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INTERNAZIONALE

Il ruolo degli Usa e della Turchia nella battaglia di Kobane

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kobane assedioMahdi Darius Nazemroaya

tratto da Global Research

È in corso una guerra per il controllo del Kurdistan occidentale, della parte nord della Siria e anche di tre enclave kurde -de facto- in questa regione. La lotta nel Kurdistan occidentale è un mezzo per arrivare a un fine, non un obiettivo di per sé. L’obiettivo di assumere il controllo nel Kurdistan siriano e nel nord della Siria è cruciale per controllare il resto della Repubblica Araba Unita e implica un cambio di regime -appoggiato dagli Stati Uniti- a Damasco.

Il Kurdistan occidentale si chiama Rojaya in Kurmanji, il dialetto della lingua kurda che si parla in questa regione ed è parlato dalla maggioranza dei kurdi che vivono in Turchia. La parola Rojaya proviene dalla radice kurda “roj”, che significa “sole” ma anche “giorno”, e letteralmente significa “tramonto” (“la fine del sole”) o “fine del giorno” in Kurmanji, e non è la parola “ovest”. La confusione relativa al suo significato sorge da due ragioni importanti. La prima è che nel dialetto sorani, il dialetto centrale della lingua kurda, la parola “roj” si usa solo in riferimento al giorno. La seconda è che Rojaya connota o suggerisce la direzione dell’ovest, dov’è situato il sole quando termina il giorno.

L’assedio di Ayn el-Arab o Kobane

Nonostante il fatto che né i militari siriani né il governo siriano controllano la maggior parte del Kurdistan siriano e che un numero significativo di elementi locali si siano dichiarati neutrali, le forze dello Stato Islamico, al-Nusra e ISIL (Daesh) hanno scatenato una guerra multipartitica nel seno stesso del mosaico sociale della Rojaya. È stato solo verso la fine del 2014 che questa guerra nel Kurdistan occidentale è comparsa nei titoli dei media internazionali, quando i kurdi siriani che combattevano nel distretto nordorientale (mintagah) del governatorato di Aleppo, Ayn el-Arab, sono stati circondati dall’ISIL (fine settembre-inizio ottobre). Mentre avveniva questo, il comportamento degli USA e dei loro alleati, specialmente il governo neo-ottomanista della Turchia di Recep Tayyip Erdogan e del primo ministro Ahmet Davutoglu, rendeva palesi i loro veri obiettivi in Rojaya e Siria. Mentre i kurdi siriani nel nordest del governatorato di Aleppo venivano circondati dall’ISIL, è diventato chiaro che in realtà Washington e la sua farlocca coalizione anti-ISIL stavano utilizzando l’esplosione dell’ISIL per ridisegnare le mappe strategiche ed etno-confessionali della Siria e dell’Iraq. Molti dei kurdi siriani pensano che l’obiettivo sia spingerli verso est, verso il settore iracheno del Kurdistan, e sottometterli alla dominazione turca.

I timori di un altro esodo siriano -simile a quello che si è verificato quando, con l’aiuto della Turchia, Jubhat al-Nusra ha conquistato con la violenza la città a maggioranza armena di Kessab, nel governatorato di Latakia, nel marzo 2014- hanno cominciato a materializzarsi. Circa 200.000 siriani -kurdi, turcomanni, assiri, armeni e arabi- sono fuggiti attraversando la frontiera tra Siria e Turchia. Entro il 9 ottobre scorso, un terzo di Ayn el-Arab era caduto in mano dello pseudo-califfato.

La posizione statunitense rispetto a Kobane mostra gli obiettivi di Washington

La posizione statunitense rispetto ad Ayn el-Arab o Kobane è molto rivelatrice su quello che realmente è in gioco nella battaglia per il controllo della città di frontiera siriana. Anziché cercare di evitare la caduta di Kobane e aiutare i difensori locali che stanno portando il peso della lotta contro l’ISIL e del suo pseudo-califfato, Washington è rimasta tranquilla. La posizione statunitense in relazione a Kobane è un importante segnale che la guerra che gli USA hanno iniziato contro l’ISIL non è altro che una fanfaronata e una manovra fittizia di pubbliche relazioni dirette all’occultamento dell’obiettivo reale: procurarsi un punto d’appoggio strategico all’interno del territorio siriano.

Quando nell’agosto 2014 l’ISIL ha attaccato le forze del Governo Regionale Kurdo (KRG la sua sigla in inglese) nel territorio del Kurdistan iracheno, gli USA hanno agito rapidamente in aiuto dei combattenti del KRG. In luglio, un mese dopo la caduta della città irachena di Mossul nelle mani dell’ISIL, in coincidenza con la presa militare della città di Kirkuk -ricca di petrolio- da parte del KRG, l’ISIL ha cominciato l’assedio di Kobane in Rojaya. Fino ad ottobre, gli USA sono stati soltanto spettatori.

Ancor più rivelatore il fatto che l’8 di ottobre il Pentagono ha comunicato che la campagna di bombardamenti aerei in Siria guidati dagli USA e battezzata formalmente con il nome di Operazione Risoluzione Inerente il 15 ottobre, non avrebbe potuto fermare l’offensiva dell’ISIL contro i difensori di Kobane. Invece gli Stati Uniti hanno cominciato a sostenere insistentemente altre azioni illegali che avrebbe dovuto intraprendere la Turchia, membro della NATO. Washington ha iniziato a chiedere l’entrata di soldati e carri armati turchi a Kobane e nel nord della Siria. Da parte loro, il presidente Erdogan e il governo turco hanno detto che Ankara avrebbe inviato in zona un contingente solo se gli Stati Uniti e la loro coalizione fantasma avessero stabilito una zona di esclusione aerea in Siria.

La nuova “confezione” dei piani per una zona di interposizione nel nord della Siria

Con il proposito di trasformare Kobane in un caso, gli Stati Uniti e la Turchia hanno visto l’opportunità di rispolverare i loro piani del 2011 per invadere la Siria, che comprendevano la creazione di una zona di interposizione e di esclusione aerea -controllata dalla Turchia- nel nord della Siria. Ora i piani vengono presentati come un’operazione umanitaria e de mantenimento della pace. È per questo che il 2 ottobre 2014 i parlamentari dell’Assemblea Nazionale turca hanno approvato nuove leggi che autorizzano un’invasione della Repubblica Araba Unita e della porzione siriana del Kurdistán.

Anche così, Ankara si mantiene cauta. In realtà la Turchia sta facendo tutto ciò che può perché Kobane cada sotto il controllo dell’ISIL e i suoi difensori siano sconfitti.

A causa della mancanza di coordinamento tra il servizio nazionale di intelligence della Turchia (il MIT) e i funzionari incaricati di far rispettare le leggi, si è prodotto uno scandalo nazionale quando la gendarmeria turca ha fermato ad Adana alcuni camion camuffati che trasportavano clandestinamente armi e munizioni verso la Siria per consegnarli ad al-Nusra e ad altri gruppi ribelli contrari al governo.

Nel contesto di Kobane ci sono state molte informazioni che rivelavano l’invio di grandi carichi di armi turche per i già ben armati battaglioni dell’ISIL per l’offensiva contro Kobane. Una giornalista, Serena Shim, ha pagato con la vita l’aver investigato su questi invii. La Shim, statunitense discendente di libanesi, che lavorava per una catena informativa in lingua inglese della televisione iraniana, aveva rivelato che i ribelli siriani erano segretamente riforniti di armi arrivate dalla Turchia in camion che portavano il logo dell’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione delle Nazioni Unite (FAO). Subito dopo, il 19 ottobre, la Shim è morta in un misterioso incidente stradale dopo aver ricevuto minacce dal MIT per aver fatto la spia per l’“opposizione turca”.

Per nascondere le sue mani sporche, il governo turco -favoreggiatore dell’operazione segreta- ha argomentato che gli era impossibile controllare le sue frontiere o impedire l’entrata di combattenti stranieri in Iraq e Siria. Tuttavia la battaglia di Kobane ha cambiato tutto, e Ankara ha iniziato a fare quello che prima era incapace di fare alla frontiera con la Siria; ha anche rafforzato i dispositivi di sicurezza nella zona. La Turchia, della quale tutto il mondo conosce la permissività che concede a Jabhat Al-Nusra e ad altre organizzazioni ribelli appoggiate dall’estero di attraversare liberamente la sua frontiera nella loro lotta contro le forze siriane, ha cominciato a impedire che volontari kurdi potessero attraversare la frontiera con la Siria per unirsi ai difensori dell’assediata Kobane.

La Turchia prende nota di chi sono gli amici della Siria

Il governo siriano ha respinto i suggerimenti arrivati da Ankara e Washington sulla presenza di truppe straniere nel suo territorio e sulla creazione di una zona di interposizione nel nord del suo Paese. Damasco ha detto che questo rappresentava uno sfacciato tentativo di aggressione contro la Siria. Il 15 ottobre Damasco ha dichiarato che si sarebbe consultata con i suoi “amici”.

