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INTERNAZIONALE

Taksim non cede agli assalti della polizia, la piazza resiste! Foto e video

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Dall'attacco della polizia iniziato questa mattina all'alba, Taksim è stata per ore teatro di scontri ininterrotti tra decine di migliaia di manifestanti decisi a difendere la piazza e gli agenti che tentavano di avanzare facendosi strada con gli idranti per sfondare le barricate e con un uso indiscriminato di lacrimogeni e pallottole di gomma.

La brutalità della polizia ha causato nuovamente moltissimi feriti, alcuni gravi perché colpiti al volto dal lancio senza tregua di candelotti sparati ad altezza uomo che in breve hanno reso l'aria soffocante e irrespirabile ma le infermerie di fortuna allestite sul posto e protette dai manifestanti, il continuo affluire di nuove persone verso Taksim e la determinazione hanno costretto gli agenti a conquistare a caro prezzo ogni singolo centimetro della piazza.

Nel tardo pomeriggio il fronteggiamento che durava ormai da ore ha fatto avere la meglio alla parte di piazza Taksim che resisteva: la polizia è stata costretta ad arretrare mentre i manifestanti avanzavano riconquistando la piazza ed erigendo nuove barricate.

Gli scontri sono ripresi poche ore dopo, quando migliaia di persone hanno ricominciato ad affluire verso Taksim per una manifestazione convocata per le 19. La polizia ha di nuovo aggredito la piazza e si è spinta fino a Gezi Park (già bersagliata dai lacrimogeni da questa mattina), smentendo così definitivamente i tentativi di dividere la protesta fatti dal sindaco di Istanbul, il quale aveva affermato di voler sgomberare solo i 'provocatori' di piazza Taksim mentre gli occupanti di Gezi sarebbero stati tutelati. Una divisione rispedita prontamente al mittente da tutti i manifestanti che da giorni condividono assieme questa battaglia. In giornata il sindaco ha confermato di voler proseguire col pugno di ferro contro la rabbia di Taksim ma la protesta non accenna a scemare né a disperdersi.

Durante la giornata gli attacchi della polizia si sono estesi anche al di fuori della zona di Taksim: in mattinata più di 70 avvocati sono stati arrestati mentre protestavano al palazzo di giustizia contro la brutalità delle forze dell'ordine e esprimevano il loro sostegno ai manifestanti e dalla piazza arriva notizia di diversi giornalisti aggrediti mentre tentavano di documentare la situazione. Sempre oggi la polizia ha poi effettuato una retata in una sede del partito socialista democratico turco (Sdp), arrestando diversi militanti dell'organizzazione con la motivazione che uno dei manifestanti che questa mattina ha lanciato una molotov contro i mezzi della polizia si stesse proteggendo con uno scudo che riportava una scritta (fatta a mano) con la sigla del partito.

In questo momento sembra che la polizia abbia accantonato il tentativo di entrare a Gezi park ma a Taksim gli scontri proseguono e si preannuncia una nuova notte di battaglia al grido che da questa mattina riecheggia senza tregua per la piazza: dimissioni!

La cronaca della giornata con le corrispondenze da Istanbul (da Radio Onda d'Urto):

Attorno alle sei e mezza  – ora locale – di Istanbul oggi, martedì 11 giugno 2013, centinaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa si sono radunati sul viale principale che porta a piazza Taksim, dove si tiene il presidio dei dimostranti contro la distruzione del parco Gezi e contro la politica del premier Erdogan. I poliziotti, con l’appoggio di blindati con cannoni ad acqua, hanno attaccato le barricate intorno alla piazza, facendo un uso massiccio di lacrimogeni. Da GeziRadyo, la radio gestita dagli attivisti di Piazza Taksim, rimbalza la notizia dell’uso di pallottole di gomma da parte della polizia contro i manifestanti. Decine i feriti e gli arrestati.

Ore 17.00: La polizia con l’appoggio di blindati con cannoni ad acqua dopo aver attaccato le barricate intorno a piazza Taksim nel primo pomeriggio ha attaccato anche Gezi park, facendo un uso massiccio di lacrimogeni. Decine i feriti e gli arrestati. Tra questi anche 20 avvocati che difendono i manifestanti, fermati questa mattina nel tribunale Çağlayan, mentre stavano per fare un comunicato di solidarietà agli occupanti del parco Gezi. Continuano duri scontri: lacrimogeni e idranti da un lato, pietre e bottiglie dall’altro. Su tutto, lo slogan ripetuto in continuazione: “Dimissioni”.

