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INTERNAZIONALE

Dopo re Abdullah arriva Salman, l’Arabia saudita non cambia

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Il nuovo re ha già annunciato che sarà portata avanti la linea «corretta scelta dal regno saudita sin dalla sua fondazione». Salman non imprimerà il cambiamento al sistema che gli chiedono molti sudditi. Il cordoglio dei leader occidentali per la morte di Abdullah che pure negava diritti fondamentali e alimentava conflitti in tutta la regione.

di Michele Giorgio - tratto da http://ilmanifesto.info

Da sinistra il nuovo re saudita Salman e il monarca scomparso Abdullah

La morte, nella notte tra gio­vedì e venerdì, per una pol­mo­nite, del 90enne Abdul­lah dell’Arabia sau­dita e la nomina a nuovo re del 79enne Sal­man bin Abdul Aziz e del fra­tel­la­stro 69enne Moq­rin a prin­cipe ere­di­ta­rio, ha tro­vato ieri grande spa­zio sui mezzi d’informazione di mezzo mondo. Tanti gli inter­ro­ga­tivi sulle mosse di Sal­man sulla scena inter­na­zio­nale, a par­tire della que­stione del prezzo del petro­lio che, a causa della linea sau­dita della sovrap­pro­du­zione, è pre­ci­pi­tato svuo­tando le casse di Vene­zuela, Iran e dei pic­coli pro­dut­tori. Eppure il dato più inte­res­sante sono state le espres­sioni di cor­do­glio giunte dall’Occidente. Per­sino dal “nemico” Israele. Solo que­sto baste­rebbe a spie­gare la mel­mosa rela­zione che esi­ste da decenni tra i “demo­cra­tici” e “laici” Paesi occi­den­tali e l’Arabia sau­dita dove sono negati i più ele­men­tari diritti poli­tici e della persona.

Il pre­si­dente fran­cese Hol­lande e tanti altri capi di stato e di governo appena qual­che giorno fa sfi­la­vano per la strade di Parigi a difesa della libertà di espres­sione dopo il san­gui­noso attacco con­tro Char­lie Hebdo. Ieri gareg­gia­vano nell’elogiare il re di un paese dove un blog­ger, Raif Badawi, viene fru­stato per aver espresso il suo pen­siero e due donne sono state arre­state per­chè ave­vano osato gui­dare l’automobile. Elo­gia­vano la “mode­ra­zione” di re Abdul­lah che pure negli ultimi anni ha appro­vato poli­ti­che deva­stanti in vari paesi del Medio Oriente. Rin­gra­zia­vano il re che non ha fer­mato le ingenti dona­zioni fatte da molti suoi sud­diti a favore delle orga­niz­za­zioni reli­giose più radi­cali, incluso l’Isis.

Spicca in par­ti­co­lare il dolore di Israele per la morte di Abdul­lah. Secondo il capo dello Stato israe­liano Reu­ven Rivlin la poli­tica del re scom­parso «è stata sag­gia e ha con­tri­buito molto alla sta­bi­lità del Medio Oriente, è stata una lea­der­ship con radici pro­fonde, pon­de­rata e respon­sa­bile». Il monarca, ha aggiunto, voleva un futuro di benes­sere per tutta la regione. Per l’ex pre­si­dente Shi­mon Peres la morte di Abdul­lah rap­pre­senta «una per­dita reale per la pace in Medio Oriente…Spero che la sua ere­dità resterà nel futuro e con­tri­buerà alla pace». Pace non dichia­rata e comun­que solo con Israele, per­chè Riyadh in que­sti anni ha lavo­rato con impe­gno per ali­men­tare la guerra civile siriana, per aiz­zare la rivolta sun­nita in Iraq e oggi se ne vedono gli effetti sul ter­reno. Pro­fon­da­mente “col­pito” si è detto anche il pre­si­dente egi­ziano Abdel Fat­tah al Sisi. Non sor­prende per­chè l’Arabia sau­dita ha gio­io­sa­mente appro­vato il colpo di stato mili­tare del 3 luglio 2013 che ha fatto circa due­mila morti in Egitto e poi ha garan­tito la soste­ni­bi­lità eco­no­mica del paese sull’orlo del fal­li­mento, sotto forma di dona­zioni, depo­siti e pro­dotti petro­li­feri per alcuni miliardi di dol­lari. Un aiuto certo non disin­te­res­sato. «Il popolo egi­ziano non dimen­ti­cherà le sto­ri­che prese di posi­zione di re Abdul­lah», ha com­men­tato al-Sisi. La pre­si­denza egi­ziana ha decre­tato una set­ti­mana di lutto. Deci­sioni simili hanno preso anche altri lader arabi, incluso il pre­si­dente pale­sti­nese Abu Mazen che pure dai sau­diti sino ad oggi ha avuto solo pro­messe poli­ti­che e finan­zia­rie mai pie­na­mente mantenute.

