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COMUNICAZIONE E MEDIA

Anche Wikipedia lancia il grido di allarme sul disegno di legge che censura il web

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censuraCara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c'è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della "lesività" di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all'opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l'intera pagina è stata rimossa.

L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell'onore e dell'immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall'articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all'arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per "non avere problemi".

Vogliamo poter continuare a mantenere un'enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Link: Wikipedia Italia chiuso causa norma anti-blog

Gli utenti di Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia

Il Disegno di legge - Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

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Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

Al Jazeera, stralci di WikiLeaks e dimissioni di Khanfar

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al_jazzeraE' di questi giorni la notizia delle dimissione di Wadah Khanfar. Il direttore di Al Jazeera lascia dopo otto anni di lavoro in quello che è diventato uno dei network di informazione televisiva (e non solo) più potenti sulla scena globale. Ciò avviene a fronte di alcuni dispacci di WikiLeaks, che hanno rivelato i rapporti di Khanfar con la diplomazia statunitense.

Un coro mainstream unanime ha presto fatto sapere che Aljazeera, anche se questo episodio ne macchia la reputazione, rimane insostituibile per informarsi sul Medio Oriente, il che è tremendamente vero, per quanto - a nostro avviso - si debba sempre fare i conti con quelli che sono i differenti livelli di realtà sui quali ci si muove. Tutto potremmo provare innanzitutto a sintetizzarlo con un: Al Jazeera, come qualunque altro media o cos'altro, non è una realtà neutra, imparziale e 'volontaristica'!

Si pensi alla metodologia differente politicamente che ha scandito lo start della primavera araba, l'impasse siriano e la guerra libica... ragione per la quale crediamo che un buon contributo con il quale imprimere senso a questo ragionamento possa essere un articolo che abbiamo letto qualche mese fa sull'edizione italiana de Le Monde Diplomatique, che pensiamo ci azzecchi nel delineare il quadro.

L'epopea dell'emittente del Qatar

Al Jazeera, un palcoscenico politico vicario

Le Monde Diplomatique - maggio 2011

A Damasco, alcune centinaia di sostenitori del regime siriano hanno manifestato davanti alla sede televisiva di al Jazeera denunciandone la «parzialità». Nello stesso tempo, il regime libico ha vietato la presenza a Tripoli dei giornalisti dell’emittente accusandoli di sostenere gli insorti. In pochi anni, al Jazeera ha sconvolto il paesaggio mediatico della regione e creato uno spazio pubblico transnazionale, diventando così il protagonista dei sommovimenti che scuotono il mondo arabo dalla fine del 2010.

di Mohammed El Oifi (*)

Il 2 marzo 2011, di fronte ai membri della Commissione affari esteri del Senato americano, Hillary Clinton ha pronunciato le parole che l’emiro del Qatar e i dirigenti di al Jazeera attendevano dal 2001. Gli Stati uniti, ha spiegato il Segretario di stato, «perdono la guerra dell’informazione» nel mondo a causa dei grandi canali televisivi privati americani «che mandano in onda milioni di spot pubblicitari e dibattiti tra esperti», mentre «l’audience di al Jazeera negli Stati uniti aumenta perché fa vera informazione». E, rivolta ai senatori, Clinton ha aggiunto: «Che piaccia o no, [al Jazeera] è veramente potente. Sta cambiando il modo di pensare e i comportamenti.» Il riconoscimento del ruolo e dell’impatto internazionale di al Jazeera, benché interessato – Clinton difendeva il bilancio del suo ministero –, assume una particolare risonanza nel contesto delle rivolte del mondo arabo. Sul piano regionale, l’emittente ha imposto il suo ritmo e le sue regole di funzionamento in campo mediatico, marginalizzando così alcuni concorrenti di lingua araba e intralciando il gioco degli altri. A questo riguardo, è molto significativa la sfida lanciata in diretta ai suoi datori di lavoro da Hafez Al-Mirazi, noto presentatore del canale televisivo al Arabiya, il principale concorrente di al Jazeera.

