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INTERNAZIONALE

Turchia: senza immunità è aperta la caccia al parlamentare filo-curdo

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turchia parlamentoCon 376 voti a favore, il parlamento turco ha deciso ieri [venerdì 20 maggio] la revoca dell'immunità per i parlamentari, decisione che andrà a colpire quasi tutti i deputati dell'HDP (Partito Democratico dei Popoli, all'opposizione) accusati di fiancheggiamento al PKK per aver sostenuto il processo di pace interrottosi l'anno scorso. Complici dell'AKP, il partito di governo appena privato del presidente nonché primo ministro Davutoğlu appena fatto dimettere da Erdoğan perchè poco “allineato” con lui, anche il MHP (i fascisti “lupi grigi”) e il CHP, Partito Repubblicano del Popolo kemalista che si autodefinisce “social-democratico”, tutti alleati in funzione anti-curda.

Erdoğan ha così la strada spianata per far passare la sua riforma dello stato in senso presidenziale: e che idea abbia della funzione di “presidente” si può ben capire dalle sue stesse parole pronunciate in diretta televisiva rispondendo alle domande di un gruppo di giovani: "Un sistema parlamentare assoluto ti taglia fuori dal tuo partito. Perdi il tuo potere politico all'improvviso. I membri del partito che hai fondato possono sopravvivere senza di te? E' come separare una madre dai figli. E' normale? I presidenti dicono di essere imparziali. E' possibile? Puoi solo essere imparziale a livello giuridico".

Finora deboli le reazioni internazionali: solo il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha parlato di “colpo alla democrazia turca e alla libertà politica”, mentre Angela Merkel, la cancelliera tedesca che si è spesa per firmare il vergognoso accordo con la Turchia per bloccare i profughi ha dichiarato che “solleverà il problema” con Erdoğan lunedì prossimo.

Qual è il senso dell'immunità dei deputati in un sistema democratico parlamentare? Proteggere i rappresentanti eletti dal popolo dalla persecuzione per le loro idee. E cosa fa un regime fascista quando vuole togliersi di torno le opposizioni? Le priva di tale protezione o a seconda dei casi, le elimina fisicamente. Questa storia l'abbiamo già vista: cosa aspettano i governi europei a fare tre-quattro passi indietro sulla Turchia?

In questo momento così grave, la rete italiana di solidarietà con il popolo curdo ribadisce il proprio sostegno a tutte quelle forze democratiche che non accettano questo colpo di stato in atto in Turchia, sostenuto in parlamento da alleanze strategiche vergognose, e nella società da una pervicace campagna di odio e criminalizzazione nei confronti dei civili che chiedono il riconoscimento dei propri diritti e di non vivere in una dittatura.

Rete Kurdistan

Roma, 21.05.2016

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Si apre una settimana di fuoco contro la Loi Travail

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loi travail scontritratto da http://www.infoaut.org

È cominciata ieri una nuova settimana di proteste contro la Loi travail, il jobs act francese che ha scatenato da due mesi un vastissimo movimento sociale oltralpe. Ieri c'è stato il sesto sciopero per chiedere il ritiro della contestata proposta di riforma del codice del lavoro che è passata la settimana scorsa senza voto in Parlamento grazie all’articolo 49.3. Un vero e proprio schiaffo al movimento da parte del primo ministro Manuel Valls che ha forzato l’iter parlamentare utilizzando l’escamotage della “superfiducia” prevista dall’ordinamento francese che permette al governo di non dover passare per l’Assemblée nationale.
Una nuova settimana di lotta che si apre con un episodio gravissimo che fa capire quanto fossero fondati i timori di chi denunciava che lo Stato di Emergenza votato in fretta e furia dopo gli attentati del novembre scorso sarebbe servito essenzialmente a reprimere il dissenso interno. Nella giornata di lunedì diversi compagni riconosciuti dalla polizia in piazza sono stati colpiti da misure di allentamento dai cortei proprio in nome della Legge anti-terrorismo. Una sorta di DASPO di piazza, emesso senza processo e senza che, per stessa ammissione della prefettura, ci sia alcuna prova che i militanti abbiano commesso atti violenti. Tra i colpiti si trova addirittura un fotografo in possesso di regolare tesserino da giornalista oltre che numerosi liceali. La misura, traballante a livello giuridico, è stata annullata nella mattinata di ieri dai giudici amministrativi per la maggior parte delle persone colpite ma testimonia del fatto che la situazione sta completamente sfuggendo di mano alle autorità. Come si poteva leggere qualche giorno da nella relazione del Service central du renseignement territorial, l’equivalente della DIGOS in Francia, “la controversia suscitata dalla legge sul lavoro si sta trasformando in una crisi ideologica e un rifiuto del sistema nel suo insieme”.