Nel contesto dei piani di invasione turco-statunitensi, il governo di Ankara stava registrando la reazione e l’atteggiamento della Russia, dell’Iran, della Cina e dei segmenti indipendenti della comunità internazionale che non sono compromessi con gli obiettivi della politica estera di Washington. Tanto il Cremlino quanto Teheran hanno reagito avvertendo il governo turco di dimenticarsi qualsiasi idea sull’invio di truppe di fanteria nel Kurdistan siriano e nel resto del territorio di quel Paese.

Lo scorso 9 ottobre il ministro per gli affari esteri aggiunto, Aleksandr Lukashevych, nella sua qualità di portavoce del ministero degli esteri russo, ha annunciato che la Russia si opporrebbe alla creazione di una zona di interposizione nel nord della Siria. Lukashevych ha detto che né la Turchia né gli Stati Uniti hanno alcuna autorità o legittimità per stabilire una zona di interposizione contro la volontà di un altro Stato sovrano. Ha anche dichiarato che i bombardamenti statunitensi nel territorio della Siria avevano complicato la situazione e spinto l’ISIL a mescolarsi con la popolazione civile. Le parole di Lukashevych hanno avuto una eco nelle avvertenze dell’ambasciatore russo Vitaly Churkin, rappresentante permanente della Russia alle Nazioni Unite, nel senso che i bombardamenti in Siria portati avanti dagli USA aiuterebbero a deteriorare ulteriormente la crisi siriana.

Da Teheran, il ministro aggiunto per gli affari esteri iraniano Amir-Abdollahian ha annunciato pubblicamente che l’Iran aveva messo in guardia il governo turco contro qualsiasi avventurismo in territorio siriano.

Perché l’operazione Risoluzione Inerente ha rafforzato l’ISIL in Siria

È forse una coincidenza che l’ISIL, o Daesh, abbia guadagnato terreno in Siria non appena gli USA gli hanno dichiarato guerra? O è una coincidenza che in Rojaya si trovino la maggior parte dei pozzi di petrolio della Siria?

Gli abitanti e resistenti di Kobane che combattono contro l’offensiva dell’ISIL hanno chiesto ripetutamente aiuto esterno, ma hanno definito i bombardamenti statunitensi con una espressione precisa: sono assolutamente inutili. Questa è l’osservazione generale che proviene dal territorio, da parte di leader sia paramilitari che civili, sulla campagna di bombardamenti illegali della Siria diretta dagli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, i funzionari locali del Kurdistan siriano dicono che questi bombardamenti sono un fallimento.

Le Unità Popolari di Protezione (Yekineyen Parastina Gel, YPG; quelle formate esclusivamente da donne sono le YPJ) di Kobane, hanno segnalato numerose volte che i bombardamenti USA non fanno niente che possa fermare l’avanzata dell’ISIL né a Kobane né nel resto della Siria. Facendo appello alla creazione di un fronte unito kurdo (in Siria, Iraq e Iran) contro lo pseudo-califfato dell’ISIL, Jawan Ibrahim, un ufficiale delle YPG, ha dichiarato, secondo quanto diffuso dall’agenzia FNA, che a giudizio delle YPG e dei kurdi siriani gli USA e la coalizione anti-ISIL sono un fallimento.

Prima che gli USA inaugurassero ufficialmente la loro campagna in Siria con incursioni aeree a Raqa, i combattenti dell’ISIL avevano lasciato le posizioni che gli USA e i loro alleati degli sceiccati arabi del petrolio bombardavano. Anziché bombardare l’ISIL, gli statunitensi hanno attaccato infrastrutture industriali e civili siriane. E anche se si dice che alcuni di questi attacchi -che hanno distrutto abitazioni e un silos contenente grano- sono stati degli errori, risulta chiaro che la strategia del Pentagono consistente nell’erodere la forza del nemico mediante la distruzione delle sue infrastrutture è stata attuata anche in Siria.

A seguito delle dure critiche ricevute e della pressione internazionale, gli USA hanno iniziato a lanciare dall’aria -con paracadute- forniture sanitarie e armi per i difensori di Kobane. Alcune di queste armi sono finite nelle mani dell’ISIL. Il Pentagono ha detto che questo è successo per errori di calcolo e che le armi non erano dirette all’ISIL. In ogni caso alcuni scettici credono che il Pentagono abbia lanciato deliberatamente armi statunitensi vicino alle unità perché potessero vederle e raccoglierle facilmente. Le forniture di armi comprendevano bombe a mano, granate ad autopropulsione e munizioni; questo si è potuto vedere in almeno un video filmato dall’ISIL.

Parallelamente all’aiuto riluttante degli USA, il governo turco ha ricevuto pressioni perché permettesse che un piccolo contingente di combattenti peshmerga del KRG proveniente dall’Iraq attraversasse lo scorso 1° novembre la frontiera a Kobane. Tuttavia questi pershmerga fanno parte delle forze di sicurezza del corrotto KRG, allineato con la Turchia. In altre parole, sono stati autorizzati a entrare a Kobane “kurdi turchi” (essendo alleati; da non confondere con i kurdi della Turchia) e non membri delle YPG, YPJ o volontari. Dato che il ruolo dannoso della Turchia nell’assedio di Kobane è ormai di pubblico dominio, Ankara teme che la caduta di Kobane significhi la fine delle conversazioni di pace tra il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e il governo e si produca una rivolta generalizzata nel Kurdistan turco.

Un inutile bombardamento aereo USA contro lo Stato Islamico o una guerra occulta degli USA contro la Siria?

La campagna statunitense di bombardamenti non mira alla sconfitta dell’ISIL, che sta anche facendo tutto il possibile per distruggere la struttura sociale siriana. La campagna statunitense di bombardamenti in Siria ha lo scopo di indebolire e distruggere la Siria come Stato in grado di funzionare. È per questo che gli USA stanno bombardando installazioni e infrastruttura siriane, includendo oleodotti; la scusa è quella di impedire che l’ISIL li usi per vendere petrolio e ottenere profitti.

Anche le ragioni con le quali gli Stati Uniti giustificano questa distruzione sono false, già che l’ISIL trasporta il petrolio rubato in Siria in camion cisterna per le strade turche e -al contrario che in Iraq- senza utilizzare oleodotti. Inoltre la maggior parte del greggio rubato dall’ISIL proviene dall’Iraq e non dalla Siria, ma nonostante questo gli USA non hanno mosso un dito per distruggere l’infrastruttura petrolifera irachena. Inoltre operazioni commerciali con petrolio rubato, sia in Siria che in Iraq, vengono realizzate tra attori statali. Perfino lo stesso rappresentante dell’Unione europea in Iraq, Jana Hybaskova, ha ammesso che i Paesi membri della UE stanno comprando greggio iracheno che gli vende l’ISIL.

I due approccci così diversi che ha il Pentagono, uno rispetto all’Iraq e l’altro alla Siria, sono molto eloquenti in relazione a quello che sta facendo nella Repubblica Araba di Siria. Washington sta attaccando la Siria; parallelamente, sia gli USA che la Turchia cercano di cooptare i kurdi siriano per neutralizzarli. Questo spiega sia il coinvolgimento della Turchia nella battaglia di Kobane che l’inazione del governo statunitense. In poche parole l’ISIL, o Daesh, è un’arma degli USA.

Il governo siriano sa che la coalizione anti-ISIL di Washington non è altro che una facciata, e che se il governo statunitense e il Pentagono ritengono che le condizioni siano favorevoli, la farsa potrebbe sfociare in un’offensiva contro Damasco. Il 6 novembre il ministro siriano per gli affari esteri Walid al-Muallen ha detto al giornale libanese Al-Akhbar che la Siria ha chiesto alla Federazione Russa di accelerare l’invio dei sistemi missilistici antiaerei terra-aria S-300 per essere preparata ad una possibile offensiva del Pentagono.

Fonte: http://www.globalresearch.ca/the-war-in-western-kurdistan-and-northern-syria-the-role-of-the-us-and-turkey-in-the-battle-of-kobani/5413303

Traduzione per Senzasoste di Andrea Grillo, 20.11.2014

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Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Novembre 2014 20:09

Ttip: la storia si ripete

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Il-pensatoredi Alberto Bagnai - tratto da http://sinistrainrete.info

La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di vita, com'è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano. Abbiamo così letture botaniche della crisi, letture filateliche della crisi, letture giuridiche della crisi, letture naturalistiche della crisi, e chi più ne ha più ne metta.

Da ognuno c'è qualcosa da imparare, ma rimane il fatto ineludibile che questa è una crisi economica, cioè quella cosa che si verifica quando per motivi che abbiamo illustrato tante volte la gente si trova senza soldi in tasca. Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva "Economia", che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria.

