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Da Livorno ai campi profughi del Libano: 3° resoconto

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palestine_olmert_plan_mapsGli ultimi giorni di viaggio sono stati molto intensi sia dal punto di vista politico sia da quello di conoscenza di luoghi cruciali per la storia libanese e palestinese.
Il giorno 28 il nostro referente ci ha accompagnati nel centro di Beiurt spiegandoci a grandi linee alcuni passaggi importanti della storia libanese:
Il luogo dove fù ucciso il lider cristiano e presidente del Libano Bashir Gemayel (due giorni dopo le milizie maronite della Falange iniziarono il massacro di Sabra e Chatila appoggiate dall'esercitò israeliano che occupava Beirut).
Alcuni alberghi distrutti dai bombardamenti e il luogo dove nel 2005 fu ucciso il presidente Hariri di cui furono accusati i servizi segreti siriani (che in passato controllavano parte del Libano).
Alcune zone collinari a est della città interessate da violenti scontri durante la guerra civile.

Siamo inoltre riusciti a parlare con un ex combattente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina che ci ha raccontato piccoli aneddoti della propria esperienza di guerra.

Negli anni '90 la città era ancora divisa in due dalla famosa "linea verde", il loro gruppo si era asseragliato in alcune case sopra le colline di Beirut, potevano uscire solo la notte e vivevano continuamente sotto i colpi di artiglieria di una portaaerei americana ferma davanti al porto di Beirut.

Abbiamo potuto visitare Beirut sud contrallata dal partito sciita Hezbollah (che fino a poco tempo fa faceva parte del governo). Questa "visita" è stata effettuata in macchina per motivi di sicurazza.
Siamo passati dentro la ex zona di sicurezza dove vivevano e avevano le  loro sedi tutti i principali esponenti del partito compreso Nasrallah. Tutta l'area e in fase di ricostruzione perchè compeltamente distrutta durante la guerra del 2006.

E' impressionante vedere come siano riusciti in così poco tempo a ricostruire (almeno in parte) tutti i palazzi bombardati e a dare un signale di rapida ripresa.
A differenza del sud del libano, dove gli scontri avvenivano anche direttamente tra i due eserciti, Beirut è stata interessata solo da violenti bombardamenti che hanno colpito principalmente la zona sud di Hezbollah.

Durante la visita siamo passati anche davanti alla ex sede della televisione satellitare del partito: Al Manar

Il giorno 29 abbiamo invece conosciuto il campo profughi di Baddawi a Tripoli.
La visita è stata molto interessante dal punto di vista politico per la nostra partecipazione ad un dibattito all'interno del campo, avvenuto in una sede "neutra", tra tutte le fazioni politiche esistenti tra i profughi palestinesi in Libano (compresi Hamas, Fatah, Fplp ecc). L'incontro è stato organizzato da dirigenti del Fronte popolare e aveva come obbiettivo quello di affrontare la delicata questione degli accordi di pace.
Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è una organizzaione politica palestinese nata a fine anni 60  fondata da George Abbash.
Il partito ha sempre avuto, in linea generale, una impostazione marxista-leninista e proponeva (e propone tutt'ora) una soluzione alla questione palestinese che contempla la presenza di un solo stato per il popolo palestinese e per gli ebrei.
Questo "sogno" era una realtà possibile prima della nascita del sionismo e dello stato di Israrele (uno stato degli ebrei per soli ebrei).
E' necessario sottolineare che nella maggior parte degli stati mediorentali la convivenza tra etnie e religioni è stata un dato di fatto per moltissimi anni.
Una volta chiariti questi aspetti (cioè cos'è il sionismo e lo stato di Israele), l'altro sogno: "Due popoli e due stati" appare, se non altro, irrealizzabile almeno quanto il primo.

