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COMUNICAZIONE E MEDIA

Apple, un nuovo brevetto a disposizione dei tecnofascismi

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Apple, un nuovo brevetto. Per quale sicurezza?

on_offApple ha brevettato una nuova tecnologia che permetterà ai governi e alla polizia di bloccare i trasferimenti di informazioni, inclusi i video e le fotografie, in qualsiasi concentramento pubblico o luogo che viene considerato “sensibile” e “protetto all'esterno”.

In altre parole potranno avere il controllo su quello che può essere o non essere documentato con i dispositivi senza fili durante qualsiasi evento pubblico.

E mentre la compagnia dice che i luoghi così detti “sensibili” dovranno essere nella maggior parte cinema, teatri, luoghi in cui si svolgono concerti, aggiunge anche che “le operazioni segrete da parte della polizia o del governo possono dar luogo a blackout completi”.

“Inoltre” dice Apple, “la trasmissione senza fili di informazioni sensibili ad una fonte remota è un esempio di minaccia alla sicurezza.”

Queste politiche si attiverebbero attraverso il GPS e il WiFi o telefoni posizionati in stazioni base, che formerebbero un raggio d'azione intorno ad un edificio o ad un “zona sensibile” per evitare che fotocamere di telefoni scattino foto o facciano video.

Secondo alcune fonti di informazione specializzate, Apple potrebbe comunque implementare questa nuova tecnologia ma non sarà decisione sua attivare le così dette “caratteristiche”, bensì saranno i governi, le imprese, i proprietari di reti a stabilire tali politiche.

Anche se per la compagnia i luoghi “sensibili” sarebbero, per il momento, le riunioni, le presentazioni di film, le cerimonie religiose, i matrimoni, i funerali, le conferenze e gli esami accademici, la dichiarazione dell'Apple pone alcuni interrogativi: sono in molti a pensare che le autorità e la polizia potranno ora utilizzare la nuova funzione brevettata durante le proteste o le manifestazioni per bloccare la trasmissione di foto o video atti a documentare in tempo reale cosa sta accadendo in un determinato terreno di lotta, così come i video che documentano i pestaggi o analoghi da parte delle forze dell'ordine, scene che in alcuni momenti inondano immediatamente di video e foto, i siti web o i social network. Ma senza cadere in scenari così funesti e nell'allarmismo, una cosa è certa: questo nuovo brevetto di Apple dimostra come dopo aver inventato uno dei dispositivi mobili più sofisticati, sembra che stia cercando la maniera per restringerne sempre più l'utilizzo.

tratto da www.infoaut.org

8 settembre 2012

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Grillo, il razzismo e le invenzioni dell'Istituto Luce/Repubblica

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istituto-luceDal 2007, cioè dal primo anno che Senza Soste è anche online, seguiamo Grillo e il movimento 5 stelle. Abbiamo sempre detto la nostra senza sconti, ammiccamenti e senza pregiudizi. Costruendo strumenti di analisi su un fenomeno che aspira consensi sia a destra che a sinistra. Fino all'inizio dell'anno, quando l'M5S era quotato con un bacino di voti più o meno coincidente con le migliori stagioni elettorali del partito radicale, il movimento di Grillo sembrava sostanzialmente uno specchio delle nicchie di opinione politica che si agitano nella società italiana. Con la primavera, e l'accelerazione della crisi economica e di quella dei partiti della seconda repubblica, il movimento di Grillo è diventato un fenomeno di massa spesso quotato come il secondo partito italiano. Andando a portare via voti, come è successo a Parma, al Pd, il partito dell'equilibrio di potere (sotto varie forme) negli ultimi 20 anni.

Con l'inizio della campagna elettorale il Pd, che teme di perdere elettorato di sinistra verso Grillo, ha accusato lo showman genovese di fascismo. Noi abbiamo scritto questo articolo che dimostra come se c'è qualcuno che, nel momento in cui dà del fascista agli altri, è connivente con le destre è proprio il Pd.