Deriva da questo semplice (ma ineludibile) fatto il vantaggio comparato di questo blog. So che dispiace a molti, ma per fortuna piace a voi, e tanto mi basta.

Oggi voglio parlarvi, da economista, e più precisamente da economista applicato, del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è, lo premetto, una lettura riduttiva, e lo sappiamo benissimo. Quello che inquieta del TTIP sono alcuni aspetti giuridici, in particolare giurisdizionali, come la possibilità, che abbiamo sentito evocare più volte, per le imprese multinazionali di chiamare in giudizio gli Stati sovrani (?) che non si attengano alle prescrizioni di liberalizzazione del mercato che il trattato promuove (e che si riferiscono, badate bene, non alle barriere tariffarie - cioè ai dazi - ormai in via di definitivo smantellamento nel quadro dell'OMC, ma a quelle non tariffarie, cioè alle normative ambientali, igieniche, di sicurezza alimentare e fisica, ecc.). Insomma, la famosa fiorentina all'ormone della quale sentite ogni tanto parlare sui giornali. Rimarrà deluso Emilio Pica, che in un afflato socratico ci ha confessato di amare le donne androgine: nel meraviglioso mondo del TTIP tutti avranno una sesta di reggiseno, anche i maschietti.

(ah, Emilio, però quella me piace pure a me, sia chiaro: homo sum, nihil humani mihi alienum puto. E la Nappi la apprezzo più come filosofa...).

Questo, naturalmente, per quanto riguarda la parte "trade". Poi c'è quella investment, che lasceremo da parte.

Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è quindi riduttivo, ma, come vedrete, indispensabile per cogliere pienamente il carattere truffaldino e antidemocratico dell'operazione in corso, un'operazione che, come solo un economista può aiutarvi a cogliere pienamente, è del tutto isomorfa a quella compiuta col Trattato di Maastricht. Vengono cioè vendute agli elettori come conquiste assodate risultati di studi metodologicamente dubbi, palesemente in conflitto di interessi, i cui risultati vengono proposti orchestrando un falso pluralismo, e dietro ai quali ci sono, ovviamente, i soliti noti.

Il prequel

Come andò con il Trattato di Maastricht lo sapete e comunque ve lo ricordo in l'Italia può farcela. Michael Emerson, Jean Pisani-Ferry e Daniel Gros, prezzolati dall'Unione Europea (perdonatemi: "pagati" non è il verbo giusto, anche perché sono morte delle persone, chiaro?), nel loro studio One market, one money, affermarono che “a major effect of EMU is that balance of payments constraints will disappear in the way they are experienced in international relations. Private markets will finance all viable borrowers, and saving and investment balances will no longer be constrained at the national level” (Emerson et al., 1990, p. 24)[i]. Notate la raffinatezza della loro linea di attacco. Studiosi come Kaldor avevano da tempo ammonito che una moneta senza stato avrebbe disintegrato politicamente l'Europa, in particolare perché avrebbe creato squilibri che sarebbe stato necessario rifinanziare attraverso un budget federale. E allora i tre porcellini che si inventano? L'uovo di Colombo: loro sostenevano che non ci sarebbe mai stato bisogno, per il Nord, di rifinanziare il debito del Sud mediante trasferimenti, perché i mercati finanziari avrebbero prestato solo a chi fosse stato in grado di generare sufficiente reddito da ripagare i debiti (i “viable borrowers”, appunto). Ritenevano, cioè, i nostri amici, che non sarebbe stato necessario costituire uno Stato europeo, almeno nell’immediato, perché il mercato, che non può sbagliare, avrebbe pensato da sé a trasferire ove necessario i fondi, all’interno della nuova area finanziariamente integrata, senza bisogno di costruire un bilancio federale, e anzi affidando ai bilanci pubblici nazionali il compito di “respond to national and regional shocks through the mechanisms of social security and other policies” (ibidem)[ii]. Non ci sarebbe quindi mai stata una crisi di debito estero all'interno dell'Unione Monetaria (tesi che alcuni economisti ancora oggi sostengono - vedi Boldrin - ma che è sconfessata dai fatti e dall'interpretazione della stessa Bce).

Infatti, che le cose non siano andate come Pisani-Ferry sosteneva (e Boldrin sostiene), ce lo ha spiegato Constâncio(2013) (ma anche De Grauwe 1998); prima che i tre porcellini si esprimessero, come sarebbero andate le cosa lo avevano chiarito Thirlwall 1991, e subito dopo Feldstein 1992, e decenni prima Kaldor 1971 e Meade 1957. Se siamo nei guai è proprio per colpa degli errori dei mercati finanziari privati, che hanno accumulato insostenibili debiti esteri all’interno dell’Eurozona. Quindi i tre porcellini mentivano sapendo di mentire, perché erano pagati per mentire.

Il percorso è sempre quello: da Pangloss ("tutto va per il meglio nel migliore dei mercati possibili") a Eichmann ("non sapevo, eseguivo gli ordini"), con biglietto di andata e ritorno, perché in mancanza dei drastici rimedi adottati dal governo israeliano nel caso in specie gli illustri colleghi rimangono disponibili ad appoggiare il progetto successivo. Ma le "incognite" delle quali parla Pisani-Ferry tutto erano fuorché "incognite": i rischi dell'Unione Monetaria erano stati denunciati dalla letteratura accademica e divulgati sulle più importanti testate finanziarie internazionali. Quindi "io non sapevo" meriterebbe il trattamento che ha avuto in altri tribunali, ma passons. Noi siamo per la non violenza, cioè per subire la violenza, non per esercitarla, perché gli altri, come vedete, tanti scrupoli purtroppo non se li fanno.

Il sequel

E oggi? Come vanno oggi le cose, con il TTIP? Nello stesso identico modo. Ci vengono proposte come verità oggettive i risultati di studi basati su una cieca fede nella capacità autoequilibrante del mercato, studi dei quali fin da ora è possibile sconfessare gli errori metodologici, ma, attenzione: gli studi vengono a valle di decisioni politiche già prese (come fu per One market, one money)...

Ci aiuta a orientarci un recente studio di Jeronim Capaldo, The Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership: European Disintegration, Unemployment and Instability.

Non lasciatevi fuorviare dal nome: nonostante la collocazione negli States, il Jeronim cui facciamo riferimento non è questo, è questo. Jere è romano de Roma, ma la sua mamma no, da cui la scelta un po' esotica del nome di battesimo. Io ho studiato Ragioneria I con suo zio, sono stato in commissione ricerca alla Sapienza con sua madre, e molti di noi sono stati, credo, clienti della sua famiglia (com'è piccolo il mondo...). Lui, a sua volta, è stato mio "cliente" quando ero ricercatore in econometria alla Sapienza, nel lontano anno accademico 2001-2002, quando discusse una tesina sulla curva di Phillips (pensa un po' te...). Ora è finito qui, da dove è stato mandato qui a lavorare sul Global Policy Model. Mi illudo di essergli stato un po' utile (o per lo meno lui la pensa così), e sono contento che ci sia un economista eterodosso infiltrato a Ginevra. Sì, perché Jere è relativamente "de sinistra". Certo, questo lo ha portato a commettere un errore cruciale: ha diffuso in Italia i risultati del suo pregevole studio tramite un forum che nessuno legge (rank in Italy: 27804, secondo Alexa oggi), perché, come sapete, ha tradito. Lo Sbilifesto merita di essere consegnato all'oblio (e li esorto a considerare che, per quello che hanno fatto - soffocare scientemente il dibattito sulla moneta unica, quel dibattito che sono riuscito a portare dove sapete - l'oblio è molto meglio dell'alternativa), però lo studio di Jere no, e visto che uno di voi me l'ha segnalato, ne faccio una simpatica sintesi per i diversamente europei e diversamente economisti. Gli faremo così risalire più di 24000 posizioni in termini di visibilità: mi aspetto una cassetta di vino per questo, va da sé...

Dunque: il copione è sempre il solito. Esattamente come in One market, one money:

1) vengono proposti come vantaggi certi e determinanti dei vantaggi aleatori ed irrisori;

2) non vengono quantificati i potenziali svantaggi;

3) i metodi di analisi adottati si basano su una anacronistica fiducia nel mercato.

Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse. Nel caso del TTIP si aggiunge ad esse una quarta, simpatica caratteristica:

4) l'impianto del progetto è intrinsecamente contraddittorio con il progetto europeo.

Vediamo un po' perché.

