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INTERNAZIONALE

Continuano blocchi e scioperi, il governo francese ‘nel pallone’

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

“Il preavviso dello sciopero dei piloti di Air France dall’11 al 14 giugno è stato mantenuto”. Ad annunciarlo sono stati oggi i tre sindacati dei piloti dopo il fallimento dei negoziati con i vertici della Air France che insiste sul taglio degli stipendi. I sindacati hanno respinto un nuovo protocollo trasmesso dalla direzione di Air France nella notte, quasi “un copia e incolla” del precedente senza “nessuna proposta” che permetta di revocare lo sciopero indetto dall’11 al 14 giungo, in pieno Euro 2016, il cui fischio di inizio è atteso domani allo stade de France.
Se le alluvioni, che paradossalmente avevano concesso un po’ di respiro al governo, sono terminate da qualche giorno, lo stesso non si può dire per le manifestazioni, gli scioperi e i blocchi organizzati dai sindacati e dalle organizzazioni studentesche per imporre al governo il ritiro della contestatissima Loi Travail, il provvedimento legislativo fortemente voluto dal governo socialista – e dall’Unione Europea – che precarizza il mercato del lavoro, rende più facili e meno onerosi i licenziamenti e concede priorità ai contratti aziendali rispetto a quelli nazionali. Un movimento di contestazione che in Francia non si vedeva da decenni e ormai arrivato al quarto mese.

Le organizzazioni dei lavoratori, in primo luogo la Cgt, avevano affermato che avrebbero sospeso le agitazioni previste prima dell’inizio degli europei di calcio, se il governo Valls avesse dimostrato la propria disponibilità a operare cambiamenti significativi alla Loi El Khomri (anche se ufficialmente il sindacato diretto da Philippe Martinez ne chiede il ritiro) ma l’intransigenza dell’esecutivo e del presidente Hollande ha obbligato l’articolato fronte di lotta ad andare avanti.
Anche in queste ore contro il ‘Jobs act’ in versione francese continuano gli ‘scioperi illimitati’ ormai in corso da una decina di giorni: fermate in diversi comparti e territori, a ondate, che creano forti disagi e danni economici senza però che la mobilitazione si trasformi in un vero sciopero generale nazionale che le correnti più radicali del movimento continuano a chiedere, da tempo, inutilmente, alle direzioni sindacali.

Anche se nei giorni scorsi era stato annunciato il raggiungimento di un pre-accordo rispetto alle rivendicazioni specifiche dei lavoratori del comparto ferroviario, anche oggi sono continuati gli scioperi del personale della Sncf per il nono giorno consecutivo: particolarmente interessata la capitale ed altre città come Lione e Dunquerque. Ed oggi è arrivata la decisione di bloccare le linee della Rer, la rete ferroviaria che collega Parigi all’aeroporto e allo Stade de France, a Saint-Denis, dove domani si giocherà l’incontro inaugurale di Euro 2016 tra Francia e Romania. Ieri centinaia di cheminots hanno manifestato alla Gare du nord e altre centinaia hanno invaso la stazione di Montparnasse, nella capitale, in occasione del passaggio di un treno pubblicitario di Euro 2016. Oltre al ‘no’ alla Loi Travail i ferrovieri protestano anche contro la progettata liberalizzazione della rete di trasporto su ferro, decisa dal governo a partire dal 2020. Mentre i sindacati moderati hanno firmato con l’azienda, Cgt e Sud-rail – che rappresentano il 60% dei lavoratori del settore – continuano la mobilitazione.

Prosegue anche l’astensione dal lavoro dei netturbini della regione di Parigi, che hanno non solo smesso da giorni di raccogliere l’immondizia dalle strade, ma hanno anche bloccato il più grande dei siti di smaltimento dei rifiuti, quello di Ivry-sur-Seine/Paris; iniziativa che si protrarrà fino al 14 di giugno avvisa la Cgt. Picchettato e bloccato da diversi giorni anche l’inceneritore di Fos-sur-Mer, che serve Marsiglia mentre sono sbarrati dagli scioperanti gli accessi ai quattro più grandi garage di camion della nettezza urbana di Parigi.

Stamattina centinaia di militanti sindacali hanno bloccato l’accesso al mercato all’ingrosso di Rungis (Val-de-Marne), il più grande mercato agroalimentare di prodotti freschi del continente europeo. Nei giorni scorsi ad essere bloccato era stato il Terminal 2 dell’aeroporto internazionale di Roissy mentre centinaia di lavoratori hanno invaso diverse aree dello scalo più importante, lo Charles de Gaulle.
Dopo due settimane tre delle cinque raffinerie di petrolio della multinazionale francese Total continuano ad essere notevolmente rallentate.

Oggi in alcune regioni stanno anche incrociando le braccia i lavoratori portuali e quelli del settore energetico. Ieri è toccato ai lavoratori precari dello spettacolo – protagonisti qualche anno fa della mobilitazione degli ‘intermittenti’ – che hanno inscenato una manifestazione niente meno che sotto le finestre dell’abitazione dell’odiata ministra del Lavoro, Myriam El Khomri, firmataria della controriforma del codice del lavoro che ha scatenato il più consistente movimento di protesta che un governo socialista abbia mai dovuto affrontare in Francia.

