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INTERNAZIONALE

E Renzi partì per la guerra di Libia…

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tratto da http://contropiano.org

Zitti zitti, come si usa nelle cospirazioni alle spalle della popolazione, siamo entrati nuovamente in guerra. In Libia, alle porte di casa. Ufficialmente contro l’Isis, in specifico contro la zona di Sirte (città di nascita di Gheddafi, ora “capitale” di Daesh nel paese). Ma con il caos di fazioni caratterizzante la Libia di oggi, non si può davverodirechi sia il nemico e per quanto tempo.

Per ora l’aviazione italiana non ha mosso né un uomo né un aereo. A ben vedere non ha neanche messo a disposizione una base militare a supporto del primo attacco, compiuto ieri da caccia statunitensi. Ma il first strike americano – precisa l’esperto di servizi segreti di Repubblica, Carlo Bonini, riferendo fonti anonime del governo italiano – è “solo l’inizio” di una lunga campagna che richiederà certamente anche l’impegno diretto delle forze armate italiane: “la prossima volta la richiesta di Tripoli potrebbe essere fatta direttamente all’Italia ovvero l’Italia potrebbe essere chiamata a svolgere un ruolo”.

Ah, già… Tutto si regge sulla “richiesta di Tripoli”, ovvero sul governo fantoccio guidato da Serraj, paracadutato direttamente da mezzi aeronavali occidentali e per diversi giorni “protetto” a bordo di una nave al largo delle coste libiche. Finite le trattative con le fazioni che lo hanno poi accettato come “premier”, si è potuto poi insediare come “governo libico riconosciuto”. E quindi cominciare a pensare alle modalità e i tempi con cui avrebbe potuto “richiedere” l’intervento militare occidentale (nel frattempo truppe Usa e francesi sono già operative a terra, tanto che Parigi ha dovuto ammettere le prime perdite tra le sue fila). Il fantoccio ora ha avuto gli input giusti e quindi anche questa guerra ha il suo pasticciato “crisma della legittimità internazionale” (un intervento militare è “legittimo” quando viene richiesto da un governo riconosciuto a livello internazionale, con un evidente corto circuito tra soggetti che “riconoscono” e soggetti “riconoscenti”).

Ora il dado è tratto e si spara.

Sul piano militare la situazione è al limite del ridicolo. Stando alle notizie “ufficiali”, a Sirte ci sarebbero al massimo un migliaio di miliziani combattenti dell’Isis. Contro questo nulla, dotato di armi leggere e qualche postazione di contraerea, si muove una folta “delegazione militare” delle principali potenze dell’Occidente. Se dovessimo dar retta alle fonti governative, tutto si dovrebbe concludere in poche ore.

Ma la partita libica è molto più complicata, come si diceva, perché molte sono le tribù locali (inutile cercare in quel paese la “società civile”; quella che c’era al tempo di Gheddafi è stata spazzata via dagli stessi bombardieri di oggi..) e molti gli interessi occidentali, tanto che più omeno apertamente si parla di una futura spartizione di “zone di influenza”, con Usa e Italia basate a Tripoli, l’Egitto schierato con il generale Haftar in Cirenaica e i francesi a controllare il Fezzan, a sud, al confine con il Ciad.

Anche l’Italia, si diceva, andrà a sparacchiare nel caos libico, ma il governo renzi non ci tiene a informarne la popolazione. La scarsa enfasi – eufemismo… – posta sull’apertura delle operazioni militari viene giustificata con la necessità di “non sovraesporre” il nostro paese in un momento delicato, quindi di non farne un bersaglio di attentati, come la Francia o la Germania.

Bisogna però essere veramente ingenui per crederci. L’Isis, bersaglio ufficiale di questa guerricciola, non ha davvero bisogno dell’”enfasi” mediatica in Italia per sapere quali sono i paesi componenti la coalizione che lo sta attaccando in Libia. Non ci verranno insomma risparmiati attentati solo perché sui media italiani non se ne parla troppo…

Diciamo che ora, in questa guerra, la Francia di Hollande potrà sentirsi “meno sola”. Il che significa una cosa un po’ meno gradevole: che i futuri attacchi potrebbero essere equamente spartiti tra i diversi membri della nuova “coalizione di volenterosi”.

Quando avverrà, sapremo chi ringraziare…

2 agosto 2016

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Golpe turco, anche Demirtas (Hdp) accusa Gulen

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

L’Occidente deve “badare agli affari propri” invece di criticare la repressione scatenata dal governo turco dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso: lo ha affermato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. “Alcuni ci danno dei consigli, si dicono preoccupati. Fatevi gli affari vostri, guardate a quello che fate voi” ha ribattuto il ‘sultano’ sottolineando per l’ennesima volta lo scarso sostegno ricevuto dai governi dell’Unione Europea, accusati seppur indirettamente di aver tifato per i militari ribelli. Il Primo ministro, Binali Yildirim, ha nel frattempo reso noto che tutti gli elementi ritenuti fedeli all’imam Fethullah Gulen – considerato da Ankara la mente del golpe – sono stati “eliminati” dalle forze armate.

Anche il leader del Partito Democratico dei Popoli che riunisce i movimenti curdi e le sinistre radicali turche, Selahattin Demirtas, si dice convinto che dietro il maldestro tentativo di ‘regime change’ ci sia l’imam/magnate rifugiato in Pennsylvania. “Penso che il golpe in Turchia sia stato opera di un cocktail che include Gulen e altre fazioni scontente dell’approccio di Erdogan. Le indagini dovranno dirci la verità, ma credo che il governo non ci abbia ancora detto tutto e nei prossimi giorni emergeranno dei nomi shock di esponenti politici coinvolti, del partito Akp (di Erdogan) ma non solo” ha detto ad Istanbul il co-portavoce dell’Hdp, durante il primo incontro con la stampa internazionale organizzato dopo il 15 luglio.

Intanto purghe, epurazioni e retate continuano senza sosta. La magistratura di Istanbul ha confermato l’arresto per 17 giornalisti accusati di intrattenere rapporti col predicatore Fethullah Gulen, il che per il regime di Ankara configura il reato di appartenenza a “un gruppo terroristico”. Nel processo preliminare tenuto ieri, i giornalisti imputati erano 21. Quattro sono stati rimessi in libertà, altri 17 resteranno invece in carcere in attesa di giudizio, compresa la nota editorialista Nazli Ilicak.

Da parte sua il ministero dell’Educazione ha rimosso altri 3.932 dipendenti mentre altre 284 istituzioni educative sono state chiuse a Istanbul per presunti legami con i ‘gulenisti’. Il totale delle epurazioni dal solo settore pubblico è di almeno 70 mila, la maggior parte delle quali proprio nella scuola e nell’università.

Il regime turco sta intanto ampliando la repressione al settore delle imprese: nelle ultime ore tre importanti imprenditori sono finiti in manette. Le forze di sicurezza nella città di Kayseri (nel centro della Turchia) hanno arrestato il presidente della società a conduzione familiare Boydak Tenere, Mustafa Boydak, e due altri alti dirigenti dell’azienda. Mandati d’arresto sono stati spiccati anche per l’ex presidente Haci Boydak così come per altri due dirigenti: Ilyas e Bekir Boydak. Le misure restrittive fanno parte di un’indagine in merito al finanziamento delle attività di Gulen in Turchia. Mustafa Boydak è anche il capo della Camera di Commercio di Kayseri, una città in rapida crescita definita una delle “tigri anatoliche” per la rosperità che ha goduto sotto il governo di Erdogan. Boydak Tenere ha interessi in mobili, dell’energia e della finanza, e possiede in particolare le importanti mobilifici Istikbal e Bellona.