Ieri le principali organizzazioni sindacali hanno chiamato un nuovo sciopero che ha ricevuto un adesione molto alta con 200’000 persone che hanno partecipato alle manifestazioni in tutta la francia, 50’000 nella sola Parigi. Cisnk 5XAAAlcF0Il corteo nella capitale è stato caratterizzato da continue provocazioni da parte della polizia e del servizio d’ordine dei sindacati, CGT e Force ouvrière hanno provato a tenere il numerosissimo spezzone auto-convocato fuori dal corteo. Soltanto la determinazione dei manifestanti ha permesso ai tanti giovani e meno giovani che non si riconoscono nelle organizzazioni sindacali di raggiungere la testa del corteo. Una determinazione che non è piaciuta alla polizia che ha reagito con i gas lacrimogeni mentre i manifestanti li bersagliavano con un fitto lancio di oggetti e di bombe molotov. Si contano 49 arresti e numerosi feriti tra i manifestanti di cui uno piuttosto grave colpito da una granata sparata ad altezza d’uomo dalle forze dell’ordine. Diecimila persone sono scese in piazza a Nantes, 80’000 a Marsiglia, 8’000 a Tolosa, 2’000 a Rennes, 3’000 a Montpellier e 7’000 a Lione. Proprio a Lione il corteo è stato violentemente caricato all’arrivo a Bellecour dove la polizia ha ferito diverse persone.


Cium0Q0WgAQaTM4Nell’ovest della Francia blocchi stradali da parte dei camionisti hanno completamente paralizzato la regione creando code chilometriche, chiudendo con la forza numerose raffinerie e porti. A Le Havre tremila lavoratori hanno bloccato le zone industriali e portuali della città con una quindicina di barricate di pneumatici che sono stati dati alle fiamme. Blocchi anche a Rennes Caen e Saint-Nazaire dove i portuali sono riusciti immobilizzare tutti i flussi in entrata e in uscita sia via mare che via terra.
Nel pomeriggio, il presidente Hollande ha reiterato la sua determinazione nel proseguire con l’approvazione della legge “Non cederò” ha dichiarato. Il segretario della CGT, Philippe Martinez, ha invece confermato che il sindacato non si sederà a nessun tavolo di trattativa visto che la richiesta è quella del ritiro puro e semplice della riforma “È la colonna vertebrale del testo che è pessima, non ci hanno ascoltato quindi ci faremo sentire più forte” ha detto alla stampa.