E quando il segretario del Pd chiama l'istituto Luce, il gruppo Repubblica-Espresso, risponde. Ecco quindi che dai media di De Benedetti parte la campagna su Grillo "fascista" e "razzista". Ma l'istituto Luce di oggi non si serve dei cinema di una volta, con le pellicole in bianco e nero. Funziona invece come un gioco di rimandi tra giornale, sito, social network, titoli e commenti. E funziona grazie alle tecniche di marketing virale, quelle che fanno crescere l'attenzione su un fatto, su un commento piuttosto che un altro. Andiamo a vedere sul campo. Il 2 settembre da uno dei blog dell'istituto Luce-L'Espresso parte questo post

http://sensi.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/09/02/listigazione-a-delinquere-spiegata-a-beppe-grillo/

e quasi in conteporanea il post viene citato su youtube, dove acquista maggiore visibilità

http://www.youtube.com/watch?v=Qu9zLi6EHSU

Per chi passa in rete tra un link e l'altro il messaggio è chiaro. Grillo istiga la polizia a picchiare i marocchini. Bersani ha ragione. Visto che il dibattito su Grillo fascista è di quelli caldi, si confida nella comunicazione spontanea della rete per diffondere il messaggio e il suo significato.

Nel link su youtube prima di tutto si omette completamente che lo spettacolo citato di Grillo è del 2006. Dimenticanza? Il marketing virale, citare su più spazi da fonti ritenute affidabili, insegna che meno particolari si mettono nella notizia più questa può entrare nella scia degli argomenti più discussi. Fatto sta che si trattava di uno spettacolo e non di un comizio di addirittura 6 anni fa (anche in Bersani e Ezio Mauro è difficile distinguere lo spettacolo dal comizio ma è altra questione). Omettere questo particolare, con la campagna in atto oggi, è buttare benzina sul fuoco.

C'è un altro piccolo particolare però. Siamo andati a vedere lo spettacolo integrale.

http://www.youtube.com/watch?v=7aIQZqbDxWI

Dal minuto 49.00 in poi Grillo inizia un attacco contro il ministro Giovanardi e le sue posizioni sulle droghe leggere e sulla canapa. Poi continua con una polemica con il ministro sul concetto di “dipendenza” dal mandato dei suoi elettori. Infine lo critica perché ha raccolto firme a favore di due carabinieri e un poliziotto di Sassuolo colti a pestare un marocchino durante un arresto ripreso e finito in rete su un famoso video che fece il giro del mondo. Questo è il contesto in cui dal minuto 51.00 Grillo fa una serie di battute, brutte e infelici, sul fatto che semmai, invece di farsi riprendere in pubblico, i carabinieri potevano portarlo in questura “e dargli due schiaffetti” senza farsi vedere.

Questo il testo preciso: "Vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina· senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Lo fanno. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino. L’immagine di quel telefonino lì è andata a un miliardi di musulmani…"

Una battuta stupida e pericolosa in un paese che ha visto la mattanza della Diaz, i casi Cucchi e Aldrovandi e le numerose morti insabbiate nelle carceri (di cui Grillo stesso è stato tra i primi accusatori del sistema carcerario).· Senza contare che proprio in quella città dove ha fatto lo spettacolo, Bologna, qualche anno dopo si è scoperto che fra le forze dell’ordine c’era un nucleo in combutta con neofascisti che facevano i giustizieri della notte e pestavano da anni gli immigrati. Lo scorso agosto invece, sempre a Bologna, sono stati arrestati 4 poliziotti perché pestavano e rapinavano gli immigrati irregolari con la certezza che tanto, visto il loro status, non li avrebbero mai denunciati.

Grillo, dunque, ci mette del suo per strappare facili applausi e tenersi in equilibrio fra il suo elettorato trasversale da destra a sinistra che spesso deve nutrire con battute ad effetto che vogliono sentirsi dire, ma è altrettanto chiaro che siamo di fronte anche ad una campagna di falsificazione della realtà da parte dell'Istituto Luce-Repubblica/Espresso.