Il Fronte popolare ha sempre avuto una struttura democratica, ci sono elezioni interne al partito per i vari dirigenti e per i vari gradi.
Chiaramente è stata sempre mantenuta una struttura militare efficiente e attiva. Svariate le azioni armate contro l'esercitoisraeliano e contro importanti obbiettivi realizzate dalle loro milizie.
In anni passati sono state organizzate anche azioni militari che includevano dirottamenti aerei e attentati dentro Israele. Il partito è tutt'ora nella lista nera delle organizzaioni terroristiche dagli Stati Uniti e dall'Europa.

Dopo l'avvento di Hamas e di gruppi islamici all'interno dalla Palestina (storicamente molto laica) e dopo la caduta dei paesi socialisti nel mondo questa organizzazione ha perso molta importanza ma rimane comunque il secondo partito dopo Fatah tra i profughi fuori della Palestina e il terzo all'interno dei territori.
Ha giocato negli ultimi anni un ruolo fondamentale nella lotta contro le infiltrazioni di Al-Qaeda tra i palestinesi (ci sono riscontri degni di nota per quanto riguarda un solo campo in Libano).

Nella città di Tripoli eistono due campi profughi palestinesi, quello di Nahr Al Bared e quello di Baddawi. Il primo è stato bombardato nel 2007 dall'esercito libanese perchè al suo interno si era creato un gruppo attivo legato ad Al-qaeda e tutt'ora è difficile entrarvi (è circondato dall'esercito).
Il campo di Baddawi invece appare subito più organizzato e politicizzato rispetto agli altri visitati fin'ora. Dentro il campo abbiamo potuto vedere alcune scuole gestite dai palestinesi e anche delle cliniche molto organizzate alla quale si rivolgono addirittura cittadini libaesi meno abbienti (sono gratuite). La presenza militare è molto visibile all'interno del campo.
***
Sintesi dell'intervento del Dr Maher Al Taher (dirigente massimo dell'fplp per i profughi palestinesi) durante il dibattito organizzato nel campo profughi di Baddawi il 29 Agosto
L'incontro è stato organizzato vistal'esigenza da parte delle organizzazioni palestinesi fuori dalla palestina di discutere delle nuove trattative di pace tra Abù Mazen e Israele.
Erano presenti tutte le organizzazioni politiche presenti in libano nei campi profughi,alcune ong e personalità di spicco della politica palestinese.

"Il primo problema dei Palestinesi in questo momento sono gli accordi di Oslo.
Dopo l'incontro di Camp David, Arafat si rifiutò di firmare l'accordo perchè non contemplava nessuna soluzione ai problemi più importanti del popolo palestinese (profughi in primis). Disse che se avesse firmato quell'accordo lo avrebbero ammazzato appena tornato in patria.
Dopo questa fase scoppia la seconda intifada, fino a quando è stato ammazzato dagli israeliani avvelenandolo nella residenza dove era praticamente rinchiuso.

Il problema di Oslo sono 168.000 mila persone direttamente salariate dall'organizzazione di Abù Mazen che significano un milione di persone (se si contano le famiglie) dipendenti da questo sistema e quindi indirettamente dagli americani e dall'Europa.
Questa base sociale è la forza di Fatah ma anche la sua debolezza politica. Se America e Europa tagliano questi fondi per molti palestinesi sarebbe un problema.
Abù Mazen era daccordo con il Fronte, dentro l'Olp, sul fatto che se Israele avesse continuato a costruire insediamenti avrebbero interrotto tutti i rapporti e i negoziati.
Obama quando andò in Turchia chiese a Israele che venisse fermata la costruzione di nuove colonie, ma Israele continua a costruire e occupare porzioni di territorio.
A questo punto è stato chiesto ad Abù Mazen cosa avesse intenzione di fare rispetto al nuovo contesto e al dato di fatto che non esistevano più le condizioni per trattare.
Abù Mazen non ha alcuna alternativa ad andare avanti proprio per tutti i soldi che riceve direttamente. La sua base non ha nessuna intenzione di interrompere le trattative per lo stesso motivo. Oltre all'America e all'Europa anche molti paesi arabi spingono per questa "soluzione".
L'alternativa è che finisca questo governo e che si torni alla resistenza nelle strade e nella politica.
Il problema è come riuscire a resistere alla forza di Israele (come gli contenstava il fratello di Bargouthi durante un incontro) ma il dato di fatto rimane che Fatah è congelata, incapace di reagire.

