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INTERNAZIONALE

Attentato a Suruc in un centro culturale curdo (video). Anche Kobane sotto attacco

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surucUna grossa esplosione ha colpito questa mattina l'Amara Center, il centro culturale curdo di Suruc, città turca a pochi chilometri dal confine siriano. Il luogo colpito durante quest'ultimo anno è stato un punto di riferimento per tutte le persone che hanno scelto di portare la propria solidarietà alla resistenza di Kobane. Proprio durante l'attentato era in corso una conferenza stampa tenuta da alcuni volontari in procinto di organizzarsi per raggiungere la cittadina curda. Le prime notizie parlano già di 27 morti accertati e di  moltissimi i feriti. Contemporaneamente all'esplosione all'Amara Center, una grossa autobomba è esplosa a Kobane nel quartier generale delle Unità di Protezione Popolare YPG. Il veicolo è stato fermato poco prima del check point e pare fosse diretto verso la scuola Mihemed Dira. L'autobomba è stata colpita dalle forze YPG prima che arrivasse a destinazione: l'esplosione, secondo fonti locali, ha causato 3 vittime. I due attacchi arrivano all'indomani del terzo anniversario della liberazione della comunità autonoma del Rojava. Dopo le notizie, una forte mobilitazione sta crescendo in Turchia per far pressione sul capo di stato Erdogan, e in serata è prevista una manifestazione a Piazza Taksim, nel cuore di Istanbul.

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vedi anche

Il comunicato stampa di Uiki Onlus, l'ufficio d'informazione del Kurdistan in Italia

Redazione, 20 luglio 2015

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Luglio 2015 21:21

Paul Krugman: “Ho sovrastimato la competenza di Tsipras, non aveva piano B”

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Paul Krugman: “ho sovrastimato la competenza di Tsipras, non aveva piano B”

tratto da http://contropiano.org

Alla fine anche Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia e firma di punta del New York Times, critica apertamente il cedimento del governo Tsipras di fronte ai disastrosi e intollerabili diktat della Troika e delle istituzioni europee. 

Krugman, che da sempre è uno strenuo critico della cura da cavallo a colpi di cosiddetta austerità – tagli, licenziamenti e privatizzazioni - imposta dalla troika (Bce-Ue-Fmi) ad Atene e che non ha fatto altro che far aumentare il debito greco aggravando nel contempo le condizioni di vita di milioni di greci, ieri in un'intervista alla Cnn ha sostenuto che "potrebbe aver sovrastimato la competenza del governo greco". In particolare l’economista ha preso di mira la mancanza di un ‘piano B’ da parte del premier Alexis Tsipras. E’ imperdonabile, scrive Krugman, che i ministri di Atene siano andati alla trattativa con i cosiddetti creditori senza avere un'alternativa in caso di un ‘no’ della troika alle richieste di Atene: "Almeno qualcosa che reggesse per un po', qualcosa del genere, 'questo è quello che faremo se non otterremo nuovi fondi”. “In maniera stupefacente", afferma Krugman, il governo greco "aveva pensato che potevano semplicemente chiedere condizioni migliori senza avere un'alternativa. Questo per me é stato certamente uno shock".

In particolare dopo il forse inatteso trionfo dei ‘no’ nel referendum convocato contro il ricatto della troika al quale l’esecutivo di Atene ha invece fatto seguire l’accettazione di un pacchetto di tagli, controriforme e privatizzazione anche peggiore di quello respinto dagli elettori.

"Non avrei mai pensato che Tsipras e i suoi ministri sarebbero andati a confrontarsi con la Troika senza aver fatto alcuna pianificazione d'emergenza in caso di rifiuto da parte dei propri interlocutori" ha detto il premio Nobel all'intervistatore della catena statunitense, Fareed Zakaria.

