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INTERNAZIONALE

Atene chiede sei mesi di proroga, Schaeuble dice "nein"

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Atene chiede sei mesi di proroga, Schaeuble dice "nein"

tratto da http://contropiano.org

Ultim'ora. L'ultimatum si rovescia di segno. Adesso è Atene a dire - nero su bianco - "prendere o lasciare". La divisione in Europa, e saddirittura all'interno del governo tedesco, ha risollevato le quotazioni internazionali del governo Syriza. La riunione dell'Eurogruppo di domani «mostrerà chiaramente chi vuole una soluzione e chi invece non la vuole», si legge in un comunicato che prende atto della bocciatura da parte di Scaeuble, ma da parte dell'intero governo di Berlino. «L'Eurogruppo ha due opzioni: accettare o respingere la richiesta greca. Questo permetterà di mostrare chi vuole una soluzione e chi non la vuole».

Pomeriggio. Sulla richiesta greca si spacca il fronte dell'Unione Europea. Il portavoce del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker,ha giudicato la lettera "un segno positivo che spiana la strada ad un compromesso ragionevole nell'interesse di tutta l'Eurozona".

All'opposto, il portavoce di Schaeuble, Martin Jaeger, ha riferito che a giudizio di Berlino: "La lettera di Atene non presenta alcuna proposta di soluzione sostanziale". E che quindi il governo tedesco proporrà di respingerla.

Spaccata, però, anche la dirigenzatedesca. Il vicecancelliere Sigmar Gabriel ha fatto emettere una nota in cui "la proposta scritta del governo greco per le trattative sul prosieguo del programma di riforme è un primo passo nella direzione giusta".

***

Le schermaglie diplomatiche tra Unione Europea e Grecia stanno per finire. Anche gli Stati Uniti hanno fatto la loro solita ignobile parte, prima incoraggiando Atene a chiedere una fine dell'austerità, poi – ieri - spendendo il ministro dell'economia Lew in una telefonata minatoria al pari grado Yanis Varoufakis: “sbigatevi a firmare un accordo, ogni secondo di ritardo è pericoloso”. Notizia confermata dal ministro greco, che non ha mancato di ritorcere contro i “commissari dell'austerità” la responsabilità di un eventuale mancato accordo: "Il segretario del Tesoro Usa mi ha effettivamente detto che un mancato accordo danneggerebbe la Grecia", ma "ha aggiunto che danneggerebbe anche l'Europa. Un avvertimento a entrambe le parti". Comunque sia, come potenziali alleati esterni restano adesso solo Russia e Cina; ma invocarli ora sarebbe una dichiarazione di guerra. Non solo economica.

Stamattina il governo greco ha ufficialmente inviato a Bruxelles la richiesta di “estensione del programma di aiuti”. Di conseguenza Dijsselbloem ha convocato l'Eurogruppo per domani, altrimenti – come aveva già minacciato – avrebbe schiacciato il bottone dell'atomica finanziaria sulla Grecia.

Il problema, com'è ormai noto, è che ad Atene occorrono i finanziamenti necessari per svoltare questa prima fase; ma per prorogarli l'Unione Europea pretende che in cambio siano realizzate quelle “riforme strutturali” contro cui Syriza ha condotto, vincendola, la campagna elettorale.

Per chiarire – soprattutto al proprio elettorato – cosa aveva proposto fin qui il governo Tsipras nelle trattativa con l'Unione è stata resa pubblica òla proposta avanzata al tavolo e respinta totalmente dal duo Schaeuble-Dijsselbloem.

Una proposta “articolata, che parte da quanto detto anche nelle dichiarazioni pubbliche di Tsipras e Varoufakis. E quindi:

- no ai livelli di surplus primario di bilancio da destinare al pagamento del debito, fin qui fissato dalla Troika al 3% per il 2015 e al 4,5% del Pil nel 2016: per Atene basta e avanza l'1,5%, il resto lo potrebbe così impegnare nella realizzazione di almeno parte del programma eletorale. Quasi divertente – ma avrà irritato moltissimo i due “boeri” dello strozzinaggio europeo – la sottolineatura del fatto che quei livelli di surplus sono da considerarsi «artificiali, senza precedenti storici e soprattutto senza sostegno da parte di nessun economista di fama». Insomma: invenzioni pensate per spremere di più la Grecia, non derivate di un qualche calcolo macroeconomico serio.

