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INTERNAZIONALE

Tregua in Siria, Usa e Russia ci riprovano. Turchia, sauditi e Israele permettendo

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

In Siria, così come in Medio Oriente, nessuna delle grandi potenze globali può imporre del tutto i propri interessi e i propri diktat a quelle rivali; solo una guerra su vasta scala – dagli esiti disastrosi e imprevedibili – potrebbe sbloccare una situazione che si è incancrenita dopo decenni di invasioni, occupazioni, "destabilizzazioni creative" di interi paesi nel frattempo deflagrati lasciando spazio ad un integralismo islamista per lungo tempo tollerato quando non fomentato ed ora trasformatosi in ‘nemico comune numero uno’.

Le principali potenze si trovano quindi oggi in una situazione di impasse, portate – in qualche modo costrette – ad intendersi, a mettersi d’accordo a partire da un obiettivo minimo e provvisorio: cristallizzare una situazione che vede la presenza di tutti senza che nessuno prevalga. In attesa, ovviamente, che un cambiamento di fase o qualche evento (preparato o inaspettato) non cambi gli equilibri esistenti concedendo un vantaggio decisivo ad uno degli attori di una “guerra civile” che manifesta oggi in maniera quanto mai plastica quella feroce competizione globale tra potenze di diversa grandezza che squassa il pianeta.

E’ così Stati Uniti e Russia, con l’assenso più o meno convinto di altri paesi coinvolti nel conflitto, ci riprovano, dopo i fallimenti dei mesi scorsi. Quello che non era riuscito nel corso del vertice cinese del G20 è scaturito invece da un’ennesima maratona negoziale durata 13 ore, al termine della quale i rappresentanti di Mosca e Washington hanno annunciato il raggiungimento di un accordo per la ‘cessazione delle ostilità’ in Siria a partire dal 12 settembre. Dal tramonto di lunedì, hanno spiegato il segretario di Stato Usa John Kerry ed il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, le forze lealiste di Damasco dovranno cessare i bombardamenti contro alcune delle forze della cosiddetta ‘opposizione moderata’ (in buona parte gruppi islamisti radicali quando non jihadisti, ma sotto l’ombrello protettivo di Washington e delle potenze sunnite) che in cambio smetterebbero di attaccare l’esercito siriano e i suoi alleati.

La tregua dovrebbe durare almeno una settimana, al termine della quale – in caso di successo – Russia e Stati Uniti dovrebbero dare avvio alla realizzazione di un centro di comando congiunto incaricato di coordinare gli sforzi militari di Mosca e Washington contro lo Stato Islamico e contro il Fronte al Nusra, nel tentativo di “separare i terroristi dall’opposizione moderata” come ha spiegato Lavrov, secondo il quale sono previsti anche raid coordinati da parte delle aviazioni da guerra di Russia e Stati Uniti. “Abbiamo raggiunto – ha specificato Lavrov – un accordo sulle aree in cui avverranno i raid e, in queste aree, sulla base di un’intesa di neutralità condivisa dal governo siriano, saranno operative solo le forze aree russe ed americane”.

A sbloccare la situazione, dopo i dissapori dei giorni scorsi sul comportamento da adottare nei confronti di alcune organizzazioni jihadiste che Washington chiedeva di escludere dalla lista dei gruppi terroristici da continuare a colpire anche in caso di tregua, sarebbe stata la decisione da parte dell’aviazione di Washington di colpire alcune postazioni di Jabhat Fateh al-Sham (Fronte per la Conquista del Levante), nome adottato da Jabhat al-Nusra dopo la furbesca decisione di cambiare nome e di “rendersi autonoma” da al Qaeda.
Nei giorni scorsi un raid condotto dai caccia statunitensi avrebbe ucciso uno dei principali comandanti del gruppo – Abu Hajer al-Homsi  – nella provincia di Aleppo. Inoltre l’inviato speciale americano per la Siria, Michael Ratney, ha indirizzato una missiva alle ‘fazioni dell’opposizione armata’ (senza però citare alcun gruppo o sigla in particolare) per chiedere loro il rispetto del cessate il fuoco annunciato venerdì sera a Ginevra. “Pensiamo che questa tregua possa essere più efficace della precedente perché potrà fermare i raid siriani contro i civili e l'opposizione". "Ancora più importante, vogliamo ottenere una conferma che voi siate pronti ad impegnarvi a rispettare questo accordo", ha scritto Ratney.

Staffan De Mistura, l’inviato dell’Onu per la Siria, si dice convinto che questa volta la tregua verrà rispettata e che permetterà l’apertura di un dialogo politico tra le parti in causa già a partire da ottobre. "Raramente ho visto una tale e reale determinazione russo-americana ad affrontare i problemi che li uniscono: lotta al Daesh e fine del massacro siriano, anche se restano i disaccordi sul futuro assetto politico della Siria" ha dichiarato il dirigente Onu secondo il quale "la parte innovativa dell'accordo è che prevede lo stop all'aviazione siriana, tranne casi specifici" come chiesto insistentemente dal regime turco nei giorni scorsi. In cambio parte delle opposizioni siriane e Washington avrebbero implicitamente accettato la permanenza al potere del presidente Assad almeno all’inizio di una eventuale fase di transizione che metta fine ad una guerra costata circa quattrocentomila morti.

Ma molti degli attori della contesa siriana sono assai meno ottimisti rispetto alla reale tenuta del cessate il fuoco che dovrebbe scattare domani, in occasione dell’inizio della festa del Sacrificio – Eid el-Adha – che segna l’inizio del pellegrinaggio alla Mecca dei musulmani.