Commentando la caduta del regime di Hosni Mubarak, il giornalista egiziano si è rammaricato in diretta che il canale per il quale lavorava non osasse «dire una sola parola sul re Abdallah o sul regime saudita». La requisitoria si è conclusa con un ultimatum: «Se non possiamo esprimere la nostra opinione, tanto vale chiudere. Nella prossima trasmissione faremo un esperimento: parleremo dell’impatto [della rivoluzione in Egitto] sull’Arabia saudita. Se la cosa funziona, al Arabiya è un canale indipendente; altrimenti, grazie a tutti e arrivederci». È stata la sua ultima apparizione sul canale controllato dai sauditi. Il gesto tuttavia rivela l’impasse a cui hanno portato la strategia mediatica di Riyad e l’incapacità dei responsabili di adattarsi alle nuove realtà politiche. Ma esso annuncia anche il ritorno dell’Egitto, emancipato dalla tutela paralizzante del presidente Mubarak, nel gioco mediatico arabo, il che, probabilmente, rappresenterà nei prossimi anni l’evento di maggior rilievo nella regione. Dalla sua nascita, nel novembre 1996, l’emittente televisiva d’informazione continua al Jazeera ha rivoluzionato il sistema mediatico regionale, trasformandone la struttura, le regole di funzionamento e i rapporti di forza politici che li sottendono (1). C’è chi le attribuisce un ruolo anche più importante di quello svolto dalle reti sociali nell’innesco delle rivolte che scuotono il mondo arabo. Ad esempio, secondo il cofondatore di WikiLeaks, Julian Assange, Twitter e Facebook «hanno certo avuto un loro ruolo, ma non comparabile a quello di al Jazeera (2)». Fine del monopolio saudita I media arabi sono caratterizzati dall’esistenza di una sfera condivisa – resa possibile dalla lingua comune – che trascende stati e opinioni pubbliche nazionali e la cui genesi risale alla fine del XIX secolo. Le rivalità interarabe passano dal controllo di questo spazio pubblico, un settore in cui i paesi del Golfo, in particolare Arabia saudita e Qatar, hanno preso l’iniziativa. Dopo il ritiro dell’Egitto, alla morte nel 1970 del presidente Gamal Abdel Nasser, e dell’Iraq, dopo l’invasione del Kuwait nel 1990, l’Arabia saudita prende il controllo della maggior parte dei media panarabi. Alla metà degli anni ’90, il lancio di al Jazeera, voluto dall’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad Ben Khalifa Al-Thani, segna la fine del monopolio saudita. Con la scelta del luogo d’inserimento, dei giornalisti da reclutare e con le sue opzioni ideologiche, al Jazeera introduce una triplice rottura rispetto alla formula saudita. Prima dominava l’idea che solo i media insediati all’estero potessero godere di una relativa libertà.

L’emigrazione di parte della stampa libanese in Europa, dopo lo scoppio della guerra civile nel 1975, aveva rafforzato questa tesi. Le basi dell’impero mediatico saudita erano a Londra o in Italia, dove si sfruttava la massiccia presenza di giornalisti arabi, soprattutto libanesi, diventati gli alleati – alcuni direbbero i prezzolati – degli emiri del regno. al Jazeera ha smentito questa tesi, dimostrando che un media panarabo, insediato in un paese arabo, può godere di grande libertà.