Gli accordi di Oslo hanno diviso il popolo palestinese.
Un mese fa Obama ha scritto una lettera ad Abù Mazen  dicendogli che se non avesse continuato nei negoziati di pace gli Stati Uniti avrebbero tagliato i soldi alla sua organizzazione.
Il capo di Fatah si è quindi rivolto ad alcuni governi arabi che non gli hanno concesso nessun appoggio concreto.
Il problema è capire perchè gli Stati Uniti insistono per riaprire le trattative dirette il prima possibile
I motivi sono 3:

1) Dopo il caso Freedom flottiglia gli Israeliani hanno perso consenso, sono nati molti nuovi boicottaggi, per esempio delle università, e in altri campi.
Per l'America questi accordi diretti servono per dire al mondo  "stanno trattando tra di loro non immischiatevi in questi affari". In questo caso parliamo ad esempio della Turchia.

2) La strategia americana in medioriente sta subendo seri colpi. Stabilizzare la situazione palestinese potrebbe voler dire occuparsi meglio di altre questioni ed evitare di aprire altri fronti. Anche gli stessi vertici dell'esercito americano hanno imposto questa linea.

3) Se dovesse continuare questa situazione di stallo l'Olp palestinese si sgretolerebbe piano piano e gli americani hanno invece bisogno di una  lidership forte e credibile almeno di facciata.

Le trattative inizieranno il 2 settembre. Abù Mazen si recherà a Tel Aviv e insieme al primo ministro Israeliano si recheranno a Washington.
Da queste trattative ne uscirà un documento molto generale e vago, diciamo una dichiarazione di principio senza entrare nelle questione specifiche prometteranno che in 10 anni creeranno uno stato palestinese autonomo.

Durante questi dieci anni Israele finirà di occupare il restante territorio nella West Bank, parallelamente a questo riusciranno insieme ad i paesi arabi a creare una nuova lidership palestinese che accetterà tutte le loro condizioni.
Il territorio di Gaza verrà lasciato "libero" come ha recentemente dichiarato un mebro del Likud: "Gaza è più che sufficiente ad accogliere i palestinesi".

Il Fronte popolare insieme ad altri partiti ha chiesto ad Abù Mazen di rispettaregli accordi del Cairo*.
Da parte sua il capo di Fatah ha invece riunito 10 giorni fa l'Olp a Ramallah con solo 9 membri tutti di Fatah invece che 18 (il minimo per prendere decisioni) e ha ricevuto il mandato per partecipare alle trattative di pace.

Le altre organizzaioni hanno chiesto ad Abù mazen un incontro ma egli ha rifiutato.
Il numero due del Fplp ha convocato un incontro generale a Ramallah  qualche giorno fa ma è stato violentemente interrotto dalla polizia dell'Autorità Palestinese con l'appoggio del generale Dayton che coordina le forze di sicurezza nella West Bank (ci sono 500 soldati americani nella zona che addestrano Fatah e coordinano le operazioni).

Dall'altra parte anche Hamas ha interrotto la resistenza  contro Israele e ha dichiarato che penserà solo a Gaza e ai suoi problemi.

Il Fronte insieme ad altri partiti ha dichiarato che se non chiariranno questi aspetti applicheranno gli accordi del Cairo autonomamente e torneranno come in passato con la vecchia Olp su due basi, la lotta politica e militare per riunificare i due governi (Gaza e West Bank) e continuare la resistenza. Anche la Jihad è daccordo a questa proposta e in tutte le città e nelle università ci sono incontri per discutere di questo.

