmente cancerogeni, altri li hanno assolti e altri ancora, come la ricerca Interphone, finanziata dall'Organizzazione mondiale della sanità e i cui risultati erano stati diffusi lo scorso dicembre, non erano arrivati ad alcuna certezza che l'utilizzo dei cellulari, anche prolungato, potesse aumentare il rischio di tumori al cervello.

Ma oggi l'Oms, grazie al suo gruppo di 34 esperti che ha definito i campi elettromagnetici come 'possibly carcinogenic', cerca di aggiungere un tassello alle attuali conoscenze.

Rimangono perplessità che lo studio Interphone, il più grande mai effettuato sulla pericolosità dei telefoni cellulari, non era riuscito a dissipare nonostante 10 anni di lavoro, più di 19 milioni di euro e 10mila interviste condotte in 13 Paesi. Le cifre uscite dalla ricerca parlavano di un'assenza di rischio per gli utilizzatori, fatta eccezione per i più assidui, anche se erano gli stessi autori a mettere le mani avanti. "I risultati non ci permettono di dire che c'è qualche rischio associato all'uso dei telefonini - affermava Christopher Wild, direttore dell'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) dell'Oms, che ha finanziato lo studio - ma è anche prematuro affermare che il rischio non c'è". I risultati dello studio avevano mostrato una minore probabilità di sviluppare i tumori in chi utilizzava poco il telefonino rispetto anche ai soggetti sani, mentre per gli utilizzatori più assidui, che comunque non superavano la mezz'ora al giorno, è risultato un maggior rischio per il glioma pari quasi a un terzo.

In questi ultimi mesi non sono mancati altri studi sull'argomento, spesso con risultati contraddittori. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso febbraio le telefonate lunghe modificano l'attività del cervello nelle zone limitrofe alla posizione dell'antenna, ma non è chiaro se questo cambiamento di attività abbia dei significati dal punto di vista della salute, e anzi per un'altra ricerca l'uso del telefonino aumenterebbe la memoria. Un'altro studio aveva messo in luce invece alcuni effetti negativi sulla fertilità. Tuttavia, nonostante le poche certezze, lo scorso 27 maggio il Consiglio d'Europa ha deciso di dire no ai telefonini nelle scuole e far utilizzare nelle classi i collegamenti fissi per internet invece del wi-fi per ridurre i pericoli derivanti dell'esposizione ai campi elettromagnetici, sulla base del principio di precauzione.

tratto da www.repubblica.it

(31 maggio 2011)

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Mastella e la sua promessa di suicidarsi. 18 mila persone glielo ricordano su facebook

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mastella3ROMA – Il povero Mastella, chiuso nel suo feudo di Ceppaloni, ora ha il problema se deve mantenere la ferale promessa che aveva fatto soltanto un mese fa. “Se vince De Magistris mi suicido” aveva detto. Una frase buttata lì senza pensarci troppo. Ma in molti l’hanno presa sul serio. Su facebook hanno aperto una pagina che, in pochi giorni, ha raccolto più di 18 mila fans: “Ricordiamo a Clemente Mastella che ha promesso di suicidarsi” si intitola. “Fai vedere che sei un vero uomo d’onore” commenta Giorgia Minnucci. “Mastella non essere clemente con te stesso” aggiunge Luca Pasello. Commenti crudeli, certo, come siamo soliti leggere sul social network più frequentato del mondo. Ma che consiglierebbero all’ex ministro della giustizia di essere più prudente la prossima volta.

Infatti, Clemente dovrebbe prima comprendere che oramai l’aria che tira non è più la stessa, che forse il Paese non sa più che farsene di personaggi come lui, che fondano la propria avventura sulle oscillazioni. Non è il caso di suicidarsi, certo, e noi non glielo auguriamo affatto. Magari, tirarsi via in pensione, quello sì. Con un assegno d’oro, come usano i parlamentari di vecchio corso. Non se lo meriterebbe, ma noi glielo concediamo. In cambio del suo silenzio. Un silenzio altrettanto d’oro.