Le incognite e gli ostacoli sono molti, e potrebbero essere il risultato delle ambizioni di potenze locali – in particolare Arabia Saudita, Turchia e Israele – assai restie a rispettare le indicazioni di Washington ormai in contrasto con i propri interessi egemonici ed espansionistici nell’area.
Ad esempio il ministro degli esteri turco Cavusoglu insiste sul fatto che “è necessario ripulire la Siria e l’Iraq dai terroristi”, includendo ovviamente nella categoria anche le Unità di Protezione del Popolo, le Ypg finora sostenute tanto da Washington che da Mosca ma che una invasione di truppe corazzate di Ankara e di migliaia di mercenari dell’Esercito Siriano Libero sta ricacciando ad est dell’Eufrate. Inoltre Ankara, dopo aver imposto agli Usa una ‘zona cuscinetto’ turca nel nord della Siria, continua a tirare Obama per la giacchetta, chiedendo il sostegno aereo statunitense alle proprie truppe con l’obiettivo di cacciare lo Stato Islamico da Raqqa e impedire così che la città venga liberata dalle milizie curde o dalle forze lealiste siriane, un duello in corso anche nella cruciale Aleppo.

Mentre Israele ha bombardato alcune postazioni dell’esercito di Damasco in Golan proprio alla vigilia dell’annuncio del raggiungimento dell’accordo sulla Siria – un più che esplicito avvertimento agli ‘amici’ di Washington da parte dello ‘stato ebraico’ – difficilmente le petromonarchie del blocco sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita potranno subire senza colpo ferire un assetto che ne penalizza le ambizioni. L’apertura da parte di Riad di un nuovo fronte con l’Iran e tutti gli sciiti, definiti ‘non musulmani’ e di fatto espulsi dall'imminente pellegrinaggio alla Mecca, sembra preludere a un’azione di disturbo che potrebbe vedere una escalation nei prossimi giorni.

Da parte loro sia Damasco sia Teheran non si fidano nel tutto della protezione russa e potrebbero mettere in campo alcune contromisure, tentando di condizionare preventivamente Putin, ben sapendo che Mosca potrebbe cedere facilmente in Siria rispetto alle pretese di Washingon, della Turchia, delle petromonarchie o di Israele in cambio di concessioni da parte di Washington in altri scenari, in altri territori interessati dalla ‘guerra mondiale a pezzi’.

Anche la decisione da parte di 73 organizzazioni non governative – per la maggior parte legate agli Stati Uniti e/o ai ribelli siriani e alle potenze sunnite – di sospendere la cooperazione con le Nazioni Unite per protestare contro quella che in una nota hanno definito la “manipolazione degli sforzi umanitari” da parte del regime di Assad e contro la presunta incapacità dell’Onu di resistere alle pressioni di Damasco, potrebbe rappresentare un grave ostacolo alla distribuzione degli aiuti alla popolazione delle aree assediate e all’apertura di eventuali corridoi umanitari, punti entrambi contenuti nel testo dell’accordo accettato anche dal governo siriano.

Insomma, quella che dovrebbe scattare domani non sarebbe la prima tregua annunciata in pompa magna e risoltasi poi in un nulla di fatto.

12 settembre 2016

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Brasile, la ragione e la storia

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tratto da pagina12.com

José Natanson (*)

Il carattere anomalo dell’impeachment contro Dilma Rousseff -anomalo perché il fatto di aver rispettato ritualmente i passi costituzionali non è riuscito a occultare il dato fondamentale, cioè l’assenza del delitto- non deve impedirci di analizzare gli errori che lo hanno reso possibile, non per colpire il pugile già al tappeto ma per cercare di salvare il salvabile in un processo che merita attenzione.

E in questo senso la prima cosa che occorre mettere in evidenza è il cambiamento di contesto. Com’è noto, a partire dal 2002-2003 l’America Latina ha vissuto un decennio di alta crescita economica che in alcuni Paesi ha raggiunto tassi cinesi (anche se si dovrebbe rivedere questo paragone perché ormai la Cina non cresce più a tassi cinesi). Il Brasile, anche se è cresciuto a un ritmo più lento della media regionale, è cresciuto in modo sostenuto finché, a un certo momento tra il 2011 e il 2012, si è fermato. La risposta di Dilma a questo cambio di direzione del vento è stata la peggiore tra tutte quelle possibili: tradendo le sue promesse elettorali, ha imposto un aggiustamento ortodosso non molto diverso da quello che proponeva l’opposizione di destra durante la campagna elettorale, incaricando di questo compito il banchiere ultraliberale Joaquim Levy al quale dopo ha tolto l’appoggio, a tal punto che alla fine rifiutava di farsi fotografare con lui.

Con tutte le variabili macroeconomiche -crescita, inflazione, disoccupazione, deficit- allineate contro, si è aperta l’opportunità di una convergenza tra il potere economico, la giustizia e i partiti di destra, tra i quali sopravvivono formazioni clerico-fasciste che farebbero arrossire anche Cecilia Pando [esponente dell’estrema destra argentina, ndt]. I media sono stati decisivi ma non determinanti: a dire il vero lo stesso schieramento mediatico egemonizzato da Rete Globo aveva provato senza successo un’accusa simile contro Lula a proposito dello scandalo del “mensalão” [mazzette ndt] nel 2005. L’offensiva, costruita intorno a una serie di accuse abbastanza fondate che coinvolgevano metà della classe politica, compresa la prima linea del PT ma esclusa signicativamente la stessa Dilma, aveva accentuato la fragilità del governo.