- al contrario di quanto impost finora dalla Troika, Atene chiede di poter utilizzare le proprie risorse del Fondo ellenico di stabilizzazione bancaria per raggiungere effettivamente l'obiettivo di mettere finalmente in sicurezza il sistema bancario nazionale; in questo modo verrebbero ridotte le cosiddette “sofferenze” (crediti ormai diventati inesibigili), facendo riaprire i rubinetti dei prestiti all'economia.

- “riesame” del programma di privatizzazioni imposto dalla Troika, alla luce del fatto che dei previsti – dalla Troika stessa! - 50 miliardi di incasso ne sono arrivati in realtà appena 4,1; un modo come un altro, insomma, per derubare un paese a prezzi stracciati, a partire da stime false; ma soprattutto la verifica empirica della «impossibilità pratica di drenare risorse per pagare il debito nell'attuale contesto greco» di deflazione (magari riesci anche a vendere, ma non ci fai un euro).

- aumentare il tetto dei titoli di stato da emettere, con scadenza a tre mesi, oltre gli attuali 15 miliardi; in questomodo sarebbe stato anche più facile rispettare i debiti in scadenza (17 miliardi di euro quest'anno).

- incasso degli 1,9 miliardi guadagnati dalla Bce vendendo titoli greci secondo il programma Smp.

Niente di “rivoluzionario”, come si può vedere; giusto quel tanto di gioco di assestamento indispensabile a “passà a nuttata”. Ma anche questo sarebbe risultato intollerabile in una “Unione” in cui molti altri paesi – specie quelli che alle prossime elezioni politiche, entro la fine di quest'anno – rischiano di esser guidati da coalizioni simil-Syriza o ancora più radicali. Dare fiato poteva quindi sembrare una vittoria di Atene, che poteva entusiasmare altri oppositori dell'austerità – specie di sinistra – in un potenziale domino senza fine (anche a Berlino non mancano gli scontenti per la situazione economica interna).
A fronte di questa proposta (ovviamente più ricca di dettagli secondari), la proposta di mediazione avanzata dal commissario all'economia, il francese Pierre Moscovici, prevedeva un “piano di transizione di quattro mesi”, che per Varoufakis & co. sarebbe stato il fiato minimo necessario per organizzarsi meglio. Ma gente come Dijselbloem sembra aver in testa una sola cosa: tenere il piede sul tubo dell'ossigeno fino alla resa della vittima. E infatti al posto della “bozza Moscovici” ha presentato l'ormai famoso ultimatum: si prosegue come prima o niente.

La portata della partita è dunque tutta politica. Il governo Syriza non può materialmente accettare di fare quel che faceva Samaras, esploderebbe in un attimo (Syriza è una coalizione, non una “caserma” o un monolite) per evidente inutilità di funzione. Il malessere popolare finora coagulato intorno alle sue proposte di riforma prenderebbe decisamente altre direzioni (forse più sulla destra che non in direzione dei comunisti immobili del Kke) e finirebbe per condizionare anche le altre scadenza elettorali europee. Obiettivo che non ci sembra affatto estraneo, ripetiamo, agli insistiti richiami al “rispetto delle regole” che provengono dai piani alti di Ue, Bce, Fmi.

20 febbraio 2015

***

La lettera inviata da Yanis Varoufakis al presidente dell'Eurogruppo, il "boero" Dijsselbloem, resa nota dal governo greco:

«Caro presidente dell'Eurogruppo, durante gli ultimi 5 anni il popolo greco ha fatto sforzi straordinari di aggiustamento economico. Il nuovo governo è impegnato in un più ampio e approfondito processo di riforme con l'obiettivo di migliorare in modo duraturo le prospettive di crescita e occupazione, conseguendo un debito sostenibile e stabilità finanziaria, aumentando l'equità sociale e mitigando i significativi costi sociali della crisi.