Poco alla volta, i media sauditi hanno cominciato a tornare nella regione, in particolare negli Emirati – ma non in Arabia saudita. Per aumentare la partecipazione e l’identificazione del pubblico, gli ideatori di al Jazeera hanno voluto che gli effettivi dell’emittente fossero rappresentativi delle diverse nazioni arabe; ponendo così termine al predominio dei giornalisti libanesi e delle strutture saudite. Certo i dissensi all’interno delle equipe giornalistiche sono frequenti, come dimostrano le dimissioni collettive di cinque presentatrici, il 25 maggio 2010. Alcuni media arabi, ripresi dalla stampa internazionale, hanno messo l’accento sulle pressioni dell’emittente per imporre un preciso codice di abbigliamento. Ma, secondo Joumana Nammour, una delle giornaliste dimissionarie, le vere ragioni della protesta non riguardavano affatto l’abbigliamento ed erano invece di ordine professionale. Le presentatrici lamentavano il fatto di avere poco potere. Ad esempio, nessuna delle numerose trasmissioni politiche dell’emittente è affidata a una donna. Un’attenta lettura dell’identità ideologica di al Jazeera e della sua linea editoriale, attraverso l’analisi dei dibattiti proposti e delle tematiche scelte, ma anche degli orientamenti rivendicati dai suoi principali animatori, rivela un sottile equilibrio tra tre tendenze: panaraba, islamizzante e liberale. Il successo di al Jazeera, l’interesse e la passione stessa che suscita nell’opinione pubblica di lingua araba si spiegano con il modo nuovo con cui viene trattata l’attualità, ma anche con la liberalità delle procedure. Dando la parola all’opposizione di ciascun paese arabo per commentare le verità ufficiali, al Jazeera ha offerto ai telespettatori una vera contrapposizione di opinioni. La diversità dei partecipanti, tanto dal punto di vista della nazionalità, della sensibilità ideologica e politica che del loro luogo di residenza, ha permesso la circolazione delle idee e dei punti di vista, abolendo le frontiere nazionali e aggirando ogni censura. L’emittente ha così partecipato in modo decisivo alla formazione di uno spazio pubblico arabo transnazionale (3). Strutturato con canali televisivi satellitari e telegiornali panarabi, ai quali si aggiungono internet, i blog e le reti sociali, questo spazio è diventato il luogo in cui si formano opinioni e preferenze politiche intorno a tutte le problematiche che riguardano la regione. Questo pluralismo, legato al moltiplicarsi dei mezzi d’informazione transfrontaliera lanciati dagli stati concorrenti, come l’Arabia saudita (Al-Arabiya), gli Stati uniti (al Hurra), l’Iran (al Alam), ha portato a un’inedita configurazione politico-mediatica nella quale si sovrappongono una sfera mediatica pluralista relativamente libera e regimi politici nazionali autoritari.

La contraddizione, acuita dall’audacia e dall’influenza di al Jazeera, ha tenuto sotto pressione i poteri scossi dalla circolazione di tanta informazione. La maturazione dei processi rivoluzionari nel mondo arabo deve molto a questa tensione tra ordine politico e ordine mediatico. Copertura militante delle rivoluzioni Visto il carattere fittizio – o addirittura l’assenza – di strutture di parte e sindacali in grado di organizzare il dibattito pubblico, al Jazeera ha progressivamente smesso di essere un normale canale televisivo per trasformarsi in un palcoscenico politico vicario. Da ormai una decina di anni, tutti i grandi temi che interessano i popoli della regione vengono discussi sui suoi schermi. È diventata un punto di riferimento per tutti i conflitti, dall’Afghanistan alla Palestina, tanto più che il dinamismo della diplomazia del Qatar mette spesso in crisi tradizioni e usi locali. La critica agli orientamenti dell’emittente, che provenga dall’interno (4) o dall’esterno del mondo arabo (5), fa ormai parte del gioco politico mediorientale. In genere punta a mettere sulla difensiva il governo del Qatar, presumendo che la linea editoriale dell’emittente non sia altro che la traduzione mediatica degli orientamenti diplomatici di questo stato. Ma tutto dimostra – a cominciare dalla copertura delle rivoluzioni di questi ultimi mesi – che al Jazeera è diventata un fenomeno arabo, uno specchio dell’evoluzione regionale che scavalca ampiamente la volontà di Doha. Benché al Jazeera sia popolare, è comunque un’emittente discussa, anche se per ragioni spesso contraddittorie. Alcuni contestano l’apertura nei confronti di Israele (è stata la prima tv satellitare a intervistare dei responsabili dello stato d’Israele), altri la sua propensione «islamista». Dimostra però un deciso antiamericanismo, malgrado la forte presenza militare americana in Qatar, che fa dell’emirato uno degli strumenti dell’influenza degli Stati uniti sul Medioriente. La copertura militante delle rivoluzioni arabe, in particolare in Libia e Yemen, e l’appoggio all’intervento militare dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato) sono stati denunciati come intromissione negli affari interni dei paesi arabi. L’assenza dell’opposizione saudita o di quella del Qatar dai suoi schermi, la timidezza su ciò che avviene in Bahrein e le modeste critiche a proposito dell’intervento delle forze armate saudite e dei loro alleati nel regno vengono interpretate come una volontà di preservare lo statu quo nel Golfo. L’annuncio, alla fine di aprile, delle dimissioni del responsabile dell’ufficio di Beirut dell’emittente, Ghassan Ben Jeddou, per divergenze relative a una copertura della Libia e della Siria giudicate troppo di parte, dimostra la sensibilità di al Jazeera alle evoluzioni regionali. Inoltre, la tesi dei detrattori, che presentavano l’emittente come una semplice fucina islamista, è stata sconfessata dall’appoggio alle rivolte maghrebine e mediorientali, in cui gli islamisti sono quasi inesistenti. E il lancio di al Jazeera in inglese, nel 2006, ha contribuito a smantellare l’immagine costruita dal Middle East Media Research Institute (Memri) che, attraverso traduzioni parziali ed estratti decontestualizzati, cercava di presentare al Jazeera come un media antioccidentale e antisemita (6).