Il governo turco ha informato ieri di aver revocato i passaporti di 49.211 persone per sospetti legami con la rete di Fethullah Gulen.

Inoltre la Turchia chiuderà le caserme militari usate dai golpisti a Istanbul e Ankara. Lo ha detto il premier, Binali Yildirim, precisando che la decisione riguarda anche la base aerea di Akinci nella capitale, utilizzata come quartier generale dagli autori del putsch. Al loro posto, nasceranno dei “luoghi piacevoli dove la gente potrà passare il tempo” ha affermato il primo ministro.
Sempre per quanto riguarda la punizione di vasti settori delle forze armate, il ministro della Difesa Fikri Isik ha affermato ieri che le risposte alle domande degli esami delle accademie militari turche sarebbero state rubate per ben 14 anni, tra il 2000 e il 2014, e fatte pervenire agli studenti legati alla rete di Fethullah Gulen. Secondo il governo, si tratterebbe di uno degli strumenti principali dell’infiltrazione dei ‘gulenisti’ in posti chiave dell’esercito. Ankara avrebbe in mente di chiudere i licei militari e porre le accademie (università) sotto il controllo del ministero della Difesa e non più delle Forze armate.

La procura di Smirne, sulla costa egea della Turchia, ha spiccato un mandato di cattura per 203 poliziotti. Secondo l’agenzia statale Anadolu, diversi di questi agenti sono già stati arrestati in blitz condotti dalle unità antiterrorismo.

Nel corso di una delle tante commemorazioni di alcune vittime del fallito golpe il presidente turco Erdogan ha annunciato che ritirerà tutte le denunce contro le persone accusate di averlo “insultato”. Sono centinaia le persone contro le quali erano stati avviati procedimenti giudiziari per insulti alla presidenza, compresi molti giornalisti e persone che avevano scritto post critici nei confronti del ‘sultano’ sui social network. “Per una volta soltanto, perdonerò e ritirerò tutti i procedimenti contro i molti insulti ed espressioni di disprezzo che sono stati scagliati contro di me”, ha detto Erdogan, in quello che appare un gesto propagandistico.

Al tempo stesso il regime sembra continuare a perseguire il ristabilimento della pena di morte, che potrebbe essere reintrodotta attraverso la celebrazione di un referendum. Ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in una intervista alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.

30 luglio 2016

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Washington si adeguerà al ‘Turkish Stream’?

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turkishstream

Fabrizio Poggi - tratto da http://contropiano.org

Riparte il ‘Turkish Stream’, il progetto di gasdotto che dovrebbe portare il gas russo in Europa attraverso Turchia e Grecia, dopo l’abbandono del ‘South Stream’, che prevedeva un percorso un po’ più settentrionale, a sud dell’Ucraina e attraverso la Bulgaria?

Così pare, stando alle ultime notizie che vengono da Ankara e Mosca. Il percorso “turco” era stato definitivamente abbandonato a fine 2015, dopo l’abbattimento, il 24 novembre, da parte di un F-16 turco, di un cacciabombardiere russo Su-24 impegnato in Siria contro lo Stato Islamico. Quell’abbattimento, a parere di molti, era stato, se non pianificato, quantomeno avallato a Washington, per aprire una falla nelle relazioni tra Mosca e Ankara e affossare il progetto di gasdotto, che metterebbe a rischio le forniture energetiche USA all’Europa. Progetto di gasdotto comparso dopo che Sofia si era vista obbligata a interrompere i lavori al ‘South Stream’: anche qui, per le interferenze di Washington e Bruxelles, costate alla Bulgaria 400 milioni di euro annui per i diritti di transito, oltre a circa 300 milioni per la perdita di contratti con Mosca; le perdite delle compagnie europee sono state valutate a circa 2,5 miliardi di euro. Ora, dunque, è lecito supporre che il cambio di orientamento del “sultano”, oltre che corrispondere alle necessità energetiche turche, rappresenti una sorta di risposta alla regia statunitense dietro il tentato golpe e un passo in direzione di Mosca, per il preallarme con cui il Cremlino, sulla base di intercettazioni militari, avrebbe avvertito Ankara del tentativo di colpo di stato.

Martedì è giunta a Mosca una delegazione governativa turca, guidata dal vice premier Mehmet Şimşek e dal Ministro dell’economia Nihat Zejbekci: al centro dei colloqui, la ripresa dei rapporti in campo commerciale, agricolo, alimentare ed energetico, con particolare riferimento alla costruzione della centrale atomica “Akkuju” e, appunto, al ‘Turkish Stream’, oltre alla fissazione di un prezzo di favore per il gas fornito da Gazprom alla compagnia statale Botas. Al termine dell’incontro le parti hanno dichiarato che “le decisioni politiche sono prese” e l’impulso definitivo verrà dato dai presidenti Vladimir Putin e Recep Erdoğan, nel vertice del prossimo 9 agosto a Pietroburgo; ma già il 6 agosto il Ministro per lo sviluppo economico Aleksej Uljukaev sarà ad Ankara per incontrasi col suo omologo turco e un successivo incontro tra i due a Istanbul è già in programma per novembre.

Proprio la questione del prezzo del gas, nota la Tass, aveva rallentato un anno fa le trattative sul complesso dei rapporti economici russo-turchi, fino al definitivo stop susseguente all’abbattimento del Su-24 a proposito del quale, lo scorso 15 luglio, l’ex premier turco Ahmet Davutoğlu ha dichiarato all’emittente NTV di aver impartito lui personalmente, nell’ottobre 2015, l’ordine di abbattere “qualsiasi velivolo che violasse lo spazio aereo turco” e ieri il sito hurriyetdailynews.com scriveva che l’abbattimento fu opera di aviatori fedeli al filoyankee islamico Fethullah Gülen, accusato da Ankara di essere stato la mente del tentativo di golpe del 15 luglio.

Così che, ancora una volta, si aprirebbero altri spiragli sulle varie ipotesi circolate a proposito dei ricambi governativi dettati da Erdoğan, il quale, si disse nelle settimane successive al congelamento dei rapporti con Mosca, sarebbe rimasto quantomeno “insoddisfatto” delle manovre statunitensi che avevano portato all’abbattimento del Su-24.

A proposito della ripresa delle trattative economiche russo-turche, ieri il presidente della Commissione energetica della Duma, Pavel Zavalnyj, ha dichiarato che non è corretto legare la questione del gasdotto a quella del prezzo attuale del gas: i gasdotti si realizzano mirando ai lunghi periodi, mentre il prezzo è legato a molte variabili temporali. D’altro canto, a parere del direttore del Fondo per la sicurezza nazionale energetica Konstantin Simonov “è abbastanza rischioso offrire alla Turchia lo status di paese di transito: perché oggi Erdoğan si comporta così con noi, ma domani potremmo trovarci di nuovo in conflitto; è un politico imprevedibile”. Basti solo pensare ai rapporti d’affari e agli aiuti militari che legano Ankara a Kiev, ai favori reciproci tra Lupi grigi turchi e battaglioni neonazisti ucraini, agli interessi economici e militari che non permettono ad Ankara di accettare una Crimea in seno alla Russia, ecc.