Di fronte a questo scenario molto impegnativo che non si aspettava, la presidentessa non ha trovato una via d’uscita: da una parte ha rifiutato di negoziare con i poteri reali e i loro rappresentanti parlamentari la formazione di una coalizione che le permettesse, anche volgendo le spalle alla società, di governare fino al termine del mandato con politiche di stabilizzazione e aggiustamento, come aveva fatto Fernando Henrique Cardoso nel suo secondo governo. Ma non si è attivata neanche per convocare un plebiscito che desse impulso alla riforma politica o le elezioni anticipate. Dotata di una qualità etica (o di una rigidità tattica) diversa da quella di Lula, non ha voluto procedere sulla strada insaponata di un patto con gli impresentabili del Congresso né si è sentita sufficientemente sicura da affrontare il salto nel vuoto di un referendum che ha recentemente evocato quando non era più nelle sue prerogative convocare. Alla fine Dilma è rimasta semi-paralizzata, governando nel vuoto.

Perché oltretutto, e qui la responsabilità è più di Lula che sua, il PT aveva prodotto un sorprendente processo di smobilitazione della sua base politica. Provvisto di alcuni dei migliori quadri politici del Brasile, una dote di iscritti che a un certo momento ha raggiunto i due milioni e un leader fuoriserie, il PT è arrivato al governo sulla spinta di una epopea storica che risale agli scioperi contro la dittatura nell’ABC paulista [una zona industriale dello Stato di San Paolo, ndt] e in poco tempo, quasi senza rendersene conto, si è intiepidito. Rilassato comodamente nell’ovatta dello Stato brasiliano, ha perso tensione e senso, cosa che spiega la mistura di apatia e astio con cui è stata accolta la notizia dell’impeachment: per quanto una parte della società brasiliana fosse contro la rimozione di Dilma, pochi erano disposti a fare qualcosa per impedirlo.

Su questo aspetto, il contrasto con il Venezuela è illuminante. A differenza del PT e del Frente Amplio uruguagio, nati in un contesto di lotta contro le dittature, e a differenza anche del MAS boliviano, una costruzione politica per la quale sono occorsi decenni e scaturita dal sindacalismo cocalero del Chapare, l’arrivo al potere di Hugo Chávez è stato prodotto di un incidente, diremmo quasi di una carambola della storia, come quella di Rafael Correa e in un certo senso anche quella di Néstor Kirchner. In sostanza un paracadutista, Chávez è atterrato inaspettatamente a Palazzo Miraflores circondato solo da un pugno di seguaci inesperti e forse per questo si è dato la pena di costruire, inevitabilmente dall’alto, una base militante capace di sostenerlo nei momenti difficili: probabilmente è l’insistenza ostinata di questo zoccolo duro inamovibile ciò che spiega come il chavismo riesca a mantenersi in piedi nonostante l’“ora cade” che viene ripetuto da anni (rimane il dubbio se l’altra faccia di questa base incondizionata, il costo effettivo della sua costruzione e sostentamento, non siano proprio alcuni dei tratti più criticabili del regime venezuelano: le derive autoritarie, la corruzione sfrenata, la deistituzionalizzazione rampante; in altre parole, fino a che punto i tratti negativi del chavismo sono deviazioni correggibili o piuttosto la condizione necessaria per la sua sopravvivenza?).

Però parlavamo del Brasile e del processo di smobilitazione del PT, che in parte spiega la sua caduta e che a sua volta è il risultato del cambiamento nella conformazione del suo elettorato. In realtà, dalla sua fondazione negli anni ‘80 all’arrivo di Lula alla presidenza nel 2003, la base sociale del PT era composta da operai qualificati e dalle classi medie progressiste dei grandi centri urbani. Fondato sullo stile del laburismo britannico, il PT è nato come un tipico partito delle masse industriali radicato soprattutto negli stati moderni del sud e del centro, che perdeva sistematicamente nelle zone africanizzate del nordest, dove venivano rieletti senza difficoltà vecchi caudillos di destra che qui chiameremmo “popolar-conservatori”. Questa equazione si invertì durante la prima presidenza di Lula, quando lo scandalo del mensalão provocò l’allontanamento di parte dell’elettorato originario che tuttavia fu compensato dal crescente appoggio del sottoproletariato nordestino, beneficiato dal favoloso processo di inclusione promosso dal governo. Siccome tra la prima vittoria presidenziale di Lula nel 2002 e la sua rielezione nel 2006 la percentuale di voti fu praticamente la stessa, questo movimento tellurico dell’elettorato passò relativamente inosservato finché il politologo André Singer lo individuò e lo definì come il passaggio dal “petismo” al “lulismo”.

Dilma, che è lulista ma non è Lula, nel senso che fu eletta e rieletta con i voti dei settori più poveri della società ma gli manca la storia di vita e il carisma del suo padrino, ha mantenuto il modello dell’inclusione tramite consumo avviato da Lula, senza preoccuparsi di far crescere l’attivismo politico, costruire potere popolare o, diciamo, dare potere alle masse. Si è trovata con un partito smobilitato, che ha coltivato poco e che quando è arrivato il momento cruciale, non aveva l’energia né le risorse per difenderla.