Martedì scorso, invece, precari, studenti e disoccupati hanno occupato per un certo tempo la sede nazionale del Medef, la Confindustria francese, prima di essere sloggiati da un nutrito cordone di agenti in tenuta antisommossa. Stessa sorte hanno subito i manifestanti che gridavano slogan, ieri, davanti al Ministro delle Finanze, caricati dai celerini che hanno fatto ricorso anche ai lacrimogeni.

Il tutto in attesa della giornata di mobilitazione nazionale convocata da una decina di organizzazioni sindacali e studentesche per il prossimo 14 giugno, con manifestazione nazionale a Parigi, in pieno Euro 2016. Il giorno prima, lunedì 13 giugno, il Senato dovrebbe cominciare a discutere il testo delle ‘riforma’ nella versione originaria, depurato quindi dei piccoli miglioramenti che avevano permesso all’esecutivo di incassare il ‘si’ del sindacato moderato Cfdt, ma non l’adesione di alcune decine di parlamentari socialisti e verdi che di fatto hanno fatto mancare la maggioranza al premier Valls, che quindi aveva fatto ricorso all’odioso articolo 49.3 della Costituzione che consente l’approvazione di una legge senza il passaggio parlamentare. Se il Senato dovesse dare l’ok, magari di nuovo grazie all’applicazione del 49.3, i sindacati promettono di mantenere la mobilitazione e di organizzare per fine giugno una nuova giornata nazionale di protesta.

Il governo spera di durare un minuto in più della mobilitazione, e ora che gli Europei sono alle porte punta tutto sul sentimento nazionalista dei francesi – notoriamente molto forte – accusando i sindacati di voler boicottare la manifestazione calcistica internazionale facendo fare al paese una pessima figura. “E’ in gioco l’orgoglio della Francia, non permettete che la capacità del nostro paese di organizzare eventi globali sia danneggiata” ha tuonato la ministra dell’Ambiente Ségolène Royal, scommettendo sulla stanchezza dei francesi che, secondo un sondaggio, sarebbero al 54% contrari alla continuazione della protesta contro una legge che pure al 70% avversano.

Secondo i media francesi, le direzioni dei sindacati potrebbero attenuare la mobilitazione a partire da domani come ‘gesto di buona volontà’, per consentire al governo di operare alcune concessioni in nome della priorità del tranquillo svolgimento degli Europei (il problema, per Valls e Hollande, sono i diktat di Bruxelles e anche le forti pressioni provenienti dalla Confindustria francese). “Non sono certo che bloccare i tifosi di calcio sia l’immagine migliore che possiamo dare al mondo del nostro sindacato” ha detto ad esempio oggi pomeriggio Martinez, il leader della Cgt.

Intanto in tutto il paese gruppi di sindacalisti e attivisti delle organizzazioni politiche e sociali stanno raccogliendo centinaia di migliaia di euro per foraggiare le ‘casse di resistenza’ e permettere così agli scioperanti di poter continuare a sostenere una lotta vissuta da una parte consistente della società francese come un vero e proprio spartiacque.

10 giugno 2016

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I più grandi criminali del mondo? Le banche d’affari

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TV STILL -- DO NOT PURGE -- Wagner Moura as Pablo Escobar in the Netflix Original Series NARCOS.  Photo credit: Daniel Daza/Netflix   Season 1

tratto da http://contropiano.org

Spesso le informazioni illuminanti arrivano nel modo più imprevedibile. E certo era difficile attendersi da La Stampa – organo di casa Fiat, sul punto di diventare l’inserto piemontese di Repubblica – uno sguardo così impietoso sulle più grandi banche d’affari del pianeta.

Incipit folgorante, degno della migliori penne marxiste del ‘900: “Nei due elenchi [i criminali ricercati in tutto il mondo, ndr] non appaiono altri pericoli pubblici, per esempio i responsabili di reati concepiti in grattacieli vetro e acciaio.

Poi giù una serie di informazioni per anni tenute lontane dalle prime pagine dei giornali più importanti (dunque più influenti sull’opinione pubblica, non solo italiana).

Punto primo. Le grandi banche sono delle centrali criminali in senso giuridico, ai sensi dei vari codici penali esistenti nel normale mondo capitalistico. Non sparano a nessuno – almeno in prima persona – ma provocano stragi fisiche di dimensioni apocalittiche, manovrando in modo criminale e illegale su grandezze monetarie, tassi, contratti, ecc. Nulla di nuovo, per noi. Ma certo sorprendente per il giornale che ha tra i referenti obbligati la seconda banca italiana (IntesaSanPaolo).

