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INTERNAZIONALE

Kobane: la resistenza curda respinge di nuovo i jihadisti

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Kobane: la resistenza curda respinge di nuovo i jihadisti

tratto da http://contropiano.org

Secondo le notizie rilanciate da numerosi media locali, i combattenti delle milizie popolari sarebbero riuscite a bloccare durante la notte l'avanzata dei jihadisti dello Stato islamico verso il centro della città di Kobane, nel Rojava siriano al confine della Turchia. 

"C'è stato un assalto dell'Isis dalla parte meridionale della città, con l'obiettivo di raggiungere il centro, ma è stato respinto dai combattenti curdi dopo violenti combattimenti" ha spiegato alla France presse Rami Abdel-Rahman, il direttore dell'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, una ong vicina ai ribelli islamisti 'moderati' con base a Londra. Scontri sporadici sono in corso questa mattina nella zona meridionale, sud-occidentale e orientale della città, e all'alba la coalizione internazionale guidata dagli Usa ha lanciato due nuovi raid aerei nel sud e nell'est della zona.In queste ore i combattenti curdi stanno anche lanciando "operazioni speciali" nell'est della città, penetrando nelle zone controllate dall'Isis per uccidere membri dell'organizzazione jihadista e ritirarsi poi nelle loro postazioni.

I jihadisti dello Stato islamico hanno conquistato ieri una porzione consistente della città, compreso il quartier generale delle forze curde. A cadere nelle mani dell'Isis era stata ieri l'intera "area di sicurezza" cittadina, che comprende il complesso militare delle Unità di protezione del popolo (YPG), la base di Assayech e la sede del consiglio locale.

Intanto ieri sera era arrivato a 31 morti e a più di 360 feriti il bilancio ufficiale dei quattro giorni di violenta repressione da parte delle forze di sicurezza turche contro le manifestazioni dei curdi e dei gruppi della sinistra antimperialista turca che sono scesi in piazza in tutto il paese contro la complicità del regime islamista di Erdogan con lo Stato Islamico. A fornire il bilancio è stato il ministro degli Interni turco Efkan Ala nel corso di una conferenza stampa realizzata ad Ankara. La stragrande maggioranza delle vittime sono manifestanti curdi, a volte giovanissimi (c'è anche un bambino di otto anni) falciati dalle pallottole sparate dai militari, dai poliziotti ma anche dai membri dell'estrema destra turca legata ai 'Lupi Grigi', e di organizzazioni islamiste radicali come Hezbollah (movimento fondamentalista sunnita turco fondato negli anni '80 e che non ha nulla a che fare con l'omonimo partito sciita libanese) o i 'cugini' curdi di Huda-par. Negli scontri hanno perso la vita anche due poliziotti e 139 sono rimasti feriti. I civili feriti sono stati 221, in 35 città nelle quali sono scoppiati gli scontri. Oltre mille i fermati, 58 dei quali poi arrestati formalmente. "Negli scontri 778 edifici sono stati danneggiati o distrutti tra cui 212 scuole, 67 stazioni di polizia, 25 uffici pubblici e 29 sedi di partiti politici" ha dichiarato il ministro del governo Davutoglu.

11 ottobre 2014

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Ecco perché Kobane è sola

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Il vero bersaglio dell’Is, inventato da occidente e petromonarchie, è la straordinaria Carta della Rojava. E i combattenti kurdi sul terreno lottano contro il fascismo puro

Sandro Mezzadra - tratto da Il Manifesto

Nei giorni scorsi H&M ha lan­ciato per l’autunno una linea di capi d’abbigliamento fem­mi­nili chia­ra­mente ispi­rata alla tenuta delle guer­ri­gliere kurde le cui imma­gini sono cir­co­late nei media di tutto il mondo. Più o meno nelle stesse ore, le forze di sicu­rezza tur­che cari­ca­vano i kurdi che, sul con­fine con la Siria, espri­me­vano la pro­pria soli­da­rietà a Kobane, che da set­ti­mane resi­ste all’assedio dello Stato isla­mico (Is). Quel con­fine che nei mesi scorsi è stato così poroso per i mili­ziani jiha­di­sti oggi è erme­ti­ca­mente chiuso per i com­bat­tenti del Pkk, che pre­mono per rag­giun­gere Kobane. E la città kurda siriana è sola di fronte all’avanzata dell’Is.

