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INTERNAZIONALE

Bolivia. Terzo trionfo per Morales

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Bolivia. Terzo trionfo per Morales

tratto da http://contropiano.org

Era nelle previsioni, in un certo senso anche nelle proporzioni. Ma a vederla davvero, questa terza vittoria elettorale di Evo MOrales, dà il senso di quanto radicato sia il processo di trasformazione sociale e politica di questo piccolo paese latinoamericano.

Secondo gli exit poll, il presidente ha avuto circa il 60% dei voti espressi dai circa sei milioni di elettori; nella precedente tornata aveva avuto il 64%.
Il leader dei conservatori,
Samuel Doria Medina, di Unidad Democrata, magnate del cemento, avrebbe invece ottenuto appena il 24,5%.
Nel primo discorso, a spoglio ancora in corso, Morales ha dedicato la vittoria a Fidel Castro e Hugo Chavez, da sempre riconosciuti come gli ispiratori principali della sua visione politica,
e a "tutti i popoli del mondo che lottano contro l'imperialismo"..
Una vittoria che consentità di continuare a promuovere "l'integrazione non solo tra i boliviani ma anche tra i latinoamericani".

Ormai anche i nemici, come il Fondo monetario internazionale, sono costretti a riconoscere che la sua azione politica, mirante in primo luogo a contrastare la povertà,è riuscita a garantire al paese una stabilità politica ed economica senza precedenti. Riducendo le disugualianze e il numero dei poveri.

Morales ha vinto in tutte le circoscrizioni del paese, tranne che in quella di Beni. Persino la circoscrizione di Santa Cruz, una delle più ricche del paese e da sempre roccaforte dell'opposizione, ha dato a Morales il 49% dei voti e solo il 38% a Samuel Doria Medina.  Morales ha conquistato 111 dei 130 deputati della Camera bassa e 25 dei 36 seggi al Senato. Nulla, insomma, potrà impedire legalmente la prosecuzione di una politica popolare e democratica, antimperialista.

13 ottobre 2014

***

Fabrizio Casari - tratto da http://www.altrenotizie.org

Il messaggio delle urne boliviane è chiarissimo: il primo presidente indio della Bolivia sarà anche il prossimo. Con oltre il 60% dei voti, infatti, affermandosi in otto dei nove dipartimenti in cui è suddiviso il Paese, Evo Morales ha stravinto le elezioni di domenica scorsa in Bolivia e sarà ancora Presidente per altri 4 anni. L’ex leader del MAS (Movimiento al Socialismo), figura nobilissima della sinistra latinoamericana, ha conquistato per la terza volta la presidenza del suo paese, surclassando l’opposizione di destra sponsorizzata da Washington. Il risultato era atteso. Non tanto per la debolezza della destra, quanto per i risultati di otto anni di presidenza della sinistra. Evo ha raccolto i frutti di quanto seminato in un paese che, nonostante la contrazione economica dell’area, risulta in pieno ciclo espansivo da diversi anni.

Ciò grazie agli otto anni della sua presidenza, caratterizzatasi per le politiche socialiste nella riorganizzazione dell’economia, fatte anche di nazionalizzazione degli impianti e di restituzione agli interessi nazionali degli accordi con le compagnie straniere. Con una economia in crescita del 6%, la Bolivia non poteva che assegnare con il voto il riconoscimento alla qualità dell’impianto socio-economico del modello.

I risultati della sua politica economica si sono visti: il ricavato dei suoi giacimenti di gas, delle sue piantagioni di soia e della raccolta della pasta di coca destinata al mercato legale, hanno prodotto un pareggio di bilancio mai registrato nella storia del paese andino. Un tempo destinate a prendere il volo verso gli USA, le risorse ottenute dall’industria dello sfruttamento degli idrocarburi sono state la fonte di finanziamento delle opere sociali che hanno enormemente ridotto la distanza tra i diversi settori sociali della società boliviana.

Aiuti diretti e indiretti agli anziani, alle donne in gravidanza e a tutti i bambini, ampliamento dei servizi e riconoscimento del dovere d'intervento dello Stato nelle problematiche più acute sono state il modus operandi del governare di Evo Morales.Il successo economico del socialismo boliviano è stato possibile anche grazie ad un generale smantellamento del sistema costituzionale precedente, cucito su misura per gli interessi del latifondo locale e delle multinazionali estrattive statunitensi che aveva regalato alla Bolivia 190 anni di storia coloniale.