Le autorità greche riconoscono che le procedure concordate con il governo precedente sono state interrotte dalle recenti elezioni presidenziali e politiche e che, di conseguenza, numerosi accordi tecnici sono stati invalidati. Le autorità greche rispettano gli obblighi finanziari contratti dai precedenti governi nei confronti di tutti i creditori, così come affermano la loro intenzione di collaborare con i partner per evitare impedimenti tecnici nel contesto del MFA (Master Facility Agreement) che riconosciamo come vincolante riguardo al suo contenuto finanziario e procedurale. In questo contesto, le autorità greche ora chiedono l'estensione del Master Financial Assistance Facility Agreement per un periodo di sei mesi dal suo termine, periodo nel quale procederemo insieme, facendo il migliore uso della flessibilità data dal presente accordo, verso una conclusione favorevole e verso un monitoraggio sulla base delle proposte sia del governo greco sia delle istituzioni.

Lo scopo della richiesta di estensione di sei mesi del periodo dell'accordo è:

a) Concordare i termini finanziari e amministrativi mutualmente accettabili, l'attuazione dei quali, in collaborazione con le istituzioni, stabilizzerà la posizione finanziaria della Grecia, conseguirà adeguati avanzi primari di budget, garantirà stabilità del debito ed assisterà nell'ottenere gli obiettivi di bilancio per il 2015 tenendo conto dell'attuale situazione economica.

b) Assicurare, lavorando in stretto contatto con i nostri partner europei ed internazionali, che qualsiasi nuova misura abbia copertura finanziaria, evitando ogni iniziativa unilaterale che possa mettere a rischio gli obiettivi di bilancio, la ripresa economica, la stabilità finanziaria.

C) Permettere alla Bce di reintrodurre la deroga secondo le sue regole e procedure;

D) Estendere la disponibilità di obbligazioni EFSF detenute dalla HFSF (Fondo di stabilità finanziario greco, ndr) per la durata dell'accordo;

E) Avviare il lavoro tra i gruppi tecnici per un possibile nuovo Contratto per la Ripresa e la Crescita che le autorità greche prevedono tra Grecia, Europa ed Fmi che potrebbe seguire l'attuale accordo;

F) Concordare il monitoraggio nel quadro dell'Ue e della Bce e, nello stesso spirito, con il Fondo monetario internazionale per la durata dell'Accordo

G) Discutere i modi per applicare la decisione dell'Eurogruppo del novembre 2012 su possibili ulteriori misure sul debito e l'assistenza per l'applicazione dopo il completamento dell'Accordo esteso e come parte del successivo Contratto.

Tenendo presente quanto sopra detto, il governo greco esprime la sua determinazione a collaborare fianco a fianco con le istituzioni dell'Unione europea e con il Fmi per: a) ottenere stabilità di bilancio e finanziaria e (b) permettere al governo greco di avviare le sostanziali, profonde riforme necessarie per ripristinare gli standard di vita di milioni di cittadini greci attraverso una crescita economica sostenibile, un livello di occupazione dignitoso e coesione sociale.

Sinceramente

Yanis Vaorufakis, ministro delle Finanze della Repubblica Ellenica”.

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Libia. Sfuma l’intervento militare multinazionale. L’Egitto attacca, crisi diplomatica con il Qatar

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Libia. Sfuma l’intervento militare multinazionale. L’Egitto attacca, crisi diplomatica con il Qatar

Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

Una lunghissima riunione del Consiglio di Sicurezza all'Onu è stata convocata per discutere la richiesta dell’Egitto che ha continuato ad attaccare militarmente via aria e via terra le postazioni dell’Isis in Libia e insiste sulla strada dell’intervento di una forza militare sostenuta dalle Nazioni Unite. “L'Isis in Libia minaccia la pace e la sicurezza della Libia e la sicurezza di Paesi africani limitrofi e dell'Europa” ha detto il ministro degli esteri del governo libico provvisorio di Tobruk Mohammed al Dairi chiedendo al Consiglio di Sicurezza la revoca dell'embargo della vendita di armi. Dairi ha precisato però che il suo governo non chiede un intervento internazionale in Libia ma solo rifornimenti militari e addestratori.

