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COMUNICAZIONE E MEDIA

Battono in ritirata le lobby del copyright. Netwar ultimo atto?

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sopa_e_pipa_protest«SOPA e PIPA minerebbero l'architettura fondamentale di Internet» ha detto il professor James Boyle della Duke University. Ed ha certamente ragione. Non a caso ieri Massimo Gaggi sul Corriere della Sera segnalava l'ironia dei quotidiani cinesi sulla realizzazione delle barriere censorie che l'approvazione di queste leggi comporterebbe. C'è poco da stare allegri a dirla tutta. Se per qualche (improbabile) motivo lo Stop Piracy Online Act ed il Protect IP Act andassero in porto, pur nelle loro versioni edulcorate rispetto a quelle inizialmente proposte alla Camera ed al Senato statunitensi, assisteremmo ad un progressivo stravolgimento di Internet per come fino ad oggi l'abbiamo conosciuta in Occidente.

L'identità di Internet – ormai dovremmo saperlo – è qualcosa di contingente e la trasformazione dei suoi connotati principali (come appunto l'architettura) è in grado di alterare le pratiche di comunicazione sociale che la attraversano.

E allora? Allora le battaglie contro SOPA e PIPA sono battaglie giustissime, sacrosante, da vincere assolutamente. Almeno in una prospettiva tattica. Ma per favore non raccontiamoci che si tratta di battaglie per la libertà di parola e tanto meno per mantenere quelle condizioni di apertura che hanno reso Internet la più grande agorà nella storia dell'umanità. Il rischio è di passare dalla padella alla brace senza nemmeno rendersene conto.

Jimmy Wales l'aveva detto: «Dobbiamo mandare un grande messaggio a Washington». E così è stato. 24 ore di shutdown, l'adesione di migliaia di siti (alcuni dei quali popolarissimi) ed il sostegno di molti firmatari delle leggi si è vaporizzato. Ma chi ha davvero gettato benzina sul fuoco del primo “sciopero del Web” non sono stati né Wikipedia, né le migliaia di blogger che pure hanno genuinamente aderito all'iniziativa, ma le grandi internet companies come Google, Facebook, Yahoo, Twitter ed Ebay. Senza la pressione esercitata delle grandi aziende dell'ICT c'è da dubitare che la riuscita del blackout avrebbe provocato ricadute altrettanto nette. Difficile però associare tali aziende a concetti come libertà di espressione o Open Internet. Non che i loro dirimpettai, le major della discografia e della cinematografia di Hollywood, presentino credenziali migliori – non si contano ormai più i tentativi, vuoi legislativi, vuoi repressivi, vuoi di carattere tecnologico, di imporre una qualche forma di controllo alla rete per perpetuare la loro rendita di posizione parassitaria – ma i giganti del web 2.0 che oggi affermano di essere per la rete aperta e per la libertà di parola sono i medesimi che già da tempo amministrano intere porzioni di Internet come autorità assolute in mondi chiusi.

Anche tralasciando pietosamente la presenza di Microsoft nella “coalizione dei volenterosi” schieratisi contro l'asse del male che minaccia la libertà di Internet, altri vistosi dettagli non possono non saltare all'occhio. Che dire per esempio dell'appoggio di Amazon alla lotta contro SOPA – giustamente considerata una legge in grado di mettere in pericolo le attività di whistleblowing – vista la posizione tenuta dalla compagnia di Jeff Bezos poco più di un anno fa in occasione dell'affondamento del network di Wikileaks in pieno Cablegate? Come è possibile considerare garanti dei diritti digitali Google o Facebook, compagnie che stanno costruendo veri e propri “walled garden”, ambienti a tenuta stagna separati dal resto della rete? Aziende i cui amministratori oltretutto praticano quotidianamente uno stillicidio di profili politicamente scomodi, o anche solo non attinenti alle loro volubili e capricciose policy.