"Voglio dire che dal punto di vista strategico nulla è cambiato, ancora tagli e tagli, l'austerità come metodo per ridurre il debito non ha mai funzionato in situazioni simili, e quindi non potrà funzionare neanche in futuro. Si sono semplicemente presi una paura per il momento, forse" risponde Krugman al giornalista che gli chiede se il nuovo piano di "salvataggio" in cambio del Terzo Memorandum ha di fatto risolto la crisi in Grecia. Di fatto, dice Krugman, l'ipotesi di una Grexit non è affatto annullata: "la mia ipotesi è - ma non si può mai essere certi di nulla - che o alla fine avranno una riduzione enorme del debito che però non mi sembra gli venga accordata oppure dovranno uscire dall'Eurozona". 

"Una uscita della Grecia dall'Euro - afferma Krugman - avrebbe enormi implicazioni per il futuro del progetto europeo. E se la Grecia uscisse e poi iniziasse a recuperare economicamente, il che probabilmente accadrebbe, costituirebbe un incoraggiamento per altri movimenti politici per sfidare l'Euro (in altri paesi, ndr)".

20 luglio 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Luglio 2015 14:22

Intervista a Éric Toussaint: "Una ristrutturazione condizionata da misure neoliberiste è un cattivo accordo per la Grecia"

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grecia sanità collassoPablo García - tratto da El Diario.es

“La Grecia deve sospendere il pagamento del debito", dice il belga Eric Toussaint, presidente del comitato che ha realizzato l’audit del debito ellenico

"Se la Grecia avesse adottato una posizione più dura nelle trattative avrebbe obbligato i creditori a cercare un accordo"

"In sei mesi, otto o in un anno il problema del debito tornerà come una questione legata al fallimento neoliberista"

Tra aprile e giugno un comitato creato dalla presidente del parlamento greco composto da 30 esperti -15 greci e 15 stranieri- ha realizzato un audit sulla sostenibilità del debito pubblico greco, que ammonta al 180% del PIL nazionale dopo essere esploso negli ultimi cinque anni nei quali il Paese è stato sotto la supervisione della troika. La presidenza di questo comitato è stata ricoperta dal belga Eric Toussaint, che ha già lavorato in passato con l’Ecuador e altri Paesi che hanno negoziato un annullamento con i loro rispettivi creditori.

Le conclusioni, presentate a giugno, sono state distruttive : non pagare più il FMI e la BCE. Toussaint, professore dell’Università di Liegi e membro del Comitato per l’Annullamento del Debito Pubblico del Terzo Mondo (CADTM), ha parlato per telefono con eldiario.es la sera di giovedì scorso, alcune ore prima che il Governo di Syriza rendesse pubblica la lista delle riforme che offre ai suoi creditori in cambio di un terzo salvataggio e della permanenza nell’euro.

Come vede le trattative tra la Grecia e la troika? Sembra che la questione del debito possa essere messa sul tavolo in cambio di altri tagli.

Per la prima volta da febbraio e in modo esplicito le autorità greche mettono sul tavolo la questione della ristrutturazione del debito. Da febbraio fino a poco prima del referendum non era una richiesta ufficiale. Per me è un segno positivo, ma lo si doveva aver fatto molto prima.

Non lo si è fatto prima perché forse i creditori finora si sono rifiutati del tutto di affrontare il debito pubblico greco?

Possiamo imparare una lezione da questi cinque mesi: se un Paese non sospende il pagamento del suo debito sta in una posizione sfavorevole per negoziare con i creditori. A meno che i creditori, per ragioni di convenienza, accettino di ridurre il debito. In certi casi i creditori lo hanno voluto fare, come in Germania nel 1953 o in Iraq dopo l’invasione militare, quando i vincitori volevano ridurre il debito. Non è stato il caso dell’Unione Europea: qui se il debitore non sospende il pago del debito non ha modo di equilibrare i rapporti di forza nella trattativa. La Grecia parla ora per la prima volta di ridurre il debito e si trova praticamente in sospensione tecnica dei pagamenti. La domanda qui è se le autorità greche faranno questo passo.

Ma che vuol dire sospendere? Annullare temporaneamente i pagamenti ai creditori?