Ma il modo in cui è caduta Dilma si spiega anche con una tradizione brasiliana che risale all’inizio della sua storia nazionale. A differenza delle guerre sanguinose che hanno segnato l’indipendenza dell’America spagnola, il Brasile si separò dal Portogallo per una decisione politica di Pedro I, il principe ereditario, accettata senza resistenza da suo padre, e più tardi, nel 1889, diventò repubblica mediante una disposizione altrettanto amministrativa (questo ha fatto sì che la storia brasiliana sia una storia sprovvista di eroi e statue, senza un Bolívar o un San Martín da venerare). Allo stesso modo, la versione brasiliana del populismo, il varguismo, fu un movimento redistributivo e inclusivo ma nel quale la componente della mobilitazione era notevolmente attenuata (diciamo un peronismo senza 17 ottobre). Molto più tardi, l’ebollizione degli anni ‘60 creò un movimento guerrigliero entusiasta ma disperso e senza forza, almeno in confronto con Argentina, Uruguay o Cile, e poi la dittatura, anche se naturalmente torturò e uccise, non creò un sistema di campi di concentramento in stile argentino e permise perfino il funzionamento controllato del Congresso, che non fu mai chiuso. Anche il recupero della democrazia avvenne in modo negoziato, “sicuro”, secondo la famosa definizione di Geisel, il generale che la iniziò, a tal punto che il primo presidente democratico, Tancredo Neves, non fu eletto con un voto diretto ma mediante il vecchio sistema di collegi elettorali creato dai militari.

Quello che voglio dire con questo è che la storia brasiliana è essenzialmente una storia di patti tra élites, che sono quelle che governano realmente il Brasile, diversamente da quello che succede in ogni altro Paese della regione salvo quelli del Centroamerica. Gli effetti di questa tradizione sono paradossali: se da una parte ha permesso al Brasile di evitare “picchi di sofferenza” come quelli registrati in Argentina (le lotte tra unitari e federali, la dittatura, le Malvine, il 2001), dall’altro ha gravemente limitato l‘incidenza della popolazione nelle decisioni nazionali, come ha confermato la passività sociale della scorsa settimana. La significativa assenza in Brasile di una Plaza de Mayo, questo centro simbolico della politica argentina dove la gente marcia periodicamente per festeggiare o abbattere governi, non risponde tanto a una questione urbanistica ma di storia politica. E anche, chiaramente, alla decisione di Kubitschek di spostare la capitale in mezzo alla foresta, esplicabile con la strategia sviluppista di portare la civiltà nel deserto ma anche con l’intenzione di allontanare il centro delle decisioni politiche dalle masse che abitano i grandi conglomerati urbani.

Concludiamo quindi rilevando che la rimozione di Dilma, e il modo sordo, quasi senza rumore, con il quale è stata sloggiata dal potere, si spiega con l’offensiva senza scrupoli della destra e con la forma di costruzione politica scelta dal PT ma anche con una tradizione storica tipicamente brasiliana. La caduta di Dilma conferma un modello e sottolinea una cultura politica. E apre una nuova epoca in Sudamerica, che negli ultimi tempi stiamo iniziando a decifrare. I suoi errori, che ora appaiono evidenti, non dovrebbero oscurare il fatto che il suo governo come quelli di Lula prima, sono riusciti a combinare, come mai dopo il varguismo, stabilità economica, libertà politica e inclusione sociale, tre condizioni che sembra difficile possano tornare a coniugarsi nel prossimo futuro.

(*) José Natanson è direttore de Le Monde Diplomatique, edizione Cono Sud

traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Settembre 2016 12:56

Brasile: destituita Dilma, America Latina sempre più a destra

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Alla fine il Senato del Brasile ha approvato oggi la mozione di destituzione della presidente Dilma Rousseff, ponendo così termine a 13 anni di governo del Partito dei Lavoratori – alleato con numerose formazioni di centrodestra e centrosinistra, la maggior parte dei quali gli hanno voltato le spalle negli ultimi mesi – nel paese sudamericano. I senatori hanno votato 61 a 20 a favore dell'impeachment in base all'accusa che la presidente avrebbe manipolato il bilancio dello stato per garantirsi la rielezione.

Ora Michel Temer, 75 anni, ex vice presidente di Rousseff della quale ha accelerato la caduta, assumerà pienamente la presidenza. Impopolare come la rivale e coinvolto in numerosi scandali per corruzione, Michel Temer giurerà in Parlamento in giornata nel corso di una breve cerimonia, prima di volare in Cina per partecipare al G20. Temer esercita già la presidenza ad interim dopo la sospensione, il 12 maggio scorso da parte del Senato, della prima donna eletta, nel 2010, alla guida del quinto Paese più popoloso del pianeta. Sprofondato in una crisi economica e politica di storiche dimensioni (anche a causa del rallentamento di tutti i Brics e del crollo del prezzo del petrolio e del gas), sullo sfondo di un mega-scandalo di corruzione, il Brasile torna in mano alle destre e alle oligarchie che guardano a Washington e mirano a cancellare la maggior parte delle riforme sociali varate dai governi guidati dal PT a partire dal 2003, anno dell’elezioni di Luiz Inacio Lula da Silva, che hanno permesso a circa 40 milioni di brasiliani di uscire dalla miseria.

Intanto ieri davanti al Senato brasiliano dove era in corso il dibattito sull’impeachment manifestanti di sinistra e polizia si sono scontrati; le forze dell’ordine hanno usato i gas lacrimogeni nel tentativo di disperdere la folla che gridava al golpe in riferimento al complotto delle destre che ha portato alla rimozione di Dilma Rousseff dalla presidenza. Gli strali dei sostenitori delle forze di sinistra – che non risparmiano critiche ad un Pt che negli ultimi anni ha perso ogni spinta al cambiamento sociale e si è limitato a governare insieme a quelle forze politiche di destra che poi gli hanno teso una trappola mortale – puntano il dito in particolare contro Temer, leader del Partito Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb), ex alleato della presidente destituita e che ora potrà governare fino al 2018 defraudando più di 50 milioni di elettori brasiliani che alle presidenziali avevano scelto la candidata del Pt. Appena designato alla presidenza, Temer ha formato un governo di destra e liberista, tutto di bianchi e di esponenti dell’oligarchia che come primo provvedimento hanno varato un mega piano di privatizzazioni, in particolare ai danni dell’azienda petrolifera di stato, la Petrobras, saccheggiata negli ultimi anni da quegli stessi esponenti politici reazionari che ora sono riusciti a destituire Dilma Rousseff accusata non di corruzione (non è infatti coinvolta in nessuna inchiesta giudiziaria) ma di aver ‘alterato’ il bilancio dello Stato per evitare che la crisi economica che investe il paese apparisse in tutta la sua gravità di fronte all’opinione pubblica. Mentre la magistratura ha chiesto le dimissioni e l’arresto di Renan Calheiros, presidente del Senato accusato di corruzione e il presidente della Camera, Eduardo Cunha, è stato a sua volta destituito, dal 12 maggio numerosi sono stati i nuovi ministri che si sono dovuti dimettere per lo stesso motivo o per evidenti conflitti di interesse.

