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INTERNAZIONALE

Nato, un vertice di guerra

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Nato, un vertice di guerra

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Rieccola. Come fa notare giustamente Leonardo Maisano oggi sul pragmatico Il Sole 24 Ore, le due principali crisi in atto sullo scacchiere mondiale – Ucraina e Iraq-Siria – hanno resuscitato un’Alleanza militare tra Stati Uniti e partner europei che negli ultimi anni era quasi scomparsa dalla scena, tenuta in naftalina dall’emergere del protagonismo dell’Unione Europea e dall’intervento diretto di Washington. 

Nel giro di pochi mesi l’Alleanza Atlantica è tornata prepotentemente - e tristemente - protagonista della scena internazionale decidendo una serie di passi che hanno riportato il pianeta verso una Guerra Fredda che sembra assai più ‘calda’ di quella teoricamente chiusa alla fine degli anni ’80.
Vedremo oggi quali saranno le decisioni adottate formalmente dalla Nato riunita a Newport, in Galles, in un vertice che è quasi una banalità ormai definire ‘storico’, ma il quadro sembra già chiaro grazie alle anticipazioni e alle dichiarazioni bellicose della vigilia.
I nemici da battere sono due, uno reale – la Russia (e la Cina, anche se non viene nominata) – e uno di comodo – l’Isis prima tollerato e pasciuto dalle petromonarchie arabe ma anche dalle potenze occidentali – ed oggi strumentalmente descritto come un pericolo per l’Occidente (il che non vuol dire che le bande jihadiste non rappresentino veramente un problema).
Nel giro di poche settimane l’Alleanza Atlantica ha deciso di militarizzare ulteriormente il proprio confine orientale inviando migliaia di uomini e mezzi nelle Repubbliche Baltiche, in Polonia e in Romania, paesi dove verranno realizzate nuove basi definite temporanee ma in realtà di valore strategico. Nel maggio scorso il Congresso statunitense ha già concesso a Obama un pacchetto da 1 miliardo di dollari che sotto il nome di 'European Reassurance Initiative' prevede il rafforzamento delle esercitazioni militari congiunte, delle attività di addestramento e dello stazionamento "temporaneo "di truppe ed istruttori statunitensi, nonché della presenza della Marina statunitense nel Mar Baltico e nel Mar Nero, il tutto allo scopo di 'rassicurare' i paesi minacciati direttamente da quello che viene descritto come l'espansionismo russo. 
Una violazione sfacciata del Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, il trattato del 1997 tra Nato e Russia che prevedeva, tra le altre cose, l’impegno ferreo da parte dei contraenti a non realizzare basi e missioni militari permanenti nell'Europa Orientale in modo da non minacciare i firmatari del trattato.
Inoltre Bruxelles ha intenzione di varare una ‘Forza di reazione rapida’ composta da quattromila uomini in grado di intervenire ad est – contro Mosca, ovviamente – in caso di necessità; come se non bastasse la Nato dichiara l’intenzione di assorbire l’Ucraina in tempi non lunghi, allungando i propri tentacoli al di là della frontiera decisa nel 1997 con la Russia, e di inviare migliaia di militari e mezzi in delle esercitazioni sul suolo di Kiev che appaiono una aperta provocazione nei confronti di Mosca. Senza dimenticare che la manovra a tenaglia di Washington contempla, dall'altro lato del globo, un rafforzamento da tempo in atto dello schieramento militare statunitense nel Pacifico in funzione principalmente anticinese ma comunque minaccioso anche per la Russia.
Da una parte i leader riuniti a Newport si dicono fiduciosi sul possibile varo di un ‘cessate il fuoco permanente’ tra regime ucraino e insorti del Donbass, e dall’altro mettono in campo una mostruosa macchina militare che trascina il continente europeo in una spirale di scontro frontale con la Russia le cui conseguenze sono imprevedibili e foriere di sventura. Eclatante il doppiogiochismo del governo Renzi, che con la ministra Mogherini – recentemente designata alla carica di Mrs Pesc - continua a insistere sul fatto che la soluzione del conflitto con Mosca in Ucraina non potrà che essere di ‘natura politica’ e dall’altra insiste sulle sanzioni contro la Russia che oltretutto penalizzano la già asfittica economia italiana e annuncia che uomini e mezzi militari di Roma parteciperanno alle manovre militari della Nato agitate sotto il naso di Putin.
1nato

