Monday, Feb 08th

Last update:11:42:07 AM GMT

You are here:

INTERNAZIONALE

ZeroHedge: la fine dell’era delle bolle finanziarie

E-mail
Valutazione attuale: / 5
ScarsoOttimo 
images (7)

tratto da www.vocidallestero.it

ZeroHedge riporta un interessante articolo scritto a dicembre da David Stockman, ex politico e uomo d’affari americano. Secondo Stockman l’economia mondiale è di fronte ad un periodo di deflazione almeno decennale (la ‘stagnazione secolare’) causato dalla politica di tassi bassi in vigore dagli anni ’90; questi tassi hanno alimentato, oltre alle bolle speculative degli ultimi 25 anni, un’enorme bolla sugli investimenti in beni capitali che ha enormemente ampliato la capacità produttiva mondiale oltre la capacità della domanda di assorbirla, rubando capacità produttiva al futuro. Dopo 84 mesi di zero lower bound e con la liquidità indotta con i QE sui mercati degli asset che ha causato investimenti sempre più speculativi, la risalita dei tassi, già avviata, innescherà la distruzione di questa capacità in eccesso per via deflattiva. L’alternativa – con i tassi ancora a zero – è il crollo del sistema finanziario.

di David Stockman, 13 dicembre 2015

Ci stiamo avvicinando a un punto di svolta cruciale nel ciclo globale delle bolle finanziarie che è in corso da più di due decenni. Vale a dire, le banche centrali del mondo hanno finalmente finito la polvere da sparo. Saranno incapaci di fermare l’implosione del credito, che inesorabilmente seguirà la nuova bolla.

Finiremo col parlare della Fed che si appresta ad un cambiamento epocale alzando i tassi di interesse, ma prima è fondamentale delineare il contesto macroeconomico globale.

In una parola, stiamo entrando in una grandiosa deflazione. Il precipizio si manifesta nel rinnovato massacro che si sta svolgendo nei mercati delle materie prime.

Questa settimana l’indice Bloomberg delle materie prime, che comprende tutto, dal petrolio greggio a soia, rame, nichel, cotone e bestiame, è affondato sotto quota 80 per la prima volta dal 1999. Adesso è inferiore quasi del 70% rispetto al suo massimo storico, alla vigilia della crisi finanziaria, e del 55% dal suo picco durante la ripresa del 2011.

BloombergCommodityIndex1

I rialzisti di Wall Street e gli apologeti keynesiani della Fed vogliono farvi credere che non c’è molto da dire. Sostengono che è solo un temporaneo eccesso di petrolio e qualche eccessiva esuberanza di investimenti in conto capitale nel settore dei metalli e dell’industria mineraria.

Ma le loro rassicurazioni che, in un anno o giù di lì, l’attuale eccessiva offerta di rame, greggio, minerali di ferro e altre materie prime sarà assorbita da un’economia globale in espansione non potrebbero essere più lontane dalla verità. In realtà, questo errore è al centro del mio punto di vista sugli investimenti.

Noi riteniamo che l’economia globale sia enormemente rigonfia di spesa basata su debito che non può essere sostenuta. E che questa distorsione sia aggravata sul lato dell’offerta da un incredibile surplus di capacità produttiva in eccesso. A cui si sommano antieconomici e cattivi investimenti che sono stati innescati dal credito a bassissimo costo offerto dalle banche centrali.

Di conseguenza, l’economia mondiale in realtà sta per contrarsi per la prima volta dagli anni ’30. Questo perché il prezzo in caduta delle materie prime è solo il preludio a quella che sarà una depressione degli investimenti in conto capitale in tutto il mondo – proprio il genere di cose che non è più successo dagli anni ’30.

C’è stato così tanto eccesso di investimenti nel settore energetico, minerario, in quello della lavorazione, produzione e stoccaggio dei materiali, che nulla di nuovo sarà costruito negli anni a venire. Il boom degli ultimi due decenni, in sostanza, [anticipando gli investimenti] ha rubato al futuro molto della sua capacità di produzione.

Quindi ci sarà una seria riduzione nella produzione di macchine per miniere e movimento terra, di impianti di perforazione per i giacimenti di petrolio, di autocarri pesanti e vagoni ferroviari, di navi cargo e portacontainer, di macchinari per la movimentazione e lo stoccaggio di materiali, di macchine utensili e apparecchiature per il trattamento chimico e molto, molto altro.

Il punto cruciale, però, è che la netta riduzione dell’industria dei beni capitali ha implicazioni molto più distruttive per la macroeconomia rispetto ad una riduzione delle vendite di elettrodomestici di consumo o del numero di posti in bar e ristoranti.

I servizi sono praticamente senza scorte di lavoro e le catene di approvvigionamento di beni di consumo durevoli come lavastoviglie e automobili in genere hanno forse da 50 a 100 giorni di scorte a portata di mano. Così, quando si accumulano investimenti eccessivi in scorte, l’alleggerimento delle stesse e la conseguente riduzione della catena di approvvigionamento sono relativamente di breve durata.

Ma quando si tratta di beni strumentali il metro importante per la misura dell’inventario è la capacità in essere. Ecco dove le politiche pro-bolle finanziarie da parte della Fed e delle altre banche centrali hanno fatto tanti danni.

Lunghi periodi di costo sotto mercato del capitale inducono la aziende a sopravvalutare drasticamente il rendimento degli investimenti. E quindi alla fine ad accumulare l’equivalente di anni e anni di eccesso di capacità.

Questo è molto diverso dalle recessioni dei beni di consumo vissute dai nostri nonni negli anni ’50 e ’60. Quelle tipicamente implicavano tagli moderati di produzione e diversi trimestri di riduzione delle scorte. Questa volta l’aggiustamento dei beni capitali richiederà anni, forse più di un decennio.

Ecco perché.