A difen­derla un pugno di guer­ri­glieri e guer­ri­gliere delle forze popo­lari di auto­di­fesa (Ypg/Ypj), armati di kala­sh­ni­kov di fronte ai mezzi coraz­zati e all’artiglieria pesante dell’Is. Gli inter­venti della «coa­li­zione anti-terrorismo» a guida ame­ri­cana sono stati – almeno fino a ieri – spo­ra­dici e del tutto inef­fi­caci. Già qual­che ban­diera nera sven­tola su Kobane.

Ma chi sono i guer­ri­glieri e le guer­ri­gliere delle Ypg/Ypj? Qui da noi i media li chia­mano spesso pesh­merga, ter­mine che evi­den­te­mente piace per il suo “eso­ti­smo”. Pec­cato che i pesh­merga siano i mem­bri delle mili­zie del Kdp (Par­tito demo­cra­tico del Kur­di­stan) di Bar­zani, capo del governo della regione auto­noma del Kur­di­stan ira­cheno: ovvero di quelle mili­zie che hanno abban­do­nato le loro posi­zioni attorno a Sin­jar, all’inizio di ago­sto, lasciando campo libero all’Is e met­tendo a repen­ta­glio le vite di migliaia di yazidi e di appar­te­nenti ad altre mino­ranze reli­giose. Sono state le unità di com­bat­ti­mento del Pkk e delle Ypg/Ypj a var­care i con­fini e a inter­ve­nire con for­mi­da­bile effi­ca­cia, pro­se­guendo la lotta che da mesi con­du­cono con­tro il fasci­smo dello Stato islamico.

Sì, per­ché è pur vero che l’Is è stato “inven­tato” e favo­rito da emi­rati, petro­mo­nar­chie, tur­chi e ame­ricani: ma sul ter­reno non è altro che fasci­smo. Ce lo ricorda l’ultima pal­lot­tola con cui si è uccisa l’altro giorno a Kobane la dician­no­venne Cey­lan Ozalp, pur di non cadere nelle mani degli aguz­zini dell’Is. Qual­cuno l’ha chia­mata kami­kaze: ma come non vedere il nesso tra quella pal­lot­tola (tra quell’estremo gesto di libertà) e la pasti­glia di cia­nuro che, dall’Italia all’Algeria e all’Argentina, hanno por­tato in tasca gene­ra­zioni di par­ti­giani e com­bat­tenti con­tro il fasci­smo e il colonialismo?

Link: Turchia: la polizia spara, strage di manifestanti curdi

E come non vedere le ragioni per cui l’Is ha con­cen­trato le pro­prie forze su Kobane? La città è il cen­tro di uno dei tre can­toni (gli altri due sono Afrin e Cizre) che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «kurdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della straor­di­na­ria Carta della Rojava (come si chiama il Kur­di­stan occi­den­tale o siriano). È un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e demo­cra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Nella Rojava il fem­mi­ni­smo è incar­nato non sol­tanto nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, ma anche nel prin­ci­pio della par­te­ci­pa­zione pari­ta­ria a ogni isti­tuto di auto­go­verno, che quo­ti­dia­na­mente mette in discus­sione il patriar­cato. E l’autogoverno, pur tra mille con­trad­di­zioni e in con­di­zioni duris­sime, esprime dav­vero un prin­ci­pio comune di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. E ancora: coe­ren­te­mente con la svolta anti-nazionalista del Pkk di Öca­lan, a cui le Ypg/Ypj sono col­le­gate, netto è il rifiuto non solo di ogni asso­lu­ti­smo etnico e di ogni fon­da­men­ta­li­smo reli­gioso, ma della stessa decli­na­zione nazio­na­li­stica della lotta del popolo kurdo. E que­sto nel Medio Oriente di oggi, dove per ragioni con­fes­sio­nali o etni­che sem­pli­ce­mente si scanna e si è scannati.

Basta ascol­tare le parole dei guer­ri­glieri e delle guer­ri­gliere dell’Ypg/Ypj, che non è dif­fi­cile tro­vare in rete, per capire che que­sti ragazzi e que­ste ragazze hanno preso le armi per affer­mare e difen­dere que­sto modo di vivere e di coo­pe­rare. È facile allora capire le ragioni dell’offensiva dell’Is con­tro Kobane. Ma è facile anche capire per­ché non inter­ven­gano a sua difesa i tur­chi, colonna della Nato nella regione, e per­ché sia così “timido” l’appoggio della «coa­li­zione anti-terrorismo». Vi imma­gi­nate che cosa pos­sono pen­sare gli emiri del Golfo dell’esperimento della Rojava e del prin­ci­pio della parità di genere? E gli “occi­den­tali”? Be’, le ragazze che sor­ri­dono con il kala­sh­ni­kov in mano saranno pure gla­mour, ma per gli Usa e per la Ue il Pkk è pur sem­pre un’organizzazione «ter­ro­ri­stica», il cui lea­der è stato con­se­gnato alle galere tur­che dall’astuzia della «volpe del tavo­liere» (Mas­simo D’Alema, per chi non ricor­dasse). E d’altronde: non è nato come orga­niz­za­zione marxista-leninista, il Pkk? Dun­que, si tratta pur sem­pre di comunisti.