Vantaggi irrisori

Cominciamo dal primo punto. Come ricorderete, One market, one money quantificava il riparmio di costi di transazione (commissioni su cambi) determinato dall'Unione monetaria in uno 0.4% del Pil, che si sarebbe evidentemente verificato una tantum. Voglio cioè dire che in un singolo anno l'abolizione di questi costi avrebbe fatto crescere il Pil dello 0.4% in più. Ma una volta aboliti i costi, i costi non ci sarebbero più stati (per definizione), e quindi già dall'anno successivo non si sarebbero avuti ulteriori effetti. Ve lo spiego in un altro modo: nell'anno dell'introduzione della moneta unica avremmo avuto 0.4 punti percentuali di crescita in più, negli anni successivi no. Chiaro?

Ovviamente Eichengreen ci si fece una bella risata sopra: "Ma come vi viene in mente di affrontare un progetto così incerto a fronte di un beneficio così irrisorio?". Ma sse sa, signora mia, la ggente so tanto tanto 'nvidiosi, gli americani c'hanno paura che je rubbamo er monopolio de 'a moneta...

(discorsi da comare che oggi si sentono solo in certi seminari...)

Oggi non va tanto meglio. Lo studio leader per la valutazione dei benefici economici del TTIP è quello del CEPR (e come ti sbagli): Reducing Transatlantic Barriers for Trade and Investment. Come nota Jere, le conclusioni di questo studio sono presentate dalla Commissione come fatti, e allora, da bravi europei, facciamo così anche noi. La Table 2 dello studio di Jere riporta una valutazione comparativa dell'impatto sul Pil europeo nel 2027 (fra 13 anni). Il CEPR (che verosimilmente è quello che ha preso più soldi dalla Commissione) è il più ottimista. In caso di realizzazione di una "full FTA" (Free Trade Area, zona di libero scambio, con pieno abbattimento delle barriere interne, ma mantenimento di barriere tariffarie differenziate verso i paesi terzi - cioè gli Usa potrebbero adottare verso la Cina dazi diversi dall'Europa, in pratica), bene, in questo caso estremamente favorevole, il beneficio sarebbe immenso: lo 0.48% in più del Pil spalmato su 13 anni (cioè un aumento del tasso di crescita medio europeo dello 0.03% l'anno circa)!

Dice: ma che mme stai a pijà per culo? No, no, sto leggendo la Table 16 a p. 46 dello studio del CEPR. Quindi, pensate, se adottassimo il TTIP subito, con un colpo di bacchetta magica, l'anno prossimo la crescita europea sarebbe non del previsto 1.35%, ma, udite udite, dell'1.38%.

Sono i dettagli a fare la delizia dell'intenditore, e questi dettagli potete leggerli solo qui!

Ora, per carità, io capisco di non poter impedire alla maggior parte di voi di adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti (plateale il caso di Alberto49, che comincia a farmeli girare: ma non glielo spiego perché ho capito che non può capirlo). Quindi ragliare "multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione", per poi andare all'osteria a farsi un quartino di bianco, è, come dire, la soluzione naturale che si presenta a molti di voi, e, fra l'altro, è un approccio giustificatissimo: dietro questo autentico attentato alla nostra costituzione c'è in effetti il potere di lobbing delle multinazionali, che di fatto agiscono nel loro, certo non nel nostro interesse.

Ma che sorpresa, eh?

A me però, invece di questo segreto di Pulcinella (che strano! I ricchi e potenti comandano nel loro interesse e comprano i politici per farsi i fatti propri! Chi lo avrebbe mai detto?) sembra molto più sorprendente, divertente e dirompente andare a leggere sui documenti ufficiali in base a quali pretesi vantaggi questo attentato ai nostri diritti viene perpetrato. Ci stanno vendendo per una cosa che dal punto di vista statistico è del tutto insignificante. A questo punto chi vuole piazzaleloreteggiare alzerà i toni, sbraiterà, si raccoglierà sotto la bandiera della rivolta, cederà al demone del qualcosismo ("dobbiamo fare qualcosa"), malattia senile del qualunquismo.

Chi invece vuole vincere una battaglia di democrazia andrà avanti con la lettura e mi aiuterà a portare questo dibattito nelle sedi opportune (cosa che, occorre saperlo, non è gratis).

Sintesi: per la seconda volta ci stanno proponendo un progetto che comporta rischi notevoli promettendo un beneficio che perfino ricercatori in conflitto di interessi e distorti in favore del progetto (perché pagati da chi lo propugna) quantificano come irrisorio.

I potenziali svantaggi non vengono quantificati

Veniamo al secondo punto (che poi è connesso al terzo): i potenziali svantaggi non vengono quantificati (punto 2) anche e soprattutto perché l'impianto analitico utilizzato per verificare i vantaggi nega che esistano gli svantaggi, e lo fa sempre per il solito motivo: perché si basa su una cieca fiducia nel mercato (punto 3).

Del caso di One market, one money abbiamo già parlato: l'idea era che non ci sarebbero state crisi finanziarie perché i mercati finanziari non avrebbero potuto sbagliare.

Nel caso delle valutazioni del TTIP, la fiducia nel mercato si traduce nel fatto che il modello analitico utilizzato per valutare il progetto è un cosiddetto modello CGE (Computable General Equilibrium). Due fra i quattro studi che Jere analizza utilizzano proprio lo stesso modello CGE, il GTAP. Il punto è che questi modelli sono basati sul paradigma neoclassico, per cui l'offerta crea la propria domanda, ovvero, in altri termini:

1) tutti i mercati sono riportati perennemente in equilibrio (a meno di frizioni temporanee) dall'aggiustamento dei prezzi relativi, e quindi:

2) tutta la produzione offerta viene anche domandata, e quindi:

2.a) il Pil è determinato da quanto si produce, non da quanto si compra, e

2.b) non c'è disoccupazione.

Abbiamo parlato di alcune implicazioni di questo approccio qui. Ora, nel caso che ci interessa, Jere fa notare che il principale limite di questi modelli consiste nel meccanismo di adattamento alle modifiche normative da essi ipotizzato. Una liberalizzazione del commercio espone alla concorrenza internazionale settori finora protetti, e l'idea è quella darwinista che così i migliori sopravviveranno, e i peggiori andranno a fare altro. I settori più competitivi delle singole economie, quelli che hanno un vantaggio comparato, assorbiranno in tal modo le risorse che si rendono libere negli altri settori, con beneficio di tutti.

Ad esempio: se in Italia la siderurgica non è competitiva, ma l'agroalimentare sì, le acciaierie chiudono e gli operai vanno a lavorare la terra. Facile, no? Ma non ditelo agli operai dell'AST...

Ci sono però alcuni problemini evidenziati da Jere:

1) Intanto, perché questo non produca disoccupazione (e quindi spreco di risorse) a livello aggregato, occorre che i settori competitivi si espandano abbastanza da accogliere tutte le risorse (umane e altre) lasciate libere dai settori "sconfitti" dal mercato;

2) inoltre, le risorse di cui trattasi (che poi sono persone) devono essere molto poliedriche! Il modello presuppone, nelle parole di Jere, che un operaio di una catena di montaggio possa riciclarsi istantaneamente come dipendente di una software house (purché sia disposto ad accettare un salario sufficientemente basso).

3) Qui subentra un terzo problemino, che ora comincia ad essere chiaro a tutti. Il meccanismo di aggiustamento basato sulla flessibilità dei salari al ribasso conduce fatalmente a crisi di domanda. Ovviamente un modello nel quale si rappresenta solo l'offerta di questo aspetto non tiene conto. In un modello simile ci sarà sempre piena occupazione: sarà la flessibilità verso il basso del salario a indurre l'imprenditore ad assumere. Il problema, però, è che questo tipo di modello non considera il fatto che i "costi" che la riforma degli scambi internazionali spinge a tagliare (per diventare più competitivi) sono anche i redditi che sostengono la domanda aggregata di beni.

Ci sono poi problemini "minori" (come l'effetto Daverio-Zingales: maggiore esposizione a shock idiosincratici), ma quelli li lasciamo per dopo. Qui occupiamoci degli effetti sull'occupazione.

Lo studio del CEPR è commovente: andate a pagina 71:

"It should be stressed that the model is a long-run model, where sources of employment and unemployment are “structural” (rather than cyclical). In this sense, changes in labour demand are captured through wage changes (in this case rising wages). As wages increase in the experiments, this means a rising demand for labour, so that under a flexible labour supply specification, employment would increase instead."

Ovvero: la relazione fra domanda e occupazione (gli effetti ciclici) non ci interessa - il che, considerando che grazie all'euro la recessione durerà una decina di anni, qualche dubbio lo fa sorgere; le variazioni della domanda di lavoro sono segnalate solo da quelle del costo del lavoro: se i salari aumentano, significa che c'è più domanda di lavoro da parte delle imprese, e quindi più occupazione. E quindi? E quindi l'impatto sulla disoccupazione non viene nemmeno misurato, perché la disoccupazione c'è se la domanda di lavoro (da parte delle imprese) è inferiore all'offerta (da parte delle famiglie), e tutto quello che il modello misura non è quanti posti di lavoro verranno creati o distrutti dal TTIP, ma come la forza lavoro (che si suppone sarà tutta occupata) verrà riallocata da un settore all'altro, considerando separatamente gli effetti per gli "skilled" (qualificati) e i "non skilled" (non qualificati). Quindi, ad esempio, la Table 34 dello studio ci dice che nell'UE la quota di lavoratori "skilled" allocati nell'agricoltura aumenterà dello 0.07%, ma non ci dice quanti nuovi posti di lavoro ci saranno in agricoltura.