In questo senso tra i successi maggiori e migliori ottenuti da Evo nei precedenti mandati c’è certamente quello della nuova Carta costituzionale, da lui fortemente voluta ed approvata nel Gennaio del 2009, che - come dichiarò alla sua approvazione -“rappresenta la fine del latifondismo e dell’epoca coloniale, interna ed esterna”.E non è certo indifferente, per la riorganizzazione del tessuto produttivo del Paese, ciò che la Carta impone con l’articolo 398: il limite invalicabile di cinquemila ettari per l’estensione massima delle proprietà terriere e stabilisce altresì che sarà necessario, in futuro, ottenere l’approvazione delle comunità indigene prima di poter sfruttare le risorse naturali nel loro territorio.

La nuova Costituzione disegna la costruzione di uno Stato “unitario, sociale e di diritto plurinazionale, libero e indipendente, che offre ascolto a tutti i movimenti sociali sulle scelte riguardanti l’educazione, la salute e la casa”. Il testo costituzionale riconosce tre tipi di democrazia: rappresentativa, diretta e comunitaria e allo stesso tempo stabilisce una conseguente articolazione tra la giustizia ordinaria e la quella comunitaria.E proprio sotto il profilo dell’articolazione dello Stato (elemento non certo secondario nella riforma di un Paese) l’innovazione è stata straordinaria e di assoluto valore storico: la nuova Carta, infatti, prende atto della struttura plurinazionale del paese che viene rappresentata direttamente ed indirettamente in tutti i suoi 411 articoli, che riconoscono sullo stesso piano le autonomie regionali, provinciali, territoriali indigene e municipali che già esistono. Insomma, la Carta elaborata dall’Assemblea Costituente è stata un’opera di alta ingegneria politica e una vera e propria rivoluzione culturale, che ha aumentato notevolmente il controllo statale sull’economia e l’influenza delle 36 nazioni indigene nella rappresentanza politica. In questi ed altri passaggi si evidenzia il senso politico che ha caratterizzato i suoi mandati presidenziali di Evo Morales: la costruzione del retroterra politico ed istituzionale di un paese plurale sancito costituzionalmente.Parlando dal balcone del Palacio Quemado, la sede del governo a La Paz, Evo ha dedicato la sua vittoria a “tutti i popoli del mondo in lotta contro l’imperialismo” e, in particolare, a Fidel Castro e Hugo Chavez, suoi punti di riferimento umani, oltre che politici.

Fidel Castro, che 54 anni orsono ruppe la catena di comando statunitense sul continente, trasformando Cuba nel primo territorio libero delle Americhe ed edificando un sistema che per equità e sovranità nazionale, é esempio vivente per tutta la sinistra del continente e non solo, di Evo è stato in qualche modo “padre putativo”, consigliere e riferimento costante nel suo agire politico.Hugo Chavez, che seguendo il cammino tracciato da Simon Bolivar restituì il Venezuela ai venezuelani e che diede vita al “Socialismo del terzo millennio”, è stato l’alleato più immediato e leale per il giovane presidente boliviano, che pure nel suo incedere vittorioso ha dovuto affrontare (come Chavez) un tentativo di colpo di stato e serrate da parte dei suoi avversari che cercavano d’isolare la Bolivia e riportarla nelle solite mani a stelle e strisce. D’altra parte la lunghissima marcia dall’opposizione al governo non faceva presagire un mandato tenue, incerto sul da farsi o a tinte fosche. L’integrità morale e la fede politica di Evo non erano adatte a un governo qualunque. E così non è stato.Evo non ha adeguato i suoi ideali al mercato ma ha ricondotto il mercato alle esigenze del suo paese; non ha mai smesso i panni di leader della sinistra latinoamericana né ha avuto esitazioni nello scontrarsi con gli interessi e l’arroganza degli Stati Uniti. Dalla Cuba di Castro al Venezuela di Maduro, dal Nicaragua di Ortega all’Ecuador di Correa, dall’Argentina di Cristina Kirchner al Brasile di Djilma, Morales ha continuato a tessere la tela ormai robusta dell’unità latinoamericana.