E allora? (…) La guerra lam­bi­sce oggi i con­fini dell’Europa, entra nelle nostre città attra­verso i movi­menti di donne e uomini in fuga, quando non restano sui fon­dali del Medi­ter­ra­neo. Ma, den­tro la crisi, la guerra minac­cia anche di sal­darsi con l’irrigidimento dei rap­porti sociali e con il governo auto­ri­ta­rio della povertà. Guerra e crisi: non è un bino­mio nuovo. Ma nuove sono le forme con cui si pre­senta: nella rela­tiva crisi dell’egemonia sta­tu­ni­tense, che costi­tui­sce un tratto saliente di que­sta fase della glo­ba­liz­za­zione, la guerra dispiega la pro­pria vio­lenza “desti­tuente” senza che all’orizzonte si pro­fi­lino sce­nari rea­li­stici – fos­sero pure a noi avversi – di “rico­stru­zione”. Le vicende della «coa­li­zione anti-terrorismo» sono una pla­stica illu­stra­zione di que­sta impasse.

Rom­pere l’impasse è una con­di­zione neces­sa­ria per­ché le stesse lotte con­tro l’austerity in Europa abbiano suc­cesso. Ed è pos­si­bile sol­tanto affer­mando in modo del tutto mate­riale prin­cipi di orga­niz­za­zione della vita e rap­porti sociali radi­cal­mente incon­ci­lia­bili con le ragioni della guerra: è per que­sto che l’esperienza della Rojava assume per noi carat­teri esem­plari. Men­tre a Kobane si com­batte casa per casa, migliaia di per­sone mani­fe­stano a Istan­bul e in altre città tur­che, scon­tran­dosi con la poli­zia, e cen­ti­naia di kurdi hanno fatto irru­zione nel Par­la­mento euro­peo. Si sente spesso dire che chi parla di un’azione poli­tica a livello euro­peo pecca d’astrazione. Ma pro­vate a imma­gi­nare quale sarebbe la situa­zione in que­sti giorni se a fianco dei kurdi ci fosse un movi­mento euro­peo con­tro la guerra, capace di una mobi­li­ta­zione ana­loga a quella del 2003 con­tro l’attacco all’Iraq ma final­mente con un inter­lo­cu­tore sul ter­reno. Non ve ne sono le con­di­zioni? Ragion di più per impe­gnarsi a costruirle. È un sogno? Qual­cuno diceva che per vin­cere biso­gna sognare.

* euro​no​made​.info

8 ottobre 2014

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Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Ottobre 2014 23:18

Hong Kong, sotto l’ombrello

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Manlio Dinucci - tratto da Il Manifesto

Di fronte alla «Umbrella Revolution» (definizione made in Usa), il governo britannico si dice «preoccupato» che a Hong Kong siano garantiti «i fondamentali diritti e le fondamentali libertà».

Londra su questo può dare lezione.

Nell’Ottocento gli inglesi, per penetrare in Cina, ricorrono allo smercio di oppio che portano dall’India, provocando enormi danni economici e sociali. Quando le autorità cinesi confiscano e bruciano a Canton l’oppio immagazzinato, intervengono le truppe inglesi costringendo il governo a firmare nel 1842 il Trattato di Nanchino, che impone tra l’altro la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna. Da allora fino al 1997 Hong Kong è colonia britannica, sotto un governatore inviato da Londra. I cinesi sono sfruttati dai monopoli britannici e segregati, esclusi anche dai quartieri abitati da britannici. Scioperi e ribellioni vengono duramente repressi. Dopo la nascita della Repubblica popolare nel 1949, Pechino, pur rivendicando la sovranità su Hong Kong, la usa come porta commerciale, favorendone lo sviluppo.