L'intervento militare pare essere al momento una ipotesi ancora lontana. L’Italia, attraverso il suo rappresentante all’Onu Sebastiano Cardi, ha fatto sapere di essere determinata a contribuire alla stabilizzazione del Paese nordafricano attraverso il dialogo e ad assumere un ruolo guida nella cornice dell'iniziativa Onu.
“Siamo pronti a contribuire al monitoraggio di un cessate il fuoco e al mantenimento della pace”, ha detto Cardi, “pronti a lavorare all'addestramento delle forze armate in una cornice di integrazione delle milizie in un esercito regolare e per la riabilitazione delle infrastrutture”. «Siamo anche pronti», ha aggiunto, “a curare le ferite della guerra e a riprendere il vasto programma di cooperazione con la Libia: la popolazione civile deve poter toccare con mano i vantaggi della riconciliazione auspicata dalla comunità internazionale”.

Secondo Mattia Toaldo, esperto dell’European Council for Foreign Relations intervistato dall’Ansa, nel caso che il Consiglio di Sicurezza autorizzasse un intervento internazionale - possibilità da non escludere, anche perché la Russia al momento è alleata dell’Egitto del gen. Sisi - l’Italia rischierebbe di doversi impegnare al fianco delle forze armate egiziane con un contingente militare decisamente superiore agli altri partner europei. La Francia è già impegnata militarmente nei paesi centroafricani e con i problemi di terrorismo interno dopo le stragi di Parigi, la Germania al momento si chiama fuori, la Gran Bretagna è alla vigilia delle elezioni e sembra riluttante ad impegnarsi militarmente. E una guerra in un territorio “terra di nessuno” come oggi è la Libia potrebbe costringere i nostri militari a guardarsi soprattutto le spalle piuttosto che contrastare l'Isis.

Si complicano intanto le relazioni tra le potenze regionali arabo-islamiche. Il Qatar - sponsor dello Stato Islamico ma anche delle milizie islamiche di Fajr Libia - ha richiamato il suo ambasciatore in Egitto "per consultazioni", dopo aver esplicitamente criticato la scelta dell’Egitto di bombardare obiettivi jihadisti in Libia. Lo riporta l'agenzia di Stato qatariota Qna. Secondo il ministero degli Esteri qatariota, la decisione è stata presa dopo le dichiarazioni rese dal delegato egiziano alla Lega araba, Tareq Adel il quale, aveva criticato il Qatar per le sue riserve in ordine ai raid aerei egiziani ed ha accusato Doha di sostenere i terroristi. Secondo il segretario generale della Lega, Nabil al Arabi, l'Egitto "sta unicamente ricorrendo al suo diritto di legittima difesa' in base a quanto previsto all'art. 51 della Carta della Lega Araba".

19 febbraio 2015

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Angelo Del Boca sulla Libia: «Il governo è irresponsabile»

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Parla lo storico del colonialismo sul ruolo dell’Italia nella crisi libica. «L’affermazione del ministro Gentiloni, “Siamo pronti a combattere” e la dimenticanza sulle nostre colpe nel disastro libico, mostrano il vuoto della diplomazia. Va coinvolto subito Romano Prodi».

Arresti durante la caduta di Gheddafi nel 2011

Tommaso di Francesco - tratto da Il Manifesto

Abbiamo rivolto alcune domande sull’attuale crisi libica ad Angelo Del Boca, sto­rico del colo­nia­limso ita­liano, della Libia e autore di molti saggi sulla figura di Ghed­dafi (com­presa una impor­tante mono­gra­fia, rie­dita in que­sti giorni in una ver­sione più com­pleta da Laterza).

vedi anche L’accanimento neo-coloniale (di Alessandro Dal Lago)

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Come giu­di­chi l’affermazione del mini­stro degli esteri Paolo Gen­ti­loni: «Siamo pronti a com­bat­tere in Libia…», per­ché «è uno Stato fal­lito», sem­bra spie­gare Mat­teo Renzi?