note:

* Politologo. bess (sotto la dir. di), Les Arabes parlent aux Arabes: La révolution de l’information dans le monde arabe, Actes Sud, coll. «Sindbad», Arles, 2009.

(2) Le Monde, 11 marzo 2011.

(3) «Influence without power: Al-Jazeera and the Arab public sphere», in Mohamed Zayani (sotto la dir. di), The Al-Jazeera Phenomenon Critical Perspectives on New Arab Media, Pluto Press, Londra, 2005.

(4) Mamoun Fandy, (Un)Civil War of Words: Media and Politics in the Arab World, Praeger Security International, Santa Barbara (Stati uniti), 2007.

(5) Zvi Mazel, «Al Jazeera et le Qatar: le sombre empire des Frères musulmans?», Controverses, n° 13, Parigi, marzo 2010, www.controverses.fr.

(6) Leggere «Vietato criticare Israele», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2005.

(Traduzione di G. P.)

tratto da www.infoaut.org

4 ottobre 2011

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Africa, chi ha paura di Facebook

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Il caso di un ragazzo portato in tribunale in Zimbabwe per una frase postata su Facebook dimostra quanto i social network siano temuti dalle "democrature" continentali
 
Facebook_v_per_vendettaLa sentono arrivare e la temono, corrono ai ripari, tentano contromosse che spesso hanno la stessa efficacia degli scongiuri. La "Primavera araba" bussa alle porte di diversi autocrati africani, che dopo aver assistito al rovesciamento dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia, temono di fare la stessa fine di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. E allora stringono la morsa, irrobustiscono la censura ma si trovano a dover combattere contro un nemico nuovo contro il quale le vecchie armi non bastano: i social network. Fa riflettere ad esempio la sconfitta subita martedì dal vecchio Robert Mugabe, un tempo liberatore, oggi despota dello Zimbabwe. La corte di Bulawayo ha lasciato cadere il procedimento contro Vikhas Mavhudzi, un ragazzo colpevole di aver postato, lo scorso 13 febbraio, un messaggio sul profilo Facebook del principale oppositore di Mugabe, il premier Morgan Tsvangirai, in cui inneggiava alla rivoluzione egiziana. Nulla di particolarmente eclatante, a dire il vero. Il testo diceva: "Sono sopraffatto dalla gioia, non so cosa dire signor Primo ministro. Quel che è successo sta mandando onde d'urto ai dittatori in tutto il mondo. Nessuna arma ma unità nello scopo". Mavhudzi era finito subito in carcere e c'era rimasto fino al 31 marzo, quando era stato liberato su cauzione. Ma l'accusa per lui era grave: sedizione. Il processo però continua per altre sei persone, accusate di aver dato vita ad una cospirazione per il semplice fatto di aver partecipato ad una lezione universitaria nella quale il docente, riferendosi alla caduta di Hosni Mubarak in Egitto, aveva chiesto: "Quali lezioni si possono trarre?".