E nell'immediato funziona. I sondaggi del primo settembre, ad una settimana dalla campagna del Grillo "fascista", mostrano l'M5S in calo. Con un pur sempre ragguardevole 15%.

http://www.scenaripolitici.com/2012/09/sondaggio-ipr-pd-26-pdl-20-m5s-15.html

Noi conosciamo il gruppo Repubblica-L'Espresso. Ha costruito la favola dei successi del governo Monti, proprio quando l'economia è crollata a precipizio, ha difeso contro ogni evidenza le (si fa per dire) ragioni della Tav, della polizia a difesa della Tav, di qualsiasi genere di strazio e ristrutturazione liberista. Ce lo ricordiamo BENE anche a capo di una campagna razzista, di quelle vere, assieme a Veltroni per l'espulsione dei romeni dall'Italia dopo un grave fatto di cronaca a Roma.

L'istituto Luce detto Repubblica-Espresso non è nè di destra nè di sinistra. E' un'impresa che vende notizie di bassa qualità, quando non palesemente false, che fa sinergia con il littorio PD, un partito interessato solo a rimanere negli equilibri di potere. Anche a costo di distruggere l'Italia.

Su Grillo si può, e si deve, dire di tutto. Perchè un partito che si candida ad essere il secondo, o il terzo, soggetto politico italiano deve essere messo ad analisi anche seriamente critica. Specie quando ondeggia tra destra e sinistra come un sonnambulo. Ma non bisogna, allo stesso modo, farsi ingannare da un prodotto della propaganda dell'Istituto Luce Repubblica-L'Espresso. Roba falsa e letale come un panino di McDonald.

(red) 4 settembre 2012

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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Settembre 2012 12:38

Streaming discriminante

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Adiconsum, l’Associazione per la Difesa dei Consumatori che fa riferimento alla CISL, ha da poco inviato all'Antitrust una segnalazione formale intesa a denunciare una gestione scorretta da parte di Rai, Sky e Mediaset dei propri servizi multimediali. Secondo quanto riportato nella nota, infatti, il servizio di trasmissione offerto dai tre poli generalisti - che secondo le pubblicità avrebbe dovuto essere disponibile su tutti i tablets e gli smartphones - non è stato in effetti reso possibile per tutti i dispositivi, ma solo per quelli marchiati Apple, Windows o Samsung.

Ufficialmente, la Rai aveva promesso che gli Europei di Calcio sarebbero stati visibili in streaming su tutti i dispositivi mobili; e altrettanto veniva assicurato per Sky Go con le Olimpiadi di Londra. In realtà, è opinione dell’associazione che sia stata messa a punto una vera e propria discriminazione degli utenti sulla base delle loro scelte tecnologiche.

Se infatti Sky trasmette solo sugli applicativi del colosso di Cupertino e sul sistema operativo Android (in dotazione ai tablets Samsung e ad alcuni modelli di smartphone), Rai e Mediaset hanno privilegiato l'applicazione Microsoft Silverlight che è compatibile solo con i sistemi operativi di Windows e Mac.

In questo modo gli utenti che hanno scelto prodotti o software diversi da quelli sopracitati si sono ritrovati tagliati fuori dalle trasmissioni nonostante avessero sottoscritto un contratto (nel caso di Sky Go e di Mediaset Premium) o semplicemente confidassero nello streaming del servizio pubblico (nel caso della Rai).

Dunque, stando a quanto afferma il segretario Pietro Giordano, “Adiconsum ritiene che tale materia necessiti di uno specifico intervento dell'Antitrust sia a tutela dei diritti del consumatore, per garantire la vendita corretta degli apparati, e dei contenuti multimediali sia per garantire una concorrenza trasparente fra i produttori di device, valutando se gli accordi con i produttori di contenuto distorcono o meno il mercato.

E se Mediaset e Sky - che sono società private - rischiano di veder riconosciuto solo un lieve difetto di comunicazione, le cose per Rai - che dovrebbe offrire invece un servizio pubblico ed essere dunque accessibile a tutti - potrebbero non essere altrettanto semplici. Non solo per quanto concerne gli ultimi eventi sportivi, ma in generale per l’intera offerta online la cui fruizione è decisamente aumentata nell'ultimo lustro.

Il problema è quello annoso della neutralità tecnologica, ovvero un principio di design/uso applicato alle reti a banda larga che forniscono accesso ad internet, ai servizi telefonici e alle trasmissioni televisive. Stando al paradigma positivo, una rete “neutrale” dovrebbe essere priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano, risultando così universalmente accessibile agli utenti, qualunque sia il dispositivo in loro possesso.