Una consapevolezza continentale che ha nella sua unità la leva principale delle sue politiche commerciali e che ha seppellito da un decennio ormai, il Washington consensus, cioè quel sistema di dipendenza dagli Stati Uniti che, con rare e circoscritte eccezioni, caratterizzava le scelte e i destini dell’America Latina fino alla fine degli anni ’90.La vittoria di Evo Morales è la vittoria di chi non svende per una poltrona i suoi ideali. Di chi non s’inginocchia, abbagliato dalla fama e dalle ricchezze e obnubilato dall’ambizione personale, di fronte al volere delle multinazionali ed al pensiero unico che ne costituisce l’humus ideologico.

Dimostra che si può pensare e realizzare una diversa politica economica e trarre i frutti per una diversa politica sociale. Che il mercato è un animale onnivoro che va controllato e regolamentato e che la ricchezza è solo arrogante privilegio se non viene distribuita equamente.

E dimostra anche che la sovranità nazionale, motore indiscutibile delle politiche economiche e sociali, si nutre dell’identità nazionale e del senso dell’indipendenza. La ricetta della vittoria della sinistra latinoamericana è soprattutto questa. Indipendenza, sovranità, integrazione, solidarietà: una manna indigesta per lo stomaco dello Zio Sam.

15 ottobre 2014

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Ottobre 2014 12:05

Il "modello tedesco" è impoverimento programmato

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Il "modello tedesco" è impoverimento programmato

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Contrariamente a quel che si ripete sui media principali, la Germania non è un paradiso. Soprattutto, il suo sviluppo economico attual – in pesante frenata – è sempre meno “europeo”.

Alcuni dati spiegano bene questo andamento. Le esportazioni tedesche verso l'eurozona, in appena sei anni (dal 2007 al 2013) è sceso dal 65% del totale al 57%, “grazie” alle politiche di austerità che hanno aggravato la recessione continentale. Le importazioni dall'area monetaria unica sono invece rimaste all'incirca delle stesse dimensioni. La conseguenza è l'azzeramento del surplus della bilancia commerciale, che per molti anni era stato ben sopra i livelli consentiti dagli accordi Maastricht (non esiste solo il rapporto deficit-Pil).

Se questo “pareggio” tra import ed export fosse stato dovuto a un aumento delle importazioni in Germania gli altri partner euro ne avrebbero tratto beneficio, migliorando i propri conti. Ma per aumentare l'import la Germania avrebbe dovuto applicare al proprio interno una politica tesa a favorire i consumi interni. Cosa che naturalmente non è avvenuta.

Il modello mercatilista è rimasto intatto, riuscendo in parte a compensare le minori esportazioni “interne” all'eurozona con un incremento di quelle extra-Ue. Il che ha consentito di mantenere un discreto surplus nella bilancia commerciale, anche se ora sta rallentando in modo notevole.

Il tutto a un prezzo: comprimere i consumi interni e manovrare l'opinione pubblica creando “nemici” di comodo.

Per esempio. È noto che Bundesbank e Schaeuble predicano il contenimento della spesa pubblica per tutti i paesi dell'Unione Europea e rifiutano qualsiasi politica di mutualizzazione europea del debito, dandone la responsabilità ai paesi “spendaccioni” che vorrebbero ora spremere anche i contribuenti tedeschi, invece di “fare i compiti”.

Poi il Fmi pubblica i dati relativi alla spesa sostenuta dagli stati per salvare le banche private nazionali e si scopre che è stata proprio la Germania a spedere più di tutti in questa operazione: 238 miliardi euro pubblici regalati a banche sovraesposte verso i titoli spazzatura Usa oppure troppo generose nell'erogare prestiti in aree oggi sotto accusa (i paesi dell'area mediterranea). Un salvataggio che altri paesi non poterono compiere o che non era stato neanche necssario (pare sia il caso dell'Italia), ma che ha pesato enormemente sia sui bilanci tedeschi che – soprattutto – nel definire negativamente le politiche europee. Nessuna “mutualizzazione dei debiti pubblici”, perché lo sforzo finanziario era già stato fatto, ma a favore delle banche nazionali (soprattutto verso le meno famose, ma molto “politicizzate” Landesbanken territoriali).

Alla luce di questi dati, insomma, la “virtuosità” teutonica sembra assai meno adamantina.