Oggi è in corso, proprio a Place de la république, la piazza simbolo del movimento contro la Loi travail, una manifestazione dei sindacati di polizia per chiedere la fine di quello che viene definito un “odio anti-sbirri” che si sta copiosamente esprimendo nelle piazze francesi. Uno degli slogan più cantati nelle manifestazioni contro la riforma del codice del lavoro è infatti “tutti quanti odiano la polizia” e gli scontri con le forze dell’ordine sono stati numerosissimi vista anche la violenza messa in campo dagli agenti. I manifestanti lamentano diverse centinaia di feriti in due mesi di movimento, di cui alcuni molto gravi feriti alla testa come un giovane studenti di Rennes che ha recentemente perso un occhio a causa di una granata lacrimogena sparata dalla polizia. Oltre ai sindacati di polizia presenti in piazza numerosi esponenti del Front national venuti a sostenere i poliziotti che difendono il governo dalla collera popolare.
Contro la manifestazione poliziesca si è formato un folto presidio per contestare “l’impunità delle forze dell’ordine”. Presenti numerosi parenti delle vittime della violenza della polizia, tra cui Amal Bentounsi il cui fratello è stato ucciso dalla polizia con uno sparo alla schiena nel 2012. Gli agenti hanno notificato sul posto alla fondatrice del collettivo "Urgence notre police assassine" un provvedimento di divieto di manifestazione proprio mentre ricordava a tutti i presenti cosa avesse fatto la polizia contro suo fratello e come i giudici abbiano fatto di tutto per evitare un processo all’assassino in divisa.CivAP0wWEAIriInNel frattempo diversi partecipanti alla contro-manifestazione stanno provando ad entrare in Place de la république a spinta, ne sono seguiti cariche delle forze dell’ordine per proteggere i colleghi e una vettura della polizia è stata data alle fiamme.


Un nuovo sciopero generale è previsto per la giornata di giovedì e il primo ministro Valls sembra sempre più in difficoltà anche se ormai approvare la legge sembra essere diventata una questione di principio per un governo sempre più impopolare…

19 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Maggio 2016 10:44

11 settembre: tempesta tra Stati Uniti e Arabia Saudita

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royalscum

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Ci siamo già occupati, diffusamente, nei mesi scorsi della crescente contrapposizione tra due vecchi alleati, Stati Uniti ed Arabia Saudita, i cui interessi e la cui agenda divergono sempre più. Quella che è stata a lungo una tensione latente e sotterranea – alla quale Obama ha tentato di rimediare cercando di venire incontro ad una petromonarchia che aspira però al ruolo di superpotenza e soffre le pretese egemoniche di Washington – sembra ormai emersa in uno scontro frontale tra i due paesi.

I segnali di questa contrapposizione sono numerosi. Ma forse quello più esplicito viene dall’approvazione il 17 maggio, da parte del Senato degli Stati Uniti, di una legge che permette alle vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle ed altri obiettivi sul suolo statunitense di far causa all’Arabia Saudita e chiedere al governo di Riad un risarcimento. E questo non solo perché ben 15 dei 19 attentatori erano di nazionalità saudita, ma anche perché un dossier dei servizi di intelligence statunitensi, a lungo secretato, rivela che le menti e gli esecutori degli attacchi dell’11/9 avevano stretti legami con gli apparati sauditi. Un coinvolgimento che si conosceva da molto tempo, ma che le varie amministrazioni americane avevano sempre censurato, evitato di affrontare, nascosto alla propria opinione pubblica in nome degli stretti legami con un paese che Washington ha a lungo sperato di riuscire a riportare sotto il proprio controllo e che già con la nascita e lo sviluppo di Al Qaeda invece rivelava la sua voglia matta di stendere i propri tentacoli ben al di là dei propri confini, facendo a meno della tradizionale tutela politica e militare statunitense.
Dopo una serie di tentativi falliti di riportare Riad all’ordine, ecco che improvvisamente il ruolo saudita negli attacchi del 2001 viene spifferato ai quattro venti da quegli stessi apparati statali e politici che per 15 anni l’avevano occultato e che cominciano a pensare che in fondo il regno wahabita cominci a rappresentare un problema non secondario per il mantenimento di un’egemonia americana in Medio Oriente già ridotta ai minimi termini.

