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CORPI E POTERE

Varese, il caso di Giuseppe Uva: "Massacrato di botte in caserma"

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L'uomo fu picchiato per ore da poliziotti e carabinieri e morì: la denuncia di Manconi. Era stato fermato ubriaco alle tre del mattino del 14 giugno 2008. Un altro dramma inquietante dopo quelli di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi

giuseppe_uvaMILANO - Un ragazzo che chiama il 118 per chiedere un'ambulanza mentre sente le urla del suo amico nella stanza accanto, all'interno della caserma dei carabinieri di Varese. "Lo stanno massacrando" dice a bassa voce. Una "anomala presenza di carabinieri e poliziotti in quella caserma di via Saffi, dove per tre ore il fermato subisce violenze sistematiche e ininterrotte". Gli indumenti sporchi di sangue, le ecchimosi sul volto e su altre parti del corpo, le macchie rosse tra pube e ano. Il ricovero in ospedale alle 5 del mattino con la "somministrazione di medicinali incompatibili con lo stato di ubriachezza dell'uomo".

Dopo aver reso pubblico il caso di Stefano Cucchi, la denuncia di Luigi Manconi, presidente di "A buon diritto" ed ex sottosegretario alla Giustizia, tenta di far luce sulla storia di Giuseppe Uva, 43 anni, fermato ubriaco alle 3 del mattino il 14 giugno 2008, a Varese. Lui e un suo amico, Alberto B., vengono portati in caserma. Qui Uva, ha ricostruito Manconi, "resta in balìa di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all'interno della caserma di via Saffi". Il suo amico, nella stanza accanto, sente due ore di urla incessanti, chiama il 118 per far arrivare un'ambulanza. "Stanno massacrando un ragazzo" sussurra all'operatore del 118, che chiama subito dopo in caserma e chiede se deve inviare davvero l'autoambulanza. "No guardi, sono due ubriachi che abbiamo qui - risponde un militare - ora gli togliamo i cellulari. Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi".

Ma è invece alle 5 del mattino che da via Saffi parte la richiesta di un Trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, viene poi trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, mentre il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici - gli unici indagati dell'intera storia - gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso, perché sarebbero incompatibili con l'alcol bevuto durante la notte.

"Un caso limpido di diritti violati nell'indifferenza più totale - denuncia ora Luigi Manconi - . Infatti, per quanto accaduto all'interno della caserma si sta procedendo ancora contro ignoti". "Al di là dei primi interrogatori nei giorni successivi di poliziotti e carabinieri, non è stato più sentito nessuno" denuncia l'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha squarciato il velo di omertà nelle istituzioni su altri casi di violenze di appartenenti alle forze dell'ordine, come quelli di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

Anche nella storia di Giuseppe Uva e nella sua ultima notte di vita, c'è ancora molto da chiarire. Gli interrogativi dei suoi parenti sono ancora tanti: perché in una caserma si riuniscono carabinieri e poliziotti? Come si spiegano le ferite e i lividi sul volto, il sangue sui vestiti, la macchia rossa tra pube e regione anale? Perché l'autopsia non ha previsto esami radiologici per evidenziare eventuali fratture? "Sono passati quasi due anni e non abbiamo avuto ancora giustizia - dice in lacrime Lucia Uva, sorella di Giuseppe - . Non sappiamo ancora perché nostro fratello è morto: se per le botte o per i farmaci somministrati in ospedale. Aspettiamo che un giorno qualcuno dica la verità".  

tratto da www.repubblica.it

(20 marzo 2010)

Clandestini per legge: diritti umani violati e fallimento statistico

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immigrati_sbarchiI respingimenti voluti dal governo non hanno fatto scendere i numeri degli irregolari e hanno invece leso diritti umani e politici. Non è questione di propaganda politica, ma di numeri. La fruibilità del diritto d’asilo, che sarà bene ricordare figura nei dodici principi fondamentali con cui si apre la Costituzione Italiana, è in brusca diminuzione. A dirlo è Laurens Jolles, rappresentante dell’Unhcr per l’Europa meridionale. Le cifre parlano fin troppo chiaro: se nel 2008 le domande giunte all’Italia erano 30.492, nel 2009 sono state 17.603. Nel resto d’Europa i numeri sono invece rimasti stabili, mentre in Francia e Germania sono persino aumentati. Segno che l’inversione di rotta politica è tutta italiana e di questo governo.

