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INTERNAZIONALE

Rojava: economia locale, ecologica e femminista

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Rojava - Il confederalismo democratico nel Kurdistan siriano. Il principale soggetto economico è la cooperativa, amministrata dai lavoratori stessi organizzati in comuni

kurdistan mappaIl 17 marzo u.s. i delegati dei tre cantoni del nord della Siria che compongono il Rojava (Afrin, Kobane e Cizire) e di altre zone liberate dallo Stato Islamico hanno espresso la volontà di organizzarsi in un sistema federale. Il Rojava non è (né vuole essere) uno Stato-nazione, ma una zona autonoma nella quale convivono differenti etnie e religioni. Le decisioni non vengono prese da un governo rappresentativo, ma partono dall’assemblea di una strada o di un piccolo villaggio. Questa esperienza democratica radicale, definita da Abdullah Öcalan confederalismo democratico, è in atto da quasi quattro anni, ma non si sa molto sull’economia che la sostiene.

Rojava: agricoltura e petrolio

La popolazione del Rojava è di circa 4,5 milioni di abitanti e la moneta che usano è la lira siriana. Nella zona quasi non c’erano industrie e l’occupazione fondamentale era quella di produrre materie prime agricole, che erano lavorate nella fascia occidentale della Siria, e di rifornire di petrolio le raffinerie anch’esse situate nell’ovest del Paese, perché questo faceva parte della politica di disseminazione e impoverimento della popolazione kurda attuata dal regime di Bashar al-Assad. Pertanto si tratta di un’economia prevalentemente agricola che conta su importanti risorse naturali, la più rilevante delle quali è di gran lunga il petrolio. Con l’autonomia - dal 2012 in poi - tutto è cambiato, ma si tratta di un’economia di guerra, per di più soggetta a un embargo commerciale. Nonostante ciò, e il fatto che l’aiuto internazionale è estremamente scarso, il sistema economico è molto interessante. La chiave dell’economia risiede nel decentramento, tutto si organizza localmente. I tre cantoni del Rojava hanno centinaia di comuni, organizzazioni politiche locali di alcune decine di persone sulle quali si disegna l’economia. L’organizzazione e la struttura delle cooperative è legata a quella delle comuni, che, anche se decentralizzate, cooperano tra loro. Inoltre la proprietà della terra è in maggioranza comunale, cosa che in un primo momento è stata molto difficile da realizzare per il caos che ha provocato la guerra.

Il Rojava cerca di arrivare all’autosufficienza, che ora ha raggiunto involontariamente a causa dell’embargo imposto dalla Turchia, che gli impedisce di commerciare con l’estero. Inoltre si trova in un’economia di guerra dove circa il 70% del bilancio dell’autogoverno si utilizza per la difesa, risorse che vengono ricavate dalla vendita locale di derivati del petrolio, dai fondi comunali e dei limitati scambi commerciali nei crocevia di frontiera. Ma nel futuro intendono arrivare ad un altro tipo di autosufficienza aperta a investimenti stranieri che portino prosperità ai cantoni, con la possibilità di costruire nuove raffinerie di petrolio, la loro centrale elettrica, fabbriche e anche un aeroporto. Ora ci sono due antiquate raffinerie, l’elettricità si ricava da generatori diesel e l’industria è molto scarsa. Proprio per questo sono aperti a investimenti stranieri che accettino le condizioni dell’autogoverno. La poca industria che c’è rispetta una serie di criteri ecologici (l’ecologia è un pilastro fondamentale in Rojava), il che è facile da realizzare per le sue piccole dimensioni. Le rudimentali raffinerie che hanno, e che raffinano gasolio di cattiva qualità, sono un’eccezione che intendono correggere una volta che disporranno dei fondi necessari. In Rojava si rifiutano l’agricoltura e l’allevamento intensivo, e si mantiene tutto nell’ambito locale con tecniche rispettose dell’ambiente.