Non pagare. Punto. Nel caso greco è molto semplice: il regolamento europeo del maggio 2013 impone agli Stati membri di realizzare un audit del debito se questo è insostenibile e contiene irregolarità. Le autorità greche dovrebbero dire con l’audit in mano: abbiamo vuotato le nostre casse per rispettare la scadenza di poco più di 7 miliardi di euro prima del 30 giugno scorso, voi creditori non avete rispettato la vostra parola di rimborsarci quell’importo, la nostra buona fede e buona volontà sono finite, sospendiamo i pagamenti.

E questo non comporterebbe l’immediato "Grexit"?

Perché? Che c’entra?

La BCE probabilmente avrebbe rifiutato non solo di estendere o elaborare un nuovo salvataggio, ma avrebbe tagliato le linee di emergenza (ELA) che tengono in vita le banche elleniche.

Lei crede che quello che è successo in questi ultimi cinque mesi non siano minacce e ricatti sufficienti? Hanno attaccato con tutto quello che avevano: non hanno fatto nessuna concessione, hanno preteso restituzioni del debito e le hanno ottenute, hanno imposto altri sacrifici che il Governo greco ha finito per accettare, hanno negato alle banche di poter utilizzare i titoli di debito greci come collaterali (titoli di bassa qualità) per finanziarsi… Potrebbe essere successo qualcos’altro? La migliore strategia sarebbe stata una sospensione dei pagamenti del debito.

E non crede che questa decisione avrebbe comportato l’abbandono immediato dell’euro?

È assolutamente riduttivo affermare che o un Paese rimane nella zona euro e paga il suo debito in cambio di sacrifici o un Paese smette di pagare e ne esce. Non c’è nessuna relazione meccanica.

Tutto indica che la Grecia accetta le riforme dei creditori in cambio di una menzione sulla ristrutturazione del debito che è ancora tutta da chiarire. Le sembra un buon accordo?

No. Credo che una ristrutturazione condizionata da misure neoliberiste sia un cattivo accordo. Bisogna ridurre il debito e abbandonare le politiche neoliberiste. È il programma di Syriza. È per questo che è stata eletta. E il popolo greco con il 61% ha appena detto che non accetta le pretese dei creditori. Ma si sa anche che i greci sono favorevoli a restare nella UE e nell’euro. Per questo mi sembra riduttivo dire che ridurre il debito e smetterla con le politiche neoliberiste scatenerebbe il Grexit. La Grecia dovrebbe esercitare un controllo reale sulle sue banche, dato che è l’azionista principale di quattro banche greche che rappresentano l’85% del mercato bancario nazionale. La Grecia può creare una moneta complementare in euro e non stampata, ma elettronica. Così potrebbe permettire i pagamenti in euro all’interno del Paese: pensioni, salari degli impiegati pubblici, aiuti umanitari… tutto con denaro elettronico. E la gente con questa stessa moneta elettronica potrebbe pagare le tasse, il cibo, i farmaci, eccetera. Ci sono varie proposte concrete che vanno in questo senso. La domanda è se il Governo lo farà o no.

Mi permetta di insistere sul Grexit in caso di sospensione del debito. La BCE ha già irrigidito a febbraio le condizioni di accesso delle banche greche alla liquidità in vista del fatto che allora poteva non esserci accordo.

Non si può sapere quello che sarebbe successo se il Governo avesse adottato una strategia più dura. O non affermarlo per lo meno. Io credo che se la Grecia avesse adottato una posizione più dura nelle trattative avrebbe obbligato i creditori a cercare un accordo. Se il FMI non avesse ricevuto i 3 miliardi che ha ricevuto dal Paese sarebbe corso a cercare un accordo. E lo stesso se la Grecia dicesse ora alla BCE che non pagherà gli oltre 6 miliardi e mezzo che gli deve in luglio-agosto.

Forse Tsipras non lo ha fatto per non essere il primo governante della Eurozona che non paga la BCE.