La Hong Kong riannessa alla Cina quale regione amministrativa speciale, con 7,3 milioni di abitanti su quasi 1,4 miliardi della Cina, ha oggi un reddito pro-capite di 38420 dollari annui, più alto di quello italiano, quasi il sestuplo di quello della Cina. Ciò perché Hong Kong, quale porta commerciale della Cina, è il 10° esportatore mondiale di merci e l’11° di servizi commerciali. Inoltre, essa viene visitata ogni anno da oltre 50 milioni di turisti, dei quali 35 milioni cinesi. La crescita economica, pur inegualmenrte distribuita (v. il sottoproletariato locale e straniero che campa con «l’arte di arrangiarsi»), ha portato a un generale miglioramento delle condizioni di vita, confermato dal fatto che la durata media della vita è salita a 84 anni (rispetto a 75 nell’intera Cina).

Il movimento studentesco nato a Hong Kong per chiedere che l’elezione del capo di governo sia diretta e non condizionata da Pechino, è formato da giovani appartenenti in genere agli strati sociali avvantaggiati dalla crescita economica.

Su questo sfondo si pone la domanda: perché, mentre si ignorano centinaia di milioni di persone che in tutto il mondo lottano ogni giorno per i più elementari diritti umani in condizioni ben peggiori, si trasformano alcune migliaia di studenti di Hong Kong, al di là delle loro stesse rivendicazioni, in icona globale di lotta per la democrazia?

La risposta va cercata a Washington.

Gli ispiratori e i capi di quello che viene definito «un movimento senza leader» – dimostra un’ampia documentazione – sono collegati al Dipartimento di stato e a sue emanazioni sotto forma di «organizzazioni non-governative», in particolare la «Donazione nazionale per la democrazia» (Ned) e l’«Istituto democratico nazionale» (Ndi) che, dotate di ingenti fondi, sostengono «gruppi democratici non-governativi» in un centinaio di paesi.

Due esempi fra i tanti.
• Benny Tai, il docente di Hong Kong che ha lanciato il movimento «Occupy Central» (v. il South China Mor-ning Post del 27 settembre), è divenuto influente grazie a una serie di forum finanziati da queste «ong».
• Martin Lee, fondatore del «Partito democratico» di Hong Kong, è stato invitato a Washington dalla Ned e, dopo un briefing teletrasmesso (2 aprile), è stato ricevuto alla Casa Bianca il 7 aprile dal vice-presidente Biden.

Da questi e altri fatti emerge una strategia, analoga a quella delle «rivoluzioni colorate» nell’Est europeo, che, strumentalizzando il movimento studentesco, mira a rendere Hong Kong ingovernabile e a creare movimenti analoghi in altre zone della Cina abitate da minoranze nazionali.

7 ottobre 2014

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Manifestazioni e scontri ovunque, la rabbia dei curdi contro Erdogan

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Manifestazioni e scontri ovunque, la rabbia dei curdi contro Erdogan

tratto da http://contropiano.org

E’ stata una notte di fuoco, quella appena trascorsa, in tutta la Turchia. Mentre il regime turco assiste compiaciuto all’avanzata dei fondamentalisti islamici su Kobane e il resto del Rojava, le comunità curde della Turchia sono letteralmente esplose nelle ultime ore, accompagnate spesso dalle organizzazioni della sinistra antimperialista turca.

Manifestazioni sono state organizzate già ieri in decine di località grandi e piccole del Kurdistan turco ma anche in alcune città del resto del paese dove forte è la presenza di immigrati curdi. Le proteste prendono di petto il regime liberal-islamista Erdogan-Davutoglu, accusato di sostenere i massacri compiuti dei jihadisti nel nord della Siria e di aperta complicità con i fondamentalisti sunniti del cosiddetto ‘Califfato’.

Migliaia di curdi stanno affluendo da tutta l’Anatolia verso la frontiera con la Siria per realizzare una catena umana e accogliere e soccorrere le colonne di profughi che continuano a fuggire da Kobane e dalle località vicine, ai quali i militari turchi impediscono di avvicinarsi. Anche stamattina i militari hanno sparato decine di candelotti lacrimogeni contro manifestanti, giornalisti e profughi per allontanarli dalle recinzioni, e il gas era così abbondante che è arrivato a centinaia di metri di distanza, alle propaggini di Kobane dove infuriano i combattimenti tra i guerriglieri dell'Ypg e del Pkk e gli integralisti islamici.