Quando le miniere di ferro sono ampiamente sovradimensionate, per esempio, i nuovi ordini per le grandi macchine gialle da miniera della Caterpillar (CAT) possono scendere quasi a zero. Ecco perché CAT sta già vivendo il più lungo periodo di calo delle vendite al dettaglio – 35 mesi di fila e non è ancora finita – nella sua storia centenaria.

Caterpillar1

Questo è anche il motivo per cui la recessione globale in arrivo sarà così prolungata e ostinata. Quando il credito a buon mercato genera un boom di beni capitali longevi e costosi, dà luogo ad una “conduttura” di nuove capacità.

Questa conduttura non è facile da chiudere e spesso ha senso completarla – diciamo portacontainer, acciaierie o nuovi campi minerari – anche se i prezzi e la redditività sono già in declino. Questo è noto come il problema dei “costi irrecuperabili“.

Gli ordini di macchine da miniera rischiano di restare profondamente depressi per il resto del decennio. E questa sindrome si presenterà anche nella maggior parte degli altri settori, come per camion pesanti, cantieri navali, impianti di perforazione petrolifera, ecc

Questa depressione nelle industrie di beni capitali, a sua volta, significa la scomparsa di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati e ben remunerati in aziende come Caterpillar. Lo stesso accadrà per le loro vaste catene di rifornimento di componenti, materiali e fornitori di servizi in outsourcing. E la cascata di queste contrazioni lungo la catena alimentare dell’economia intensificherà ed espanderà ulteriormente la dinamica deflazionistica.

Il grafico sottostante da qualche suggerimento sulla crisi massiccia che si sta parando davanti al mondo intero.

Nel corso degli ultimi 25 anni gli investimenti in conto capitale da parte delle società quotate in borsa del mondo sono cresciuti di un incredibile 500%. Gran parte di questo fenomeno è accaduto in Cina e nelle economie dei mercati emergenti (EM), e nelle infrastrutture di trasporto e di distribuzione che li collega.

GlobalCapex1

Eppure questa massiccia esplosione della spesa per investimenti non si è verificata perché diversi miliardi di contadini asiatici improvvisamente hanno deciso di mettere da parte un’infinità di nuovi capitali.

In realtà, questa campagna senza precedenti di costruzioni e investimenti in conto capitale è stata finanziata quasi interamente dall’emissione massiccia di credito a tasso di interesse reale virtualmente nullo.

Ciò significa che il capitale è stato drasticamente sotto-prezzato facendo abbondare sprechi, eccessi e inefficienze.

Alla fine, l’economia globale si è pericolosamente sbilanciata. E queste conseguenze negative del falso boom di credito delle banche centrali mettono infatti in evidenza le opportunità di investimento future.

Il sano investimento capitalistico basato sui prezzi di mercato e sull’accantonamento del risparmio dal reddito corrente può andare avanti all’infinito, alimentando l’aumento di efficienza, produzione e ricchezza.

Ma gli investimenti in conto capitale basati sul credito a basso costo consentono solo temporaneamente all’economia mondiale di allargare la sua torta, e mangiarsela anche. Ora è il tempo del conto.

Inutile a dirsi, durante la fase di espansione della bolla finanziaria innescata dalle banche centrali, regna l’ottimismo e rialzisti e speculatori insistono sul fatto che “questa volta è diverso”.

Eppure le solide leggi della finanza e dell’economia di mercato non cambiano mai. Spesso ci vuole un tempo prolungato prima che tutti gli eccessi facciano il proprio lavoro e infine la bolla scoppi.

Il grafico sottostante riassume questa grande deformazione.

Nel corso degli ultimi due decenni, il debito da rimborsare nel mercato globale del credito è salito da 40 trilioni di dollari a 225 trilioni di dollari. Questo rappresenta un’incredibile espansione del debito di 185 trilioni di dollari. Questa eruzione sarebbe semplicemente inimmaginabile senza l’aiuto delle banche centrali che stampano denaro.

Al contrario, il PIL globale è cresciuto soltanto di 50 trilioni di dollari nello stesso periodo, e anche questo risultato è un’esagerazione. Gran parte di questa crescita rappresenta soltanto il pass-through del credito facile, e non risparmi reali investititi efficientemente nella produzione.

Di conseguenza, è probabile che l’economia globale abbia accumulato più di $ 4 di nuovo debito per ogni $ 1 di PIL incrementale.

Non solo questa è evidentemente un’equazione finanziaria insostenibile, ma significa anche che quando si ferma la crescita del credito, il debito si ritira dal PIL. Non era nuova ricchezza, solo produzione rubata al futuro.

GlobalDebt1

E questo ci porta alla prossima mossa della Fed di alzare i tassi di interesse per la prima volta in 10 anni. Sarà pari a un cambiamento di rotta che a tempo debito frantumerà l’intero regime delle bolle finanziare che ha dato origine al falso credito e al boom degli investimenti in conto capitale descritto sopra.

Come ho detto spesso, la Fed è diventata dipendente dalla “Soluzione Semplice”. Durante più dell’80% degli oltre 300 mesi nel corso dell’ultimo quarto di secolo o ha tagliato i tassi o li ha lasciati invariati.

EasyButton1

Di conseguenza, i giocatori d’azzardo professionisti nell’odierno casinò di Wall Street non hanno alcuna vera esperienza di un periodo in cui l’adagio “la Fed è tua amica” non funziona. Hanno sperimentato essenzialmente mercati fittizi a senso unico, sapendo che l'”opzione” Greenspan/Bernanke/Yellen sarebbe venuta in soccorso su azioni e altri asset rischiosi.

Ma ecco il punto. Dopo 84 mesi di tassi di interesse a zero – gente, questa sì che è pura follia secondo tutti gli standard storici – la Fed ha esaurito tempo e scuse.

Se alla fine non comincia a normalizzare i tassi, come più volte promesso, la sua credibilità sarà fatta a pezzi. E accadrà quello che ha a lungo mortalmente temuto. Cioè, il mercato crollerà in un attacco sibilante che frantumerà la fiducia in quello che è essenzialmente un gigantesco schema Ponzi basato sul credito.