La pagina di facebook

tratto da http://www.dazebaonews.it

30 maggio 2011

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G8, i potenti vogliono il web

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internet_mondo_g8Internet, un affare di stato e di impresa. È questa la visione che Nicolas Sarkozy ha voluto dare del Web, che ha «cambiato il mondo», ma che richiede «senso della responsabilità» da parte degli operatori. Il presidente francese ha inaugurato ieri la maratona del G8, che si concluderà giovedì e venerdì al vertice di Deauville, con un primo e-G8, dedicato a Internet. Ai giardini delle Tuileries era presente tutto il Gotha del web-business, da Eric Schmidt di Google a Mark Zuckerberg di Facebook, passando per John Donahoe di eBay o l'indiano Mittal di Barthi Airtel e i presidenti dell'oligopolio francese, Jean-Bernard Lévy di Vivendi, Stéphane Richard di Orange, Xavier Niel di Free. Solo all'ultimo momento, per decenza, è stata organizzata una tavola rotonda a cui partecipa una blogger egiziana, accanto a Reporters sans frontières, un consigliere di Hillary Clinton e dei rappresentanti di Twitter e Google, per discutere di libertà di espressione e cyberdissidenza.

Si tratta difatti di un vertice privato organizzato dai privati (3 milioni di euro, finanziati dai potenti invitati), che ha di fatto escluso i cittadini. Anche se Sarkozy è stato obbligato a ricordare che «i popoli dei paesi arabi hanno mostrato al mondo che Internet non appartiene agli stati», l'obiettivo era mettere dei paletti e reintrodurre il controllo dei governi, che in Francia è in atto con la contestata legge Hadopi, che prevede il blocco della connessione per chi scarica illegalmente. «Sarebbe una contraddizione voler escludere i governi da questo immenso forum», ha detto Sarkozy di fronte a un pubblico di circa 1500 persone, la maggior parte rappresentanti delle grandi imprese del web. Dimenticare che i governi sono i soli «rappresentanti legittimi della volontà generale», per Sarkozy vorrebbe dire «prendere il rischio del caos democratico, dell'anarchia». Rischi della trasparenza totale, difesa del diritto d'autore (citando Beaumarchais), messa in guardia contro le derive della pornografia e del terrorismo, per Sarkozy Internet deve diventare «civilizzato», cioè deve sottoporsi al controllo statale. «Una vernice di modernità, che non è altro che una concezione medievale del dibattito», ha commentato il socialista Christian Paul. «Una mascherata», secondo Jérémie Zimmermann, della Quadrature du Net, un'organizzazione che difende le cyber-libertà. Ma Sarkozy ha proposto di rendere fissa l'iniziativa, convocando un e-G8 prima di ogni vertice annuale del gruppo degli otto.

Alla riunione, Internet è stato preso in considerazione soprattutto come una questione di interesse economico. Un rapporto presentato ieri rivela che il peso del web è ormai del 3,4% del pil dei 13 paesi presi in considerazione (quelli del G8 più Brasile, Cina, India, Svezia e Corea del sud). Ha anche un impatto positivo sull'occupazione, creando 2,6 posti di lavoro ogni volta che ne distrugge uno.
L'e-G8 ha aperto una settimana di incontri al vertice, sotto la presidenza francese del G8-G20. Prima del vertice di Deauville, è in corso a Parigi un Forum dell'Ocse, l'organizzazione dei paesi più ricchi del mondo nata con i piano Marshall, che celebra i 50 anni e si cerca un'identità (vent'anni fa, rappresentava l'80% del Pil mondiale, oggi solo il 60% e tra vent'anni calerà al 40%, visto che è un'organizzazione del nord del mondo, che pur avendo accolto Messico e Cile, non comprende né India né Cina). Domani inizia anche la ministeriale Ocse, presieduta da Hillary Clinton, a cui per l'Italia partecipa il ministro Giulio Tremonti.

Anna Maria Merlo

tratto da www.ilmanifesto.it

25 maggio 2011

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Come la stampa legittima e delegittima i movimenti

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censuraNel mese di dicembre, dopo la rivolta romana del 14, Repubblica indirizzò la corrazzata Saviano contro i manifestanti. Lo scopo era esplicito: usare l'autorità morale dello scrittore per normare i comportamenti dei movimenti. La stampa italiana ha una lunga tradizione di intervento nei movimenti per cercare di regolarne i comportamenti. Il tentativo di separare i manifestanti "accettabili" da quelli inaccettabili è patrimonio professionale dei media italiani fin dal '68. La stessa storiografia dei movimenti è stata influenzata da questo fenomeno. Come vediamo però da questo bell'articolo di Paolo Mossetti su Nazione indiana il fenomeno non ha solo caratteri nazionali. Anzi, nella stampa britannica rivela immediatamente un carattere che il caso italiano possiede in altre forme ma che fa più fatica a mostrare. La selezione tra movimenti "accettabili" e inaccettabili in Inghilterra è fatta, sui media, direttamente da professionisti che appartengono all'élite della società britannica.
Un articolo da leggere a fondo, che fa capire molto del rapporto tra media e movimenti in Gran Bretagna, in Italia e sul piano globale dell'informazione

(red) 23 maggio 2011

la fonte


Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.

Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!

Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.

Lo Standard, quotidiano destrorso britannico, è un foglio di smaliziata e cristallina furbizia che ben fa da portavoce a queste oligarchie. Tapparsi il naso e leggere come affronta argomenti quali la protesta studentesca non è mai un esercizio inutile: è il modo per capire una certa strategia comunicativa.

Tanto per cominciare, la lotta che i movimenti di protesta in tutto il mondo stanno portando avanti, dalla ricca Londra alla assai meno ricca Tunisia, sia pure generata da condizioni e bisogni diversi, in fondo si può riassumere così: una lotta dei giovani depredati del loro futuro contro le oligarchie di cui sopra. Eppure, fateci caso, nella lotta nessuno pronuncia quella parola: classe. Se è diventata tabù, ormai da decenni, lo è diventata per un motivo ben preciso: perché abbiamo dimenticato, o fingiamo di dimenticare, che le oligarchie finanziarie e mediatiche – le vere responsabili della crisi di questo decennio – hanno una comunicazione interamente o quasi sottoposta ai loro interessi; una comunicazione che quotidianamente deruba, spossessa le altre categorie non solo dei loro diritti, ma anche della loro identità. E toglie loro, letteralmente, le parole da bocca: imponendo il vocabolario che vuole, le “parole chiave” che vuole. Con la complicità dei manipolati, non di rado.

Esiste sì, come insegna la filosofia greca, una derivazione naturale dei nomi: sono le cose stesse che suggeriscono le parole da usare, e se un ragazzo si presenta alle manifestazioni vestito da clown è giusto che venga definito clown dai giornali. Ma i linguaggi parlati sono molteplici, e una componente di arbitrarietà ci deve per forza essere: quindi le cose tendono a suggerire il nome con cui chiamarle, ma dopo di che il Potere ci lavora sopra, limando, pianificando, istruendo, correggendo il tutto con i suoi razionali interessi.

In questi ultimi mesi, forse anni, il primo passo è stato quello di formare, presso l’opinione pubblica più timorosa e conservatrice – non importa quale partito essa voti – l’identikit del perfetto manifestante: egli, almeno qui a Londra, dev’essere per definizione un soggetto apolitico interessato solo a non pagare rette troppo alte, e guai a sventolare bandiere che non siano del suo gruppetto studentesco; egli è libero di scorazzare dal punto A al punto B, dalle ore tot alle ore tot – pacificamente: ovvero limitandosi a urlare slogan e a mostrare striscioni. I violenti – quelli che provocano disordini -, devono essere schedati come minoranza-che-va-isolata-e-

condannata. Cambiate leggermente le parti di questo schema, e vedrete che è una formula buona per tutti i luoghi e tutte le occasioni. Ma chi contribuisce a importarla, a tradurla, ad amministrarcela?

Sul fronte della “piazza”, qui in Inghilterra si discute molto del Lifestyle anarchism teorizzato da Murray Bookchin , per definire coloro i quali vivono l’anarchismo più come un vestito da indossare, o una serie di «routine» estetizzanti, che come una reale pratica quotidiana: facendone fare così le spese a chi è coerente nell’ombra, nella sobrietà: sono questi dunque – gli attivisti del click, gli anarchici trendy, i manifestanti cool, etc. – i volti visibili identificabili nominabili della protesta, che fanno comodo agli intervistatori della BBC come a tutte le tv di Stato.

Poi c’è il fronte di quelli che chiameremmo gli intermediari tra la piazza e le oligarchie. La giornalista Carolle Cadwalladr ha condotto sull’Observer una ricerca interessante, analizzando come le elite provenienti da Oxford-Cambridge continuino a dominare in modo spaventoso l’establishment politico e culturale britannico: il duo «Oxbridge» sforna, da solo, oltre all’80% degli avvocati inglesi, un terzo di tutti i ministri e la metà di tutti i leading journalists del Regno Unito. Chi ha avuto la fortuna di aver studiato in una di queste prestigiose facoltà – a stragrande maggioranza bianche e ricche –, ha dunque altissime possibilità di diventare uno dei columnist che giudicheranno, interpreteranno, filtreranno le proteste di domani.