Ora, dopo l’ennesima sconfitta, probabilmente Dilma Rousseff ricorrerà alla Corte Suprema, come ha già annunciato nei giorni scorsi. Mentre scriviamo  i senatori devono ancora votare sulla possibilità che Rousseff sia inabilitata da ogni incarico pubblico per i prossimi otto anni. Secondo la Costituzione brasiliana, un presidente destituito dovrebbe perdere i diritti politici per otto anni e non poter ricoprire alcun incarico governativo, né ruoli di insegnamento in università pubbliche. Il PT ha però chiesto e ottenuto che si tenessero due voti distinti, ottenendo l'assenso del presidente del Supremo tribunale federale, Ricardo Lewandowski.

1 settembre 2016

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Fallisce il negoziato sul Ttip: non abbassiamo la guardia

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“Il TTIP è fallito”: così il Ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel. Stop TTIP Italia: “Importante risultato, ma non abbassiamo la guardia. E il prossimo Consiglio Europeo di Bratislava metta la parola fine su TTIP e CETA”

Tratto da Stop TTIP-Italia

C’è voluta la dichiarazione del vice cancelliere tedesco e ministro dell’Economia, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, per mettere la parola fine ai negoziati sul TTIP, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, di cui si è concluso nel luglio scorso a Bruxelles il 14° round negoziale. In un’intervista alla rete ZDF Gabriel ha dichiarato che i negoziati sul TTIP sono «di fatto falliti perché noi europei non possiamo accettare supinamente le richiesta americane». Un colpo pesante a quei Paesi membri, Italia in testa, che del Trattato Transatlantico era sostenitori in prima persona.

“Una dichiarazione importante perché fa proprie le preoccupazioni della società civile europea e statunitense” dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma c’è comunque da tenere gli occhi aperti: se Sigmar Gabriel sottolinea ciò che da anni hanno sostenuto Stop TTIP Italia e le altre campagne europee, questo non significa che non possa trattarsi di tattica negoziale. Capiremo cosa accade al Consiglio Europeo di Bratislava di settembre dove, tra l’altro, si parlerà anche del preoccupante Accordo con il Canada, il CETA, già approvato ma che grazie alle pressioni dal basso abbiamo ottenuto che venga ratificato anche dai Parlamenti nazionali, senza esautorare i nostri Parlamentari da una decisione così importante per l’economia del nostro Paese. Da Bratislava dovrà uscire un secco stop al TTIP e al CETA, come richiesto dalla maggioranza dei cittadini europei”.

“La dichiarazione di Sigmar Gabriel dovrebbe aprire un serio dibattito interno all’Europa e al nostro Governo su come vengano decise le priorità politiche ed economiche” sottolinea Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma l’eventuale e auspicato blocco del negoziato TTIP non risolve il problema: l’accordo con il Canada ormai approvato va bloccato in sede parlamentare, facendo mancare la ratifica da parte di alcuni Paesi membri. Hanno sempre presentato il CETA come precursore del TTIP: una sua approvazione presenterebbe molti dei problemi che il TTIP portava con sé, a cominciare dal dispositivo di tutela degli investimenti, la cui riforma non ci rassicura per nulla sulla tenuta dei diritti sociali e ambientali”.

“Una buona notizia, emersa grazie a milioni di persone che si sono opposte e a una pressione dal basso che ha chiesto a gran voce di non derogare sui diritti e sulla qualità” dichiara Marco Bersani, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma un risultato così importante per la società civile non deve farci dimenticare che serve un vero e proprio ribaltamento della politica commerciale europea, ad oggi basata troppo sulla spinta verso la liberalizzazione dei mercati e l’austerità, e troppo poco verso un processo realmente rispettoso delle persone e dell’ambiente”.

28 agosto 2016

http://www.dinamopress.it/news/fallisce-il-negoziato-sul-ttip-non-abbassiamo-la-guardia

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 31 Agosto 2016 18:38

Erdogan invade il Rojava: la rivoluzione è sotto attacco

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Nuova offensiva turca nel nord della Siria con la benedizione degli USA e del Cremlino.Obiettivo: fermare il confederalismo democratico. I Curdi , rischiano ora di essere moneta di scambio tra Erdogan, Obama e Putin.

kurdistan turchia invasionetratto da http://www.dinamopress.it/

Alcuni tweet lanciati da attivisti curdi nella tarda serata di martedì 23 agosto preannunciano l'inizio dell'operazione. La città di Karkamis, gemella di Jarablus sull'altro lato del confine turco-siriano è stata evacuata. Dopo 3 giorni di bombardamenti contro “ISIS e PYD” centinaia di truppe e decine di carri armati sono schierati per chilometri lungo quella striscia di terra che la Turchia condivide da oltre 2 anni e mezzo con ISIS. Poche ore dopo viene lanciata ufficialmente l'operazione “Scudo dell'Eufrate”.