I tre cantoni del Rojava

Il cantone più ricco è Cizire, confinante con l’Iraq, che rappresenta la principale fonte economica del Rojava. Cizire ha un suolo fertile, grano e orzo di buona qualità, ma soprattutto le principali riserve di petrolio. Il cantone di mezzo, Kobane, sta incentrando la sua economia sulla ricostruzione della sua città principale e dei villaggi dei dintorni, totalmente devastati dalla guerra. Il Consiglio Agricolo di Kobane di recente ha redistribuito più di diecimila ettari tra contadini poveri perché li coltivino. Afrin, il terzo cantone, isolato nel nordovest della Siria, basa la sua economia sul grano e sull’olivo, oltre a piccole fabbriche di tutti i tipi (sapone, olio, materiali da costruzione, calzature ecc.). Nonostante la povertà e l’embargo commerciale turco, particolarmente grave in questo cantone per il suo isolamento rispetto agli altri due, il fatto di non aver costituito un fronte con lo Stato Islamico ha alleviato parecchio la sua situazione (anche se vi sono scontri e alleanze con altri gruppi armati).

L’economia comunitaria

La cosiddetta economia comunitaria è un’economia cooperativa al servizio della società, dove esistono cooperative di ogni tipo: le principali sono quelle agrarie, ma vi sono anche cooperative di allevamento, di servizi, di sindacati e industriali. Esistono anche piccole e medie imprese private, ma sotto la filosofia della “proprietà privata al servizio di tutti”. Questo significa che, anche se alcune imprese private sono totalmente indipendenti, la maggioranza ha accordi con l’autogoverno e coopera con esso su obiettivi che beneficiano la popolazione locale.

Pertanto il principale modello economico è la cooperativa, amministrata dai lavoratori stessi organizzati in comuni. Si è stabilito un massimo di capitali in base alle dimensioni delle cooperative e si può essere membro della direzione di una sola cooperativa. I profitti delle cooperative (se ci sono, poiché i prodotti finiti, se non si consumano, si vendono a prezzi molto economici) vengono divisi più o meno nel modo seguente: circa la metà viene ripartita tra le persone che hanno delle partecipazioni (si possono acquisire partecipazioni con il lavoro, con il capitale o con entrambe, ma è il lavoro che concede maggiori vantaggi nella ripartizione dei profitti), tra il 10 e il 30% si tiene per incrementare i fondi della cooperativa e il resto si deposita nel fondo della comune per le necessità sociali. Ma, a parte i profitti, i membri della comune ricevono un salario mensile per il loro lavoro o sono ricompensati in beni primari. È fondamentale il coordinamento delle diverse cooperative dei diversi cantoni, soprattutto nella produzione di beni come prodotti in ferro e parti di automobili. In linea con tutte le altre politiche del Rojava, non c’è nessuna differenziazione di sesso nel lavoro e nell’amministrazione delle cooperative, la donna è presente in modo attivo in tutti gli ambiti della società.

Il “welfare” del Rojava

Attualmente in Rojava non si pagano tasse, perché non c’è un’amministrazione economica centrale che le riscuota e li distribuisca, non si tratta di un’economia pianificata come quelle dei socialismi reali, né di un welfare state occidentale. Il “contratto sociale” del Rojava però garantisce il sistema sanitario, quello educativo e una casa dignitosa, finanziati da fondi comunali e altre entrate locali. La sanità e l’educazione miglioreranno con il tempo, ma si dispone già di scuole e istituti, con un’università a Qamishli (l’Accademia Mesopotamica di Scienze Sociali) oltre ad altre accademie che prenderanno la forma di università, e ospedali cantonali (nei quali si paga o meno secondo la situazione di ciascuno) e privati. Per quanto riguarda la casa dignitosa, il ministro dell’economia e del commercio di Afrin ha detto che “dato che [Afrin] è un’area sicura, gli affitti sono cari; ma abbiamo iniziato a preparare la costituzione di cooperative che garantiscano il diritto alla casa per tutti”. Questo obiettivo sarà più complicato perché il Rojava è la principale destinazione dei profughi interni, lì arrivano quelli che fuggono dal regime e dai jihadisti, e molti decidono di restare.    

Le politiche dell’autogoverno

L’autogoverno impone controlli sui prezzi degli alimenti di base, delle medicine e del gasolio, e distribuisce il pane gratuitamente tra le famiglie. Il credito per formare nuove cooperative lo forniscono le comuni che le creano con il denaro di cui dispongono, ma soprattutto con il lavoro dei loro membri. La riscossione di interessi, la speculazione e la rendita da capitale finanziario sono proibiti. La distruzione dell’apparato produttivo causata dalla guerra e l’uso di tecniche di produzione piuttosto rudimentali fanno sì che la scarsità di offerta monetaria disponibile non comporti ancora problemi. Questi li dovranno affrontare una volta raggiunta una crescita economica minimamente considerevole, dato che la moneta che utilizzano viene emessa dalla Banca Centrale della Siria, controllata dal governo di Bashar al-Assad. Tuttavia stanno iniziando a parlare di una loro banca centrale per controllare l’emissione di cartamoneta e il credito, oltre che per generare fiducia tra i futuri investitori.