È una dichia­ra­zione irre­spon­sa­bile e impru­dente. Per­ché mette l’accento (salvo mar­gi­nal­mente chia­rire il solito rife­ri­mento all’«egida Onu») pro­prio ad un inter­vento mili­tare dell’Italia che non siamo in grado di fare. Per­ché un conto è atti­vare una guerra aerea come abbiamo fatto nel 2011, un altro com­bat­tere con truppe di terra. È una dichia­ra­zione gra­vis­sima, per­ché siamo spinti den­tro uno sce­na­rio di guerra per il quale siamo ina­datti. Baste­rebbe che i nostri gover­nanti inca­paci stu­dias­sero un po’ la sto­ria, per sco­prire le tante scon­fitte libi­che che abbiamo subito. Altro che inviare 5mila uomini come ha evo­cato la mini­stra della difesa Pinotti. Da inviare con­tro chi? Su quale fronte?

Renzi, che rela­zio­nerà su que­sto gio­vedì in Par­la­mento, sem­bra ora fre­nare e parla di «solu­zione poli­tica». Ma è chiaro che, dopo il sì in patria di Ber­lu­sconi, lavora ad una «coa­li­zione di volen­te­rosi». Ma la situa­zione sem­bra pre­ci­pi­tare: l’Egitto del gene­rale gol­pi­sta Al Sisi, bypas­sando l’Italia, ieri notte ha bom­bar­dato le basi dell’Is a Derna; e ieri mat­tina la Fran­cia ha chie­sto la riu­nione urgente del Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu…

È nello stile di Renzi che vuole gio­care su due tavoli. Il primo è quello da «pro­ta­go­ni­sta», di una mis­sione mili­tare a guida ita­liana. Una cosa mai sen­tita, almeno nel dopo­guerra. L’altro è più pru­dente, viste le dif­fi­coltà reali di una tale enor­mità. Insomma: vabbè, lo fac­ciamo con l’Onu. Che è un atteg­gia­mento più mode­rato e più spen­di­bile. Soprat­tutto di fronte all’atteggiamento del Cairo.

Ieri notte l’aviazione egi­ziana ha bom­bar­dato le posta­zioni dello Stato isla­mico a Derna. Quali rea­zioni pro­voca in Libia l’entrata in campo dell’Egitto con l’offensiva mili­tare del generale-presidente Al Sisi? E qual è la situa­zione poli­tica interna al fronte libico, diviso e frammentato?

L’iniziativa mili­tare egi­ziana è rile­vante, anche se va ricor­dato che è ini­ziata da tempo, infatti aveva già bom­bar­dato nei giorni scorsi Ben­gasi. Di fatto il nuovo regime del Cairo appog­gia il governo libico in esi­lio di Tobruk che fa rife­ri­mento al gene­rale Kha­lifa Haf­tar e al suo eser­cito. Haf­tar com­batte già a Ben­gasi con­tro i jiha­di­sti e sta ria­bi­li­tando espo­nenti del regime di Ghed­dafi. E Al Sisi deve dare una prova di forza per­ché se non difende quel con­fine e il Sinai, per lui è finita. Il fatto è che den­tro la Libia a comin­ciare da Tri­poli, di alleati di Al Sisi non se ne vedono, Tri­poli è persa. Anche per­ché il governo legit­timo libico, eletto da ele­zioni suf­fra­gate dagli osser­va­tori inter­na­zio­nali, è nelle mani della coa­li­zione Al Fajr (Alba), for­ma­zione che va dai Fra­telli musul­mani alla mili­zia Scudo di Misu­rata. Come si ricor­derà nel 2013 il gene­rale Al Sisi ha depo­sto il pre­si­dente Morsi, mas­sa­crato e messo fuori legge i Fra­telli musul­mani. E ora le mili­zie del Calif­fato pun­tano alla con­qui­sta di Misu­rata, gover­nata appunto dalle stesse forze di Tripoli.

Non ti sem­bra che, anche sta­volta, venga taciuto l’interesse ita­liano, ormai deci­sivo, riguardo alle nostre fonti di approv­vi­gio­na­mento energetico?

Que­sto aspetto invece è fon­da­men­tale. Ma Renzi lo tace, anche per­ché la situa­zione dell’Eni in que­sto momento è pastic­ciata e inge­sti­bile. Dopo gli scan­dali legati all’Algeria e soprat­tutto per la crisi in Ucraina che, alla fine, ha sostan­zial­mente pena­liz­zato l’Unione euro­pea e in par­ti­co­lare l’Italia, visto il disa­stro della can­cel­la­zione del South Stream, il fon­da­men­tale mega-progetto di gasdotto euro­peo. Secondo me in que­sta fase — e non solo per l’insicurezza deri­vata dalla guerra per bande ma anche per il mer­cato stor­nato verso altri lidi -, l’Eni non è in grado di estrarre nem­meno un litro di petro­lio dai gia­ci­menti libici.