Anche perché si traduce in ingessamento progressivo del mercato interno. La favola della “piena occupazione” tedesca, per esempio, si infrange a uno sguardo appena meno superficiale. Tra mini-job e altre forme di part time occupazionale, ben il 26% dei lavoratori dipendenti lavora e guadagna molto poco. Tra le donne la percentuale arriva a superare il 41%, e quasi mai si tratta di part time “volontario”. Nella precarissima Italia creata dal “pacchetto Treu” e dalla legge 30 le percentuali sono notevolmente più basse: 17,9 e 32,1%. I lavoratori tedeschi impegnati per più di 35 ore setimanali sono appena il 51%. Come se il “contratto di solidarietà” fosse ormai il contratto prevalente. E il salario, naturalmente, si misura in ore lavorate...

Sono insomma i lavoratori a pagare, anche in Germania, i costi di una crisi aggravata dal “bisogno” di salvare innanzitutto le banche più speculative e irresponsabili.

Ma si tratta di una scelta politica che risale ormai agli anni '90 e verificata dalla diminuzione drastica della quota di ricchezza nazionale rappresentata dai salari, passata dal 56% del 1991 al 49,7 del 2008 (poi la crisi ha aggravato la situazione, ovviamente).

Una scelta confermata anche dall'andamento degli investimenti fissi lordi (la voce che indica quanto “spinga” un paese in direzione della crescita economica), scesi al 17,6% del Pil nel 2013 nonostante un attivo nella bilancia commerciale di quasi 1.100 miliardi accumulato nei soli quattro anni peggiori della crisi (dal 2009 al 2013). Meno persino dell'immobile italietta di oggi, che può vantare ancora un 18,2%...

“In compenso”, gli attivi tedeschi all'estero sono arrivati a 7.000 miliardi di euro. Sono ricchi, certi tedeschi...

13 ottobre 2014

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Kobane: la resistenza curda respinge di nuovo i jihadisti

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Kobane: la resistenza curda respinge di nuovo i jihadisti

tratto da http://contropiano.org

Secondo le notizie rilanciate da numerosi media locali, i combattenti delle milizie popolari sarebbero riuscite a bloccare durante la notte l'avanzata dei jihadisti dello Stato islamico verso il centro della città di Kobane, nel Rojava siriano al confine della Turchia. 

"C'è stato un assalto dell'Isis dalla parte meridionale della città, con l'obiettivo di raggiungere il centro, ma è stato respinto dai combattenti curdi dopo violenti combattimenti" ha spiegato alla France presse Rami Abdel-Rahman, il direttore dell'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, una ong vicina ai ribelli islamisti 'moderati' con base a Londra. Scontri sporadici sono in corso questa mattina nella zona meridionale, sud-occidentale e orientale della città, e all'alba la coalizione internazionale guidata dagli Usa ha lanciato due nuovi raid aerei nel sud e nell'est della zona.In queste ore i combattenti curdi stanno anche lanciando "operazioni speciali" nell'est della città, penetrando nelle zone controllate dall'Isis per uccidere membri dell'organizzazione jihadista e ritirarsi poi nelle loro postazioni.

I jihadisti dello Stato islamico hanno conquistato ieri una porzione consistente della città, compreso il quartier generale delle forze curde. A cadere nelle mani dell'Isis era stata ieri l'intera "area di sicurezza" cittadina, che comprende il complesso militare delle Unità di protezione del popolo (YPG), la base di Assayech e la sede del consiglio locale.

Intanto ieri sera era arrivato a 31 morti e a più di 360 feriti il bilancio ufficiale dei quattro giorni di violenta repressione da parte delle forze di sicurezza turche contro le manifestazioni dei curdi e dei gruppi della sinistra antimperialista turca che sono scesi in piazza in tutto il paese contro la complicità del regime islamista di Erdogan con lo Stato Islamico. A fornire il bilancio è stato il ministro degli Interni turco Efkan Ala nel corso di una conferenza stampa realizzata ad Ankara. La stragrande maggioranza delle vittime sono manifestanti curdi, a volte giovanissimi (c'è anche un bambino di otto anni) falciati dalle pallottole sparate dai militari, dai poliziotti ma anche dai membri dell'estrema destra turca legata ai 'Lupi Grigi', e di organizzazioni islamiste radicali come Hezbollah (movimento fondamentalista sunnita turco fondato negli anni '80 e che non ha nulla a che fare con l'omonimo partito sciita libanese) o i 'cugini' curdi di Huda-par. Negli scontri hanno perso la vita anche due poliziotti e 139 sono rimasti feriti. I civili feriti sono stati 221, in 35 città nelle quali sono scoppiati gli scontri. Oltre mille i fermati, 58 dei quali poi arrestati formalmente. "Negli scontri 778 edifici sono stati danneggiati o distrutti tra cui 212 scuole, 67 stazioni di polizia, 25 uffici pubblici e 29 sedi di partiti politici" ha dichiarato il ministro del governo Davutoglu.

