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INTERNAZIONALE

Atene non rimborsa il Fmi? Schaeuble ha deciso: default

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Atene non rimborsa il Fmi? Schaeuble ha deciso: default

Ultim'ora. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, sembra aver rotto gli indugi e spinge ormai apertamente per il default della Grecia e quindi la sua uscita dall'euro (resterebbe comunque improbabile la sua permanenza all'interno dell'Unione Europea). «Non posso ripetere quanto dissi nel 2012, cioè che la Grecia non sarebbe mai andata in default». La causa di questa nuova linea starebbe nella natura politica, di sinistra riformista, ma autentica e radicale, della coalizione che ha vinto le elezioni, Syriza. «La decisione democratica e sovrana - ha detto in un’intervista al Wall Street Journal e a Les Echos - del popolo greco ci ha lasciato in una situazione molto diversa» rispetto agli accordi stretti a suo tempo con i governi, assai più malleabili, di Papandreou e Samaras.

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tratto da http://contropiano.org

Chi aveva pensato che l'ultimatum emesso ieri da Merkel e Hollande dovesse segnare la fine dell'incertezza – quella che non piace “ai mercati” - intorno alla crisi gerca, deve ora rifarsi i conti. A poche ore dall'intimidazione, infatti, il presidente del parlamento greco – un esponente del partito di governo, Syriza - ha spiegato che la Grecia non rimborserà al Fmi la rata in scadenza il 5 giugno (319 miliioni di euro), solo una parte del complessivo miliardo e 500 milioni dovuto per giugno, qualora non fosse stato raggiunto un accordo vero e soddisfacente con “i creditori”. Ossia i governi dell'Unione Europea, la Bce e lo stesso Fmi.

Il ministro del lavoro Panos Skuletis, di suo, ci ha aggiunto una considerazione politicamente giustissima, ma che avrà fatto rizzare i capelli in testa a tutti “gli operatori di mercato”: «Vi assicuro che se ci dovessimo trovare di fronte a un dilemma tra pagare un creditore che si rifiuta di firmare un accordo con noi e un pensionato, pagheremmo il pensionato». «Spero che saremo in grado di pagare entrambi».

La situazione è in stallo. L'accordo è possibile solo sotto forma di erogazione di fondi in cambio di riforme strutturali. Il disaccordo è su quali debbano essere queste “riforme”. Fin qui Atene si è rifiutata di toccare ancora le pensioni, i salari e le regole del mercato del lavoro. Ovvero di fare la controfigura dei governi Samaras e Papandreou, che hanno accettato ogni diktat della Troika precipitando il paese nella povertà.

Sul possibile accordo pesa però anche la posizione del Fmi, che non può – statutariamente – partecipare a un salvataggio senza che vi sia una “sostenibilità certa del debito” del paese interessato. La Grecia è stata costretta ad arrivare al 180% del Pil (era al 125% al momento in cui sono iniziati i “piani di aiuto”), quindi bisognerebbe arrivare a una “ristrutturazione del debito” tagliando le cifre attese dai partner europei (i governi); mentre il Fmi sarebbe al riparo della clausola che lo considera “creditore privilegiato”, quindi da risarcire prima degli altri.

Queste le scadenze più vicine: 5 giugno: ad Atene servono 300 milioni di euro per un rimborso da fare al Fondo Monetario Internazionale. 12 giugno: Atene deve rifinanziare 3,6 miliardi di euro di Bond in scadenza e trovare 340 milioni di euro per rimborsare un'altra rata al FMI, per prestiti precedentemente erogati. 16 giugno: Atene deve trovare la disponibilità di altri 566 milioni di euro da rimborsare al FMI. 18 giugno: I ministri delle Finanze dell'euro blocco si riuniscono in Lussemburgo. A margine dell'incontro, al quale la Grecia non è invitata, discuteranno del problema greco. 19 giugno: Atene deve rifinanziare 1,6 miliardi di euro di Bond in scadenza, trovare 340 milioni di euro da restituire al Fondo Monetario e altri 85 milioni di euro per pagamento di interessi alla BCE. 25 e 26 giugno: I leader europei si riuniscono a Bruxelles per valutare la situazione greca.

E intanto dentro Syriza monta la discussione lacerante: “compromesso onorevole” o “rottura”?