E le altre principali banche centrali del mondo sono nella stessa barca.

Proprio la scorsa settimana abbiamo visto la BCE fermata bruscamente dalla potente rappresentanza tedesca che essenzialmente ha detto a Draghi che 1.3 trilioni di euro stampati sono abbastanza.

Allo stesso modo, anche la Banca popolare della Cina (PBOC) ha esaurito la polvere da sparo. E questo è di monumentale importanza.

L’epicentro del boom globale di materie prime, investimenti in conto capitale e industriale era in Cina. Grazie alla frenesia con cui la PBOC ha stampato la più grande quantità di denaro nella sua storia, un eccezionale debito pubblico e privato è esploso da 500 miliardi di dollari nel 1994 a 30 trilioni di dollari oggi.

Questa è una crescita di 60 volte. C’è da meravigliarsi che i grafici sui beni e gli investimenti in conto capitale mostrati sopra sono andati quasi verticali durante il picco del boom globale?

Ma ora la Cina è di fronte al crollo del suo schema Ponzi, e il capitale è in fuga dal paese ad un ritmo prodigioso.
Soltanto negli ultimi 15 mesi, quasi 1 trilione di dollari è volato a Londra, New York, in Australia, a Vancouver e in altri luoghi sicuri per la fuga di capitali

Così la PBOC è costretta a fermare le sue macchine da stampa, al fine di evitare che il tasso di cambio dello yuan crolli e che il deflusso di capitali vada completamente fuori controllo.

Anche in Giappone, la stampa della Banca del Giappone non sta più accelerando. Questo perché nonostante migliaia di miliardi di nuovi capitali creati dal nulla negli ultimi anni, il Giappone è sull’orlo della sua quinta recessione in sette anni. Anche in Giappone, la bolla finanziaria sta perdendo la sua credibilità.

25 gennaio 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 26 Gennaio 2016 12:32

La finanza islamica conquista l'Asia

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

finanza islamicaTa Kung Pao, Cina, traduzione a cura di Internazionale

tratto da http://www.inventati.org/cortocircuito/2016/01/21/la-finanza-islamica-conquista-lasia/

I prodotti finanziari conformi alla sharia si stanno diffondendo nei paesi asiatici. Soprattutto in Malesia, Indonesia e Cina

Negli ultimi anni l’espansione della finanza islamica ha riscosso un interesse crescente. In Cina i musulmani rappresentano solo una piccola percentuale della popolazione, ma ci sono già diverse imprese che usano prodotti finanziari islamici. Gli esperti fanno notare che la “nuova via della seta” (il progetto infrastrutturale lan- ciato da Pechino per collegare l’Asia, l’Africa e l’Europa) attraversa molti paesi a maggioranza musulmana e quindi la finanza che segue i precetti del Corano potrebbe avere un ruolo importante nella sua realizzazione.

Come sottolinea Viviam Jamal, direttrice esecutiva della commissione per lo sviluppo economico del Bahrein, nel Medio Oriente e nel sudest asiatico gli investimenti nella finanza islamica rappresentano un quarto della disponibilità bancaria. In questo contesto “la Cina potrebbe fare molto”, aggiunge Jamal. “Un’azione fondamentale sarebbe quella di garantire, con leggi e regolamenti, che le istituzioni finanziarie islamiche possano competere in un ambiente imparziale”.

Abdulhakeem Y. Al Khayyat, amministratore delegato della Kuwait Finance House nel Bahrein, spiega che la conformità della finanza islamica alla sharia, la legge coranica, permette di accedere più rapidamente ad alcune realtà finanziarie uniche al mondo: per esempio mercati emergenti islamici densamente popolati, come quello dell’Indonesia, e aree molto ricche, come quella del golfo Persico. “Le cause della crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008 sono riconducibili alla mancanza di etica e alle speculazioni irresponsabili degli investitori”, aggiunge Al Khayyat. “La finanza islamica, invece, si basa su strumenti che rispettano degli standard morali. Questa tipologia di prodotti attira sia i musulmani sia i non musulmani. E dal momento che non provocano crisi finanziarie, la loro domanda aumenta costantemente”.

Condivisione dei rischi

Nella finanza islamica gli interessi sono proibiti, così come gli investimenti in settori condannati dalla religione: per esempio la produzione di alcol e il gioco d’azzardo. Invece sono favorite la condivisione dei rischi e la partecipazione agli utili. In ogni caso è possibile ricavare profitti. Per esempio gli investitori che comprano o vendono obbligazioni islamiche (sukuk) non possono riscuotere interessi, ma ottengono un ritorno partecipando alla proprietà del progetto finanziato.

Jamal fornisce alcuni esempi. Quando sottoscrive un mutuo per comprare una casa, l’acquirente che ha ottenuto il prestito dalla banca islamica troverà sul certificato di proprietà immobiliare due nomi: il suo e quello della banca. Sul documento sarà chiaramente indicata la percentuale posseduta da ciascuna delle parti. Durante il periodo in cui l’acquirente restituisce il prestito, le quote in possesso delle parti cambiano. Quando il prestito sarà estinto, sul certificato resterà solo il nome dell’acquirente. Questa pratica riflette i princìpi di equità e condivisione dei rischi che caratterizzano la finanza islamica. Jamal, inoltre, chiarisce un possibile malinteso: non occorre essere musulmani per accedere a questo sistema. In diversi paesi, infatti, ci sono già molte persone non musulmane che usano prodotti e servizi finanziari islamici.

Jamal ricorda che il Bahrein ha una lunga storia come centro finanziario islamico. Qui si concentrano banche e compagnie di assicurazione islamiche, istituti di formazione e ricerca, gestori di fondi e organismi internazionali che regolano e controllano il settore. Nel paese ci sono molte persone con la formazione adatta alla finanza islamica e un ambiente in grado di capire il funzionamento del settore.