*Gli accordi del Cairo

Circa due anni fa c'é stato un incontro al Cairo tra tutte le organizzazioni palestinesi e anche alcune personalità importanti che non erano  inquadrate in nessuna organizzazione.
Il documento finale è stato firmato da tutti i partecipanti e in sintesi poneva alcuni obbiettivi fondamentali:

L'Olp è il rappresentante unico di tutti i palestinesi sia dentro che fuori della palestina
Tutti i partiti hanno un rappresentante al suo interno anche per ogni campo di intervento (sicuerzza, sanità ecc) dovrà essere eletto un responsabile.

Dovrà nascere un comando militare unificato per combattere Israele.

Ci saranno delle elezioni generali per il parlamento alla quale parteciperanno tutti i palestinesi sia in patria che fuori.
Il Parlamento a sua volta eleggerà un gruppo ( governo) di 21 membri.
Il governo sceglie, da una parte il presidente dell'Olp, e dall'altra propone tra i suoi membri il futuro lider dell'autorità palestinese che sarà sottoposto a suffragio popolare.
L'obbiettivo politico è quello di riunificare il governo palestinese da Gaza alla Cisgiordania, dalla Siria al Libano.

In questo momento Fatah sta occupando di fatto l'autorità palestinese con una specie di auto-mandato

Vi è un sistemna proporzionale, il 25 per cento è per le donne. Tutti i partiti devono candidare esponenti di sesso femminile. Tutti i soldi devono essere amministrati dall'Olp.

Ultimo aggiornamento Martedì 31 Agosto 2010 22:31

Da Livorno ai campi profughi del Libano: 2° resoconto

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Libano_confine_israele

Questa settimana la sezione degli editoriali internazionali ospiterà le corrispondenze del gruppo partito dall'Italia con le Brigate di Solidarietà per la pace, alla volta dei campi produghi palestinesi in Libano. Una testimonianza diretta di ciò che sta accaedendo in uno dei territori più conflittuali del mondo dove le vicende mediorientali hanno storicamente coagulato i loro problemi.

Venerdì 27 agosto

La giornata di oggi prevedeva lo spostamento in auto verso il libano del sud.
Tra Beirut e il confine con israele ci sono circa 90 km. Siamo partiti nella mattinata presto alla volta di Sidone e successivamente verso Tiro. La nostra guida ci spiegava che a differenza di Beirut e del resto del Libano i campi profughi palestinesi nel sud sono presidiati e totalmente chiusi dall'esercito libanese.
Durante il tragitto abbiamo potuto vedere dall'esterno alcuni di questi campi, tra cui il secondo più grande del Libano, completamente circondati da reti di filo spinato e chiusi da checkpoint dell'esercito.
Fino alle porte della città di Tiro la situazione è rimasta visibilmente normale (a parte l'autostrada interrotta e alcuni edifici danneggiati dai bombardamenti). Proseguendo nel viaggio si sono intensificati i posti di blocco dell'esercito e la presenza militare diventa evidente.
Il nostro accompagnatore, ad un certo punto, ci ha comunicato l'entrata nella zona controllata da Hezbollah. Prima del confine situato lungo la costa ci siamo diretti verso est lungo strade di collina dove si è ulteriormente intensificata la presenza di posti di blocco e pattugliamenti questa volta anche del contingente Unifil. Abbiamo raggiunto dopo poco il confine israeliano in una zona montuosa e piena di piccoli villaggi libanesi.

Israele ha sistemato un lungo la frontiera un reticolato elettrificato con delle postazioni militari sparse lungo la linea. Altre piccole postazioni erano visibilmente dislocate ad alcune centinaia di metri di distanza nelle colline vicine.