E’ con incredibile cinismo e faccia tosta che il segretario uscente della Nato afferma, riferendosi all’intervento russo in Ucraina, afferma che “per la prima volta dalla seconda guerra mondiale in Europa un Paese ha cercato di conquistarne un altro». Anche ammesso che quello di Mosca in Donbass sia da considerare un intervento militare equiparabile ad un’invasione, Stati Uniti ed Europa negli ultimi decenni non hanno fatto altro. E d’altronde l’Alleanza Atlantica si appresta ad intervenire anche in Iraq, ma “solo se il governo di Baghdad ce lo chiederà”. Nel frattempo, ai raid e ai più di 1000 soldati di Washington schierati nuovamente nel nord dell’Iraq dovrebbero unirsi forze militari britanniche, francesi ed anche di altri paesi europei.
Le cronache degli inviati in Galles descrivono un vertice tutto sommato unitario, concorde, quasi corale.
In realtà tra Washington e Parigi-Roma-Berlino esistono differenze di vedute rispetto ai tempi e ai modi dell’escalation nei confronti del gigante russo – sulle nuove sanzioni chieste da Obama, ad esempio - ma per ora sembra che si stia andando verso una strategia comune di compromesso. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Ben Rhodes, ha confermato che gli Usa stanno studiando nuove sanzioni e che dovrebbero essere coordinate con quelle che l'Unione europea sta mettendo a punto in queste ore. Scrive efficacemente Leonardo Maisano: “Nonostante qualche resistenza francese, la Germania è stata esplicita. «Siamo pronti - ha detto il Cancelliere Angela Merkel - a mettere tutto il peso di nuove sanzioni economiche sulle nostre domande politiche»”.
Il vero nodo della discordia tra i due ‘corni’ della Nato per ora sembra quello economico, con gli americani che insistono con gli europei affinché investano più risorse nel comparto militare e contribuiscano maggiormente ad un bilancio che per ora è stato coperto in buona parte da Washington. Se l’Ue vuole contare nelle decisioni e nelle missioni - sembra il messaggio neanche troppo recondito del Pentagono – occorre che adegui il suo contributo finanziario alla macchina bellica in via di rafforzamento. Varare il Piano di prontezza operativa (readiness plan) propedeutico alla formazione della Forza di Intervento Rapido costerà ai 28 partner dell'Alleanza un esborso non indifferente. Ad ogni paese si richiede quindi un impegno pari ad almeno il 2% del proprio Pil contro ad esempio lo 0,8% dedicato ufficialmente dall'Italia alla Difesa (in realtà il contributo è maggiore contando i comparti del settore coperti da ministeri diversi).
Resta ora da capire come l’Unione Europea coniugherà lo storico progetto di dotarsi di un esercito unitario e di un comparto militare industriale indipendente – già avviati, e in alcuni casi a buon punto – con il rinnovato impegno all’interno di una struttura della Nato che nei prossimi anni si allargherà. Sul terreno restano, come dei veri e propri macigni, i recenti ‘screzi’ tra Berlino e Washington a proposito di spionaggio e guerra tecnologica. Inoltre l'Unione Europea ed in particolare Berlino saranno disposti a sacrificare del tutto la collaborazione economica con Mosca in nome di un muro contro muro che fa più gioco a Washington che a Bruxelles?
Come si concluderà questo ‘storico summit della Nato’ lo vedremo tra qualche ora – anche sull’onda del raggiungimento o meno di un accordo a Minsk sulla guerra civile ucraina – ma comunque vada ricorderemo quello di Newport come un vertice di guerra.

5 settembre 2014

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Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Settembre 2014 16:53

O l’Europa o la Nato

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ucraina natoTommaso Di Francesco - tratto da Il Manifesto

«La mag­gio­ranza dei mem­bri della Com­mis­sione Ue non capi­sce nulla di que­stioni mon­diali. Vedi il ten­ta­tivo di far entrare nella Ue l’Ucraina. È mega­lo­ma­nia… hanno posto a Kiev la scelta o Ue o Est…ci vuole una rivolta del Par­la­mento euro­peo con­tro gli euro­crati di Bru­xel­les, così si rischia la terza guerra mon­diale»: (prima di quelle di Ber­go­glio) sono le parole allar­mate dell’ex can­cel­liere tede­sco Sch­midt in un’intervista alla Bild di tre mesi fa che non parla ancora di ingresso esplo­sivo di Kiev. Peri­colo sul quale, con ten­ta­tivo non riu­scito di influen­zare le scelte di Obama che invece rilan­cia il riarmo atlan­tico sulla base del pre­sunto sconfinamento-invasione russa dell’Ucraina, si sono pro­nun­ciati gli ex segre­tari di Stato Usa Kis­sin­ger e Brze­zin­ski e per­fino l’ex capo del Pen­ta­gono dell’amministrazione Obama, Robert Gates che nel suo libro di memo­rie ha scritto: «L’allargamento così rapido della Nato a est è un errore e serve solo ad umi­liare la Rus­sia, fino a pro­vo­care una guerra». Non è ser­vito a nulla a quanto pare.

Lamen­tano i governi euro­pei che è in gioco l’unità ter­ri­to­riale dell’Ucraina e Fede­rica Moghe­rini, Mrs Pesc in pec­tore davanti al Par­la­mento euro­peo, per farsi per­do­nare di essere con­si­de­rata filo­russa dati gli inte­ressi dell’Eni, ha la fac­cia tosta di accu­sare: «È colpa di Putin». Se gli stava vera­mente a cuore l’unità ter­ri­to­riale dell’Ucraina, per­ché i governi euro­pei insieme alla Nato e agli Usa con tanto di capo della Cia John Bren­nan, sena­tori repub­bli­cani gui­dati da McCain e segre­ta­rio di stato Kerry tutti su quella piazza, hanno ali­men­tato e soste­nuto dalla fine del 2013 fino al mag­gio 2014 la rivolta, spesso vio­lenta e di estrema destra, di Piazza Maj­dan che ha rimesso di fatto in discus­sione l’unità ter­ri­to­riale del Paese. Men­tre l’ambasciatrice Usa man­dava affan… l’Europa. Era colpa di Putin anche la rivolta di piazza Maj­dan? Magari per­ché aveva soc­corso, pronta cassa, le richie­ste di Kiev quando l’Ue se ne lavava le mani in preda alla sua crisi?