Punto secondo. Le loro attività criminali sono costate, solo negli ultimi otto anni di crisi, “1.100 miliardi di dollari in termini di occupazione e produzione persa, e ha estorto ai tesori nazionali 430 miliardi di dollari” per i salvataggi dal fallimento. A proposito di rispetto delle regole del mercato e della meritocrazia capitalistica (esiste anche un’altra meritocrazia, ma ne parleremo in altra sede)…

Fin qui siamo comunque in terre conosciute, ben studiate da decenni. Il punto vero salta fuori quando si evidenzia come assolutamente vero quello che è sempre stato un diffuso sospetto. Ossia che il riciclaggio del denaro dei grandi cartelli della droga o delle mafie avvenisse con la piena consapevolezza dei gruppi dirigenti delle banche. Anzi. Per iniziativa delle banche, non delle mafie o dei narcos…

Un rovesciamento totale che spiega molto del mondo capitalistico attuale, dove di fatto le élites ai vertici sono niente altro che i criminali che ce l’hanno fatta, si sono ripuliti (da due-tre generazioni, certo…), mandano i figli nelle università migliori, a volte dirigono un governo o fanno i ministri per qualche anno, poi ritornano a fare i manager, e girano con gli yacht o gli aerei personali. Mentre quelli di Sinaloa o Corleone sono quelli che ancora stanno fuori la porta d’ingresso, impegnati nella gestione fisica del business criminale di basso livello (e quindi sparano, ammazzano, comprano amministratori pubblici, ecc), con l’obiettivo di salire ai piani alti.

E intanto un ragazzo un ragazzo che ha ecceduto nell’uso di qualcuna di quelle sostenze così remunerative rischia a miglior vita se incappa nei controlli di qualche poliziotto o carabiniere in vena di “legalità muscolare”.

Naturalmente da un articolo pubblicato su La Stampa non ci si può attendere anche una proposta soluzione all’altezza di problemi così radicali. Tutto viene alla fine ridotto a una questione di “moralità”, il che fa quasi ridere quando si parla di migliaia di miliardi di dollari. In un mondo guidato – come unica regola – dalla libertà dell’impresa privata nella ricerca del massimo profitto, non c’è moralità possibile.

***

La più grande industria è il riciclaggio di denaro

Alcune grandi banche hanno finanziato narcotraffico e mafie pagando solo multe

Antonio Maria Costa

Europol ha pubblicato l’elenco dei criminali più ricercati in Europa; Interpol ha aggiornato gli Avvisi Rossi. Entrambe agenzie individuano i grandi nemici della società: terroristi e mafiosi. Nei due elenchi non appaiono altri pericoli pubblici, per esempio i responsabili di reati concepiti in grattacieli vetro e acciaio.

Reati perpetrati davanti a ettari di schermi policromatici BenQ, con grafici e tabelle. L’elenco di questi crimini spaventa: manipolazione dei tassi di cambio e d’interesse, riciclaggio, frode, falsa fatturazione, evasione fiscale, aggiotaggio, vendita di derivati tossici, schemi a piramide Ponzi, violazione delle sanzioni, rischi eccessivi coi risparmi altrui, abuso dei mutuatari – e naturalmente, usura. Delitti che generano un enorme bottino (calcolato freddamente, valutando rendimenti attesi contro l’eventuale penalità), sottratto a un enorme numero di vittime. Secondo le Nazioni Unite la crisi del 2008, frutto della speculazione finanziaria, è costata 1.100 miliardi di dollari in termini di occupazione e produzione persa, e ha estorto ai tesori nazionali 430 miliardi di dollari per assistere (a volte, nazionalizzare) le istituzioni fallimentari.

«Occorre evitare nuove crisi, risarcire le vittime, e punire i colpevoli» – così ha pensato l’opinione pubblica dopo il collasso, auspicando riforme, sanzioni, incarcerazioni. È andata diversamente.

Alcune riforme hanno fortificato il sistema, ri-capitalizzato le banche, resa più affidabile la loro liquidità. Ma in Europa, l’unione bancaria (gemella dell’unione monetaria) rappresenta lavoro in corso: la singola supervisione (della Bce) è opaca; la singola risoluzione (dalle bancarotte) è complessa; la singola assicurazione (sui depositi) è incerta. Negli Usa la legislazione Dodd-Frank rafforza responsabilità e trasparenza bancaria, per proteggere i risparmiatori. Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, diversi articoli sono stati abrogati dal Congresso, e l’elemento centrale (la separazione tra banche commerciali e quelle d’affari) non è ancora promulgato. Le sanzioni imposte? Globalmente, circa 270 miliardi di dollari, pari a una modesta percentuale dei profitti annuali delle banche. Di incarcerazioni neanche a parlarne: alcuni operatori marginali sono sotto processo, ma nessun presidente, amministratore o consigliere è alle sbarre.

C’è di peggio. Durante la crisi, la grande illiquidità generata dal crollo dei prestiti interbancari ha fornito alla criminalità organizzata (ricca di contante) l’opportunità di penetrare il sistema finanziario. «Non è la mafia a cercare la finanza, ma viceversa», mi dice un magistrato dell’antimafia. Le prove abbondano. Negli Usa la Wachovia Bank ha riciclato 380 miliardi di dollari del cartello messicano di Sinaloa negli anni 2006-10. Nel 2014, grazie alla «procedura differita» offerta dal Tesoro Usa, gli amministratori evitano sanzioni promettendo di «non ricadere nel reato in futuro». La banca è multata di spiccioli: 160 milioni di dollari, pari al 2% del profitto annuale.

Similmente la più grande banca in Europa, la londinese Hsbc, ammette di avere riciclato miliardi di narco-reddito, e dozzine di altri crimini. Paga l’ammenda (2 miliardi), evita conseguenze penali e mostra l’ipocrisia che caratterizza la lotta alla droga. Un giovane con qualche grammo di droga in tasca finisce in galera; banchieri che agevolano traffici a tonnellate si godono yacht e jet privati.