“Scudo dell'Eufrate'”: impedire che Jarablus venga liberata dai curdi

Alle 4 di notte la Turchia invade ufficialmente il nord della Siria sconfinando con oltre 30 carri armati e circa 1000 uomini immortalati in una lunga fila indiana mentre marciano verso il confine. Piuttosto che prepararsi alla battaglia per la liberazione di una città occupata da Daesh, sembrano più impegnati a scattare selfie, posare per i fotografi e salutare alzando talvolta le armi, talvolta facendo il “gesto delle corna”, il saluto fascista utilizzato dal movimento dei lupi grigi legato a doppio filo con il suo braccio politico, il partito dell'MHP.

Accompagnati dai tank e dai comandanti turchi ci sono gli uomini che Erdoğan e l'Occidente hanno sempre definito i “ribelli moderati”. Stiamo parlando di un pezzo di quella galassia di sigle che sta sotto la definizione di Free Syrian Army e che possiamo racchiudere in particolare nel “battaglione del nord”.

A prendere parte ufficialmente all'operazione con l'esercito turco sono le formazioni Harakat Nour al-Din al-Zenki, Jaish al-Tahrir, Sultan Murad Division e la 13th Division. Stiamo parlando di formazione jihadiste che hanno operato per lo più nella zona di Aleppo e Latakia, soprattutto per quanto riguarda la brigata turcomanna (comandata da Alparslan Çelik, membro dei lupi grigi) che poi è la stessa passata agli onori della cronaca per aver ucciso i piloti russi abbattuti dall'aviazione di Erdoğan. In ogni caso tutte queste formazioni hanno ricevuto l'appoggio diretto, soprattutto in termini finanziari, di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti che le ha rifornite di armi pesanti quali i missili anticarro BGM-71 TOW.

Tutti questi gruppi sono stati accusati di crimini di guerra da diverse ONG internazionali come Amnesty International. Solo di pochi mesi fa è il terribile video che mostra miliziani di Harakat Nour al-Din al-Zenki torturare e infine decapitare ad Aleppo il bambino palestinese Abdullah Issa. Inoltre da diverse fonti pare confermato che nei giorni immediatamente precedenti all'operazione, sia avvenuta una opera di reclutamento all'interno dei campi profughi AFAD in Turchia.

Una fonte che vuole rimanere anonima ha dichiarato ai microfoni di Firat News: “Questi gruppi si sono avvicinati ai campi AFAD per reclutare membri. Hanno reclutato centinaia di ragazzi di età compresa tra i 14 e i 16 anni dietro il pagamento di una somma di 300 dollari a persona”.

Verso metà mattinata i media turchi che seguono in diretta le operazioni danno la notizia che le truppe sono entrare 3 km in territorio siriano, mentre dall'alto gli aerei da guerra della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti danno man forte all'operazione lanciando diversi raid su Jarablus. In breve giungono notizie di 29 civili uccisi durante i raid, che aumenteranno poi a 49 a fine giornata.

In contemporanea l'artiglieria turca bombarda postazioni YPG a Derik nel cantone di Cizire, circa 430 km a est di Jarablus ferendo un combattente.

Nel frattempo circa 3000 persone lasciano Jarablus e si dirigono verso le aree liberate dalla coalizione SDF subito a nord di Manbij.

Dopo neanche 12 ore dall'inizio dell'operazione, Turchia e gruppi FSA annunciano di aver raggiunto il centro di Jarablus prendendo il controllo della città. Video postati su twitter mostrano i miliziani aggirarsi in una città totalmente deserta.

Una liberazione lampo avvenuta senza neanche sparare un colpo: nessun segno di battaglia, nessun membro del Daesh ucciso o anche solo ferito, nessuna presenza di mine ed esplosive che pure rappresentano il maggior pericolo nelle città appena liberate dal controllo di ISIS. Basti pensare che l'operazione lanciata dal consiglio militare di Manbij per liberare la città è durata 73 giorni con pesanti scontri, circa 4000 miliziani Daesh uccisi e poco meno di 300 combattenti SDF caduti nell'impresa di scacciare ISIS, oltre ad una città disseminata di mine che hanno provocato diverse vittime, tra cui molti bambini.

In effetti diverse fonti locali hanno riportato di come ISIS abbia iniziato il ritiro dalla città a partire dalla settimana precedente, spostandosi oltre confine (in Turchia) oppure verso sud andando a rinforzare la linea del fronte nella battaglia contro la coalizione guidata dai curdi.

Altri pare abbiano solamente cambiato divisa, indossando quella dei gruppi FSA e unendosi a loro, così come annunciato via tweet da uno dei leader della città. Un abitante di Karakuyu, villaggio situato a 12-13 km da Jarablus, ha poi confermato in un’intervista l’assenza di scontri e come miliziani di Daesh, a gruppi di 10-15 per volta, abbiano abbandonato la città dirigendosi verso il confine turco a bordo di veicoli privati.

L'antefatto

Così come avvenuto nell'estate dello scorso anno quando dopo il massacro di Suruç la Turchia lanciò un’operazione contro ISIS, ma che nei fatti colpì da subito le basi del PKK, anche l'operazione “Scudo dell'Eufrate” è partita prendendo come pretesto l'attentato bomba che ha colpito un matrimonio curdo a Gaziantep, cui partecipavano militanti ed esponenti del partito HDP.

Da qui la necessità di “proteggere i confini della Turchia” e “prendere le dovute misure per proteggere il paese”, dichiarazioni che hanno ricevuto il supporto internazionale dell'Occidente verso la Turchia e il suo presidente Erdoğan.