Lo scorso 25 maggio il Governo ha ratificato con una legge le disposizioni Ue in materia di comunicazioni elettroniche, in particolare le direttive 2009/136/CE e 2009/140/CE, modificando il Codice delle Comunicazioni  per “rafforzare i diritti degli utenti in materia di trasparenza nei rapporti con i fornitori di servizi, con riferimento, ad esempio alle condizioni definite nei contratti stipulati con gli operatori.

L'abbattimento del digital divide torna dunque al centro del dibattito, con l’Adiconsum pronta a far leva sul principio della neutralità tecnologica per mettere in luce le distorsioni che tale meccanismo impone al mercato. Giordano e la sua associazione chiedono pertanto di rendere le pubblicità più trasparenti e pungolano l’Antitrust affinchè vigili più attentamente sulle promozioni messe sul mercato dagli operatori televisivi, così che l’utente non possa essere tratto in inganno da un mercato frammentato e disomogeneo.

Ad Audiconsum va in ogni caso il merito di aver prodotto una nuova e interessante riflessione sul tema della neutralità di accesso, ostacolo sempre vivo che la lotta di mercato tra i grandi gruppi non consente di aggirare in virtù delle rispettive posizioni di forza e delle frizioni di cui la concorrenza (in questo caso sleale) si nutre a spese e a scapito dei cittadini.

Mariavittoria Orsolato

tratto da http://www.altrenotizie.org

28 agosto 2012

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Kim Schmitz, Jimbo Wales, Steve Wozniak e la lex mercatoria di Internet

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schmitzÈ di questi giorni la notizia che Kim “Dotcom” Schmitz, pasciuto imprenditore e fondatore di Megavideo, torna on-line. Passata la bufera di gennaio, che, a ridosso del primo sciopero di internet, aveva sepolto sotto una coltre di ordinanze di sequestro la piattaforma di videosharing più popolare al mondo, si fa primavera. Anzi estate, e la temperatura si alza anche in rete. Occhiali scuri di ordinanza, dito medio bello in vista e dalle coste della Nuova Zelanda, dove l'ex-hacker tedesco ha posto la sua residenza, viene rilanciato il progetto momentaneamente accantonato dopo il raid dei man in black dell'FBI: Megabox, «un sito che presto permetterà agli artisti di vendere le proprie creazioni direttamente agli acquirenti e consentirà loro di tenere per sè il 90% degli introiti». Un annuncio battuto dalla grancassa retorica della liberazione tecno-utopista - «Venghino lor signori, artisti, bardi e menestrelli venghino! Liberatevi dalle catene e dall'oscurantismo dei signori della discografia!» - e che segna l'inizio di una competizione sul terreno delle major: quello della distribuzione. 

Come per ogni lancio pubblicitario che si rispetti c'è un testimonial di grido. E forse per non sfigurare nelle foto che lo ritraggono su Twitter, Dotcom ne ha scelto uno bello pesante: Steve Wozniak, co-fondatore della gloriosa Apple dei tempi che furono, quella che negli anni Ottanta issava la bandiera dei pirati sul quartier generale di Cupertino. «Violare il copyright è sbagliato, così come lo è guidare oltre il limite di velocità» ha dichiarato il carismatico guru ed amico dell'Ifu Steve Jobs «Ma non lasciamo che tutto ciò fermi il progresso dell'era digitale. Ricordo che Apple è stata la prima a trovare trovare un buon compromesso tramite iTunes. Grazie al cielo non è stato bloccato sul nascere». Parole che fanno il paio con quanto affermato da Gabriele Piccini su un intelligente articolo apparso qualche mese fa sul manifesto, dove si affermava che «vincerà la sfida tra vecchia comunicazione e Rete chi riuscirà a trovare un nuovo modello di business. Che salvaguardi i diritti di autore […] ma salvaguardi anche quelli degli utenti, non chiuda insomma la cornucopia della rete, perché indietro non si può tornare».

