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Internazionale

Murdoch e i fratelli Koch sponsor dell'ondata parafascista anti-Obama

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Per quanto Obama abbia dimostrato da tempo di essere qualcosa "sotto l'immagine niente" non è da sottovalutare l'ondata di destra montante negli Usa grazie al fenomeno dei Tea Party. In materia ecco un articolo di Wall Street Italia, un sito di analisi finanziaria. Segno che il movimento dei tea party ha passato il confine del folklore.

(red) 31 agosto 2010
murdochI conservatori populisti, i cosiddetti pop-con che stanno dettando l’agenda politica della destra con il movimento dei Tea Party che ha eletto Sarah Palin a sua eroina e Glen Beck (anchor di Fox TV) come portavoce e forse candidato alle prossime presidenziali, hanno riempito le pagine di tutti i giornali del mondo dopo che si sono proclamati, con una gran provocazione, eredi di Martin Luther King nella manifestazione di domenica scorsa a Washington.

Quello di cui pero’ pochi sono a conoscenza e che non e’ venuto alla luce nel raduno al Washington Memorial della capitale statunitense - scrive Frank Rich, uno degli editorialisti piu' autorevoli del New York Times - e’ che dietro al Tea Party ci sono i miliardi di dollari di Rupert Murdoch e della famiglia Koch. Se il primo, re dell’impero mediatico di News Corp. (dal Times di Londra al Wall Street Journal, da Fox Tv e Sky Tv al New York Post) e’ noto a tutti, i fratelli Charles e David Koch sono ancora piu’ ricchi, anche se sconosciuti al grande pubblico: solo Bill Gates e Warren Buffett possono vantare un patrimonio piu’ grande in America. "Ma persino quelli che sventolano i cartelli di propaganda comprati con i soldi dei tre miliardari probabilmente non sanno chi sono costoro", scrive Rich.

O almeno non si sapeva nulla prima che la scorsa settimana sui Koch si accendessero le luci della ribalta, grazie al ritratto offerto da una delle migliori giornaliste investigative d'America, Jane Mayer. Il suo articolo, apparso sul New Yorker, ha fatto scalpore tra le file dell’elite liberal di Manhattan, che non sapeva che David Koch, famoso per le sue attivita’ di filantropia culturale, non e’ soltanto uno dei tanti ricchi Repubblicani conservatori, ma e’ anche il fondatore di "Americani per la Prosperita’". La fondazione, come scrive Mayer con tono eufemistico, ha lavorato a stretto contatto con il Tea Party sin dalla nascita del movimento.

I newyorchesi che associano il teatro David Koch del Lincoln Center al New York City Ballet, saranno sicuramenti colti di sorpresa nello scoprire che il ramo texano del braccio politico della Fondazione, che si nasconde per l'appunto con sotto il nome "Americani per la Prosperita’", ha consegnato il suo premio di Blogger dell’anno ad un attivista che aveva etichettato il presidente Obama "cokehead in chief", ovvero un cocainomane a capo dello Stato. Livelli di bassezza al confonto dei quali quelli della lotta interna al PDL tra berlusconiani e finiani sono minuetti al suono del violino.

L'altro sponsor principale del movimento di estrema destra e’ la FreedomWorks di Dick Armey, che ha promosso eventi a Washington nel fine settimana. Sotto il suo nome originale, "Cittadini per una sana economia", FreedomWorks ha ricevuto $12 milioni proprio dalle fondazioni della famiglia Koch. Il cerchio si chiude.

Servendosi di documenti fiscali, Mayer ha fatto una interessante scoperta: le fondazioni Koch hanno distribuito 196 milioni di dollari tra il 1998 e il 2008, gran parte dei quali per cause di matrice conservatrice e ad altre istituzioni. Tale cifra non comprende i 50 milioni dollari in lobbying spesi da Koch Industries e i 4,8 milioni dollari in contributi elettorali investiti dal suo comitato di azione politica: la cifra e’ la maggiore sborsata dai colossi dell’energia americani, piu' alta anche di quella promessa da Exxon Mobil e Chevron. Poiche’ l’attuale normativa fiscale consente donazioni anonime personali a scopo di lucro a gruppi politici, questi dati potrebbero essere certamente sottovalutati.