E come dimen­ti­care che quella rivolta è stata nazio­na­li­sta ucraina e anti­russa, non solo anti-Putin, ma con­tra­ria ai diritti delle popo­la­zioni dell’est che ave­vano soste­nuto ed eletto Yanu­ko­vitch — certo cor­rotto, ma non meno dell’attuale Poro­shenko e del pre­mier dimis­sio­na­rio Yatse­nyuk. La rivolta di Maj­dan è stata nazio­na­li­sta anti­russa, con­tro gli inte­ressi poli­tici e sociali delle popo­la­zioni dell’est, di lin­gua russa all’80%, quando non pro­prio russe e comun­que filo­russe, legate alla Rus­sia per appar­te­nenze sto­ri­che, reli­giose e cul­tu­rali e per legame eco­no­mico impre­scin­di­bile e com­ple­men­tare alla pro­pria soprav­vi­venza, tutt’altro che garan­tita dall’associazione delle regioni dell’ovest all’Ue.

È lì, in quel soste­gno stru­men­tale e ideo­lo­gico, come se fosse un nuovo ’89, dato dall’Occidente euro­peo ed ame­ri­cano che si è con­su­mata l’unità dell’Ucraina che a quel punto si è asso­ciata all’Ue solo a metà.
Ora accade che il governo di Kiev dimis­sio­nato pochi giorni fa dal pre­si­dente Poro­shenko annunci, di fronte alla pre­sunta inva­sione — è il quarto allarme in due mesi — la richie­sta di ade­sione all’Alleanza atlan­tica. «Il governo ha sot­to­po­sto al par­la­mento un pro­getto di legge per annul­lare lo sta­tus fuori dei bloc­chi dell’Ucraina e tor­nare sulla via dell’adesione alla Nato» ha dichia­rato quasi in fuga il pre­mier uscente, già lea­der di Maj­dan, Yatse­niuk. E subito il segre­ta­rio della Nato Ander Fogh Rasmus­sen, ha ammic­cato: «Ogni paese ha diritto di sce­gliere da sé le pro­prie alleanze». Tanto più che la deci­sione sem­bra andare incon­tro alle ultime parole di Obama che, ormai inca­pace di uscire dal «mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio» degli Stati uniti, scio­rina per fer­mare l’orso russo (quel Putin che gli ha impe­dito di impe­la­garsi ancora di più nella guerra in Siria) la «nuova» agenda del riarmo ame­ri­cano e Nato nell’Europa dell’est, dalla Polo­nia, ai Paesi bal­tici — andrà in Esto­nia per que­sto domani — e alle finora neu­trali Fin­lan­dia e Svezia.

Altro che nuova agenda: è la scel­le­rata stra­te­gia della Nato in atto da più di venti anni a par­tire dalle guerre nei Bal­cani, con rela­tiva redi­stri­bu­zione di costi per la difesa sullo scac­chiere euro­peo, tra gli stessi paesi ora alle prese con la lace­rante crisi eco­no­mica. Una stra­te­gia che in que­sti venti anni ha visto l’ingresso di tutti i paesi dell’ex Patto di Var­sa­via nella Nato, con mis­sioni in guerre alleate, a par­tire dall’ex Jugo­sla­via (dove, a spec­chio capo­volto della sto­ria, i raid Nato hanno aiu­tato i ribelli dell’Uck — cri­mi­nali, dice ora l’indagine della stessa com­mis­sione Ue Eulex — ad otte­nere l’indipendenza) e ancora tante basi, strut­ture d’intelligence, siti mis­si­li­stici, ogive nucleari, scudi spa­ziali tutti quanti ai con­fini russi.

Senza l’allargamento a est della Nato non ci tro­ve­remmo sull’orlo di un con­flitto spa­ven­toso in Ucraina, né ci sarebbe stata la sce­neg­giata arro­gante di una lea­der­ship di oli­gar­chi vol­ta­gab­bana che ha desta­bi­liz­zato l’Ucraina con la vio­lenza della piazza «buona» per­ché sedi­cente filoeu­ro­pea, e che ora cavalca la repres­sione san­gui­nosa della piazza «cat­tiva» per­ché filo­russa. Senza la Nato esi­ste­reb­bero una poli­tica estera e di difesa dell’Ue. Intanto in que­ste ore nell’est ucraino si com­batte, Kiev è all’offensiva. Secondo l’Onu i morti, tanti i civili, in quat­tro mesi sono più di 2.600.

Se dal ver­tice Nato che si apre domani a Car­diff, in Gal­les, arri­vasse un sì alla richie­sta incen­dia­ria di Kiev e se si avvia, come accade, lo schie­ra­mento di forze mili­tari Nato in dichia­rate eser­ci­ta­zioni anti-Russia o ai con­fini russi, come ha chie­sto l’irresponsabile Came­ron, è l’inizio della fine. Cioè la sepa­ra­zione delle regioni dell’est con l’intervento, sta­volta vero, della Rus­sia nella guerra, a quel punto moti­vata a difen­dere dalle truppe occi­den­tali le popo­la­zioni russo-ucraine, lo sta­tus pro­cla­mato dagli insorti filo-russi ma anche lo stesso ter­ri­to­rio russo. Quando invece è chiaro che l’Ucraina resterà unita fin­ché non appar­terrà ad alcun blocco mili­tare e se ci sarà un tavolo nego­ziale per una fede­ra­liz­za­zione del paese capace di garan­tire l’autonomia sostan­ziale dell’est. È quello che chiede anche Putin quando dichiara: «Devono essere imme­dia­ta­mente avviati nego­ziati sostan­ziali non su que­stioni tec­ni­che, ma sull’organizzazione poli­tica della società e sul sistema sta­tale nel sud-est dell’Ucraina allo scopo di garan­tire incon­di­zio­na­ta­mente gli inte­ressi delle per­sone che vivono lì», ma le sue parole sono tra­dotte in modo pro­pa­gan­di­stico dai media veli­nari: «Voglio uno Stato nell’est».