Fran­cois Hol­lande, che inneg­gia a #JeSui­sChar­lie , ha descritto il monarca scom­parso come «uno sta­ti­sta la cui opera ha pro­fon­da­mente segnato la sto­ria del suo paese», con «una visione di una pace giu­sta e dura­tura in Medio Oriente». E infatti re Abdul­lah, allo scopo di favo­rire la pace nella regione, aveva comin­ciato a com­prare armi pesanti anche dalla Fran­cia oltre che dagli Stati Uniti. Per il primo mini­stro bri­tan­nico David Came­ron, Abdul­lah avrebbe addi­rit­tura raf­for­zato il “dia­logo inter­re­li­gioso nel mondo”. Nel mondo ma non in Ara­bia sau­dita dove si è inten­si­fi­cata negli ultimi 2–3 anni la repres­sione nella mino­ranza musul­mana sciita nelle regioni orien­tali. E non in Medio Oriente dove Abdul­lah ha por­tato avanti una poli­tica di scon­tro con gli sciiti e di ten­sione con l’Iran. Sin­ghiozza in que­ste ore anche Barack Obama, il faro più alto delle nazioni illu­mi­nate, che ha voluto ricor­dare il patto di ferro tra Washing­ton e Riyadh. «Re Abdul­lah ebbe il corag­gio delle sue con­vin­zioni e una di que­ste è stata la fede incrol­la­bile nell’importanza dei rap­porti tra Usa e Ara­bia. La vici­nanza e la forza della part­ner­ship tra i due paesi è parte della sua ere­dità». Il vice­pre­si­dente ame­ri­cano Joe Biden gui­derà la dele­ga­zione Usa attesa in Arabia.

Pas­sato Abdul­lah, ora tocca a Sal­man, anche lui un “mode­rato”, gui­dare la geron­to­cra­zia sau­dita. Mem­bro di spicco del gruppo di fra­telli “Sudairi sette”, dal nome della madre Hassa bin Ahmed al-Sudairi, moglie pre­fe­rita dal fon­da­tore del regno sau­dita Abdel Aziz al Saud, ex gover­na­tore di Riyadh e fino a due giorni fa mini­stro della difesa, il nuovo re è un fau­tore della disci­plina. Nel 2011 divenne noto per aver ordi­nato un’azione puni­tiva con­tro i men­di­canti di Riyadh, facendo depor­tare subito quelli stra­nieri e costrin­gendo quelli sau­diti a seguire un “corso di ria­bi­li­ta­zione”. Ha già annun­ciato che sarà por­tata avanti la linea «cor­retta scelta dal regno sau­dita sin dalla sua fon­da­zione». Sal­man, anch’egli in cat­tive con­di­zioni di salute, non impri­merà il cam­bia­mento al sistema che gli chie­dono molti sud­diti. A comin­ciare dal rispetto dei diritti umani e delle libertà poli­ti­che e sociali. Si pre­oc­cu­perà soprat­tutto di garan­tire con­ti­nuità in poli­tica estera e in eco­no­mia, e l’alleanza con gli Stati Uniti. Inol­tre gli auto­mo­bi­li­sti occi­den­tali pos­sono stare tran­quilli: re Sal­man terrà basso il prezzo del petro­lio, forse per anni.

23 gennaio 2015

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Le imprese temono ormai più Weidmann che Tsipras

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Le imprese temono ormai più Weidmann che Tsipras

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Fa sempre impressione vedere gente sicuramente molto intelligente e con grandi competenze comportarsi da ottuso. In chi li osserva fanno sorgere il dubbio amletico “c'è o ci fa?”. Nel caso del presidente di Bundesbank, Jens Weidmann, il dilemma viene declinato in modo differente, ma con lo stesso significato: dice le stupidaggini che dice perché è abbagliato dall'ideologia neoliberista che predica usterità anche mentre stai morendo di fame oppure difende interessi (nazionali, finanziari, multinazionali) che non si riesce a vedere bene?

Noi propendiamo decisamente per la seconda ipotesi, avrete notato. L'ideologia va bene per distillare frasi da ammannire a giornalisti di bocca buona, ma un governatore di banca centrale – della più potente d'Europa, èperaltro – non può crederci sul serio.

Identificare gli interessi, anche, non è poi così difficile. L'austerità imposta ai partner europeri e in parte minore anche alla popolazione tedesca ha grandemente favorito lo stato e le imprese nazionali. Sul primo fronte, infatti, consente da anni a Berlino di finanziare il proprio debito pubblico a costo zero o addirittura guadagnandoci sopra (i tassi di interesse pagati sui Bund, anche prima di detrarre l'inflazione, sono per molti titoli negativi). Sul fronte imprenditoriale, lo strangolamento della concorrenza continentale ha spinto decisamente verso la subordinazione di buona parte della produzione industriale dell'”Europa a 28” alle filiere che fanno capo a imprese tedesche. Poi ci sarebbe da calcolare tutto il vantaggio così maturato per il sistema bancario di Berlino, e in generale per la non piccola quota di capitale multinazionale che tramite i varchi tedeschi si è aggirato per l'Europa.

Che Weidmann abbia deciso, a 24 ore dalla decisione dela Bce di impugnare il bazooka, di “raffreddare gli entusiasmi” esternando i propri “timori” sulle possibili conseguenze indesiderate della manovra espansiva di Francoforte (“non vorrei che ci fosse una minore pressione sui governi di Italia e Francia perché facciano le riforme”), è apparso a molti una provocazione intollerabile. Ma come?! Hai votato anche tu per il quantitative easing, dopo aver ottenuto che la “condivisione del rischio” fosse ridotta ad appena il 20% della manovra proposta da Draghi (in realtà soltanto l'8%), e il giorno dopo te ne esci così?! Roba da convincere anche i sordi sul fatto che di “unione” non si potrà mai davvero parlare, con gravi ricadute depressive sulla “fiducia” che state cercando di insufflare...