20 maggio 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Maggio 2015 01:09

Paese Basco. Una nuova muraglia umana contro la brutalità della repressione

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Paese Basco. Una nuova muraglia umana contro la brutalità della repressione

Davide Angelilla - tratto da http://contropiano.org

Nell’ultima settimana nuove condanne dell’Audiencia Nacional contro sette giovani avevano provocato sdegno e rabbia tra le organizzazioni della sinistra indipendentista basca. Non si è fatta aspettare la forte risposta popolare.
Ieri, al centro di Gasteiz (in castigliano Vitoria) si è alzata una nuova muraglia umana a difesa degli imputati, sciolta con violenza dalla polizia solamente stamattina.
Gli accusati fanno parte dei ventotto militanti a cui si imputa la partecipazione alle attività del movimento giovanile Segi: organizzazione dichiarata “terrorista” e illegale dal Tribunale spagnolo già nel 2002, ma sciolta poi formalmente soltanto tre anni fa.
Agendo illegalmente, prima che fossero rese pubbliche le condanne, la polizia aveva arrestato solo quattro dei sette condannati. La giocata in anticipo dell’apparato repressivo era finalizzata a evitare l’organizzazione di un nuovo “muro popolare”: una nuova ma già testata strategia di resistenza per impedire, o quantomeno ritardare, l’esecuzione degli arresti. Sono invece riusciti a nascondersi e a sfuggire all'arresto tre giovani: Ibon, Igarki e Aiala, ricomparsi solo ieri, domenica, nella splendida piazza centrale di Gazteiz, circondati da circa ottomila manifestanti giunti da tutto il Paese Basco.
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All’ora di pranzo, una marcia colorata d’arancione era arrivata al centro della città dopo una vivace e compatta manifestazione per condannare l’ennesima sentenza politica. Grazie alle maschere, ai più svariati travestimenti e altri creativi stratagemmi, i tre “latitanti” si sono confusi tra la folla che gli si è stretta intorno per impedirne il riconoscimento e quindi l’arresto. Così, il corteo ha occupato la piazza della Virgen Blanca; sono cominciati concerti e gli interventi dal piccolo palco improvvisato. Arrampicati sin dalla sera prima sul campanile della contigua Chiesa di San Miguel, due giovani hanno calato un gigantesco striscione per chiedere la libertà degli arrestati; mentre dall’antica statua al centro della piazza è stata calata un’altra grande pezza con scritto “Stop Torture” a lettere cubitali.
Solo sul tardo pomeriggio i tre condannati si sono tolti le maschere per ringraziare i compagni, le compagne, e i numerosi solidali presenti nella piazza. “Stiamo facendo qualcosa di storico” ha gridato alla piazza la giovane Aiala. La ragazza ha difeso i diritti politici della sinistra indipendentista e mandato un saluto agli altri quattro giovani già arrestati, per poi rimescolarsi tra la folla che ha cominciato a ballare onde evitare che occhi indiscreti la localizzassero. Il portavoce di Libre (la piattaforma creata in difesa dei ventotto giovani) ha poi ricordato che le uniche prove su cui basa la condanna sono le confessioni di alcuni giovani, ottenute dalla polizia sotto tortura. 
In piena campagna elettorale (tra una settimana si voterà per le comunali), ci si aspettava l’irruzione frettolosa e nevrotica della polizia. Si attendeva una dimostrazione di forza e durezza del sindaco, probabilmente rieletto, Javier Maroto, per nascondere le tracce dell’ingente mobilitazione della izquierda abertzale (sinistra nazionalista). Tanto per capirci, Maroto (che è parlamentare del Partito Popular, la destra al governo a livello statale), si è contraddistinto negli ultimi mesi per un’intensa campagna dai toni razzisti contro il mantenimento degli aiuti economici ai migranti e per richiedere un maggior "controllo pubblico" su alcuni collettivi d’immigrati, specialmente maghrebini, accusati di “voler vivere di prestazioni sociali e di non avere voglia di lavorare”.

Ma l’ottima riuscita della manifestazione e la grande partecipazione al “muro popolare” hanno impedito l’azione repentina della Ertzaintza (la polizia basca). E rimandato i piani d’azione di Maroto, un importante riferimento per il blocco franchista del Partito Popolare in terre basche. Non a caso, giovedí il premier Mariano Rajoy aveva visitato la città.
Invece, l’occupazione della piazza ha retto fino a stamattina. Quando la polizia, impossibilitata ad effettuare il riconoscimento e l’arresto dei tre giovani nel corso della giornata di ieri, ha attuato con brutalità e violenza a partire dalle nove. Gli agenti, bardati e incappucciati, hanno dovuto trascinare via uno ad uno i corpi incordonati nel muro popolare prima di poter catturare i giovani 'latitanti'. Solo dopo tre ore di resistenza passiva di alcune centinaia di giovani solidali rimasti fino all’ultimo momento, sono stati arrestati Ibon, Aiala e Igarki, portati via insieme con alcuni giovani incatenati a loro per abbreviare la procedura.