È la stessa richie­sta che for­mula, ina­scol­tato, sul Cor­riere della Sera, Ser­gio Romano, tra i pochi ad inten­dersi di Rus­sia. Fede­rale e neu­trale sono le due parole chiave garan­zia di pace anche per l’Ue, e certo non aiuta l’elezione a pre­si­dente dell’Unione del polacco Tusk, lea­der della Polo­nia che vanta un con­ten­zioso sto­rico su una parte della terra ucraina con­si­de­rata ancora «polacca».

Altri­menti sarà, e non a pez­zetti, la terza guerra mon­diale in piena Europa. E siamo a cento anni fa. È il nuovo che avanza, la «nuova gene­ra­zione» alla guida euro­pea tanto cara a Renzi. Ora la Mrs Pesc Moghe­rini, anche se è stata com­mis­sa­riata da un vice-Pesc tede­sco, ha l’occasione di dimo­strarsi per una volta euro­pea e non schiac­ciata sull’Alleanza atlan­tica e sugli Stati uniti. Qual­cosa ci dice che non saremo ascoltati.

3 settembre 2014


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Isis e Hamas uguali? Isis d'accordo con Assad? Ecco le menzogne di Netanyahu

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Analisi di Michele Giorgio – da Il Manifesto

Roma, 1 settembre 2014, Nena News -Hamas e l’Isis, lo Stato Islamico, «sono la stessa cosa». Tra Bashar Assad e l’Isis «correva buon sangue». L’avanzata del «mostro» che sta divorando l’Iraq e la Siria, grazie ai fondi messi a disposizione dei generosi «donatori privati» del Golfo per promuovere la crescita del salafismo e del wahabismo, è stata prontamente utilizzata a scopo propagandistico.

Il premier israeliano Netanyahu per giorni ha ripetuto che Hamas e Isis sono uguali. Un’affermazione che non sta in piedi. Così come era assurda l’associazione che un ex premier israeliano, Ariel Sharon, fece, nel 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle,  tra Osama bin Laden e Yasser Arafat.

Il salafismo al quale si rifanno al Qaeda e la sua ultima emanazione, l’Isis, ha sempre attaccato frontalmente Hamas, apostata perchè accetta un sistema politico di tipo «occidentale». Talaat Zahran, un noto sceicco salafita, lo scorso 22 luglio ha definito «inappropriato» l’aiuto ai palestinesi di Gaza e ad Hamas perchè non hanno interrotto l’alleanza con l’Iran sciita ed Hezbollah.

I leader del salafismo ripetono che vanno eliminati i «nemici interni» all’Islam, ossia gli sciiti e le altre minoranze islamiche, prima di lanciare la guerra santa contro i non-musulmani.Anche per questi motivi, sostenere che tra Assad – visto dai sunniti più radicali semplicemente come uno sciita alawita al potere – e l’Isis corra o correva buon sangue vuol dire avere una conoscenza limitata dell’Islam e della sua storia e non aver compreso l’impatto che più di trent’anni fa ha avuto nella regione la rivoluzione islamica (sciita) in Iran.Significa non avere presente le trame che l’Arabia saudita ha messo in piedi per decenni per contrastare l’ascesa della «Mezzaluna sciita», simboleggiata dall’alleanza tra la Siria e l’Iran. Vuol dire non avere presente il significato che per un sunnita più estremista ha vedere in mani dei munafiqin (dissimulatori), dei rawàfid (rinnegati), ossia gli sciiti, Damasco e Bahgdad, le due antiche «capitali» del sunnismo uscito vittorioso dal sanguinoso conflitto interno con i «partigiani di Ali».

Sono vicende antiche eppure così attuali in Medio Oriente, se si considera che l’Isis intende fondare un califfato prendendo a modello il periodo di Maometto e dei primi anni successivi alla sua morte.In particolare, in buona considerazione è tenuto il primo califfo dell’Islam, Abu Bakr, che diede priorità proprio alla lotta agli «apostati». Il Saladino, secoli dopo, fece strage degli sciiti prima di combattere i Crociati in Terra Santa. Ancora oggi una porzione significativa di sunniti fatica ad accettare gli sciiti come musulmani a tutti gli effetti.Che l’Isis e Assad possano aver dialogato e complottato assieme èpura immaginazione. Il fatto che Damasco abbia liberato nel 2011 decine di islamisti finiti poi nei ranghi dell’Isis non può aver avuto un impatto determinante sulla crescita di una organizzazione che tra Iraq e Siria conta decine di migliaia di miliziani.