Ma diversi stati, ormai, sono in competizione per diventare centri finanziari islamici. “Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo sistema ed espanderlo a livello globale”, dice Jamal. “E quindi non possiamo che accogliere con favore l’affermarsi di centri di finanza islamica a Londra o in Lussemburgo, inoltre ci auguriamo che centri finanziari già sviluppati, come quello malese, continuino a dare il loro contributo. Il Bahrein spesso sostiene altri paesi con lo scopo di promuovere il settore. Cre- diamo che questa sia una cosa positiva e che possa produrre vantaggi per il paese”.

Secondo una ricerca recente, oggi il giro d’affari della finanza islamica è di 1.810 miliardi di dollari: 1.340 miliardi sono gestiti dalle banche commerciali islamiche, 33,4 miliardi dalle assicurazioni e 29,5 miliardi sono costituiti da obbligazioni. Nel 2020 il giro d’affari passerà a 3.250 miliardi. Quest’enorme mercato ha attirato l’interesse di molti paesi, che stanno provando a diventare “centri finanziari islamici internazionali”.

Centri di primo piano

Secondo uno studio citato da Gulf Times, un quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, oggi la finanza islamica ha solo due centri di primo piano: la Malesia e gli Emirati Arabi Uniti. Dubai, in particolare, rappresenta uno dei mercati più importanti per le transazioni basate sui prodotti finanziari islamici ed è il terzo centro almondo per lo scambio dei sukuk. Alla metà del 2014 il valore di queste obbligazioni quotate alla borsa di Dubai aveva raggiunto i 22 miliardi di dollari, di cui più di 18 miliardi erano scambiati al Nasdaq Dubai (un indice aperto agli investitori e alle aziende internazionali). La Banca islamica per lo sviluppo, inoltre, ha già avviato un piano per l’emissione di sukuk attraverso il Nasdaq Dubai pari a dieci miliardi di dollari. Questa operazione darà un ulteriore impulso allo sviluppo dell’emirato come centro finanziario islamico.

Nel maggio del 2015, invece, la Malesia ha emesso 150 milioni di dollari in obbligazioni islamiche. Il premier e ministro delle finanze malese Najib Razak ha dichiarato che “il piano permetterà di consolidare la posizione del paese come centro finanziario islamico internazionale”. Le obbligazioni lanciate dalla Malesia includono sukuk con scadenza decennale e un valore pari a un miliardo di dollari e altri titoli con scadenza trentennale per un valore di 500 milioni. Questi ultimi sono i primi titoli obbligazionari islamici al mondo ad avere una scadenza così lunga e hanno già raggiunto un valore sei volte superiore a quello iniziale: una conferma dell’alto gradimento che questi prodotti finanziari riscuotono sul mercato, e della fiducia verso il sistema malese da parte dei capitali stranieri.

Anche il presidente indonesiano Joko Vidodo ha più volte espresso la speranza che in futuro il suo paese diventi un centro finanziario islamico mondiale. Vidodo si dice ottimista, perché l’Indonesia è il paese con il maggior numero di musulmani al mondo ed è il più grande mercato mondiale per l’acquisto dei sukuk da parte degli investitori privati. Gradualmente diventerà il principale stato a emettere obbligazioni islamiche. Se il paese continuerà a sfruttare il suo potenziale, la speranza del presidente indonesiano è destinata a diventare realtà.

La nuova via della seta

In questa corsa alla finanza islamica si è ritagliato un piccolo spazio anche Hong Kong. Nel settembre del 2014 l’ex colonia britannica ha emesso obbligazioni islamiche per un miliardo di dollari, e nell’aprile del 2015 l’autorità monetaria di Hong Kong ha annunciato l’emissione di una seconda tranche di obbligazioni dello stesso valore entro la fine dell’anno. Il piano ha una durata complessiva di cinque anni. Hong Kong ritiene che con questa seconda tranche potrà consolidare la sua posizione di centro finanziario islamico emergente. In Cina non ci sono ancora istituzioni finanziare islamiche specializzate, ma molte aziende pensano di aprirsi al settore.

Il responsabile per l’area Asia-Pacifico dello Shariah Advisory Group di Ginevra, una società di consulenza specializzata nella finanza islamica, ha dichiarato all’agenzia Reuters che “sulla spinta del progetto della nuova via della seta oggi le imprese statali e private cinesi sono sempre più disposte a sviluppare iniziative di finanza islamica”. Lo Shariah Advisory Group, per esempio, sta aiutando il gruppo Hna a finanziare l’acquisto di una flotta di navi, per una cifra pari a 150 milioni di dollari: l’operazione potrebbe essere il primo prestito ottenuto da un’azienda cinese attraverso un istituto finanziario islamico. Il responsabile del progetto ha aggiunto che l’Hna ha anche intenzione di emettere obbligazioni islamiche offshore.

Lo scorso ottobre l’azienda immobiliare cinese Country Garden ha annunciato un programma per l’emissione di obbligazioni islamiche a medio termine attraverso una società controllata con sede in Malesia: il valore nominale dell’emissione è pari a 1,5 miliardi di ringgit (circa 350 milioni di dollari). È il primo esempio di titoli immobiliari islamici emessi su scala nazionale. Zhang Yansheng, direttore dell’istituto per la ricerca economica internazionale, ha dichiarato che il Ningxia, regione autonoma nel nord della Cina, potrebbe diventare la base della cooperazione finanziaria tra Pechino e i paesi del golfo Persico. La speranza è che nel giro di cinque, massimo dieci anni il Ningxia diventi un centro finanziario islamico cinese di respiro internazionale. Abdulhakeem Y. Al Khayyat, invece, ritiene che Shanghai abbia più possibilità. Secondo il manager, un centro finanziario islamico può fiorire più facilmente in una borsa tradizionale. Anche il Bahrein, infatti, prima di diventare un centro finanziario islamico era una piazza finanziaria già avviata.