«Metterti le penne nel culo» diceva Tyler Durdeen in Fight Club «non fa di te una gallina». E per quanto i giganti dell'ICT si sforzino di farsi passare per i difensori della novella biblioteca di Alessandria, la verità è un'altra. E cioè che Google e Facebook oggi non chiamano alle armi in difesa della libertà di parola ma di un preciso modello di business. Il loro. L'alternativa in gioco non è genericamente tra libertà e censura, ma tra modi, antitetici di intendere il mercato dell'informazione. Lo scontro è tra chi vorrebbe proteggere i prodotti intellettuali, secondo una logica obsoleta ed a caro prezzo, e chi li vorrebbe veder circolare liberamente per alimentare la redditizia cooptazione della creatività delle reti sociali. Uno scontro politico oltre che economico perché in un mondo di user-generated-content, dove il linguaggio è fatto dal remix di oggetti culturali preesistenti, decidere della legittimità di un contenuto significa avere il potere di intervenire sulle reti di comunicazione. Ma è un potere questo che Google e soci esercitano già a briglie sciolte nei loro ecosistemi informativi privati e di cui vogliono mantenere l'esclusività, senza doverlo spartire con nessuno, forti come sono della centralità loro servizi web. Non solo nella geografia di Internet. Ma anche dell'odierna comunicazione sociale, di cui essi sono a pieno titolo elementi costitutivi.

La battaglia contro le leggi firmate da Lamar S. Smith è stato l'ennesimo scontro di potere in una Netwar cominciata con la guerra contro Pirate Bay e declinata in diversi scenari locali (come la vicenda Google vs Vividown in Italia). La posta in palio è il mercato dell'informazione e le sue regole, oggi scritte da nuovi attori che hanno definitivamente spodestato quelli di un tempo. Non c'è più spazio per le vecchie cariatidi come Rupert Murdoch, il massimo campione e supporter d'eccezione di SOPA e PIPA. Quello che ha portato Myspace al fallimento quando era sulla cresta dell'onda ed incamerava miliardi. Quello scagliatosi contro la gratuità dei quotidiani on-line. Quello della scandalo “News of the world”. Quello che, nonostante le operazioni cosmetiche confezionate a botte di 140 caratteri, rimane l'incarnazione vivente della linea dura delle major dell'entartainement fatta di 10 anni di terrorismo mediatico, difesa di posizioni parassitarie e processi kafkiani a centinaia di utenti dei network P2P. Quello che, di fronte al fuggi fuggi di quanti hanno ritirato frettolosamente il loro appoggio alle famigerate leggi – pena una perdita di consenso in vista delle presidenziali di novembre – non ha potuto far altro che commentare con un laconico «Politicians all the same».

Già. Le elezioni presidenziali. Perché la battaglia contro SOPA e PIPA ne è stata una tappa importante, come dimostrato dalla minaccia di veto sventolata da Barack Obama qualora queste andassero in porto. Una posizione che non è un semplice favore ai big della Silicon Valley. Vero, i pezzi grossi dell'ICT son ormai radicati in pianta stabile a Washington (ed in particolare al tavolo del Dipartimento di Stato). Ma è altrettanto vero che storicamente i democratici hanno sempre avuto legami fortissimi con i gruppi di interesse del mondo dell'industria audiovisiva. Inoltre tanto S.Francisco che Los Angeles sono pezzi fondamentali del soft power USA. Ma le parole dello sconfitto John P. Feehery, lobbista della MPAA, lasciano però spazio a pochi dubbi. L'industria dei contenuti non sa come parlare alla gente mentre le internet companies riescono a mobilitare le persone in modi che gli studios non saprebbero nemmeno immaginare. Lo “sciopero di Internet” del 18 gennaio l'ha dimostrato chiaramente. Mai Obama avrebbe avallato una legge che rischiava di mettere i bastoni tra le ruote ad aziende tanto potenti ed in grado di influenzare così profondamente l'opinione pubblica mondiale. Mai si sarebbe preso la responsabilità di causare una deriva negativa nella vita in rete, facendo infuriare milioni di persone, molte delle quali elettori statunitensi. Le possibili ripercussioni sulla sua campagna elettorale si possono solo immaginare. Obama non ha fatto nessun piacere a Google&Co. Semplicemente, in questo momento, li teme.