Per alcuni chilometri la strada corre a pochi metri dalla rete dove tutti i valichi di accesso sono chiaramente chiusi. Segni visibili dei bombardamenti del 2006 si possono vedere nelle case e nei campi vicini. Inoltre ci è stato spiegato che l'esercito israeliano sapendo dell'imminente cessate il fuoco nelle ultime 72 ore di conflitto ha sganciato nelle campagne tramite elicotteri apache migliaia di cluster bombs (bombe a grappolo) che continuano ad uccidere nonostante i massicci tentativi di sminamento.
La strada che corre lungo la frontiera libanese è illuminata grazie a centinaia di di lampioni alimentati con pannelli solari: le uniche infrastruttute fatte fin'ora dai militari italiani. La zona è totalmente presidiata da mezzi militari Unifil e dell'esercito libanese.

Dopo alcuni km siamo arrivati di fronte all'altura dove circa un mese fa è avvenuto l'ultimo conflitto a fuoco che ha rischiato di far precipitare di nuovo la situazione tra i due paesi confinanti.
A prima vista, ci si rende subito conto che la zona interessata dal taglio degli alberi (che hanno scatenato la reazione di Hezbollah) si trova a pochi metri dalla rete di confine dentro la cosiddetta linea blu ed è visibilmente a notevole distanza dalle postazioni dell'esercito israeliano. Appare in questo modo chiaro l'intento provocatorio di uno spostamento militare a ridosso della linea.

Inoltre gli alberi interessati in nessun modo avrebbero potuto intralciare la visuale dell'esercito sionista, visto che le loro postazioni distanti appunto centinaia di metri si trovano su alcune colline.

Viene quindi spontaneo pensare che un eventuale attacco istraleiano nei confronti del Libano possa essere già preparato da tempo e che possa essere utilizzata una semplice provocazione e la sua conseguente risposta per scatenare un offensiva.
Inoltre Hezbollah è, e rimane, una spina nel fianco del governo sionista per quanto riguarda il controllo totale e la supremazia militare dell'area.

Continuando lungo il confine siamo giunti in una vallata a prima vista molto fertile. La nostra  guida infatti ha confermato che quella zona nel 2006 ha rappresentato una delle prime disfatte dell'esercito israeliano. Per motivi tattici, il primo sfondamento della linea sarebbe dovuto avvenire qui, ma Hezbollah ruppe gli argini del fiume e dei canali di irrigazione bloccando di fatto in un pantano per alcuni giorni l'avanzata sionsita.

Il viaggio è continuato fino al confine con la Siria da dove si intravedono le famose e contese alture del Golan.

Prima di tornare a Beirut siamo riusciti a visitare l'ex carcere israeliano di El Khiam da cui sono passati in diversi anni (prima del ritiro dell'esercito) circa 5000 prigionieri palestinesi e libanesi sia combattenti che civili sospettati di collaborare con la resistenza.
La struttura era un ex caserma francese poi abbandonata e occupata da Israele durante l'occupazione. All'interno delle sue mura sono state perpetuate le peggiori torture fisiche e psicologiche degne di essere paragonate a quelle delle ss tedesche.

2° corrispondenza dalla spedizione delle Brigate di solidarietà per la pace (BRISOP)
27 AGOSTO 2010
Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Agosto 2010 16:02

Da Livorno ai campi profughi del Libano: 1° resoconto

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In questa settimana la sezione degli editoriali internazionali ospiterà le corrispondenze del gruppo partito dall'Italia con le Brigate di Solidarietà per la pace, alla volta dei campi produghi palestinesi in Libano. Una testimonianza diretta di ciò che sta accaedendo in uno dei territori più conflittuali del mondo dove le vicende mediorientali hanno storicamente coagulato i loro problemi. red. 26 agosto 2010
 
libanoNella notte siamo finalmente giunti a beirut e subito trasferiti in minibus in un albergo nel quartiere hambra nel centro della città.
Purtroppo la spedizione ha registrato subito dei problemi, dopo la prima notizia riguardante uno dei partecipanti (una compagna di pisa) che non è riuscita ad ottenere il nuovo passaporto italiano, anche il compagno argentino del fronte di azione rivoluzionaria è stato fermato in aereporto a Firenze per problemi col visto e non ha potuto lasciare il paese.