Per l’Associazione medici turchi Tbb almeno 100 manifestanti sono stati feriti oggi, 5 dei quali sono gravi. Dall’inizio della protesta antigovernativa, in tutta la Turchia tre manifestanti sono stati uccisi e 5mila feriti.
La piattaforma Solidarity che riunisce tutti quelli che stanno manifestando per il parco Gezi ha convocato una nuova manifestazione a Taksim alle 19 ora di Istanbul, le 18 ora italiana. Intanto il presidente Abdullah Gül ha approvato la legge che prevede la restrizione della vendita e dell’esposizione di alcolici nel paese, uno dei motivi alla base delle proteste degli ultimi giorni a piazza Taksim e nel resto del paese. Ancora Serena da Istanbul.

Ore 10.00: Da Istanbul a Ankara, dove ieri sera quando la polizia ha disperso, nell’undicesimo giorno di proteste antigovernative, migliaia di giovani radunatasi a Tunali Hilmi, nel pieno centro città.  Le violenze di Istanbul e Ankara arrivano dopo l’annuncio, fatto solo ieri dal premier Erdogan, di un incontro domani con i rappresentanti della protesta di Gezi Park. Il premier ha comunque già ribadito la prosecuzione del taglio dei 600 alberi e la costruzione di una caserma e di una moschea. Anche qui, la volontà è quella di dividere: Erdogan incontrerà i rappresentati di #occupygezi, ma non la cosiddetta “Piattaforma Taksim”, che rappresenta la maggior parte dei manifestanti ed in particolare i tanti che, dalla semplice battaglia per un parco, hanno iniziato a contestare tout court la politica governativa.  Erdogan è poi  tornato a mostrare la faccia dura, sostenendo che “d’ora in avanti ci sarà tolleranza zero contro le proteste”. Il leader dell’opposizione socialidemocratica turca Kemal Kilicdaroglu ha reagito accusando il premier Recep Tayyip Erdogan di essere un “dittatore”. I giovani che manifestano nel paese, ha aggiunto in un discorso davanti ai deputati del suo partito Chp, vogliono “una democrazia di prima classe”. Murat Cinar, giornalista della sinistra turca.

L’ordine del governo era quello quello di confinare la protesta dentro il parco, riducendo la rabbia popolare ad una semplice questione urbanistica – la devastazione del parco – e togliendo ai giovani la centrale piazza Taksim, simbolo della lotta contro il governo conservatore islamico. Uno scippo respinto al mittente dalla piazza, dove continuano duri scontri: lacrimogeni e idranti da un lato, pietre e bottiglie dall’altro. Su tutto, lo slogan ripetuto in continuazione: “Dimissioni”. Ascolta la corrispondenza dalla piazza con Serena di DinamoPress.

Link video

tratto da http://www.infoaut.org

11 giugno 2013

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Ultimo aggiornamento Martedì 11 Giugno 2013 23:00

Furia salafita contro Hezbollah. Si accende lo scontro fra sunniti e sciiti

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Se sul piano militare la riconquista di Qusayr, il 5 giugno, da parte delle forze governative siriane è oggetto di diverse intepretazioni e previsioni, su quello settario-religioso la battaglia più importante combattuta da ribelli e lealisti rischia di riaccendere in modo violento lo scontro tra musulmani sunniti e sciiti. La diffidenza (a dir poco) con la quale i capi di stato e di governo e i leader religiosi sunniti in Medio Oriente hanno guardato all'ascesa della cosiddetta «Mezzaluna sciita» - cominciata con la rivoluzione khomeinista in Iran - si è trasformata in un misto di rabbia e panico negli ultimi anni segnati dalla crescente influenza politica e militare di Tehran.

Senza dimenticare l'ascesa al potere in Iraq della maggioranza sciita dopo l'invasione anglo-americana e la caduta di Saddam Hussein e lo status di «potenza» regionale ottenuto dell'ala militare del movimento sciita libanese Hezbollah.

Non che in questi anni sunniti e sciiti non si siano affrontati in armi o nelle piazze (in Pakistan le stragi sono quotidiane ma nessuno ne parla). Conflitti a bassa intensità si sono svolti e ancora si svolgono in Yemen, tra governativi sunniti appoggiati dai sauditi e i ribelli houthisti. In Bahrain le proteste popolari per diritti e democrazia sono liquidate dalla monarchia sunnita al potere come «manovre sciite iraniane contro la stabilità del Golfo». Nell'Est dell'Arabia saudita polizia ed esercito usano il pugno di ferro contro le riccorenti proteste sciite.