La posizione di Simonov non è però condivisa da Zavalnyj, secondo il quale il ruolo di paese di transito è vantaggioso non solo per Mosca, ma per la stessa Turchia: “Tutto dipenderà dalla posizione della UE sulle forniture di gas e dal fatto se la domanda in Europa sarà alta o bassa”.

L’accordo iniziale per il ‘Turkish Stream’ era stato siglato a fine 2014, come alternativa al ‘South Stream’ attraverso Bulgaria, Serbia e Ungheria, abbandonato per le interferenze USA e UE e prevedeva che il flusso dei quattro tratti sarebbe stato di 63 miliardi di m3 annui, di cui 16 per la Turchia e i restanti per lo hub sul confine turco-greco, utilizzando alcune infrastrutture già realizzate per il ‘South Stream’. Lo scorso 7 giugno, Vladimir Putin aveva dichiarato che Mosca non ha rinunciato completamente né al ‘Turkish Stream’, né ‘South Stream’, ma che per entrambi c’è bisogno di una chiara posizione della UE. A Mosca ritengono infatti che il “riavvicinamento” con Ankara rappresenti solo il superamento di una difficoltà secondaria: quella principale essendo rappresentata, a parere del Cremlino, all’interesse di Bruxelles per il mantenimento del transito del gas russo attraverso l’Ucraina, unica chance di non veder sfumare il pagamento da parte di Kiev degli interessi sui crediti UE.

Oggi la Turchia importa il 60% delle proprie necessità di gas, sia attraverso il ‘Blue Stream’, il gasdotto di Gazprom e ENI che porta direttamente il gas russo (dai 16 ai 19 miliardi di m3) in Turchia passando sul fondo del mar Nero, sia attraverso i condotti che  passano per Romania e Ucraina. Ankara “rischia molto nelle forniture di transito dall’Ucraina”, osserva Zavalnyj e dovrebbe quindi “essere interessata alla costruzione di un altro tratto di gasdotto diretto: primo, per la propria autosufficienza e, secondo, per divenire corridoio per la Grecia e i paesi del sud Europa, in cui la carenza di gas è maggiore. Il ruolo geopolitico di Ankara ne sarebbe accresciuto”. Per l’appunto, le forniture del ‘Turkish Stream’ dovrebbero iniziare nel 2019, quando scade l’accordo di transito tra Russia e Ucraina, che Mosca non pare intenzionata a rinnovare. Perdurante l’attuale situazione ucraina, Kiev non è infatti in grado di sostenere le spese per il transito del gas e tantomeno quelle per l’ammodernamento delle stazioni di pompaggio.

Naturalmente, dopo l’inasprirsi dei rapporti con Mosca, Ankara aveva già iniziato a cercare alternative: con Baku per accelerare il progetto di gasdotto per il gas azerbajzhano, con il Qatar per il gas liquefatto, mentre Israele si impegna ad ampliare le forniture dai giacimenti offshore Tamar e Leviathan. Ma, secondo l’analista Igor Jushkov, anche la più probabile di tali ipotesi, quella azerbajzhana, lascerebbe alla Turchia solo 10 miliardi m3, dato che, dei 20 miliardi del gasdotto Transadriatico, 10 sono destinati all’Italia: quindi, Jushkov ritiene che Ankara non abbia alternative alle forniture russe. Secondo gli osservatori russi, il ‘Turkish Stream’ sarebbe positivo per Mosca, anche in considerazione dell’opposizione di Polonia e Paesi baltici al ‘North Stream 2’.

Questa volta, dunque, Ankara sarebbe intenzionata ad arrivare in fondo alla realizzazione del gasdotto e le prospettive per gli USA sulle forniture energetiche all’Europa ne riceverebbero un discreto contraccolpo. A questo punto, difficile davvero scartare l’ipotesi della regia yankee dietro i fatti del 15 luglio: gli incontri odierni di Mosca dicono che gli abboccamenti russo-turchi sulla questione energetica andavano avanti da un pezzo. Questa volta, Washington aveva forse deciso di non limitarsi a una telefonata di Obama per dare semaforo rosso ad Ankara, con il pericolo che Erdoğan non rispondesse, come aveva fatto la prima volta, “obbedisco”. Gli yankee avevano deciso di andare più per le spicce. Non è detto che non ci riprovino.

30 luglio 2016

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Turchia: i colpi di stato sono tre

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I colpi di stato sono tre
 

Luigi Vinci - tratto da http://www.retekurdistan.it

Siamo in quelle abituali circostanze giornalistiche che vedono una grande attenzione a fatti che certamente la meritano, e che però sono pronte a spegnersi non appena i poteri politici fondamentali dell’Occidente, in particolare quello statunitense, abbiano definito il loro atteggiamento politico, che può tranquillamente essere una censura di fatto con qualche grumo di manipolazione accompagnata dalla solita finzione del dibattito tra specialisti la maggior parte dei quali non sa un tubo.

Si parlò a suo tempo del colpo di stato del giugno 2015 del presidente turco Erdoĝan, ma rapidamente la notizia svanì, data la speranza statunitense di impegnarne il governo nella guerra a Daesh, organizzazione che, assieme ad al-Qaeda, Erdoĝan continuava a supportare con ogni mezzo. Si parlò più a lungo a suo tempo della lotta straordinaria dei curdi siriani di Kobanê, per poi trattarli ogni tanto e molto cautamente, dovendosi celare che l’artiglieria turca ogni giorno li bombardava. Siamo quindi in attesa della versione autentica statunitense e quindi occidentale dei fatti recenti in Turchia, dal tentativo fallito di un colpo militare alla micidiale reazione di Erdoĝan.

Per adesso abbiamo solo la versione di quest’ultimo: è tutta colpa di Gülen, è a lui che io, Erdoĝan, reagisco. Una versione, va da sé, da prendere con assoluto beneficio d’inventario.

Evito di richiamare quanto ci viene trasmesso dai media in questi giorni, tutti ne hanno seguito i resoconti, un colpo di stato fa notizia e soprattutto la fa la reazione di Erdoĝan. Cominciamo chiedendoci: c’entra o no Gülen nel colpo militare? E chi è Gülen?

Gülen è stato il fondamentale sostenitore e finanziatore, intanto, dell’ascesa politica di Erdoĝan e della sua prima vittoria elettorale (2002). Senza i quattrini di Gülen e senza le moschee, gli imam, le scuole coraniche, le imprese industriali e commerciali, le radio, le case editrici, le televisioni, le riviste, i quotidiani legati al miliardario Gülen, Erdoĝan non sarebbe nessuno. I quattrini di Gülen furono decisivi nel dare compattezza a una formazione recentissima, eterogenea e scombinata come l’AKP (il partito di Erdoĝan), e probabilmente a ungere qualche ruota sul versante di forze armate che mai avevano tollerato in passato una presenza significativa di forze islamiste nella politica turca (e che infatti nel 1997, essendo state vinte le elezioni, l’anno precedente, da una formazione islamista guidata da tale Erbakan, avevano intimato le dimissioni del suo governo e il rifacimento delle elezioni, pena un colpo di stato). Nel 1999 Gülen emigrerà negli Stati Uniti, per il timore di un colpo di stato anti-islamista delle forze armate, che però non avverrà, data l’estrema cautela operativa in quel periodo di Erdoĝan.