Ah, qui chiaramente entra in gioco la paura dell’ignoto! Naturalmente ci sono spiegazioni razionali al comportamento di Tsipras. Tsipras ha creduto che i negoziatori europei fossero disposti a trattare, il che era falso. L’obiettivo della Commissione, di Angela Merkel, di Mario Draghi e di Christine Lagarde è di far credere che fossero disposti a negoziare in cambio di concessioni in forma di riforme dal lato greco. E alla fine concludere dicendo: vogliamo di più. La strategia dei creditori, bisogna riconoscerlo, è stata vantaggiosa nel senso letterale del termine, dato che la Grecia ha pagato gran parte delle sue obbligazioni con il debito senza alcuna contropartita. Quello che le autorità europee non sono riuscite a fare è piegare il popolo greco né fargli perdere fiducia in Syriza. Su quest’ultimo punto, le istituzioni hanno fallito. Ma a livello politico europeo e con un enorme appoggio mediatico, le istituzioni fanno credere alla gente che i greci sono intransigenti. Quando gli intransigenti sono loro.

Sembra che Tsipras non seguirà il suo consiglio di annullare il debito come si legge nel suo audit parlamentare, ma almeno può strappare una menzione sulla ristrutturazione.

No, ripeto: non sarà un buon accordo. Se c’è una ristrutturazione del debito non sarà sufficiente. Le misure di austerità continueranno e non ci sarà crescita economica in Grecia, come è successo nel 2012 [quando ci fu già un taglio del debito greco]. In sei mesi, otto o in un anno il problema del debito tornerà come una questione legata al fallimento neoliberista. Se il nostro audit non è al momento una priorità, non escludo che questa non lo sarà nel prossimo futuro.

Che le è sembrato della sostituzione di Varoufakis con Tsakalotos al Ministero delle Finanze?

Molto semplice: Tsipras non vuole dare argomenti alla troika per dire che è intransigente. Non è una esautorazione di Varoufakis, ma un gesto comprensibile.

Fonte: http://www.eldiario.es/economia/presidente-comite-audito-greca-Grecia_0_407709719.html

traduzione a cura di Andrea Grillo

luglio 2015

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Tsipras capitola coi voti della destra e sfascia Syriza

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Tsipras capitola coi voti della destra e sfascia Syriza

tratto da http://contropiano.org

Il ‘si’ scontato del parlamento di Atene è arrivato alle due di notte, con due ore di ritardo rispetto all’ultimatum imposto dall’Eurogruppo domenica notte, quando il capo del governo ellenico ha deciso di accettare tutto il pacchetto di austerity, controriforme e commissariamento pur di non intraprendere la strada, irta di ostacoli e di incognite ma sicuramente più dignitosa e feconda, del rispetto della volontà popolare. Non era in forse l’approvazione da parte di un’ampia maggioranza dei parlamentari, visto che in soccorso del leader di Syriza erano stati annunciati i voti di tutti e tre i partiti della Troika. Alla fine la conta è finita 229 a 64, mentre sei deputati si sono astenuti ed uno non ha partecipato al voto.

Se il quarantenne Alexis ha guadagnato il consenso interessato delle marionette dell’oligarchia e di Bruxelles, che aveva promesso di cacciare vincendo le elezioni del 25 gennaio – Nuova Democrazia, Pasok, To Potami – ha sancito però la spaccatura, la frantumazione del suo partito. Contro di lui i no da parte dei suoi (ex?) parlamentari sono stati molti, ben 32 hanno detto ‘oxi’ rappresentando degnamente quel 61% di no che domenica 5 luglio avevano inteso sbarrare la strada ad un pacchetto di misure lacrime e sangue che poi è stato ulteriormente peggiorato dallo stesso Tsipras e ancora di più dai cosiddetti ‘creditori’ nel giro di pochissimi, terribili giorni.