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Ancora non si hanno notizie precise su eventuali arresti e identificazioni. Intanto, sono state però trasportate in ospedale alcune persone, lasciate incoscienti dalla violenza poliziesca o con ferite piuttosto gravi. Tra queste, anche Imanol Salinas: uno dei giovani imputati nello stesso processo ma poi assolto dalla magistratura. Mentre scriviamo, nonostante l’ostruzione della Ertzaintza, gli abitanti del centro storico stanno provvedendo a portare ghiaccio e tutto quello che serve ai giovani feriti rimasti in loco.
Secondo molti, la grande manifestazione di disobbedienza ha rappresentato un ulteriore passo storico contro i processi politici ai danni del movimento basco. Inoltre, la grande partecipazione giovanile e l’efficiente struttura comunicativa hanno fatto dell’occupazione della piazza un megafono per denunciare il dramma umano rappresentato da questo ennesimo episodio di repressione. Non solo le uniche prove contro i giovani –che già hanno scontato più di un anno di carcere preventivo - sono le confessioni firmate sotto tortura, ma la stessa retata nasce da dichiarazioni di altri militanti che dimostrarono in seguito di aver cosí dichiarato perché torturati e aggrediti fisicamente anche loro. Nonostante il Tribunale dei Diritti Umani abbia già espresso sette condannate contro il governo di Madrid, lo Stato Spagnolo continua ad agire indisturbato tra le luccicanti stelle dell’Unione Europea –avanguardia dell’ipocrisia “democratica”.

E’ chiara la natura politica di un nuovo, l’ennesimo, montaggio poliziesco: l’obiettivo ancora una volta è smantellare le strutture sociali e politiche dell’indipendentismo basco. Mentre il Partito Popolare e il Partito Socialista continuano a trattare la questione basca come l’opportunità di veicolare contro un “nemico pubblico interno” la rabbia sociale, Podemos, sebbene lontana da questa linea politica e favorevole alla “risoluzione del conflitto basco”, continua a mantenere un atteggiamento omertoso e ambiguo.
Infatti, i vertici della formazione temono che denunciare esplicitamente la repressione contro la “dissidenza basca” possa significare una perdita di voti in un contesto sociale caratterizzato da una diffusa “bascofobia”, alimentata tanto dai media direttamente gestite dalla destra quanto da quelli "progressisti" ma piegati a logiche commerciali, come “La Sexta”. L’ascesa elettorale del nuovo partito Ciudadanos - destra liberale xenofoba e classista, a cui ha spianato la strada proprio l’opacità e insensatezza del discorso “anticasta” di Podemos- sicuramente non migliora il panorama istituzionale con cui deve fare i conti la sinistra basca.
Di fronte all’inasprirsi della repressione del governo spagnolo, il movimento giovanile sta quindi puntando sulla “disobbedienza civile” e sulla mobilitazione sociale, evitando d’impantanarsi nella gestione istituzionale di una "risoluzione democratica del conflitto" che non sembra compiere passi significativi. La nuova muraglia umana di ieri la definiscono una forma di “disobbedienza allo stadio puro” contro l’ingiustizia della legge, un muro di corpi con un “muro di ragioni”.
Sicuramente, una nuova prova della costante ribellione del popolo basco. Che vanta una gioventù determinata, complice con la sua lotta per la liberazione sociale e l’autodeterminazione.

Bilbao, 18 maggio 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 18 Maggio 2015 17:05

L'Europa che si riarma, di droni

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L'Europa che si riarma, di droni

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Il complesso militare-industriale europeo segna un'altra tappa nella sua competizione a tutto campo con quello statunitense. I ministri della Difesa di Italia, Francia e Germania hanno infatti sottoscritto a Bruxelles l'intesa per lo sviluppo congiunto di un drone europeo entro il 2025, nome in codice Male 2020 (Sic!). Per conto del governo italiano la lettera d'intenti è stata sottoscritta dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti.