Di certo non è andata giù a Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, quindi il più consapevole di tutti che a rischiare saranno fondamentalmente le banche centrali dei paesi già a rischio. Banalmente. Se la “condivisione” collettiva è rimasta assai bassa, la maggior parte (l'80%) viene scaricata su quel groppone lì. E quindi si è messo a spiegare a tutti i presenti al Forum di Davos – la platea di quelli che fanno e disfano “i mercati” - che "La minore incertezza che deriverà dal Qe porrà le basi per rendere meno costosa la realizzazione delle riforme, attualmente frenate dalle condizioni cicliche avverse". L'esatto opposto del teorema di Weidmann.

Impossibile, per tecnico di alto livello come lui, non ammettere che avrebbe preferito "una piena condivisione dei rischi, coerentemente con l'obiettivo di ridurre ulteriormente la frammentazione finanziaria dell'area. La rilevanza della questione della condivisione dei rischi è comunque ridotta dalle scelte compiute sulla notevole ampiezza della manovra e sulla sua immediata attuazione". Ma in ogni caso "non bisogna dimenticare che l'operazione è open-ended", di durata imprecisata, finché "l'inflazione non sarà in linea con l'obiettivo".

Pone quasi incidentalmente il nodo politico vero: "Tutti sanno che alla fine dovremo condividere i rischi, perché siamo un'Unione Europea e dobbiamo avere fiducia, dobbiamo costruire questa fiducia. Il problema è che non siamo ancora un'unione fiscale". Anatema, per le orecchie tedesche...

Quanto alle “riforme da fare”, Visco non poteva che tagliare corto, ponendo anche qui un altro problema politico gigantesco in forma molto soft: in Italia le riforme "stanno andando avanti e noi lo consideriamo positivamente", ma "il problema in Italia è quello di attuarle e su quello il governo sarà giudicato". Non ha spiegato “da chi”, e non è un aspetto secondario. Di sicuro non si riferiva alla popolazione di questo paese, che un proprio giudizio molto negativo se lo sta facendo; non resta dunque che guardare ai “mercati”, che saranno certamente molto più impietosi se valuteranno “deludenti” o “poco coraggiose” le riforme strutturali che pretendono.

Poi c'è il solito caos di interpretazioni sui dettagli del quantitative easing della Bce, con Zingales – economista-opinionista tra i più prolifici – che toppa clamorosamente sulla possibilità di acquisto dei titoli di stato italiani (secondo la sua versione non verrebbero comprati se il rating scende ulteriormente) e si becca la smentita in diretta da parte di Visco. Per ricordarvi: non fidatevi di quel che scrivono sui giornali certi “esperti”...

Alla fine, quando cala la polvere, si fanno scoperte sorprendenti. Addirittura si vede il quotidiano di Confindustria tifare per la vittoria di Tsipras:

Dopo sei anni di crisi che non passa, con l’Eurozona stremata da una crescita al lumicino regolarmente ridimensionata dalla varie previsioni internazionali, da una disoccupazione che investe 26 milioni di persone eguagliando la somma della popolazione di Belgio e Olanda, dalla deflazione con la caduta media dei prezzi dello 0,2% in dicembre per la prima volta dal 2009, dall’euroscetticismo che avanza dovunque minando la tenuta dei partiti tradizionali e la stabilità dei Governi.

Dopo questa lunga prova provata che la politica fin qui seguita ha abbattuto il deficit medio (2,3%) ma non il debito (95%) penalizzando comunque seriamente lo sviluppo, non è affatto escluso che proprio dalle imminenti elezioni ad Atene arrivi lo shock politico capace di imprimere una sterzata costruttiva alla governance europea, oggi in mezzo al guado.

Tutto vero, per carità, specie se si guarda ai dati prodotti da cinque anni di applicazione dei diktat provenienti da Bce, Fmi, Unione Europea e in specifico da Berlino:

La troika ne ha applicato le direttive diventando l’incubo dell’Eurozona, il moloch anti-democratico da combattere e distruggere. I dati dicono che in 5 anni la Grecia ha perso il 25% del Pil, ha visto salire i disoccupati al 25%, i giovani al 55% insieme alla fuga massiccia di cervelli (150.000 persone). Però il debito, che doveva scendere, è schizzato dal 125 a quasi il 180%. «Nemmeno dopo la guerra avevamo vissuto una simile recessione» denuncia Dimitrios Papadimoulis, sinistra radicale, vicepresidente dell’Europarlamento.

Per questo di fatto è l’Europa il grande elettore di Syriza, l’Europa che ha sconfitto l’attuale Governo di centro-destra negandogli le concessioni che presto sarà costretto a fare al suo successore. Il partito di Alexis Tsipras, in testa ai sondaggi promettendo la fine dell’austerità e il rinegoziato sul debito, è il figlio naturale di questi errori molto più che la creatura riuscita di un abile populista.