Ma non solo. Il 22 agosto, ovvero solo 2 giorni prima dell'entrata turca in Siria, veniva annunciata la formazione del consiglio militare di Jarablus per la liberazione della città. Così come già avvenuto per Manbij, nel solco dell'autonomia e dell'autodeterminazione dei popoli, brigate, formazioni, unità di difesa popolari locali si erano riuniti come primo passo verso l'operazione che voleva portare alla liberazione della città ed alla scacciata di ISIS.

A solo 3 ore dalla conferenza stampa, il comandante generale Abdulsettar El-Cadirî, lo stesso che aveva dato lettura del comunicato, è stato assassinato da due agenti del MIT, poi successivamente catturati vivi. Un preambolo di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco con l'invasione turca.

Jarablus per la Turchia: sostegno a Daesh, guerra ai curdi

Jarablus è una città di confine a ovest dell'Eufrate, ufficialmente occupata dall'ISIS dal 6 Gennaio del 2014 dopo aver scacciato gli altri ribelli anti-Assad che la controllavano dal 20 Luglio 2012.

Città storicamente a maggioranza curda, come altre paesi e villaggi nel nord della Siria, ha subito i processi di arabizzazione e assimilazione forzata iniziati con Assad padre e continuati negli anni successivi dall'attuale presidente Bashar Al-Assad.

Oggi la città è abitata in maggior parte da arabi, curdi e turcomanni. Questa piccola città di confine ha da subito assunto un ruolo di importanza strategica tanto per ISIS quanto per la Turchia. Dal momento in cui Daesh ha assunto il controllo dell'area, e in particolare dopo l'avanzata delle forze curde dello YPG successiva alla liberazione di Kobane (Gennaio 2015) e Tall Abyad (Giugno 2015), questa striscia di terra che corre lungo il confine turco-siriano per 90 km ha rappresentato per Daesh il maggior punto di transito in termini di rifornimenti di uomini, mezzi, armi e fertilizzanti utilizzati per produrre esplosivi.

isis turchi salutanoLungo quel confine è stato documentato – da parte di diversi media internazionali – come i volontari che vogliono unirsi alle fila dell'IS possano transitare con una certa facilità partendo dalla Turchia, e come in Turchia – proprio nella provincia di Gaziantep – avvenga lo smistamento del petrolio che lo stato islamico raffina nei giacimenti sotto il suo controllo nelle zone di Raqqa e Mosul.

Foto risalenti all'estate dello scorso anno hanno immortalato miliziani Daesh e soldati turchi a pochi metri l'uno dall'altro mentre si salutano, o gruppi di uomini del Califfato attraversare proprio quel confine, totalmente impermeabile invece per i profughi in fuga dalla guerra.

Dietro le “operazioni” e i “passaggi” al confine è spesso documentato il coinvolgimento del MIT, i servizi segreti turchi, come ad esempio nel gennaio 2015 quando due autobus scortati proprio dagli 007 turchi prelevarono 72 miliziani del gruppo armato jihadista nel campo di Atme in Siria per poi accompagnarli, via Turchia, fino alla cittadina di confine di Tall Abyad, dove gli uomini del califfo Al-Baghdadi stavano lanciando una nuova offensiva contro YPG e YPJ.

E ancora nel mese di ottobre 2015, a poche settimane dalle elezioni nazionali del 1° novembre, un video mostra un bus elettorale dell'AKP (il partito di Erdoğan) girare proprio per le vie di Jarablus nella mani di Daesh, mentre lancia slogan elettorali e diffonde la musica dell'inno imperiale ottomano.

Perché la Turchia entra in Siria?

È bastata solo qualche ora per chiarire che l'obiettivo della Turchia non era difendere il proprio confine da ISIS, bensì impedire la creazione di un “corridoio curdo”. Lo stesso Erdoğan ieri mattina ha dichiarato durante una cerimonia, che il principale obiettivo dell'operazione è il PYD (Partito dell'Unione Democratica) ovvero il maggiore attore in campo nella battaglia contro Daesh (YPG e YPJ sono le ali militari del partito) e fautore della rivoluzione del Rojava. Non c'erano dubbi a riguardo.

More footage of #Jarablus city center showing calm & no clashes, proving Daesh evacuated the city a while ago pic.twitter.com/a8XEkoxc91

— Mare (@nighttides) 24 agosto 2016

Prevenire il “corridoio curdo” nei fatti significa evitare a tutti i costi la scacciata di Daesh da quel pezzo di confine, che segnerebbe l'unione dei 3 cantoni del Rojava e la continuità territoriale finora mai realizzata dall'inizio della rivoluzione nel 2012. Si tratterebbe inoltre di mettere i bastoni tra le ruote a un progetto più ampio, che non riguarda solo i curdi, ma tutte le popolazioni e le etnie che vivono nel nord della Siria.

Con la conquista dei territori a ovest dell'Eufrate si realizzerebbe di fatto il progetto della “Federazione del nord della Siria”. Un progetto politico ufficializzato con il congresso tenutosi a Rmeilan il 16 marzo 2016, che esprime la volontà di autogoverno nel solco del confederalismo democratico, da parte delle popolazioni del nord della Siria.

Proprio della nuovo sistema federale farebbe parte il 4° cantone, quello di Shahba, che geograficamente va proprio da Jarablus fino al cantone di Afrin a ovest di Aleppo, e che vede Manbij come “capitale”.

La guerra oltre il confine: il doppio fronte

Nel complicato puzzle che si va a formare in queste ore, è da tenere in considerazione che la Turchia, con l'invasione di fatto del Rojava, apre un nuovo fronte di guerra oltre quello interno che da un anno a questa parte ha ripreso vigore.