La legge, che ora deve passare all’esame della Camera, è sostenuta sia dai Repubblicani sia dai Democratici ed è passata all’unanimità, nonostante l’aperta opposizione da parte del presidente Obama che ha minacciato di apporre il proprio veto per bloccarne l’iter richiamandosi alla legge del 1976 che prevede l’immunità per i paesi terzi da azioni legali intentate nei tribunali degli States. Ma i parlamentari, oltre alle associazioni delle vittime e dei parenti dei morti dell’11 settembre, vogliono imporre un’eccezione alla legge in questione laddove un paese straniero risulti colpevole di aver fomentato attacchi terroristici che abbiano preso di mira cittadini statunitensi sul suolo degli Stati Uniti (una norma che può rivelarsi utile, evidentemente, in futuro, anche nei confronti di altri nemici del paese).

Il disegno di legge è sostenuto in particolare dal senatore democratico di New York, Charles Schumer e dal repubblicano John Cornyn. «Gli Stati Uniti hanno bisogno di utilizzare ogni strumento a disposizione per fermare il finanziamento del terrorismo. Le vittime e le famiglie che hanno perso i propri cari in attacchi terroristici meritano la possibilità di chiedere giustizia», ha dichiarato Cornyn. «Le vittime hanno già sofferto troppo a loro non dovrebbe essere negata la possibilità di avere giustizia» gli ha fatto eco Schumer.

Se anche Obama dovesse usare il suo potere di veto, l’unanime sostegno alla legge sia da parte dei Repubblicani che dei Democratici lascia prevedere che una maggioranza dei due terzi dei deputati in grado di bypassare il veto presidenziale è a portata di mano. D’altronde lo stesso Obama ha recentemente accusato i sauditi di «parassitismo» perché non si prodigano abbastanza nella lotta contro il jihadismo in Medio Oriente (che infatti sostengono contro i propri nemici).

E se la Casa Bianca decidesse di declassificare i documenti frutto delle inchieste della propria intelligence e dell’inchiesta del Congresso risalente al 2002, che dettaglia il ruolo degli apparati sauditi negli attacchi del 2001, la tensione con Riad potrebbe esplodere. Da tempo il regime saudita minaccia forti rappresaglie se Washington dovesse approvare il disegno di legge e rendere pubblico il dossier finora classificato. In particolare il Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir, già a marzo aveva avvertito che Riad è pronta a vendere 750 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitense e altri asset d’oltreoceano oggi di sua proprietà, con l’obiettivo di sottrarli ai procedimenti legali per risarcimento eventualmente intentati nei tribunali statunitensi dai parenti delle vittime delle Torri Gemelle.

Che le relazioni tra Washington e Riad non siano affatto idilliache traspare anche da un’intervista, realizzata dal giornalista del Corriere della Sera Federico Fubini, nella quale Amos Hochstein, inviato speciale per gli Affari dell’Energia della Casa Bianca, si scaglia contro la casa reale wahabita anche se in maniera sibillina. Ora che il Brent è tornato a circa 50 dollari al barile Hochstein descrive il suo paese come “una superpotenza dell’energia” vantando il fatto che i paesi dell’Opec abbiano perso il controllo sul prezzo del greggio, sottrattogli dai produttori statunitensi dello ‘shale’ (gas e petrolio ottenuti con la tecnica del fracking). Washington ha il dente avvelenato con l’Arabia Saudita che ha abbattuto il prezzo del greggio fino a portarlo a 30 dollari al barile, allo scopo non solo di far crollare gli introiti delle potenze concorrenti – in particolare Russia, Iran, Venezuela e Nigeria – ma anche di affondare l’industria statunitense dello “shale oil”, redditizia a partire da un prezzo superiore ai 50 dollari al barile. I sauditi, ricorda Fubini, hanno lasciato che il barile si deprezzasse per mettere i produttori Usa fuori mercato, ma Hochstein annuncia lo ‘scampato pericolo’: «La rivoluzione dello shale e la nostra industria sono più resistenti di quanto alcuni pensassero” afferma l’esponente dell’amministrazione Usa in tono polemico e vendicativo. «Nel nostro Paese dal 2012 abbiamo aumentato la produzione da sei a oltre nove milioni di barili al giorno. Abbiamo aggiunto un Kuwait, più di un Kuwait. E abbiamo l’agilità dalla nostra. Anche la natura del mercato è cambiata, vaste aree del mondo stanno diventando più efficienti nell’uso di energia per auto, aerei, navi (…) gli Stati Uniti d’America oggi sono una superpotenza dell’energia. Abbiamo quasi raddoppiato la nostra produzione in dieci anni. Ci siamo trasformati dal più grande importatore di gas naturale in uno dei più grandi esportatori. Abbiamo investimenti fenomenali nelle rinnovabili» continua l’orgoglioso e roboante Hochstein. Secondo il quale i sauditi, non volendo, avrebbero addirittura fatto un favore ai propri alleati/nemici: «grazie al basso costo della nostra energia, in America è tornata l’industria manifatturiera».