E va be'...

Qui i problemi sono due. Il primo ve l'ho detto: di posti di lavoro si preferisce non parlarne, et pour cause. Il meccanismo del modello, per i tre punti sopra esposti, può considerare solo effetti riallocativi, sotto l'ipotesi estremamente eroica che la riconversione di un operaio siderurgico in un dentista, o quella di un parrucchiere in un progettista aerospaziale sia istantanea e senza costi. L'altro aspetto è che la stima dei potenziali benefici in termini di salari (l'idea che i salari crescerebbero) è basata sull'ipotesi che la distribuzione del reddito rimanga costante. Come nota Jere, il CEPR prevede che nel 2027 la famiglia europea media guadagni 545 euro in più all'anno (45 euro in più al mese!) grazie al TTIP, ma questo, ovviamente, se la distribuzione del reddito rimane invariata, perché se invece la quota salari continua a scendere, il maggior Pil andrà ai profitti, non ai salari, e non tutte le famiglie beneficeranno in ugual misura dei mirabolanti incrementi di cui sopra (lo 0.48%).

La vera chicca

Ma concludiamo con la vera chicca. Gli effetti su Pil e redditi sono irrisori, perché sono irrisori, secondo lo stesso CEPR (cioè secondo la commissione) gli effetti sul commercio! Il commercio bilaterale crescerebbe tantissimissimo (quante volte abbiamo sentito questa storia), ma siccome crescerebbero sia le esportazioni che le importazioni, l'impatto netto non sarebbe così rilevante. Le esportazioni europee extra-UE nel 2027 in presenza di TTIP sarebbero del 5.9% superiori a quanto si avrebbe in assenza di TTIP. Il risultato di questa bella storia è che in effetti il TTIP disintegrerebbe l'Europa, nel senso di ridurre il commercio intra-zona (vedi la Table 24 dello studio CEPR). Insomma: con il TTIP gli europei commercerebbero di meno fra loro, e di più con gli Stati Uniti.

Ora, come ci siamo detti più volte, il beneficio di creare un'Unione economica è quello di avere un grande mercato che permetta di assorbire shock esterni: se gli Stati Uniti vanno per aria, la caduta della loro domanda viene compensata dal fatto che il grande mercato unico europeo in teoria sostiene l'acquisto dei beni europei. In pratica no, perché l'euro condanna a politiche di deflazione competitiva, come vi ho spiegato, ma almeno in teoria...

Con il TTIP questo beneficio teorico verrebbe ulteriormente compromesso: saremmo più legati agli Usa, e quindi più esposti agli shock che da essi provengono, pur essendo ugualmente privi di strumenti di politica fiscale, monetaria e valutaria per reagire ad essi. Come nota Jere, un esito simile non lascia tranquilli.

Io mi limito a ribadire quello che abbiamo più volte osservato: i difensori dell'euro e di questa Europa sono costretti, fatalmente, a stuprare la logica. Tutto quello che fanno contraddice platealmente tutto quello che dicono. Vogliono più Europa, e firmano dietro le nostre spalle un trattato che disintegrerà l'Europa prima commercialmente, e poi macroeconomicamente, esponendoci a qualsiasi errore di gestione dell'economia statunitense (e non è che ultimamente ce ne sian stati pochi...).

Una valutazione indipendente

Ovviamente non è necessario valutare l'impatto di un trattato commerciale con modelli di equilibrio generale. Si possono anche usare modelli basati sulla sintesi neoclassica, in cui si considerano le interazioni fra domanda e offerta (come avviene nel modello di a/simmetrie e nella maggior parte dei modelli utilizzati da banche centrali e enti di ricerca: ce l'ha ricordato il prof. Lippi a Pescara).

Nel suo working paper Jere fa questo lavoro, e lo fa, da bravo europeo, prendendo per buoni i risultati dello studio CEPR, cioè ipotizzando che il volume del commercio si sviluppi, in seguito al TTIP, secondo quanto prevedono gli studi prezzolati finanziati dalla Commissione. Cosa cambia, allora? Cambia il fatto che usando un modello keynesiano:

1) si considerano gli impatti della variazione del commercio sulla domanda aggregata;

2) si considerano gli effetti di trade diversion, cioè il fatto che la maggiore integrazione fra Europa e Stati Uniti ha effetti sulle relazioni con i paesi terzi;

3) si considerano gli impatti su domanda di lavoro, salari reali e occupazione.

E che succede, se si tiene conto di queste cose?

Lo vedete nella Table 4 dello studio di Jere. Per la maggior parte dei paesi europei il TTIP comporterebbe un peggioramento del saldo delle partite correnti, verosimilmente perché a causa della stagnazione della domanda interna (cioè dei bassi redditi) gli europei si rivolgerebbero sempre di più a beni a basso valore aggiunto, nei quali sono meno competitivi: meno golf di Cucinelli, più magliette di cotone cinesi (importate via Stati Uniti, va da sé). Risultato: un peso ulteriore sulla bilancia dei pagamenti, che per i paesi del Nord sarebbe più grave che per noi - che già siamo stesi. Il tasso di crescita dell'economia d'altra parte diminuirebbe (com'è ovvio, dato il calo della domanda estera netta), e l'Europa sperimenterebbe una perdita di circa 600000 posti di lavoro. Non è una cosa enorme, considerando che la nostra popolazione attiva è di oltre 240 milioni, ma sarebbe meglio farne a meno, soprattutto perché i redditi di chi il lavoro lo conserverebbe diminuirebbero (il modello delle Nazioni Unite prevede in Italia una diminuzione di 661 euro per occupato, anziché un aumento di 545 per famiglia), e con essi la raccolta fiscale, con impatti negativi sulla sostenibilità dei conti pubblici.

Per carità, io sono di parte. Jere mi sta simpatico e l'Europa mi sta sui coglioni, però qui stiamo parlando di analisi condotte con un modello delle Nazioni Unite, e basato su ipotesi lievemente meno ideologiche di quelle adottate dall'oste Commissione Europea per valutare il vino TTIP.

Se a questo aggiungiamo il fatto che la storia che avremmo lavorato un giorno in meno ecc. ce la siamo già sentita dire, ecco che qualche motivo di allarme sorge, e un'analisi economica ci aiuta a motivarlo in termini oggettivi, quindi dialetticamente più efficaci del piazzaleloretismo e del window flagging.

Perché?

E allora chiediamoci perché? Perché i nostri governanti ci stanno consegnando a questo progetto che ha benefici irrisori, costi potenzialmente elevati, ed è contraddittorio con la retorica dell'integrazione europea.

E la risposta è semplice: perché l'Unione Economica e Monetaria, che ci viene venduta come il momento più alto di realizzazione della nostra identità europea, di un nostro comune progetto europeo, in realtà è il momento più infimo del nostro asservimento all'ideologia e agli interessi statunitensi. Ne ho parlato tante volte, non ci ritorno, ma quello che va capito è il senso complessivo dell'operazione, che secondo me è questo: gli Usa hanno bisogno di un mercato di sbocco perché, da potenza declinante, stanno perdendo potere di signoraggio sui mercati internazionali. Gli sviluppi delle relazioni bilaterali fra i BRICS, e in particolare la dedollarizzazione degli scambi fra Cina e Russia, se dovessero generalizzarsi, significherebbero per gli Stati Uniti la fine del periodo dello "stampa (dollari) e compra (ovunque nel mondo)". Il "privilegio esorbitante", come lo chiamava Valery Giscard d'Estaing, verrebbe meno in un mondo nel quale il dollaro non fosse l'unico e solo strumento di regolazione delle transazioni sui mercati internazionali. A questo punto gli Stati Uniti non potrebbero permettersi più di essere in deficit strutturale netto verso l'estero. Puoi essere "acquirente di ultima istanza" se stampi a casa tua la moneta nella quale acquisti. Quando le cose non vanno più esattamente così, ti conviene avere una posizione equilibrata negli scambi con l'estero, altrimenti le cose si mettono male. Il +1% di esportazioni nette che il TTIP potrebbe arrecare agli Stati Uniti andrebbe proprio nel senso di ridurre il loro deficit (a costo di un aumento del nostro). L'Europa diventerebbe la periferia, in una nuova edizione del romanzo di centro e periferia, da voi tanto amato, dove gli Usa, chiedendoci l'Ani, ci inonderebbero della loro liquidità (con la quale il resto del mondo progressivamente avrebbe iniziato a nettarsi le terga), allo scopo di farci acquistare i loro simpatici bistecconi transgenici.