L'elenco è lungo e alla sua testa c'è il massacro tra sunniti e sciiti andato avanti per anni in Iraq e che negli ultimi mesi è ripreso, anche in conseguenza della crisi siriana.

Tuttavia la "novità" che rischia di scatenare una devastante escalation è la partecipazione di Hezbollah alla guerra civile siriana a sostegno dell'Esercito governativo. I giornali arabi ne scrivono da giorni: la capacità bellica dei (molto motivati) guerriglieri delle unità di élite di Hezbollah è stata determinante a Qusayr. Proprio questo aiuto decisivo di Hezbollah - che a quanto pare continuerà anche a Homs, Hama e Aleppo - ha provocato una crisi di nervi ai leader religiosi sunniti che più di altri covano sentimenti anti-sciiti. Questo perchè, come nei secoli scorsi così oggi, i sunniti più radicali non riconoscono come musulmani gli sciiti e ancor meno gli alawiti al potere in Siria attraverso Assad e il suo entourage.

«È il momento per il jihad», ha tuonato l'altro giorno davanti alle telecamere di una televisione saudita l'influente sceicco Mohammed el-Zoghbi, invitando i giovani di Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Kuwait, Giordania, Yemen a combattere in Siria. «Dobbiamo andare tutti a liberare la Siria da questo regime infedele, con i suoi sciiti provenienti dal Iran, sud del Libano (Hezbollah) e Iraq», ha detto. Prima di lui il predicatore egiziano Yousef Qaradawi aveva rabbiosamente denunciato Hezbollah. «E' il partito di Satana - ha detto - alleato dell'Iran che intende fare strage di musulmani... Come possono 100 milioni di sciiti sconfiggere 1,7 miliardi di sunniti? - ha chiesto - ciò avviene perché i musulmani (sunniti) sono deboli». Giovedì Abdulaziz al Sheikh, ritenuto il religioso saudita più importante, ha lanciato accuse durissime a Hezbollah. Il giorno prima i ministri degli esteri delle petromonarchie del Golfo avevano promesso l'adozione di misure, anche economiche, contro il movimento guerrigliero libanese.

Da giorni le televisioni salafite trasmettono velenosi sermoni antisciiti e chiamano alla guerra santa. In Siria già combattono migliaia di jihadisti stranieri provenienti da vari Paesi islamici, dalla Tunisia alla Somalia, spesso sotto le bandiere del Fronte al Nusra, alleato di al Qaeda. Ma i leader sunniti chiedono di più, chiedono di ripetere simbolicamente la battaglia di Karbala del 680 d.c.che, con l'uccisione di Hussein, il figlio del califfo Ali sostenuto da quelli che saranno poi noti come sciiti, segna l'inizio del dominio sunnita sull'Islam.

Chi rischia di più è il Libano - già teatro di una guerra civile lunga 15 anni - dove le tensioni tra sunniti e sciiti vanno avanti da anni. Tripoli, il nord-est del paese e la Valle della Bekaa di fatto sono già parte del conflitto siriano. E tra poco potrebbe toccare a Beirut. Nei giorni scorsi alla periferia meridionale della capitale libanese, la roccaforte di Hezbollah, migliaia di persone hanno festeggiato la vittoria di Qusayr con caroselli d'auto e con la distribuzione di dolci ai passanti. Nemmeno a Damasco si sono viste scene del genere. La rabbia dei sunniti libanesi perciò è salita alle stelle.

Parlando a Tripoli, uno dei fondatori del partito salafita in Libano, Sheik Islam al-Shahal, ha detto che «è ora di combattere». «L'occupazione iraniana del Libano deve finire - ha urlato - ogni famiglia sunnita e ogni giovane sunnita deve difendere la sua fede, la sua casa e il suo onore». Sui social networ da giorni è in corso la battaglia delle parole e delle minacce. Un giovane sunnita ha mostrato in strada un poster con una scritta molto eloquente in riferimento ai festeggiamenti sciiti a sud Beirut: «Oggi distribuiscono dolci, poi prepareranno il caffè amaro» (del lutto). La vendetta non tarderà ad arrivare e le forze di sicurezza libanesi sono in stato di allerta per evitare il peggio.

tratto da Nena News

10 giugno 2013

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Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Giugno 2013 20:59

L'europeo under 21 dell'UEFA è un ulteriore contributo all'occupazione isrealiana

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Israele_Under_21

Suhail Hani Daher Akel

Rebelión

Il colmo dell'ironia e della beffa per la tragedia del popolo palestinese: lo stesso giorno in cui si compie il 46° anniversario della seconda e totale occupazione della Palestina e della sua capitale Gerusalemme, 5 giugno 1967, l'UEFA (Union of European Football Associations), corporazione che dirige il calcio in Europa, ha organizzato l'inizio del Torneo Continentale di Calcio Under 21 in Israele.

La squadra della potenza occupante israeliana è stata inclusa nel Campionato Europeo UEFA nel 1992 e per la prima volta da allora l'UEFA, insieme con la Federazione Calcio israeliana, ha organizzato il fatidico torneo in città del territorio palestinese occupato nel 1948. La cosa più insostenibile è che l'UEFA, oltretutto, ha accettato di giocare partite, compresa la finale, nella città di Gerusalemme occupata.

Quasi come analfabeti funzionali, anche se non ai margini della realtà, i dirigenti dell'UEFA si sono uniti a Israele per violare le norme giuridiche internazionali e le risoluzioni delle Nazioni Unite su Gerusalemme, trasformata illegalmente in ‘capitale’ israeliana il 30 luglio 1980, decisione respinta dall'ONU nella sua risoluzione 478 del 20 agosto di quello stesso anno reiterata con poco successo fino ad oggi nel pieno di un fastidioso silenzio internazionale.

Nel frattempo si diffondono le pubblicità sul fatto che gli israeliani amanti del calcio avranno la grande opportunità di vedere dal vivo giocatori del calibro degli spagnoli Francisco Alarcon Suarez (Isco) del Málaga o Thiago Alcántara del Barcellona; gli italiani Luca Marrone della Juventus e Manolo Gabbiadini del Bologna, l'inglese Jordan Henderson del Liverpool, il tedesco Patrick Hermann del Borussia e l'olandese Danny Hoesen dell'Ajax. I palestinesi, da parte loro, commemoreranno l'anniversario gustandosi l'amaro sapore del massacro permanente a cui sono sottoposti ogni giorno dalla potenza occupante israeliana.

Nessuno dei Paesi membri ha avuto la forza di opporsi a partecipare ad un evento sportivo nel quadro di un sistema militarista-nucleare governato da un regime di occupazione, di violazione dei diritti umani e pulizia etnica contro l'indifesa popolazione palestinese. La cosa più clamorosa, o forse no, è la presenza di Russia e Spagna, entrambe solidali a parole con la Palestina. Il loro atteggiamento ambiguo ha svelato ancora una volta l'ipocrita politica dei due pesi e due misure, da un lato solidali e dall'altro sostegno dell'occupazione accettando di partecipare ad un torneo di calcio sulle macerie palestinesi.


Il tabellone UEFA impatta su queste macerie cariche di dolore e sofferenza per tutti questi 65 anni.

Gruppo A
5 giugno: Israele-Norvegia, ore 18.00 - Netanya (originalmente il villaggio si chiamava Umm Khaled, la sua terra fu rubata e i suoi abitanti palestinesi cacciati dai sionisti che fondarono nel 1929 l'attuale città di Netanya. Palestina esra sotto occupazione britannica).
5 giugno Inghilterra-Italia, ore 20.30 - Stadio Bloomfield, Tel Aviv (I sionisti per mezzo del terrore usurparono parte della città portuale palestinese di Jaffa e fondarono Tel Aviv nel 1909. Recentemente sono state scoperte 6 fosse comuni con resti di almeno 600 palestinesi assassinati nel 1948 durante la Nakba).
8 giugno Inghilterra-Norvegia, ore 18.00 - Stadio Hamoshavá, Petah Tikva (Primo Kibbutz in Palestina, fu fondato nel 1878 da europei religiosi ebrei, vicino alla città di Jaffa su terre palestinesi rapinate. All'epoca il Paese era sotto occupazione ottomana-turca).
8 giugno Israele-Italia, ore 20.30 - Bloomfield, Tel Aviv
11 giugno Israele-Inghilterra, ore 18.00 - Estadio Teddy, Gerusalemme (città fondata dai Gebusei della genealogia cananea-palestinese 3500 anni avanti Cristo. Capitale della Palestina, il settore Occidentale fu occupato nel 1948 e il settore Est nel 1967).
11 giugno Norvegia-Italia, ore 18.00 - Bloomfield, Tel Aviv

Gruppo B
6 giugno Spagna-Russia, ore 18.00 – Stadio Teddy, Gerusalemme occupata
6 giugno Olanda-Germania, ore 20.30 - Hamoshavá, Petah Tikva
9 giugno Olanda-Russia, ore 18.00 – Stadio Teddy, Gerusalemme occupata
9 giugno Germania-Spagna, ore 20.30 - Netanya
12 giugno Spagna-Olanda, ore 18,00 - Hamoshavá, Petah Tikva
12 giugno Russia-Germania, ore 18,00 - Netanya

Non è superfluo ricordare che le semifinali e finali si disputeranno il 15 e il 18 giugno allo Stadio Teddy di Gerusalemme occupata. Data in cui si coronerà l'insensibilità dell'UEFA per il suo contributo ai crimini di lesa umanità della potenza occupante israeliana.

Suhail Hani Daher Akel è stato il primo Ambasciatore dello Stato di Palestina in Argentina, primo Rappresentante della OLP in Argentina ed è analista internazionale sulla situazione in Palestina.

Palestina Info: www.jerusalem-palestina.blogspot.com 

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=169225&titular=el-f%FAtbol-de-la-uefa-es-un-nuevo-aporte-a-la-ocupaci%F3n-israel%ED-

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo 8 giugno 2013

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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Giugno 2013 10:39

Turchia: linea dura di Erdogan, “rischio guerra civile”

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Erdogan torna dal Maghreb e incita migliaia di militanti islamisti a porre fine alla rivolta. Attivisti e analisti parlano di ‘rischio guerra civile’, tensione alle stelle. La diretta

Erdogan incita i suoi e minaccia i manifestanti

istanbul_piazzaPer molti manifestanti antigovernativi turchi il duro discorso pronunciato durante la notte dal premier liberal-islamista Recep Tayyip Erdogan all'aeroporto di Istanbul al suo rientro dal Maghreb fa temere una possibile ''guerra civile''. Il commento rimbalza sempre più frequentemente su twitter e su facebook e negli interventi dei vari attivisti nel centro della protesta di Piazza Taksim, a Istanbul. ''Erdogan ha dichiarato la guerra civile. Da oggi le cose sono cambiate'' ritiene un giovane oppositore sulla piazza simbolo della rivolta anti-Erdogan. Nel discorso pronunciato alle due di notte davanti ad alcune migliaia di militanti del suo partito – il turbo liberista e islamico Akp – allo scalo di Istanbul, Erdogan ha intimato alle centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza in tutto il paese negli ultimi giorni per chiedere le sue dimissioni - che ha bollati di nuovo come 'vandali' - di porre fine ''immediatamente'' alla protesta. Già nei giorni scorsi il premier aveva sfidato l'opposizione avvertendo i suoi oppositori che per ogni 10 dimostranti a lui contrari, lui ne avrebbe portati in strada 100. "Queste proteste, che sconfinano nell'illegalità, devono finire subito. Non resteremo a guardare mentre si disturba la pace e si tenta di dirottare la democrazia" ha detto il premier. E poi ancora, incitando i suoi: "Nessun potere, solo Allah, può fermare la crescita della Turchia. Nessuno ha il diritto di attaccarci. Non faremo niente a favore del vandalismo. Il segreto del nostro successo non sono la tensione e la polarizzazione. La polizia sta facendo il suo dovere".

Il premier si é scagliato anche contro ''giornalisti, artisti e politici'' che ''hanno incitato'' alla protesta con ''le peggiori menzogne''. Ha inoltre denunciato il ''martirio'' della ''mia polizia'' negli scontri con i manifestanti. E ha ribadito quanto già detto da Tunisi, accusando gruppi ‘terroristici’ di manovrare la protesta, sostenuta secondo lui da interessi stranieri non meglio precisati. I suoi sostenitori hanno cantato più volte slogan come ''indicaci la strada, schiacciamo Taksim'' e ''siamo pronti a morire per te Tayyip''. La mobilitazione di ieri notte dei militanti islamisti lascia presagire, secondo alcuni analisti e attivisti antigovernativi, che ora la parte dell’Akp fedele al ‘sultano’ oltre che alla repressione per mezzo delle forze di sicurezza voglia ricorrere anche a quella di gruppi di mazzieri del partito. Che già in alcune città hanno affiancato la polizia contro i manifestanti.

''Ha dichiarato la guerra al suo popolo'' protesta su twitter un’attivista. ''E' il discorso più provocatorio mai sentito nella politica turca'' scrive un altro. Secondo il quotidiano moderato indipendente Taraf ''Erdogan sta dando fuoco allaTurchia''. Le violente dichiarazioni del premier hanno provocato reazioni di allarme fra i contestatori, riuniti ieri di nuovo a migliaia in una Piazza Taksim gremita per l’ennesima manifestazione contro repressione e autoritarismo. Migliaia di manifestanti erano ancora in piazza anche nelle zone di Tunali e Kizilay ad Ankara, ed in molte altre città del paese.

La feroce repressione delle manifestazioni da parte della polizia turca ha causato finora 3 morti (in realtà le vittime sarebbero almeno il doppio), circa 5 mila feriti – di cui alcuni in coma o in gravi condizioni – e migliaia di arresti. Ma se Erdogan tramuterà in fatti le sue dichiarazioni di questa notte potrebbe essere l’inizio, se non di una guerra civile, di un conflitto cruento di cui l’ultima settimana non è stata che un assaggio. Ora occorrerà capire se i militanti del Partito Repubblicano del Popolo, la formazione nazionalista e laica che ha partecipato finora in massa alle manifestazioni e anche agli scontri con la Polizia tireranno i remi in barca, puntando a capitalizzare lo scontento popolare alle prossime elezioni. Lasciando così soli i settori più radicali della sinistra socialista, comunista e anticapitalista ed esponendoli ad una repressione che potrebbe essere brutale e generalizzata. Oppure se la base del Chp rimarrà mobilitata e controbilancerà l’eventuale mobilitazione dei membri del partito di Erdogan, al cui interno comunque si prefigura una spaccatura, non è dato ancora sapere quanto profonda, tra i settori oltranzisti guidati dall’attuale premier e quelli più pragmatici che fanno riferimento al presidente della Repubblica Gul.

tratto da http://www.contropiano.org

7 giugno 2013

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I nuovi mostri: Obama, gli OGM e la scomparsa delle api

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The European Union Times

no_ogm_apiI clamorosi verbali della riunione, svoltasi la scorsa settimana, del presidente Putin con il Segretario di Stato USA John Kerry, rivelano l’“estrema indignazione” dei dirigenti russi per il regime di protezione continua dei giganti mondiali della biogenetica, Syngenta e Monsanto, da parte del presidente Obama, in merito all’imminente ”apocalisse delle api” che, secondo il Cremlino, “con assoluta sicurezza” può condurre a una guerra mondiale.

Secondo questi atti, pubblicati oggi al Cremlino da parte del Ministero delle Risorse Naturali e Ambiente della Federazione Russa (MNRE), Putin era così indignato per il rifiuto di Obama di discutere su questa grave questione che per 3 ore ha perfino rifiutato di riunirsi con Kerry, che era arrivato a Mosca in missione diplomatica, per poi cedere allo scopo di non provocare una rottura anche peggiore tra le due nazioni.

Al centro della disputa tra Russia e USA, secondo il rapporto del MNRE, si trova l’“indiscutibile evidenza” che un tipo di insetticidi neuro-attivi relazionati con la nicotina, e conosciuti con il nome di neonicotinoidi, stanno distruggendo la popolazione di api del nostro pianeta, e che, se questo non sarà controllato, potrebbe distruggere la nostra capacità mondiale di coltivare alimenti sufficienti per alimentare la popolazione.

La situazione è diventata così grave, informa il MNRE, che la Commissione Europea ha votato all’unanimità, la scorsa settimana, un divieto cautelativo di due anni (inizierà il 1° dicembre 2013) per pesticidi “ammazza api”, seguendo l’esempio di Svizzera, Francia, Italia, Russia, Slovenia o Ucraina, Paesi che in precedenza avevano proibito l’utilizzo nel continente di questi pericolosi organismi geneticamente modificati. Due dei più temuti neonicotinoidi che ora sono stati proibiti sono l’Actara e il Cruiser, fabbricati dal gigante svizzero delle sementi e dei pesticidi biotecnologici, Syngenta AG, che dà lavoro a più di 26.000 persone in circa 90 Paesi e che occupa il terzo posto del ranking mondiale di vendite nel mercato commerciale di sementi per l’agricoltura.

È importante tenere in considerazione, dice il rapporto, che Syngenta, insieme ad altri giganti della biotecnologia come Monsanto, Bayer, Down e DuPont, controllano attualmente circa il 100% del mercato mondiale dei pesticidi, piante e semi geneticamente modificati. Nel caso della Syngenta, continua il rapporto, è importante anche sottolineare che nel 2012 fu accusata di reati penali in Germania per aver occultato il fatto che il suo mais geneticamente modificato aveva ucciso degli animali da allevamento, e che era stata presentata una denuncia collettiva per un valore di 105 milioni di dollari negli USA dopo la scoperta della contaminazione degli approvvigionamenti d’acqua di circa 52 milioni di statunitensi in più di 2000 distretti con il suo erbicida Atracina, che può provocare cambiamenti di genere negli animali.

Quanto sia terribilmente spaventosa la situazione si può vedere, secondo il MNRE, nel rapporto realizzato nel marzo scorso dall’American Bird Conservancy (ABC), nel quale si avverte del pericolo che ha di fronte il mondo e dove si può leggere quanto segue: “Come parte di uno studio sugli effetti del tipo di insetticidi più utilizzati nel mondo, i neonicotinoidi, l’American Bird Conservancy (ABC) ha fatto un appello alla proibizione del loro uso come trattamento delle sementi, così come per la sospensione di tutte le richieste in attesa di una revisione indipendente degli effetti di questi prodotti sugli uccelli, gli invertebrati terrestri o acquatici e il resto degli animali selvaggi”.

“È chiaro che questi agenti chimici hanno il potenziale per danneggiare tutta la catena alimentare. La persistenza nell’ambiente dei neonicotinoidi, la loro propensione agli sversamenti e alle infiltrazioni nelle acque sotterranee, così come il loro modo di agire tramite accumulo, in grande misura irreversibile, negli invertebrati pone problemi ambientali significativi”, ha detto Cynthia Palmer, coautrice del rapporto e direttrice del Programma Pesticidi dell’ABC, una delle organizzazioni leader negli USA per la salvaguardia degli uccelli. L’ABC ha incaricato il Dr. Pierre Mineau, tossicologo ambientale famoso a livello mondiale, di dirigere la ricerca.

Il rapporto di 100 pagine “L’impatto sugli uccelli dell’insetticida più utilizzato nel Paese”, riprende 200 studi sui neonicotinoidi, compresi la ricerca dell’industria ottenuta tramite la Legge degli Stati Uniti sulla libertà di informazione. Il rapporto valuta il rischio tossicologico pera gli uccelli e i sistemi acquatici e include ampie comparazioni con altri pesticidi precedenti che sono stati sostituiti dai neonicotinoidi. La valutazione conclude che i neonicotinoidi sono letali per gli uccelli e per i sistemi acquatici dai quali dipendono. “Un solo chicco di mais ricoperto di neonicotinoidi può uccidere un passero”, ha detto Palmer. “Anche un piccolissimo chicco di grano o colza trattato con il più vecchio dei neonicotinoidi –chiamato imidacloprid– può avvelenare fatalmente un uccello. Appena la decima parte di un seme di mais ricoperta di neonicotinoidi assunta quotidianamente durante l’epoca della deposizione delle uova è sufficiente a danneggiare la riproduzione”.

Il nuovo rapporto conclude che i livelli di contaminazione dei neonicotinoidi, sia nelle acque superficiali che in quelle sotterranee, negli USA e nel mondo, vanno ben oltre la soglia conosciuta di letalità per gli invertebrati acquatici. Dopo la condanna contenuta in questo rapporto, la MRNE dice che un grande gruppo di apicoltori statunitensi e ambientalisti hanno denunciato il regime di Obama per l’uso continuato di questi neonicotinoidi dichiarando: “Porteremo la EPA (Environmental Protection Agency-Agenzia per la Protezione Ambientale) in tribunale per il suo fallimento nella protezione delle api dai pesticidi. Nonostante il nostro grande sforzo per sensibilizzare l’agenzia sui problemi che pongono i neonicotinoidi, la EPA ha continuato a ignorare i chiari segnali di allarme di un sistema agricolo in difficoltà”.

E quanto sia diventata brutta la situazione del sistema agricolo mondiale a causa di queste piante, pesticidi e sementi geneticamente modificati, si può vedere, secondo il rapporto, dalla proposta dell’Unione Europea della settimana scorsa, seguita dalla proibizione dei neonicotinoidi, nella quale si propone di mettere fuorilegge praticamente tutte le sementi e le piante non registrate nella UE, e nella quale possiamo leggere quanto segue:

“L’Europa si riavvicina ai bei vecchi tempi del 1939,1940,… Una nuova legge proposta dalla Commissione Europea potrebbe rendere illegali la coltivazione, la riproduzione o la commercializzazione di qualunque seme vegetale che non sia stata testata, approvata e accettata da una nuova amministrazione europea chiamata “Agenzia per le Varietà Vegetali della UE”. La nuova Legge sul Materiale Riproduttivo delle piante della UE nasce con l’intenzione di fare in modo che siano i Governi a farsi carico di praticamente tutte le piante e sementi. Quei giardinieri che coltivino le loro proprie piante a partire da sementi non regolarizzate potrebbero essere considerati criminali secondo questa legge.