Il giro è completo: la forza delle cose (economiche) conduce il giornale delle imprese a sperare che sia “il sovversivo” a realizzare il miracolo che a loro proprio non è riuscito: mettere la governance europea davanti al fallimento di una politica che produce l'opposto di quel che promette. Altro che eterogenesi dei fini...

Paradossalmente, infatti, la minaccia più consistente per l'edificio unitario ha preso le sembianze del conservatorismo di destra, con forti venature fasciste, nazionaliste, xenofobe. E l'unico modo di conservare l'edificio – questo il senso dell'argomentazione di Adriana Cerretelli – è di cambiare politica sull'onda del quantitative easing, permettendo quella “flessibilità sui bilanci nazionali” che i trattati (a cominciare dal Fiscal Compact, ormai teoricamente in vigore) vietano esplicitamente.

Si fa insomma strada un “riformismo padronale” che cerca di avvantaggiarsi delle possibili vittorie del “riformismo popolare” (Syriza, Podemos) per ridurre la pressione del “conservatorismo stupido” alimentato – per somma contraddizione – proprio da quei “guardiani dell'ortodossia” neoliberista che siedono nei centri di comando continentali.

25 gennaio 2015

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Obama e la morte di Re Abdullah: stima e amicizia benedette dal boia

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L’Arabia Saudita è uno dei più affidabili alleati dell’Occidente nella polveriera medio-orientale. Negli anni '70 era il fidatissimo alleato in campo petrolifero e finanziario degli Usa tanto che la famiglia saudita agiva all'interno dell'Opec per rompere l'unità dei produttori di petrolio e favorire l'alleato americano. Così come ha acquistato, grazie alla profonda liquidità disponibile con l'esportazione di petrolio a basso costo di estrazione, miliardi di dollari di debito americano. Per questo i media tacciono sulle violazioni dei diritti umani da parte del regime di Riyad e per questo oggi Obama ha definito Re Abdullah, in occasione della sua scomparsa a 91 anni, "Un uomo che ha contribuito alla ricerca della pace". Come potete vedere su Repubblica, testata su posizioni filoNato ortodosse, l'Arabia Saudita è sempre trattata con i guanti bianchi nonostante rappresenti una delle punte più spietate e arretrate dal punto di vista sociale, culturale e dei diritti. Ma lo è anche dal punto di vista religioso, rappresentando il wahabismo una delle interpretazioni più conservatrici dell'Islam. Di seguito una nostra vecchia traduzione che presentammo almeno due anni fa per dimostrare come i media occidentali trattano i concetti di diritto, libertà, repressione, benessere non certo sulla base di valori universali o contestualizzando un processo storico e sociale, ma solo ed esclusivamente sulla base delle alleanze strategiche e geopolitiche dettate da Usa e Nato. Per questo vedremo sempre rappresentato un Iran minaccioso, arretrato e pericoloso in cui andare ad indagare su diritti e fatti interni e un'Arabia Saudita mansueta, conciliante dove mai nessuno andrà a ficcare il naso sulla politica interna e nelle sue leggi medioevali. Redazione - 23 gennaio 2015

***

L’ospite di stasera è… il boia!

L’allucinante realtà della pena di morte in Arabia Saudita: 82 decapitazioni nel 2011

La traduzione che segue è tratta da un’intervista a uno dei più noti boia dell’Arabia Saudita, Abdallah Al Bishi, andata in onda sulla rete LBC. La si può vedere (in arabo e sottotitoli in inglese) al link http://www.youtube.com/watch?v=UxmBp23W6nc da 4’06” in poi [ndt.]

Abdallah al BishiConduttore: Come dicevamo all’inizio tra poco ci raggiungerà il boia Abdallah Al Bishi. È in ritardo perché è occupato con un’esecuzione. Arriverà allo show direttamente dal lavoro, ci raggiungerà presto. Ci sono alcuni boia in Arabia Saudita, ma non ci sono dati precisi. Secondo i dati che abbiamo trovato con le nostre ricerche, ci sono sei boia in Arabia Saudita, ma potrebbero essercene degli altri, non ci sono dati precisi.

Conduttrice: Operano in regioni diverse. Qualche volta Abdallah Al Bishi viene chiamato in altre regioni per portare a termine un’esecuzione. Parleremo con lui di questo, e dei giovani boia che ha addestrato.

(Arriva Abdallah Al Bishi).

Conduttore: Taglia anche le mani, o fa solo decapitazioni?

Al Bishi: Sì, sì, eseguo la punizione di tagliare le mani ai ladri, così come quella di tagliare una mano e una gamba su lati opposti, com’è scritto nel Corano.

Conduttrice: Abdallah, quando esegue la punizione di tagliare degli arti, anestetizza la persona condannata, o si fa senza anestesia come le decapitazioni?

Al Bishi: Nel caso del taglio di una mano, o di una mano e una gamba, si fa con la sola anestesia locale.

Conduttrice: Ma una persona che viene decapitata non viene assolutamente anestetizzata, vero?

Al Bishi: No, non è assolutamente anestetizzata.

Conduttore: Abu Badr, ricorda la prima volta che ha portato a termine un’esecuzione? Ricorda quel giorno?

Al Bishi: Sì, ricordo quel giorno. Fui sorpreso quando i funzionari competenti mi chiesero di eseguire una delle punizioni di Allah. Quando arrivai, mi dissero che ci sarebbe stata un’esecuzione e io dissi “non c’è problema”. Presi la spada che apparteneva a mio padre, possa riposare in pace…

Conduttore: Quanti anni aveva allora?