La finanza islamica, infine, richiede la disponibilità di professionisti qualificati. Secondo Jamal, se la Cina vuole sviluppare il settore è molto importante che la formazione del personale avvenga anche all’estero. “Anche se i professionisti cinesi della finanza raggiungono già un livello molto alto, hanno ancora bisogno di imparare dalle migliori realtà internazionali. La Cina potrebbe per esempio inviare personale in Malesia o negli istituti di formazione del Bahrein. Oppure collaborare con questi istituti di formazione”.

22 gennaio 2016

 Leggi anche

LA FINANZA ISLAMICA NEL MERCATO MONDIALE: TEORIA, PRASSI E AMBIGUITÀ

MALAYSIA – FINANZA ISLAMICA PER TUTTI

LA FINANZA ISLAMICA NELLO SCONTRO DELLA COMPETIZIONE INTERNAZIONALE

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 24 Gennaio 2016 14:50

La minaccia della guerra sovrasta la Siria

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Usa e Turchia si dicono pronti all'intervento militare se il dialogo fallirà, la Russia si costruisce una base aerea a nord. Il negoziato previsto per domani è al collasso, dopo il boicottaggio delle opposizioni

Il negoziato siriano sta per fallire e le potenze mostrano i muscoli. Ieri il vice presidente Usa Biden, in visita in Turchia, ha rivelato l’intenzione di Ankara e Washington di preparare un intervento militare nel caso il dialogo fallisse. «Sappiamo che è meglio raggiungere una soluzione politica, ma siamo preparati ad una militare per sradicare Daesh». Contro l’Isis e non contro la Siria, ha tenuto a precisare il team statunitense.

Intanto secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, ingegneri e servizi segreti russi sarebbero arrivati al confine con la Turchia, nella provincia di Latakia. Secondo fonti turche, Mosca avrebbe mandato uomini in una piccola base aerea governativa per trasformarla in un vero e proprio aeroporto in mano russa. Immediata la risposta di Ankara che, secondo il quotidiano Hurriyet, ha inviato carri armati e avviato la costruzione di trincee lungo la frontiera. Interviene anche Damasco: fonti militari siriane hanno detto all’Afp che 100 esperti militari Usa lavorano nella provincia nord di Hasakah per espandere l’aeroporto di Rmeilan, da usare per elicotteri e cargo.

Difficile distrincarsi nel gioco della propaganda incrociata. E se da Riyadh il segretario di Stato Kerry, pur non indicando date, insiste nel dire che il negoziato procederà, la soluzione politica sembra al collasso. Domani a Ginevra Damasco e opposizioni avrebbero dovuto incontrarsi, come previsto dall’accordo internazionale siglato a Vienna a novembre.

Nei giorni scorsi l’Onu era stata costretta a prospettare un breve rinvio, ma il rischio è che quel tavolo non si apra: a tagliargli le gambe sono le opposizioni riunite sotto l’ombrello saudita. Ieri George Sabra, ex presidente della Coalizione Nazionale, federazione delle opposizioni moderate, ha detto chiaramente che i negoziatori non si voleranno a Ginevra fino a quando la Russia non interromperà i raid (ieri un presunto bombardamento russo avrebbe ucciso 29 persone a Khasham, vicino Deir Ezzor) e Damasco non cesserà gli assedi sulle città controllate dai miliziani anti-Assad.

Ma a far traballare il negoziato è anche il mancato consenso internazionale su chi intorno a quel tavolo dovrebbe sedersi. Damasco non intende accettare gruppi islamisti considerati terroristi (tra cui i salafiti di Jayish al-Islam il cui nuovo leader, Mohammed Alloush, ha ottenuto la poltrona di negoziatore delle opposizioni). Dall’altra parte a frenare sono l’Arabia saudita, longa manus dietro il boicottaggio delle opposizioni, e la Turchia che pone come precondizione l’assenza del Pyd, Partito dell’Unione Democratica, rappresentante dei kurdi siriani di Rojava.

Eppure il Pyd non può non esserci: prima forza di difesa del nord della Siria contro l’avanzata dell’Isis, è oggi punto di riferimento sia per Russia che Stati uniti. Washington – che da settimane si appoggia alle Forze Democratiche Siriane, di cui i kurdi sono leader – opta per la solita strategia del piede in due staffe: sì al Pyd, no al Pkk. Biden ieri ha coccolato Erdogan ribadendo avversione per il Partito Kurdo dei Lavoratori: «Non è solo l’Isis a rappresentare una minaccia esistenziale al popolo turco – ha detto il vice presidente – Il Pkk è ugualmente una minaccia. È un gruppo terroristico puro e semplice».

Una dichiarazione netta che spiega bene l’impunità di cui oggi gode Ankara nella brutale repressione del popolo kurdo nel sud est della Turchia: il governo di Davutoglu non potrebbe permettersi tanto senza il beneplacito della Nato.

Eppure le Ypg, il braccio armato del Pyd, e il partito stesso sono l’emanazione siriana del Pkk, di cui hanno per la prima volta applicato il progetto democratico confederale teorizzato negli ultimi 10 anni dal leader-prigioniero Ocalan. La distinzione architettata da Washington è strumentale.

La Turchia lo sa, non si fa abbindolare e insiste: fuori il Pyd dal negoziato o il boicottaggio del dialogo non cesserà. Perché i kurdi siriani sono una minaccia concreta allo Stato-nazione turco: capaci di assumere il controllo di buona parte della frontiera nord tra Siria e Turchia, si muovono verso ovest puntando a creare un’entità autonoma a stretto contatto con i territori kurdi turchi.

23 gennaio 2016

AddThis Social Bookmark Button

La spia del petrolio segnala crisi nera

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

La spia del petrolio segnala crisi nera

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Funziona tutto al contrario, abbiamo scritto alcuni giorni fa. E guardando alla dinamica del prezzo del petrolio – materia prima fondamentale dell'economia, fonte privilegiata di energia per la mobilità e la produzione industriale, merce che entra nella formazione del prezzo di tutte le altre (come solo il lavoro umano fa) – la conferma esplode davanti agli occhi di tutti. Di quelli che vogliono vedere, almeno.