‘No’ hanno votato i parlamentari comunisti e quelli dell’estrema destra, ma anche l’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, la presidente dell’assemblea parlamentare Zoe Konstantopoulou, il ministro dello sviluppo Panagiotis Lafazanis e quasi tutti i deputati delle varie correnti della sinistra interna. A non obbedire al premier e al governo sono stati tutti i parlamentari ddella Piattaforma di Sinistra, all’opposizione della linea europeista e riformista della segreteria di Syriza fin dalla sua costituzione in partito, ma anche quelli provenienti dall’Organizzazione Comunista di Grecia, mentre gli astenuti – che hanno risposto ‘presente’ alla chiamata nominale chiesta dal gruppo parlamentare del KKE – sono arrivati dal cosiddetto ‘gruppo dei 53’, espressione dell’ala sinistra di una maggioranza congressuale che non esiste più.

Una spaccatura che probabilmente è il prologo alla decomposizione di Syriza come alleanza di forze socialdemocratiche, socialiste, comuniste ed ecologiste come l’abbiamo conosciuta prima del voltafaccia del primo ministro. Per domenica prossima la Piattaforma di Sinistra ha convocato un'assemblea pubblica nel corso della quale lancerà una campagna per la fuoriuscita della Grecia dall'Eurozona, e molti pensano che tra i vari annunci ci potrebbe essere anche quello della formazione di un nuovo soggetto politico. Secondo varie voci di stampa, anche l'ex braccio destro di Tsipras, Varoufakis, potrebbe dar vita ad un suo movimento.
Dopo aver tentato di praticare una forma tutto sommato soft di ostruzionismo per ritardare l’inevitabile approvazione dell’ultimatum, la presidente del Parlamento ha deciso di delegare al suo vice la gestione della seduta, per essere libera di intervenire. “Siamo di fronte a un colpo di stato – ha detto Zoe Konstantopoulou – Un crimine contro l’umanità, un genocidio sociale” ed “è stata assassinata la democrazia”. “Se abbassiamo la testa”, ha aggiunto l’esponente dell’ala sinistra di Syriza, “tutto questo “si ripeterà ancora”. 

All’ultimo momento, invece, gli alleati di governo di Tsipras, i Greci Indipendenti, hanno votato ‘si’ al protettorato, nonostante le dichiarazioni di fuoco del loro leader e ministro della Difesa Panos Kammenos. In questo modo i ‘nazionalisti’ di destra nati pochi anni fa da una scissione ‘sovranista’ di Nuova Democrazia hanno garantito la sopravvivenza ad un esecutivo che potrebbe comunque cambiare presto volto. Se al termine della votazione il numero di consensi dei deputati dell’attuale maggioranza al draconiano e umiliante provvedimento fosse stato inferiore a 120, la legge avrebbe imposto la caduta dell’esecutivo. Mentre i voti a favore provenienti dai banchi di Syriza sono stati solo 110 sui 149 teoricamente a disposizione, da quelli di Anel sono arrivati 13 ‘nai’. In tutto 123 'si' dalla maggioranza, appena tre in più della soglia minima. Quelli che erano stati considerati utili alleati della sinistra radicale nella trasversale battaglia contro l'austerità e la violazione della sovranità nazionale e popolare della Grecia si sono trasformati, evidentemente, in un ulteriore puntello degli interessi dell'oligarchia e dell'Unione Europea.

Dopo il tragico voto, almeno a dar retta al suo portavoce Gabriel Sakellaridis, il premier greco sarebbe concentrato sul completamento del piano di "salvataggio" e austerità concordato con l'eurozona. "La priorità di base del premier e del governo è l'immediato e completamento con successo dell'accordo" ha detto Sakellaridis. "Anche coloro che hanno votato contro, hanno espresso la loro fiducia nel premier" ha detto George Katrougalos, viceministro degli Interni. "Ha dato battaglia con probabilità di vincere pari a zero, ha evitato il disastro, la chiusura della banche e la morte improvvisa dell'economia" ha aggiunto Katrougalos utilizzando gli stessi toni apocalittici agitati dal premier nel corso dei suoi numerosi interventi parlamentari prima che l’emiciclo sancisse il commissariamento di Atene da parte della Troika.
Nel corso della giornata, in contemporanea con lo sciopero generale convocato dai sindacati dei trasporti e del settore pubblico, la rabbia e la disillusione montavano all’interno del suo partito. Dopo l’organizzazione dei giovani di Syriza, anche il segretario, la direzione politica e la maggioranza del Comitato Centrale hanno sconfessato la firma apposta sotto l’ultimatum chiedendo in alcuni casi il ritiro dell’adesione all’umiliante elenco di controriforme e addirittura lo scioglimento del governo. 