Il rapporto del MRNE segnala che, per quanto questa azione della UE possa forse apparire draconiana, è tuttavia assolutamente necessaria per purgare il continente dalla continua contaminazione di queste “mostruosità di sementi” prodotte geneticamente. La cosa più sconcertante, dice il MRNE, e quello che ha reso furioso Putin, è stato lo sforzo del regime di Obama di proteggere i profitti dei produttori di pesticidi sorvolando sul danno catastrofico a cui si sta esponendo l’ambiente, e come spiega il reportage di The Guardian in un articolo del 2 maggio, intitolato “Gli USA respingono la tesi della EU sugli insetticidi come principale ragione del collasso delle colonie di api”, dove si può leggere: “La UE ha votato questa settimana a favore di una proibizione di 2 anni per un tipo di pesticidi, conosciuti come neonicotinoidi, che sono stati associati al “collasso delle api”. Il governo USA informa, al contrario, di aver trovato molteplici ragioni per il collasso delle api da miele”.

Per una ragione “più vera” della protezione di Obama dei giganti della biotecnologia nel nostro mondo, il MNRE dice che si può leggere in quest’altro rapporto intitolato “Come Barack Obama è diventato l’uomo della Monsanto a Washington”, e nel quale si arriva a dire quanto segue: “Dopo la sua vittoria nelle elezioni del 2008, Obama ha coperto posti chiave con gente della Monsanto in quelle agenzie federali che esercitano una pressione tremenda sui temi dell’alimentazione, la USDA e la FDA: nella USDA ha collocato Roger Beachy, ex direttore del Monsanto Danforth Center, come direttore dell’Istituto Nazionale dell’Alimentazione e dell’Agricoltura; nella FDA ha collocato il nuovo Zar delle questioni di sicurezza alimentare, l’infame Michael Taylor, ex vicepresidente per le politiche pubbliche della Monsanto, come commissario aggiunto. Taylor era stato fondamentale al momento di ottenere l’approvazione dell’ormone della crescita bovina creato con l’ingegneria genetica dalla Monsanto”. E peggio ancora, dopo che la Russia aveva sospeso l’importazione e l’uso del mais modificato della Monsanto, a seguito della lettura di uno studio che nello scorso settembre suggeriva la sua relazione con il cancro alla mammella, il reportage di Russia Today dette notizia della risposta di Obama: “La Camera dei Rappresentanti degli USA ha approvato la settimana scorsa in extremis l’inserimento nella Legge sulle assegnazioni agricole del 2013 di una disposizione che protegge le sementi geneticamente modificate dalle controversie legali per rischi sanitari. La disposizione, conosciuta ufficialmente come Farmer Assurance Provision, è stata definita in modo ironico dagli oppositori della lobby biotecnologica come la “Monsanto Protection Act”, dato che priva i tribunali federali dell’autorità di fermare immediatamente la semina e la vendita di sementi geneticamente modificate (OGM) in parallelo con la preoccupazione dei consumatori per la loro salute. La disposizione, denunciata anche come “clausola biotecnologica”, avrebbe dovuto passare al vaglio delle commissioni agricole o giuridiche per la sua revisione. Invece non si sono svolte sessioni e la questione era ignorata dalla maggioranza dei democratici (che hanno la maggioranza in Senato) prima della sua approvazione come parte dell’HR993, la legge di finanziamento a breve termine approvata per evitare la caduta del governo federale”. Il 26 marzo, Obama firmava il Monsanto Protection Act, garantendo così che il popolo statunitense non possa ricorrere contro il gigante della biotecnologia quando milioni di loro si ammaleranno e molti di essi moriranno sicuramente in quella che il rapporto del MRNE definisce la più grande apocalisse agricola nella storia dell’umanità, mentre il 90% delle api selvatiche sono già morte negli USA e circa l’80% di quelle domestiche anche.

Tradotto per Senzasoste da Andrea Grillo, 3 giugno 2013

Fonte

(in inglese): http://www.eutimes.net/2013/05/russia-warns-obama-global-war-over-bee-apocalypse-coming-soon/

(in spagnolo) http://www.rebelion.org/noticia.php?id=168955&titular=la-batalla-global-sobre-el-%93apocalipsis-de-la-abeja%94-se-acerca-

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Ultimo aggiornamento Martedì 04 Giugno 2013 13:40

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