Sarà nel 2011 che questi realizzerà la sua prima mossa d’azzardo: riuscendo a imporre alla magistratura, organicamente kemalista estremista, che venissero processati quegli ex capi militari che avevano costituito una struttura militare occulta, Ergenekon, una sorta di Gladio turca. Poche saranno e miti le condanne: ma la botta alle forze armate andò a segno. Occorre sapere che esse erano, e a tutt’oggi sono, benché indebolite e attraversate da fratture e scontri, un partito kemalista estremista armato che definisce al suo interno la composizione dei comandi, gli avvicendamenti ai loro ruoli, la stessa spesa militare dello stato: e che il processo Ergenekon indebolì molto il prestigio, in precedenza altissimo, delle forze armate nella popolazione turca, e che consentì a Erdoĝan di imporre loro la consegna di responsabilità significative a figure militari di proprio gradimento). Erdoĝan più o meno in quegli anni riuscirà anche a mettere le mani sul MİT (l’intelligence turca), ponendo alla sua testa un proprio uomo. Inoltre a mettere le mani su buona parte delle forze di polizia, che in Turchia dispongono anche di mezzi di guerra, dagli elicotteri ai carri armati.

Perché allora la rottura tra Erdoĝan e Gülen, di cui si ha esplicitazione nel 2013? Gülen risultava sostanzialmente scomparso dalla realtà politica turca: perché allora prenderlo a bersaglio?. I motivi sembrano ormai chiari. Gülen è una figura di islamico moderato e liberale, è per il dialogo inter-religioso e inter-etnico, aborre il potere militare (di cui è stato direttamente vittima), il ritorno al califfato, in generale il ricorso alla violenza nella lotta politica e sociale; esprime quindi una posizione che è il contrario esatto di ciò che Erdoĝan ha teso a essere a partire dal giugno del 2015 (poi vediamo). Gli strumenti di cui Gülen è proprietario o che finanzia costituiscono un formidabile apparato prima di tutto culturale che è di fatto di ostacolo a Erdoĝan: figura formata dai Fratelli Mussulmani e orientata alla ricostituzione del califfato e addirittura all’espansione territoriale della Turchia sul versante siriano e soprattutto nella parte settentrionale dell’Iraq. Si consideri che sembrano essere 20 milioni i turchi influenzati dagli strumenti di Gülen e dai loro operatori, molte migliaia di persone. Occorre infine tener conto di come Erdoĝan sia palesemente un megalomane, cioè una personalità orientata alla centralizzazione assoluta sulla sua persona (e sulla sua famiglia) di ogni potere, e sia palesemente un paranoico, cioè una personalità orientata alla distruzione fisica di ogni ostacolo, reale o immaginario.

Gülen c’entra con il colpo militare fallito? Ci credo poco. Gülen non ha mai avuto niente a che fare con il potere militare o con settori militari, li ha sempre considerati ostili ed è sempre stato omogeneamente ricambiato. Egli è negli Stati Uniti dal 1999, figuriamoci se non ci sono da allora una quantità di agenzie di intelligence statunitensi (solo statunitensi?) a sorvegliarlo minuto per minuto e con tutti i mezzi. Né è mai stata convenienza (checché si dica) della presidenza Obama di lasciar fare a Gülen contro Erdoĝan, data l’estrema complicatezza della situazione medio-orientale. Ma poi, soprattutto, non riesco a vedere una frazione, per quanto minoritaria, come si è visto, ma non insignificante delle forze armate che prende ordini da Gülen. Può darsi che si sia trattato di una frazione preoccupata per la distruzione in corso da parte di Erdoĝan di quel pochissimo che residuava in Turchia di democrazia, di libertà di stampa, di autonomia della magistratura. Può darsi. Ma le forze armate turche sono state storicamente kemaliste, cioè violentemente laiche e violentemente nazionaliste: e trovo davvero strano che all’improvviso salti fuoti una frazione culturalmente islamista e al tempo stesso ostile all’islamico diventato anche nazionalista Erdoĝan. In ogni caso, prima o poi si vedrà.

Quel che invece mi sembra abbastanza realistico è che Erdoĝan fosse al corrente, in termini non necessariamente precisissimi ma neanche debolissimi, della preparazione di un colpo di stato da parte di una frazione militare. Gli strumenti per venirne a conoscenza li aveva: il MİT, qualche pezzo di forze armate, parte della polizia. Non credo che sia stato casuale che Erdoĝan sia salito all’improvviso a Marmaris (bellissima località turistica sull’Egeo) su un aereo, né che siano state casuali la prontezza della reazione della polizia e la mobilitazione della militanza fanatica dell’AKP.

Mi pare infine che Erdoĝan disponesse da tempo di ampie liste di proscrizione da attivare appena avesse ritenuto possibile fare il risultato di un globale repulisti. Ma anche a questo proposito prima o poi si vedrà.

Il repulisti non tocca, come si vede abbastanza bene, solo i seguaci veri o inventati di Gülen. Palesemente (qui si può andare un po’ più sul sicuro) il repulisti sta investendo settori decisivi del potere kemalista, cioè alleati storicamente decisivi delle forze armate (o, meglio, della loro parte a tuttora prevalente). Si tratta soprattutto della magistratura, inoltre di una parte della polizia. Il repulisti inoltre sta investendo sia i settori kemalisti che quelli democratici dell’intellighenzia, dalle università al giornalismo ai quadri dei servizi e del pubblico impiego. Ciò significa che è sotto tiro una parte consistente della popolazione urbana, in particolare di quella di Istanbul e di Ankara, e dell’intellighenzia sociale; e, di fatto, che è sotto tiro anche il pavidissimo principale partito di opposizione, cioè il partito kemalista storico CHP.

Inoltre è apertamente sotto tiro il partito curdo e di sinistra HDP, ai cui deputati già da qualche settimana prima del colpo di stato fallito era stata tolta l’immunità parlamentare, e che da allora corrono il più che probabile rischio di essere processati e di essere condannati a lunghissime pene detentive, assieme a migliaia di attivisti. Migliaia e migliaia di figure di militari, intellettuali, insegnanti, docenti, quadri, funzionari di polizia, imprenditori rischiano la stessa cosa. Nei mesi scorsi Erdoĝan aveva inoltre approntato anche la strumentazione giuridica necessaria a colpire pesantemente e nel mucchio: molte migliaia di quadri e di sindaci curdi e inoltre centinaia di giornalisti democratici sono già da più o meno tempo in carcere in attesa di essere processati per “terrorismo”, avendo auspicato la ripresa delle trattative di pace tra stato turco e PKK, e per “offesa all’identità turca” o per “vilipendio” alle autorità dello stato o alle forze armate, avendo criticato questo o quell’aspetto della politica di Erdoĝan. Reati quindi da decenni di galera. Tra poco, magari, suscettibili della pena capitale. Siamo perciò giunti al terzo colpo di stato: quindi il secondo, in poco più di un anno, di Erdoĝan. Il quarto saranno nuove elezioni e un referendum, in condizioni di totale assenza di condizioni democratiche, anzi in condizioni di terrore e di estrema repressione, anche militare, ai danni di ogni forma di dissenso, che incoroneranno Erdoĝan, finalmente, presidente, pardon, califfo della Turchia?