A quel punto Tsipras ha reagito imponendo a sua volta un ultimatum al suo stesso partito: “Se non riceverò il sostegno del gruppo parlamentare di Syriza dovrò dimettermi” aveva minacciato nel tentativo di richiamare all’ordine alcuni dei suoi deputati indecisi.

«O stasera siamo uniti, o domani cade il governo di sinistra» ha ribadito poi in aula un premier contraddittorio, stanco, privo della sua consueta verve oratoria, quasi implorante. Che dopo aver attaccato i contenuti dell’accordo da lui stesso firmato “perché non c’era altra strada se non la catastrofe” è tornato a intervenire rimbrottando un esponente di Nuova Democrazia - che lo aveva tacciato di ingenuità nella conduzione dei negoziati - affermando che invece il pacchetto in votazione contiene delle parti migliorative e propedeutiche alla crescita del paese. "A chi pensa che io sia stato ricattato, come pensano tanti ed hanno scritto tanti media nel mondo, dico che nelle 17 ore di Bruxelles avevo di fronte tre alternative: o l'accordo, o il fallimento con tutte le conseguenze, o il piano Schaeuble per una moneta parallela. E fra le tre, ho fatto la scelta di responsabilità" ha detto Tsipras, e poi ancora: “Mi assumo tutte le mie responsabilità e mi sento orgoglioso. Abbiamo combattuto per il nostro popolo una lotta molto difficile. Siamo riusciti a dare una lezione di dignità a tutto il mondo. Questa lotta un giorno darà i suoi frutti”. Poi, richiamando alcuni degli argomenti che hanno fatto la fortuna politica ed elettorale di Syriza, il premier ha ricordato che i nemici della Grecia - così come le responsabilità per quanto sta accadendo - non vanno ricercati solo fuori dai confini nazionali, ed ha attaccato le oligarchie, la corruzione e l'evasione fiscale come grandi mali da contrastare. Ma quando ha accusato "La famiglia europea del centrodestra" di aver voluto sopprimere le ragioni del popolo greco Tsipras ha dimostrato di non aver capito la lezione. Non è questione di governi, ma di struttura. Tra i 28 membri dell'Ue ci sono anche partiti di centrosinistra, e il vicecancelliere tedesco Gabriel, socialdemocratico, non è stato meno ostile ad Atene di Merkel e Schaeuble. 

Poi la conta, che ha spazientito le tv estere collegate in diretta con Atene. Alla lettura dell'esito del voto nessun applauso, nessuna ovazione.

Fuori, ad attendere il voto, una piazza già completamente deserta dove i pochi passanti erano costretti a respirare ancora i velenosi gas lacrimogeni sparati dalla polizia in assetto antisommossa contro qualche centinaio di incappucciati. 

16 luglio 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Luglio 2015 17:25

Grexit: primo atto

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9e813899d7b3943fbcc3f5267b1be732_XLRaffaele Sciortino - tratto da http://www.infoaut.org
 

Era facile prevedere che l’OXI glielo avrebbero fatto pagare carissimo, e così è stato. Alla luce dell’esito durissimo del “negoziato” tra governo greco ed Eurogruppo la discussione ruota ora intorno alle prese di posizione pro/contro Tsipras -ha tradito o non ha tradito il mandato popolare- e/o alla questione se il prezzo per salvare l’Europa non sia magari troppo alto. Una discussione, come minimo, in ritardo di fase. Questo “accordo” infatti non evita il Grexit ma ne è a ben vedere il primo atto, ed è da qui che bisognerebbe partire.