Sappiamo tutti quali siano gli incentivi che le élite periferiche traggono dal vendere i propri subalterni alle élite del centro, quindi di cosa ci stupiamo? Direi di nulla: BAU! Non è un cane: vuol dire business as usual.

E naturalmente qui sento i ragli dei piddini renziani (ormai tocca distinguere): "eh, ma l'euro ci aiuterebbe a difenderci!".

No!

Noooo!

Nooooooooooooo!

Le cose stanno esattamente al contrario, e ancora una volta tutto questo ci è stato detto, e detto in faccia, e detto in sedi autorevoli. L'euro non ci aiuta a difenderci nemmeno un po', e per due motivi ben evidenti. Il primo è che, come ormai sarebbe futile negare, è causa della nostra crisi, e quindi, banalmente, ci costringe ad affrontare in condizioni di debolezza qualsiasi negoziato internazionale. Il secondo è che nell'ottica statunitense l'euro è il primo passo verso la creazione di una moneta unica transatlantica, e questa non è una novità. Mundell ne parla da qualche anno, per capirci. E ora che sappiamo quali benefici ci abbia portato la moneta unica europea, e prima ancora quella italiana, siamo in grado di apprezzare quali e quanti benefici ci apporterebbe quella transatlantica.

Concludendo: nell'affrontare un tema così complesso sono io il primo a segnalarvi che l'ottica economica è necessariamente ristretta. Ma sarete d'accordo con me che aiuta a mettere a fuoco i probemi, no? Ricordatevi questo numero: +0.48% del Pil nel 2014.

Va bene, non siamo Gesù Cristo: ma lui, almeno, fu venduto per trenta denari...

(a proposito: Giuda e Eichmann hanno una cosa in comune, salvo errore...)

novembre 2014


[i] “Il principale effetto dell’Uem sarà che il vincolo della bilancia dei pagamenti come lo sperimentiamo nelle relazioni internazionali scomparirà. I mercati privati finanzieranno ogni debitore solvibile, e il saldo fra risparmi e investimenti non sarà più vincolato a livello nazionale”. Ulteriore traduzione per persone normali (cioè per non economisti): i portoghesi (per fare un esempio) potranno fare più investimenti di quelli consentiti dalla loro posizione finanziaria, perché potranno prendere liberamente a prestito dai paesi del Nord (esempio: la Germania), che presterà i soldi solo a chi se lo merita. E infatti s’è visto...
[ii] “Rispondere a shock nazionali e regionali attraverso i meccanismi del welfare e altre politiche”
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Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Novembre 2014 00:16

Clima, il grido d'allarme dell'Ipcc: basta idrocarburi

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Il rapporto dell’IPCC*, tra incubo e rivoluzione

di Daniel Tanuro, da lcr-lagauche.org, traduzione di Giovanna Tinè

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IPCC-1014-Synthesis

Il gruppo di esperti intergovernativo sui cambiamenti climatici ha pubblicato la sintesi del suo quinto Synthesis Report, insieme ad un riepilogo per i chi è chiamato a prendere le decisioni politiche [1]. La diagnosi non è una sorpresa:

Il riscaldamento globale sta avanzando. Esso è causato principalmente dall’uso dei combustibili fossili, e le conseguenze negative sono più importanti degli effetti positivi. Probabilmente è ancora possibile evitare un aumento della temperatura media di più di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, ma le politiche seguite negli ultimi venti anni porteranno ad un riscaldamento compreso tra 3,7 e 4,8°C (tra 2,5 e 7.8°C, tenendo conto dell’incertezza climatica) e ad un «alto rischio di impatti gravi, diffusi, e irreversibili a livello globale».

Una preoccupazione palpabile

La valutazione fatta in questa quinta relazione non è fondamentalmente diversa dalle precedenti, ma il grado di precisione dell’allarme è maggiore. Alcune zone d’ombra cominciano a schiarirsi e la preoccupazione degli autori è più evidente che mai.

L’espressione «virtualmente certo» (probabilità superiore al 99%) viene usata sempre più spesso per descrivere la probabilità di questo o quel fenomeno. Per esempio, diversi secoli di scioglimento del permafrost e di aumento del livello dei mari sono ormai considerati «virtualmente certi», anche nel caso di una drastica riduzione delle emissioni.

Dietro il tono scientifico “oggettivo” del rapporto, l’IPCC sta chiaramente lanciando un grido di allarme. L’inquietudine degli esperti è palpabile. Essa è particolarmente evidente nel fatto che la sintesi per i decisori politici contiene una sezione sull’aumento del rischio di «cambiamenti bruschi o irreversibili» dopo il 2100. Ad esempio, si legge che «la soglia per la scomparsa della calotta glaciale della Groenlandia, che comporterà un aumento del livello del mare fino a 7 m nel giro di un millennio o più, è superiore a circa 1° C ma inferiore a 4°C di riscaldamento globale». Quindi, nel lungo termine, limitare l’aumento della temperatura a 2°C non elimina completamente il rischio di uno sconvolgimento estremamente profondo dell’ “ecosistema terrestre”. [2]

I combustibili fossili, principali responsabili

grafico Tanuro

I media ripetono regolarmente informazioni che danno la responsabilità al metano prodotto dai ruminanti, o alle emissioni di CO2 causate dalla deforestazione. C’è qualcosa di vero in queste affermazioni, ma il rapporto dell’IPCC mette le cose in chiaro: «Le emissioni di CO2 prodotte dalla combustione di combustibili fossili e dai processi industriali hanno contribuito per il 78% al totale delle emissioni di gas serra dal 1970 al 2010, con un contributo percentualmente simile dal 2000 al 2010». Un grafico che mostra la responsabilità dei diversi gas tra il 1970 e il 2010 conferma che il problema principale è l’uso di carbone, petrolio e gas naturale come fonti di energia (vedi sotto, fonte IPCC).

Questa constatazione è determinante quando si tratta di elaborare delle soluzioni. Gli esperti dell’IPCC hanno sintetizzato la letteratura esistente sui modelli di “mitigazione” del riscaldamento globale. Essi distinguono tra otto scenari, a seconda del livello a cui la concentrazione atmosferica dei gas serra si sarà stabilizzata da qui alla fine del secolo. Per ogni scenario, una tabella mostra la riduzione delle emissioni da realizzare da qui al 2050 e da qui al 2100, e la probabilità che l’aumento della temperatura rispetto al periodo preindustriale resti sotto un certo livello (1,5°, 2°, 3°, 4°C) nel corso di questo secolo. In ogni scenario, la riduzione delle emissioni di CO2 proveniente dalla combustione di combustibili fossili ha un ruolo centrale.

Gli scenari: tra incubo e rivoluzione

difficulté

Lo scenario meno restrittivo è quello in cui le emissioni continuano ad aumentare circa al ritmo attuale. In questo caso, la probabilità di superare un aumento di 4°C, è «maggiore della probabilità inversa». L’elenco delle catastrofi sociali ed ecologiche che ne conseguono è lunghissimo e da incubo. Per quanto riguarda la salute umana, per esempio, il rapporto prevede che «la combinazione di alta temperatura e umidità in alcune regioni ed in certi momenti dell’anno comprometterà le normali attività umane, comprese le colture alimentari e il lavoro all’aperto». La produttività agricola e le aree di pesca saranno colpite molto duramente. Il declino della biodiversità si accelererà.

All’altro estremo delle possibilità, un numero molto ridotto di studi considera la stabilizzazione della concentrazione atmosferica a 430ppm di CO2eq [3]. Ma questo è il livello attuale, e lo sforzo da realizzare all’interno di questo scenario implica restrizioni estreme, persino colossali. Nel 2050, le emissioni globali dovranno essere ridotte del 70-95% (in rapporto al livello del 2010); entro il 2100, dovranno essere ridotte del 110-120% [4]. Il riepilogo per i decisori politici non dice altro.

Questo scenario implica un riorientamento rivoluzionario di tutti gli ambiti della vita sociale. Tuttavia è l’unico che offrirà la possibilità di evitare il surriscaldamento globale oltre 1,5°C, l’obiettivo che molti scienziati (tra cui il presidente dell’IPCC!) considerano necessario.

In pratica, la relazione si concentra su due scenari: la stabilizzazione a 450ppm e quella a 500ppm. In questi due casi, si stima la possibilità di raggiungere un massimo di 2°C come obiettivo “probabile” (probabilità superiore al 66%), “più probabile che improbabile”, o “nella stessa misura probabile ed improbabile”. Rimanere al di sotto degli 1,5°C di aumento non è pensabile se non nel quadro di una stabilizzazione a 450 ppm, ma le probabilità sono scarse («più improbabile che probabile»).