Piegata una delle lobby più ricche dell'industria statunitense, intimidito “l'uomo più potente del mondo”, alle internet companies non restano da vincere che un pugno di battaglie per poter sacrificare quella stessa libertà di espressione che oggi sostengono di difendere. Mancano alla lista la causa intentata alla UE contro Google per abuso di posizione dominante e sopratutto il dissolvimento della Net Neutrality, pronta a lasciare il passo ad un nuovo grand design della rete, ricalcato sulle ragioni imposte dal mercato. Al varco ci attende un' Internet a doppia velocità, una per ricchi ed una per i poveri. Come dicevamo in apertura, l'architettura conta.

Mentre scriviamo giunge notizia del sequestro operato dall'FBI contro Megaupload e Megavideo, due tra i più visitati siti in tutto il mondo. Un'operazione repressiva dalle ricadute di portata planetaria che, indipendentemente da qualsiasi impulso sia partita, rafforzerà l'opposizione ai tanto discussi disegni di legge. In pochi minuti Anonymous ha affondato i siti di tutte le lobby dell'industria dell'entertainement statunitense, #megaupload è in trending topic su Twitter mentre su Facebook fioccano i gruppi che si propongono di salvare Megavideo. Vedremo poi se nei prossimi giorni Kim Schmitz, il fondatore dei siti in questione, verrà proclamato beato martire sacrificatosi per la libertà di parola (e certo per i congrui profitti derivati dall'aver abbracciato la causa).

Quella contro SOPA è stata una vittoria? Potrebbe esserlo. Se e solo se il 99% avrà la capacità di trasformare una battaglia contro l'oscurantismo in una battaglia contro il capitalismo digitale, immaginando modi di far entrare in sciopero permanente (come decidiamo noi, non come vuole Google) la nostra comunicazione nei confronti della governance globale dell'informazione.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

21 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Domenica 22 Gennaio 2012 15:18

Che i livornesi non vedano. Rimosso il video della seduta sospesa in Consiglio comunale

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delcoronaLa seduta di lunedì 16, che ha provocato tensioni con gli altri comuni della costa e con Pisa, è stata rimossa dal sito del Comune di Livorno.

Era già diventato un cult, giravano email che segnalavano i minuti dove si poteva trovare questo o quell'episodio, si scambiavano sms di commento. Stiamo parlando del primo video, nella storia di Livorno, veramente seguito dalla cittadinanza riguardante una sessione di Consiglio comunale. Qualcuno stava anche pensando di farci una selezione per Youtube.
Ora il video è stato rimosso. Per timore di frizioni con il Comune di Pisa, a causa di dichiarazioni presenti nel video, e anche per far sparire uno strumento di delegittimazione non solo di una maggioranza ma di un intero Consiglio. Perché, e con il semplice strumento delle videocamere in diretta, l'assoluta insufficienza programmatica e politica di un intero consiglio, salvo rare eccezioni, si è fatta spettacolo.
Siccome per il Comune la popolazione non conta, escluso il giorno in cui deve essere trasferito il potere al consiglio tramite le elezioni, si è pensato bene di rimuovere la prova del naufragio nel ridicolo (parola dello stesso sindaco) di una maggioranza. Ma non è rimuovendo un video che si cancella la sensazione che ormai ha tutta la città: alla tolda di comando di Livorno c'è una collezione di improbabili. Non c'è però da dubitarne. Come a settembre avevamo scritto che la crisi della maggioranza in Comune non era affatto risolta, anche stavolta il pronostico è facile: lo spettacolo migliore deve ancora venire.
Peccato che la cornice di pubblico, cioè noi, sarebbe interessata a soluzioni serie e concrete non ad assessori che sbraitano "mi dia del lei" come nelle discussioni tra invitati ai ricevimenti quando qualcosa va storto. Per poi aggiungere, rivolto ad un consigliere della stessa maggioranza presidente della commissione ambiente, "quando parli con me sciacquati la bocca con l'acido muriatico". A sottolineare, con battute persino più logore della stessa maggioranza, il clima e il livello di dialettica politica del centrosinistra livornese.
L'immagine, ormai rimossa, più significativa della miglior diretta video del consiglio comunale riguarda però i livonesi. Rappresentati in questo caso da un gruppo di lavoratori della Cooplat, che rischiano la disoccupazione, che guardano attoniti uno spettacolo lunare. (red)