Come mai tanta arro­ganza e mio­pia del governo ita­liano in que­sta fase della crisi mon­diale?
È per­ché, in modo scel­le­rato, manca una poli­tica estera, una vera diplo­ma­zia ita­liana. Renzi dice che la Libia è uno «Stato fal­lito». E chi l’ha fatto fal­lire se non la guerra del 2011 voluta a tutti i costi dalla Fran­cia di Sar­kozy? Dimen­ti­cano che con quella guerra fug­gi­rono milioni di lavo­ra­tori migranti e di libici, dei quali ora un milione è in Egitto e 600mila in Tuni­sia. Voglio ricor­dare che quando gli aerei della Nato bom­bar­da­vano la Libia nel marzo del 2011, io ammo­nivo «la Libia diven­terà una nuova Soma­lia». È quello che è acca­duto. Ora va coin­volto, in una fun­zione di media­zione inter­na­zio­nale l’alta per­so­na­lità di Romano Prodi, già inviato spe­ciale nel Sahel dell’Onu, che ha espresso più volte la sua con­tra­rietà alla solu­zione mili­tare, e che è visto come inter­lo­cu­tore anche dalle attuali auto­rità di Tri­poli. Subito, prima che sia troppo tardi.

17 febbraio 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 17 Febbraio 2015 20:12

Libia, Libano, Yemen: gli appetiti francesi e gli artigli sauditi

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Libia, Libano, Yemen: gli appetiti francesi e gli artigli sauditi

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Fregando sul tempo le titubanti aspirazioni neocolonialiste del governo italiano, il generale Al Sisi è intervenuto a gamba tesa in Libia, proponendosi all’Unione Europea come partner obbligato per riportare l’ordine nel cortile di casa. 

La decapitazione dei 21 operai copti egiziani ha fornito al raiss il pretesto per bissare i bombardamenti sul suolo libico, già realizzati nei mesi scorsi, ma su più ampia scala. Il nuovo regime ‘laico’ egiziano, che ha destituito con un colpo di stato il governo dei Fratelli Musulmani perseguitati e messi fuorilegge, trova ora nuova legittimazione nel suo intervento militare contro lo Stato Islamico che minaccia le sue frontiere occidentali e che di fatto controlla una larga pozione del Sinai mettendo a dura prova il pur imponente dispositivo bellico messo in campo dal Cairo.

Spietato con le diverse correnti islamiste in patria, ora Al Sisi si propone come strumento obbligato della riscossa – e degli interessi - occidentali in Nordafrica. Come chiariscono già generali e analisti, per riprendere il controllo della Libia centro-orientale divenuta terra di conquista delle milizie di Al Baghdadi non basteranno certo i 5000 soldati che il duetto Pinotti-Gentiloni avevano frettolosamente schierato sulla mappa virtuale del “bel suol d’amore”. Di truppe ce ne vorrebbero, dice chi ne sa di più dei ministri con l’elmetto, almeno dieci volte tanto. E non si tratterebbe certo di una missione di peacekeeping tra due parti che consensualmente affidano a terzi il compito di separarli, ma di un’operazione di guerra – o di peace enforcing, come usa dire chi ha da tempo stracciato la carta costituzionale – che comporterebbe mezzo miliardo di euro di spese e qualche decina se non centinaia di vittime tra ‘i nostri ragazzi’.

Una complicazione che accresce enormemente le aspirazioni di Al Sisi, che può offrire il suo ‘aiuto’ sul campo in cambio di copertura e riconoscimento internazionale, finanziamenti a pioggia e la fornitura di armi e commesse. D’altronde il generale egiziano è spregiudicato, usa a sua favore la competizione globale e quindi tratta su più tavoli: con l’Unione Europea, ma contemporaneamente anche con Washington, e ancora con la Russia e l’Arabia Saudita. Più sono numerosi i contendenti e gli appetiti, più il Cairo può alzare la posta del proprio coinvolgimento diretto risparmiandolo alle nuove e vecchie potenze. Che poi l’esercito egiziano decida di limitare una eventuale campagna bellica in grande stile ai bombardamenti aerei “appaltando” il più rischioso intervento di terra alle truppe del generale libico Khalifa Haftar e alle milizie del governo filoccidentale di Tobruk è assai probabile.