Una difficoltà gigantesca

Questi scenari consentono un (piccolo) margine per aumentare ancora un po’ la quantità di gas serra immessi nell’atmosfera (dunque per bruciare ancora per un certo periodo di tempo una certa quantità di combustibili fossili). Tuttavia essi sono estremamente restrittivi. Ad esempio, nel caso di una stabilizzazione a 450 ppm, le emissioni mondiali dovranno diminuire del 42-57% entro il 2050 e del 78-118% entro il 2100 (rispetto al 2010). Da qui al 2050, la quantità di energia prodotta con intensità di carbonio nulla (“zero carbon”) o molto bassa (“low carbon”), dovrà aumentare del 90% su scala mondiale [5]. Il fatto che il 78% delle emissioni sono dovute alla CO2 proveniente dalla combustione di combustibili fossili, e che questa combustione rappresenta l’80% dell’energia utilizzata dall’umanità, mostra la grandezza della difficoltà.

C’è, naturalmente, una dimensione tecnica di questa difficoltà, che non voglio prendere in considerazione qui. Ci sono, soprattutto, le dimensioni sociali e politiche. Il rapporto insiste sulla giusta ripartizione degli sforzi tra i paesi (in base alle loro responsabilità storiche), sulla condivisione delle tecnologie, sulla necessità di una collaborazione internazionale, l’importanza di combinare la lotta contro il riscaldamento globale e la lotta contro la povertà, sugli imperativi etici di questa combinazione e sulle sfide per l’avvenire del genere umano… Si tratta di questioni cruciali che potenzialmente sfidano la logica del neoliberismo. Mai un rapporto dell’IPCC aveva mandato un messaggio del genere con tanta forza.

‘Svalutare gli attivi’

C’è un’altra difficoltà di ordine sociale su cui la sintesi per i decisori politici dice molto poco, ma che ha un peso decisivo. Ad un certo punto si legge: «La politica di mitigazione potrebbe svalutare gli attivi nell’energia fossile e ridurre le entrate per gli esportatori di combustibili fossili […]. La maggior parte degli scenari di mitigazione implica una diminuzione delle entrate per i maggiori esportatori di carbone e petrolio».

Queste due piccole frasi si riferiscono ad un problema cruciale: per non superare i 2°C di riscaldamento, l’80% delle riserve conosciute di combustibili fossili dovrebbe rimanere sotto terra e non essere mai sfruttato. Ma queste riserve fanno parte degli attivi delle compagnie petrolifere e (delle famiglie dominanti) degli Stati produttori. Dunque è un eufemismo scrivere che «la politica di mitigazione potrebbe svalutare gli attivi nell’energia fossile». In realtà, una mitigazione degna di tale nome implica la distruzione pura e semplice della maggior parte di quel capitale.

I padroni del settore delle energie fossili sono ben consapevoli del pericolo. È per questo che hanno massicciamente finanziato i “negazionisti climatici” e così facendo hanno guadagnato un po’ di tempo. Ma nel lungo periodo, è improbabile che le menzogne di questi ciarlatani possano ostacolare le inquietanti prove scientifiche presentate dall’IPCC. Questo è il motivo per cui l’accento viene sempre più posto sulla ricerca di una politica di mitigazione compatibile - réalisme” oblige - con il massimo mantenimento dei profitti dei padroni di carbone, petrolio e gas naturale.

Sfidare il capitale

La cattura e sequestro geologico della CO2 (CCS) occupa qui un posto strategico, e il rapporto dell’IPCC le attribuisce una grande importanza. Conviene saperlo per non farsi ingannare dai media quando cercano di convogliare la nostra attenzione sulla “buona notizia” che restare sotto ai 2°C ridurrà la crescita solo dello 0,06% annuo. Tale cifra è menzionata nel rapporto, ma questo dice anche che essa è stata calcolata ipotizzando un massiccio utilizzo del processo di cattura e sequestro di CO2. Secondo il rapporto, da qui al 2030, la transizione energetica richiederà investimenti di diverse centinaia di miliardi di dollari l’anno, a livello globale. Una bella somma… ma senza CCS, il costo della transizione aumenterebbe del 138%, addirittura del 200%.

Tuttavia, il ruolo dei combustibili fossili è solo un aspetto di una questione più ampia: è la logica di accumulazione ad essere in gioco. È diventato un luogo comune dire che la crescita infinita non è possibile in un mondo finito. Per ridurre drasticamente le emissioni da qui al 2050, dal momento che queste emissioni continueranno per tutta la durata della conversione energetica, è necessario ridurre il consumo finale di energia, e bisogna farlo in misura tale da rimettere in discussione la logica del “sempre più” energia. In breve: bisogna ridurre la produzione materiale e il trasporto dei beni.

Ciò è possibile senza danneggiare la qualità della vita (al contrario, migliorandola) se aboliamo le produzioni inutili e dannose, l’obsolescenza programmata, la quantità ridicola di trasporto richiesta dalla globalizzazione, ecc. È possibile farlo senza distruggere posti di lavoro (al contrario, favorendone la creazione) se condivideremo il lavoro, le ricchezze, i saperi e le tecnologie… Ma ciascuna di queste ipotesi porta invariabilmente alla stessa conclusione: bisogna sfidare il capitale.

La maggior parte dei ricercatori che creano modelli di mitigazione non tengono conto di questa possibilità. Per loro l’accumulazione fa parte del paesaggio, è una legge di natura. Quindi, oltre alla CCS, la maggior parte di loro include tra le proprie strategie l’estensione del nucleare e la massiccia combustione di biomassa. Si tratta, per così dire, di “toppe” sui danni prodotti dall’accumulazione. La sintesi per i decisori politici cita alcuni rischi di tali tecnologie (in particolare la concorrenza con la produzione alimentare, nel caso della biomassa), ma l’IPCC non fa altro che raccogliere gli studi esistenti, ed è quindi dipendente da essi.

Molto più che una lotta ecologica

Alla fine del 2015, il vertice di Parigi (COP21) dovrebbe produrre un accordo sul clima. Il rapporto dell’IPCC metterà ciascuno davanti alle proprie le responsabilità. Ci aspettiamo che esso avrà un peso determinante. Ma i governi non prenderanno in considerazione l’ipotesi anticapitalista. Mentre i contorni della catastrofe diventano sempre più certi, più chiari e più spaventosi che mai, mentre centinaia di milioni di poveri sono già le prime vittime del riscaldamento globale… questi governi riusciranno, nella migliore delle ipotesi, ad escogitare alle nostre spalle un accordo sul clima che sarà insufficiente sul piano ecologico, ingiusto sul piano sociale e pericoloso sul piano tecnologico. Le recenti decisioni dell’Unione europea mostrano chiaramente questo pericolo.

La possibilità di un’altra strada dipende esclusivamente dalla mobilitazione sociale. Poiché si tratta di molto più che una questione ecologica: è una sfida umana fondamentale, una scelta di società e civiltà che condizionerà tutte le altre. Il nostro avversario è potente. Lo può far arretrare solo l’azione collettiva di tutte e tutti le/gli oppresse/i e le/gli sfruttate/i. D’ora in poi, dobbiamo usare il grido d’allarme dell’IPCC per costruire un fronte il più ampio possibile in favore di un’alternativa che sia allo stesso tempo sociale ed ecologica. In una parola: ecosocialista.

18 novembre 2014

http://anticapitalista.org/2014/11/07/il-rapporto-dellipcc-tra-incubo-e-rivoluzione/

Note

  1. L’IPCC è composto da tre gruppi di lavoro incentrati rispettivamente su: (i) la scienza dei cambiamenti climatici; (ii) gli impatti e l’adattamento; (iii) le strategie di mitigazione. Ogni gruppo di lavoro redige un rapporto, ed ogni rapporto dà luogo ad una sintesi per i decisori politici. In seguito viene pubblicato un rapporto di sintesi, insieme ad una sintesi per i decisori politici. I rapporti sono redatti dagli scienziati. Le sintesi per i decisori sono co-redatte dagli scienziati e dai rappresentanti degli Stati. Questi ultimi dipendono dai propri governi.
  2. A breve termine (da qui al 2100), ciò permetterebbe probabilmente (più del 66% di probabilità) di contenere l’innalzamento del livello del mare nel 2100 a circa quaranta centimetri. Ma questa proiezione non include la disintegrazione della parte più fragile della calotta glaciale dell’Antartide. Due equipe di ricercatori americani hanno avvertito sei mesi fa che questa disintegrazione è cominciata, ed è impossibile da fermare: ciò porterà inevitabilmente un aumento di 1,80m nel corso dei prossimi 300-400 anni.
  3. La concentrazione dei gas viene espressa in parti per milione (ppm: il numero di molecole di un dato gas per milione di molecole). Il potere radiante (capacità di riscaldamento) di diversi gas serra è ricondotto al potere radiante della CO2, si parla allora di equivalente CO2 (CO2eq).
  4. Una diminuzione di oltre il 100% significa che la Terra assorbe più gas serra di quanto produce, il che è possibile se sulle grandi superfici sono piantati alberi che assorbono la CO2 attraverso la fotosintesi.
  5. I vincoli sono analoghi per gli altri due scenari.
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Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Novembre 2014 00:05

G20 Brisbane: lo stallo prosegue

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brisbanetratto da http://www.infoaut.org

Un summit del g20 che riflette uno stallo, dovuto alle criticità e le tensioni all'interno dell'arena geopolitica, quello appena conclusosi a Brisbane. Arrivato dopo l'importantissimo vertice Apec di settimana scorsa - che ha visto la Cina imporsi su scala globale, ergendosi con ancora più forza alla guida dello schieramento orientato a porre fine allo strapotere economico americano - la riunione australiana non è stata capace di agire con incisività sui principali nodi sul tavolo, dall'economia alla questione ucraina.

