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INTERNAZIONALE

La banca presta la moneta che non ha

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tratto da http://ilmanifesto.info

Una delle radici più profonde e nascoste della crisi è la moneta/debito, come insegna Luciano Gallino (“Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti“, Einaudi, 2015). Il senso del suo insegnamento radicale e controcorrente si può sintetizzare così: la grande maggioranza della moneta che utilizziamo viene creata ex nihilo dalle banche private sotto forma di prestiti, cioè di moneta/debito. Questa è la vera causa dell’esplosione globale dei debiti privati e pubblici che soffocano l’economia.

La moneta bancaria aumenta i debiti e sottrae ricchezza all’economia reale. La moneta dovrebbe invece diventare un bene pubblico, una risorsa messa a disposizione dallo Stato per produrre ricchezza e benessere grazie alla piena occupazione e alla svolta ecologica dell’economia. E’ l’unica via d’uscita dalla crisi.

In continuità con gli studi e le lezioni sulla “moneta endogena” di economisti insigni, come John M. Keynes e Hyman Minsky e, in Italia, Augusto Graziani, Gallino spiega il malefico ingranaggio: «Una banca moderna crea denaro quando concede un credito. La credenza popolare per cui la banca presterebbe ad altri il denaro già depositato da un altro correntista è infondata».

A sostegno della sua tesi, lo studioso cita la Banca d’Inghilterra: «Generalmente si ritiene che le banche agiscano come intermediari dando prestiti in base ai depositi dei risparmiatori. Ma è falso. Nella realtà dell’economia moderna le banche commerciali sono le vere creatrici del denaro depositato. E’ l’atto di prestare che crea i depositi.

Questo processo è il contrario della sequenza tipicamente descritta nei manuali». Il potere della democrazia e della politica ne è soverchiato. E ricorda già ai primi dell’Ottocento il presidente degli Stati uniti Thomas Jefferson affermava che «le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà di un esercito in armi. Il potere di emettere denaro dovrebbe essere tolto alle banche e restituito al popolo al quale propriamente appartiene».

La moneta legale, ovvero le banconote stampate dalla banca centrale, sono solo una parte minoritaria del denaro che effettivamente circola nell’economia.

Le banconote con valore legale che ritiriamo dai bancomat, valgono solo per il 5% del denaro che utilizziamo: il 95% del denaro che usiamo per le transazioni (stipendi, investimenti, acquisto casa, auto,ecc) è moneta digitale creata dalle banche.

Le banche hanno in teoria dei vincoli all’offerta di moneta/prestiti (come per esempio la riserva obbligatoria): ma in pratica creano moneta a loro piacimento grazie alla leva monetaria. Per un euro di capitale proprio hanno attività fino a 30-50 euro.

Neppure le banche centrali controllano la massa monetaria circolante: tentano di manovrare il credito grazie al tasso principale di interesse, senza riuscirci. Quando c’è il boom economico e la domanda di denaro è forte, le banche private fanno prestiti, creano denaro in eccesso; quando scoppia la bolla finanziaria, allora ritirano il denaro dall’economia e creano recessione (come avviene nell’eurozona).

La moneta bancaria è pro-ciclica e genera crisi.

Gallino ci spiega che le grandi banche, dagli anni ’80 in poi, hanno creato nuova “falsa moneta” con la loro attività finanziaria. Si sono trasformate in trader e scommettono (mettendo a rischio i soldi dei risparmiatori) in ardite operazioni speculative per ottenere profitti immediati e enormi. Grazie a società-veicolo fuori bilancio le banche internazionali organizzano un immenso sistema bancario-ombra che, a sua volta, crea un gigantesco mercato opaco di titoli finanziari esotici cosiddetti derivati, fuori dai mercati ufficiali e da ogni regola pubblica.

Il peggio è che i derivati – come i futures, le opzioni, i credit default swap – sono diventati “nudi”, ovvero sono delle pure scommesse nelle quali il valore sottostante della merce su cui poggia il valore del derivato non ha alcuna importanza per chi effettua le compravendite.

Il mercato dei derivati scambiati in questo capitalismo casinò è immenso: circa 700 triliardi (cioè migliaia di miliardi) di dollari, ovvero circa dieci volte il Pil mondiale. La moneta privata e sfuggita ad ogni controllo pubblico.