Al Bishi: Avevo… Ero già un uomo.

Conduttore: Lei è un uomo ad ogni età, su questo non c’è dubbio, ma quanti anni aveva allora?

Al Bishi: Non ricordo esattamente. 32, 35… Ho cominciato nel 1412 (1991-’92).

Conduttore: Che esperienza fu per lei, considerando che era la prima volta? Come si sentì?

Al Bishi: Tutti siamo un po’ preoccupati quando si inizia un nuovo lavoro. Si ha paura di sbagliare.

Conduttrice: Abdallah, qual è stata la sua decapitazione più difficile? Ha mai decapitato qualcuno che conosceva?

Al Bishi: Sì, sì, ho decapitato molte persone che erano miei amici, ma chiunque commette un crimine deve portarne il peso.

Conduttore: Un telespettatore di Riyad ha chiamato per chiedere se lei giustizia sia uomini che donne. Ha mai giustiziato delle donne, e prova qualcosa di diverso se giustizia una donna o un uomo?

Al Bishi: Un’esecuzione è un’esecuzione. La differenza è che talvolta, quando si giustizia un uomo, questi non riesce a controllarsi e stare seduto o in piedi dritto in modo che il lavoro possa essere fatto.

Conduttore: E per le donne prova più compassione che per gli uomini? Sappiamo che lei esegue solamente la sentenza, ma cosa prova?

Al Bishi: Se provassi compassione per la persona che devo giustiziare, questa soffrirebbe. Se il cuore è compassionevole la mano sbaglia.

Psicologo: Quando lei giustizia più di tre o quattro persone alla volta, ne risente in qualche modo? La mia seconda domanda è: ha bisogno di una pausa tra le esecuzioni? Ne risente o no?

Al Bishi: No, che Allah sia lodato, niente di tutto questo. Tre, quattro, cinque o sei… Niente di tutto questo. È del tutto normale. Un’esecuzione è un’esecuzione, e se la persona sta dritta… Se la persona sta dritta rende il nostro lavoro molto più facile.

Conduttrice: Abdallah, abbiamo letto che una volta lei stava giustiziando diverse persone e la spada si è rotta. È vero? Ci racconti questa storia per favore.

Al Bishi: Fu l’impugnatura che si staccò, non fu la lama.

Conduttore: Lei sta addestrando il maggiore dei suoi figli, Badr, o uno dei suoi fratelli a fare lo stesso lavoro in futuro, soprattutto visto che lei ha ereditato questa professione da suo padre?

Al Bishi: Che Allah sia lodato, Badr sta per assumere questo incarico a Riyad.

Nello Gradirà

Tratto da Senza Soste cartaceo

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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Gennaio 2015 22:47

L'opportunità di Syriza e la centralità dei movimenti

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Thomas Müntzer - tratto da http://www.communianet.org

Le elezioni parlamentari greche del 25 gennaio rappresentano un appuntamento importante non solo per la popolazione di quel paese ma dell'intera Unione europea.
Le modalità con cui si è giunti a queste elezioni mostrano a che punto sia arrivata la crisi di legittimità della classe politica greca e la sua incapacità a gestire politiche economiche e sociali strette tra l'austerità richiesta dalla troika e la pressione popolare. Per quanto i movimenti sociali abbiano mostrato segni di stanchezza e la mobilitazione non sia stata recentemente ai livelli degli ultimi anni, è evidente che la popolazione greca non vuole più sopportare il peso delle politiche imposte dalla commissione europea, e vuole uscire dall'austerità.
La possibile vittoria elettorale di Syriza rappresenta per questo una speranza che una parte importante delle classi sociali più svantaggiate ripone in questo passaggio politico-elettorale.

Syriza si presenta a queste elezioni con un programma economico di "emergenza" (si legga l'articolo di Salvatore Cannavò su questo sito), con aspetti decisamente interessanti e indirizzati a favorire i settori più svantaggiati (forniture di elettricità gratuita; sovvenzioni alimentari; cure mediche e farmaceutiche accessibili a tutta la popolazione; la casa assicurata a circa 30 mila famiglie; il pagamento della tredicesima alle pensioni inferiori ai 700 euro mensili; la gratuità dei trasporti pubblici; il ribasso dell’Iva sul gasolio da riscaldamento e così via). Altri progetti risultano più sfumati o perlomeno legati ad un processo di rinegoziazione con i vertici dell'UE (come nel caso della proposta da sempre sostenuta di un audit sul debito e sul suo eventuale non pagamento). Altri sembrano ancora troppo timidi (debole pare la scelta di riforma fiscale - tutta incentrata sul recupero dell'evasione - così come necessarie "scorribande" sulla questione della proprietà, in particolare delle banche).
Insomma ci troviamo di fronte ad un programma riformista radicale (non anticapitalista), che nell'attuale situazione dell'UE rappresenta comunque una contraddizione e una possibilità di rottura.