Giova notare, infine, come i quadri delle forze armate che non hanno preso parte al colpo di stato fallito (cioè la stragrande maggioranza dei quadri militari) non risulti sfiorata dalla repressione scatenata da Erdoĝan. Sorgono alcune domande. Intanto, perché non hanno preso parte al colpo di stato? Per debolezza? Per la non condivisione degli obiettivi dei protagonisti del colpo di stato? Semplicemente, per via delle beghe che separano gruppi militari a prescindere anche dall’affinità delle posizioni? Ciò che in ogni caso sembrerebbe chiaro è che in Turchia permane la situazione, esistente sin dal momento della prima vittoria elettorale di Erdoĝan, di una sorta di dualismo di potere: appunto quello di governo e quello militare. Potrebbe esserci stata un’intesa tra i due poteri nel senso di far fuori i quadri militari che avrebbero scatenato il tentativo di colpo di stato? Forse. In ogni caso quel che è certo è che i due poteri si odiano, che nessuno dei due accetta l’esistenza dell’altro, tanto più in quanto armato. Ovviamente questo è il momento in cui Erdogan tenderà a rafforzarsi il più possibile, e con tutti i mezzi a disposizione.

Qualche considerazione veloce sulle reazioni della nostra assurda casa occidentale. Continuano a sbalordirmi, anche se non capisco perché, l’insipienza, le illusioni e le corbellerie micidiali, nelle quali perdono la vita ogni giorno in Medio Oriente centinaia quando non migliaia di persone, sia dal lato dei governi che dei grandi apparati mediatici. I governi, oltre a deplorare il tentativo militare di colpo di stato perché “antidemocratico”, raccomandano a Erdoĝan “moderazione”, rispetto dello “stato di diritto” e delle tutele di arrestati e imputati, rispetto dei trattati che, nel quadro del Consiglio d’Europa, di cui la Turchia fa parte, impediscono il ricorso alla pena capitale, e via corbellando. Scusate, a parte qualche pallida e breve parentesi, quando mai in Turchia sono esistiti la democrazia e lo “stato di diritto”? Erdoĝan non fece nel giugno del 2015 il risultato elettorale che gli serviva a fare della Turchia uno stato presidenziale: ruppe le trattative con il PKK, assunse poteri che non gli competevano (cominciò a operare come se la Turchia fosse una repubblica persidenziale: operò quindi un colpo di stato), mobilitò le forze armate (a larga maggioranza felicissime di ciò) contro la popolazione curda, recuperando così consenso nella parte più deprivata e fascista della popolazione turca, usò Daesh in due terribili attentati, a Suruç, città curdo-turca prossima a Kobanê, luglio 2015, e ad Ankara, nel corso della campagna elettorale del novembre successivo (quest’attentato impedì all’HDP di proseguire la propria campagna elettorale). Scusate, si è trattato davvero di un’elezione democratica? Da allora a oggi (a proposito di “moderazione”, uso “non eccessivo della forza”, ecc.) sono stati rasi al suolo nel Curdistan turco il centro storico di Diyarbakır e 14 città, il complesso delle città curde è stato assediato e colpito da coprifuoco 24 ore su 24 (anzi alcune città sono tuttora sotto assedio), migliaia di persone sono state assassinate dai cecchini, dal fuoco e dalle cannonate di elicotteri, carri armati, artiglieria, senza che dai governi occidentali venissero che belati e, soprattutto, occhi girati dall’altra parte. 300 mila curdi turchi hanno perso la casa e tutte le loro cose, e sono in fuga o collocati in tendopoli circondate da soldati e agenti di polizia.

La preoccupazione vera dei governi occidentali non riguarda la condizione delle popolazioni curde o delle 50 mila e oltre persone (una cifra destinata ad aumentare) colpite dalla repressione in corso. La preoccupazione è che Erdoĝan, nella sua follia, diventi totalmente ingestibile, flirti troppo con la Russia, entri con truppe in Siria, inoltre non sia più possibile coprirlo agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali. Come si farà a evitare che la povera gente in fuga dalla tragedia del Medio Oriente non venga più ospitata da Erdoĝan nelle tendopoli della Turchia, in balia di poliziotti assassini e di reclutatori di ragazzine da prostituire, e ce la si ritrovi in Europa, a far aumentare i voti di fascisti e semifascisti, a far perdere le elezioni a Hollande, Merkel, ecc.?

21 luglio 2016

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La IV guerra mondiale è cominciata

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MarcosMa uno solo è il posto di padrone del mondo, e diversi sono gli aspiranti a diventarlo. E per ottenerlo si dispiega altra guerra, questa volta tra coloro che si erano autonominati "impero del bene". Se la Terza Guerra Mondiale è stata tra il capitalismo e il socialismo [capeggiati dagli Usa e dall'Urss, rispettivamente], con scenari alterni e differenti gradi di intensità, la IV Guerra Mondiale si fa ora tra i grandi centri finanziari, con scenari totali e con una intensità acuta e costante.
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Il re supremo del capitale, la finanza, ha cominciato allora a sviluppare la sua strategia bellica, nel nuovo mondo, e su ciò che restava in piedi del vecchio. Attraverso la rivoluzione tecnologica, imposta al mondo intero per mezzo di un computer, a loro arbìtrio, i mercati finanziari hanno imposto le loro leggi e i loro precetti a tutto il pianeta, La "mondializzazione" della nuova guerra non è altro che la mondializzazione delle logiche dei mercati finanziari. Da regolatori dell'economia, gli Stati Nazionali [e i loro governanti] sono passati ad essere regolati, meglio telediretti, dal fondamento del potere finanziario: il libero scambio commerciale.
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Una delle prime vittime di questa nuova guerra è il mercato nazionale. Come una pallottola sparata dentro una stanza blindata, la guerra iniziata dal neoliberismo rimbalza da un lato all'altro. Una delle basi fondamentali del potere dello Stato capitalista moderno, il mercato nazionale, è liquidato dal cannoneggiamento della nuova era dell'economia finanziaria globale. Il capitalismo internazionale incassa alcune delle sue vittime fiaccando i capitalismi nazionali e smagrendo, fino all'inedia, i poteri pubblici. Il colpo è stato tanto brutale e definitivo che gli Stati Nazionali non dispongono della forza necessaria per opporsi all'azione dei mercati internazionali, quando questi vanno contro gli interessi dei cittadini e dei governi.
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Consigliamo vivamente la lettura di questo libretto scritto dal sub comandante Marcos nel giugno del 1997, da cui abbiamo estrapolato alcune frasi riportate qui sopra, e che sembrano scritte oggi. Purtroppo questi pensieri e un certo "movimento" formatosi nel tempo e "esploso" a Seattle e Porto Alegre, che si opponeva alla GLOBALIZZAZIONE, hanno subito una forte battuta d'arresto a Genova nel 2001, dove un'intera generazione venne sconfitta e c'è voluto del tempo per ripartire. In quegli anni i nemici erano appunto i NO GLOBAL, ma in realtà ci si stava opponendo alla IV guerra mondiale che adesso è in pieno svolgimento senza che nessuno se ne sia accorto o per lo meno senza che nessuno lo voglia ammettere. (red)