In effetti non c'è mai stato un momento di guerra guerreggiata in Medio Oriente, addirittura all'interno e fra produttori di greggio, in cui la tensione non si sia scaricata sui prezzi, facendoli innalzare a livelli paurosi. Qui sta avvenendo da oltre un anno l'opposto. Il petrolio è calato di oltre il 70% rispetto al luglio 2014 e di circa il 20% nell'ultimo mese, quello in cui sono cresciute fino al punto di rottura le paure di un possibile conflitto tra Arabia Saudita e Iran, le due più grandi potenze - anche petrolifere - del Golfo.

Qualcuno tra i “previsori” di professione – una categoria sfortunata, in genere; non ci azzeccano quasi mai – arriva ad ipotizzare un prezzo vicino ai 20 dollari.

Se vogliamo aggiungere elementi, non c'è mai stato così tanto petrolio disponibile sul mercato – a prezzi stracciati – a dispetto del fatto che le riserve di idrocarburi vanno scemando rapidamente (pur nell'incertezza di dati che spesso costituiscono un segreto di stato ben protetto). Responsabilità in primo luogo dell'Arabia Saudita, che ha aumentato di proposito i quantitativi estratti, rompendo anche l'unità dell'Opec, nel tentativo di mettere fuori mercato sia la Russia che l'Iran (nemici storici per ragioni diverse), oltre che le società statunitensi dello shale oil;che hanno inondato a loro volta il mercato con idrocarbuti di diversa qualità, ma che devono affrontare costi di estrazione medi oscillanti tra i 40 e gli 80 dollari al barile.

Nell'offensiva saudita i calcoli sbagliati sono stati certamente molti, a cominciare dalla capacità di resistenza del comparto shale, che continua a estrarre in perdita ma può contare – per ora – su finanziamenti poderosi reperiti sui mercati statunitensi, nella speranza di incontrare il prima possibile un rialzo sostanzioso e duratura del prezzo. Non è strano, in ambito capitalistico: faccio debiti ma difendo quote di mercato, poi vediamo...

Anche Russia e Iran, per quanto ammaccati sul piano delle entrate, hanno messo a punto nell'ultimo anno diversi successi politico-diplomatici assumendo – spesso anche di concerto – un ruolo centrale nel conflitto in “Siraq”, che doveva essere nelle intenzioni saudite una specie di “cortile di casa”.

Ma cambiare strategia in corsa non è facile. Quindi per ora si continua a pompare – da parte di tutti i produttori – a più non posso.

Il che provoca molti problemi sia nell'economia reale che nella finanza internazionale, perché il petrolio e tutto ciò che ci gira intorno (titoli, future, swaps, prodotti finanziari derivati di ogni tipo, ecc) hanno un peso devastante qualsiasi equilibrio possibile.

In questo momento prevalgono i timori finanziari, accentuati dalla scelta della Federal Reserve statunitense di aumentare gradualmente i tassi di interesse. Del resto, tra le cose che vanno all'incontrario, non si può certo sottovalutare il dato per cui - per oltre sette anni - su molti mercati il costo del denaro da prestito è stato pari a zero o addirittura negativo. E, in regime capitalistico, vi sembra normale che il capitale non possa programmaticamente ottenere un profitto sul proprio impiego?

Il rialzo dei tassi Usa comporta comunque un apprezzamento del dollaro, che è contemporaneamente unità di misura dei prezzi delle materie prime (commodities) e moneta utilizzata per molti titoli di debito. La contemporanea, robusta, frenata della Cina, diventata da due decenni almeno la manifattura del mondo, implica di fatto una discesa contemporanea di tutte le materie prime (se si produce meno, c'è meno domanda).

Subito questi problemi diventano “reali”, perché molti paesi emergenti sono appunto produttori di commodities (quindi hanno davanti ancora un lungo periodo di prezzi bassi e in discesa), ma anche indebitati in dollari (sette anni di denaro a tasso zero, soprattutto negli Usa, avevano favorito la domanda di prestiti per investire in miniere e infrastrutture per l'estrazione e per il trasporto). Una condizione esplosiva, come sa chi va in cassa integrazione o in mobilità e vede salire il costo del mutuo...

Non basta. Un quarto di secolo di globalizzazione aveva creato una divisione internazionale del lavoro che sembrava accontentare tutti. Alcuni “emergenti” diventavano paesi industrializzati per produrre una enorme varietà di manufatti (dai giocattoli agli smartphone), deindustrializzando al contempo i paesi più avanzati, che andavano concentrandosi sui servizi e sui prodotti a più alto valore aggiunto, a tecnologia avanzata.

Sembrava l'uovo di Colombo. “Loro” producevano per noi tutta quella minutaglia (in senso lato) che non era più conveniente produrre qui. Mentre “noi” continuavamo a produrre macchinari ad alta tecnologia da vendere a “loro”. In questo modo si poteva dare anche una mazzata stordente ai lavoratori e alle loro rappresentanze sindacali e politiche, riducendo salari e cancellando istituti storici del welfare occidentale (sanità, pensioni, istruzione) e ristabilire condizioni “ottocentesche” nei rapporti di forza tra le classi. I più bassi salari “laggiù” mantenevano bassissimi i prezzi delle merci che andavano comprate “qui”, anche da chi si ritrovava con un salario bloccato o in discesa. Che pacchia...

Il ballo del prezzo del petrolio, prima salito fino a 147 dollari al barile – nelle settimane precedenti l'esplosione del ciclone Lehmann Bothers, nel 2008 – poi crollato a 30, quindi risalito alla media dei 100-110 dollari al barile, tra il 2010 e la metà del 2014, infine ricaduto ai livelli attuali, sembra aver spezzato quel "circolo virtuoso". O, almeno, ha registrato la rottura di equilibri stabili per quasi 70 anni.