È vero che Assad per un lungo periodo ha osservato con soddisfazione lo scontro armato tra l’Isis e le altre milizie ribelli. Ma quale parte in guerra non guarda con compiacimento ai nemici che si ammazzano tra di loro?Descrivere la crescita dell’Isis come frutto di una strategia studiata a tavolino dal presidente siriano e il suo entourage è irrazionale. La conquista di Baghdad, la pulizia territoriale dagli sciiti e dalle altre minoranze islamiche e la sua restituzione ai «legittimi proprietari» sunniti all’interno di un califfato, è la missione che si era dato dopo il 2003 Abu Musab al Zarqawi, il fondatore dello Stato Islamico in Iraq (Isi), approfittando dell’invasione anglo-americana del paese. Dopo l’uccisione di al Zarqawi quella missione è passata ad Abu Bakr al Baghdadi, il leader di Isis, che vuole fare di Siria e Iraq un califfato.La conquista della Siria, l’uscita di scena di Assad, la fine dell’alleanza tra Damasco e Tehran, sono il sogno di Riyadh e di altre petromonarchie sunnite.

Usa e Francia parlano di «gioco sporco» di Assad e dimenticano che se i jihadisti oggi dettano legge in Siria e Iraq ciò è avvenuto per le manovre dietro le quinte, talvolta con interessi non coincidenti, di Turchia, Qatar e Arabia saudita. E con la benedizione di Washington. Senza dimenticare che all’inizio l’Els (la milizia della Coalizione Nazionale dell’Opposizione) aveva accolto a braccia aperte i combattenti dell’Isis e del Fronte al Nusra (il ramo siriano di al Qaeda) perchè ben addestrati e in grado di dare filo da torcere all’esercito siriano. Sono state proprio le unità di al Nusra qualche giorno fa a strappare ai governativi il valico di Quneitra sul Golan, a conferrma che i qaedisti e i «laici» combattono spalla a spalla. Ad al Nusra, all’Isis e alle altre formazioni islamiste, non importa nulla dei diritti umani violati, dei prigionieri politici, del pluralismo e della «brutale dittatura». Vogliono soltanto rovesciare l’apostata Assad.

1 settembre 2014

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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Settembre 2014 10:58

Euro-crisis. Il Re-nzi è nudo

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alttratto da http://www.infoaut.org/

Il socialista Manuel Valls ha presentato le dimissioni del suo governo a Hollande. Il Presidente della Repubblica ha incaricato Valls di formare un nuovo esecutivo, epurandolo dalla scomoda presenza del “ribelle” Ministro dell'economia Montebourg. La crisi del governo si è aperta sull'austerità a partire dalle dichiarazioni polemiche di Montebourg, il quale, in un'intervista a Le Monde, aveva messo in discussione la riduzione dogmatica del deficit criticando le conseguenti politiche di austerità e la subalternità alla guida tedesca in Europa. La querelle si sarebbe potuta risolvere con l'allontanamento dall'esecutivo del Ministro e degli altri frondisti con lui solidali, ma Hollande ha voluto dare un segnale preciso riconfermando la posizione francese sul fronte dell'austerità, anche e soprattutto per non screditarsi agli occhi della Germania in una fase dove all'impasse sulla produttività seguirà una riorganizzazione delle politiche dei sacrifici segnata dalle linee di tensione tra il rigorismo della BCE e gli interessi statuali dei paesi forti.

Il piccolo terremoto d'oltralpe ridicolizza i vagheggiamenti dei vari retroscenisti dei giornali nostrani su un presunto asse Roma-Parigi deciso a pretendere maggiore flessibilità rispetto ai vincoli sul rapporto deficit/pil. Non solo, un Hollande in vena di strigliate ha convocato a Parigi un vertice del Partito Socialista Europeo proprio alla vigilia del consiglio europeo del 30 agosto che deciderà i nomi e i ruoli della nuova commissione europea, sede nella quale, come si strombettava su alcuni nostri fogliacci, Renzi, mosso da un pizzico di frizzante ribellismo, avrebbe provato a fare la voce grossa sulla flessibilità, facendosi forte di un presunto appoggio francese. Frottole.

I ruggiti del coniglio fiorentino non spaventano nessuno, in primo luogo Draghi, il quale davanti a queste sparate sullo sforamento del deficit ha serenamente alzato le spalle, invitando Renzi a cedere maggior sovranità in materia di politica economica e raccomandandosi, fintanto che sta lì, di portare almeno a termine le riforme... quelle sul mercato del lavoro, s'intende, mica quelle quisquilie delle riforme istituzionali demandate alla Boschi tra una tintarella e l'altra.

Renzi appare sempre più solo. I centri di potere che contano, in casa, in Europae oltre l'Atlantico, chiedono “fatti e non parole”. Ogni editoriale del Partito di Repubblica a firma Scalfari avanza una bocciatura invocando la giusta transizione a un regime oligarchico, del quale, va da sé, Eugenio non può che candidarsi a esserne partecipe. Solo Napolitano, temporeggiando perché a corto di carte da giocare, per ora resta a guardare senza silurare Renzi, il quale però, in un clima da ultima cena, confidava ai lupetti di San Rossore che anche lui verrà presto rottamato. Non servono le intime confessioni attorno al fuoco del campo scout per rendersi conto che la missione sistemica di Renzi è stata assolta dopo le consultazioni europee: neutralizzato il 5 stelle e omogeneizzato attorno al progetto della stabilità l'intero quadro istituzionale Renzi può anche esser scaricato.