Si può concludere che l’economia del Rojava, anche se attualmente è poco più di un’economia di sussistenza, è un’economia locale, ecologica e femminista il cui modello produttivo rappresenta un’alternativa al modello capitalista neoliberista. Sarà il tempo, con la fine della guerra civile siriana, a mostrarci l’evoluzione di questa società una volta stabilizzata in un contesto di pace.

Juan Jesús Duque Romero

Fonte: Rebelión, traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

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Ultimo aggiornamento Domenica 10 Luglio 2016 12:04

Salta il Ttip, ma non è il caso di tirare il fiato

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2014-06-23_eci_ttip

tratto da http://contropiano.org

Il Ttip salta, per ora. Ed è la prima volta che i ministri del commercio di alcuni paesi europei lo dicono apertamente. Il cumulo dei punti di vista contrastanti è tale da non potere essere sciolto in tempi brevi, comunque non entro la scadenza della presidenza Obama e in piena incertezza su quali saranno le priorità del prossimo inquilino della Casa Bianca. Nè la Clinton, né tantomeno Trump, hanno detto una sola parola chiara sull’argomento.

Naturalmente, vista l’assoluta segretezza con cui sono state fin qui condotte le trattative, nulla vien detto su quali siano i punti di frizione, ma è comunque noto da tempo che su produzione alimentare (gli Stati Uniti chiedono di aprire il mercato alle loro carni agli ormoni e ai prodotti ogm, mentre si rifiutano di assicurare una qualsaisi tutela dei prodotti Doc )e soprattutto sulle corti arbitrali che dovrebbero decidere in caso di contrasto legale tra una multinazionale e un paese sono stati registrati contrasti fin qui irrisolvibili.

Da lunedì prossimo dovrebbe in ogni caso partire il 14esimo round del negoziato, anche se lo spazio per fare passi avanti appare chiuso. Il vice ministro francese per il Commercio estero, Matthias Fekl, è stato particolarmente chiaro: “Stiamo aspettando così tante serie offerte da parte degli Usa che non esiste assolutamente alcuna possibilità che si arrivi a un accordo entro la fine dell’amministrazione Obama. Penso che ormai lo sappiano tutti, anche quelli che sostengono il contrario.”.

E la conferma arriva, con ambiguità tutta italiana, anche dal ministro italiano dello sviluppo economico, Carlo Calenda: “Il Ttip secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione”. Solo una questione di lentezza dei lavori, insomma, anche se è proprio lui a dare il contesto che determina questo fallimento: “ rischia di saltare anche l’accordo con il Canada perché c’è una mancanza di fiducia verso tutto quello che è internazionalizzazione e una mancanza di delega a una governance europea certa”

Nessuna fiducia reciproca, dunque, tra i due lati dell’Atlantico, specie per quanto riguarda la possibilità di arrivare a definire regole comuni che non comportino danni serissimi per uno dei due contraenti (e l’Europa è certamente il lato debole); e assoluta incertezza – specie ora che Londra sembra aver smarrito il ruolo storico di cerniera transatlantica, votando la Brexit – su come vada a finire nell’Unione Europea. “Gli americani stanno perdendo uno dei paesi più favorevoli all’accordo”, spiega Chad Bown, ex economista della Banca mondiale. E le priorità europee sono rapidamente cambiate: prima di negoziare con gli americani, serve trattate con gli inglese affinché l’uscita dalla Ue sia il meno disordinata possibile”. Ed è impossibile condurre contemporaneamente due negoziati sulle stesse materie, con gli stessi paesi, ma improntati a logiche opposte: con il Nord America di stava trattando per unire i rispettivi mercati, con Londra bisognerà discutere su come separarli con il minor danno possibile.

“Non è chiara la governance” significa dunque che non si sa bene chi comanda e con quale approccio. L’accumularsi di tensioni antiunitarie (euroscetticismo e populismo sono solo parole) mette in discussione ulteriori passi avanti nell’integrazione continentale. E il riemergere prepotente dell’”approccio intergovernativo”, addirittura nella logica del “chi ci sta, ci sta, gli altri verranno”, consiglierebbe chiunque di rinviare qualsiasi contratto duraturo con “i 27”. Figuriamoci un trattato che dovrebbe definire un mercato comune alla viglia di un anno elettorale – il 2017 – che potrebbe disegnare governi del tutto diversi da quelli che hanno fin qui tessuto la tela del negoziato.