Sicuramente le donazioni della famiglia Koch al Tea Party sono almeno pari alle promozioni continue che l’emittente di Murdoch Fox News trasmette 24 ore su 24 e dove sia Sarah Palin che Glenn Beck, il vero idolo dei pop-con, sono presenti a libro paga. Peraltro, con candidati come questi alla prossime predidenziali, che mettono in allarme gli stessi vertici del Partito Repubblicano la cui base elettorale e' in gran maggioranza moderata, non e' escluso che Obama alla fine abbia da avvantaggiarsi. Il loro livello e' cosi' basso, anche se populista e quindi di presa sulla massa, e la Palin soprattutto e' cosi' ignorante e stupida, che sarebbe un'avversaria fantastica per un secondo mandato di Barack nel 2012 qualora l'ex governatrice dell'Alaska si candidasse alla Casa Bianca.
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Ultimo aggiornamento Martedì 31 Agosto 2010 15:46

Promemoria iracheno per Obama

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I veterani della guerra in Iraq scrivono al presidente, per non ripetere gli stessi errori in futuro

iraq_bare_usa''Mi firmerò John, perché il mio nome non è importante. La faccia la metto da quando ho aderito a Iraq Veterans Against The War, quindi non lo faccio certo per paura. Preferisco un'identità collettiva, che parli a nome di tutti noi che in Iraq ci siamo andati, con lo zaino carico di false certezze''.

Domani, 31 agosto 2010, finisce ufficialmente la missione Iraqi Freedom. Iniziata il 20 marzo 2003, quando una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti d'America ha invaso l'Iraq per rovesciare il regime di Saddam Hussein. In pochi giorni l'esercito iracheno - già provato dalla guerra con l'Iran negli anni Ottanta e dalla Guerra nel Golfo del 1991 - va in frantumi. La statua di Saddam Hussein a Baghdad viene tirata giù il 9 aprile 2003. E arriva la prima menzogna, quella che racconta di folle plaudenti, ma che a una più attenta analisi delle immagini originarie non rende la stessa situazione raccontata dai media internazionali. Ne seguiranno mille altre di bugie. Le prime vittime, è sicuro, sono i civili iracheni. Ma anche tanti soldati Usa. Molti di loro hanno perso la vita, tanti altri resteranno invalidi per sempre. Altri ancora, come John, sono tornati a casa diversi, cambiati.

''Potrei essere un latinos o un asiatico, musulmano o cattolico, nero o indiano, non è importante. Sono uno di quelli che ha capito di essere stato usato per ammazzare degli innocenti, senza una ragione. Almeno apparente. finisce Iraqi Freedom, ma questo non cancella l'inganno'', scrive John, rispondendo alla domanda di PeaceReporter: come racconteresti questa guerra, magari a tuo figlio? ''Rispondo come ti risponderebbero tutti quelli che, come me, hanno aderito all'associazione. E come molti altri, che magari hanno preferito tornare a casa, senza parlare dell'inferno che si portavano dentro. Alcuni sono annegati in quell'inferno, molti - purtroppo - hanno portato con sé mogli e figli''. John e gli altri hanno scritto al presidente Barack Obama che ha mantenuto la promessa elettorale di ritirare le unità combattenti entro agosto 2010. Ma Obama non è sincero fino in fondo. In primis perché l'accordo per il ritiro è stato siglato due anni fa, dall'amministrazione Bush. Secondo gli attivisti di Iraq Veterans Against The War mente anche su un altro punto.

''L'occupazione dell'Iraq continua e, più che di ritiro, si dovrebbe parlare di una redistribuzione delle truppe. Restano 50mila uomini, per non parlare dei 75mila contractors'', spiegano i veterani nella lettera aperta al presidente Usa. ''Abbiamo girato gli States in lungo e in largo, raccogliendo i pareri di tutti i ragazzi che hanno trovato nella nostra associazione un megafono per urlare la loro rabbia. Ragazzi avvicinati dai reclutatori, che ti promettono gli studi per te e i tuoi fratelli, che ti fanno vedere un futuro migliore. Nessuno ci ha mai detto che lo dovevamo conquistare il nostro futuro - scrive John - lottando metro per metro con altri poveri, altri fanatici, altri disperati. Come noi''. Ecco che nasce questa specie di promemoria, spedito dai veterani a Obama, ma che sembra pensato per restare come monito a tutta la coscienza collettiva statunitense.