Ma c’e’ d’altro ancora. Il presidente Renzi, indispettito per i commenti tedeschi sulle banche italiane, ribatte: «ma che pensino alle loro!» In effetti, la vera bomba nucleare nel cuore dell’Europa è la Deutsche Bank. Con 2 mila miliardi di capitalizzazione (la maggiore nell’Eurozona), è sotto inchiesta per reati in tutto il mondo: manipolazione del tasso Libor (in Inghilterra), riciclaggio di denaro (Russia e Messico), finanziamento al terrorismo (nel Golfo), violazione dell’embargo (Iran), collaborazione con giurisdizioni canaglia (nel Pacifico), falsificazione del rischio (Francia), vendita fraudolenta di strumenti «derivati» tossici (Usa) e così via.

A questo punto, il pubblico chiede: perché le banche sono salvate dal contribuente, e i banchieri sono salvati dalla galera? Ora sappiamo la risposta. I crimini finanziari non sono il risultato delle azioni di pochi avidi banksters, ma «il prodotto di una cultura finanziaria che ha perso la bussola morale – avvelenata da frode, avidità e azzardo». Questo dice il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney. Per rimediare, occorre porre fine alla collusione tra politica e finanza, che non è solo corruzione (politici disonesti comprati dal capitale), ma è inter-dipendenza fra tesori nazionali e banche private, entrambi in dissesto: un contratto di reciproca difesa, che mira a conservare il potere di entrambi.

Una situazione irrimediabile? Senz’altro no. Per restituire alle banche il ruolo di mediazione tra risparmiatori e investitori, occorre convertirle in aziende private di pubblica utilità (come acqua e elettricità), specializzate e tassate per disincentivare decisioni lucrose a breve, sconsiderate a lungo. Papa Francesco ha tracciato la via, ricordando la relazione enigmatica di Cristo con il denaro: «nel Tempio nostro Signore scaccia i cambia-valute che speculano; nelle parabole loda chi bene investe i talenti».

10 giugno 2016

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Condannare e colpire: la terza via del welfare in Germania

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Lutz Achenbach - tratto da http://www.dinamopress.it

L'ennesima riforma del welfare tedesco rischia di tagliare ulteriormente i diritti e ridurre le forme di reddito, legandole a un'etica di Stato e alla normalizzazione delle forme di vita.

È in corso in questi giorni in Germania un'aspra discussione al Bundestag intorno alla riforma Hartz IV per discutere il progetto di legge presentato dal Ministro degli Affari Sociali Andrea Nahles (SPD) nel governo di Angela Merkel. L'ennesima modifica del sistema di accesso al welfare segue di meno di un anno l'ultima (nota per aver limitato a sei mesi il sussidio per i disoccupati non tedeschi).

Con l'ennesima piccola modifica differenziale ma complementare alle precedenti la Germania afferma la propria idea di welfare. Un'idea che risulta essere vecchia di circa un secolo e che era rimasta sepolta sotto le macerie della seconda guerra mondiale. Un modello che tutte le europee e gli europei faranno bene a conoscere presto; un modello di stato etico che vincola l'erogazione dei sussidi a un'etica di stato. Un modello che usa la demagogia contro i poveri e lo stigma sociale per rendere ricattabili gli eserciti di working poor su cui la Germania costruisce la sua fortuna. Un modello che integra a questo il dispositivo debito/credito a vita e la differenziazione su base etnico/nazionale.

Di seguito, l'analisi di Lutz Achenbach, avvocato di diritto sociale a Berlino, in un articolo tradotto dai Berlin Migrant Strikers.

 

Scissione sistemica

Le novità proposte sulla riforma Hartz IV dividono ulteriormente i beneficiari del welfare tedesco.

È stata presentata una nuova proposta di modifica dell'Hartz IV, da parte del Ministero degli Affari Sociali, sotto il paradossale nome di “Semplificazione amministrativa”. Secondo le parole del Ministro, la burocrazia di minore importanza dovrebbe essere eliminata per rendere la legge più vicina al cittadino. Purtroppo, la messa in pratica di questi nobili obiettivi non ha speranze di realizzazione.

Particolare riguardo è stato rivolto all'aspetto della riorganizzazione delle regole concernenti i bambini che crescono con genitori separati. In Germania i genitori single sono soggetti sociali particolarmente a rischio povertà. Infatti già subiscono l'assegnazione di Kindergeld e Elterngeld inferiori al classico modello sociale familiare.

Su di essi, inoltre, pesa il rallentamento dell'economia, proprio perché il sistema di sostegno all'infanzia non risulta adeguato e sufficiente. Proprio per questo i genitori single compongono la porzione di un terzo, componente molto grande, dell'intera platea dei beneficiari del sussidio.

Adesso per questa categoria sociale sono state pianificate solo misure peggiorative rispetto a quelle attuali. >Queste misure vengono potenziate con una pesante burocratizzazione: da adesso in poi i genitori saranno tenuti a dichiarare da quale dei due il bambino pernotta, ricevendo il sussidio economico esclusivamente per i giorni che il figlio trascorrerà con loro.