In effetti, a un minimo di considerazione realistica ciò che dovrebbe saltare agli occhi è che le condizioni del diktat europeo sono semplicemente inattuabili. Inattuabili per le prevedibili conseguenze sociali e politiche della “curatela” (così la Faz) imposta. Perché il “piano di investimenti” che Tsipras avrebbe strappato è una bufala - per poter investire un miliardo di euro, la Grecia dovrà prima cederne qualcosa come venticinque in asset pubblici pro banche e interessi, alla faccia della “crescita”. Perché il debito greco aumenterà ulteriormente ed è già oggi inesigibile. Ma soprattutto perché a metterci i soldi non sarà l’Europa ma dovrebbe essere Atene stessa, non solo con le privatizzazioni ma con il bail in delle banche greche, oramai sotto pieno controllo Bce, essendo solo questione di tempo e modi la loro ricapitalizzazione via requisizione dei conti correnti (secondo il precedente cipriota). È ovvio che da qui a qualche mese salterà tutto, in un modo o nell’altro. Possibile che almeno non si sospetti che siamo (per ora) di fronte a un Grexit al rallentatore?

Dal punto di vista di Berlino l’accordo è infatti congegnato in maniera tale da non poter che essere nei fatti disatteso (al di là dei diversi ostacoli procedurali che dovrebbero alla fine essere superati, dal varo di un prestito ponte alle misure della Bce sulla liquidità). E nel momento in cui ciò sarà servito dalla macchina da guerra della comunicazione all’”opinione pubblica” europea - neanche il terzo pacchetto di “aiuti” è servito con questa gente! - sarà di fatto Grexit a pieno titolo (le forme giuridiche poi si troveranno).

Tutto un teatrino allora il “drammatico” eurogruppo di domenica? Niente affatto: di fronte alla fortissima pressione statunitense - il vero convitato di pietra dell’eurogruppo coadiuvato dal Fondo Monetario - Berlino è stata costretta, temporaneamente, a rinviare un Grexit immediato nudo e crudo, ma è rimasta ferma abbastanza per porne le basi a breve-medio termine. Con tutti i governi europei che in un modo o nell’altro hanno accettato l’atteggiamento tedesco -altro che inesistenti meriti francesi, di Renzi poi non mette neanche conto parlarne- vuoi  per interessi diretti vuoi perché diligenti scolaretti vuoi perché terrorizzati dal messaggio lanciato da Berlino (dove nel frattempo l’asse del governo si è spostato da Merkel a favore del ministro delle finanze Schäuble).  

Forse non lo si vuol capire, ma siamo all’inizio del decoupling della Germania da questa Europa così come si è data finora. Abbiamo già discusso il perché di questa “ritirata strategica” (L'ordine non regna ad Atene). Per Berlino l’altra Europa possibile, e a questo punto necessaria, è quella di un nucleo di paesi “nordici” (la stessa Francia dovrà sudare per rientrarvi) in cui le maglie delle politiche fiscali, monetarie, sociali ecc. verranno strette come precondizione di una vera unione politica, mentre chi non può o vuole si dovrà accomodare in uno dei cerchi concentrici esterni, prima o più probabilmente dopo aver assaggiato la vera austerity in salsa Schäuble. Con ciò la classe dirigente tedesca crede (o si illude?) di poter affrontare da una posizione di maggior forza, senza “zavorre” economiche e politiche, le sfide poste dalla crisi e dal riaccendersi dei contrasti tra i grandi attori globali. Comunque andrà, suonano patetici e autoconsolatori i messaggi di scampato pericolo propinati dai nostrani “prodi” del giorno dopo…

Altrettanto autoconsolatori ma se possibile ancora più confusivi i tentativi di cercare una sponda nella “ragionevolezza” di Washington e del Fondo Monetario come compagni di trattativa utili a contenere e smussare la rigidità tedesca. Quanto al Fmi, si dimentica bellamente l’intervento di Lagarde l’americana a emendare con la matita rossa il testo che Merkel e Tsipras stavano concordando (il che ha portato all’indizione del referendum). Ora escono fuori con una tempistica quanto meno strana i memo sull’insostenibilità del debito greco, ma a che pro? Perché la Germania e gli altri paesi europei, questa la richiesta esplicita, si accollino un haircut significativo del debito greco, mentre il Fondo si sfila da qualunque ulteriore “aiuto” finanziario e il Dipartimento del tesoro Usa continua la sua pressione sulle capitali europee perché ci mettano i soldi tenendo dentro la Grecia a che non si sfili verso la Russia.