L'intesa siglata a Bruxelles dà continuità alle conclusioni del Consiglio Europeo relativamente allo sviluppo di un sistema europeo a media altitudine e lungo raggio a pilotaggio remoto (European MALE RPAS 'Euro-Drone'). "I recenti impegni nei teatri operativi e nelle crisi politiche ed umanitarie ai nostri confini - si legge in una nota congiunta di Italia, Francia e Germania - hanno dimostrato un forte bisogno di un sistema aereo a pilotaggio remoto con autonomia d'uso e supporto". "Dopo una proposta comune delle industrie delle tre nazioni presentata nel 2014, e al fine di rispettare l'obiettivo temporaneo fissato dal Consiglio Europeo, i ministri della Difesa francese, tedesco e italiano - prosegue la nota - hanno ora dichiarato la loro comune intenzione di condurre uno studio di definizione al fine di preparare la fase di sviluppo di un 'euro-drone'. Lo scopo principale dello studio che dovrebbe durare circa due anni è la determinazione di un pacchetto comune di requisiti operativi con relativa progettazione preliminare che risponda a chiari obiettivi in termini di performance, tempi e costi ed individuare i futuri rischi nel campo dello sviluppo. Una volta operativo nel 2025, il sistema eseguirà operazioni di ricognizione, di sorveglianza e di riconoscimento a lunga distanza con una grande varietà di carico utile".

Nella nota congiunta sottoscritta dai governi di Italia, Francia e Germania, viene affermato di essere "favorevoli ad accogliere l'entrata di altre nazioni europee in questo grande progetto per le fasi di sviluppo facendo leva sul sostegno dell'EDA" (Agenzia Europea della Difesa, ndr). Attraverso questo programma, i tre Paesi che hanno sottoscritto oggi l'intesa "rafforzeranno la cooperazione europea nel settore della difesa" e promuoveranno un'industria europea più competitiva nel settore strategico, ossia tecnologia con finalità militari e aereospaziali. La guerra è ormai una componente della politica estera europea.

18 maggio 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 18 Maggio 2015 20:50

Libia. Bruxelles pianifica l'intervento militare

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Libia. Bruxelles pianifica l'intervento militare

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org/

Le potenze europee, Italia, Francia e Gran Bretagna in testa, stanno scaldando i motori per un intervento militare in Libia. Secondo il quotidiano britannico The Guardian , l’Unione europea ha messo a punto un piano che prevede una serie di attacchi militari contro le imbarcazioni in partenza dalla Libia per ostacolare l’arrivo dei migranti verso l’Europa attraverso il mar Mediterraneo. Il quotidiano britannico aggiunge che l’Ue intende ottenere su questo scenario il mandato dell’Onu per legittimare l’intervento armato nelle acque libiche.

Il comitato militare dell’Ue ha infatti licenziato il cosiddetto Cmc, sigla che sta a indicare “Concetto per la gestione di crisi”, e che sarà la struttura “ad hoc” che per coordinare l’azione militare in Libia una volta ottenuto il via libera dell’Onu. Il quotidiano La Stampa è riuscito a leggere la bozza della risoluzione che verrà discussa lunedi prossimo al vertice dei ministri degli esteri dell'Unione Europea. Secondo quanto se ne deduce, l’obiettivo è chiaro: “Cattura e/o distruzione delle strutture che consento il contrabbando, nelle acque libiche, all’ancora, attraccate o a terra”. L'obiettivo dichiarato è quello di “interrompere il modello di business dei trafficanti, con sforzi sistematici per identificare, catturare, sequestrare, e distruggere le barche e le strutture usate dai contrabbandieri di essere umani”. Secondo il documento la missione militare europea avrà “un mandato esecutivo” e “potrebbe essere militare e congiunta (navale e aerea)”.

Il documento affronta anche un problema rilevante, ossia l' assenza di un accordo su questo da parte dei libici, sia nella versione del governo di Tobruk che del governo di Tripoli. In questo caso la sorveglianze e l’azione delle acque non internazionali può avvenire solo con una risoluzione Onu «Capitolo VII», cosa che si va discutendo in queste ore. Secondo gli esperti militari europei l’operazione “dipenderà dalle attività di Intelligence, la cui condivisione sarà fondamentale”. Si porrà “l’alto rischio di danni collaterali” (vittime fra i migranti) e l’esigenza di un quadro per stabilire cosa fare di eventuali criminali arrestati. Le risorse saranno messe a disposizione dagli Stati europei, con Francia, Regno Unito e Italia pronti a inviare navi, aerei e soldati. Il documento include la possibilità che i militari europei possano agire anche a terra, “anche se sarebbe ideale che vi fosse il consenso locale”. Gli obiettivi dichiarati sono: barche, depositi di carburante, strutture di attracco. Più realisticamente sarà invece il posizionamento di navi militari davanti alle coste libiche come “deterrenza” e il controllo, anche terrestre, della fascia costiera.