In aggiunta, nel momento in cui il bambino dovesse trascorrere meno della metà del tempo con uno dei due genitori, il cosiddetto ulteriore beneficio economico a loro garantito verrebbe drasticamente ridotto. Com'è evidente le modifiche apportate tradiscono un contributo alla lotta contro la povertà infantile quantomeno curioso ed originale.

Il fatto che tali modifiche siano state presentate dal ministro Andrea Nahles, a sua volta genitore single, rende manifesta la distanza che intercorre, nella vita reale, tra i socialdemocratici ed il loro storico blocco sociale di riferimento elettorale, una delle numerose cause del crollo alle urne del partito. Ma oltre a queste inique modifiche sul caso specifico, sono state programmate ulteriori misure restrittive su campi variegati e diversi.

Non solo i genitori single vengono penalizzati

Alle novità riguardanti le famiglie monoparentali si aggiungono in particolare e con drastica drammaticità le misure contro coloro che assumono i cosiddetti “comportamenti antisociali”. Su queste non ci si è soffermati ancora abbastanza nello studio e messa in evidenza dei casi. Finora la norma prevede che coloro che “sperperano” palesemente il proprio denaro per poi ripiegare sui contributi del sussidio statale, potranno accedervi solo sotto forma di prestito.

Tuttavia per la governance tedesca risulta necessario modificare la natura giuridica di questi interventi, perché devono essere causati o per un manifesto dolo soggettivo o in seguito ad una grave ed oggettiva negligenza. Il Jobcenter, data la difficoltà di provare in modo oggettivo il verificarsi di queste condizioni, ha fino ad oggi utilizzato raramente questo caso legale specifico.

Questa situazione potrebbe però cambiare tramite una nuova rielaborazione. Al momento infatti ci si riferisce al "comportamento antisociale" non più solo al dubbio rispetto alla possibilità di ricevere una parte del welfare, cioè la parte di sussidio sociale, ma anche di ridurre l'accesso alla parte del welfare riguardante il sostegno alle necessità da lavoro come indicate nel modello Hartz IV.

Infatti chi non accetterà il posto di lavoro “suggerito” dal centro per l'impiego rischierà, ovviamente in aggiunta alla sanzione, anche di pagare un' indennità a causa del suo comportamento “socialmente contrario”, per aver mantenuto arbitrariamente il suo stato di bisogno o di non averlo diminuito. Il Jobcenter non solo, come da legge attualmente vigente, sanzionerà il disoccupato con un taglio temporaneo del 30% della somma erogata, ma aggiungerà a questo taglio anche il “mancato salario” determinato dal rifiuto del disoccupato. Questa somma sarà figurata come un debito e a differenza della sanzione sarà cronologicamente senza fine.

La costrizione a qualunque lavoro, già istituzionalizzata dal sistema sanzionatorio, sarà così notevolmente aggravata. L'Hartz IV potrebbe diventare realmente il macchinario per la fabbricazione della persona indebitata, non più uno stato elargitore di benefici sociali, bensì erogatore di crediti .

Il modello conservatore: stigmatizzare e colpire

In The three worlds of welfare capitalism il sociologo Gøta Esping-Andersen considerava il regime di welfare tedesco come il prototipo del cosiddetto regime conservatore (da opporre al modello liberale e a quello socialdemocratico). Mentre il modello liberale infatti fornisce solo benefit minori con elevate barriere di ingresso costringendo al lavoro coatto cittadini senza redditi capaci di garantirne il sostentamento, il modello socialdemocratico tendenzialmente distribuisce maggiori benefici e quindi lo sfruttamento e/o il lavoro forzato sono notevolmente ridotti.

Il modello conservatore invece si caratterizza per il fatto che viene “conservata” la distinzione netta tra diverse classi sociali anche se in presenza di demercificazione. Il modello si basa sul welfare state Bismarckiano, nel quale l'erogazione delle prestazioni, a differenza dei modelli fiscali, veniva finanziata e quantificata solo in funzione della quantità dei contributi effettivamente versati.

Il regime conservatore inoltre è ordinato patriarcalmente e prevede la sottomissione della donna allo stato e alla famiglia. Le donne non erano considerate come portatrici di diritti, bensì come anime la cui cura era prevista dalla benevolenza dei mariti o dei padri. In base a questo percorso storico si può interpretare la riduzione del ruolo della donna-madre nel regime assistenziale familistico. Oltre ciò, nel modello conservatore gioca un ruolo importante la stigmatizzazione del richiedente il sussidio in bisognoso; stigmatizzazione funzionale al mantenimento della differenziazione di classe.

Con la modifica del paragrafo concernente i “comportamenti antisociali”, la stigmatizzazione sarà ancora più istituzionalizzata. Un esempio evidente lo si può cogliere nelle differenze di Status dei disoccupati nell'accesso accesso ai servizi: coloro che ricevono l'Arbeitslosengeld I (ndr. L'assegno di disoccupazione) sono i “degni disoccupati” i quali versano nel sistema assicurativo una parte del proprio salario per tutelarsi dalla disoccupazione, coloro che invece ricevono l'Arbeitslosengeld II (ndr. il reddito minimo di sussistenza) sono i disoccupati indegni e parassiti.