''Non abbiamo reso la vita degli iracheni migliore rovesciando la brutale dittatura di Saddam'', recita la lettera aperta indirizzata a Washington. ''Anzi, l'abbiamo peggiorata. Niente acqua, niente elettricità. Il servizio sanitario e il sistema scolastico sono stati distrutti. Un milione di iracheni sono morti, quattro milioni di loro hanno perso la casa e hanno abbandonato il Paese, ormai lacerato dalle divisioni etniche e religiose, con un carico di invalidi che peserà per anni sul futuro dell'Iraq''. La fotografia impietosa della missione Iraqi Freedom - definita debacle nel titolo della lettera aperta - continua. ''Gli sfollati sono stati abbandonati in Siria, Giordania, Libano e in mille altri posti. Dove le persone non hanno nulla per sopravvivere, situazione che ha ridotto tante donne irachene nell'incubo della prostituzione''.

Non è solo il passato che indigna i compagni di John, ma anche il futuro appare un incubo.
''La situazione politica è paralizzata: si è votato il 7 marzo scorso, ma nessun governo è stato insediato. Per cosa sono morti 4400 militari americani? Per cosa sono rimasti invalidi decine di migliaia di ragazzi statunitensi? Se lo chiedono in molti, visto che solo nel 2009 sono stati 245 i veterani dell'Iraq a suicidarsi''. I veterani chiedono che chi li ha mandati a uccidere e morire risponda al Paese: ''George Bush, Dick Cheney, Condoleezza Rice, Colin Powell, Karl Rove, Donald Rumsfeld...nessuno ha pagato per questo fallimento. Nessuno ha pagato per aver autorizzato la tortura. Nessuno di loro ha spiegato agli americani come e perché hanno speso 750 miliardi di dollari dei contribuenti Usa in Iraq''.

La lettera si chiude con un appello al Congresso e all'Amministrazione Usa: ''Ritiriamo tutte le truppe e i contractors dall'Iraq, chiudiamo le basi militari. Variamo un piano di sostegno allo sviluppo e alla ricostruzione irachena, per agevolare il rientro dei profughi. Variamo un piano per utilizzare negli Usa i soldi spesi nelle guerre come quella in Afghanistan. Incriminiamo coloro che si sono macchiati di crimini contro i civili iracheni e contro l'America stessa''. L'appello è firmato da ventuno associazioni e, online, continua a raccogliere adesioni.
''Se penso di cambiare le cose? Certo che lo penso'', dice John. ''Almeno ci provo. Altrimenti cosa risponderò a mio figlio quando mi chiederà cosa abbiamo fatto in Iraq?''.

Christian Elia

tratto da http://it.peacereporter.net

30 agosto 2010

Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Agosto 2010 08:54

Wikileaks, Italia e Abu Omar nei documenti Cia

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"Usa percepiti come esportatori di terrorismo"

wikileaksNEW YORK - Wikileaks ha pubblicato un documento della Cia in cui si esamina cosa potrebbe succedere se gli Stati Uniti venissero percepiti a livello internazionale come "esportatori di terrorismo". Il documento è datato 2 febbraio 2010 ed è opera di quella che il sito di Julian Assange definisce la 'cellula rossa' della Cia.
Il file segreto della Cia, preannunciato da Wikileaks, parla anche dell'Italia e delle extraordinary renditions. Si tratta di un memorandum, datato 5 febraio 2010, in cui si avverte della difficoltà a far cooperare Paesi in cui vi è la percezione diffusa che gli Stati Uniti "esportino" il terrorismo. La Cia indica come esempio l'Italia con "i mandati di cattura spiccati nel 2005 contro gli agenti statunitensi coinvolti nel rapimento di un religioso egiziano (Abu Omar) e la sua consegna all'Egitto". "Il moltiplicarsi di casi simili - si legge nel file - è destinato non solo a danneggiare le relazioni bilaterali degli Stati Uniti con altre nazioni, ma anche a colpire la lotta globale contro il terrorismo".
"Contrariamente a quanto si crede l'esportazione di terrorismo o di terroristi da parte dell'America non è un fenomeno recente, né è stato associato solo con i radicali islamici o con individui di etnia mediorientale, africana o dell'Asia meridionale - si legge ancora nel brano citato sul sito-. Questa dinamica sfida la convinzione americana che la nostra società libera, democratica e multuculturale diminuisce il fascino del radicalismo e del terrorismo per i cittadini degli Stati Uniti". Il rapporto esamina quindi una serie di casi di terrorismo esportato dagli Usa e conclude che la percezione dell'America come esportatrice di terrorismo, associata ai doppi standard applicati in fatto di diritto internazionale, possono indurre altre nazioni a mancanza di cooperazione nelle renditions e alla decisione di non condividere informazioni di intelligence anti-terrorismo con Washington.
Wikileaks, che il mese scorso aveva pubblicato documenti segreti militari americani sulla guerra in Afghanistan 1, aveva annunciato che avrebbe pubblicato il documento della Cia 2 attraverso un messaggio su Twitter. "Wikileaks pubblicherà domani un documento Cia", aveva informato il sito di Assange nel micromessaggio diffuso poco prima della mezzanotte di ieri ora italiana.
tratto da Repubblica.it