A prima vista la città sembra tranquilla a parte diversi posti di blocco con tank militari sparsi lungo il tragitto dall'aereoporto ed alcuni edifici visibilmente danneggiati dalla guerra.

Nella mattinata siamo stati trasferiti all'interno del campo profughi di Mar Elias (in cui vi sono  progetti finanziati dall'agenzia Onu per i rifugiati) dove abbiamo incontrato la delegazione palestinese all'interno del campo.
E' stato definito a grandi linee il programma del viaggio che prevede vari spostamenti da nord  a sud del Paese e la conclusione del viaggio a Damasco in Siria per gli ultimi incontri.

La realtà del campo profughi risulta caratterizzata da un estrema povertà, piccole case costruite  una sull'altra letteralemente attraversate da viuzze sterrate. cavi ellettrici e tubi dell'acqua corrono l'uno accanto all'altro sospesi in un intrigo pericoloso. gli scarichi finiscono direttamente in strada. sacchi della spazzatura sparsi ovunque. Una realtà che cozza incredibilmente con i lussuosi quartieri del centro.

Nel pomeriggio abbiamo visitato il campo profughi di Sabra e Chatila alla periferia di Beiurt dove nel 1982 avvenne uno dei massacri più feroci della storia: l'esercito falangista libanese appoggiato fisicamente e politicamente da Israele trucidò migliaia di civili palestinesi.

Nei campi profughi non esiste nessun diritto riconosciuto. I suoi abitanti non hanno praticamente cittadinanza alcuna. Possono studiare (se hanno i soldi) ma non possono esercitare lavori che non siano il manovale o l'ambulante o simili. Non hanno possibilità di uscire e sono fortemente discriminati dalla società libanese. Una frase che sintetizza bene la situazione ci è stata detta da un rappresentante palestinese durante un incontro: se nasci nel campo puoi provare a fare ciò che vuoi ma sei sempre sicuro che morirai nel campo.
La situazione di disagio si è amplificata negli ultimi anni con la massiccia diffusione dell'uso di droghe da parte dei più giovani e della delinquenza.
Dal punto di vista politico tenevo a precisare che il governo libanese se da una parte si fregia di aver aiutato e di aiutare il popolo palestinese dall'altra concretamente non stà facendo quasi nulla di concreto per farlo.

Nonostante l'estrema situazione di disagio e povertà la volontà di questo popolo rimane quella di poter tornare un giorno nella propria terra e nelle proprie città palestinesi dalle quali sono stati cacciati in maniera totalmente illegittima dallo stato sionista.

All'interno dei campi gli strascichi delle conflittualità esistenti tra le varie fazioni palestinesi in patria si ripercuotono quotidianamente.
Esistono ormai enormi differenze di visione della questione palestinese tra i tre gruppi principali esistenti: Hamas, Fatah e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

Per quanto riguarda il Libano invece la situazione resta molto tesa. Qualche giorno fa in una via del centro sono avvenuti scontri a fuoco tra la milizia di Hezbollah e un'altra fazione riconducibile al partito islamico sunnita presente in libano.

La giornata si è conclusa con la visita alla fossa comune trasformata in mausoleo dell'eccidio di Sabra e Chatila e al cimitero dei combattenti palestinesi.
1° corrispondenza dalla spedizione delle Brigate di solidarietà per la pace (BRISOP)
26 AGOSTO 2010
Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Agosto 2010 09:00

Da Livorno ai campi profughi del Libano in solidarietà al popolo libanese e palestinese