Ma l’alternativa esiste: le banche devono ritornare a rispettare vincoli precisi, i movimenti di capitale e il mercato dei derivati devono essere strettamente disciplinati. La politica deve ritrovare la sovranità sulla finanza. Nella prospettiva indicata da Gallino (e da Positivemoney.org, che Gallino richiama nel suo libro) la moneta dovrebbe essere emessa esclusivamente dallo stato e distribuita ai cittadini e alle imprese in base a decisioni di politica economica prese democraticamente da organi pubblici.

Gallino è stato l’unico grande intellettuale italiano che ha avuto il coraggio di promuovere un progetto innovativo come il fiscal money. La moneta fiscale non è che un titolo pubblico emesso dallo stato, convertibile in euro – come i Bot e i Btp -, valido per “pagare le tasse” dopo due anni, da distribuire gratuitamente (sottolineo: gratuitamente) a cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche. La moneta fiscale emessa dallo stato diventerebbe moneta a tutti gli effetti, con valore riconosciuto: infatti il fisco costituisce larga parte (40% circa) dell’economia e un titolo con valore di sconto fiscale è accettato da tutti.

Nella sua prefazione all’eBook edito da Micromega nel 2015, “Per una moneta fiscale gratuita” ha spiegato che si «osa proporre nientemeno che, allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso, lo stato si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla».

La moneta fiscale ha tre caratteristiche fondamentali che la rendono alternativa alla moneta bancaria:

  1. è emessa e distribuita dallo Stato e non dalle banche private;
  2. è una moneta nazionale e non una moneta prodotta dalle banche internazionali (come l’euro);
  3. è una moneta-credito (ovvero distribuita gratuitamente) e non una moneta-debito.

Grazie a questo titolo/moneta, lo stato – disintermediando in parte le banche – potrebbe combattere l’austerità dell’euro, rilanciare i consumi, gli investimenti e l’occupazione senza aumentare il debito pubblico (grazie al moltiplicatore keynesiano). Non a caso anche Mediobanca in un suo recente report ha scritto che con la moneta fiscale il Pil crescerebbe del doppio senza squilibrare il bilancio pubblico e la bilancia commerciale.

21 aprile 2016

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La resistenza di Bernie

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Bernie Sanders Holds Campaign Rally In NYC On Eve Of NY State Primary