La trappola dei negoziati promossi da H. Clinton divide i palestinesi

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Roma, 21 agosto 2010 (foto dal sito blog.panorama.it), Nena News – Il Comitato esecutivo dell’Olp la scorsa notte ha dato il via libera alla partecipazione del presidente palestinese Abu Mazen alle trattative dirette con il premier israeliano Netanyahu che riprenderanno il 2 settembre a Washington, come annunciato ieri dal Segretario di stato Hillary Clinton e dal  Quartetto per il Medio Oriente. Tuttavia in casa palestinese il ritorno al tavolo del negoziato senza precondizioni, senza mettere in discussione la colonizzazione israliana in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, proprio come voleva Netanyahu! , ha generato forti scossoni. Polemiche e malumori attraversano in queste ore la base di Fatah, il partito di Abu Mazen, dove attivisti e simpatizzanti in buona parte  non condividono l’approccio morbido che il Comitato esecutivo dell’Olp e la leadership dell’Anp mantengono nei confronti di una Amministrazione americana «deludente e appiattita sulle posizioni di Israele». Di fronte alle contestazioni interne, il capo negoziatore Saeb Erekat, nel corso della notte è stato obbligato a chiarire che «Se il governo israeliano approverà nuovi progetti edilizi dopo il 26 settembre (quando avrà termine la limitata moratoria delle costruzioni nelle colonie israeliane, ndr), noi non proseguiremo i negoziati». Giudizi negativi arrivano anche da altre forze politiche. Il deputato Mustafa Barghuti (Mubadara) non ha esitato a definire «vergognosa» la dichiarazione del Segretario di stato Hillary Clinton sull! ’avvio di negoziati «senza condizioni», ripe! tendo parola per parola la formulazione richiesta dal governo Netanyahu. Uno schiacciamento sulle posizioni israeliane che - unita all'incapacità d'imporre a Israele anche solo un impegno preliminare di proroga della moratoria parziale degli insediamenti – mette definitivamente fine, secondo Barghuti, alle speranze suscitate fra i palestinesi dal presidente Barack Obama e prelude a «un fallimento dei negoziati peggiore di quello di Camp David (luglio 2000, ndr)». I palestinesi, esorta Barghuti, piuttosto dovrebbero prepararsi a «mosse unilaterali», come la proclamazione del loro Stato indipendente. Da parte sua Hamas ha bocciato totalmente la ripresa dei negoziati diretti tra palestinesi e israeliani, definendola «un nuovo tentativo di ingannare il nostro popolo». Un portavoce del movimento islamico, Sami Abu Zughri, ha definito l'invito rivolto ieri a Netanyahu e Abu Mazen da Hillary Clinton, «inutile e destinato a ri! portarci a zero senza ottenere nessun risultato». La proposta americana, ha aggiunto Abu Zughri, «ha ignorato la richiesta palestinese di fermare gli insediamenti ebraici», mentre al contrario «questi colloqui legittimeranno le colonie (nei Territori occupati) approvando la loro continuazione». Analoga la posizione espressa dall’altro movimento islamico, il Jihad, che vede nella decisione di andare al negoziato diretto una «vittoria per la politica di dominio e oppressione del popolo palestinese attuata da Israele». La ripresa della trattativa diretta avviene mentre rimane irrisolto il contrasto tra Fatah e Hamas. Il sospetto di molti è che americani e israeliani, e a questo punto anche la leadership dell’Anp, abbiano in mente una soluzione «definitiva» solo per la Cisgiordania, lasciando il movimento islamico blindato e isolato negli stretti confini della minuscola Gaza, e con esso un milione e mezzo ! di palestinesi, fino ad una ipotetica «resa» di Hamas. D&r! squo;altronde la proposta americana di arrivare ad una soluzione in appena un anno appare irrealistica non solo ai palestinesi. E’ arduo immaginare che Netanyahu e Abu Mazen possano trovare in 12 mesi un accordo definitivo su nodi  - diritto al ritorno per i profughi, status di Gerusalemme, colonizzazione, acqua, confini - che non sono stati sciolti in 19 anni di trattative israelo-palestinesi, dalla Conferenza di Madrid ad oggi. In ogni caso il premier israeliano ha ottenuto ciò che voleva e si prepara a battere sul punto che gli sta maggiormente a cuore, sicuro di avere l’appoggio anche del maggiore partito d’opposizione, Kadima: il riconoscimento da parte dell’Anp e dell’Olp di Israele quale «Stato del popolo ebraico». Senza quel passo palestinese, il suo governo bloccherà lo sviluppo della trattativa. E’ una questione molto delicata per Abu Mazen che conosce le conseguenze di quella scelta. Riconoscere ! Israele quale «Stato del popolo ebraico» potrebbe dare fiato a quelle forze che intendono mettere in discussione i diritti, a partire dalla cittadinanza, della minoranza palestinese (araba israeliana). Non solo, rappresenterebbe la rinuncia definitiva al diritto al ritorno nella loro terra d’origine (oggi Israele) dei profughi palestinesi espulsi o fuggiti nel 1948, che a distanza di 62 anni continuano ad appellarsi alla risoluzione 194 dell’Onu. Realista di fronte alle enormi difficoltà che sorgeranno al tavolo delle trattative è apparso l’inviato Usa per il Medio oriente, George Mitchell, che ieri ha riconosciuto la complessità degli obiettivi. Ha ammesso peraltro che gli Stati Uniti non interveranno sul calendario e le modalità dei negoziati diretti, e su come affrontare le questioni dello «status finale» dei territori occupati da Israele nel 1967. A decidere saranno solo Netanyahu e Abu Mazen, il pi&! ugrave; forte e il più debole. (red) Nena News
***
Freedom Flottilla: ora sono sette i soldati israeliani ladri
Roma - Ora sono sette i militari israeliani coinvolti nei furti di computer, carte di credito e telefonini degli attivisti che erano a bordo delle sei navi della Freedom Flotilla arrembata lo scorso 31 maggio in acque internazionali dalla Marina militare israeliana - con un bilancio di nove civili turchi uccisi - mentre cercava di rompere il blocco marittimo della Striscia di Gaza.