Nell'odierna situazione politica e sociale europea - dove sono in crescita movimenti e partiti populisti, xenofobi e neonazisti - una possibile vittoria elettorale di Syriza rappresenterebbe una forte discontinuità positiva.
La possibilità di formare un governo di sinistra porterebbe aria nuova nelle dinamiche bloccate della politica europea. Anche se è difficile prevedere oggi una dinamica "costituente" della vittoria di Syriza e anche un'evoluzione anticapitalista (tantomeno limitata alla sola Grecia) della sua azione appare poco prevedibile.

Abbiamo ben presente la differenza tra una mobilitazione in gran parte di natura elettorale e il dispiegamento di un conflitto sociale di classe. Ma se un tale governo provasse davvero ad applicare le misure che ha dichiarato, porrebbe di fatto a livello europeo la necessità di un cambiamento delle politiche comunitarie e comunque le renderebbe meno facili da applicare anche ad altri paesi. E potrebbe saldarsi anche sul livello politico con un auspicabile successo elettorale di Podemos nello stato spagnolo. Si aprirebbe, insomma, uno spazio politico che i movimenti sarebbero chiamati a trasferire sul piano del conflitto sociale.

Per questo speriamo che Syriza possa avere un forte successo alle elezioni. E vanno denunciati e respinti i ricatti che diverse istituzioni europee e internazionali stanno cercando di attuare nei confronti della popolazione greca, condizionando "aiuti" ad un voto differente da quello per Syriza e minacciando provvedimenti che mostrano quanta misera considerazione abbiano queste istituzioni per le "libere elezioni".

La vittoria di Syriza è un'opportunità per tuttti e potrebbe trasformarsi in disillusione e demoralizzazione se dovesse fallire. Anche per questo siamo convinti che una vera rottura con le politiche dell'austerità e il ricatto del debito passi attraverso il protagonismo dei movimenti sociali e la costruzione di organismi di partecipazione democratica dal basso. Anche se non è all'ordine del giorno una dinamica di "contropotere" e di "autogestione conflittuale", è comunque necessario che si sviluppino strumenti e forme di partecipazione, di controllo e di decisione rispetto alle politiche di un eventuale governo guidato da Syriza, sia esso di sinistra o di coalizione.
La partita non si riduce, come non pochi pensano, alle relazioni o alle contraddizioni tra un partito, Syriza, e le istituzioni nazionali e internazionali. Perché si aprano davvero nuove possibilità sul piano continentale, è necessaria una ripresa del movimento sociale a livello europeo, e rotture anche sul piano politico. Non si tratta tanto di mobilitarsi per sostenere l'eventuale governo di Syriza - anche se dovremo mantenere ogni attenzione solidale di fronte a eventuali contraccolpi (pensiamo in questo caso più sul piano politico/finanziario che militare) - quanto di puntare su mobilitazioni europee e nuove relazioni dal basso tra esperienze di lotta.

Ci sembrano invece privi di senso i richiami al "fare come in Grecia" (magari fatti dagli stessi che dicono "fare come Podemos", senza rendersi conto che si tratta di due strade diametralmente differenti...).
Syriza è l'ultima esperienza di successo di una fase tramontata, quella della possibile ricomposizione politica di aree diverse legate alle concezioni del vecchio movimento operaio. Non essendosi mai macchiata di governi con i socialisti ha retto, e in questa fase di crisi ha rappresentato l'alternativa credibile.
Pensare che in Italia si possa ricomporre politicamente qualcosa a partire dai Cofferati, Civati e Vendola rappresenta un'ipotesi illusoria e anche se, sul piano elettorale, l'esperiemento dovesse avere qualche risultato (soprattutto in caso di esplosione della "bolla" renziana) questo non risolverà i problemi strutturali di ricostruzione di una soggettività critica che abbia solide gambe sociali legate a una pratica di autorganizzazione. In questo senso l'esempio di Podemos, con tutti i limiti, è più interessante, e parla di una rigenerazione a partire dai movimenti e non dai ceti politici esistenti, e per di più tutti responsabili a vari livelli delle politiche degli ultimi vent'anni. Senza questa rigenerazione nessuna ricostruzione di una sinistra radicale efficace è possibile in Italia.

Il nostro auspicio per un successo elettorale di Syriza in Grecia rimane legato alla volontà e all'impegno per sviluppare esperienze di lotte e vertenze sociali, in Italia e in Europa.
Per questo ci sembra particolarmente importante investire in Italia sul percorso delle Strikemeeting come passaggio di rilancio di una mobilitazione sociale che guardi alla mutata composizione di classe ed esca dalle secche dei percorsi asfittici sindacali (in particolare di una Cgil ferma al 12 dicembre e ad una mobilitazione mai voluta e mai sostenuta) e in Europa nella mobilitazione del 18 marzo di Blockupy Francoforte come possibile connessione europea su cui lavorare, provando a farne un punto di ripartenza più che di arrivo.

22 gennaio 2015
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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Gennaio 2015 11:30

Quante balle sulla Grecia e il suo debito!