tratto da Carta, ottobre 2001

LA IV GUERRA MONDIALE È COMINCIATA

del subcomandante Marcos

Il testo del subcomandante Marcos che pubblichiamo in queste pagine risale al giugno del 1997. Uscì, per la prima volta, nell’edizione messicana di Le Monde diplomatique e sotto forma di opuscolo, edito dal Frente zapatista de liberación nacional. Due mesi dopo, in agosto, l’edizione francese di Le Monde diplomatique ne pubblicò un versione ridotta, con il titolo "La quarta guerra mondiale è cominciata", ed è sotto questo stesso titolo che, in ottobre di quello stesso anno, il manifesto diffuse, come omaggio ai suoi lettori, un opuscolo contenente il saggio di Marcos, interventi di Gianfranco Bettin e Marco Revelli e una introduzione del curatore della pubblicazione e traduttore del testo, Pierluigi Sullo, oggi redattore di Carta.

Di quell’opuscolo il manifesto diffuse, allora, quasi 40 mila copie. Eppure, in questi giorni, alcuni lettori del settimanale ci hanno chiesto dove il testo di Marcos fosse reperibile. E’ anche probabile che la gran parte dei più giovani non abbiano mai letto questo saggio.

Noi, perciò, abbiamo deciso di offrirlo di nuovo, e in versione integrale. Perché risale sì al 1997, due anni prima di Seattle e quattro prima di Porto Alegre e Genova, ma contiene una lettura della situazione del mondo che, oltre ad essere la più completa mai scritta dal portavoce dell’Esercito zapatista, può molto aiutare a comprendere lo scenario nel quale si inizia la "guerra infinita".

"La quarta guerra mondiale è cominciata" è, secondo noi, uno dei testi fondamentali del movimento globale per "un altro mondo possibile" che è andato fermentando nell’ultimo decennio, e che ora ha il bisogno urgente di capire come smontare la macchina di guerra che si è messa in moto. Buona lettura.

Sette tessere ribelli del rompicapo mondiale

[Il neoliberismo come rompicapo: l'inutile unità mondiale che frammenta e distrugge nazioni]

Tessera 1: La concentrazione della ricchezza e la distribuzione della povertà

Tessera 2: La globalizzazione dello sfruttamento

Tessera 3: Migrazioni, l'incubo errante

Tessera 4: Mondializzazione finanziaria e globalizzazione della corruzione e del crimine

Tessera 5: La legittima violenza di un potere illegittimo?

Tessera 6: La Megapolitica e i nani

Tessera 7: Le sacche della resistenza

La guerra è una questione fondamentale per lo Stato, è la provincia della vita e della morte, la via che conduce alla sopravvivenza o all'annichilimento.

È indispensabile studiarla a fondo.

"Arte della guerra". Sun Tzu

La globalizzazione moderna, il neoliberismo come sistema mondiale, deve essere intesa come una nuova guerra di conquista di territori.

La fine della III Guerra Mondiale, o "Guerra Fredda", non significa che il mondo abbia superato il bipolarismo o che sia stabile sotto l'egemonia del vincitore. Al termine di questa guerra si è avuto, senza alcun dubbio, un vinto [il campo socialista], ma è difficile dire chi sia il vincitore. L'Europa occidentale? Gli Stati uniti? Il Giappone? Tutti questi? Il fatto è che il crollo dell'"impero del male" [Reagan e Thatcher dixerunt] ha comportato l'apertura di nuovi mercati senza padrone. Era necessario, pertanto, lottare per prenderne possesso, conquistarli.

Non solo: la fine della "Guerra Fredda" ha trascinato con sé una nuova cornice nelle relazioni internazionali, nella quale la lotta nuova per questi nuovi mercati e territori ha prodotto una nuova guerra mondiale, la IV. Questo ha reso necessaria, come in tutte le guerre, una ridefinizione degli Stati Nazionali. Ancora, oltre alla redifinizione degli Stati Nazionali, l'ordine mondiale è tornato alle vecchie epoche delle conquiste di America, Africa e Oceania. Strana modernità, questa che avanza all'indietro, il crepuscolo del XX secolo assomiglia di più ai brutali secoli precedenti che al placido e razionale futuro di qualche romanzo di fantascienza. Nel mondo del Dopoguerra Freddo vasti territori, ricchezze e, soprattutto, forza lavoro qualificata, aspettavano un nuovo padrone...

Ma uno solo è il posto di padrone del mondo, e diversi sono gli aspiranti a diventarlo. E per ottenerlo si dispiega altra guerra, questa volta tra coloro che si erano autonominati "impero del bene".

Se la Terza Guerra Mondiale è stata tra il capitalismo e il socialismo [capeggiati dagli Usa e dall'Urss, rispettivamente], con scenari alterni e differenti gradi di intensità, la IV Guerra Mondiale si fa ora tra i grandi centri finanziari, con scenari totali e con una intensità acuta e costante.

Dalla fine della II Guerra Mondiale fino al 1992 si sono svolte 149 guerre in tutto il mondo. Il risultato sono stati 23 milioni di morti, perché non vi siano dubbi sull'intensità di questa III Guerra Mondiale [i dati sono dell'Unicef]. Dalle catacombe dello spionaggio internazionale fino allo spazio siderale della cosiddetta Iniziativa di Difesa Strategica [le "guerre stellari" del cowboy Ronald Reagan]; dalle spiagge di Playa Girón, a Cuba, fino al Delta del Mekong, in Vietnam; dalla sfrenata corsa nucleare fino ai selvaggi colpi di stato nella dolorante America latina; dalle minacciose manovre degli eserciti Nato fino agli agenti della Cia nella Bolivia dell'assassinio di Che Guevara; la guerra impropriamente chiamata "Fredda" ha raggiunto temperature molto alte, che, nonostante il continuo cambio di scenario e all'incessante su-e-giù della crisi nucleare [o precisamente a causa di ciò], hanno finito per dissolvere il campo socialista come sistema mondiale, e lo hanno diluito come alternativa sociale.

La III Guerra Mondiale ha mostrato le virtù della "guerra totale" [ovunque e in ogni forma] dal punto di vista del trionfatore: che è il capitalismo. Ma lo scenario del dopoguerra ha mostrato, nei fatti, il profilo di un nuovo teatro di operazioni mondiali: grandi "terre di nessuno" [create dal fallimento politico, economico e sociale dell'Europa dell'est e dell'Urss], potenze in espansione [Usa, Europa occidentale e Giappone], crisi economica mondiale, e una nuova rivoluzione tecnologica, l'informatica. "Allo stesso modo in cui la rivoluzione industriale aveva permesso di rimpiazzare il muscolo con la macchina, la attuale rivoluzione informatica punta al rimpiazzo del cervello [per lo meno di un numero crescente delle sue funzioni] con il computer. Questa 'cerebralizzazione generale' dei mezzi di produzione [accade lo stesso nell'industria e nei servizi] è accelerata dall'esplosione di nuove ricerche nelle telecomunicazioni e dalla proliferazione dei cybermondi" [Ignacio Ramonet, "La planètee des désordres", in "Géopolitique du chaos", Manière de voir 3, Le Monde diplomatique, aprile 1997].