Ma queste non sono le uniche barriere che segnano la differenza di status sociale. Nei casi in cui a richiedere l'assistenza sociale non è un cittadino tedesco, lo Stato tedesco si è mostrato particolarmente interessato e solerte nel rimarcare ulteriori differenze. Il caso più eclatante riguarda il tentativo di non concedere il minimo necessario per la sopravvivenza ai rifugiati politici. La corte costituzionale federale ha dichiarato il 18 luglio 2012 questo tentativo di limitazione di accesso al welfare, contenuto nella legge sulle politiche migratorie (Asylbewerberleistungsgesetz), incompatibile con la dignità umana. Tuttavia questo non ha impedito al governo federale di introdurre nuove e significative distinzioni di status e accesso al welfare nella nuova legge sul tema lo scorso anno.

Un altro tentativo di produzione di differenze di status basate sulla condizione di cittadinanza presente nella legge riguarda l'accesso alle prestazioni dello stato sociale per i cittadini di altri paesi dell'Unione Europea. La Corte sociale federale ha sancito nel mese di dicembre 2015 (a seguito della giurisprudenza della Corte costituzionale federale), che non è possibile escludere totalmente dai benefit i cittadini comunitari legalmente residenti in Germania. Anche in questo caso, il ministro socialista vuole per via legislativa minare le disposizioni della Corte sociale federale e difendere la segregazione sociale. Nel caso specifico, quindi, i cittadini europei che non hanno mai lavorato in Germania o che risultano disoccupati di lungo corso potranno sperare di ricevere solo un “sussidio ponte” di massimo quattro settimane fino alla data di espulsione dal paese.

La nuova legge deve deprivare dei diritti i cittadini UE

L'esatta misura del fabbisogno è ancora costituzionalmente dubbia. Di conseguenza l'accesso dei cittadini UE al welfare tedesco deve essere risolta in punta di diritto. Più a lungo questi sono residenti in Germania, tanto più hanno possibilità di vedersi riconosciuto dal tribunale il diritto di accedere ai benefit sociali. Se così non fosse andrebbero considerati in modo affine ai richiedenti asilo e sarebbero da considerare quindi deportati in modo forzato: un paradosso non solo politicamente dubbio ma anche praticamente inapplicabile.

Il risultato della proposta Nahles ha come obiettivo quello di rendere evidente una sorta di tolleranza rispetto al diritto di soggiorno di questi ultimi purché non implichi la pretesa di accesso ai diritti sociali. In questo modo essi vengono costretti ad un'ambigua zona grigia legale, funzionale a renderli molto vulnerabili ed esposti a condizioni di lavoro coatto e a sfruttamento. In definitiva il mercato del lavoro tedesco sarà ulteriormente segmentato in modo da subordinare l'accesso al benessere sulla base sciovinista del privilegio di ottenere o mantenere la cittadinanza tedesca.

Le ultime innovazioni, quindi, si inseriscono nella tradizione del modello di stato sociale conservatore non solo difendendo l'ordine sociale vigente (e anche le sue differenze sociali interne) ma anche producendo ulteriore segregazione.

È il modello di uno stato sociale a scissione attiva.

1 giugno 2016

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Francia. Contro la Loi Travail raffica di scioperi “illimitati"

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

L’Unione francese delle industrie del petrolio (Ufip) ha annunciato alcune ore fa un “netto miglioramento” nel rifornimento di carburante alle stazioni di servizio in Francia anche se in realtà il 20% sono ancora parzialmente o totalmente a secco a causa dei blocchi dei lavoratori a raffinerie e depositi. “Dopo una settimana difficile, la mobilitazione di tutti gli attori e il coordinamento con i poteri pubblici hanno consentito un netto miglioramento”, ha rivendicato il presidente dell’Ufip, Francis Duseux, che nei giorni scorsi aveva chiesto e ottenuto dal governo l’invio dei reparti antisommossa a sgomberare alcuni dei picchetti e delle occupazioni che impedivano i rifornimenti. Anche il gigante petrolifero francese Total ha parlato di un “miglioramento significativo”, ma 553 (contro le 650 di ieri) stazioni di servizio del gruppo rimangono totalmente o parzialmente a secco su una rete di distribuzione che ne conta in totale 2.200.

Dello otto raffinerie esistenti in Francia, quattro sono ancora bloccate del tutto, due funzionano a regime ridotto e solo altre due, quelle del gruppo statunitense Exxon/Mobil, lavorano normalmente. Lo sciopero nel settore proseguirà almeno fino a giovedì non solo nelle raffinerie ma anche ai terminal petroliferi del grande porto marittimo di Marsiglia – trenta petroliere sono bloccate da ieri al largo del terminal nel sud della Francia – e in quello di Le Havre (nel nord). 

Intanto ieri sera è iniziato in tutto il paese lo sciopero a carattere illimitato della Sncf, la società ferroviaria; i lavoratori dei trasporti (anche se quelli aderenti al sindacato conservatore Cfdt si sono sfilati dalla protesta), oltre alla cancellazione della legge El Khomri, pretendono anche una diminuzione dei ritmi e degli orari di lavoro recentemente aumentati dal governo. Fermi almeno al 50% anche i treni ad alta velocità e a lunga percorrenza mentre per ora dovrebbe essere esente dallo sciopero la Ratp, la rete ferroviaria urbana parigina, anche se i sindacati del settore chiedono la riapertura immediata dei negoziati sul salario e comunque hanno indetto uno sciopero contro la versione francese del Jobs Act a partire da giovedì.