Il vertice ha promesso 800 nuovi interventi strutturali per circa 2 trilioni di dollari complessivi, capaci di generare nelle stime del g20 2,1 punti di crescita da qui al 2018. Numeri tutti da verificare nella pratica (la realtà degli ultimi anni ha sempre visto previsioni ottimistiche di questo tipo crollare di fronte ai fatti) mentre neanche l'accordo raggiunto tra Usa e Cina e adottato dal summit sulla questione della riduzione dell'inquinamento globale è servito a poter parlare di un successo complessivo del summit.

Il tema dell'Ucraina è stato affrontato tangenzialmente, non negli incontri ufficiali ma principalmente in quelli a margine tra leader, con Putin che si è detto non impensierito dalle sanzioni ("Potremmo iniziare a produrre da noi quello che abbiamo sempre comprato vendendo gas e petrolio" le parole del premier russo) e in un contesto in cui aldilà della retorica belligerante sembra esserci poco da fare di concreto per un Obama indebolito sul piano interno e duramente colpito dalla recessione giapponese, che mette uno dei principali alleati Usa nel containment alla CIna alla mercè della relazione economica necessaria con Pechino ai fini della ripresa economica.

Rimane l'incertezza sul destino dell'Unione Europea, con Obama (seguito da Cameron) che ha attaccato le politiche della Merkel, la quale però non si è scostata dalla linea anti-austerità che prevede come prioritario obiettivo il rispetto del patto di Stabilità. In questo quadro appare irrisorio il tentativo renziano di smettere di attaccare la figura di Juncker (duramente criticata durante il g20 per le sue politiche di elusione fiscale quand'era premier del Lussemburgo) per ottenerne vantaggi immediati in termini di quota sul piano di 300 miliardi di rilancio degli investimenti promesso dalla nuova Commissione UE.

16 novembre 2014

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Novembre 2014 21:21

Neoliberismo e povertà infantile nei paesi "ricchi"

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bambini poveridi Hedelberto López Blanch

Rebelión

Se vi domandassero in quale Paese il 36,3% dei bambini è povero, sicuramente pensereste a qualche nazione dell’Africa, America Latina o Asia.

Ma sbagliereste completamente perché questa pessima situazione si verifica in Spagna, uno dei dieci Paesi con il Prodotto Interno Lordo (PIL) più alto.

La Oxfam, un’Organizzazione Non governativa inglese, ha raccolto i recenti dati pubblicati dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Educazione e l’Infanzia (UNICEF) dove si denuncia che il Paese iberico occupa il terzo posto in Europa tra le nazioni più disuguali, superato solo dalla Grecia e dalla Lettonia.

Da quando nel 2008 è scoppiata la crisi economica mondiale (iniziata negli Stati Uniti) i governi del Partito Socialista Operaio Unificato (PSOE) prima, e del Partido Popular (PP) dopo, hanno affondato la Spagna in una spirale economica discendente imponendo forti misure di austerità.

In questo senso i più colpiti, secondo la Oxfam, sono stati i minori poiché la percentuale di bambini poveri è cresciuta in questi sei anni dal 23,2 al 36,3 %. Quando il PP arrivò al potere nel 2011, la cifra era del 28,2%.

Il governo del PP, guidato da Mariano Rajoy, ha approvato lo scorso ottobre una nuova riforma fiscale che, secondo gli analisti, provocherà una disuguaglianza maggiore dell’attuale nella quale il 10% più ricco della popolazione ha un reddito superiore al 90% restante.

La ONG puntualizza che dei 46 milioni di abitanti ce ne sono 11 milioni e 750 mila emarginati, con un alto tasso di povertà infantile, disoccupazione giovanile e abbandono scolastico.

Il rapporto dell’UNICEF va più direttamente a denunciare che con le politiche del PP, “in Spagna sono stati ridotti i sussidi per la disoccupazione, per l’assistenza i figli ed è stato eliminato l’assegno universale per nascita”.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate in tutto il Paese le manifestazioni delle ONGs raggruppate nell’Alleanza Spagnola contro la Povertà per denunciare “la violazione dei diritti umani e la minaccia alla democrazia” causate dalle riforme fiscali del governo, con cui si diminuiscono le tasse ai più ricchi.

Ricordiamo che quando arrivò la crisi, a metà del 2010, il governo di José Rodríguez Zapatero mise in atto tagli sociali sotto la pressione dell’Unione Europea ed eliminò l’unico aiuto che esisteva alle famiglie con figli, la legge sul contributo per nascita o adozione, che era stata approvata nel 2007.

Inoltre fu ridotta da 500 a 291 euro il contributoper figlio a carico della Sicurezza sociale per i minori di 3 anni.

Le conseguenze non si sono fatte attendere e oggi nella nazione iberica circa 3 milioni di bambini vivono sotto la soglia della povertà.

Le famiglie spagnole hanno perso l’equivalente di dieci anni di miglioramenti nelle loro entrate, superati solo dalle famiglie greche, che hanno perso quattordici anni.

Ma il Fondo delle Nazioni Unite per l’Educazione e l’Infanzia nel suo rapporto “I bambini della recessione: l’impatto della crisi economica sul benessere infantile nei Paesi ricchi”, non analizza solo la Spagna.

Assicura che “milioni di bambini hanno sofferto gli effetti immediati e diretti della recessione (più di ogni altro gruppo vulnerabile come gli anziani) e molti di loro ne soffriranno le conseguenze a vita”.

Per l’UNICEF l’impoverimento dei bambini è generalizzato perché si è verificato nella metà dei quaranta Paesi analizzati, i più ricchi del mondo.

Nella negativa lista compaiono Islanda, Grecia, Lettonia, Estonia, Lituania, Croazia, Irlanda, Spagna, Italia, Francia come i Paesi dove è più aumentata la povertà infantile.

Islanda, Grecia, Lettonia, Croazia e Irlanda sono le nazioni dove questo indice è salito di più, tutte con aumenti maggiori del 10% e guidate dal 20,4% dell’Islanda. Seguono Lituania, Spagna, Lussemburgo, Italia.

Anche se talvolta i numeri tendono un po’ a confondere, è necessario citarli perché si comprenda che in questo mondo a causa dell’ingiusta globalizzazione neoliberista la grande maggioranza della popolazione risulta la più colpita, nonostante il fatto che viva in Paesi ricchi.

Osservate i numeri riportati dall’UNICEF: la Grecia appare come il Paese con il maggior tasso di povertà infantile con il 40,5%; seguita dalla Lettonia (38,2%), Spagna (36,3%), Israele (35,6%) e Messico (34,3%). Cifre simili si osservano nei giovani che non hanno possibilità di accesso allo studio o al lavoro, quelli che vengono chiamati internazionalmente “neet [in spagnolo “ninis”, n.d.t.].

Il rapporto annuale dell’istituzione Credit Suisse, denominato Global Wealth Databook sulla ricchezza mondiale, rivela quanto si stiano mettendo male le cose per la grande maggioranza della popolazione del pianeta.

L’1% più ricco del mondo, che era proprietario di poco meno di 100 miliardi di dollari nel 2011, ora possiede quasi 127 miliardi di dollari. Per ogni dollaro che possedevano solo tre anni fa, ora hanno un dollaro e un quarto, afferma Credit Suisse.

I fatti dimostrano che le misure di austerità implementate nelle nazioni del vecchio continente e anche negli Stati Uniti hanno danneggiato la popolazione più vulnerabile, bloccato le economie e in contrapposizione, elevato il capitale della minoranza ricca.

Per uscire da questo abisso sarà necessario e urgente adottare programmi sociali. Speriamo che i governi non rimangano sordi.

 

Traduzione per Senzasoste di Andrea Grillo, 15.11.2014

La foto in alto (bambini del South Yorkshire) è tratta dal sito dell'UNICEF

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Novembre 2014 20:11

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