(In foto: il consigliere Vladimiro Del Corona (Pd) tenta di aggredire il collega Andrea Romano (Idv) ma viene trattenuto. Ciò è avvenuto al termine della seduta consiliare di martedì 17 gennaio).

18 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Gennaio 2012 20:13

18 gennaio, sciopero Wikipedia: oscurato 24h

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«Wikipedia on strike per 24 ore»: l'enciclopedia degli utenti online aderisce alla protesta indetta contro le due nuove iniziative del Congresso americano per cercare di limitare le violazioni del copyright su internet.

wikipediaWikipedia si spegnerà quindi per un interno giorno, dalla mezzanotte del 18 gennaio alla stessa ora del 19 gennaio.
L'annuncio è giunto dal profilo Twitter di Jimmy Wales: «Avviso agli studenti! Fate i vostri compiti presto, Wikipedia mercoledì protesta contro una cattiva legge» ha scritto il co-fondatore dell'enciclopedia.
Sembra che andrà in sciopero solo la versione in inglese del sito e chi tenterà di accedere online (si stimano circa 100 milioni di utenti) sarà rinviato all'home page dove saranno pubblicate le informazioni riguardanti i due progetti di legge.

POLEMICHE E ASSENSI SULLE LEGGI ANTIPIRATERIA. Il Sopa sta da giorni provocando un dibattito acceso negli Stati Uniti e in tutto il mondo del web, con interventi autorevoli anche da parte del magnate dei media Rupert Murdoch che ha accusato il presidente Barack Obama di schierarsi «con i pirati della Silicon Valley», dopo che la Casa Bianca ha fatto sapere che non sosterrà il Sopa.
È la Camera dei rappresentanti a discutere la legge antipirateria, mentre il Senato americano si è occupato dello studio del Project Ip Act, una versione leggermente diversa: in generale entrambi i testi si sono procurati le riserve da parte dei fondatori di Google, Twitter e Yahoo! che si sono espressi attraverso una lettera aperta in cui hanno sspiegato che censurare internet avvicinerebbe il governo Usa a quello cinese, iraniano e malesiano.
I due testi di legge hanno invece ricevuto il sostegno di Hollywood, dell'industria discografica e della camera di commercio americana.

tratto da http://www.lettera43.it

Martedì, 17 Gennaio 2012

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Fusti tossici, la disfatta del nuovo Tirreno di Bernabò

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testa_sotto_sabbiaCome fa un giornale nell'edizione della domenica a dedicare due pagine, con foto e dettagliata cronaca, alla mancata manutenzione di uno chalet e un trafiletto su una potenziale crisi ecologica del territorio?

Come fa un giornale che ha riportato sulle sue pagine due dichiarazioni seriamente contraddittorie del sindaco
che prima afferma di aver saputo dei bidoni al cobalto il 29 e poi dice di essersi attivato dal 17 senza chiedere pubblicamente un chiarimento al primo cittadino? La linea editoriale è farsi delegittimare, davanti al lettore, dalle proprie fonti?