Nella seconda parte dell’interessante intervista, però, l’esponente della Casa Bianca si scaglia contro Russia ed Unione Europea, in particolare contro il progetto di pipeline denominato “North Stream 2” che dovrebbe andare da Mosca a Berlino. «Il modo migliore per impedire agli altri fornitori di competere con il gas russo è di fare nuovi gasdotti e ora il più importante è North Stream 2. C’è anche un altro problema: se fai North Stream 2, sostanzialmente stai togliendo all’Ucraina il transito verso la Germania (con la conseguenza, ndr) che l’80% del gas russo verso l’Europa arriva in un solo luogo, in Germania, e non è sano. La seconda è che dal 2019 togli due miliardi l’anno di entrate da transito all’Ucraina e uno alla Slovacchia».
Nel mirino delle dichiarazioni di Hochstein c’è l’aspirazione di Bruxelles – e di Berlino in particolare – a scavalcare gli Stati Uniti e a perseguire una propria indipendenza energetica legata in gran parte alle esportazioni russe: «(il North Stream 2) non è un progetto che contribuisca all’Unione dell’energia in Europa, dunque va studiato attentamente. Bisogna vedere se è un progetto economico o politico. Se è politico, forse sarebbe meglio ripensarci».

19 maggio 2016

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Venezuela: il piano “Freedom” contro le scelte bolivariane

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Venezuelan President Nicolas Maduro raises his fist during a rally in Caracas on November 12, 2013. Venezuela's ruling party eyed a vote Tuesday to pave the way for Maduro to govern by decree, broadening his powers, during an inflationary crisis a month before crucial municipal elections. AFP PHOTO/Leo RAMIREZ        (Photo credit should read LEO RAMIREZ/AFP/Getty Images)

Fabrizio Poggi - tratto da http://contropiano.org

Lo scorso 13 maggio, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha decretato lo stato di emergenza costituzionale ed economica, contro il tentativo di golpe dell’opposizione, appoggiato dal possibile intervento straniero, sollecitato a Washington dall’ex presidente colombiano Alvaro Uribe.

Il sito Pravda.ru pubblica oggi un’intervista dell’economista di origini tatare Said Gafurov con Henry Machuca, coordinatore a Mosca dell’organizzazione giovanile del Partito socialista unito del Venezuela. Il tema è quello del disegno USA per l’organizzazione di un colpo di stato attuato dall’opposizione, secondo i modelli messi a punto dal pentagono nei paesi arabi.

Machuka rileva la difficile situazione economica venezuelana, dovuta in larga parte alla caduta del prezzo del petrolio, fondamentale fonte del bilancio, con una perdita del 4.000% negli ultimi quattro anni. Il settore petrolifero, nazionalizzato sotto Ugo Chavez, è fondamentale per il Venezuela, tra i principali esportatori mondiali, detenendone il 7% delle riserve del pianeta, accanto al 5% di quelle del gas. Se nel gennaio 2010 la vendita di petrolio aveva portato nelle casse dello stato 3,31 miliardi di dollari, a gennaio 2016 le entrate sono precipitate a soli 77 milioni. A ciò si aggiunge la pesante siccità, che costringe le centrali idroelettriche a operare al 20% delle potenzialità, il che ha condotto alla quasi completa fermata della produzione di alluminio, altra importante fonte di entrate del paese. Machuka indica anche che delle 15 linee fondamentali della nuova struttura economica venezuelana, tese all’utilizzo delle risorse interne, molte risentono della crisi, a partire dai settori metallurgico, petrolifero e agricolo.