11 ottobre 2014

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Ecco perché Kobane è sola

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Il vero bersaglio dell’Is, inventato da occidente e petromonarchie, è la straordinaria Carta della Rojava. E i combattenti kurdi sul terreno lottano contro il fascismo puro

Sandro Mezzadra - tratto da Il Manifesto

Nei giorni scorsi H&M ha lan­ciato per l’autunno una linea di capi d’abbigliamento fem­mi­nili chia­ra­mente ispi­rata alla tenuta delle guer­ri­gliere kurde le cui imma­gini sono cir­co­late nei media di tutto il mondo. Più o meno nelle stesse ore, le forze di sicu­rezza tur­che cari­ca­vano i kurdi che, sul con­fine con la Siria, espri­me­vano la pro­pria soli­da­rietà a Kobane, che da set­ti­mane resi­ste all’assedio dello Stato isla­mico (Is). Quel con­fine che nei mesi scorsi è stato così poroso per i mili­ziani jiha­di­sti oggi è erme­ti­ca­mente chiuso per i com­bat­tenti del Pkk, che pre­mono per rag­giun­gere Kobane. E la città kurda siriana è sola di fronte all’avanzata dell’Is.

A difen­derla un pugno di guer­ri­glieri e guer­ri­gliere delle forze popo­lari di auto­di­fesa (Ypg/Ypj), armati di kala­sh­ni­kov di fronte ai mezzi coraz­zati e all’artiglieria pesante dell’Is. Gli inter­venti della «coa­li­zione anti-terrorismo» a guida ame­ri­cana sono stati – almeno fino a ieri – spo­ra­dici e del tutto inef­fi­caci. Già qual­che ban­diera nera sven­tola su Kobane.

Ma chi sono i guer­ri­glieri e le guer­ri­gliere delle Ypg/Ypj? Qui da noi i media li chia­mano spesso pesh­merga, ter­mine che evi­den­te­mente piace per il suo “eso­ti­smo”. Pec­cato che i pesh­merga siano i mem­bri delle mili­zie del Kdp (Par­tito demo­cra­tico del Kur­di­stan) di Bar­zani, capo del governo della regione auto­noma del Kur­di­stan ira­cheno: ovvero di quelle mili­zie che hanno abban­do­nato le loro posi­zioni attorno a Sin­jar, all’inizio di ago­sto, lasciando campo libero all’Is e met­tendo a repen­ta­glio le vite di migliaia di yazidi e di appar­te­nenti ad altre mino­ranze reli­giose. Sono state le unità di com­bat­ti­mento del Pkk e delle Ypg/Ypj a var­care i con­fini e a inter­ve­nire con for­mi­da­bile effi­ca­cia, pro­se­guendo la lotta che da mesi con­du­cono con­tro il fasci­smo dello Stato islamico.

Sì, per­ché è pur vero che l’Is è stato “inven­tato” e favo­rito da emi­rati, petro­mo­nar­chie, tur­chi e ame­ricani: ma sul ter­reno non è altro che fasci­smo. Ce lo ricorda l’ultima pal­lot­tola con cui si è uccisa l’altro giorno a Kobane la dician­no­venne Cey­lan Ozalp, pur di non cadere nelle mani degli aguz­zini dell’Is. Qual­cuno l’ha chia­mata kami­kaze: ma come non vedere il nesso tra quella pal­lot­tola (tra quell’estremo gesto di libertà) e la pasti­glia di cia­nuro che, dall’Italia all’Algeria e all’Argentina, hanno por­tato in tasca gene­ra­zioni di par­ti­giani e com­bat­tenti con­tro il fasci­smo e il colonialismo?