Il re supremo del capitale, la finanza, ha cominciato allora a sviluppare la sua strategia bellica, nel nuovo mondo, e su ciò che restava in piedi del vecchio. Attraverso la rivoluzione tecnologica, imposta al mondo intero per mezzo di un computer, a loro arbìtrio, i mercati finanziari hanno imposto le loro leggi e i loro precetti a tutto il pianeta, La "mondializzazione" della nuova guerra non è altro che la mondializzazione delle logiche dei mercati finanziari. Da regolatori dell'economia, gli Stati Nazionali [e i loro governanti] sono passati ad essere regolati, meglio telediretti, dal fondamento del potere finanziario: il libero scambio commerciale. Non solo: la logica del mercato ha sfruttato la "porosità" che, in tutto lo spettro sociale mondiale, è stata provocata dallo sviluppo delle telecomunicazioni, ed è penetrato, si è appropriato di tutti gli aspetti dell'attività sociale. Il fine è una guerra mondiale totalmente totale!

Una delle prime vittime di questa nuova guerra è il mercato nazionale. Come una pallottola sparata dentro una stanza blindata, la guerra iniziata dal neoliberismo rimbalza da un lato all'altro. Una delle basi fondamentali del potere dello Stato capitalista moderno, il mercato nazionale, è liquidato dal cannoneggiamento della nuova era dell'economia finanziaria globale. Il capitalismo internazionale incassa alcune delle sue vittime fiaccando i capitalismi nazionali e smagrendo, fino all'inedia, i poteri pubblici. Il colpo è stato tanto brutale e definitivo che gli Stati Nazionali non dispongono della forza necessaria per opporsi all'azione dei mercati internazionali, quando questi vanno contro gli interessi dei cittadini e dei governi.

La sorvegliata e ordinata vetrina che si supponeva essere l'eredità della "Guerra Fredda", il "nuovo ordine mondiale", si è frantumato sotto l'urto neoliberista. Il capitalismo mondiale sacrifica senza misericordia alcuna ciò che gli ha assicurato futuro e progetto storico: il capitalismo nazionale. Imprese e stati capitombolano in pochi minuti, ma non nella tormenta delle rivoluzioni proletarie, bensì a causa degli uragani finanziari. Il figlio [il neoliberismo] divora il padre [il capitalismo nazionale], e di passaggio distrugge tutte le promesse dell'ideologia capitalista: nel nuovo ordine mondiale non c'è democrazia, né libertà, né eguaglianza, né fraternità.

Nello scenario mondiale prodotto dalla fine della "Guerra Fredda" si vede solo un nuovo campo di battaglia e, in esso, come in tutti i campi di battaglia, regna il caos.

Negli ultimi tempi della "Guerra Fredda", il capitalismo aveva creato un nuovo orrore bellico: la bomba a neutroni. La "virtù" di quest'arma è che distrugge solo la vita e risparmia gli edifici e le cose. Già si potevano distruggere intere città [ovvero, i loro abitanti] senza che fosse necessario ricostruirle [e spendere soldi per questo]. L'industria degli armamenti si era felicitata con se stessa, l'"irrazionalità" delle bombe nucleari era soppiantata dalla nuova "razionalità" della bomba a neutroni. Eppure, una nuova "meraviglia" bellica sarebbe stata scoperta, all'inizio della IV Guerra Mondiale: la bomba finanziaria.

Perché la nuova bomba neoliberista, a differenza delle sue antenate di Hiroshima e Nagasaki, non solo distrugge la polis [la Nazione, in questo caso] e impone morte, terrore e miseria e chi la abita; e, a differenza della bomba a neutroni, non distrugge solo "selettivamente". La bomba neoliberista, in più, riorganizza e riordina ciò che attacca e lo ricostruisce come una tessera del rompicapo della globalizzazione economica. Dopo che il suo effetto di distruzione ha agito, il risultato non è un mucchio di rovine fumanti, o decine di migliaia di vite spente, ma una periferia che si aggiunge a qualcuna delle megalopoli commerciali del nuovo ipermercato mondiale, e una forza lavoro risistemata nel nuovo mercato del lavoro mondiale.

L'Unione europea, una delle megalopoli prodotte dal neoliberismo, è un risultato della IV Guerra Mondiale in corso. Qui, la globalizzazione ha ottenuto di cancellare le frontiere tra Stati rivali, nemici tra loro da molto tempo, e li ha obbligati a convergere e a progettare l'unione politica. Dagli Stati Nazionali alla federazione europea, il cammino economicista della guerra neoliberista nel cosiddetto Vecchio Continente sarà disseminato di distruzione e di rovine, e una di esse sarà la civilizzazione europea.

Le megalopoli si riproducono in tutto il pianeta. Le zone commerciali integrate sono il terreno su cui vengono edificate. Questo accade nell'America del Nord, dove il Trattato di libero commercio dell'America del Nord [Nafta, la sigla in inglese], tra Canada, Stati uniti e Messico, non è altro che il preludio del compimento di una vecchia aspirazione di conquista statunitense: "L'America agli americani". In America del Sud si segue lo stesso cammino con il Mercosur tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. In Africa del Nord, con l'Unione del Maghreb arabo [Uma] tra Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania; in Africa del Sud, nel Vicino Oriente, nel Mar Nero, in Asia, nel Pacifico... in tutto il pianeta esplodono le bombe finanziarie e riconquistano territori.

Le megalopoli sostituiscono le nazioni? No, o non solo. Le includono, anche, e riassegnano loro funzioni, limiti e possibilità. Paesi interi si convertono in dipartimenti della megaimpresa neoliberista. Il neoliberismo produce così distruzione/spopolamento, da un lato, e la ricostruzione/riordinamento dall'altro, di regioni e nazioni, per aprire nuovi mercati o modernizzare quelli esistenti.

Se le bombe nucleari avevano un carattere dissuasivo, intimidatorio e coercitivo, nella IV deflagrazione mondiale non accade lo stesso con le iperbombe finanziarie. Queste armi servono ad attaccare territori [Stati Nazionali] distruggendo le basi materiali della sovranità nazionale [ostacolo etico, giuridico, politico, culturale e storico contro la globalizzazione economica] e producendo uno spopolamento qualitativo dei loro territori. Questo spopolamento consiste nel prescindere da tutti quelli che sono inutili alla nuova economia di mercato [per esempio gli indios]. Però, in più, i centri finanziari operano, simultaneamente, una ricostruzione degli Stati Nazionali e li riordinano secondo la nuova logica del mercato mondiale [e i modelli economici sviluppati si impongono su relazioni sociali deboli o inesistenti].