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libanoOggi martedì 24 agosto un gruppo facente parte delle Brigate di Solidarietà per la Pace fondate nel 2002 da militanti italiani e veterani delle ex-forze armate ribelli (FAR) del Guatemala partirà dall'Italia alla volta dei campi profughi palestinesi in Libano.
L'intento della spedizione è quello di portare solidarietà ad uno dei popoli più perseguitati del mondo (il popolo palestinese) utilizzando la pratica della cooperazione  "dal basso" ossia un approccio di scambio reciproco di esperienze e idee "in un ottica di superamento delle relazioni capitalistiche" rifiutando in toto quelle che invece sono i progetti della cooperazione internazionale classica, ossia delle cosiddette organizzazioni non governative.
All'interno del nostro gruppo oltre a tre militanti appartenenti al movimento livornese sarà presente anche un membro del fronte di azione rivoluzionaria argentino che da anni si batte a favore della causa palestinese e di cui il leader si trova attualmente detenuto a Buenos Aires per aver organizzato una manifestazione contro la politica di Israele.

A distanza di due anni dalla conlusione del conflitto con lo stato di Israele e il consegunte intervento delle nazioni unite con la missione Unifil (di cui fa parte anche l'esercito italiano) la situazione al confine è tutt'altro che pacificata come lo dimostrano gli scontri a fuoco con l'esercito sionista di qualche settimana fa.
Inoltre anche lo scenario politico interno resta molto instabile con da una parte il forte potere politico e di immaginario popolare acquistato dal partito sciita hezbollah e dall'altra le altre forze politiche libanesi legate alle varie confessioni religiose alcune delle quali vorrebbero limitare l'ingerenza della siria all'interno della politica libanese. In questo contesto si inserisce la questione ancora aperta riguardante l'assassinio a beirut del ex primo ministro Rafīq al-harīrī avvenuto nel 2005.

Il nostro obbiettivo è quindi, da una parte vedere da vicino e capire il più possibile la situazione politica e sociale del Libano e dall'altra, portare la nostra solidarietà nei campi profughi palestinesi dove sono attivi da sempre tutti i partiti politici presenti in Palestina (sia nella striscia di Gaza che nella West Bank). Profughi palestinesi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella resistenza popolare e nella guerriglia contro l'esercito di Israele nell'ultimo vittorioso conflitto.
Se sarà possibile inoltre, valuteremo la possibilità di muoverci verso sud a ridosso della cosiddetta linea blu per vedere da vicino gli strascichi di distruzione e morte provocati dall'esercito sionista durante i bombardamenti e il rapporto tra la popolazione civile e gli eserciti stranieri presenti sul territorio in "missione di pace".
contributo inviato a Senza Sopste da un membro della spedizione
24 agosto 2010
Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Agosto 2010 17:58

Geniale invenzione di Repubblica: la fine della guerra in Iraq

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iraq_esercitoIl quotidiano di Eugenio Scalfari, diretto da Ezio Mauro, ha una storica predilezione per le avventure coloniali americane. A partire dalla prima guerra del Golfo del '90-'91 le ha appoggiate tutte. Sono i tempi in cui Paolo Garimberti, attuale presidente della Rai non sgradito a Berlusconi, istruiva il lettore di sinistra appena uscito dal crollo del muro di Berlino delle esigenze del nuovo mondo. Che finivano sempre per coincidere con le spedizioni coloniali americane che, si aggiungeva come da copione, avrebbero portato ad un nuovo equilibrio mondiale basato sulla pace.
E' stato così anche per l'invasione dell'Iraq del 2003. Nonostante i dubbi, e la questione delle armi di distruzione di massa mai trovate dagli alleati occupanti, quando i guys hanno attraversato il confine dal Kuwait il quotidiano romano non ha fatto mancare il suo appoggio.
Contribuendo, con cronache ispirate, all'invenzione dell'occupazione di Baghdad dell'aprile del 2003 grazie allo show dell'abbattimento della statua di Saddam Hussein nel centro della capitale irachena. La realtà, fatta di durissimi e strazianti scontri di ogni tipo per anni, era ovviamente un'altra. Che è stata progressivamente messa in ombra al lettore italiano. Man mano che non c'erano elementi che in qualche modo potessero legittimare l'unica trama narrativa che interessa alla redazione del quotidiano romano: gli americani che portano democrazia, civiltà, mercato e progresso. L'Iraq è quindi sparito dalle cronache salvo ricomparire per lo scoppio di qualche autobomba di grosse dimensioni o per le elezioni immancabilmente, e frettolosamente, descritte come avvento della democrazia.
Oggi sulla sua home Repubblica parla di truppe Usa ritirate dall'Iraq con un sottotitolo da Time della fine della seconda guerra mondiale "dopo 7 anni non si combatte più". Un metodo orwelliano per parlare della politica internazionale, mutuato dai tg: lunghi silenzi sulla situazione reale sul campo e titoli improvvisi sui successi delle truppe che si appoggiano. Così si ha solo l'impressione che la guerra "vada bene". Non occupa la quotidianità e le notizie di valore storico sono sempre e solo positive (presa di Baghdad, elezioni e oggi ritiro). Qualche attentato fa parte della rappresentazione della guerra basta che non si ecceda nella foliazione sennò si dà
l'impressione che la guerra è fuori controllo (come lo è in realtà).
A suo modo tutto questo è geniale perchè si trasforma una delle più evidenti disfatte politiche e militari degli Usa, corredato da massacri spaventosi (e spaventosamente occultati) nei confronti dei civili, in una vittoria in nome della democrazia e della chiarezza.