Come fa il quotidiano di un territorio a non provare nemmeno a ricostruire cosa è accaduto, e perchè, in dodici giorni di buco informativo su una potenziale catastrofe? La linea editoriale comprende forse l'invito all'assoluta mancanza di trasparenza da parte delle fonti di informazione?

Come fa un quotidiano, a venti giorni dalla notizia, a evitare di ricostruire tecnicamente e nel dettaglio, e quindi informare la cittadinanza, sui potenziali rischi dello sversamento in mare dei bidoni, sulle aree eventualmente interessate, sulla differenza di valutazione tra i tecnici?

Come fa il quotidiano di Livorno a evitare di telefonare a più fonti (capitaneria, ufficio ambiente del comune, vigili del fuoco, protezione civile) sullo stesso tema per poi mettere a confronto le diverse versioni?

Come fa un quotidiano che deve informare la cittadinanza su cosa effettivamente accade, infarcire gli articoli di sole posizioni istituzionali corredate di soli "rassicura", "conferma" quando a parlare è un assessore? Non lo sa che tra le posizioni delle istituzioni e la realtà spesso c'è differenza?

Sono domande alle quali si può dare una prima risposta. Il nuovo Tirreno è quello vecchio. Foto dei Suv in Corea,per incitare alla ricerca dei "furbetti" che evadono, e una potenziale catastrofe ecologica, che comprende già serie contraddizioni nel comportamento delle istituzioni, trattata con minor precisione di un danneggiamento delle panchine in villa Fabbricotti.
In pochi giorni il nuovo Tirreno, su cui si è investito assai, è già alla disfatta dell'informazione. Quando si dice un investimento mirato. Alla disfatta, appunto.

ps. rileviamo anche che sulla vicenda si è cercato in tutti i modi di scoraggiare il commento dei lettori. Sul sito sono stati tolti i commenti e su facebook, dove è possibile farlo, non è stata messa la notizia. Una potenziale catastrofe ecologica, e dei già gravi comportamenti del comune, non meritano l'attenzione riservata delle polemiche sulla scritta in fortezza o i referendum digitali sulla statua della madonna in porto. Fantascienza: Il Tirreno che sul suo sito fa un sondaggio tra i lettori "si è comportato bene o no il sindaco sulla vicenda dei bidoni al cobalto?" Fantascienza o omessa realtà?

(red) 15 gennaio 2012

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Facebook, vampiro sbugiardato

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Si chiama Max Schrems l'artefice di una polemica affascinante che mette di nuovo al centro la questione della privacy e del tanto osannato mondo di Facebook. Affascinante perché mossa da uno studente e da un gruppo di suoi amici e anche per il fatto di essergli costata zero euro, che di questi tempi non è cosa da poco. Lo studente austriaco di 24 anni un bel giorno si è messo davanti al suo computer. Qualcosa doveva averlo insospettito, o forse semplicemente era pura curiosità di uno dei tanti smanettoni internauti del nostro tempo.

Così il ragazzo riesce a rastrellare una lista nutritissima e precisa di informazioni che lo riguardano ma, attenzione, si tratta anche di informazioni che lui stesso aveva eliminato dal suo profilo. Il giochetto funziona così: s’immagazzinano informazioni su un profilo e si mettono da parte. Perché possono tornare utili. Lo studente non ha, come si dice, scoperto l’acqua calda ma ha avuto l’intuizione di rivolgersi all’autorità competente europea, quella irlandese appunto, e di averlo fatto con ben 22 denuncie circostanziate; tutte riguardanti la gestione della privacy e della mancata minimizzazione delle informazioni nei grandi server di Facebook.