Ed è il paese con il governo meno popolare d’Europa, la Francia, a mettere la parola fine sul Ttip: “Non c’è nulla di peggio che iniziare una trattativa dicendo di voler concludere a qualunque costo. Noi – ha detto ancora il viceministro Fekl – avremmo preferito una buona intesa per l’occupazione in Francia e per i lavoratori”. Ancora più esplicito era stato il premier Manuel Valls: “Non ci può essere un accordo sul trattato transatlantico, non siamo sulla buona strada”. L’accordo “sarebbe imporre un punto di vista che non solo potrebbe essere terreno fertile per il populismo, ma anche un male per la nostra economia”.

La retorica delle conferenze stampa falsa molto la realtà: dei lavoratori, al governo francese, non importa nulla, vista la ribellione totale alla loi travail che, come il jobs act, cancella sette decenni di conquiste sindacali incardinate nel “patto tra produttori” che definisce la costituziona materiale di Parigi. Il problema intollerabile è che la materia del Ttip mette evidentemente a rischio l’ossatura della struttura industriale francese, oltre che la qualità dello champagne, dei vini e dei formaggi d’Oltralpe. In questo senso, dunque, diventa vera anche la preoccupazione per il possibile l’esplodere della disoccupazione una volta andati a regime gli accordi Ttip.

Dal punto di vista dei lavoratori di entrambe le sponde delll’Atlantico è un’ottima notizia, perché quanto meno rinvia l’ennesimo drastico peggioramento delle condizioni di vita e delle normative contrattuali. Ma ci appare chiaro che il mancato accordo, nel medio periodo, comporterà un aumento della “competizione” economica tra Europa e Nord America, con ovvie conseguenze sui rispettivi mercati del lavoro.

Diciamo dunque che l’arresto del negoziato Ttip può aprire una “finestra di opportunità”. Che soltanto un ritrovato protagonismo conflittuale dei movimenti dei lavoratori – al momento assolutamente divisi ed estranei tra loro, chiusi come sono nei recinti locali disegnati dai capitali multinazionali (gli unici che possano praticare con profitto un certo tipo di “internazionalismo”) – trasformare in un processo di superamento della crisi sistemica del capitalismo.

6 luglio 2016

vedi anche

L’accordo con il Canada basta a sfasciare L’Unione Europea?

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Barbari di tutta Europa, uniamoci!

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barbariGigi Roggero sulla Brexit, tratto da Commonware

Brexit ed elezioni in Italia sono due cose sicuramente diverse con almeno un punto forte in comune: la maggioranza non esprime un voto per ma contro qualcosa e qualcuno. Quel qualcosa è la propria condizione di vita; quel qualcuno é Renzi o l'Unione Europea, ritenuti responsabili di tale condizione. È un'individuazione semplificata, per i colti analisti della politica è grossolana e rozza, tuttavia non è certo sbagliata. Quando si è sotto assedio e si fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, bisogna colpire il bersaglio grosso e più immediato. Il tempo per i dettagli e i distinguo verrà dopo.

Lo dimostra la composizione sociale del voto nel Regno Unito, come già quella in Italia: i centri urbani vogliono rimanere, periferie e territori colpiti dalla crisi andarsene. Tant'è che il quesito referendario potrebbe essere così riformulato: vuoi restare nella tua attuale condizione di vita o uscirne? Cosa volete che rispondano disoccupati, precari cronici, pensionati ridotti sul lastrico, ceti medi deprivati di ciò che avevano avuto fino a qualche tempo fa? Era già successo per l'Oxi in Grecia, quella fulminea scintilla che non incendiò la prateria: Tsipras e Syriza volutamente non ammisero che si trattava di un no contro il mostro Europa, e ciò mise fine alla storia politica della loro breve anomalia.