Secondo l'edizione online del quotidiano Haaretz, gli ultimi a finire in manette sono stati un tenente, sospettato di aver rubato e ricettato diversi laptop, e due soldati (poi rilasciati, ma comunque rinviati alla Corte marziale! ) accusati di averglieli comprati. In precedenza era stato arrestato un altro tenente, per il furto di almeno 4 computer, mentre tre soldati erano stati fermati ed interrogati per averlo aiutato nella ricettazione di parte del bottino. Gli attivisti avevano denunciato subito la sparizione di computer e telefonini, ma anche di portafogli ed effetti personali, sottratti dai militari durante l'arrembaggio. In particolare a protestare era stato il documentarista e giornalista Manolo Luppichini, uno dei sei italiani sequestrati in mare dai commando israeliani il 31 maggio e rimasto incarcerato per alcuni giorni. «Spesa di 52,61 euro, R. M. Village Market, Gedera (4 giugno, ore 11.14)», aveva trovato scritto sull'estratto conto della sua carta di credito Luppichini. Come era possibile? Si domandò visto che quel giorno il suo passaporto, le carte di credito, le videocamere e il materiale girato erano sotto sequestro delle autorità israe! liane. «Sono rientrato in Italia il 3 giugno - rac! contò Luppichini -e sono andato subito in banca per bloccare la carta, ma dai tabulati risulta che è stata utilizzata in Israele il 4 giugno, quando io ero già rientrato».