Nel frattempo Jimbo Wales, leader indiscusso di Wikipedia, dalle colonne del Guardian si schiera in difesa dell'ennesima vittima del furore cieco degli studios hollywoodiani. Vittima eccellente a dire la verità: è Richard O'Dwyer, inglese, 24 anni, studente della Hallam University di Sheffield e creatore di TvSchack.net, un aggregatore di link con cui accedere a film e serie televisive. A O'Dwyer il suo estro imprenditoriale è costato caro: in cambio di quindicimila sterline pulite al mese (frutto della vendita di spazi pubblicitari su Tvshack.net) si è visto recapitare una richiesta di estradizione negli Stati Uniti per violazione del diritto di autore. Se il tribunale di Sua Maesta la Regina dovesse accettare, dall'altro capo dell'oceano lo attende un lungo processo che potrebbe terminare con una condanna a 10 anni. Nerd, giovane e perseguitato, O'Dwyer è un simbolo ideale o, come ha scritto Wales nella petizione on-line sul sito Change.org, «il volto umano di una battaglia globale tra gli interessi dell'industria cinematografica e televisiva e del pubblico». Vicenda la sua dal retrogusto un po' kafkiano: l'universitario è cittadino britannico e, non solo ha utilizzato quasi esclusivamente servizi internet britannici, ma sopratutto non ha violato alcuna legge vigente nel Regno. Eppure, nonostante questo, rischia di finire nella pancia del mostro per rimanerci un bel po' in soggiorno obbligato. Ma ad essere a rischio non è solo la libertà del giovane Richard, ma anche la forma di impresa à la Google, in tutto e per tutto simile a quello adottata da Tvschack.net

Qual'è il tratto che accomuna queste tre notizie?

Certo, tre grandi icone pop e rappresentanti della cultura libertarian che danno spettacolo per promuovere o difendere il modello di business dell'anarco-capitalismo che sta spazzando via, byte dopo byte, quello delle major dell'entertainement. Ma sopratutto si tratta di tre casi di quella che J. Nye ha definito come la nuova lex mercatoria di Internet: un processo che vede un numero crescente di soggetti sviluppare le norme ed i codici della rete, sottraendosi così parzialmente al potere delle burocrazie tradizionali e delle istituzioni politiche formali. Le quali si trovano così obbligate a rinegoziare i rapporti di forza negli strati di relazioni e negli ambienti on-line di cui hanno ormai perso il pieno controllo.

Suona come una novità? Non dovrebbe, visto che anche nei mesi appena trascorsi altri due fatti di importanza eccezionale hanno chiaramente affermato come questo sistema di norme scritto dagli attori commerciali di internet lavori a pieno regime.

A gennaio Camera e Senato statunitense avevano dovuto demordere dall'approvazione di SOPA e PIPA – due delle leggi più liberticide che la storia di Internet avesse mai conosciuto – di fronte ad una mobilitazione trasversale della rete, fomentata in particolar modo da Wikipedia e dalle grandi internet companies come Facebook e Google che avevano alzato il drappo della “libertà di espressione” e della “difesa dei diritti degli utenti”. Drappo accuratamente riposto dai giganti della Silicon Valley appena un paio di mesi più tardi, di fronte ad una nuova proposta di legge (CISPA) non meno pericolosa per le sempre più effimere libertà della rete. Una schizofrenia presto spiegata. SOPA e PIPA imponevano costosi vincoli di carattere economico alle aziende della Bay Area (sorveglianza dei loro network e rimozione e filtraggio di contenuti illeciti) che CISPA non prevedeva: al contrario, questo secondo disegno legislativo, garantiva assoluta impunità alle compagnie web nella gestione dei dati personali dei loro utenti (ivi compresa la possibilità di consegnarli agilmente alle forze di polizia nei numerosi casi previsti dalla legge in questione).

Dunque, un vero e proprio tentativo di imporre alla sfera (sempre meno) pubblica del web i propri interessi commerciali. Esattamente come quanto avvenuto con l'introduzione della cosiddetta “censura selettiva” che Twitter ha cominciato ad applicare a febbraio sul suo network. Una misura tecnica che prevede l'implementazione di policy geolocalizzate nelle infosfere di differenti paesi e che permette agli amministratori del social network in 140 caratteri di cancellare contenuti di utenti specifici da paesi specifici. All'orizzonte la tanto agognata possibilità di avere finalmente accesso allo sterminato mercato cinese, introducendo una gestione dei flussi di dati in “armonia” con le richieste censorie delle celesti autorità di Pechino. Ed allo stesso tempo, come ha affermato Stefano Quintarelli, un'evoluzione di carattere tecnico che riduce gli spazi di libertà in rete rendendo inefficaci le tradizionali tecniche (come VPN, proxy e TOR) utilizzate per aggirare firewall ed altre forme di blocco dell'informazione.