Un anno di guerra contro la popolazione curda nel sud-est del paese attraverso le dichiarazioni di coprifuoco e le distruzioni delle città, la repressione politica contro l'opposizione HDP e i bombardamenti sulle montagne di Qandil, hanno spinto il PKK ha riprendere il conflitto con la Turchia con una intensità che non si verificava da anni. Gli ultimi mesi hanno segnato una débâcle militare per gli uomini di Ankara.

Rispondendo ai massacri compiuti dall'esercito turco e all'isolamento a cui è sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan, il PKK ha compiuto un salto di qualità nella guerra contro l'invasore turco.

Secondo i dati forniti da HPG (ala militare del PKK) nell'ultimo anno quasi 3000 tra militari, poliziotti e forze speciali turche sono state uccise dalle azioni portate avanti dalla guerriglia. Le ultime settimane si sono contraddistinte per continui attacchi portati non solo contro le basi militari nelle aree rurali, ma anche e soprattutto nelle città, colpendo stazioni di polizia e caserme, come avvenuto a Elazig dove a morire sono stati 105 tra forze speciali e poliziotti. Nonostante la propaganda l'esercito turco sembra essere in pesante difficoltà e le perdite sono considerevoli.

E' evidente che l'aggressione della Turchia verso il Rojava porterà a un innalzamento del livello di conflitto, tanto a livello militare con HPG, quanto come proteste della popolazione, visto che per il 1° settembre il movimento curdo ha annunciato una giornata di mobilitazione.

Lo scenario internazionale: la banderuola e l'alleato di sempre

In contemporanea con l'avvio dell'operazione “Scudo dell'Eufrate” il vice-presidente USA Joe Biden atterrava ad Ankara per incontrare il premier turco Binali Yıldırım per la prima volta dal tentativo di golpe del 15 Luglio.

Dopo le accuse turche rivolte agli Stati Uniti di essere dietro al tentativo di golpe, la prima visita americana in Turchia non poteva che preannunciare un riavvicinamento tra le due parti, tanto più che tra le prime dichiarazioni fatte da Biden all'arrivo c'era quello del supporto di Washington all'operazione.

Più tardi in conferenza stampa tutto è divenuto più chiaro: l'operazione è stata concordata con gli Stati Uniti e con l'appoggio aereo della coalizione. “Lo diciamo chiaro. Le forze curde devono ritirarsi ad est dell'eufrate, diversamente non avranno nessun appoggio da parte della coalizione” e ancora “Possiamo dire senza dubbi che gli Stati Uniti sono il miglior alleato della Turchia” queste le parole di Biden.

A molti queste dichiarazioni sono suonate come una coltellata nella schiena alle forze curde che proprio a ovest dell'Eufrate, nella liberazione di Manbij, avevano trovato il supporto di USA e coalizione internazionale.

Un comportamento apparentemente schizofrenico, che in realtà rivela quanto era già chiaro, in primis alle forze YPG e SDF. Ovvero che l'appoggio di Stati Uniti fosse totalmente tattico, strumentale e condizionato dai rapporti internazionali, con la Turchia in particolare, da sempre il più forte alleato nell'area nonché secondo esercito più importante della NATO.

Attendendo le condizioni giuste gli Stati Uniti sono ritornati a fare comunella con la Turchia, che in realtà non hanno mai smesso di sostenere, in particolare per quel che riguarda la politica interna e la guerra al PKK.

Il riavvicinamento Russia-Turchia ha sicuramente influito nell'operazione, così come i colloqui Turchia-Iran. L'attacco sferrato dalle milizie di Assad e dai gruppi affiliati Hezbollah in quel di Hasake, terminato con la scacciata delle truppe di Assad dalla città, va certamente a inserirsi in una partita geopolitica giocati sulla pelle di migliaia di persone.

Ieri si è verificato quanto le forze curde avevano chiaro da sempre: il voltafaccia degli Stati Uniti sta nella normalità di essere protagonisti di una rivoluzione assolutamente scomoda per le forze imperialiste, per gli stati-nazioni e per tutti coloro che hanno grossi interessi economici nell'area. Questo i curdi, a differenza degli anti-imperialisti di casa nostra – sempre buoni a sentenziare seduti comodamente in poltrona – lo hanno avuto sempre chiaro. Così come il ruolo tattico della collaborazione con la coalizione internazionale.

“No friends but the mountains” sembra oggi più che mai una frase che non può essere smentita.

Una verità a metà: i curdi certamente non hanno amici tra i potenti, tra i governi e gli Stati. I loro amici sono i popoli e la solidarietà che hanno sempre cercato e ottenuto è arrivata esclusivamente da questi. È complicato oggi immaginarsi quali saranno gli scenari futuri. Ieri mattina Ankara ha inviato nuovi rinforzi sul confine e altre decine di carri armati sono entrate in territorio siriano.

E di fatto ieri l'avanzata delle forze SDF verso Jarablus è continuata, arrivando a 7 km dalla città e iniziando lo scontro con le milizie FSA supportate dalla Turchia. Gli scontri sono continuati per tutta la notte portate avanti soprattutto dalle milizie arabe guidate proprio dagli abitanti di Jarablus. I gruppi supportati dalla Turchia non hanno guadagnato un centimetro, 3 nuovi villaggi sono stati liberati e per il momento i gruppi jhiadisti hanno dovuto ripiegare nuovamente verso il confine.

Oggi la rivoluzione del Rojava è più che mai sotto attacco. Il nuovo quadro del conflitto siriano rischia di mettere alle strette il sogno del confederalismo democratico. Ma dalle YPG è arrivato un messaggio chiaro: “Questa è casa nostra, stiamo combattendo e morendo per la libertà di questa terra. Non prenderemo ordini da nessuno. Continueremo a resistere.”

25 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Agosto 2016 14:27

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