Chi era andato a spendere quei soldi in un autogrill poco lontano da Ashdod, il porto dove erano state portate con la forza le navi pacifiste? «Non abbiamo idea di che cosa sia successo», replicò sdegnato il portavoce del ministero degli esteri israeliano Yigal Palmor che invitò Luppichini a rivolgersi alla sua banca. E invece, come si era capito sin dall'inizio, la risposta all'interrogativo era proprio in Israele. Gli arresti di militari, ai quali potrebbero seguirne altri, gettano nuove gravi ombre sulle Forze Armate israeliane di solito descritte come "le piu' morali del mondo" dai comandi israeliani e che, peraltro, negli ultimi anni, specialmente durante la guerra in Libano del 2006 e l'offensiva Piombo Fuso contro Gaza del dice! mbre 2008, sono state accusate da piu' parti di crimini di guerra. A contribuire ulteriormente al "buon nome" all'esercito israeliano c'è anche Eden Abergail. L'ex soldatessa, dopo essere stata criticata ad inizio settimana per aver messo in rete foto che la ritraggono sorridente accanto a prigionieri palestinesi bendati e ammanettati, ha dato sfogo al suo ultranazionalismo scrivendo sul suo profilo in Facebook «Sarei felice di uccidere gli arabi - anche di massacrarli...nella guerra non esistono regole».

Intanto l'ambasciatore cipriota a Beirut ha avvertito che il suo paese rispedirà indietro la nave libanese «Mariam» con a bordo decine di donne, che domenica sera salperà dal porto di Tripoli per Cipro e subito dopo farà rotta per Gaza. L'organizzatrice della spedizione marittima, Samar al-Hajj, ha ribadito la volontà delle attiviste di rompere l'assedio navale israeliano. «Siamo determinate ad andare avanti nonostante la posizione cipriota - ha detto al Hajj - A bordo ci sono infermiere, dottoresse, giornaliste, donne cristiane e musulmane», ha spiegato. Tra loro anche la famosa cantante libanese May Hariri e un gruppo di infermiere dagli Stati Uniti.

(red) Nena News
tratto da www.infoaut.org
23 agosto 2010
Ultimo aggiornamento Martedì 24 Agosto 2010 19:01

Israele: militarizzare, disumanizzare

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israele_palestinesi_bendatiHanno fatto il giro del mondo le due disgustose foto che la ex soldatessa israeliana, Eden Abergil, ha postato lo scorso fine settimana sul suo profilo di Facebook. In una di esse, la giovane, in divisa, posa per l’obiettivo sullo sfondo umano di tre palestinesi bendati ed ammanettati con le tristemente note stringhe di plastica, uno dei marchi di fabbrica delle Forze di Forze di Difesa Israeliane (IDF); nell’altra, più difficile da reperire in Rete, Eden, seduta accanto ad un prigioniero palestinese, sembra rivolgersi con atteggiamento ironicamente seduttivo verso un poveraccio, seduto con le mani legate dietro la schiena, la vista impedita da uno straccio legato alle tempie, il capo piegato da un lato nella posizione internazionale dello sconforto e della disperazione.

Entrambe le immagini sono fastidiose, ma la seconda è un involontario capolavoro. Vi si scorgono da un lato odio, disprezzo, arroganza, sarcasmo; dall’altro dolore, miseria, rassegnazione, umiliazione. Un documento disturbante quanto utile a comprendere il livello di dis-umanizzazione cui inevitabilmente conduce la guerra. Come giustamente sottolinea il portavoce dell’Autorità Palestinese, Ghassan Khatib, “questo episodio mostra la mentalità dell’occupante, che é fiero di umiliare i Palestinesi; l’occupazione non è solo ingiusta ed immorale, ma, come dimostrano queste immagini, é moralmente corrosiva”.

Il vergognoso comportamento della soldatessa ha scatenato reazioni sdegnate in Israele, cosa che solleva e conferma la necessità morale (e giornalistica) di distinguere con nettezza il popolo israeliano dalle scelte spesso criminali ed controproducenti del suo governo. Va riconosciuto che anche l’Esercito israeliano ha stigmatizzato con ammirevole nettezza il comportamento della soldatessa: “Queste foto sono una disgrazia - ha dichiarato alla TV della Associated Press il Capitano Barak Raz, un portavoce delle forze armate - a prescindere da considerazioni relative alla sicurezza; qui si sta parlando di gravi violazioni ai principi morali e alle linee guida etiche dell’Esercito. Non v’è dubbbio che - ha proseguito il portavoce dell’esercito - se la signora Abergil fosse ancora un militare (purtroppo si è congedata nel 2008... ndr), sarebbe sottoposta al giudizio di una corte marziale.” Forse farà sorridere quel richiamo all’etica e alla morale, ma va riconosciuto che di censura inequivocabile si tratta. Piuttosto sarebbe interessante capire se la condotta della Abergil costituisca una violazione alla legge civile, visto che quella militare la lascerà impunita...