Il sogno di Internet come più grande agorà nella storia dell'umanità si avvia al tramonto allora? Forse no, perché come afferma Geert Lovink nel suo ultimo saggio (“Ossessioni Collettive” pubblicato in Italia da Egea) in rete sta scoppiando una nuova bolla. Non quella presagita dal flop della quotazione in borsa di Facebook, ma quella del modello del consenso neoliberista del web 2.0 che, sotto le sue spoglie libertarie, cela una tecnologia di comando e controllo totale. L'ultimo esempio ce l'ha dato proprio il social network in blu giusto ieri quando, esercitando quello che il gruppo Ippolita ha definito come “potere di default”, ha modificato gli indirizzi mail dei suoi 900 milioni di utenti a loro insaputa. Una scelta che ha scatenato feroci polemiche sintetizzate nella domanda posta dal blogger Gervaise Markham: «Chi controlla il modo in cui mi presento su Facebook? Adesso so che non sono io». Il Silicon Valley Consensus, poco alla volta, comincia a mostrare le prime crepe. E potrebbe andare in frantumi se i movimenti sociali sceglieranno di prendere la strada delle “reti organizzate” per dare vita a strategie di riappropriazione di saperi, conoscenze e socialità. Sottraendoli una volta per tutte a quella nuova lex mercatoria di Internet, scritta a più mani da Kim Schmitz, Steve Wozniak, Mark Zuckerberg e dagli altri parassiti del capitalismo digitale.

Infofreeflow (@infofreeflow) per Infoaut

tratto da http://www.infoaut.org

27 agosto 2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 28 Agosto 2012 16:50

Copyright: "diritto d’ editore", diritto di censura

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Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: “La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta.” – De Civitate Dei, Agostino d’ Ippona

censuraPer meglio comprendere le dinamiche sociali insite nella grande “C” cerchiata che compare sulla maggior parte dei prodotti dell’ intelletto, conviene partire da dove è più solito farlo, dalla Storia.

Mentre nell’ antichità, anche a causa di una diffusa analfabetizzazione, raramente si è sentita la necessità di tutelare legalmente l’ autore di un opera, è in tempi abbastanza recenti e solo con l’ avvento della stampa che si inizia a parlare di “diritti di copia” (copyrights).
Nell’ Inghilterra del XVI secolo, a seguito dei nuovi mezzi di stampa “di massa” iniziarono a circolare documenti di ogni sorta in grandi quantità, talvolta riportando contenuti non graditi al monarchia dell’ epoca. Costoro ebbero quindi la bella idea di fondare una corporazione privata – la London Company of Stationer – il cui compito era controllare i testi in circolazione per approvare soltato quelli autorizzati dal governo.
Per rendere tutto perfettamente legale furono ideati, appunto, i cosiddetti copyrights, diritti di copia concessi agli editori autorizzati che diventarono così unici detentori delle nuove opere, ottenendo l’ esclusiva della stampa di queste, garantendosi il monopolio editoriale e svolgendo un ruolo inquisitorio nei confronti della libera circolazione di idee.
Il copyright, insomma, fu concepito dai governi al semplice scopo di privilegiare le case editrici e attuare una dura censura.
Le cose rischiarono di cambiare quando, nel 1649, venne a scadere il Decreto regio e i privilegio editoriali, portando maggior libertà di pubblicazione ai librai di provincia, i cosiddetti “pirati” irlandesi e scozzesi.
Nel frattempo inoltre, la situazione politica inglese era stata rovesciata più e più volte, in un alternarsi di monarchia e repubblica, con l’ approvazione del Bill of Rights nell’ imporsi di idee liberali, contrarie alle tradizionali politiche censorie.
Le cas(t)e editoriali, vedendo mancare l’ appoggio che erano solite vedere nei poteri, tentarono di ottenere comunque un buon compromesso, sfruttando con un po’ di arguzia il rapporto tra autore ed editore.
Data la scarsità dei mezzi necessari per la stampa e la distribuzione di opere, soltanto nelle mani di pochi, gli editori avrebbero lasciato agli autori il diritto di proprietà (cosa che prima non avveniva), ma gli autori avrebbero potuto cedere tramite contratto questo diritto per usufruire dei mezzi necessari alla diffusione dell’ opera cartacea. L’ editoria non avrebbe quindi guadagnato da una censura commissionata ma dal necessario trasferimento di diritti d’ autore da parte degli scrittori. Disposizione, queste, che videro la luce con la prima norma moderna sul copyright, lo Statuto di Anna.

Terminando qui la favola e sperando di non aver annoiato nessuno, partiamo subito dall’ estrapolare da questi fatti uno degli aspetti più importanti dell’ analisi sul copyright: il copyright non è un diritto-d’-autore bensì un privilegio in mano ai detentori dei mezzi di distribuzione, dalle case editoriale alle lobby discografiche, quella che già in questo blog, discutendo del caso Megaupload avevamo definito con le parole di Wark McKenzie “classe vettoriale”.
Riproducendo le classiche dinamiche capitalistiche all’ interno della produzione intellettuale, l’ “operaio cognitivo” – autore – è in questo caso ancora soggiogato dai proprietari dei mezzi di produzione, ai quali deve vendere i propri diritti non disponendo delle stesse risorse.
Il copyright, indicato anche come “proprietà intellettuale” è infatti il tentativo di esportare il concetto di proprietà nel mondo dell’ intangibile. Ma i beni immateriali, idee in primis, non soffrono di scarsità, perchè riproducibili all’ infinito e senza costi aggiunti. Essendo però la scarsità caratteristica necessaria della merce per un corretto funzionamento del sistema capitalistico, ecco che questa viene immessa, creata artificialmente, dichiarando illegale la copia di un opera intellettuale.
Parlando appunto di pirateria informatica, streaming, e delle possibilità che il Web offre nella libera diffusione di opere ci rendiamo conto di un altro aspetto fondamentale, che è la progressiva obsolescenza di cui sta soffrendo la “classe vettoriale” a causa delle nuove tecnologie.

Diffondere gratuitamente da casa un libro, scaricare musica o qualsivoglia contenuto, scrivere e addirittura stampare un testo in maniera così semplice era cosa impensabile tempo addietro, ma soprattutto è grazie a questa difficoltà che l’ editoria londinese ha potuto far leva sui poteri per ottenere i privilegi. Motivo per cui è tempo per il copyright, così come ora concepito, di fare un passo indietro.
Le politiche di repressione attuate da alcune case discografiche cercando di colpevolizzare con video insulsi l’ utilizzo del file sharing e aumentando la durata di reclusione a tempi da capogiro dimostrano l’ inadattabilità dell’ economia ai nuovi tempi, e non potranno far altro che nuocere ancor più la diffusione commerciale. Il mondo si sta evolvendo in una direzione dalla quale è ben difficile tornare indietro, indi per cui sarà necessario re-inventare i processi produttivi, quando possibile limitando inutili trasporti, e possibilmente senza difendere obsoleti processi per il semplice fatto che creano occupazione.

A dover indicare la nuova rotta per le decisioni in materia, dovrebbe essere anche la tutela per la libera cultura, cosa che le attuali norme in materia di copyright mettono seriamente in pericolo, occultando inoltre l’ aspetto di prodotto collettivo che è connaturato in ogni sapere.
Ogni inventore, per quanto concependo un’ opera di sua iniziativa, attinge sempre ed inevitabilmente ad un calderone di conoscenze e saperi prodotto inconsapevolmente da ogni individuo, e lo fa prendendo qualsiasi spunto da testi diversi, rimodellando un invenzione di un autore precedente, e soprattutto permettendosi il suo lavoro grazie alla libera circolazione di queste idee. Circolazione che il capitale sfrutta per “catturare” prodotti di un lavoro intellettuale comunitario per mercificarli attraverso una vera privatizzazione. Per dirla con le parole di un vecchio filosofo francese la proprietà intellettuale è un furto!