Quello che accade tra l’Italia e la Libia e i respingimenti in mare hanno portato a questo. Tutti i respinti nel maggio 2009 erano richiedenti diritto d’asilo. Probabilmente non tutti avrebbero avuto i requisiti per averlo, ma il respingimento indiscriminato ha leso un diritto riconosciuto senza alcuna verifica di merito, rispondendo soltanto all’ossessione di sgombrare le coste e i centri di espulsione. I paesi da cui queste persone fuggono continuano ad essere quelli di sempre. La Somalia, ad esempio, da cui sono scappati l’anno scorso, dalla sola Mogadiscio, 250 mila civili per gli attacchi sferrati dai gruppi armati. Così la Libia e il suo regime “amico” del nostro Berlusconi o l’Eritrea. Eppure gli sbarchi sono calati drasticamente. Segno evidente che qui il diritto d’asilo non esiste. Soltanto l’anno scorso il 50% delle domande sono state accolte. Tutte persone che oggi rimangono in mare o vanno altrove.

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Cucchi morì per disidatrazione. Ma perché non fu curato? E chi lo picchiò?

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La relazione della commissione del Senato sul servizio sanitario nazionale ripercorre gli ultimi giorni della vita del geometra romano di 31 anni. I giornali cercano di spostare il tiro sulla "malasanità" e sulla volontà di Cucchi di lasciarsi morire. Ma non bisogna dimenticare le percosse, i lividi e la generale incuria di cui è stato vittima

cucchi_foto«Dopo aver subito le lesioni ed essere stato ricoverato nel reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini con una procedura del tutto anomala», Stefano Cucchi chiedeva di parlare con un legale di fiducia, con suo cognato, con un operatore della comunità che lo aveva già seguito in passato. «Ma tale colloquio non avrà mai luogo». La relazione della commissione del Senato sul servizio sanitario nazionale ripercorre gli ultimi giorni della vita del geometra romano di 31 anni. Ci sono volute una quarantina di audizioni, alcuni sopralluoghi e molta pazienza per ottenere uno straccio di numero legale che consentisse l’approvazione. Se questi atti saranno resi pubblici o secretati sarà noto nella prossima riunione della commissione, ad aprile.
L’enfasi della grande stampa sulla disidratazione che lo avrebbe ucciso è indice della pressione incredibile da parte di chi vorrebbe confinare al capitolo “malasanità” la vicenda dell’arresto, del pestaggio, dei misteri dell’udienza di convalida, della detenzione del ragazzo di Torpignattara preso la notte del 16 ottobre da 5 carabinieri in un parco di Cinecittà e morto all’alba del 22 ottobre, nemmeno sei giorni dopo, nel repartino del Pertini. «Non si perdono dieci chili in sei giorni se uno non è malridotto. E Stefano era stato pestato», insiste sua sorella Ilaria. Solo un’infermiera di Regina Coeli, in mezzo a tanti non ricordo dei camici bianchi sentiti dalla commissione, avrebbe ammesso francamente che Stefano arrivò «pestato, senza dubbio» al carcere sul Lungotevere. Marino, medico di chiara fama, è inequivocabile: «La disidratazione è causa del blocco pre-renale che l’ha ucciso. Ma bisogna capire perché ha perso così tanto peso in pochi giorni».

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Vogliono espellere Joy entro un paio di giorni!