Per completare il quadro anche tutti i sindacati dell’aviazione civile hanno convocato uno sciopero del trasporto aereo dal 3 al 5 di giugno. Alla protesta contro la legge sul lavoro si sommano anche quelle dei lavoratori dell’Air France – che hanno deciso ben 6 giorni di blocco – contro il taglio dei loro stipendi deciso dall’azienda, e i controllori di volo. Come se non bastasse la capitale francese rischia di essere sommersa dalla spazzatura visto che da questa mattina è bloccato il più grande inceneritore di rifiuti della città mentre ieri i lavoratori della Cgt avevano bloccato la discarica di Ivry-sur-Seine, la più grossa della regione parigina dell’Ile-de-France.

Sindacati e organizzazioni studentesche che da tre mesi protestano contro la norma che precarizza e rende più flessibile il lavoro, concede prevalenza ai contratti aziendali invece che a quelli nazionali e rende più facili i licenziamenti si preparano ad una nuova giornata di manifestazioni e blocchi. Cgt, Solidaires, Fsu, Unef, Fidl, Sud, e Unl hanno indetto per il 14 giugno la nona giornata di mobilitazione generale contro il governo, quando i campionati europei di calcio saranno già iniziati. Il rilancio degli scioperi e delle manifestazioni, seguito ieri alla decisione da parte del governo e del presidente socialista di continuare diritti per la loro strada nonostante la forte opposizione sociale, politica e sindacale alla Loi Travail, preoccupa molto l’industria turistica, già colpita dalle cancellazioni seguite agli attentati di Parigi di novembre e ora alle prese con un calo drastico degli arrivi dall’estero.

Ieri Manuel Valls ha assicurato di non avere alcuna intenzione di allungare la lista di quei leader politici che hanno dovuto subire una sconfitta a causa delle proteste sociali. “Se soccombessimo alle proteste e alla Cgt ossessionati dalla scadenza alettorale del 2017 (le elezioni legislative) perderemmo tutto” ha affermato il primo ministro.
Ma il governo teme ora che la propria intransigenza porti a quella “convergenza delle lotte” che in parte finora era mancata a causa delle tensioni tra i settori radicali del movimento denominato ‘Nuit Debout’ e le direzioni dei sindacati maggioritari, accusati di non fare abbastanza contro il governo e di aver tollerato negli ultimi anni troppi attacchi nei confronti delle libertà democratiche e dei diritti dei giovani e dei lavoratori. Del resto per varie settimane, dalla fine di febbraio a tutto marzo, la Cgt e Force Ouvriere hanno chiesto non il ritiro della legge ma una modifica di alcuni punti sulla base di un dialogo con le parti sociali, non convocate invece da un governo accusato di ‘voler fare da solo’.

Adesso che i socialisti hanno ribadito il loro no a modifiche sostanziali del testo legislativo – che pure era stato ventilato nei giorni scorsi da alcuni esponenti dell’esecutivo o del gruppo parlamentare socialista – i sindacati difficilmente potranno smobilitare, compresi quelli – come Force Ouvriere – che più volte hanno lasciato intendere anche negli ultimi giorni di essere pronti ad una mediazione con il governo. Lo spettro è quello della convocazione di uno sciopero generale (veramente generale), che finora anche la Cgt ha procrastinato e che potrebbe trascinare con sé settori sociali consistenti finora non particolarmente attivi nella protesta, oltre che provocare una rimonta significativa della partecipazione di quei settori giovanili protagonisti della prima fase della rivolta e poi passati almeno in parte in secondo piano.

Mentre il primo ministro Manuel Valls ha telefonato personalmente sabato a tutti i leader delle varie sigle sindacali, compreso quello della Cgt, il presidente del Medef (la CONFINDUSTRIA francese) Pierre Gattaz accusava platealmente Philippe Martinez di essere alla testa di un sindacato di “teppisti e terroristi” e di essere responsabile di comportamenti da codice penale. Il capo degli industriali francesi minaccia ora addirittura che, se Valls alla fine cederà ai sindacati e riscriverà l’articolo 2, quello che concede priorità agli accordi aziendali invece che ai contratti di categoria, gli imprenditori chiederanno addirittura il ritiro di una legge a quel punto ‘snaturata’ (dal punto di vista padronale, ovviamente).

31 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Giugno 2016 07:57

Aiuti e debito: Tsipras firma un altro accordo capestro

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merkelschaeuble

tratto da http://contropiano.org

Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del primo ministro ellenico Alexis Tsipras, quello raggiunto ieri notte con l’Eurogruppo è un accordo capestro, l’ennesimo.
La fumata bianca è arrivata dopo ben 11 ore di riunione, alle 2 di notte, quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha annunciato che i ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno concesso ad Atene ‘nuovi aiuti’ per 10,3 miliardi di euro. “I ministri hanno accettato incredibili compromessi politici per ottenere questo accordo” ha detto, roboante, il politico olandese.