Questo scenario di intervento militare non trova però d'accordo nessuno dei due “governi” libici. A dire “no” alla possibilità di un intervento militare cè quello di Tobruk, legato mani e piedi all'Egitto e all'Arabia Saudita. L’ambasciatore all'Onu del governo libico di Tobruk ha chiesto alle Nazioni Unite di non intervenire, ma di aiutare il suo esercito. “Non siamo stati nemmeno consultati”, ha detto l’ambasciatore al Palazzo di Vetro, Ibrahim Dabbashi, aggiungendo che l’idea di schierare più imbarcazioni al largo delle coste libiche per salvare i migranti è “totalmente stupida” perché incoraggerebbe ancora più migranti ad arrivare in Libia, rendendo più difficile il controllo da parte delle autorità locali. Netto no anche alla distruzione dei barconi, perché – ha affermato – sarebbe difficile distinguerli da altre imbarcazioni.

Il bombardamento dei barconi e delle coste libiche non convince neanche l'altro governo libico, quello di Tripoli. Il generale Ayoub Amr Ghasem, ufficiale della guardia costiera libica di Tripoli, controllata dal governo islamista, ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano, che colpire le imbarcazioni potrebbe rivelarsi una strategia inutile. “I trafficanti non hanno delle vere e proprie flotte o equipaggiamenti speciali da distruggere. L’operazione non avrebbe successo perché i nostri nemici non hanno una vera e propria struttura”, ha spiegato Ghasem, sottolineando come non sia possibile individuare dei punti fissi di partenza: “Si raggruppano sulla costa per mettere in acqua le barche cariche di migranti e poi scompaiono in pochissimo tempo. Questo avviene ogni volta in punti diversi e le navi difficilmente tornano vuote nello stessa località”.

Un intervento militare in Libia ormai è alle porte e sarà in larga parte ostile ai soggetti in campo sul territorio libico. In molti volteranno la faccia per "non vedere, non sapere e non vedere" quello che accadrà sull'altra sponda del Mediterraneo predisponendosi a convivere serenamente con l'orrore. L'emergenza sugli sbarchi dei migranti si presta ad ammantare questa nuova guerra asimmetrica della copertura "umanitaria". Si avverte sin da ora la difficoltà con cui dovranno fare i conti i movimenti contro la guerra più coerenti, che proprio sull'aggressione alla Libia nel 2011 verificarono come il consenso all'interventismo militare europeo avesse aperto brecce politiche e morali anche tra i pacifisti. Ciò non significa che non occorra fare opera di chiarezza, controinformazione e iniziativa contro l'avventurismo militarista dell'Unione Europea contro la sponda sud del Mediterraneo. Un primo appuntamento potrebbe già essere quello del 2 giugno sul quale sta circolando un appello che invita sin da ora a entrare in campo contro le “guerre umanitarie”, anche quando le pianificano a Bruxelles e non solo a Washington.

14 maggio 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Maggio 2015 15:00

Per le petromonarchie la fine di Assad viene prima della lotta all'Isis

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ll 13 e 14 maggio a Washington i re sunniti chiederanno a Barack Obama piani concreti per abbattere subito il presidente siriano. E’ la contropartita all’accordo tra gli Usa e l’Iran sul programma nucleare di Tehran. L’Arabia saudita, impegnata nella guerra contro i ribelli sciiti nello Yemen, guida la riscossa sunnita nella regione.