Viale del tramonto allora? Forse... e allora Matteo messo alle strette sfrutta il tempo che gli rimane da qui all'approvazione della legge di stabilità (15 ottobre) per reinventarsi. Ma i compiti a casa che il governo si appresta a svolgere nel Consiglio dei Ministri del 29 agosto e che verranno presentati al Consiglio Europeo del 30 si attengono a una formula ben semplice e per nulla nuova: compressione salariale e investimento sulla rendita, come previsto dallo Sblocca Italia.

Ricette non dissimili da quelle imposte agli altri PIGS mediterranei. Tante sono state le pacche sulle spalle a una Spagna disciplinata per la quale il recente aumento degli indici di produttività ha significato un aumento della disoccupazione e dell'aumento dei carichi di lavoro assoluti. La Pizia della Bocconi, Tabellini, si era già espressa a riguardo invocando la diminuzione dei salari e Draghi non aspetta altro per approdare a una nuova tranche di prestiti alle banche praticamente a tasso zero, come nella primavera 2012.

Sul piano europeo comunque il rebus si fa via via più complesso. I conflitti alla periferia del vecchio continente infettano il cuore della macchina comunitaria iniziando a incrinare alcuni degli attuali equilibri. Sull'Ucraina, ad esempio, la Germania, avendo difficoltà ad invertire sul breve periodo un modello di economia a base export, potrebbe fare una prima mossa fuori dallo schema filo-atlantista che prevalentemente ha caratterizzato la crisi fin'ora. I bandi commerciali russi apriranno una falla profonda nel sistema tedesco nei semestri a venire e giusto l'altro giorno, mentre la Merkel s'intratteneva con Poroshenko, il Vicecancelliere Sigmar Gabriel si è lasciato sfuggire la proposta di una possibile federalizzazione dell'est russofono: esattamente il contrario dell'obbiettivo dell'integrità territoriale ucraina perseguito dalla Junta di Kiev e dagli USA.

Insomma, se anche la Germania, con una produttività impostata a colpi di workfare e mini-job, soffre del rallentamento dei mercati mondiali scivolando verso la stagnazione, allora, entro il quadro continentale, sembrano profilarsi scenari a più dimensioni. Scenari sia di tensione interstatuale, per il conflitto tra la ricerca di competitività interna e sui mercati d'esportazione, sia di accelerazione nell'area Euro dell'imposizione di una sempre più violenta gerarchizzazione salariale, polarizzando una distanza tra governi dell'austerity e terreni sociali da questi sconquassati. Su questi sarà indispensabile sviluppare, con esperimenti di sciopero sociale, le rigidità poste dalle lotte per l'abitare e i campi indicati dalla vivacità delle lotte dei facchini. Laddove non poste da queste istanze di ribellione ai costi unilaterali crisi, le ipotesi di redistribuzione della ricchezza (redditi di cittadinanza, universali. minimi e garantiti), qualora si dessero, si affaccerebbero su questo complesso scenario come esigenza di ulteriore omogeneizzazione e regolamentazione di una dimensione di classe subalterna del lavoro vivo e in funzione delle suddette opzioni di sviluppo sistemico della crisi. Ma chissà che le carte non si possano rimescolare in maniera interessante e con una rapidità inaspettata nel contrasto a queste opzioni proprio laddove Renzi si giocherà le partite più importanti della sua sopravvivenza politica, innanzitutto a partire dal delicato passaggio dell'approvazione della legge di stabilità in autunno...

27 agosto 2014

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Il patto Isil-Usa in una foto

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Una fotografia scattata in Siria ritrae il senatore Usa John McCain (ambasciatore ombra della Casa Bianca) insieme al leader dell’Isil al Baghdadi e ad altri dirigenti di organizzazioni terroristiche attive contro il regime di Assad. Attraverso documenti, foto e testimonianze, ecco come l’Isil si è impadronito del nord dell’Iraq.

di Franco Fracassi - da http://popoffquotidiano.it

mc cain al baghdadiGuarda le altre foto dell'incontro

La pistola fumante è una foto. È stata scattata il 27 maggio 2013 a Idleb, nel nord della Siria. Ritrae Mohammad Nour, Salem Idriss, Abu Mosa, John McCain e Ibrahim al Badri. Il primo è il portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaida in Siria). Il secondo è il capo dell’Esercito siriano libero (responsabile in Siria di raccapriccianti massacri). Il terzo è il portavoce dell’Isil, il quarto è un senatore degli Stati Uniti, nonché ex candidato alla Casa Bianca, nonché ambasciatore ombra del Dipartimento di Stato. L’ultimo è noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (dieci milioni di dollari di ricompensa) e come nome di battaglia ha preso quello di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante (Isil).

Particolare importante è che al momento di quello scatto al Baghdadi già era stato iscritto (il 4 ottobre 2011) dall’Fbi nella speciale lista dei terroristi ricercati del mondo, e sia l’Isil che il Fronte al Nusra erano stati inseriti dalle Nazioni Unite nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da combattere.