In questo quadro si inserisce il piano “Freedom”, per l’organizzazione di un colpo di stato, il cui primo passo consiste nelle dimostrazioni fomentate dall’opposizione, con l’appoggio USA: le cosiddette “guarimbas”, la creazione cioè di disordini senza alcuno scopo o motivazione precisa. Il secondo punto è l’organizzazione di un referendum revocatorio contro Maduro: dopo la vittoria alle elezioni parlamentari, l’opposizione sta tentando l’attacco alla Costituzione. Ci sono poi il soffocamento dei crediti, il tentativo di discreditare la leadership del paese a livello mondiale, mettendo in circolazione voci false sul commercio di armi e droga, incapacità politica, riciclaggio di denaro; si attaccano le alleanze strategiche – Cuba, Russia, Cina, Ecuador – e soprattutto l’ALBA, coi suoi orientamenti antiliberisti e le sue strutture di sostegno reciproco. Si scatena la guerra economica, con accaparramento, rivendita di prodotti di prima necessità e manipolazione dei prezzi sul mercato.

Un ulteriore punto del piano è la propaganda, a livello internazionale, di una presunta “crisi umanitaria” in Venezuela: carenza alimentare, idrica, attacco agli studenti, alla libertà di stampa, ecc. Il tutto, sul modello usato a suo tempo col Cile di Allende. Ancora un punto del piano “Freedom” è quello relativo alle pressioni che gli USA esercitano sull’Organizzazione degli Stati Americani per orientarla contro il Venezuela. Infine: guerra elettronica, spionaggio, rafforzamento dei contingenti di reazione rapida, sul modello seguito in Nicaragua e Grenada.

I programmi sociali e di sviluppo economico del presidente Maduro impauriscono certamente le banche e i monopoli statunitensi: basti pensare che il 30% delle esportazioni USA passa per i porti venezuelani e le scelte di indipendenza nazionale di Caracas non possono non impensierire Washington, al pari delle riforme sociali a favore dei settori popolari.

Dagli inizi della rivoluzione bolivariana il livello di povertà è stato ridotto in Venezuela al 9,8%; prima dell’arrivo di Ugo Chavez, si destinava solo il 36,7% del bilancio ai programmi sociali, mentre oggi si è al 62,5%. Secondo l’Unesco, il Venezuela è al secondo posto per numero di studenti universitari, con 2,7 milioni di studenti su 30 milioni di abitanti. Alla constatazione di Gafurov, secondo cui l’opposizione riunisce forze disparate, dai fascisti dichiarati, ai liberali, fino a piccoli gruppi legati al nome del defunto leader albanese Enver Hoxha, Machuka osserva che tale conglomerato potrebbe riunirsi al potere solo grazie a grossi finanziamenti stranieri. Al contrario, il sostegno a Maduro viene, oltre che da comunisti e socialisti, da un Fronte patriottico di varie altre forze, unite da un obiettivo comune, per la creazione di una società in cui prevalgano i principi democratici e operai.

Sulla situazione venezuelana, Prensa Latina riportava ieri le dichiarazioni del presidente Nicola Maduro, che ha elogiato la cosciente partecipazione popolare alla rinascita economica, contro gli attacchi della destra. Maduro si riferiva in particolare alle comunità agricole e ai consigli di contadini che, attraverso gli stanziamenti statali (100 milioni di $ per progetti di agricoltura urbana e i 175 milioni della Micromissione Agroalimentare) si sono dedicati al recupero delle aziende abbandonate. Di rilievo anche i progetti dei 9.800 Comitati Locali di Fornitura e Produzione (CLAP) in campi produttivi diversi, con l’apertura di 500 nuovi mercati comunali nei 24 stati del paese. Prensa Latina mette l’accento anche sulle misure dell’Agenda Economica Bolivariana, per la partecipazione delle comunità locali, con iniziative proprie, alla diversificazione produttiva – nei 15 settori chiave ricordati da Machuka – a partire dalle ricchezze interne, quali petrolio, oro e altri metalli preziosi. Contro quei settori dell’imprenditoria privata che, nel loro attacco alla rivoluzione bolivariana e a dispetto delle facilitazioni creditizie accordate dal governo (che consentono profitti del 1.000%) decidono di fermare gli impianti, Maduro ha detto che questi saranno consegnati al popolo per continuare la produzione.