La crisi degli “emergenti” significa per i paesi industrializzati la crisi delle esportazioni proprio mentre il basso prezzo del greggio potrebbe favorire la produzione – laggiù – di merci a prezzo ancora più basso. Uno scenario deflattivo niente affatto virtuoso, perché i prezzi in discesa bloccano gli investimenti, oltre che i salari. E allontanano qualsiasi ipotesi di “crescita” dell'economia globale.

Il blocco degli investimenti avverrebbe – sta già avvenendo – anche e soprattutto nel comparto delle estrazioni di greggio. Il che pregiudica, a medio termine, la possibilità di mantenere gli attuali alti livelli di produzione ed anche la possibilità di affrontare un eventuale rialzo della domanda.

Infine, il ripetersi di attacchi “terroristici” (è ormai il tempo di smettere di utilizzare questo termine per indicare gli episodi di una guerra inter-imperialista asimmetrica, dunque combattuta da una parte con i cacciabombardieri, dall'altra con bombardieri umani a caccia di “turisti”) sta lucidamente definendo una rima di frattura tra il mondo industrializzato occidentale e i paesi sunniti (non genericamente “islamici”). Una separazione di fatto – fisica – che pone le basi per un conflitto più paese tra un mondo dipendente dal petrolio (fieramente diviso tra blocchi niente affatto reciprocamente amichevoli: Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina) e quella parte di mondo che ne custodisce, sottoterra, i due terzi delle riserve. Una separazione che, quanto meno, mette fortemente  rischio la circolazione complessiva: di capitali e merci, certamente, mentre centrifuga intere popolazioni in fuga dalla guerra verso gli ex paradisi ocidentali.

Se ci fosse un “progetto”, a governare quel che accade, ci si potrebbe quasi sentire tranquilli. Ma non ce né alcuno. Solo una crisi globale che macina gli equilibri esistiti, Senza apparentemente avere alcuna idea su quali equilibri possano sostituirli.

Tutto funziona al contrario, appunto...

13 gennaio 2016

***

Petrolio a basso costo, ma non per molto ancora

Petrolio a basso costo, ma non per molto ancora

Claudio Conti - tratto da http://www.contropiano.org

Impossibile non occuparsi di petrolio, in questi giorni. Il crollo del prezzo ha infatti un effetto economico altrettanto grande della sua salita, ma di tutt'altro genere. Quando sale, infatti, l'economia reale tende a rallentare, perché l'energia più cara fa rivedere sia le scelte di investimento che quelle dei consumatori. Quando scende, invece, se l'economia reale è gravemente malata – come in questi ultimi otto anni – provoca deflazione, non corsa a consumare. E a pagarne le conseguenze per prime sono le società quotate in borsa, che vedono fuggire i capitali finanziari verso lidi più tranquilli.

I giornali sono pieni di titoli ad effetto, ma non sono molte le analisi che tengano insieme notizie e dati differenti, ma convergenti nello stesso problema.

Intanto le notizie. A deprimere ulteriormente il prezzo è arrivata l'indiscrezione sui tempi di consegna del rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sul rispetto dell'Iran dell'accordo sul nucleare stretto un anno fa con i principali paesi dell'Occidente. E' arrivato oggi, quattro mesi prima del previsto, e quasi immediatamente cadranno le sanzioni ultradecennali nei confronti di Tehran. Ciò significa che le molte maxipetroliere nei porti iraniani potranno salpare addirittura in settimana per esportare greggio verso clienti vecchi e nuovi, soprattutto europei.

Un incremento immediato dell'offerta in un periodo di domanda ferma, se non addirittura in calo. Conseguenza immediata: prezzi in discesa ancora per mesi, senza un “limite” certo che possa costituire – per i produttori – un riferimento sicuro.

Ma questa bonanza di greggio a buon mercato può davvero durare a lungo?

Qui converrà dar retta agli esperti dell'estrazione petrolifera, anziché agli analisti finanziari abituati a “proiettare linearmente” nel tempo tendenze destnate a durare assai meno dell'ipotizzato.

osa sta avvenendo, in pratica? Tutti i produttori stanno pompando a più non posso, contemporaneamente. Significa che tutti stanno utilizzando al massimo la capacità estrattiva già installata, su pozzi già aperti da tempo. Questo vale tanto per chi estrae petrolio “facile” (come Arabia Saudita o Iraq e Kuwait), quanto per chi sta sfruttando risorse molto più difficili da raggiungere, per cui sono stati fatti investimenti molto più costosi (shale oil, acque profonde, giacimenti artici, ecc).

Inevitabilmente si creano due problemi convergenti. a) Chi estrae ad un costo inferiore al prezzo di vendita, guadagna; chi lo fa a un costo superiore, perde. Se il prezzo non risale in tempo, i secondi falliscono, o comunque si riducono molto di numero. E così anche la produzione, quindi l'offerta finale sul mercato. b) la quasi totalità dei nuovi progetti estrattivi, per lo più di grande impegno finanziario perché le risorse ancora vergini sono tutte in giacimenti difficilissimi da raggungere /in acque ancora più profonde, ecc), tendono ad essere rinviati a tempi migliori. Come spiega Sissi Bellomo su IlSole24Ore, “Da giugno a oggi la lista si è allungata a 68 progetti [rinviati, ndr], che avrebbero dovuto sviluppare riserve per 27 miliardi di barili equivalenti petrolio, mentre l’importo dei tagli è quasi raddoppiato: da 200 a ben 380 miliardi di dollari, di cui 170 miliardi che avrebbero dovuto essere investiti a breve, nei prossimi cinque anni. Non succederà. E il risultato, in termini di produzione, sarà drammatico: 1,5 mbg in meno di qui al 2021, che saliranno a 2,9 mbg entro il 2025. Barili quasi certamente necessari, per soddisfare la crescita della domanda e il declino dei vecchi giacimenti, e la cui mancanza potrebbe riaccendere i prezzi del petrolio.[...] In media gli investimenti rinviati potevano arrivare a “breakeven” con il petrolio a 62 dollari al barile”.