Da notare che la vicenda libica segna l’ascesa dell’egemonia dell’Arabia Saudita e del Polo Islamico guidato da Riad anche nello scenario nordafricano, dopo quello mediorientale vero e proprio. Da subito ad Al Sisi – generale laicista che fa strage di musulmani egiziani – sono giunti la solidarietà e il sostegno del regime wahabita di Riad, e il nuovo sovrano Salman, in qualità di ministro della Difesa saudita, non ha perso tempo per stringere legami economici, politici e militari con il presidente egiziano, portandosi dietro gli Emirati Arabi Uniti che dopo essere intervenuti – seppur di malavoglia e a singhiozzo – contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq ora potrebbero aggiungersi ad una eventuale replica della ‘coalizione internazionale’ in versione libica. C’è chi dice che i caccia di Abu Dhabi stiano in realtà già bombardando Derna e Sirte assieme a quelli egiziani.
Una strategia di penetrazione nel Maghreb che permetterebbe a Riad e al Consiglio di Cooperazione del Golfo di estendere la propria egemonia nel Nordafrica, anche se in collaborazione-competizione con Parigi che pure non nasconde il suo interesse per un’area nella quale gli agganci italiani e il controllo statunitense sono assai inferiori rispetto al passato.

Lo stesso Egitto nelle ultime settimane ha mandato a Washington due segnali inequivocabili di cambiamento rispetto alla tradizionale subalternità del paese agli Stati Uniti per quanto riguarda le forniture militari e tecnologiche. L’acquisto da parte egiziana di 24 caccia Rafale francesi parla da solo. Per non parlare del patto di collaborazione stretto da Al Sisi con Vladimir Putin la scorsa settimana e che comprende la realizzazione di una centrale nucleare, oltre che diversi progetti in campo militare e tecnologico. Ma non basta. Nei giorni scorsi la Rivista Italiana Difesa pubblicava la notizia del possibile acquisto da parte egiziana di armi russe grazie ai finanziamenti sauditi. Il che si che sarebbe una brutta notizia per Washington.

Anche nello scenario libanese sauditi e francesi sembrano interessati per ora a una collaborazione/competizione mirante a ridurre l’influenza degli Stati Uniti da una parte e dell’asse sciita dall’altra, rafforzando le forze sunnite. Per frenare un’insorgenza islamista sfuggita di mano, in buona parte frutto del sostegno saudita - oltre che turco - nei giorni scorsi il regime wahabita ha messo sul piatto nientemeno che 3 miliardi di dollari che andrebbero a finanziare l’acquisto da parte del governo libanese di armi e sistemi tecnologici francesi. Sono diversi i gruppi armati estremisti, legati ad Al Qaeda e in maniera crescente allo Stato Islamico, che controllano ampie porzioni del territorio libanese e ingaggiano sanguinosi scontri con un debole esercito regolare e con le milizie di Hezbollah o alawite. Il rischio è che il protagonismo militare di Hezbollah sia all’interno contro gli estremisti sunniti, sia contro Israele, sia in Siria contro l’Is e al Nusra metta ulteriormente all’angolo l’esercito controllato dalle forze fedeli a Parigi e Riad. Ecco che allora la Francia mette a disposizione le sue armi, pagate dai petrodollari sauditi, in modo da rifornire l’esercito libanese con 220 blindati, artiglieria pesante, elicotteri da combattimento, motovedette lanciamissili e sistemi radar.