Felice Mometti - tratto da http://www.connessioniprecarie.org

La brutta notizia per Bernie Sanders era già arrivata una settimana prima del voto alle primarie del partito democratico nello stato di New York. Il più potente e aggressivo Super PAC che sostiene e finanzia con centinaia di milioni di dollari la campagna di Hillary Clinton aveva deciso di iniziare a comprare gli spazi televisivi, radiofonici e dei grandi siti web in una serie di Stati in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Per gli imprenditori, le multinazionali, le società finanziarie e immobiliari che compongono Priorities USA Action – questo il nome – la partita delle primarie era chiusa ancora prima del voto nello Stato di New York. Una mossa che poteva sembrare azzardata viste le decine di migliaia di persone che partecipavano ai comizi di Bernie Sanders nel Bronx, a Brooklyn e a Manhattan, ma il calcolo era ben studiato. Sanders, questo il più che probabile ragionamento messo a fuoco, ha aperto uno spazio politico che certo preoccupa l’establishment politico-finanziario del partito democratico, ma ai suoi happening prevale una socializzazione festosa, il riconoscersi in una vaga «rivoluzione politica» e non la tensione verso il conflitto sociale e la radicalizzazione politica che possono tradursi anche in un’espressione di voto. D’altra parte il meccanismo delle primarie chiuse di New York – votano solo coloro che si sono registrati come elettori democratici fino a 25 giorni prima del voto, quando praticamente la campagna elettorale dei candidati non è ancora iniziata – è stato pensato in modo che il partito abbia il massimo controllo sulle scelte degli elettori. Sanders veniva da una serie di vittorie ottenute perlopiù in piccoli Stati, che non esprimono grandi numeri di delegati e tutti con primarie caucuses aperti. Infatti, hanno votano anche gli indipendenti e la registrazione è stata possibile fino al giorno del voto. La sconfitta di Bernie Sanders è ancora più netta nella città di New York, dove il partito democratico è maggiormente strutturato e organizzato rispetto al resto dello Stato e dove i maggiori sindacati dei lavoratori del pubblico impiego e della sanità – il tasso di sindacalizzazione a New York è molto più alto che nel resto del paese – hanno fatto una campagna capillare per Hillary Clinton. L’ex Segretario di Stato fa man bassa di voti tra le donne, le comunità afroamericane e latine. Ottiene alte percentuali nella Brooklyn afroamericana, nel Bronx latino e nella ricca Manhattan bianca. Sanders ha i migliori risultati tra i giovani bianchi e nei «quartieri di mezzo» attestati tra i milioni di dollari dell’Upper East Side e la povertà estrema di East New York. Il voto a Clinton è polarizzato verso l’alto e il basso della gerarchia sociale, quello a Sanders si colloca in gran parte in uno spazio intermedio, nella mitica classe media americana. Diversa anche la strategia, in queste primarie newyorchesi, tra i due candidati. Clinton, con il sostegno dei grandi media, ha ripreso e sterilizzato gli argomenti di Sanders sul salario minimo, sul potere delle banche, sulle diseguaglianze sociali andando per linee interne nelle organizzazioni sindacali, nelle comunità afroamericane, latine, LGBT e le associazioni femminili. Puntando al coinvolgimento dei leader settoriali e locali dei vari quartieri, articolando il suo messaggio sulle singoli questioni per farle percepire più vicine agli elettori. Sanders si è giocato quasi tutto in grandi raduni che hanno riprodotto lo stesso format per quanto riguarda il tipo, i numeri della partecipazione e i contenuti del discorso. Ha tentato un paio di affondi dicendo che Clinton non è «qualificata» come Presidente e alzando i toni contro l’eccessivo potere di Wall Street. Ma è stato costretto a fare marcia indietro davanti alla violenta reazione dello staff di Clinton e ha mostrato tutta la sua debolezza in un’intervista giornalistica in cui non ha risposto alla domanda su come si faccia a limitare il potere delle banche e ridurre le diseguaglianze sociali. Una debolezza estrema già emersa nelle primarie svolte in questi due mesi malamente nascosta dietro l’ennesima evocazione della figura di Franklin Delano Roosevelt.

Bernie, a quanto pare, non abbandonerà le primarie e continuerà a resistere. Si tratta di capire con quale obiettivo e se la sua resistenza si tramuterà in qualcos’altro. Nelle dichiarazioni ufficiali continua a ripetere che sosterrà Clinton nella campagna per la presidenza, ma a questo punto corre il serio rischio di essere paragonato a un disco rotto. Tra le decine di migliaia di volontari, in grande maggioranza giovani, che si sono impegnati nella sua campagna si fanno strada alcune domande che vanno in direzioni opposte e stanno già circolando informalmente alcuni appelli. La forza d’urto dei «sanderisti» sarà in grado di rigenerare il partito democratico oppure quel partito sarà ancora una volta il «cimitero dei movimenti» com’è successo negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso? Bisogna costituire un terzo partito, oltre ai due partiti storici, che assorba tutto a sinistra e sia in grado di entrare nel sistema della rappresentanza politica? La sfida è politicizzare lo spazio sociale aperto non da Sanders, ma dalla campagna delle primarie, per passare dalla mobilitazione elettorale alla produzione di conflitto? Domande senza risposta che fotografano una situazione sospesa che non può durare molto. Pesa la mancanza di un insieme di soggetti in grado assumere l’iniziativa. In queste primarie di New York i collettivi di Black Lives Matter e le associazioni afroamericane che avevano sostenuto le rivolte di Ferguson e Baltimora sono restate ai margini, non riconoscendosi nella campagna di Sanders. Il più volte evocato spettro di Occupy Wall Street è rimasto tale perdendosi nella diaspora dei siti web e dei profili facebook. La miopia delle organizzazioni della sinistra radicale ha fatto il resto misurando la distanza tra le dichiarazioni di Sanders e i testi sacri, non cogliendo la natura di un fenomeno sociale che sta avvenendo sotto casa. La città di New York spesso è stata contemporaneamente riassunto e trasfigurazione della società americana. È probabilmente in questa ambivalenza che si deve guardare perché non si chiuda lo spazio politico che si è aperto. Al di là di Bernie Sanders.

22 Aprile 2016

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Escalation nucleare in Europa

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Un prototipo di bomba B61-12

La Casa Bianca è «preoccupata» perché caccia russi hanno sorvolato a distanza ravvicinata una nave Usa nel Baltico, effettuando un «attacco simulato»: così riportano le nostre agenzie di informazione. Non informano però di quale nave si trattasse e perché fosse nel Baltico.

È la USS Donald Cook, una delle quattro unità lanciamissili dislocate dalla U.S. Navy per la «difesa missilistica Nato in Europa».

Tali unità, che saranno aumentate, sono dotate del radar Aegis e di missili intercettori SM-3, ma allo stesso tempo di missili da crociera Tomahawk a duplice capacità convenzionale e nucleare. In altre parole, sono unità da attacco nucleare, dotate di uno «scudo» destinato a neutralizzare la risposta nemica.

La Donald Cook, partendo l’11 aprile dal porto polacco di Gdynia, incrociava per due giorni ad appena 70 km dalla base navale russa di Kaliningrad, ed è stata per questo sorvolata da caccia ed elicotteri russi.

Oltre che le navi lanciamissili, lo «scudo» Usa/Nato in Europa comprende, nella conformazione attuale, un radar «su base avanzata» in Turchia, una batteria missilistica terrestre Usa in Romania, composta da 24 missili SM-3, e una analoga che sarà installata in Polonia.

Mosca avverte che queste batterie terrestri, essendo in grado di lanciare anche missili nucleari Tomahawk, costituiscono una chiara violazione del Trattato Inf, che proibisce lo schieramento in Europa di missili nucleari a medio raggio.

Che cosa farebbero gli Stati uniti – che accusano la Russia di provocare con i sorvoli «una inutile escalation di tensioni» – se la Russia inviasse unità lanciamissili lungo le coste statunitensi e installasse batterie missilistiche a Cuba e in Messico?

Nessuno se lo chiede sui grandi media, che continuano a mistificare la realtà.

Ultima notizia nascosta: il trasferimento di F-22 Raptors, i più avanzati cacciabombardieri Usa da attacco nucleare, dalla base di Tyndall in Florida a quella di Lakenheath in Inghilterra, annunciato l’11 aprile dal Comando europeo degli Stati uniti. Dall’Inghilterra gli F-22 Raptors saranno «dispiegati in altre basi Nato, in posizione avanzata per massimizzare le possibilità di addestramento ed esercitare la deterrenza di fronte a qualsiasi azione destabilizzi la sicurezza europea».

È la preparazione all’imminente schieramento in Europa, Italia compresa, delle nuove bombe nucleari Usa B61-12 che, lanciate a circa 100 km di distanza, colpiscono l’obiettivo con una testata «a quattro opzioni di potenza selezionabili». Questa nuova arma rientra nel programma di potenziamento delle forze nucleari, lanciato dall’amministrazione Obama, che prevede tra l’altro la costruzione di altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi di dollari l’uno, il primo già in cantiere), armato ciascuno di 200 testate nucleari.

È in sviluppo, riporta il New York Times (17 aprile), un nuovo tipo di testata, il «veicolo planante ipersonico» che, al rientro nell’atmosfera, manovra per evitare i missili intercettori, dirigendosi sull’obiettivo a oltre 27000 km orari. Russia e Cina seguono, sviluppando armi analoghe.

Intanto Washington raccoglie i frutti.

Trasformando l’Europa in prima linea del confronto nucleare, sabota (con l’aiuto degli stessi governi europei) le relazioni economiche Ue-Russia, con l’obiettivo di legare indissolubilmente la Ue agli Usa tramite il Ttip. Spinge allo stesso tempo gli alleati europei ad accrescere la spesa militare, avvantaggiando le industrie belliche Usa le cui esportazioni sono aumentate del 60% negli ultimi cinque anni, divenendo la maggiore voce dell’export statunitense.

Chi ha detto che la guerra non paga?

19 aprile 2016

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Fallisce il vertice di Doha, il petrolio non risalirà

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C'è un detto che dice che noi votiamo ogni tanto, mentre in borsa votano tutti i giorni. E allora ecco il vero referendum di ieri sul petrolio che ha buttato giù le borse. Con il petrolio a queste cifre, la fase di superamento dei combustibili fossili sarà più lunga. E anche a questo giro i sauditi ci hanno messo del loro, per strategie geopolitiche che stanno iniziando a fare innervosire anche gli alleati saldi e di lungo corso come gli USA. Di seguito un articolo che spiega cosa è successo a Doha domenica. redazione, 18 aprile 2016

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Il mondo capitalistico funziona ormai al contrario. L’ennesima prova, non finanziaria, è arrivata con il fallimento del vertice di Doha tra i grandi produttori di petrolio, che riuniva sia i membri dell’Opec che quelli non appartenenti allo storico cartello.

In tempi normali, infatti, questo fallimento foriero di un ribasso dei prezzi del greggio avrebbe spinto all’insù le quotazioni azionarie dato fiato alle aspettative di una più rapida crescita dell’economia globale.

In questo caso, invece, si sperava in un accordo per il congelamento della produzione di greggio, che avrebbe favorito un rialzo dei prezzi. E la reazione dei mercati, negativa, non si è fatta attendere.

Nel merito, la questione appare relativamente semplice. L’Arabia Saudita aveva dato il via, quasi due anni fa, a un aumento della produzione tale da abbattere rapidamente il prezzo internazionale del greggio. Gli obiettivi erano espliciti: far fuori i produttori americani di shale oil, che ha prezzi di produzione alti, tra i 50 e gli 80 dollari al barile, e contemporaneamente provocare la crisi di Russia e Iran, alleati con Assad.

Un obiettivo a scadenza, insomma, perché un duraturo tracollo del prezzo del petrolio – da oltre 100 a quasi 30 dollari al barile – non era ovviamente neanche negli interessi della monarchia saudita. La quale ha infatti pagato cara la scelta, fino al punto da dover varare per il 2016 una legge finanziaria all’insegna… dell’austerità.

L’Iran ha raggiunto invece un accordo storico con l’Occidente sul nucleare e sta soltanto ora riprendendo a far crescere la sua produzione di petrolio come conseguenza della fine dell’embargo. La Russia, in qualche modo, ha tenuto botta. Mentre tutti i produttori, sia Opec che non, stanno cercando di compensare la dimunzione delle entrate petrolifere tirando la produzione fino al limite del possibile. Una strategia evidentemente suicida, ancorché obbligata, perché in questo modo il prezzo non può più risalire.

Il vertice di Doha doveva almento congelare i livelli produttivi di tutti i paesi ai livelli non bassissimi di gennaio. Ma nonostante un prolungamento di dieci ore della riunione, non si è arrivati a nessuna conclusione. Per colpa dell’Arabia Saudita, soprattutto, che aveva preteso come precondizione che anche l’Iran congelasse la produzione… al livello di quando era sotto embargo. Naturalmente la pretesa è stata rinviata al mittente, tanto che l’Iran non si è neanche presentato alla riunione.

Questo significa che il prezzo del petrolio crollerà a livelli da inizio millennio?

Difficile crederlo. In primo luogo perché i prezzi bassi impediscono nuovi investimenti. Per esempio buona parte di quelli che si attendeva l’Iran per poter ammodernare i propri impianti e risalire velocemente nei livelli produttivi. In secondo luogo perché i produttori statunitensi dello shale oil cominciano a fallire uno dopo l’altro, inguaiando pesantemente la finanza Usa, che aveva largheggiato in prestiti quando il prezzo era sopra i 100 dollari e il ritorno sembrava un gioco da ragazzi. In terzo, perché la guerra in Iraq, Siria e Libia non è affatto finita – o iniziata davvero – e quindi riduce comunque la produzione possibile in questi tre paesi.

18 aprile 2016

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Rojava: la rivoluzione ha eliminato lo stato?

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rojava solidaritytratto da http://www.infoaut.org

Quando le manifestazioni di piazza diedero luogo alla formazione di gruppi armati, in Siria, nel 2011, il governo di Damasco intervenne con una dura repressione militare, mentre Stati Uniti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita fecero confluire verso le opposizioni un grande quantitativo di denaro e armi, sperando in un rapido crollo del potere di Assad. Ne conseguì il caos in tutto il paese, e il gruppo Jabat Al-Nusra (Al-Qaeda in Siria) tentò di occupare alcune città del nord, ad esempio Serekaniye, al confine con la Turchia. Si formarono allora le unità di protezione popolare (Ypg) tra la maggioritaria popolazione curda di quell'area, che riuscirono a cacciare i salafiti dopo duri scontri. Tuttavia, le armi delle Ypg furono allora rivolte contro i soldati di Damasco. Era il luglio 2012. “Quella fu una rivoluzione, una rivoluzione vera” racconta Nuvin, ragazza di 24 anni originaria di Hassake. La versione edulorata, secondo cui il governo siriano “consegnò” pacificamente il Rojava ai curdi per occuparsi degli islamisti nell'occidente e nel sud del paese, non trova riscontri tra chi ha vissuto gli eventi: “Furono combattimenti sanguinosi, e alla fine il governo si dovette ritirare”.

Perchè questa ostilità dei curdi nei confronti di Assad? Decenni di discriminazioni e persecuzioni politiche da parte del partito Baath, oltre che di colonizzazione araba dei territori curdi, hanno svolto un ruolo. Ancora oggi moltissimi abitanti del Rojava, pur essendo nati in Siria, non hanno né il passaporto, né la cittadinanza siriana, per il solo fatto di essere curdi: cittadini di serie B come i palestinesi in Israele, tanto cari – per ragioni strumentali, a quanto pare – al governo siriano. “Parlare curdo era proibito – racconta Raperin, 18 anni – e nelle scuole si apprendeva soltanto la lingua, la storia e la cultura araba. La nostra colonizzazione non era soltanto territoriale, era molto più profonda”. Poi, nel 2003, gli Stati Uniti invasero l'Iraq, e il Kurdistan iracheno, nel 2004, fu a un passo dall'autonomia: in quei mesi una squadra araba fu ospitata allo stadio di Qamishlo, in Rojava, nel campionato di calcio siriano, e dagli spalti ospiti iniziarono a provenire cori in favore di Saddam Hussein e contro i curdi. “Gli scontri che seguirono lasciarono decine di morti sul terreno, soprattutto perché la polizia siriana intervenì a senso unico contro i curdi” ricorda Shiar, di Amuda.

Quando le Ypg rivolsero le armi contro quelle stesse divise, nel caos del 2012, avevano bene in mente quegli eventi. Quando il territorio fu liberato quasi completamente dalle truppe governative, il Pyd (partito di unione democratica ispirato alle idee di Abdullah Ocalan) si fece promotore di un incontro tra tutte le principali organizzazioni politiche, sociali e religiose curde, arabe, assire, armene ed ezide della regione, che trovarono un accordo per la costituzione di un consiglio esecutivo per ogni cantone del Rojava, che esercitasse le funzioni di governo del territorio. L'influenza del Pyd permise che ad ogni alto consigliere fosse affiancato un o una collega uomo o donna, in modo che entrambi i generi fossero rappresentati, per ogni carica, al 50%. Nel frattempo il Pyd coinvolse altre organizzazioni anche nella costituzione del Tev Dem (movimento della società democratica), che avrebbe dovuto operare nella società per supportare la popolazione nella creazione di forme di autogoverno economico, politico, sociale, militare.

Le forze che avevano costituito il consiglio esecutivo crearono nel gennaio 2014 il consiglio legislativo, in cui una cinquantina di organizzazioni esprimono rispettivamente un uomo e una donna in funzione di rappresentanti. La struttura della rivoluzione in Rojava è quindi a un tempo dissimile e analoga rispetto alle rivoluzioni comuniste dell'Europa orientale. In quei paesi, in termini generali, il partito esercitava la funzione di motore rivoluzionario (o conservatore, a seconda delle fasi e dei punti di vista) e i governi (a loro volta, sostanzialmente, a partito unico) svolgevano l'ordinaria funzione esecutiva, in un rapporto concepito come dialettico tra stabilità e movimento. Nel sistema proposto da Ocalan nei suoi scritti dal carcere, che il Pyd ha concretizzato in Rojava, questa dialettica è conservata, ma il rapporto tra istituzioni esecutive/legislative e movimento rivoluzionario è diverso nella misura in cui il partito si ritrae (intenzionalmente) in una funzione organizzativa e di riproduzione della soggettività politica, lasciando a una pluralità di voci sociali la costruzione concreta della trasformazione, e non rinunciando alla propria suprema velleità di estinzione all'interno del movimento stesso.

I quadri del Pyd sono presenti tanto nel Tev Dem quanto altrove, benché il loro obiettivo sembri essere più riprodurre una soggettività sociale attiva, cui “affidare” il compito rivoluzionario in un continuo allargamento e in una continua autonomizzazione della base sociale coinvolta, che occupare semplicemente i luoghi chiave come organizzazione “separata”. Non a caso è difficile trovare “esponenti del Pyd” nelle istituzioni del Rojava, benché sia frequente che alcune persone siano semplicemente (e alquanto misteriosamente) indicate come “quadri” della rivoluzione. Questo modo di agire sembra essere dettato da una pacata, ma determinata consapevolezza della lezione storica offerta dai fallimenti politici del socialismo passato. “Il loro lavoro è organizzare qualcosa, affinché quel qual cosa possa camminare da solo” spiega un compagno europeo a Qamishlo; “Vanno nella regione di Jarablus, dove ancora domina ancora lo stato islamico, e fanno convergere tutte le forze sociali dissenzienti in un congresso “clandestino”, che costituirà il nocciolo delle future istituzioni, quando muteranno i rapporti militari nell'area”. È ciò che i partiti curdi analoghi al Pyd – Pkk, Pjak – stanno facendo in Turchia e Iran, dove il Dtk e il Kodar, rispettivamente, sono realtà analoghe al Tev Dem siriano: luoghi dove la pratica organizzativa, politica e produttiva, può realizzarsi con tutte le realtà sociali che intendono agire in modo autonomo nei diversi stati.

Le istituzioni del Rojava, tuttavia, sono o prefigurano a loro volta uno stato? Ad Amuda, capitale amministrativa provvisoria del cantone di Cizire, il tribunale cittadino non appare molto diverso da qualsiasi altro tribunale: nella sala accanto, il procuratore generale (che dipende dal consiglio esecutivo) sta interrogando un uomo con una sua collega, e nel cortile c'è la prigione (“una prigione a cinque stelle, ve lo assicuro, dove offriamo ottimi pasti”, dice uno dei giudici che si aggirano per lo stabile). I giudici non hanno toghe, e hanno un aspetto bonario e popolare, ma le apparenze stanno a zero quando si parla di leggi e di condanne. Sharine, la giudice che da più tempo svolge questo compito, spiega che il collegio giudicante è eletto da un consiglio popolare cittadino di 180 membri. Quando il collegio non ritiene che sia possibile emanare un verdetto dopo la prima seduta, il consiglio cittadino e le comuni di quartiere esprimono una giuria di quindici membri; se il caso è particolarmente grave, il giudizio di colpevolezza è espresso da cento membri scelti allo stesso modo tra il popolo, poi il procuratore stabilisce la pena.

Il corpo giuridico, spiega Sharine, resta in parte quello della tradizione, che nelle società musulmane non ha mai smesso di esercitare la sua autorità attraverso notabili, conoscitori della legge coranica e sheik (personalità locali prominenti), in parte quello dettato dai lavori recenti del consiglio legislativo del Rojava, in parte quello sedimentato negli anni dallo stato siriano: necessariamente, sul piano giuridico, la rivoluzione procede per decreti e riforme, modifica per interventi specifici l'eredità giuridica della regione. Ciò che i giudici del Rojava tengono a chiarire, però, sono due cose. In primo luogo, nel nuovo sistema la tradizione è rispettata (anzitutto per ragioni di consenso popolare) ma anche sfidata. Ad esempio sono vietate tanto la poligamia quanto il matrimonio contratto con minori, e se il delitto d'onore per adulterio era, prima della rivoluzione, considerato una sorta di legittima difesa, adesso l'adulterio, di entrambi i sessi, è sì punito con sei mesi di prigione (nota bene: sostituiscono la morte), ma il delitto d'onore provoca un minimo di cinque anni, e la donna cbe uccide il proprio aggressore non è considerata colpevole (inoltre, per ogni caso giudiziario che riguardi una donna, la casa delle donne della comune di quartiere in cui abita l'interessata, scrive una lettera al giudice esprimendo un punto di vista completamente femminile sul caso di cui si discute).