Già diversi mesi fa Machuca ricordava come i pieni poteri accordati dal Parlamento al presidente Maduro per sventare il sabotaggio economico fossero del tutto legittimi. Ma sembra ora che il piano d’attacco alle scelte bolivariane stia entrando nella fase cruciale.

17 maggio 2016

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I ministri europei cercano di sbloccare il Ttip contro il volere degli enti locali

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stopttipstri

Mentre il Consiglio dell’Unione europea discute di commercio internazionale, decine di Città e Regioni in tutto il continente si oppongono all’approvazione del CETA e ai negoziati per il TTIP.

Oggi, durante il Consiglio dell’Unione europea, i Ministri degli Esteri degli Stati membri discuteranno anche di commercio internazionale. Gli accordi di libero scambio come CETA e TTIP verranno sottoposti ad esame con l’obiettivo di sottoscrivere il primo entro ottobre e sbloccare i negoziati del secondo, ancora in alto mare. L’opposizione dei cittadini europei ha rallentato il processo, convincendo molte amministrazioni locali di tutto il continente ad esprimere la propria contrarietà. Ben 40 sindaci hanno sottoscritto, dopo un summit tenutosi in data 21-22 aprile, la Dichiarazione di Barcellona.
In essa denunciano gli impatti degli accordi bilaterali come il TTIP sui poteri amministrativi esercitati a livello locale, mettendo in pericolo la salute fisica e democratica dei cittadini europei. Gerardo Pisarello, il Primo Vice Sindaco del Consiglio della Città di Barcellona, ha assicurato che «non daremo l’assenso ad alcun accordo che non tenga conto delle città».
Tutte le Città e Regioni europee possono aderire a questa dichiarazione, che sarà presentata alle istituzioni europee, ai governi nazionali e alle opportune organizzazioni. In Italia sono oltre 70 le amministrazioni locali che hanno approvato la mozione Stop TTIP, lo strumento messo a disposizione dalla Campagna Stop TTIP Italia per creare una rete di Comuni e Regioni contrarie all’accordo USA-Ue. I cittadini possono sollecitare i loro rappresentanti eletti a schierarsi contro il TTIP tramite la raccolta di firme on line che ha raggiunto le 12 mila adesioni.
«Alcuni rappresentanti degli Enti locali hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 7 maggio, quando 30 mila persone sono scese in piazza a Roma per chiedere al governo Renzi di opporsi ad un trattato che non tutela l’interesse pubblico – dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Eppure, oggi il nostro esecutivo partecipa al Consiglio dell’Unione europea con l’intento di arrivare alla ratifica del CETA e alla fluidificazione dei negoziati per il TTIP. Invitiamo cittadini e amministratori locali a proseguire le azioni di pressione sulle istituzioni nazionali e comunitarie».
Per formalizzare le adesioni, gli Enti locali possono spedire una e-mail all’indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. con oggetto: “Adesione alla Dichiarazione di Barcellona”.
Barcellona si è dichiarata città libera dal TTIP approvando una dichiarazione istituzionale nel settembre 2015, che è stata spinta e supportata da oltre 90 associazioni e campagne di cittadini che costituiscono parte della piattaforma Catalunya No al TTIP.
 
Campagna STOP TTIP
12 maggio 2016
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Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Maggio 2016 15:30

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