Ancora una volta, nella Brexit si rompe la dialettica tra destra e sinistra, che serve ormai solo all'autoriproduzione dei ceti politici e dei loro intellettuali più o meno organici. Nella crisi la divisione iniziale, istintiva, si crea tra chi vuole conservare lo status quo (magari, promettono i sinistri, per riformarlo o cambiarlo in futuro) e chi lo rifiuta. Da che parte stiamo noi? Questo è il punto. Chi si schiera dalla parte della conservazione dello status quo, fa una scelta di campo. Fa una scelta di classe. A poco serve appellarsi al pericolo fascista, anzi: se i fascisti hanno la scaltrezza di tentare di sguazzare in quella composizione sociale, la responsabilità è nostra, non della composizione sociale. 

Purtroppo a sinistra e in quegli ambienti di movimento che del germe cancerogeno della sinistra non sono mai riusciti a liberarsi, la classe va bene finché "remain" un'astrazione disincarnata. Quando "leave" e fa di testa sua, i comportamenti che esprime vengono stigmatizzati e deprecati, si grida al provocatore e al fascista dietro l'angolo. In quest'ultima settimana ne abbiamo avuto l'ennesima riprova, con sinistri commenti e analisi di disprezzo per gli incolti e barbari sostenitori del M5s o della Brexit, contrapposti agli educati ragionamenti dei cittadini coscienziosi della City. Vi è in queste posizioni un vero e proprio razzismo sociale, che invece di puntare a processi di ricomposizione alimenta una spaccatura orizzontale all'interno della classe. Questo è il primo e vero pericolo reazionario che dobbiamo combattere. 

Mutatis mutandis, si ritorna qui alla teleologia del marxismo ortodosso della Seconda Internazionale, quello per cui i popoli colonizzati dovevano accettare il proprio destino storico, o i briganti piegare la testa di fronte al Regno Sabaudo. Tra le fila degli europeisti a prescindere, che oggi si lagnano dell'idiotismo dei proletari inglesi, ve ne sono molti che si entusiasmavano quando gli storici militanti dei Subaltern Studies ci hanno spiegato come gli indiani che nell'800 si ribellavano alle truppe imperiali inglesi erano mossi dalle più diverse pulsioni, un misto di credenze e tradizioni unificate da un istinto comune, l'opposizione e il rifiuto dell'invasore. (E non parliamo della questione nazionale, spauracchio per i burocrati dell'internazionalismo ideologico, anche di quello esportato con le armi: ma siamo sicuri che tra lavoratori e precari che stanno lottando in Francia in questi mesi non vi sia anche l'ambiguo desiderio di non voler fare la fine di italiani e greci?) Oggi per queste stesse persone i soggetti colpiti dalla crisi dovrebbero rassegnarsi alla propria vita di merda, nell'interesse generale degli ideali di sinistra e della funzione progressiva dell'Europa. Ma, si sa, i barbari lontani nello spazio e nel tempo sono sempre più simpatici e innocui di quelli che prendono forma sotto casa, minacciando gli standard di vita di quei ceti che in fondo dall'Europa dipendono.

Se non un terremoto (gli effetti sono stati in anticipo enfatizzati per creare paura e indirizzare il voto), certo degli scossoni la Brexit li procura: Cameron costretto alle dimissioni, i laburisti in crisi, i mercati in fibrillazione, i media sgomenti, l'Europa a pezzi. Noi non sappiamo che direzione prenderanno questi scossoni, ma la cosa sicura è che solo qui dentro possiamo organizzare il terremoto. Chi oggi impaurito preferisce la quiete non sta dall'altra parte nella dialettica tra destra e sinistra, sta dall'altra parte nella dialettica di classe. Perché le rivoluzioni si sono sempre fatte con i barbari. Sarebbe troppo auspicare che chi a parole vuole la trasformazione dello stato di cose presente si metta a studiare Lenin. Ma almeno qualche romanzo di Ballard in questi anni avrebbe potuto leggiucchiarlo...

2 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 05 Luglio 2016 13:36

Renzi-Merkel. Quale sistema bancario deve morire per primo?

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Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Quando si parla di banche è meglio non farsi deviare dalle dichiarazioni in conferenza stampa, dove i primi ministri danno il peggio di sé per tranquillizzare i propri grandi elettori di riferimento. Se dovessimo infatti cercare di capire dalle dichiarazioni cosa si sono detti ieri Merkel e Renzi rimarremmo a guardare il dito, anziché la luna.