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syntagma

La redazione de "il cuneo rosso" - http://www.inventati.org/cortocircuito

La Grecia torna a fare notizia. Si è interrotto il silenzio sulle intollerabili misure di “austerità” (=impoverimento di massa) che hanno colpito gran parte della popolazione negli ultimi anni, e ora suona l'allarme sulla possibilità che l'"estrema sinistra" di Syriza vinca le prossime elezioni del 25 gennaio, e sulle catastrofiche conseguenze che ciò potrebbe avere sulle nostre vite e soprattutto sui nostri portafogli. Si sostiene da più parti, infatti, che "noi tutti" ("ciascun cittadino" dell'Europa) siamo creditori della Grecia, e se per caso la Grecia dovesse non ripagare il suo debito a seguito dell'avvento al governo di Syriza, ci trufferebbe circa 600 euro a testa, in quanto "a soffrirne le conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma gli Stati", e quindi "noi cittadini" (così Stefano Lepri, "La Stampa", 31 dicembre 2014). In definitiva, saremmo "noi", gente che vive del proprio lavoro, a pagare per il fatto che la Grecia, il cui debito statale è intorno al 175% del Pil, ha speso più di quanto poteva - il sottinteso, non troppo sottinteso, è che i greci (tutti i greci) hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità e presentano ora agli altri europei, a tutti gli altri europei, il loro conto-spese in rosso da ripianare.

Una sequenza di balle che proviamo a sgonfiare con un po' di contro-informazione (di Syriza e della sua politica, parleremo in una seconda nota).

La prima cosa da chiarire è: come si è formato l'enorme debito pubblico greco?
Le ragioni sono tutt'altro che misteriose, anche se poco conosciute.

La prima: in Grecia grandi capitalisti e chiesa sono esentasse. Forse non tutti sanno che... gli armatori greci, proprietari della seconda flotta mercantile al mondo, godono di una pressoché totale esenzione fiscale, prevista addirittura dalla costituzione approvata nel 1975. A questo manipolo di poche centinaia di supermiliardari, va aggiunta la chiesa ortodossa, che è il più grande proprietario terriero del paese e possiede hotel, centri turistici, proprietà immobiliari, imprese, e i cui preti sono a carico dello stato. Esentasse sono poi le enormi fortune trasferite all'estero (calcolate in circa 600 miliardi di euro: quasi il doppio del debito stesso), per non parlare delle 6.575 compagnie offshore, di cui solo 34 pagano le tasse, molte delle quali sono state aiutate a frodare il fisco greco proprio dal Lussemburgo di Juncker, il presidente della Commissione europea...

La seconda: le spese militari. Lo sapevate che per gli armamenti lo stato greco spende il 3,1% del Pil? In percentuale, più di Gran Bretagna e Francia, i due stati europei che più spendono in armi. Tra il 2005 e il 2009, proprio gli anni in cui è andato maggiormente lievitando il suo debito di stato prima dello scoppio della crisi, la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa - parola del Sipri di Stoccolma. Da chi ha acquistato aerei da combattimento (il 38% del volume delle sue importazioni)? Da "noi" comuni "cittadini"? Non esattamente. I 26 F16 li ha comprati dalla statunitense Lockheed Martin e i 25 Mirage 2000 dalla francese Dassault, con un contratto di 1,6 miliardi di euro, che ha fatto della Grecia il terzo cliente dell’industria militare francese nei primi dieci anni del secolo.

La terza: le faraoniche spese per le olimpiadi del 2004, in totale si stima oltre i 20 miliardi di euro, triplicate rispetto alle previsioni (è un classico dai "grandi lavori"/grandissimi furti, che abbiamo visto con il Mose e vedremo con l'Expo). Nel 2004 l'indebitamento pubblico balza da 182 a 201 miliardi di euro e il rapporto deficit/Pil dal 3,7% al 7,5%. In questa circostanza la cattiva gestione della cosa pubblica e il sistema di corruzione e tangenti hanno avuto il suo culmine, e i legami con i capitali globali si sono fatti ancora più stretti perché molte grandi imprese europee e statunitensi ci hanno banchettato su alla grande - tra quelle made in Italy IVECO, Impregilo, Finmeccanica, Italcementi, le imprese sportive associate in Assosport, etc.
La quarta: la corruzione dilagante dei più alti funzionari dello stato. Attenzione, però! La corruzione degli amministratori, che fa lievitare le spese e il debito dello stato, presuppone che ci siano dei corruttori che traggono dalle tangenti pagate dei vantaggi enormemente superiori al loro costo. Le prime della classe in questa nobile gara sono finora state le grandi imprese tedesche. Per l'affare della vendita di sottomarini Poseidon, ad esempio, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro. Per assicurarsi una commessa di 170 carri armati Leopard, missili Stinger e caccia F-15, la Krauss-Maffei Wegmann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. Quindi la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn...
La quinta, ma non certo l'ultima per ordine di grandezza, tutt'altro!, è il pagamento degli interessi sul debito di stato, pari - solo negli ultimi anni - a 40,6 miliardi di euro, a favore degli altri stati europei, tra cui l'Italia ("non abbiamo fatto doni alla Grecia, ma prestiti", dichiarò a suo tempo Tremonti), del FMI, delle grandi banche europee.

Per coprire le vere cause dell'ingigantimento del debito di stato, accentuato dalla durissima crisi dell'economia greca, sono state confezionate alcune leggende metropolitane da sfatare.
Del tipo: il debito pubblico è dovuto ad un eccesso di spese sociali. In realtà la Grecia dal 1998 al 2007 (anni in cui l'economia greca è costantemente cresciuta del 4% all'anno) ha speso in spese sociali 5.400$ pro capite: meno della metà di Francia e Germania...