Una lezione gli autocrati in questione l'hanno imparata: Facebook, Twitter e la rete in generale sono strumenti fenomenali e se ben usati possono mettere in serie difficoltà un regime, soprattutto perché si legano alla telefonia mobile e a cellulari spesso muniti di camera. Sono strumenti per coordinarsi, scambiare informazioni in tempo reale ma anche per documentare ciò che i governi potrebbero voler tacere. Lo scorso aprile, ad esempio, il violento arresto del leader dell'opposizione ugandese, Kizza Besigye, fu documentato con una serie di scatti che finirono su internet immediatamente e contribuirono a far crescere la tensione fino a un livello di guardia. Se, come il caso delle Zimbabwe dimostra, le leggi esistenti non sono un deterrente perché inutili, la lotta si sposta su un piano più tecnologico. Lo ha confermato di recente il numero uno del dipartimento commerciale di Mtn, gigante sudafricano della telefonia, operativo in 21 Paesi di Africa e Medio Oriente, ha ammesso di aver ricevuto pressioni da diversi governi perché chiudesse i principali social network. De Faria non ha fatto nomi, ma non è difficile capire di chi stesse parlando. Dell'Uganda di Yoweri Museveni, il presidente che ha fatto arrestare Vicent Nzaramba, autore di un libro giudicato scomodo (People Power. Battle the Mighty General). Qui, non ci sono molte speculazioni da fare: due colossi della telefonia, internet provider come Warid Uganda Ltd e Uganda Telecom Ltd hanno bloccato l'accesso ai Twitter e Facebook più volte nei giorni più caldi delle marce contro carovita e disoccupazione (e contro Museveni) dell'iniziativa Walk to Work. La stessa Uganda Comunication Commission ha ammesso forti pressioni da parte degli apparati di sicurezza per chiudere i due network.

Lo stesso è accaduto in Senegal, in occasione delle proteste contro il presidente Abdoulaye Wade, in Swaziland, una delle ultime monarchie assolute al mondo, sull'orlo della bancarotta, in Camerun dove la presidenza di Paul Biya è piuttosto traballante e, lo scorso marzo, grazie a pressioni sull'Mtn, è stato bloccato l'accesso a Twitter dal cellulare. Facebook in particolare fa molta paura per le percentuali di crescita dell'utenza che si registrano in Africa: è quasi ovunque, nel continente, il secondo sito per numero di accessi. Ma è la rete in generale a tenere in apprensioni i governi africani. In Ruanda è stato chiuso il sito Umuvugizi e il suo editore condannato a due anni in contumacia per aver insultato il presidente Paul Kagame. La lotta si fa dura e alcuni stati stanno investendo ingenti risorse nella repressione del dissenso on line. Lo ha detto chiaramente il Comitato per la protezione dei giornalisti che a giugno ha organizzato un incontro in Sudafrica per discutere della situazione africana. La reporter della Bbc Karen Allen, scrivendo dell'evento, si chiedeva se la crescente presenza cinese nel continente non comportasse anche un travaso dell'esperienza di Pechino in materia. Secondo la Allen, i casi di Sudan e Tanzania, i cui governi avevano fatto ricorso a Malware per entrare nei computer e controllarli, cancellando dati o modificandoli, sono piuttosto preoccupanti.

Alberto Tundo

tratto da http://it.peacereporter.net/

25 settembre 2011

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Sceriffi della rete e cyber-ronde

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Internet_Good_Or_BadIn attesa del parere della Commissione Europea e della World Intellectual Property Organization (WIPO) sulla tanto discussa delibera AGCOM, in questi giorni è stata presentata in parlamento, da 19 deputati del Pdl tra cui Elena Centemero e Santo Versace , una proposta di legge “in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell’informazione e per il contrasto delle violazioni dei diritti di proprietà industriale operate mediante la rete interne”. Un disegno di legge identico a quello presentato in estate dal leghista Fava (alla faccia del diritto d'autore!).