Altro particolare importante, McCain non è un politico qualsiasi. Da vent’anni è a capo dell’International Republican Institute (Iri), il ramo repubblicano di un’organizzazione governativa (il Ned) parallela alla Cia. L’Iri è un’agenzia inter-governativa, Il cui budget viene annualmente approvato dal Congresso, in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato. È stato McCain la mente della rivoluzione che ha detronizzato Slobodan Milosevic dalla presidenza della Serbia, colui che ha cercato più volte di rovesciare il governo di Hugo Chavez in Venezuela, l’ideatore della rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e di Maidan nel 2013, il grande manovratore della Primavera araba e di tutte le sue rivoluzioni (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Siria).

Il senatore Usa, nonché presidente Iri, vero ambasciatore ombra della Casa Bianca John McCain.
Il senatore Usa, nonché presidente Iri, vero tessitore della politica estera della Casa Bianca John McCain.

Popoff ha rivelato l’esistenza di documenti (resi pubblici dall’ex agente della National Security Agency Edward Snowden) che dimostrano come siano state la Cia e il Mossad ad addestrare e ad armare l’Isil. Un’operazione segreta nome in codice “Nido dei calabroni”. «L’unica soluzione per proteggere lo Stato ebraico è quella di creare un nemico alle sue frontiere, ma indirizzarlo contro gli Stati islamici che si oppongono alla sua presenza», si legge su un documento della Cia. Al Bagdadi è stato prigioniero a Guantanamo tra il 2004 e il 2009. In quel periodo Cia e Mossad lo avrebbero reclutato per fondare un gruppo capace di attrarre jihadisti di vari Paesi in un unico luogo. E tenerli così lontani da Israele. L’obiettivo era quello di creare un esercito in grado di spodestare il presidente siriano Bashar al Assad.

Nel giugno di quest’anno l’Isil (sempre supportato dagli Usa) ha tracimato nel nord dell’Iraq, sbaragliando le truppe governative irachene e massacrando musulmani sciiti, ebrei e, soprattutto, cristiani.

«È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq». Ha dichiarato l’ex segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton nel corso di un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web “The Atlantic”. «In un’intervista che risale allo scorso febbraio il presidente Obama mi disse: “Quando hai un esercito di professionisti che combatte contro contadini, falegnami e ingegneri che iniziano una protesta devi fare qualcosa. Purtroppo modificare l’equazione delle forze in campo è difficile, e quasi mai ci si riesce. All’epoca non capii. Oggi mi è tutto chiaro», scrive Goldberg.

È stato veramente l’ennesimo fallimento della politica estera statunitense? Per dare una risposta bisogna tornare indietro e raccontare la storia dall’inizio.

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La caduta del Muro di Berlino rappresentò per le grandi multinazionali (principalmente quelle statunitensi) una grande opportunità commerciale. C’era una fetta di mondo, però, che fino ad allora era rimasta impermeabile al business made in Usa e non dava alcun accenno di voler abbassare la guardia: il Medio Oriente. Quattro i Paesi chiave: l’Egitto per tutta l’area era (ed è) quello che gli Stati Uniti rappresentano per l’Occidente, la guida commerciale e dei costumi; la Libia, la Siria e l’Iraq tre potenti nazioni che avevano eretto una barriera totale all’espansionismo di Washington.

Il piano era quello di rovesciare i vari regimi al potere e di instaurare sistemi di potere più sensibili al richiamo del dollaro e dei prodotti che arrivavano da oltre oceano. Un po’ che avveniva già da tempo nelle monarchie del Golfo Persico.

Il Paese chiave era l’Iraq e il suo sanguinario (nonché seguitissimo dalle masse arabe) leader Saddam Hussein. Come hanno dimostrato migliaia di documenti, di filmati, di testimonianze e di foto, un ottimo amico di Washington, ma troppo furbo per cadere nella trappola economica.

E così nel 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad convinse Saddam a invadere il Kuwait (come ha raccontato lei stessa più volte), per poi sfruttare a proprio vantaggio quell’episodio e dichiarare guerra all’Iraq (gennaio 1991).

Il primo conflitto iracheno non risolse la questione. Saddam era ancora al potere. Il Paese venne messo sotto embargo per dodici anni, con la speranza che il popolo esasperato si rivoltasse. Non accadde nulla. Allora (nel marzo 2003) approfittando dell’11 settembre l’allora Amministrazione Bush invase per la seconda volta l’Iraq. Saddam venne deposto. Ma il Paese continuava a sfuggire al controllo di Washington. Troppo numerosa la fazione sciita, troppo potente il vicino Iran. Venne allora avanzata la proposta di dividere l’Iraq in tre Stati: a nord-est i curdi, a nord-ovest i sunniti, al centro e al sud gli sciiti. Ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, ma ancora una volta fallirono. Serviva una nuova strategia, utilizzando un attore non statale, un’entità come un fantomatico Esercito islamico dell’Iraq e del Levante.

Miliziani dell'Esercito islamico dell'Iraq e del Levante (Isil) responsabili di massacri, sgozzamenti, crocifissioni e stupri ai danni del milione e mezzo di cristiani iracheni.
Miliziani dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) responsabili di massacri, sgozzamenti, crocifissioni e stupri ai danni del milione e mezzo di cristiani iracheni.

Nel frattempo veniva portata avanti la strategia nel resto del Medio Oriente. Il 18 dicembre 2010 la Tunisia insorse a cacciò il corrotto presidente Ben Alì. Il 25 gennaio 2011 si sollevò l’Egitto (il presidente Hosni Mubarak venne arrestato).