Un lungo periodo di prezzo basso, insomma, non preannuncia affatto un infinito periodo di cheap oil, ma un drammatico rimbalzo dei prezzi, man mano che i vecchi giacimenti si esauriranno e i nuovi non sono ancora pronti a partire. Sempre che eventi geopolitici lo permettano (Arabia Saudita e Iran faranno calare la tensione reciproca? E l'Iraq troverà una stabilità interna tale da consentire una produzione regolare maggiore? Boko Haram espanderà o no le sue operazioni in Nigeria fino a minacciare l'area del delta del Niger, dove ci sono gli impianti petroliferi?).

Questi mesi sembrano insomma destinati a segnare l'ultima fase di “orso” per il mercato petrolifero, anche se magari il prezzo scenderà ancora, fino ai 20 dollari al barile, magari anche meno.

Sono previsioni da Cassandra? Non credamo. Bhp Billiton – multnazionale mineraria australiana, impegnata fortemente nello shale oil in Canada e Stati Uniti, ha svalutato per 7,2 miliardi di dollari i suoi asset nello shale americano. Una decisione dolorosissima, che indica come che i nodi stiano veramente arrivando al pettine.

Società molto meno grandi, e con molte meno riserve finanziarie, oltre che con interessi assai meno diversificati, stanno per chiudere baracca.

Ultimo dato. Goldman Sachs, tra i primi a prefigurare il rischio di caduta del petrolio a 20 dollari, adesso dice che di aspettarsi un “bull market” a fine anno: i prezzi sono scesi abbastanza da indurre ad «aggiustamenti dei fondamentali in grado di ribilanciare il mercato». E i fondamentali del petrolio sono sempre fisici, non finanziari.

Cosa avverrà a quel punto in un'economia globale che non è riuscita a ripartire neanche in seguito ad anni di quantitative easing e un paio di anni di petrolio facile? Non è difficile da immaginare, no?

16 gennaio 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 16 Gennaio 2016 14:27

Libia, il piano della conquista

E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

tratto da

«Il 2016 si annuncia molto complicato a livello internazionale, con tensioni diffuse anche vicino a casa nostra. L’Italia c’è e farà la sua parte, con la professionalità delle proprie donne e dei propri uomini e insieme all’impegno degli alleati»: così Matteo Renzi ha comunicato agli iscritti del Pd la prossima guerra a cui parteciperà l’Italia, quella in Libia, cinque anni dopo la prima.

Il piano è in atto: forze speciali Sas – riporta «The Daily Mirror» – sono già in Libia per preparare l’arrivo di circa 1000 soldati britannici. L’operazione – «concordata da Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia» – coinvolgerà circa 6000 soldati e marine statunitensi ed europei con l’obiettivo di «bloccare circa 5000 estremisti islamici, che si sono impadroniti di una dozzina dei maggiori campi petroliferi e, dal caposaldo Isis di Sirte, si preparano ad avanzare fino alla raffineria di Marsa al Brega, la maggiore del Nordafrica».

La gestione del campo di battaglia, su cui le forze Sas stanno istruendo non meglio identificati «comandanti militari libici», prevede l’impiego di «truppe, carrarmati, aerei e navi da guerra». Per bombardare in Libia la Gran Bretagna sta inviando altri aerei a Cipro, dove sono già schierati 10 Tornado e 6 Typhoon per gli attacchi in Siria e Iraq, mentre un cacciatorpediniere si sta dirigendo verso la Libia. Sono già in Libia – conferma «Difesa Online» – anche alcuni team di Navy Seal Usa.

L’intera operazione sarà formalmente «a guida italiana». Nel senso che l’Italia si addosserà il compito più gravoso e costoso, mettendo a disposizione basi e forze per la nuova guerra in Libia. Non per questo avrà il comando effettivo dell’operazione. Esso sarà in realtà esercitato dagli Stati uniti attraverso la propria catena di comando e quella della Nato, sempre sotto comando Usa. Un ruolo chiave avrà lo «U.S. Africa Command», il Comando Africa degli Stati uniti: esso ha appena annunciato, l’8 gennaio, il «piano quinquennale» di una campagna militare per «fronteggiare le crescenti minacce provenienti dal continente africano».

Tra i suoi principali obiettivi, «concentrare gli sforzi sullo Stato fallito della Libia, contenendo l’instabilità nel paese».

Fu il Comando Africa degli Stati uniti, nel 2011, a dirigere la prima fase della guerra, poi diretta dalla Nato sempre sotto comando Usa, che con forze infiltrate e 10mila attacchi aerei demolì la Libia trasformandola in uno «Stato fallito». Ora il Comando Africa è pronto a intervenire di nuovo per «contenere l’instabilità nel paese», e lo è anche la Nato che, ha dichiarato il segretario generale Stoltenberg, è «pronta a intervenire in Libia».

E di nuovo l’Italia sarà la principale base di lancio dell’operazione. Due dei comandi subordinati dello «U.S. Africa Command» si trovano in Italia: a Vicenza quello dello «U.S. Army Africa» (Esercito Usa per l’Africa), a Napoli quello delle «U.S. Naval Forces Africa» (Forze navali Usa per l’Africa). Quest’ultimo è agli ordini di un ammiraglio Usa, che è anche a capo delle Forze navali Usa in Europa, del Jfc Naples (Comando Nato con quartier generale a Lago Patria) e, ogni due anni, della Forza di risposta Nato. L’ammiraglio è a sua volta agli ordini del Comandante supremo alleato in Europa, un generale Usa nominato dal Presidente, che allo stesso tempo è a capo del Comando europeo degli Stati uniti.

In tale quadro si svolgerà la «guida italiana» della nuova guerra in Libia, il cui scopo reale è l’occupazione delle zone costiere economicamente e strategicamente più importanti.

Guerra che, come quella del 2011, sarà presentata quale «operazione di peacekeeping e umanitaria».

12 gennaio 2016

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 19 Gennaio 2016 17:12

Pagina 2 di 316

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito