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COMUNICAZIONE E MEDIA

Il secondo round a Obama: Arestata la candidata del partito Verde

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Il presidente Usa sembra battere il rivale nel secondo faccia a faccia ma nessun istituto di rilevazione spiega su che criteri vengono fatti i sondaggi. La corsa è sempre più spostata al centro con poche differenze di contenuto. Arrestata la candidata del Partito Verde

Link: Il faccia a faccia in 10 punti

Probabilmente non si saprà mai se l'atteggiamento di Obama nel primo dibattito con Romney facesse parte di una strategia pensata a tavolino dal suo staff elettorale o se, invece, esprimesse una reale difficoltà. Non c'è accordo tra gli analisti politici. Sta di fatto che nel secondo round Obama è apparso come un'altra persona. Più aggressivo, con toni e movimenti studiati nei particolari. Non così Romney, più nervoso. La formula di questo secondo dibattito non era più il confronto diretto tra i due candidati. Dovevano rispondere alle domande in parte concordate di un pubblico, a dir poco ingessato, e di una conduttrice selezionati dopo infinite trattative tra i due staff elettorali con la CNN, la rete che li ospitava. I sondaggi dopo il dibattito sono stati concordi nell'assegnare a Obama quanto meno la vittoria ai punti. Ma vittoria di cosa ? Secondo quali criteri ? Rimane un mistero.

Nessun istituto o rete televisiva esplicita fino in fondo in che modo si scelgono e si consultano i campioni del sondaggio. I temi del dibattito hanno spaziato dalla perdita dei posti di lavoro dovuta alla crisi, alla Libia, ai diritti delle donne, alla cosiddetta sicurezza interna e cosi via. Tutte questioni affrontate da entrambi senza mai proporre concretamente visioni politiche completamente alternative rispetto all'avversario, Romney ha tentato di proseguire la sua corsa verso il centro smussando molte affermazioni che gli avevano fatto vincere le primarie repubblicane. Ma questo gli ha fatto pagare un prezzo. E' stata evidente la sua difficoltà nel cercare una collocazione che potesse tenere insieme le pulsioni ultraliberiste e reazionarie del Tea Party con un sentire comune, piuttosto astratto, sui diritti civili della middle class americana. Lo spazio politico però era molto ristretto perchè il centro è stato presidiato con determinazione da Obama che ancora una volta si è dimostrato un campione della retorica del "ma anche". Le tasse dei ricchi sono troppo basse ma anche tutti gli altri devono fare i sacrifici, fino ad arrivare a sostenere che la legge sull'immigrazione voluta da George W. Bush in fondo non è male. Nulla su come uscire dalla crisi, chi la deve realmente pagare. Nulla sulle vaghe promesse, fatte qualche tempo fa, sul riconoscimento dei diritti dei lavoratori.

Romney dal canto suo ha provato, senza particolare successo, ad appioppare alla Cina la responsabilità della crisi economica americana e il ruolo di capro espiatorio. Insomma un confronto che non ha mostrato alcuna novità di rilievo. Ciò che conta in queste occasioni è la capacità di "bucare" il video, i contenuti, i progetti politici sono un optional. Anche perché gli spazi politici in cui si muovono i due candidati in gran parte si sovrappongono. Per entrambi il movimento Occupy, che nell'ultimo anno ha scosso la società americana, è come se non fosse mai esistito. In certi momenti il dibattito - anche per la scenografia e i colori dello studio televisivo - è sembrato un sequel del film Matrix, una realtà parallela.

Intanto nella realtà vera Jill Stein, la candidata presidente per il Partito Verde, è stata arrestata davanti all' Hofstra University di New York - il luogo in cui si teneva il confronto tra Obama e Romney - perchè protestava per la mancanza di democrazia durante la campagna per le presidenziali. Infatti sulle grandi reti televisive nazionali non sono previsti dibattiti per gli altri 24 candidati alla presidenza degli Stati Uniti.

Felice Mometti

tratto da http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it

17 ottobre 2012

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Ottobre 2012 21:48

Oltre Obama e Romney

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Non ci sono solo Obama e Romney. Ci sono altri 24 candidati alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti del prossimo 6 novembre. Le loro possibilità di vittoria sono meno di zero, la partita ovviamente si giocherà tra i due principali contendenti. Anche perché il sistema elettorale americano è stato pensato e costruito per ostacolare in tutte le maniere l'affermazione di un "terzo" candidato oltre a quelli dei due partiti che si alternano al potere.

Innanzitutto non è vero che chi prende più voti diventa presidente. Ne sa qualcosa Al Gore che nel 2000 prese più voti di George W. Bush e risultò sconfitto. L'elezione è indiretta, si eleggono 538 grandi elettori che esprimeranno a maggioranza (il quorum è 270) il presidente. Se si vince di un solo voto in uno stato si prendono tutti i grandi elettori di quello stato che sono stati precedentemente selezionati dai candidati. Le commissioni elettorali dei singoli stati generalmente chiudono un occhio, o entrambi, sulla validità delle firme necessarie alla presentazione per i due partiti maggiori e usano la lente di ingrandimento per tutti gli altri candidati. Le decine, se non centinaia di cause civili e penali intentate dai candidati discriminati contro le commissioni elettorali generalmente si concludono ad elezione avvenuta. L'accesso ai grandi media diventa praticamente impossibile ai candidati "terzi". In breve una democrazia talmente selettiva da diventare statica e autoreferenziale, che riconosce se stessa solo in base all'esclusione ed alla discriminazione - alla repressione nel caso dei movimenti sociali - dei soggetti politici che potenzialmente potrebbero introdurre anche solo dei piccoli cambiamenti.

Ma chi sono e cosa rappresentano questi candidati? Tralasciamo il folklore di gran parte di loro, veri e propri personaggi di una commedia improbabile, che predicano la maledizione divina prossima ventura, la centralità della rivendicazione di confezionarsi i vestiti con marijauna sintetica e lo scioglimento della National Security Agency, cosa di per se buona e giusta ma con una motivazione degna di un film horror: tutte le notti la NSA spargerebbe polvere d'amianto nelle case con lo scopo di sterminare i patriottici cittadini americani.
Poi ci sono i rappresentanti di piccoli e storici partiti della sinistra americana come il Partito socialista degli Stati Uniti, presente a queste elezioni presidenziali in soli 8 stati su 50, che si batte per un welfare gratuito ed esteso a tutti, la tassazione progressiva dei grandi patrimoni, i diritti dei lavoratori. Il Socialist Workers Party, presente in 4 stati, residuo della vecchia organizzazione trotskista ed ormai simulacro di un comunismo nostalgico e congelato. Il Partito della Pace e della Libertà, presente solo in California, in Colorado e in Florida testimone invecchiato della grande stagione della controcultura della West Coast degli anni ' 60. Fin qui sembrerebbe, più o meno, il solito scenario delle elezioni presidenziali americane con due candidati in corsa, un pacchetto di candidati inverosimili e un contorno a sinistra e destra di piccolissimi partiti che non vanno oltre la propaganda.

Ma dopo la debacle di Obama nel primo dibattito televisivo con Romney l'attenzione dei grandi media e dei due partiti maggiori si è fatta più viva verso il Libertarian Party (qui più che libertario forse la traduzione più corretta è partito libertariano) e il Green Party, il partito Verde, dati dai sondaggi rispettivamente tra il 5 e il 6% il primo e tra il 2 e il 3% il secondo. I repubblicani sono preoccupati di uno smottamento percentuale non insignificante verso il puro e duro darwinismo sociale dei cosiddetti "libertari", i democratici temono che la percentuale dei Verdi possa influire negli stati in bilico tra Obama e Romney. I cosiddetti "libertari" rappresentano un sentimento diffuso tra la destra antistatalista e antigovernativa americana. L'abolizione dei sindacati è combinata con la legalizzazione della marijuana, l'uscita degli Stati Uniti dall'Onu, dalla Nato, dal Wto e l'abolizione della Federal Reserve va di pari passo con il riconoscimento dei matrimoni gay, lo schieramento dell'esercito americano ai confini del Messico per impedire l'immigrazione con chiari intenti razzisti fa il paio con la battaglia contro qualsiasi controllo di Internet da parte di governi o multinazionali. Visto dall'Europa sembrerebbe il partito dei paradossi, visto da qui invece coglie in pieno una concezione dell'individuo - più libero se non tiene conto delle istanze collettive e se meno governato - presente in strati non indifferenti della popolazione.

Lo slogan della campagna di Jill Stein, candidata verde, "Un'altra America è possibile, un altro partito è necessario" riecheggia il movimento altermondialista e cerca di parlare direttamente ai settori moderati del movimento Occupy. Il programma è di stampo neokeynesiano e prevede un massiccio intervento statale per la riconversione "verde" dell'economia che di per sé produrrebbe in pochi anni 25 milioni di posti di lavoro senza mettere in discussione alla radice il modo di produzione capitalistico. Tutta la colpa della crisi e delle ingiustizie è addebitata agli squali di Wall Street che agirebbero senza regole ed avrebbero instaurato una sorta di "dittatura finanziaria". Insomma basterebbe smascherare i complotti di natura finanziaria per sconfiggere l'1 % a vantaggio del 99%.

Se a New York, Filadelfia e in parte Chicago questi discorsi hanno una certa presa in alcuni settori del movimento Occupy, sulla West Coast - tra Oakland, Portland e Seattle - non trovano udienza non tanto e non solo per un radicalismo intrinseco di quelle esperienze di movimento ma per una composizione politica e un impianto sociale che fa della sperimentazione delle forme autorganizzate e dei luoghi del conflitto il tema centrale della propria soggettività. Una combinazione tra composizione del movimento e radicamento sociale tale da risultare incompatibile, nei fatti, con la solita concezione che mette al centro la rappresentazione politico-istituzionale del conflitto sociale a discapito di un percorso di politicizzazione non confinato in una griglia già predisposta dalla somma aritmetica delle resistenze al neoliberismo e alle politiche di austerità. In questo non c'è nessuna "lezione americana" da trarre ed applicare in Italia. Però più che domandarsi continuamente perché non ci sia un movimento Occupy in Italia nonostante il governo Monti sarebbe forse il caso di mettere radicalmente in discussione le forme di rappresentanza politica, sindacale e di movimento che si danno oggi in Italia ed iniziare a ripensarle.

Felice Mometti
8 ottobre 2012

Vai al libro di Noam Chomsky "America, no we can't"

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Deconstructing Internet Festival, perchè la Scienza non è capitalismo!

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Girando per le strade della città di Pisa in questi giorni è possibile incontrare grandi sagome di cartone pubblicizzanti un noto evento che da anni attira nella città molti curiosi: l' Internet Festival.

Con l' obiettivo di affrontare discussioni globali sulle tematiche della rete e del mondo digitale, l' Internet Festival cerca di mettere in luce anche gli aspetti per così dire "sociali" della rete, trattando di Internet come mezzo di democrazia e sottolineando gli effetti che questo strumento ha sulla società. Sarebbe stata anche una buona idea se non fosse per il fatto che quest'evento contribuisce a veicolare ulteriormente quei messaggi che in questi anni stanno creando un idea distorta della Rete e di tutta la ricerca scientifica.
Tornando alle simpatiche figure di cartone, notiamo con sbigottimento che le mascotte scelte per quest'iniziativa sono ognuna una sorta di "fusione" tra scienziati e ricercatori del passato con personaggi dei tempi recenti con cui davvero non hanno nulla a che spartire.
Così incontriamo Googleo Galilei, candidato a "ruolo di spirito guida del Festival", un personaggio che vorrebbe creare un senso di continuità tra l'opera del celebre fisico pisano e l' azienda di Silicon Valley che sta tentando di monopolizzare lo spazio del Web.
Il messaggio veicolato dall'Internet Festival, anche tramite questi personaggi, tende ad occultare la distinzione tra lo sviluppo scientifico ed un'attività a scopo di lucro quale la gestione di una multinazionale. Contrariamente a quanto propinato ultimamente ed inesorabilmente dai media e dalle politiche di gestione della cultura, non è certo la ricerca del guadagno monetario quella che ha portato menti eccelse a perseguire risultati innovativi, sia nel campo scientifico che culturale.
Perchè la scienza nasce dalla condivisione dei saperi e dalla partecipazione collettiva; paragonare dunque grandi illuminati del passato con businessman di oggi significa eclissare ulteriormente la natura della Scienza stessa, che è per sua essenza frutto della condivisione e della partecipazione collettiva, e davvero ci rammarica dover sollevare queste critiche nei confronti di chi organizza eventi tanto acclamati e partecipati.
La vera ricerca della conoscenza è quella scevra dagli scopi lucrativi, immune ai tentativi di monetizzare indiscriminatamente i risultati del proprio lavoro e soprattutto non fondata su quella competizione che si vuole oggi spacciare per unica forza motrice delle attività umane.
Così come ci chiediamo cosa stessero pensando gli organizzatori dell'IF quando hanno partorito Mark Gutenberg, unione improbabile tra l'inventore del più significativo strumento di condivisione del sapere e il responsabile della più grande violazione di privacy della storia dell'Uomo!
Ogni sagoma inoltre, contribuendo a tutti gli stereotipi del caso, è dotata di un bellissimo mega-iPad come vuole la tradizione, e ovviamente ne è dotato anche l' innominabile Steve J. Marconi, un personaggio che ci rievoca una delle personalità più ambigue ed acclamate di questi anni.
Subito dopo la morte di Steve Paul Jobs siamo stati tutti partecipi della grande adulazione mondiale che questo uomo ha ricevuto, venerato come benefattore dell'Umanità e Prometeo della Scienza; ma identificare Jobs come un benefattore universale non solo porta a dimenticarci di come il progresso tecnologico dei paesi sviluppati (e i profitti di Apple) siano conseguenza diretta dello sfruttamento di operai e manodopera nelle fabbriche cinesi di Foxconn, ma anche di come Apple in primis, come ha ricordato in quei giorni Richard Stallman, ha contribuito con le sue politiche di proprietà intellettuale e "giardini chiusi" a bloccare la ricerca scientifica condizionandola a scopi di lucro. Insomma, Marconi si sarà rivoltato nella tomba!
Infine, facendosi un giro per Pisa in questi giorni e dando un' occhiata al programma dell'evento, ci si rende conto che questo Internet Festival ha un idea alquanto idilliaca e rosea di Internet, presentato come un Eden delle libertà individuali lontano dai mali di questo mondo.
Come eigenLab riteniamo invece necessario, soprattutto oggi giorno, smontare questo feticismo della Rete, che porta a dimenticare i rapporti sociali e di lavoro insiti in questo spazio, ricordandoci che quando parliamo di Google, Facebook o Amazon non stiamo parlando di entità astratte e ultraterrene ma di vere e proprie aziende al pari di Nike, Coca Cola o Monsanto. Perchè la "Rete" in realtà siamo ancora noi, la "Rete", insomma, non esiste.
Invitiamo quindi tutti i partecipanti di quest evento ad osservare in maniera più critica l' idea di Rete e di Scienza proposta da questo evento e da eventi simili, e ci proponiamo in futuro, come già fatto in passato, di continuare ad organizzare eventi culturali cittadini che possano proporre un idea più critica di Internet di quanto abbia saputo fare l' Internet Festival.
4 ottobre 2012
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Faccia a faccia: Obama? Uno spettatore

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Il presidente Usa battuto da Romney che fa il furbo e si sposta al centro. E spiazza il profilo moderato scelto dall'inquilino della Casa Bianca incapace di attaccare il "capitalismo avvoltoio" che, in fondo, ha sostenuto in questi quattri anni

Cronaca del dibattito presidenziale dal settimanale Usa The Nation (traduzione imq)

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Non è stato Romney contro Obama nel primo dibattito presidenziale del 2012.
E' stato Romney contro Romney. E uno dei due ha prevalso.
Un sobrio Barack Obama, che è entrato nel dibattito con un solido vantaggio nei sondaggi, e un vantaggio ancora più solido negli stati decisivi, è sembrato spesso essere più spettatore che partecipante.
La riluttanza di Obama ha così consegnato a Romney un varco che il repubblicano si è preso tutto. Su ogni aspetto delle diverse tematiche.
Mitt Romney si è pronunciato per il governo, ma non per "un governo assistenziale".
Ha detto sì a un giro di vite a Wall Street, ad eccezione però della riforma bancaria Dodd-Frank.
Ha sostenuto il Romneycare contro l'Obamacare.
Mitt Romney si è schierato con il 47 per cento, e contro di loro (riferimento al video famoso in cui il candidato repubblicano ha letteralmente offeso il 47 per cento degli americani che non vota per lui, ndt.)

Il liberale, moderato e conservatore repubblicano che è riuscito a padroneggiare ogni aspetto delle varie questioni ha portato la sua politica, priva di etichette, su scala nazionale nel primo dei tre dibattiti presidenziali. Anche per gli standard di Romney, è stata una prestazione da capogiro.
Il moderatore ha perso il controllo del dibattito sin dall'inizio, quando ha concesso, per rispondere alla domanda, più tempo a Romney che alla dichiarazione di apertura del presidente Obama e non ha più recuperato (…)

Un Obama composto, sempre cauto, sguardo rivolto verso il basso, ha osservato Romney compiere delle giravolte ideologiche più veloci di quanto impiega Madonna a cambiare i costumi in un concerto. Eppure, Obama non ha quasi mai chiamato il suo sfidante allo scoperto, nemmeno quando il candidato repubblicano alla presidenza si è messo a blaterare su Franklin Delano Roosevelt e Reagan (...)

In una notte in cui Obama avrebbe chiuso la partita, il 46 per cento degli indecisi ha risposto ai polls della Nbc che Romney ha vinto il dibattito. La CNN ha rilevato un margine più ampio, con il 67 per cento che ha indicato Romney come vincitore.
Che cosa è successo? Obama ha lasciato fare quello che Romney aveva bisogno di fare: rifare se stesso.
"Guarda," ha detto Romney, "il motivo per cui sono in questa gara è perché ci sono persone che stanno davvero male in questo paese."
E' stato un tema costante per il figlio del privilegio che ha fatto un quarto di miliardi di dollari praticando ciò che i suoi compagni repubblicani denunciano come "capitalismo avvoltoio".

Ma Obama non ha mai menzionato il "capitalismo avvoltoio." Nè il video del 47 per cento.
Vale la pena ripeterlo: Barack Obama ha lasciato che Mitt Romney ripetesse: "Le persone che stanno vivendo un momento difficile sono gli americani del reddito medio. Con le politiche del presidente, questi americani sono stati sepolti. Stanno per essere schiacciati. Gli americani della classe media hanno visto il loro reddito scendere di 4300 dollari. Si tratta di una tassa in piena regola. La chiamerò la tassa dell'economia". E quando Romney ha finito Obama non ha fatto menzione a quel 47 per cento.

Poi ha detto: "Sai, ho il sospetto che sulla sicurezza sociale abbiamo una posizione in qualche modo simile".
Mitt Romney non lo ha corretto su questo punto, e perché avrebbe dovuto?
Il presidente avrebbe potuto giocare la carta Paul Ryan.
Invece, non lo ha fatto.
Obama ha fatto meglio quando ha sfidato la bizzarra pretesa di Romney di non prendersi cura dei propri amici ricchi, mantenendo ed estendendo le agevolazioni fiscali per loro. La parte migliore della serata del presidente è stata quando ha detto: "Beh, per diciotto mesi è andato avanti su questo piano fiscale. Ora, a cinque settimane dalle elezioni, sta dicendo che quella grande idea è troppo audace. Non importa".

Obama è stato forte, anche quando ha contrastato Romney sul tema essenziale della riforma Medicare.
(…)
Su questo punto è stato solido, anche muscolare. Ma poi ha lasciato che l'argomento scivolasse via. Harry Truman non l'avrebbe fatto.
Invece di una preparazione al dibattito standard, del tipo di quella organizzata per il match di mercoledì sera, Obama, prima del prossimo dibattito, dovrebbe prendere lezioni da Truman.

tratto da http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/

4 ottobre 2012

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Si può essere garantisti con Sallusti? No

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sallusti_arresto_gironaleLa condanna a 14 mesi di detenzione al direttore del Giornale Sallusti lascia indifferente persino chi, come chi scrive, trova aberranti i reati di opinione ed è per il superamento della società del carcere. Sallusti è stato condannato per aver pubblicato un articolo sul Giornale dove si pubblicava una notizia falsa (un aborto indotto da un magistrato) invocando la pena di morte per i magistrati abortisti.

Dopo la condanna di Sallusti si sono quindi riscoperti, nel centrodestra come nel centrosinistra, i principi illuministici della libertà d'opinione. Si è chiesta la grazia per il direttore del Giornale e ci si è domandati se si può finire in carcere per un'opinione. Francamente tutto questo ci ricorda le affermazioni sul rischio di violazione della costituzione americana in caso di chiusura di siti nazisti negli Usa.

Il Giornale è una testata che, da quando è l'organo del berlusconismo militante, attacca la libertà di espressione di chiunque intimidendo e, come abbiamo visto, falsificando. Attacchi e dossieraggi che si pretendono essere fatti in nome della libertà di espressione. La lista delle nefandezze, di violazioni della libertà e della dignità altrui del Giornale di Sallusti, e prima ancora di Feltri, è troppo lunga per essere citata. E' comunque sufficiente evocarla per negare qualsiasi solidarietà al direttore del Giornale.

Risulta oltretutto perlomeno indecoroso che il dibattito sulla libertà di espressione in Italia si risvegli attorno a Sallusti. Davvero siamo all'Ancien régime: esiste un regime di garanzie per il notabilato e uno stato permanente di arbitrio nei confronti del popolo. Infatti il dibattito pubblico gira intorno al fatto che una legge vecchia, superata e ingiusta per molti, sia applicata al direttore de Il Giornale. Fino ad oggi però andava bene, probabilmente non aveva mai colpito così in alto ma solo qualche direttore di giornali o siti d'informazione indipendente.

Non bisogna abboccare alle lenze degli illuministi fuori tempo massimo, quelli che hanno voltato le spalle tutte le volte che in questo paese i diritti si violavano davvero: nessuna solidarietà a Sallusti.

Sotto la ricostruzione di ciò che è avvenuto a livello giudiziario e l'articolo incriminato di Dreyfuss che tutti hanno sempre saputo essere Renato Farina, ex agente Betulla che ha ammesso di aver collaborato, quando era vicedirettore di Libero, con i Servizi Segreti italiani, fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. Il fatto che l'agente Betulla venga fuori oggi stesso, fa capire come la volontà di Sallusti fosse solo quella di far venire fuori un caso politico. I censurati e perseguitati dei nostri tempi sono altri

Link: Il giudice che ha fatto condannare il giornalista: «Sallusti vuole montare un caso politico»

Link: Ecco l'articolo di Dreyfus che ha fatto condannare Sallusti

(red) 27 settembre 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Settembre 2012 12:10

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