Il 4 febbraio 2011 la Nato organizzò al Cairo una riunione per lanciare la “Primavera araba” in Libia e in Siria. Secondo un documento (di cui Popoff è entrato in possesso), la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione a Gheddafi in esilio. Il rapporto cita tra i delegati francesi presenti in quell’occasione Bernard-Henry Lévy. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (il parlamento) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di quarantamila followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio, una manifestazione in corso a Bengasi degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania e contro il dittatore Muhammar Gheddafi.

Il 22 febbraio dello stesso anno McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro, e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria. Poi, lasciando Beirut, il senatore ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata di lì a poco.

Accusati di aver ordito il rovesciamento del presidente Hosni Mubarak per conto dei Fratelli Mussulmani, i due dipendenti dell’International Republican Institute (Iri) del Cairo, John Tomlaszewski (secondo a destra) e Sam LaHood (secondo a sinistra) si sono rifugiati presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Eccoli accanto ai senatori John McCain e Lindsey Graham in occasione della riunione preparatoria della "primavera araba" in Libia e in Siria. Saranno scagionati dal leader dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi non appena questi diventerà presidente.
Accusati di aver ordito il rovesciamento del presidente Hosni Mubarak per conto dei Fratelli Mussulmani, i due dipendenti dell’International Republican Institute (Iri) del Cairo, John Tomlaszewski (secondo a destra) e Sam LaHood (secondo a sinistra) si sono rifugiati presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Eccoli accanto ai senatori John McCain e Lindsey Graham in occasione della riunione preparatoria della “primavera araba” in Libia e in Siria. Saranno scagionati dal leader dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi non appena questi diventerà presidente.

La Libia cadde come era accaduto prima alla Tunisia e all’Egitto, ma il regime di Bashar al Assad restò al suo posto. Ed ecco riapparire McCain. Era il 27 maggio 2013. Il giorno delle foto incriminanti. Il senatore dell’Arizona si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington dal direttore della comunicazione del suo staff Brian Rogers.

Un viaggio curioso, perché organizzato dalla Syrian Emergency Task Force, un’organizzazione diretta da un palestinese (Mouaz Moustafa) dipendente dell’Aipac, la più potente lobby ebraica negli Stati Uniti.

Ma torniamo alla nostra storia. La riunione mise in moto l’operazione “Nido dei calabroni”. Settemila jihadisti, provenienti da tutto il mondo, vennero addestrati in Turchia, altri cinquemila in Libia (sempre a spese dell’emiro del Qatar). Tutte nuove leve dell’Isil.

In questo documento, pubblicato nel settembre 2013, l’ambasciatore del Qatar a Tripoli informa il suo ministero che un gruppo di 1.800 africani è stato addestrato alla jihad in Libia. Propone di inviarli in tre gruppi in Turchia perché si congiungano all’Isil in Siria.
In questo documento, pubblicato nel settembre 2013, l’ambasciatore del Qatar a Tripoli informa il suo ministero che un gruppo di 1.800 africani è stato addestrato alla jihad in Libia. Propone di inviarli in tre gruppi in Turchia perché si congiungano all’Isil in Siria.

L’Esercito islamico era una cosa completamente nuova, l’organizzazione capace finalmente di sparigliare le carte. A differenza dei gruppi jihadisti che avevano combattuto in Afghanistan, in Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituiva una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi disponevano di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortavano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Quest’anno due episodi che hanno portato finalmente agli eventi di questa estate e ai massacri iracheni da parte dell’Isil. L’agenzia britannica Reuters ha pubblicato un articolo nel gennaio di quest’anno in cui si legge: «Il Congresso degli Stati Uniti si è riunito segretamente per votare il finanziamento e l’armamento dei ribelli in Siria fino al 30 settembre 2014». A fine febbraio, grazie anche al lavoro di McCain, in Ucraina una sorta di colpo di Stato è andato a buon fine. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato siglare un accordo commerciale con l’Arabia Saudita per la vendita di un ingente quantitativo di armi (anche cannoni e carri armati) alla jihad di al Baghdadi. In base al contratto (di cui Popoff ha parlato in un precedente articolo) le armi in questione sarebbero state a disposizione «a partire dal primo giugno 2014», per essere trasferite all’Isil in Siria, via Turchia.

Ibrahim al-Badri, alias Abu Du’a, alias Abu Bakr al Baghdadi figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (Rewards for Justice) già dal 4 ottobre 2011.
Ibrahim al-Badri, alias Abu Du’a, alias Abu Bakr al Baghdadi figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (Rewards for Justice) già dal 4 ottobre 2011.

Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Isil e del governo regionale del Kurdistan (totalmente controllato da Washington).

L’Emirato islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il quaranta per cento. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del Paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Isil di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga del governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Barak Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato islamico. Tuttavia, secondo il generale statunitense William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria. Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato».

Ciò che ha realmente fermato l’avanzata dell’Isil e ha aperto un corridoio umanitario, permettendo ai civili di sfuggire al massacro, è stato l’intervento dei curdi del Pkk turco e siriano, nemici giurati della Turchia, della Nato e degli Stati Uniti.

23 agosto 2014

vedi anche

Snowden: L’Isil è stato addestrato dalla Cia e dal Mossad

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Ultimo aggiornamento Domenica 24 Agosto 2014 15:50

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