Il protagonismo dei sauditi e delle altre petromonarchie è evidente in queste ore anche nello scenario yemenita. Dopo il dilagare delle milizie sciite Houthi che hanno spazzato via il governo e il parlamento dominati negli ultimi anni dai sunniti, Riad è intenzionata a correre ai ripari e a dare manforte alle proprie pedine finite fuori gioco. Le petromonarchie stanno esercitando forti pressioni sul Consiglio di Sicurezza dell’Onu affinché autorizzi un intervento militare di Arabia Saudita e soci per “ristabilire la legalità nello Yemen”. Alla fine la risoluzione, adottata all’unanimità dai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, chiede ai ribelli sciiti di ritirare “immediatamente e senza condizioni” le proprie truppe che assediano le istituzioni governative, minacciando sanzioni ma senza dare il via libera alle truppe di Riad. Ma i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che chiedevano al Consiglio di Sicurezza di applicare il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite autorizzando un intervento armato nello Yemen, potrebbero decidere di intervenire comunque senza l’autorizzazione formale dell’Onu. D’altronde pochi anni fa Riad inviò le sue truppe in Bahrein per schiacciare e reprimere la rivolta della maggioranza sciita che chiedeva diritti e democrazia, puntellando così il potere del regime sunnita totalmente dipendente dall’Arabia Saudita. All’epoca nessuna voce si levò in occidente per chiedere sanzioni o addirittura la guerra contro un paese intervenuto militarmente in casa d’altri. I soliti due pesi e due misure…

17 febbraio 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 17 Febbraio 2015 18:00

Libia. L’Egitto ha già cominciato la guerra. Bombardamenti in corso

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Libia. L’Egitto ha già cominciato la guerra. Bombardamenti in corso

tratto da http://contropiano.org

In anticipo sui tempi previsti e forse anche per forzare la mano alle cancellerie europee e all’Onu, questa mattina alcuni aerei militari egiziani hanno colpito obiettivi dello Stato Islamico in Libia in risposta all'uccisione dei 21 copti (cristiani di origine egiziana) e sono tornati alle loro basi senza subire perdite. La notizia è stata confermata dalla radio egiziana citando un comunicato dell'esercito.
Il quotidiano egiziano Al Ahram, riferisce che l'esercito egiziano afferma di aver colpito diversi obiettivi tra cui "campi di addestramento e depositi di armi". I raid compiuti dall'aviazione egiziana in Libia avrebbero provocato cinque morti a Derna, la città dell'est della Libia dove l'Isis ha creato un "Emirato" ormai da mesi.
L’Ansa riferisce che i raid aerei egiziani hanno colpito anche accampamenti dell'Is aBengasi e Sirte. L’inizio dell’offensiva militare egiziana – per ora solo aerea – ha mobilitato anche le forze armate del governo provvisorio libico (quello ritiratosi a Tobruk, vicino al confine egiziano e riconosciuto dalle potenze occidentali). Il comandante dell'Aviazione libica, Saqer al-Joroushi, ha detto di essere stato incaricato dal capo di Stato maggiore delle Forze armate del governo di Tobruk, Abdel Razzak el Nazouri, e dal capo della "Operazione dignità", Khalifa Haftar, di "collaborare" con le forze armate egiziane per colpire le postazioni islamiste.

Immediate le reazioni delle cancellerie europee, tra le quali spicca quella del presidente francese Hollande, il quale ha telefonato al presidente egiziano, il generale Abdel Fattah al-Sisi - sottolineando "l'importanza che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunisca e che la comunità internazionale decida nuove misure per far fronte all'estensione delle operazioni dello stato islamico in Libia”. Lo stesso Egitto ha chiesto agli Stati membri della "coalizione internazionale contro il terrorismo", di cui fa parte, di assumersi le proprie responsabilità politiche e di prendere misure contro le postazioni della formazione terroristica Daesh e le altre formazioni sul territorio libico, le quali rappresentano una minaccia chiara per la sicurezza e la pace internazionali". L’Egitto in un comunicato del ministero degli esteri conferma il "diritto" egiziano, sancito dall'Onu, "a difendere i propri cittadini all'estero".

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha già fatto sapere che l'Italia è pronta a guidare una coalizione di Paesi europei e nordafricani (con i Paesi arabi che preferirebbero una missione "regionale") ed a contribuire con oltre 5 mila uomini, una ipotesi che può contare sul consenso anche del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Al momento gli unici ad opporsi all'intervento militare italiano in Libia sono i parlamentari del Movimento Cinque Stelle.

16 febbraio 2015

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