Del tipo: “i greci” non hanno voglia di lavorare, son sempre lì a bere ouzo e ballare il sirtaki... in realtà i lavoratori greci sono al primo posto in Europa come ore lavorate annue: 2.017 ore annue di lavoro pro capite, e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo i lavoratori sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore) - dati OCSE, 2012.

Anche sulle dimensioni e la portata della punizione inflitta ai lavoratori e alle lavoratrici greche sarebbe il caso di fare un po' di chiarezza, perché c'è troppo silenzio su questo, anche a sinistra e nei movimenti.
Ecco solo alcuni degli effetti delle misure imposte con i referendum (i dati sono ufficiali): la disoccupazione è al 27,6%, tra i giovani sotto i 35 anni è sopra il 60%; vengono licenziati 3.800 lavoratori a settimana; tra il 2010 e il 2013 ha chiuso il 30% delle imprese; i disoccupati che ricevono sussidi sono diminuiti del 63,7%; i giovani a rischio di povertà sono il 44%; dal 2010 ad oggi la perdita di salario per chi lavora è del 38%, per i pensionati è del 45%; i redditi delle famiglie sono diminuiti del 39%; la mortalità infantile è cresciuta del 42,8%; il 20% dei bambini non ha potuto essere vaccinato; un milione di greci (su 10) non hanno più assistenza sanitaria; il 44% delle famiglie non può sostenere le spese di riscaldamento; oltre 800.000 persone sono registrate presso le Ong e i servizi caritativi della chiesa per ottenere un aiuto alimentare... dobbiamo continuare?

Sacrifici pesanti, è vero, dirà qualcuno, ma la Grecia è stata aiutata con sostanziosi prestiti per far ripartire l'economia: 275 miliardi di euro dal 2010 al 2012, una bella sommetta, che se ben spesa... E invece, dove sono finiti i soldi dei prestiti (concessi "in cambio" delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni e dei brutali tagli alla spesa sociale)? In una vera e propria partita di giro, sono finiti per quasi il 90% ai creditori internazionali dello stato greco - banche e stati europei anzitutto, FMI, BCE, proprio i pescecani che accusano i greci di essere dei fannulloni scialacquatori - e alle banche greche per coprire i loro debiti. Lo stato greco ha "visto" solo 27 miliardi di euro (il 10%)... e i lavoratori hanno ricevuto solo bastonate su bastonate.

Intanto i generosi creditori internazionali della Grecia hanno ottenuto dai loro amici e sodali di Atene (Samaras&C.) di mettere in (s)vendita le imprese più appetibili: l'aeroporto di Atene, la lotteria nazionale (ambita da una società italiana), alcuni centri commerciali di prima classe, terreni, spiagge e casinò nelle isole di Rodi e Corfù, la compagnia nazionale del gas, il 35% della compagnia nazionale di raffinazione del petrolio, il 49% delle ferrovie, il 39% delle poste, etc. Ad arraffare le compagnie dell’acqua di Atene e Salonicco sono già pronte la francese Suez Environnement e l’israeliana Mekorot, ma intanto, per renderle più appetibili ancora, ecco un drastico taglio del personale e il prezzo dell'acqua che dal 2001 è triplicato, e continua a salire, salire...

D'altra parte, se l'economia greca va a rotoli, è inevitabile che tutti debbano perdere qualcosa... Beh, non proprio tutti: negli ultimi due anni le 500 imprese più importanti di Grecia hanno aumentato i loro profitti del 19%, e nel corso dei primi mesi del 2013 le imprese quotate in borsa hanno registrato un aumento medio dei loro profitti del 152,6% (!). Le banche greche, rimesse a galla grazie ai fondi pubblici, in seguito hanno “divorato” una decina di banche minori. Altri monopoli, come la compagnia aerea Aegean (che ha assorbito il principale concorrente, un tempo in mani pubbliche, Olympic Air), registrano importanti profitti. Anche gli speculatori traggono i loro vantaggi dalla crisi: il tasso di interesse sui titoli di stato è passato in un anno dal 5,5% al 7,24%.

È questo il punto: è ora di finirla di parlare della Grecia. Esistono in realtà due Grecie tra loro antagoniste: l'una, quella della classe attualmente al comando che (nella sostanza) condivide e mette in atto le politiche della Troika, che ha lucrato e si è arricchita con l'entrata nell'euro, e continua ad arricchirsi nella crisi; l'altra, quella delle classi lavoratrici, che ha pagato e paga un prezzo terribile per mantenere a galla e far ingrassare i responsabili della crisi, grandi capitalisti greci e globali, banchieri, generali, grandi evasori di stato, funzionari corrotti...

Con le balle che la "libera" stampa e le "libere" tv raccontano sul debito greco, gli eurocrati di Bruxelles, Renzi, Merkel, Hollande e quant'altri ci vogliono arruolare nella guerra per imporre ai lavoratori greci, e tanto più agli immigrati in Grecia, altri lunghi anni di lacrime e sangue. Usciamo dal silenzio, e rispondiamogli sui denti: la resistenza e la lotta dei lavoratori greci contro le politiche di impoverimento di massa imposte dalla Troika e da Samaras&C., e per il non pagamento del debito di stato, è la nostra lotta!

18 gennaio 2015

 

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