Andiamo però ad occuparci della realtà

1) In Iraq restano 50.000 militari americani. Con il compito di supportare le truppe ufficiali irachene nel continuare la guerra. Quello che Repubblica ha venduto come fine della guerra è solo l' "iraqizzazione del conflitto", ovvero la guerra continuata nei punti più caldi da irakeni pro-Usa contro gli altri. Con le truppe Usa a difesa dei punti sensibili e a supporto militare in caso di emergenza.

2) In Iraq non c'è più un governo da mesi. Le elezioni, vendute come "stabilizzazione democratica dell'Iraq" hanno provocato una radicale frattura tra le parti in causa. Infatti si è sull'orlo di una nuova guerra civile, dopo quella 2006-7, da diverse fazioni e giocata in funzione antiamericana. La mossa del "ritiro anticipato di una settimana" serve ad attribuire, da ora in poi, il caos irakeno non al fallimento dell'occupazione Usa ma alla "violenza settaria"

3) Le forze militari irachene, in accordo i militari americani a stretto contatto con loro, hanno ufficialmente chiesto agli Usa di mantenere i 50.000 soldati americani sul luogo ben oltre il 2011. Proprio a causa della situazione difficilissima sul terreno. E' evidente che la guerra è finita solo per Repubblica: è stata esternalizzata a forze indigene che non si sentono neanche in grado di continuarla

4) Il comandante in capo delle truppe americane in Iraq, Ray Odierno, ha detto alla Reuters che nel nord del paese la situazione è difficilissima, al limite del collasso. Il comandante delle forze irachene, Babakir Zebari, ha detto alla stessa agenzia di stampa che le sue truppe non saranno pronte a controllare il paese prima del 2020.

E' evidente che si sta giocando una mossa militare e una di comunicazione. La prima è quella dell'esternalizzazione della guerra agli indigeni, già fallita in Vietnam, mentre la seconda è l'istituzione del reality globale della "fine della guerra". Reality globale al quale Repubblica partecipa con entusiasmo, l'importante è nutrire la grande epica delle gesta epocali di Obama. In una convinta distorsione tra portata misera e reale dei fatti e sforzo di chi li descrive con i toni dell'epica. Si comprende perchè Berlusconi ha sempre avuto come nemico naturale il gruppo Caracciolo-Repubblica. Perchè è un concorrente naturale sul piano della trasformazione della comunicazione politica in zona ai confini della realtà. L'unica zona che permette al potere di essere verticale.

per Senza Soste, Bill Shankly

19 agosto 2010

Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Agosto 2010 18:15

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