L’unica persona apparentemente inconsapevole della gravità dei fatti documentati sul social network è la diretta interessata, che, nel corso di un’intervista ad una radio israeliana, si è detta molto delusa dalla scarsa comprensione dell’esercito per quella che lei continua a considerare una leggerezza, una ragazzata: “Ho servito il mio Paese per due anni nella West Bank ed ora l’esercito mi scarica a causa di quelle stupide foto. Sono molto delusa”. Come nota sul blog del giornale Yael Lavie, capo della Redazione Medio Oriente di Sky News, “é proprio l’incapacità di Eden a comprendere il significato delle sue stesse azioni il dato con cui l’intera nazione dovrà fare i conti. Sarà pur vero che si tratta di una ragazza con poca esperienza di vita e con ancor meno sale in zucca, però bisogna anche riconoscere - sostiene la Lavie - che è in qualche modo il prodotto malato di quaranta anni di occupazione: è proprio quella sua prima reazione a caldo (“non capisco proprio cosa ci sia di male, li [i Palestinesi fermati] ho usati come sfondo per le mie foto”) ad esemplificare tragicamente come “non solo l’occupazione ci corrompa, ma finisca per erodere anche quelli che dovrebbero essere i valori fondamentali per le nuove generazioni”.

Commenta da par suo la vicenda il giornalista Max Blumenthal in un post del suo blog personale, efficacemente titolato “Eden Abergil, il risultato di una società bendata”: “Non occorre andare [come ha invece fatto lui ndr] nella West Bank o in una prigione israeliana per comprendere che comportamenti come quelli della Abergil sono il frutto di una società profondamente militarizzata”. Blumenthal invita i suoi lettori a vedere il documentario “To see when I’m smiling” (“Da guardare quando sorrido”) diretto da Tamar Yarom. Sono 60 minuti agghiaccianti nei quali alcune ex soldatesse israeliane, pescando a piene mani dal proprio vissuto, danno conto dei cambiamenti di personalità, della sovversione dei valori e della costruzione di maschere psicologiche sperimentati sulla propria pelle a causa della cultura di guerra nella quale ogni donna israeliana di 18 anni è obbligata (volente o nolente) ad immergersi.

Particolarmente sconvolgenti due episodi: quello di di una donna che a suo tempo ha posato per una “foto ricordo” in cui sorride radiosa vicino al cadavere di un palestinese cui il destino non ha voluto risparmiare nulla, essendo egli passato a miglior vita con addosso i chiari segni di un’inutile erezione. Racconta Blumenthal che, nel corso del documentario, alla donna viene proposta quella orribile immagine vecchia di due anni: “L’espressione contorta del suo volto sembra non volersi identificare con quel mostro ritratto: ero veramente io?”.

L’altro episodio vede protagonista una sergente che improvvisamente sente il bisogno irrefrenabile di sputare addosso ad un palestinese, la cui unica colpa era quella di trovarsi sulla strada percorsa dalla sua pattuglia: un adolescente che, oltre allo sputo, si è buscato pure qualche schiaffone, più il trattamento standard (benda e manette). Il fatto è, prosegue la sergente, che era innocente: altro che terrorista, era solo un ragazzo che ronzava un po’ troppo vicino alla base e ha finito per farsi acchiappare.

E’ interessante il modo in cui il senso dell’umanità abbia, sia pur tardivamente, fatto breccia in quel cuore ottenebrato: “Sì, mi è capitato di pensarci il giorno della Memoria, tipo, ci pensi e dici: ehi, ma noi ci siamo passati prima di loro, ci sono successe cose molto simili, sono esseri umani dopo tutto...”. La speranza è che la società israeliana faccia tesoro di questi documenti brutali e abbia uno scatto di orgoglio: se non ai “nemici” palestinesi, lo deve senz’altro ai suoi figli, quelli i cui corpi e la cui anima stanno sacrificando da decenni.

Mario Braconi

tratto da www.altrenotizie.org

20 agosto 2010

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