In secondo luogo – ed è un elemento su cui tutti qui, come in Bakur, insistono – la differenza fondamentale con i sistemi giudiziari occidentali è che soltanto una media di un terzo delle controversie sociali arriva al tribunale. Tutte le altre vengono risolte dalle comuni – assemblee di quartiere – attraverso accordi tra le parti e punizioni di lieve entità. Esiste un sistema sussidiario per cui i tribunali non funzionano, come nei codici europei, a pieno regime per tutti i casi, secondo l'idea (peraltro disattesa) che ogni evento debba essere catalogato secondo un codice, ossia secondo un criterio generale e neutrale: l'auspicio della società rivoluzionaria, almeno in Rojava, è che non si debba affatto ricorrere a un giudice né a una giuria popolare, e tantomeno chiamare a raccolta centinaia di persone per valutare se una persona è colpevole, e chiedere al procuratore per quanto tempo dovrà stare in prigione. Nelle comuni, spiegano al tribunale, le persone si conoscono da vicino, hanno confidenza e conoscono le personalità e gli antefatti e – assicura Kaukeb, giovane giudice donna – trovano nella stragrande maggioranza dei casi una soluzione.

Ciò che appare fondamentale comprendere, a ben vedere, è che lo sguardo sulle istituzioni che più ricalcano il modello liberale toquevilliano (esecutivo, legislativo, giudiziario) o quello socialista, sia pur rivisto (dialettica movimento/istituzioni) non esaurisce che una minima parte della vita politica e istituzionale del Rojava: le comuni, che qui abbiamo menzionato in coda, costituiscono in realtà il vertice del sistema: promuovono proposte e soluzioni che hanno per i consigli cittadini e cantonali un valore ben superiore a quello di un semplice suggerimento; Ghalia, della casa del popolo di Amuda, spiega che una singola comune può ottenere la rimozione di un qualsiasi funzionario, anche ai massimi livelli. Oltre a risolvere le controversie con i “comitati di soluzione” eletti presso le case del popolo, le comuni avviano attività economiche cooperative, selezionano volontari per la difesa dei quartieri (le Hpc, “forze di difesa sociale”), propongono leggi per il cantone al consiglio legislativo. È così che si estingue lo stato, chiediamo a Ghalia? “Le comuni sono pensate 'contro' i consigli superiori: ne limitano il potere ed esercitano a loro volta un potere dal basso, che è predominante rispetto a quello dall'alto: questa è la differenza con il sistema statale”.

Il movimento curdo sfida lo stato sul piano del concetto, prima ancora che della storia: la nozione di stato qui appare immaginata in relazione a un modo di organizzare le istituzioni, più che all'esistenza stessa delle istituzioni; e soprattutto a un modo di pensarne la funzione. (Il movimento del Rojava propone una visione che, lungi dal dover essere accolta acriticamente o liquidata con saccenza, può essere utile a coloro che articolano una critica dello stato, per tornare a chiedersi che cosa sia, a ben vedere e in ultima analisi, lo stato). Le comuni e le case del popolo cittadine, ad esempio, hanno anche un'importante funzione burocratica: delle ragazze passano a chiedere il permesso per uscire dal Rojava (perché ci vuole un permesso…), sebbene esso dovrà essere controtimbrato da consiglio cittadino e consiglio cantonale; e un altro ragazzo chiede l'esenzione dal servizio militare, introdotto di recente dal consiglio legislativo, per motivi di studio, e dovrà seguire un analogo iter.

Questa funzione burocratica non ricorda ampiamente, ancora una volta, il funzionamento di uno stato? Un compagno presente alla casa del popolo offre una risposta di diverso tenore: “Qui la gente ha cose pratiche da risolvere e a cui pensare, vive nella povertà e nella guerra, e non gliene frega nulla delle questioni di lana caprina: vuole che i problemi sociali e della vita di tutti i giorni siano risolti”. Ghalia, da dietro il velo a fiori che le copre il capo, e con il suo sguardo da vecchia mamma comprensiva, aggiunge con calma: “La nostra mentalità è diversa è diversa da quella dello stato: questo è importante. Noi ci aiutiamo gli uni con gli altri, non vogliamo sopraffarci. Quella dello stato è anzitutto una logica e, questa logica, qui non esiste”.

Dall'inviato di Radio Onda d'Urto e Infoaut ad Amuda, Rojava

10 aprile 2016

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