A chiacchiere, infatti, si è trattato di uno scontro sulle “regole” che riguardano le crisi di singole banche, con l’Italia che chiede di sospendere il meccanismo del bail in (prima di ogni intervento di salvataggio pagano di tasca propria azionisti, obbligazioni anche inconsapevoli e correntisti per la parte eccedente i 100.000 euro) e la Germania a ribadire che “non si cambiano le regole ogni due anni” (il tempo che è passato dal trattato in vigore sull’unione bancaria).

Fosse così, sarebbe solo l’ennesima puntata di un film già visto, con Renzi nella parte della vispa teresa cicalona e Merkel in quella dell’ottuso burocrate che obbedisce ciecamente alle “regole, anche quando queste sono chiaramente sbagliate (la crisi del sistema bancario europeo, stressato ora anche dalle consguenze della Brexit, è generale, non individuale).

Oltretutto sarebbe uno scontro in cui – a noi del “mondo di sotto” – non converrebbe per nulla prender parte. Quello che Renzi chiede di poter fare, infatti, è di impegnare denaro pubblico (tasse di noi cittadini) per salvare gli istituti di credito messi peggio. Mentre la “fermezza” della Merkel punterebbe il bisturi su azionisti e clienti delle banche. Ovvero, di nuovo, su (quasi) tutti noi che il conto corrente ce lo hanno imposto altrimenti non ci potevano pagare lo stipendio e far comprare casa col mutuo.

In realtà occorre guardare ai problemi delle banche italiane e tedesche (e francesi, inglesi, ecc) per come ce li presenta un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, non a caso sbattuto in apertura di prima pagina dal confindustriale IlSole24Ore. Se quelle italiane “soffrono le sofferenze”, ovvero i prestiti che soprattutto le imprese fanno fatica a restituire, quelle tedesche soffrono una lunghissima serie di problemi diversi: dall’immensa esposizione verso i “prodotti derivati” (la sola Deutsche Bank ha in pancia 75.000 miliardi di euro in spazzatura conclamata; 10 volte il Pil tedesco, cinque volte quello europeo e quattro volte il debito pubblico Usa e, si parva licet, circa 70 volte il “mostruoso” debito pubblico italiano di “soli” 2.300 miliardi), al modello di business antiquato (troppe filiali e dipendenti, guadagni certi solo sui tassi di interesse) fino alla dipendenza della politica regionale (nel sistema delle Landesbanken territoriali).

Una differenza sistemica così accentuata fa sì che qualsiasi sia la “regola” che viene scelta per risolvere le crisi ammazza qualcuno e salva qualcun altro. Non c’è insomma nulla di “oggettivo”, se non la crisi stessa, nessuna “scelta obbligata”, ma solo discrezione. Ovvero politica.

Sembra dunque chiaro che la “fermezza” merkeliana sia un modo di aiutare il sistema bancario italiano a portare presto i libri in tribunale, lasciando un mercato comunque abbastanza ricco a disposizione del proprio sistema bancario. Più o meno quel che è avvenuto, e sta ancora avvenendo, con il sistema industriale, parti consistenti della grande distribuzione (in cui sono stati i francesi a fare la parte del leone), ecc.

Ma, per favore, non ci venite a sfruculiare con il “rispetto delle regole” o con il renzian-berlusconiano “le ha violate prima la Germania”…

P.s. Sono questi i “valori europei” per cui bisognerebbe fare ogni sacrificio…

30 giugno 2016

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Unidos Podemos, niente sorpasso. L’Ue vuole la grande coalizione

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delusione

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Sondaggi smentiti, di nuovo ed anche nello Stato Spagnolo. Alla fine il sorpasso sui socialisti non c’è stato ed Unidos Podemos si deve accontentare del terzo posto e ridimensionare i suoi sogni di gloria.
Appena i seggi hanno chiuso, alle 20, gli exit poll davano vincitore il Partito Popolare e seconda, davanti ai socialisti, la coalizione formata da Podemos, Izquierda Unida e altri 9 movimenti statali e locali di centro-sinistra. Ma quando sono cominciati ad affluire i dati dello spoglio reale è stata una doccia fredda per i viola, passati non solo in terza posizione ma assai al di sotto delle aspettative della vigilia.

La ‘Spagna profonda’ ha di nuovo premiato il Partito Popolare. Nonostante la corruzione, gli scandali – l’ultimo emerso alla vigilia del voto, rivelando che il Ministro degli Interni di Rajoy tramava con un funzionario catalano per fabbricare prove false allo scopo di incastrare i dirigenti indipendentisti di Barcellona – nonostante anni di politiche antipopolari e autoritarie la destra spagnola non solo torna a vincere le elezioni, ma addirittura si rimette una costola. Il Partido Popular riprende fiato dopo la storica debacle del 20 dicembre e passa da 123 a 137 seggi e dal 28.72 di sei mesi fa al 33.03%.