Di compromessi, in realtà, i ministri dell’Unione Europea non ne hanno accettato nessuno e come al solito è stato il governo ellenico a dover ingoiare il rospo, pur presentando la cosa come l’inizio dell’uscita dal tunnel…
Intanto si tratta di un finanziamento che rientrava all’interno del patto siglato nel luglio del 2015 (86 miliardi in totale) quando Tsipras accettò il terzo memorandum ‘lacrime e sangue’ contro il quale il suo popolo si era mobilitato e si era espresso da pochi giorni con un referendum stravinto dai ‘no’.

Inoltre la tranche da 10 miliardi non verrà versata subito e interamente; per continuare a tenere Atene per il collo, i ‘creditori’ concederanno 7,5 miliardi a giugno, ed il resto dopo l’estate. All’appuntamento con Bruxelles l’esecutivo di Atene era arrivato con tutti i compiti fatti: taglio delle pensioni e aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali, aumento dell’Iva e delle tasse sugli immobili, fine delle agevolazioni fiscali per gli abitanti delle isole e privatizzazioni selvagge per un totale di più di 5 miliardi, introduzione di un meccanismo preventivo e automatico di commissariamento dei conti pubblici nel caso in cui i draconiani obiettivi di bilancio non vengano rispettati.

Ma all’Eurogruppo non è bastato, e naturalmente il versamento della seconda parte della tanto agognata tranche di aiuti sarà condizionata dal varo di ulteriori ‘riforme’. I bonifici partiranno solo se Tsipras continuerà a privatizzare il patrimonio pubblico, se porterà a buon fine la riforma delle agenzie fiscali e del settore energetico chiesti da Bruxelles.

Ad Atene comunque si canta vittoria, per l’arrivo di liquidità di cui le casse vuote dello stato hanno estremo bisogno. Peccato che quasi tutto il ‘malloppo’ finirà, e rapidamente, nelle tasche degli stessi creditori sotto forma di interessi sul debito che ormai ha raggiunto quota 180% del Prodotto Interno Lordo. Dei 215 miliardi finora versati dai cosiddetti creditori ai governi greci negli ultimi anni, d’altronde, solo 10 sono entrati veramente nelle disponibilità di Atene, tutto il resto è stato girato direttamente a banche straniere e creditori.

La propaganda dei due contraenti – giustificata quella degli aguzzini, usciti vincitori, meno quella del governo di Atene – mette l’accento anche sull’intesa raggiunta in merito al promesso alleggerimento del debito pubblico ellenico (in realtà già in cantiere dal 2012 anche se subordinato al raggiungimento da parte di Atene di un sufficiente avanzo primario).
In ballo c’era il consenso del Fondo Monetario Internazionale, la cui presidente, Christine Lagarde, più volte si era dichiarata scettica sulla possibilità che Atene potesse mai ripagare i suoi debiti sottraendosi quindi alle richieste di Bruxelles di contribuire a nuovi prestiti.

I creditori alla fine hanno deciso che l’alleggerimento potrebbe avere inizio a partire dal 2018 ma solo se Atene rispetterà l’imposizione di garantire un avanzo primario pari al 3,5% del Pil, sottraendo così importanti risorse a investimenti sociali di cui il paese ha invece estremo bisogno, e continui ad aderire alle ingiunzioni del Patto di Stabilità e di Crescita.

Nella trattativa, inoltre, l’hanno avuta vinta il governo tedesco e i settori dell’establishment europeo che si opponevano alle richieste del Fmi, che ha rinunciato alla sua richiesta di una moratoria sui pagamenti da parte di Atene almeno fino al 2040. Il micro taglio dell’ingente fardello (che consiste soprattutto in un tetto all’entità degli interessi che Atene dovrà pagare a vita, anche se forse con un piccolo allungamento delle scadenze) si materializzerà solo quando si sarà concluso il ‘terzo salvataggio’, cioè tra due anni, e non prima che Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble possano attraversare indenni, senza concessioni, lo scoglio delle elezioni politiche tedesche del 2017. I leader tedeschi potranno presentarsi davanti agli elettori sbandierando la vera essenza di un accordo che non concede proprio nulla “a quegli sfaticati dei greci”: si tratta infatti di un alleggerimento del debito impercettibile, legato a pesanti contropartite e alla partecipazione del Fmi al ‘salvataggio’ di Atene che fino a due giorni fa Lagarde e Thomsen escludevano considerando il debito ellenico ‘non sostenibile’.

Insomma se in tutta questa tragica vicenda c’è un vincitore, è il potente Wolfgang Schaeuble, che ha ottenuto tutto quello che aveva dichiarato di perseguire alla vigilia della trattativa, a partire da un no deciso a ogni ipotesi di ‘haircut’, cioè di taglio del valore nominale del debito contratto dalle irresponsabili classi dirigenti greche e pagato dai lavoratori e dalle classi popolari del paese commissariato dalla Troika.

La vittoria tedesca è stata così netta che all’interno dell’Fmi, a ore di distanza dal raggiungimento dell’accordo, si moltiplicano le voci di scontento, e alcune fonti hanno fatto sapere che l’organismo non prenderà parte al nuovo programma di sostegno economico di Atene se non ci saranno rassicurazioni sul reale alleggerimento del debito greco e in tempi rapidi.

26 maggio 2016

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