Grazie alla curiosità di Schrems, che si è rivolto all'Irish Data Protection Commissioner sottoponendo loro le sue perplessità riguardo alla violazione della privacy che aveva così subito, Facebook Ireland (con sede a Dublino) è stata sottoposta ad un inchiesta dalla quale è scaturito che la grande F ha non solo raccolto dati senza autorizzazione, ma ha escogitato un'altra "finezza": incrocia dati, indirizzi mail, localizzazioni, informazioni sensibili, importando dati anche dai servizi di instant messaging e tutto ciò che è possibile incrociare e ne ricava profili di persone che mai hanno messo piede nel vampiresco social network. Quindi Mr. Facebook mette da parte proprio tutto e non si “dimentica” più di nulla (nemmeno dei profili cancellati) e lo fa senza nessuna autorizzazione da parte dell'utente, semplicemente perché non esiste. La finezza si chiama profili ombra.

L'inchiesta scaturita grazie allo studente austriaco e voluta dal commissario irlandese intanto si è conclusa con l'obbligo di apportare modifiche alla policy per il trattamento dei dati dei cittadini europei al fine di garantire trasparenza e controllo. Inoltre, Facebook dovrà eliminare tutte le informazioni legate ai profili ombra e rivedere anche le modalità di controllo del riconoscimento automatico dei visi. Se la grande F apporterà tali modifiche eviterà i 100mila euro di sanzione pecuniaria fissata dalle autorità irlandesi. Saranno una cifra da capogiro per il social network più popolare del mondo? Stiamo parlando di un network che conta più di 700 milioni di utenti nel mondo.

La devastante portata di un giochetto, che chiamiamo social network, dalla banalità altrettanto devastante e, anche per questo, del suo incommensurabile successo, la dicono lunga circa il significato sostanziale che ha acquisito la comunicazione di massa via web e il suo sfruttamento. La dicono lunga anche sulla mancanza di sensibilità degli internauti circa la loro privacy. Siamo così gelosi di altre informazioni che ci riguardano e così poco sensibili per tutto ciò che il web e il social network succhia dalle nostre vite. In casa nostra siamo quasi maniacali, dalle tende all'impianto di allarme, affinché nessuno, nemmeno una mosca, possa entrare senza il nostro permesso. In rete è tutta un’altra storia.

E' vero anche che potremmo farci ben poco e che quel poco che potremmo e volessimo fare va a scapito della nostra serenità psicologica. Lo ha ben evidenziato il Max Schrems anche attraverso il sito che ha creato ad hoc http://europe-v-facebook.org/. Proprio in queste pagine si trovano ben chiariti alcuni punti fondamentali, tra cui questo: “Facebook sostiene spesso che tutti gli utenti hanno acconsentito al trattamento dei loro dati personali. Ma in realtà gli utenti sanno che Facebook è più che altro un sistema “opt-out”: se non cambi tutte le impostazioni preimpostate della privacy, la maggior parte dei dati privati sarà visibile senza restrizioni. Gli utenti che non sono d'accordo con questa politica di condotta devono lottare con innumerevoli pulsanti e impostazioni. Il più delle volte questo significa che più un utente vuole privacy, più saranno necessari click e maggior attenzione per ogni dettaglio. Gli utenti più anziani o senza esperienza potrebbero non essere in grado di farlo. E intanto vengono attivate automaticamente nuove funzionalità senza informare gli utenti nel modo appropriato. Anche in questo caso la legge europea sulla privacy è molto chiara: l'utente deve dare il consenso in modo inequivocabile a ogni utilizzo dei propri dati, dopo esser stato adeguatamente informato sulla forma d'uso specifica”.

Ma non sarà proprio questo il trucco? Per ogni virgola apparentemente insignificante, un minuscolo consenso. Uno, dieci, cento e mille e ti ritrovi a scervellarti per ore ed ore per flaggare questo o quello e alla fine lasci perdere. Meglio correre a vedere il proprio profilo e le ultime importanti news pubblicate dagli “amici”. Anche a costo della nostra privacy.

Cinzia Frassi

tratto da http://altrenotizie.org

4 gennaio 2012

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