Di fatto il PP arriva in testa nella stragrande maggioranza dei collegi elettorali del paese, succhiando consensi a Ciudadanos, forza emergente della “nuova destra” liberale, liberista, nazionalista e ‘moderna’ che sperava invece di continuare la sua ascesa dopo il buon risultato del 20 dicembre. Invece la creatura politica di Albert Rivera arresta la sua corsa e “si sgonfia”, passando da 40 a 32 seggi e dal 13.93 al 13.03%. Rajoy recupera voti all’interno dell’elettorato conservatore ma anche reazionario – l’estrema destra di Vox prende solo 46 mila voti in tutto lo Stato! – in virtù di un “effetto diga” contro la prospettiva di uno sfondamento da parte dei ‘rossi’ di Unidos Podemos.

Il cui risultato, come detto, alla fine non è stato affatto entusiasmante, come gli stessi dirigenti della coalizione, nei primi commenti della serata, hanno ammesso. La coalizione passa infatti da 69 a 71 seggi e dal 20.66 al 21.1% dei voti. Un piccolo progresso, si dirà. In realtà le forze coalizzate sotto la guida di Pablo Iglesias perdono un numero consistente di consensi rispetto a sei mesi fa, quando Podemos e Izquierda Unida (Unidad Popular) erano andati al voto separatamente ottenendo rispettivamente il 20.66 e il 3.67%. Presentandosi in coalizione e confermando le ‘confluencias’ con altre piccole forze politiche statali – come Equo – e vari movimenti e coalizioni regionaliste e di sinistra locali in Catalogna, Valencia e Galizia, Iglesias e Garzòn puntavano su un effetto moltiplicatore dei voti, allettando gli elettori di sinistra e centrosinistra con la prospettiva del sorpasso sui socialisti e approfittando di una legge elettorale che premia, nella distribuzione degli eletti, le liste più consistenti.
Ma Unidos Podemos ha fallito entrambi gli obiettivi. Ha ottenuto solo 2 seggi in più rispetto alla tornata precedente (esattamente quanti ne avevano insieme Podemos e IU), piazzandosi in terza posizione in quasi tutti i collegi dello Stato Spagnolo, superata non solo dal PP ma anche dai socialisti (tranne nei Paesi Baschi e in parte della Catalogna dove UP ha vinto la competizione).
UP non è riuscita ad allargarsi a destra ed ha anche perso voti a sinistra. Durante la campagna elettorale i leader di Podemos hanno insistito nel presentarsi come gli esponenti di una ‘nuova socialdemocrazia’ tiepidamente riformista ma responsabile, nel tentativo di accreditarsi come forza di governo tra gli imprenditori e la classe media e di attrarre i voti socialisti che non sono invece arrivati indispettendo al contempo i settori più radicali dell’elettorato.
Fin dalla scorsa tornata Iglesias e i suoi hanno rinunciato alle proposte più radicali (espulso dal messaggio del movimento ogni riferimento alla lotta contro l’Unione Europea) ed hanno insistito sulla opportunità di formare una maggioranza di governo “per il cambiamento” con il Partito Socialista di Pedro Sanchez, che giustamente a sinistra viene considerato un pilastro di un sistema spagnolo a due gambe – diventate tre con Ciudadanos – liberista, ingiusto, corrotto e inamovibile. Offerta che Iglesias ha reiterato ieri sera, dopo la diffusione dei deludenti risultati, parlando di un accordo tra Unidos Podemos e Psoe come di una ‘coalizione tra forze di progresso’ che ‘hanno una idea diversa della Spagna’ rispetto a PP e C’S. Ma quale idea abbiano della Spagna i socialisti – da Gonzales a Zapatero fino al rampante Sanchez – gli elettori di sinistra lo sanno bene, e non hanno seguito la direzione di Izquierda Unida preferendo l’astensione.

Sono proprio i socialisti a tirare un sospiro di sollievo, perdendo sì 5 seggi – da 90 a 85 – ma guadagnando qualche decimo di punto percentuale – dal 22.01 al 22.66% – che permette al Psoe di rimanere al secondo posto.