Ieri sera tardi ad Istanbul la polizia ha attaccato il presidio pacifico di protesta organizzato davanti al liceo di Galatasaray sulla centrale via Istiklal, a Kadikoy, sulla sponda asiatica e ad Okmeydani, facendo abbondante uso di idranti, lacrimogeni e proiettili di gomma. Di fronte alla violenza preventiva delle forze dell’ordine in diversi quartieri di Istanbul e in un’altra decina di città – in particolare a Diyarbakir, Batman, Van, Sirnak, Urfa, Mardin e Hakkari - decine di migliaia di manifestanti hanno allestito barricate, lanciato pietre, petardi e bombe incendiarie contro la polizia in assetto antisommossa, e hanno dato alle fiamme un bus. In diverse città i manifestanti hanno tentato di assaltare, e in alcuni casi ci sono riusciti, le sedi del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) al potere.

Oggi pomeriggio sono annunciate nuove manifestazioni in numerosi quartieri di Istanbul (Beşiktaş, Kadıköy, Sarıgazi, Esenyurt, İkitelli), ad Ankara, a Smirne, ad Antalya, ad Antiochia e naturalmente in tutto il Kurdistan.
Non solo le organizzazioni della sinistra curda (i partiti Hdp e Bdp e il fronte urbano del Partito dei Lavoratori del Kurdistan), ma anche i sindacati di classe e i partiti della sinistra radicale turca e alcune organizzazioni della comunità alevita hanno fatto appello ai propri sostenitori affinché scendano in piazza massicciamente contro il governo.

Inoltre le comunità curde stanno scendendo in piazza in praticamente tutti i paesi europei, negli Stati Uniti e in Canada, denunciando che il massacro in atto in Medio Oriente è diretta responsabilità dei governi occidentali e della propria tolleranza, quando non esplicita complicità, nei confronti delle milizie jihadiste utilizzate per togliere di mezzo il governo di Assad in Siria e l'autonomia costruita nel nord della Siria dai curdi insieme alle altre popolazioni e potenzialmente estendibile a tutti i territori in cui è diviso il territorio abitato da una nazione senza stato che conta decine di milioni di componenti.

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7 ottobre 2014

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Kobane sta cadendo

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Kobane sta cadendo

di GABE CARROLL - tratto da http://www.connessioniprecarie.org

Kobane sta cadendo. Ormai è impossibile negarlo. Dopo giorni che hanno visto i combattimenti più feroci dell’assedio, i combattenti dello Stato islamico sono entrati da est e ovest, sfondando le linee con carri esplosivi. Hanno così ripreso le alture che le YPG avevano brevemente riconquistato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre, e guadagnato posizioni dalle quali poter bersagliare ininterrotamente la città con mortai e carri armati. Le YPG, che sembrano consapevoli della sconfitta imminente, si sforzano per evacuare gli ultimi civili rimasti e cercano di recare il massimo danno possibile ai jihadisti prima di soccombere. Ieri una comandante YPG, Arin Mirkan, si è fatta esplodere in un attacco contro una posizione dell’ISIS. Questa tattica non è sconosciuta al PKK turco (che però se n’è servito raramente), ma non sembra essere mai stata praticata dalle YPG e indicherebbe che la battaglia sta raggiungendo la sua ultima fase. Gli attacchi aerei americani sono occasionali e notturni e sembrano aver solo rallentato l’avanzata islamista. Giornalisti della BBC parlano di un viavai di ambulanze sul lato turco del confine, indicando l’arrivo, quantomeno prospettato, di civili ed eventualmente anche combattenti feriti. Si prospetta una lotta strada per strada, casa per casa, fino all’ultima donna e uomo. La città di Kobane non è piccola, si stima che ancora almeno 2mila combattenti curdi siano dentro la città e che sicuramente resisteranno, ma è evidente che, se le cose procedono di questo passo, la città cadrà a breve.

Il comportamento delle autorità turche, criticato non solo dai curdi, ma ormai anche a livello internazionale, non è cambiato nel corso del fine settimana, nonostante l’impegno preso di impedire la caduta di Kobane nelle mani del califfato. Durante i combattimenti del 5 giugno un razzo jihadista ha raggiunto la Turchia, ferendo una famiglia. La risposta della polizia schierata sul confine non si è fatta attendere: lo sgombero violento di profughi e attivisti curdi dalla zona immediatamente attorno al confine, con tanto di lacrimogeni sparati su una troupe della BBC. Il PKK ha usato parole molto pesanti contro lo Stato turco, promettendo che il tradimento di Kobane sarà la fine del processo di pace tra PKK e Ankara, e l’inizio di una nuova campagna armata nel Kurdistan turco e oltre. Erdogan sembra disposto a questo rischio, e prende sempre più credibilità l’ipotesi che aspetti l’annientamento delle YPG per intervenire.