Si tratta di 2 articoli che vanno a modificare rispettivamente gli art. 16 (Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – hosting) e 17 (Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza) del decreto legislativo n. 70 del 2003.

Nella prima parte si obbligano i provider a rimuovere e disabilitare l'accesso a risorse che violano il copyright o che promuovo il commercio di marchi contraffatti, ma a differenza della normativa odierna a poter “avvertire” il provider non sarà soltanto l'autorità competente ma “qualunque soggetto interessato”. Utenti propensi alla censura che si trasformano in cyber-ronde al servizio del diritto d'autore. Tutto questo senza passare attraverso l'autorità giudiziaria e senza, di fatto, la necessità, né la possibilità, di controllare l'effettiva natura delle accuse prima di proseguire con la cancellazione, la disabilitazione o il blocco dell'accesso.

La seconda parte che prevede la non responsabilità preventiva e, come da titolo, “l'assenza dell'obbligo generale di sorveglianza” è ancora più inquietante e al tempo stesso contraddittoria. Infatti il testo dell'articolo prevede la responsabilità civile e penale per il "prestatore che non abbia adempiuto al dovere di diligenza che è ragionevole attendersi da esso e che è previsto dal diritto al fine di individuare e prevenire taluni tipi di attività illecite”, altro che assenza dell'obbligo di sorveglianza. Inoltre i provider per adempire al loro dovere di poliziotti della rete dovranno adottare filtri preventivi atti ad impedire l'accesso a contenuti illeciti e infine stilare delle vere e proprie liste di utenti recidivi a cui impedire l'accesso alle piattaforme o addirittura alla rete stessa, una sorta di HADOPI all'italiana.

Insomma un ulteriore attacco ai diritti dei netizens nostrani e potere assoluto nelle mani dei provider stimolati dalle lobbies. A preoccupare è soprattutto la velocità con cui la proposta si sta muovendo, molto probabilmente per fare da sponda alla delibera AGCOM prevista per novembre. Un duro colpo anche per l'e-commerce, in un momento in cui, tra manovre lacrime e sangue, si vorrebbe far pagare i costi della crisi ai soliti noti per difendere i profitti di pochi. La partita è ancora tutta aperta, la posta in gioco altissima e le rivendicazioni delle piazze virtuali non faranno altro che portare ulteriore rabbia e indignazione in quelle piazze reali che già stanno scaldando i motori in vista del 15 ottobre e di un autunno-inverno che si preannunciano davvero molto, molto caldi.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

www.infoaut.org

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No Tav: vietato parlarne. Intervista a Luca Mercalli

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notavscioperoLuca Mercalli replica alle accuse dei partiti ricevute dopo "Che Tempo che fa": «Vogliono ghettizzare i valsusini. Dietro l'opera ci sono interessi enormi, ci sono miliardi promessi a qualcuno e forse già spesi. Due ragazze "no tav" in carcere, i delinquenti liberi»

Luca Mercalli nelle ultime ore è stato bersaglio di pesanti critiche da parte di alcuni partiti politici (in testa il Pd) per aver espresso parere contrario alla Tav Torino-Lione durante il programma di Fabio Fazio "Che tempo che fa" (ecco il video). Un attacco sorprendete che, però, fa emergere come gli interessi affinché la Tav venga realizzata siano enormi. Cadoinpiedi ha intervistato Luca Mercalli.

Perché una reazione così esagerata e compatta della politica al tuo intervento?

Questo me lo sto domandando anche io. Sicuramente è il segno che dietro a questa opera ci sono sicuramente dei grandi interessi perché se si arriva a una reazione così spropositata rispetto a un minuto di considerazioni, peraltro credo legittimate dalla libertà di opinione e anzi dall'informare la popolazione che non ci sono tutti i dati chiari a supporto di questa opera, è il segno evidente che sotto c'è qualcosa, che non è una "normale" opera a favore dei cittadini.