Non va dimenticato insomma che la vicenda greca è un episodio della crisi globale e degli scontri emersi negli ultimi anni anche tra i partner occidentali. Non a caso il primo episodio della crisi greca coincise con la speculazione della finanza transnazionale sui debiti statali europei e con l’innesco dell’eurocrisi, sullo sfondo dello scontro tra dollaro e euro. Oggi questo non si è dato, ma resta che le divergenze ricompaiono alla superficie rinviando al problema di fondo che sta dietro l’ennesima precipitazione della vicenda greca: chi deve bruciare i crediti inesigibili -e quelli greci sono solo un’infinitesima parte del capitale fittizio globale- sobbarcandosene il costo? Le nubi che si addensano sull’economia e sulla geopolitica mondiale - dal fronte orientale anti-russo al Medio Oriente e al Mediterraneo che bruciano, dallo sgonfiamento della borsa cinese al futuro aumento dei tassi statunitensi - annunciano probabilmente un nuovo passaggio di approfondimento della crisi globale. Il grande gioco sulla pelle dei greci ci dice che il clima complessivo sta cambiando.

Per finire, solo qualche battuta su Tsipras e sulla dèbacle di Syriza perché il tema meriterebbe ben altri approfondimenti e il “voltafaccia” per quasi tutti inaspettato non è mera vicenda personale riconducibile a un “tradimento” (?!) o anche solo limitata al contesto greco. C’è innanzitutto il dato oggettivo-soggettivo dell’isolamento completo a scala europea in cui si è trovata e si trova la popolazione greca nel suo tentativo di resistenza. E c’è, probabilmente ancora forte anche se da qui è impossibile giudicare, l’ambivalenza insita in questa resistenza tra rivendicazione di dignità e di forme di vita e però volontà di restare ancorati all’euro e tramite questo all’Europa contro una rottura che viene percepita come un salto nel buio. In fondo, l’euro diventato quasi un “feticcio” è solo l’altra faccia di ciò, di un’insufficienza di iniziativa e costruzione autonoma, di un’immaturità della dinamica sociale antagonista che non va vista però alla sola scala greca ma parla di noi tutti se è vero che le classi sfruttate europee al momento vivono nell'illusione che sia meglio evitare passaggi catastrofici della crisi nella speranza che il tutto prima o poi si riprenda.

Qui dentro va collocata la rapidissima parabola di Syriza, che quelle insufficienze però ha amplificato fino a un esito - pur dentro margini di manovra strettissimi che non concedono compromessi - catastrofico. Ha qui giocato, questo l’elemento di riflessione politica forte, il deficit costitutivo e insuperabile di tutta la sinistra europeista che antepone, a prescindere, il quadro europeo (potenzialmente unitario, ma appunto solo potenzialmente) alla necessità, in date condizioni, di rottura con il comando della finanza. Una rottura che da subìta può, se organizzata e di massa, essere agita per riconquistare livelli più alti di unificazione internazionale delle lotte. Ma per questo non si può continuare a pensare che ci si può e deve salvare in due, noi in basso e loro in alto, facendosi responsabilmente carico dei sacrifici (per poi essere gettati via una volta spremuti), o che un campo istituzionale dato sia di per sé garanzia di ricomposizione sociale e politica a livelli più alti. Paradossalmente, ma neanche tanto, Syriza è andata incontro al suo destino perché troppo profondamente di “sinistra” e troppo poco “populista” (chi vuole fraintendere fraintenda…). Per intanto, pur nella sconfitta, è stata posta per la prima volta concretamente la questione di una cancellazione almeno parziale del debito. Bisognerà tornarci su.

16 luglio 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Luglio 2015 17:24

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