Link: Turchia: la polizia spara, strage di manifestanti curdi

E come non vedere le ragioni per cui l’Is ha con­cen­trato le pro­prie forze su Kobane? La città è il cen­tro di uno dei tre can­toni (gli altri due sono Afrin e Cizre) che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «kurdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della straor­di­na­ria Carta della Rojava (come si chiama il Kur­di­stan occi­den­tale o siriano). È un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e demo­cra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Nella Rojava il fem­mi­ni­smo è incar­nato non sol­tanto nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, ma anche nel prin­ci­pio della par­te­ci­pa­zione pari­ta­ria a ogni isti­tuto di auto­go­verno, che quo­ti­dia­na­mente mette in discus­sione il patriar­cato. E l’autogoverno, pur tra mille con­trad­di­zioni e in con­di­zioni duris­sime, esprime dav­vero un prin­ci­pio comune di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. E ancora: coe­ren­te­mente con la svolta anti-nazionalista del Pkk di Öca­lan, a cui le Ypg/Ypj sono col­le­gate, netto è il rifiuto non solo di ogni asso­lu­ti­smo etnico e di ogni fon­da­men­ta­li­smo reli­gioso, ma della stessa decli­na­zione nazio­na­li­stica della lotta del popolo kurdo. E que­sto nel Medio Oriente di oggi, dove per ragioni con­fes­sio­nali o etni­che sem­pli­ce­mente si scanna e si è scannati.

Basta ascol­tare le parole dei guer­ri­glieri e delle guer­ri­gliere dell’Ypg/Ypj, che non è dif­fi­cile tro­vare in rete, per capire che que­sti ragazzi e que­ste ragazze hanno preso le armi per affer­mare e difen­dere que­sto modo di vivere e di coo­pe­rare. È facile allora capire le ragioni dell’offensiva dell’Is con­tro Kobane. Ma è facile anche capire per­ché non inter­ven­gano a sua difesa i tur­chi, colonna della Nato nella regione, e per­ché sia così “timido” l’appoggio della «coa­li­zione anti-terrorismo». Vi imma­gi­nate che cosa pos­sono pen­sare gli emiri del Golfo dell’esperimento della Rojava e del prin­ci­pio della parità di genere? E gli “occi­den­tali”? Be’, le ragazze che sor­ri­dono con il kala­sh­ni­kov in mano saranno pure gla­mour, ma per gli Usa e per la Ue il Pkk è pur sem­pre un’organizzazione «ter­ro­ri­stica», il cui lea­der è stato con­se­gnato alle galere tur­che dall’astuzia della «volpe del tavo­liere» (Mas­simo D’Alema, per chi non ricor­dasse). E d’altronde: non è nato come orga­niz­za­zione marxista-leninista, il Pkk? Dun­que, si tratta pur sem­pre di comunisti.

E allora? (…) La guerra lam­bi­sce oggi i con­fini dell’Europa, entra nelle nostre città attra­verso i movi­menti di donne e uomini in fuga, quando non restano sui fon­dali del Medi­ter­ra­neo. Ma, den­tro la crisi, la guerra minac­cia anche di sal­darsi con l’irrigidimento dei rap­porti sociali e con il governo auto­ri­ta­rio della povertà. Guerra e crisi: non è un bino­mio nuovo. Ma nuove sono le forme con cui si pre­senta: nella rela­tiva crisi dell’egemonia sta­tu­ni­tense, che costi­tui­sce un tratto saliente di que­sta fase della glo­ba­liz­za­zione, la guerra dispiega la pro­pria vio­lenza “desti­tuente” senza che all’orizzonte si pro­fi­lino sce­nari rea­li­stici – fos­sero pure a noi avversi – di “rico­stru­zione”. Le vicende della «coa­li­zione anti-terrorismo» sono una pla­stica illu­stra­zione di que­sta impasse.

Rom­pere l’impasse è una con­di­zione neces­sa­ria per­ché le stesse lotte con­tro l’austerity in Europa abbiano suc­cesso. Ed è pos­si­bile sol­tanto affer­mando in modo del tutto mate­riale prin­cipi di orga­niz­za­zione della vita e rap­porti sociali radi­cal­mente incon­ci­lia­bili con le ragioni della guerra: è per que­sto che l’esperienza della Rojava assume per noi carat­teri esem­plari. Men­tre a Kobane si com­batte casa per casa, migliaia di per­sone mani­fe­stano a Istan­bul e in altre città tur­che, scon­tran­dosi con la poli­zia, e cen­ti­naia di kurdi hanno fatto irru­zione nel Par­la­mento euro­peo. Si sente spesso dire che chi parla di un’azione poli­tica a livello euro­peo pecca d’astrazione. Ma pro­vate a imma­gi­nare quale sarebbe la situa­zione in que­sti giorni se a fianco dei kurdi ci fosse un movi­mento euro­peo con­tro la guerra, capace di una mobi­li­ta­zione ana­loga a quella del 2003 con­tro l’attacco all’Iraq ma final­mente con un inter­lo­cu­tore sul ter­reno. Non ve ne sono le con­di­zioni? Ragion di più per impe­gnarsi a costruirle. È un sogno? Qual­cuno diceva che per vin­cere biso­gna sognare.