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cie_stupri Link: Stuprata ieri, espulsa (?) oggi

Ieri Joy è stata trasferita dal Cie di Modena a quello di Ponte Galeria. Sappiamo bene cosa significa questo: che entro un paio di giorni la vogliono espellere.
Pare che proprio ieri a Ponte Galeria sia entrato qualcuno dell'ambasciata nigeriana per fare i riconoscimenti di una decina di nigeriane - tra cui anche Hellen, testimone del tentato stupro - azione che prelude sempre all'espulsione a brevissimo termine.
Dunque le voci che giravano riguardo alle pressioni della questura di Milano perché Joy venisse espulsa - nonostante avesse intrapreso un percorso per ottenere l'articolo 18 come vittima di tratta - sono confermate.
Non è bastato alla questura di Milano 'far sparire', nella notte fra l'11 e il 12 febbraio, le cinque ragazze dalle carceri in cui erano rinchiuse per riportarle nei Cie. Pur di proteggere Vittorio Addesso, i suoi colleghi sono disposti ad agire nelle maniere più vili.
La storia di Joy ci dimostra come gli apparati repressivi e di controllo dello Stato esigano soprattutto che i ricatti sessuali che ogni donna e trans subisce dentro i Cie rimangano taciuti.
La forza che hanno dimostrato Hellen e Joy fa paura, perché è la forza che smaschera la verità di quello che accade dentro le mura di quei lager per migranti. Gli aguzzini che li controllano stanno facendo di tutto per impedire che questo precedente apra un varco o una breccia in quelle mura.
E che nessuno/a ci venga più a dire che in Italia ci sono leggi contro la violenza sessuale e lo stalking e che è necessario denunciare. Chiunque, da oggi in poi, ancora lo pensa si ricordi bene questo: le forze dell'ordine hanno licenza di stuprare anche grazie alle coperture di cui godono e di un apparato istituzionale connivente.

Ci troverete dappertutto, più che mai inferocite e schifate dalla vostra miseria e dalla vostra viltà!

NESSUNA PACE PER CHI STUPRA E MOLESTA LE DONNE, TANTO PIU' SE LO FA FORTE DELLA DIVISA CHE INDOSSA E DELLE CONNIVENZE DI CUI GODE!!!

Noi non siamo complici - Donne contro i C.I.E.

[Dal blog: NoiNonSiamoComplici]

16 marzo 2010

Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Marzo 2010 10:26

Ponte Galeria, un sabato pomeriggio di rivolta nel C.I.E.

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ponte_galeriaRoma - Un sabato agitato quello del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria! I migranti rinchiusi in una delle nostrane galere etniche sono tornati a ribellarsi, a protestare contro le assurde loro condizioni di vita, contro la soppressione coatta della loro libertà.

Ritroviamo anche nella piccola sommossa di ieri elementi che ci confermano, certo non univocamente, come le proteste migranti dentro i Cie abbiano, soprattutto nell'ultimo anno, nonostante i livelli diversi da città a città, compiuto passi avanti nella costruzione e nella conduzione delle proteste. Il riot collettivo e la relazione con l'esterno tramite le radio di movimento piuttosto che l'autolesionismo individuale e l'impasse solitario. Due aspetti che hanno, nella specificità della rivolta ma anche più generalmente, la loro importanza: la comunicazione oltre i muri attraverso l'espressione della rabbia covata, la narrazione di destini nefasti attraverso le radio, l'interazione con il fuori solidale.

La protesta di ieri pomeriggio ha preso il via con l'arrivo di compagni e compagne fuori dal Cie: le donne sono state subito rinchiuse nei container, gli uomini invece sono riusciti a salire sui tetti della struttura. La polizia ha caricato più volte, sparando lacrimogeni, entrando nel centro con 2 camionette. Dopo 4 ore di resistenza i migranti erano ancora sui tetti, a bruciare materassi e lenzuola, a gridare libertà, facendo fallire il tentativo poliziesco di far concludere le proteste e far scendere i ragazzi dai tetti.

In serata i migranti scendono, molti vengono inseguiti e ammanettati faccia a terra dalla polizia. I migranti sapevano già che sarebbero stati puniti, ma ciò evidentemente non era un buon motivo per stare buoni ed in silenzio! Gli antirazzisti in presidio hanno lasciato le mura del Cie andando a bloccare i binari della linea Roma-Fiumicino, per poi concludere la giornata con un corteo spontaneo a Trastevere con in testa lo striscione "Chiudere tutti i lager".

Le corrispondenze di Radio Onda Rossa:

tratto da www.infoaut.org

14 marzo 2010

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