Molti reporter “progressisti”, seppur giovani e volenterosi, provengono da lì, da questo background affluente: ed è giusto o scortese chiedersi come ne vengano influenzati? Sarà un caso, ma a leggere il Guardian e il New Statemen – due voci labour tra le più infestate di oxbridgiani – sembra che la ribellione sia composta ancora, come quarant’anni fa, da una idealizzata middle – upper class di figli di papà che si prende cura degli oppressi, e che per gli oppressi è schierata in prima fila nei cortei; che i lifestyle anarchists, i clicktivist dal sorriso facile di cui sopra, siano davvero la nuova prima linea degli scontri. Forse in una realtà parallela. In quella che ho vissuto io, da novembre a oggi, sono gli incappucciati delle aree più povere, i figli degli immigrati, ma anche gli squatters diciottenni senza alcun titolo e senza sindacato, a trasformare le noiose passeggiate della middle class contestataria in un momento di esplosione del conflitto sociale; ad occupare i palazzi del potere – vedi la Millbank Tower ridotta ad uno scheletro pieno di vetri e cartacce – e i simboli delle corporation.

I clicktvist servono, in Inghilterra come in Italia il Popolo Viola o i Girotondi, a fornire del companatico tranquillizzante alle cene dei moderati. Ma questi soggetti, scelti non a caso da chi lavora nei grandi media, non rendono neanche vagamente idea dello scontro in atto. Non a caso, per distanziarsi dal ricatto buonista, il collettivo radicale UKUncut ha usato uno slogan inquietante, mutuato dalle facoltà occupate del Wisconsin: Screw us and we multiply, fotteteci e ci moltiplicheremo. È uno slogan che – gramscianamente, senza saperlo – fa i conti con il pessimismo della ragione – l’eterna sconfitta dei movimenti – e l’ottimismo della volontà – non avere altra scelta che moltiplicarsi.

Tutto è performance, ed è nell’esibizione di una “diversità radicale”, disturbante, la prima risposta a quelle keywords “progressiste” che dagli scrittori-giornalisti-preti di questa o quella famiglia e consorteria intellettuale e morale vengono sovraimposte sul movimento. Per costoro va bene sovreccitarsi per le rivolte mediorientali, ma guai a superare certi confini verbali e fisici nel Vecchio Continente, guai a mettere in discussione il loro primato, il loro linguaggio, il loro ambiguo lavorio. La seconda risposta, ben più importante, verrà dopo la performance: nella coerenza delle pratiche, nella quotidianità delle rinunce, dei sacrifici.

Dunque esiste, nell’interpretazione e nella divulgazione della protesta, una “questione di classe”, oppure bisogna credere a chi tenta di rimuoverla furbescamente, dando voce non a chi ha già perso tutto ma ai beautiful losers di professione – che sempre resteranno a galla?

Nelle assemblee di protesta di questi mesi, a Londra come a Roma o a Parigi, ho apprezzato che si tornasse a vedere a vedere quali sono le condizioni di vita degli oppressi, dei senza-futuro che scendono in piazza. Ma mi auguro che presto si faccia lo stesso nei confronti di chi quelle piazze le commenta: il dislivello tra le paghe degli opinionisti di professione, che accumulano carriere e titoli, e quello degli oppressi che da quegli stessi opinionisti vengono descritti e giudicati non è mai stato così scandaloso. Credo che sarà questa una svolta fondamentale nelle tattica dei movimenti.

Con questo non vorremmo imporre certo una sorta di realismo socialista alla Zdanov e liquidare brutalmente ogni formalismo, ogni pensosità, e censurare chiunque si avvicini al movimento: dialogare tutti insieme è importante, bianchi e neri, poveri e ricchi; anche prendere manganellate insieme e farsi rinchiudere insieme nei recintaggi polizieschi. Ma se non di odio, dunque, almeno di “disprezzo di classe” dovrebbe essere lecito e onorevole poter parlare: un disprezzo che abbia come obiettivo non l’esclusione dei singoli membri di una classe dalla protesta, ma la ridiscussione di quella classe; di quella borghesia compiaciuta che spesso strizza l’occhio ai suoi figli in piazza, senza rendersi conto di essere diventata parte di quelle oligarchie che strozzano sul nascere il loro futuro.

C’è la consapevolezza, e forse ci sbaglieremo, che mai come ora non si ha più voglia né di dare ricette né di riceverle. Specie se di fronte a noi c’è un giornalismo che più che essere “partecipativo”, “sul campo”, ha la funzione di un vero cavallo di Troia: manipolatore e subdolo; e bisogna pure dire che in questa generalizzata diffidenza verso tutti i poteri e verso i mediatori professionali – noi compresi – c’è un clima che fa star bene, perché non impedisce al sangue di affluire al cervello e di farsi resistenza attiva.

http://www.sinistrainrete.info/societa/1382-paolo-mossetti-street-fightin-press
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