salmandi Michele Giorgio – tratto da Il Manifesto

Roma, 9 maggio 2015, Nena News – Da giorni si parla della battaglia di Qalamoun, regione strategica della Siria centrale a ridosso del confine con il Libano, come “decisiva” per le sorti della guerra civile. Uno scontro che vede riuniti nell'”Esercito della Conquista” i qaedisti di Nusra e diverse formazioni islamiste e jihadiste contro l’esercito governativo in difficoltà e sempre più bisognoso del sostegno dei combattenti libanesi di Hezbollah e dei volontari iraniani. Più a nord lo Stato Islamico (Isis) intanto consolida il controllo del territorio siriano già sotto il suo controllo e continua ad avanzare. Ora appare vicino a strappare ai governativi anche l’aeroporto di Deir Ezzor. Eppure, senza ridimensionare il bagno di sangue quotidiano, il destino della Siria sarà forse scritto il 13 e 14 maggio. I quei due giorni le petromonarchie sunnite del Golfo, guidate dall’Arabia saudita, incontreranno Barack Obama. Al presidente americano di fatto detteranno le loro condizioni per digerire l’accordo definitivo sul nucleare iraniano che gli Stati Uniti e gli altri Paesi membri del gruppo 5+1 si preparano a concludere con Tehran entro il 30 giugno. Non si limiteranno a chiedere soltanto altre armi americane dell’ultima generazione, come scrive qualcuno. Vogliono la testa del presidente siriano Bashar Assad, subito, per accettare, comunque a malincuore, l’apertura storica di Washington al loro nemico, l’Iran.

Re Salman dell’Arabia saudita, a capo della coalizione sunnita (Tempesta Decisiva) che ha messo in piedi a marzo per bombardare in Yemen i ribelli sciiti Houthi (ma sono centinaia i civili uccisi), pretende che il presidente Usa cambi radicalmente la sua politica verso la Siria. Vuole con forza che Obama faccia della caduta di Assad la sua priorità e metta in secondo piano la lotta all’Isis e ad al Qaeda. I prossimi colloqui a Washington sono stati preceduti qualche giorno fa dalla riunione, di fatto un gabinetto di guerra, del Consiglio di Cooperazione del Golfo (le sei petromarchie) – alla quale è intervenuto il presidente francese Francois Hollande, il primo leader straniero a farlo dal 1981, e che si è chiusa con la decisione di un meeting al più presto dell’opposizione siriana a Riyadh per discutere il dopo Assad – e dalla visita preparatoria in Arabia saudita del Segretario di Stato americano John Kerry. Nelle capitali del Golfo va avanti il conto alla rovescia, i giornali locali da giorni scrivono di questo incontro con Obama che dovrà sancire il pieno ritorno della supremazia regionale agli arabi e ai musulmani sunniti.

Da quando si è seduto sul trono saudita, Salman ha messo da parte le esitazioni del suo predecessore Abdullah ed è passato all’offensiva contro l’Iran, grazie anche a un inedito coordinamento con il leader turco Erdogan, visceralmente anti-Assad. La campagna militare in Yemen è solo l’esempio più visibile della svolta impressa da Re Salman. Perchè dietro le quinte i sauditi, assieme ai cugini-rivali del Qatar, sono in buona parte all’origine dei recenti sviluppi avvenuti sul campo di battaglia siriano a danno delle forze governative. I finanziamenti e le forniture di armi ora affluiscono senza sosta ai cosiddetti “ribelli moderati”, stretti alleati di al Nusra, e addestrati in Turchia e Giordania dai consiglieri militari Usa. Per Salman l’unica soluzione è quella militare. Per questa ragione ha bloccato sul nascere la cauta disponibilità a negoziare con Damasco che l’opposizione siriana aveva manifestato a inizio anno. Così facendo ha reso una farsa i colloqui in corso per l’organizzazione della conferenza Ginevra 3 per un futuro della Siria fondato su negoziati. Per Assad e per l’alleanza Iran-Siria-Hezbollah invece non dovrà esserci alcun futuro. Solo in questo modo, pensa il re saudita, l’Iran sarà ridimensionato.

Secondo il noto giornalista ed analista arabo Abdel Bari Atwan, Riyadh cerca risultati immediati in Siria approfittando dei prossimi 40 giorni in cui l’Iran avrà le mani legate e non potrà permettersi passi falsi perchè impegnato a concludere l’accordo sul nucleare. Sarà una estate molto calda per il Medio Oriente, prevede da parte sua l’analista Urayb ar-Rintawi del quotidiano giordano Addoustur. Dopo Yemen, Iraq e Siria – scrive – anche altri paesi, come il Libano, sono a forte rischio, in conseguenza dei rivolgimenti regionali innescati dall’accordo sul nucleare iraniano e l’interventismo delle monarchie sunnite. La lotta all’Isis è messa da parte, aggiungiamo noi, in ogni caso è solo una copertura per i sauditi. L’obiettivo di Riyadh era e resta la caduta di Damasco e l’isolamento dell’Iran.

9 maggio 2015

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