A maggior ragione, contrariamente all’ opinione comune secondo la quale il diritto di paternità è un incentivo alla produzione, il copyright è invece un enorme ostacolo per quella condivisione che è alla base di qualsiasi innovazione, fatto per giunta ripetutamente dimostrato nell’ arco dei secoli, da quando il brevetto della macchina a vapore a nome di Watt ha bloccato le sue stesse ricerche e ritardato la rivoluzione industriale di trent’ anni, fino ai casi recenti, in cui la proprietà intellettuale diventa un grandissimo vincolo per il diritto alla vita, qualora paesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo sono costretti a pagare cifre spropositate per poter conseguire ricerca in campo medico. (Si compagn*, il copyright uccide!)

D’ altro canto, la storia insegna anche che tante belle opere dell’ ingegno possono nascere senza il bisogno della paternità, come dimostrano i grandi testi dell’ epoca antica, dal Decameron alla Divina Commedia, opere eterne nate quando il diritto dell’ autore non sapevano neanche cosa fosse.
Anche in termini recenti i casi non mancano, e tante sono gli scrittori che decidono di pubblicare i loro scritti sotto licenze libere, senza aver paura di finire sul lastrico.
D’ altronde non è difficile immaginare come la diffusione di un opera, anche gratuitamente online, possa rendere il pubblico a conoscenza di un autore, portare in giro il suo nome, diffondere le sue parole, e poi inevitabilmente portargli introiti.
Le alternative al copyright sono sì tante, applicate ognuna ad un ambito diverso della produzione e attingenti tutte dall’ idea originale di licenza Copyleft che Richard Stallman coniò in ambito informatico (GPL), per preservare il software libero prodotto collettivamente dalla comunità del web dalle grinfie delle grandi case di software. Da allora tanti sono stati i tentativi di simulazione – tra cui le licenze Creative Commons, applicate appunto all’ editoria e all’ arte -  e tante anche le proposte alternative, come l’ interessante idea di copyfarleft introdotta da Dmytri Kleiner. Kleiner nel suo “Manifesto Telecomunista” accusa le licenze Creative Commons (“Copyjustright”) di non risolvere il problema di fondo, ovvero l’ emancipazione della classe produttrice nei confronti di quella editoriale, e arriva ad ideare una licenza “estrema”, appunto il copyfarlefto, che a differenza delle CC-”Non Commerciale” permette soltanto alle cooperative di lavoratori-proprietari di ricavare tramite l’ utilizzo dell’ opera mentre nega questo diritto alle imprese private fondate sul lavoro salariato. Insomma in poche parole non “Non commerciale” ma “commerciale-ma-dipende-da-chi”.
Un idea forse di difficile applicabilità, certo è che un obiettivo fondamentale oltre la circolazione di sapere è anche tutelare il lavoro cognitivo, garantire i diritti necessari di quella classe emergente che sono i lavoratori dell’ intelletto, obiettivo questa che può esser raggiunto soltanto estirpando dal mondo della cultura e della scienza ogni superfluo tentativo di mercificazione, e per il quale una garanzia come un reddito garantito potrebbe essere benissimo un passo considerevole.

La lotta prefiguratasi è certo ardua, un campo in cui da ambo le parti si gioca d’ astuzia e con grande strategia, da un lato difendendo il libero accesso alla cultura ed i diritti dei lavoratori, dall’ altro approfittando qualsiasi circostanza per monopolizzare, monetizzare e accaparrarsi il possibile nello sconfinato recinto dei beni comuni. Se a questo aggiungiamo le recentilotte contro SOPA e ACTA ci possiamo rendere conto di come ancora oggi, a livello globale, in nome della proprietà intellettuale si possano compiere grandi azioni censorie.
Insomma, i tempi passano ma la Storia è sempre la stessa.

Che alla fine vincano i pirati o la marina, l’ importante è sin da ora conoscere contro chi abbiamo a che fare.

PS: per imparare a debellare la repressione intellettuale puoi provare questa divertente creazione firmata La Molle Industria http://www.molleindustria.org/en/freeculturegame/

tratto da

http://sixdegreesoffreedom.org/uncategorized/copyright-diritto-d-editore/

21 agosto 2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 28 Agosto 2012 17:00

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