Si moltiplicano le azioni di protesta delle comunità curde nel mondo. Tra di esse vi sono l’occupazione temporanea di una stazione della metropolitana di Londra, scontri e manifestazioni in diverse parti della Turchia, attacchi alle sedi dell’AKP, manifestazioni in Germania. Si moltiplicano gli appelli alla mobilitazione in solidarietà a Kobane, come quello di Salih Muslim, presidente del PYD, espressione politica delle YPG, alla solidarietà e a una mobilitazione generale dei curdi nel mondo. «Le YPG e le YPJ e la popolazione di Kobane stanno sostenendo una grande resistenza. Tutti devono vederlo e dimostrare solidarietà. Il mondo è rimasto in silenzio, come se fosse complice di questi massacri. Tutto sta avendo luogo di fronte a loro, ma non fanno niente. Vogliamo armi, ma non vogliono nemmeno vendercele». Dalla Turchia l’HDP (partito di massa della sinistra radicale) fa appello «alla solidarietà, invitando i popoli d’Europa, tutte le forze democratiche europee ad agire immediatamente, a mostrare la loro solidarietà con il popolo di Kobane allo scopo di evitare un massacro simile a quello degli Yezidi in Sinjar, degli armeni in Kesab, degli aleviti in Lazkiye e degli Assiri a Ninive. Questa solidarietà, da un lato, può darsi sotto forma di sostegno politico nelle istituzioni e nei parlamenti; dall’altro lato può avere anche la forma di aiuti umanitari e materiali che permetteranno la sopravvivenza di decine di migliaia di donne e bambini che sono fuggiti dalla guerra e dal conflitto e che sono costretti a vivere nei campi, soprattutto considerando che l’inverno si avvicina». Ormai le speranze per Kobane sembrano svanire, e con esse (per il momento) quelle per la rivoluzione di Rojava. Ma anche se Kobane cadrà, sarà impossibile dire che tutto finisce qui. Da un punto di vista umano i quasi 200 mila profughi non scompariranno dalla zona turca; porteranno con sé la volontà che ha animato la rivoluzione di Rojava e la difesa di Kobane e rappresenteranno una contraddizione per lo Stato turco, insieme a quella già rappresentata dalle regioni kurde storicamente sotto il suo dominio. Le altre forze, politiche e armate, che animano il KCK (il PKK in primis), non smetteranno di lottare e certamente non si dimenticheranno di Kobane.

Buona parte dei movimenti è arrivata tardi a occuparsi di Rojava, cominciando a documentare la rivoluzione quando purtroppo ormai entrava nel suo scontro decisivo, ma la necessità di una mobilitazione politica verso quella situazione rimarrà anche qualora le YPG venissero annientate. Come l’appello dell’HDP ricorda, c’è un’emergenza umanitaria, un esodo umano prodotto dall’assedio che durerà per anni, non per mesi. Una contraddizione umanitaria tutta politica, fatta di persone che hanno subito una vera e propria punizione armata per non aver voluto accettare la scelta tra una dittatura e un’altra e hanno provato a costruire un’alternativa laica, socialista, libertaria, femminista. Tra le migliaia di profughi queste rivendicazioni continueranno a vivere e trovare espressione organizzata e questa volta il sostegno, politico e umanitario, da parte dei movimenti non può assolutamente mancare. La tentazione di adoperare una retorica eroica, quasi mitologica, per onorare le combattenti e i combattenti delle YPG è forte, sicuramente meritata, ma da evitare. L’idea di costruire uno spazio di autodeterminazione egualitario, socialista, pluralistico, indipendente, capace di accogliere profughi (come nel caso dei cristiani arabi e assiri fuggiti da altre parti della Siria) e persino di prestare soccorso in altri paesi (buona parte del merito del salvataggio degli Yezidi sullo Sinjar è stata delle YPG), sembra un’idea impossibile, irrealizzabile, oltre ogni realismo politico, ovunque uno si trovi a fare politica. E loro lo hanno fatto, in Medioriente, in mezzo a una guerra civile, contro tutti. Non è la dimensione sovrumana o mitologica di questi rivoluzionari del ventunesimo secolo che andrà comunicata e, purtroppo, ricordata. È l’estrema materialità di quello che queste donne e uomini hanno portato alla luce per due anni che rende la loro lotta così attuale, così importante, per i movimenti e non solo.

6 ottobre 2014

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Ultimo aggiornamento Martedì 07 Ottobre 2014 17:01

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