* euro​no​made​.info

8 ottobre 2014

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Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Ottobre 2014 23:18

Hong Kong, sotto l’ombrello

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Manlio Dinucci - tratto da Il Manifesto

Di fronte alla «Umbrella Revolution» (definizione made in Usa), il governo britannico si dice «preoccupato» che a Hong Kong siano garantiti «i fondamentali diritti e le fondamentali libertà».

Londra su questo può dare lezione.

Nell’Ottocento gli inglesi, per penetrare in Cina, ricorrono allo smercio di oppio che portano dall’India, provocando enormi danni economici e sociali. Quando le autorità cinesi confiscano e bruciano a Canton l’oppio immagazzinato, intervengono le truppe inglesi costringendo il governo a firmare nel 1842 il Trattato di Nanchino, che impone tra l’altro la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna. Da allora fino al 1997 Hong Kong è colonia britannica, sotto un governatore inviato da Londra. I cinesi sono sfruttati dai monopoli britannici e segregati, esclusi anche dai quartieri abitati da britannici. Scioperi e ribellioni vengono duramente repressi. Dopo la nascita della Repubblica popolare nel 1949, Pechino, pur rivendicando la sovranità su Hong Kong, la usa come porta commerciale, favorendone lo sviluppo.

La Hong Kong riannessa alla Cina quale regione amministrativa speciale, con 7,3 milioni di abitanti su quasi 1,4 miliardi della Cina, ha oggi un reddito pro-capite di 38420 dollari annui, più alto di quello italiano, quasi il sestuplo di quello della Cina. Ciò perché Hong Kong, quale porta commerciale della Cina, è il 10° esportatore mondiale di merci e l’11° di servizi commerciali. Inoltre, essa viene visitata ogni anno da oltre 50 milioni di turisti, dei quali 35 milioni cinesi. La crescita economica, pur inegualmenrte distribuita (v. il sottoproletariato locale e straniero che campa con «l’arte di arrangiarsi»), ha portato a un generale miglioramento delle condizioni di vita, confermato dal fatto che la durata media della vita è salita a 84 anni (rispetto a 75 nell’intera Cina).

Il movimento studentesco nato a Hong Kong per chiedere che l’elezione del capo di governo sia diretta e non condizionata da Pechino, è formato da giovani appartenenti in genere agli strati sociali avvantaggiati dalla crescita economica.

Su questo sfondo si pone la domanda: perché, mentre si ignorano centinaia di milioni di persone che in tutto il mondo lottano ogni giorno per i più elementari diritti umani in condizioni ben peggiori, si trasformano alcune migliaia di studenti di Hong Kong, al di là delle loro stesse rivendicazioni, in icona globale di lotta per la democrazia?

La risposta va cercata a Washington.

Gli ispiratori e i capi di quello che viene definito «un movimento senza leader» – dimostra un’ampia documentazione – sono collegati al Dipartimento di stato e a sue emanazioni sotto forma di «organizzazioni non-governative», in particolare la «Donazione nazionale per la democrazia» (Ned) e l’«Istituto democratico nazionale» (Ndi) che, dotate di ingenti fondi, sostengono «gruppi democratici non-governativi» in un centinaio di paesi.

Due esempi fra i tanti.
• Benny Tai, il docente di Hong Kong che ha lanciato il movimento «Occupy Central» (v. il South China Mor-ning Post del 27 settembre), è divenuto influente grazie a una serie di forum finanziati da queste «ong».
• Martin Lee, fondatore del «Partito democratico» di Hong Kong, è stato invitato a Washington dalla Ned e, dopo un briefing teletrasmesso (2 aprile), è stato ricevuto alla Casa Bianca il 7 aprile dal vice-presidente Biden.

Da questi e altri fatti emerge una strategia, analoga a quella delle «rivoluzioni colorate» nell’Est europeo, che, strumentalizzando il movimento studentesco, mira a rendere Hong Kong ingovernabile e a creare movimenti analoghi in altre zone della Cina abitate da minoranze nazionali.

7 ottobre 2014

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