Da notare che il non voto è passato in sei mesi dal 26.8% al 30.16%. Alle urne si sono recati solo il 69.84% degli aventi diritto (il dato non però ancora definitivo); non il crollo verticale vaticinato dai sondaggi della vigilia ma comunque un calo significativo, che mette in evidenza la crescente disillusione e disaffezione di un elettorato stanco. In un quadro del genere la ‘spinta propulsiva’ di Podemos sembra non funzionare più, incagliatasi in una sorta di recinto politico al di là del quale sembra difficile che Iglesias riuscirà ad andare.

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A guardare i dati assoluti, il Partito Popolare è l’unica forza politica statale a guadagnare voti, passando da 7.215.000 a 7.906.000 elettori e recuperando posizioni in importanti comunità autonome come quella Valenciana o l’Andalusia e la Galizia (qui En Marea, coalizzata con UP, perde un seggio e diventa terza sorpassata dai socialisti). Il Psoe perde 106 mila consensi, Unidos Podemos ben 1.063.000 (considerando anche i voti di Izquierda Unida del 20D), Ciudadanos 377.000.

Un ottimo risultato, in Catalogna, per gli indipendentisti di sinistra moderati di Esquerra Republicana che passano da 599.000 a 629.000 voti (la sinistra indipendentista radicale della Cup, come il 20D, ha deciso di non presentare liste alle elezioni statali) a scapito del partito regionalista/indipendentista catalano di centro-destra, la Convergenza Democratica di Artur Mas e dell’attuale premier di Barcellona Carles Puigdemont, che continua la sua discesa passando da 565.000 a 482.000 voti.

Nuovo pessimo risultato per la sinistra indipendentista basca, ormai in crisi nera anche a livello elettorale: Eh Bildu subisce di nuovo “l’effetto Podemos” e passa dai 218 mila voti conquistati nella Comunità Autonoma Basca ed in Navarra sei mesi fa ad appena 184.000, conservando comunque i 2 seggi che aveva. Anche il Partito Nazionalista Basco (PNV) non brilla, calando da 6 a 5 seggi e da 301.000 a 286.000 voti.

All’apparenza la mappa del nuovo parlamento di Madrid non sembra, è vero, molto diversa da quella uscita dalle elezioni del 20 dicembre, che avevano spazzato via il vecchio bipartitismo trasformandolo in un sistema a quattro gambe. Troppe, si è detto, per garantire la governabilità.
Nessuna forza politica, neanche il riconfermato Partito Popolare, è così consistente per poter formare un governo monocolore che da tradizione. Ma sei mesi di stallo dopo le elezioni del dicembre 2015 e la crescita consistente della destra di Rajoy rappresentano un elemento di novità da non sottovalutare. Come visto, nonostante la brusca frenata Unidos Podemos continua ad insistere sulla formazione di una coalizione con i socialisti che però potrebbe contare solo su 156 seggi, quota assai lontana dalla maggioranza minima di 176 necessaria per governare. Ammesso che i socialisti siano orientati ad allearsi con i propri competitori a sinistra – Pedro Sanchez ha più volte ribadito il suo ‘no’ – e che i partiti nazionalisti baschi e catalani siano pronti a fare da stampella ad un ambiguo governo guidato da una forza centralista come il Psoe.

Rispetto alle Cortes elette il 20D, in quelle costituite ieri una coalizione tra le due destre – PP e Ciudadanos – potrebbe contare su 169 seggi, e i due partiti potrebbero puntare ad un governo di minoranza, anche se abbastanza instabile e sottoposto al continuo ricatto di eventuali piccoli alleati regionalisti di centro-destra. I poteri forti interni e l’establishment dell’Unione Europea premono invece per una grande coalizione tra Partito Popolare e Partito Socialista – meglio ancora se rafforzato dalla nuova destra di Albert Rivera – che potrebbe assicurare a Madrid e soprattutto a Bruxelles quella stabilità necessaria per implementare i piani della Troika troppo a lungo rimandati: privatizzazioni, licenziamenti nel settore pubblico, altra austerity.

Che non si sia andati subito alla ‘grande coalizione’ già dopo la scorsa tornata elettorale Bruxelles e Francoforte lo hanno potuto accettare una volta, se lo stallo dovesse ripetersi anche dopo le elezioni di ieri le conseguenze per Madrid potrebbero farsi serie.

27 giugno 2016

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