Cosa c'è di innominabile sotto la sigla TAV?

Ma credo che di innominabile ci siano tanti bei miliardi di euro estratti dalle pubbliche finanze e che probabilmente sono già stati promessi a qualcuno, o forse addirittura sono stati anche già spesi. E allora, adesso, non si può più tollerare qualsiasi voce dissonante che possa mettere in crisi l'inizio del cantiere e l'erogazione dei primi fondi pubblici.

Intanto due donne incensurate sono state arrestate, e sono in carcere da giorni. Non è anche questo un eccesso in tutti i sensi?

Ma infatti io sono stato fortemente attaccato per le parole che ho speso su questo fatto. Non ho certo difeso le due donne che non conosco, e poi io non ero sul posto, quindi non dico che il loro fermo sia stato ingiustificato. Ho semplicemente rilevato la sproporzione del trattamento che è stato loro riservato, considerando che sono due donne incensurate e che hanno una posizione nella società di una studentessa e di una madre di famiglia, perfino volontaria del 118. Penso che magari degli arresti domiciliari fossero più appropriati visto che ogni giorno vediamo delinquenti ben peggiori che girano a piede libero per le nostre strade. E quindi credo che è dovere della magistratura dare delle motivazioni più opportune per non esasperare una situazione che in Val di Susa è veramente critica, perché le persone in Valle di Susa si sentono ormai completamente ghettizzate ed etichettate in blocco come delinquenti e nemici dello Stato. Io stesso sono stato accusato da alcuni politici di istigare all'illegalità e alle azioni contro lo Stato, che mi sembrano delle cose eccessive ma soprattutto mi sembrano delle situazioni molto imprudenti. È una situazione dove invece bisognerebbe fornire alle persone elementi critici di giudizio basati sui dati ed è quello che ho chiesto nella seconda breve parte del mio intervento. Si esca da questo vicolo cieco e della contrapposizione e dell'ordine pubblico per rientrare nel dibattito rigoroso e scientifico basato sui dati che supportano, o meno, questa opera. Sappiamo che per il momento non ne sono stati presentati di credibili, c'è una petizione di 135 docenti universitari italiani che chiede di ristabilire una questione di metodo sull'esame di necessità dell'opera, se si passasse a questa fase io credo che si spegnerebbe tutto il problema dei sassi, del fortino, delle reti, delle persone che urlano e cose di questo genere, per passare a un dibattito assolutamente rigoroso sul piano del metodo scientifico.

Questa vicenda delle due ragazze in carcere, una madre di tre figli, ricorda Fuga di mezzanotte. Nessun giornale ne parla. Perché questo silenzio tombale?

Ma penso che faccia proprio parte di questa logica del ghettizzare una intera popolazione, una intera comunità. Ormai è da anni che noi assistiamo, io lo posso confermare vivendo all'interno di questa comunità e essendone parte, proprio un gioco all'indifferenza totale, a neutralizzare ogni genere di richiesta di esame delle istanze legate proprio alla necessità di questa opera, ignorando che non solo c'è una popolazione che protesta ma ci sono delle istituzioni. A me sembra incredibile che venga ignorata una Comunità Montana con un rappresentante di un partito politico, lo stesso tra l'altro che mi accusa. E questo è inaccettabile, è un rappresentante politico, è un'istituzione dello Stato italiano e quindi dovrebbe assolutamente essere ascoltato. Assieme alla Comunità Montana ci sono svariate decine di sindaci che sono altri rappresentanti dello Stato che si oppongono fermamente all'opera e che chiedono chiarezza.
Quindi lasciamo perdere un attimo le proteste di piazza, andiamo sull'istituzionale e proprio dal piano istituzionale vediamo che anche queste istituzioni sono completamente ignorate.

tratto da http://www.cadoinpiedi.it

20 settembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Settembre 2011 18:24

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