La IV Guerra Mondiale sul terreno rurale, per esempio, produce questo effetto. La modernizzazione rurale, che i mercati finanziari esigono, punta a incrementare la produttività agricola, però quel che ottiene è distruggere le relazioni sociali ed economiche tradizionali. Risultato: esodo massiccio dai campi alle città. Sì, come in una guerra. Intanto, nelle zone urbane si satura il mercato del lavoro e la distribuzione diseguale del reddito è la "giustizia" che spetta a coloro che cercano migliori condizioni di vita. Di esempi che illustrano questa strategia è pieno il mondo indigeno: Ian Chambers, direttore dell'Ufficio del Centro America dell'Organizzazione internazionale del lavoro [dell'Onu], ha dichiarato che la popolazione indigena mondiale, calcolata in 300 milioni di persone, vive in zone che detengono il 60 per cento delle risorse naturali del pianeta. Così, "non sorprendono i conflitti molteplici per l'utilizzo e il destino delle loro terre attorno agli interessi di governi e imprese [...] Lo sfruttamento delle risorse naturali [petrolio e minerali] e il turismo sono le principali industrie che minacciano i territori indigeni in America" [Intervista di Martha Garcia, La Jornada, 28 maggio 1997]. Dietro i principali progetti di investimento ci sono l'inquinamento, la prostituzione e le droghe. Vale a dire, si compiono distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento delle zone interessate.

In questa nuova guerra mondiale, la politica moderna come organizzatrice dello Stato Nazionale non esiste più. Ora la politica è solo una organizzatrice economica e i politici sono moderni amministratori di impresa. I nuovi padroni del mondo non sono "governo", non ne hanno bisogno. I governi "nazionali" si incaricano di amministrare gli affari nelle differenti regioni del mondo. Questo è il "nuovo ordine mondiale", l'unificazione del mondo intero in un solo mercato. Le nazioni sono botteghe di dipartimenti con gestori in forma di governi, e le nuove alleanze regionali, economiche e politiche si avvicinano più a un moderno "mall" commerciale che a una federazione politica. L'"unificazione" prodotta dal neoliberismo è economica, è l'unificazione dei mercati che facilita la circolazione del denaro e delle merci. Nel gigantesco ipermercato mondiale circolano liberamente le merci, non le persone.

Come ogni iniziativa imprenditoriale [e di guerra] questa globalizzazione va accompagnata con un modello generale di pensiero. Eppure, tra tante novità, il modello ideologico che accompagna il neoliberismo nella sua conquista del pianeta ha molto di vecchio e di ammuffito. L'"american way of life" che accompagnò le truppe nordamericane in Europa nella II Guerra Mondiale, e nel Vietnam degli anni sessanta, e, più di recente, nella Guerra del Golfo, ora va mano nel mano [o meglio, nei computer] dei mercati finanziari.

Non si tratta solo di una distruzione delle basi materiali degli Stati Nazionali, ma anche [in un modo tanto imponente quanto poco studiato] di una distruzione storica e culturale. Il degno passato indigeno dei paesi del continente americano, la brillante civilizzazione europea, e la poderosa e ricca antichità di Africa e Oceania, tutte le culture e le storie che hanno forgiato nazioni sono attaccate dal modo di vita nordamericano. Il neoliberismo impone così una guerra totale: la distruzione di nazioni e gruppi di nazioni per omologarli al modello capitalista nordamericano.

Una guerra dunque, una guerra mondiale, la IV. La peggiore e più crudele, quella che il neoliberismo conduce ovunque e con tutti i mezzi contro l'umanità.

Però come in tutte le guerre ci sono combattimenti, ci sono vincitori e vinti, ci sono pezzi rotti di questa realtà distrutta. Per tentare di comporre l'assurdo rompicapo del mondo neoliberista mancano molte tessere. Alcune si possono trovare tra le rovine che questa guerra mondiale già ha lasciato sulla superficie del pianeta. Ciononostante sette di queste tessere si possono ricostruire, e incoraggiare la speranza che questo conflitto mondiale non finisca uccidendo il contendente più debole: l'umanità.

Sette tessere da disegnare, colorare, ritagliare e tentare di comporre tra loro per ricostruire il rompicapo mondiale.

La prima è la doppia accumulazione, di ricchezze e povertà, ai due poli della società mondiale. L’altra è lo sfruttamento totale della totalità del mondo. La terza è l’incubo di una parte errante dell’umanità. La quarta è la nauseabonda relazione tra crimine e Potere. La quinta è la violenza dello Stato. La sesta è il mistero della megapolitica. La settima è la multiforme borsa di resistenza dell’umanità contro il neoliberismo.

Tessera 1:

La concentrazione della ricchezza e la distribuzione della povertà.

Nella storia dell'umanità, diversi modelli sociali hanno fatto a gara per inalberare l'assurdo come segno distintivo dell'ordine mondiale. Sicuramente il neoliberismo otterrà un posto privilegiato, al momento dei premi, perché la sua "distribuzione" della ricchezza sociale non fa altro che distribuire un doppio assurdo della accumulazione: l'accumulazione della ricchezza nelle mani di un certo numero, e la accumulazione della povertà per milioni di esseri umani.

Nel mondo attuale, l'ingiustizia e la diseguaglianza sono i segni distintivi. Il pianeta Terra, terzo del sistema planetario solare, ha cinque miliardi di esseri umani. In esso, solo 500 milioni di persone vivono comode, mentre quattro miliardi e mezzo soffrono la povertà e tentano di sopravvivere.

Un doppio assurdo è il raffronto tra ricchi e poveri: i ricchi sono pochi e i poveri sono molti. La differenza quantitativa è criminale, ma il raffronto tra gli estremi si fa usando la ricchezza come metro di misura: i ricchi suppliscono alla loro minoranza numerica con migliaia di milioni di dollari. I patrimoni delle 358 persone più ricche al mondo [migliaia di milioni di dollari] è superiore al reddito annuale del 45 per cento degli abitanti più poveri, qualcosa come due miliardi e 600 milioni di persone. Le catene d'oro degli orologi finanziari si trasformano in pesanti ceppi per milioni di persone. Mentre la "... cifra degli affari della General Motors è più elevata del Prodotto interno lordo della Danimarca, quella della Ford è più grande del Pil dell'Africa del Sud, e quella della Toyota oltrepassa il Pil della Norvegia" [Ignacio Ramonet, Lmd di gennaio 1997], per tutti i lavoratori i salari reali sono caduti, in più essi devono affrontare le riduzioni di personale nelle imprese, la chiusura di fabbriche e la delocalizzazione dei centri produttivi. Nelle cosiddette "economie capitaliste avanzate" il numero dei disoccupati arriva già a 41 milioni di lavoratori.

In modo lento, la concentrazione della ricchezza in poche mani e la distribuzione della povertà in molte, va delineando il volto della società mondiale moderna: il fragile equilibrio di diseguaglianze assurde.

La decadenza del sistema economico neoliberista è uno scandalo: "Il debito mondiale [comprendento quello delle imprese, dei governi e delle amministrazioni] ha oltrepassato i 33 miliardi e 100 milioni di dollari, come dire il 130 per cento del Pil mondiale" [Frédéric F. Clairmont, "Le duecento società che controllano il mondo", Lmd, aprile 1997].

La crescita delle grandi multinazionali non implica il progresso delle nazioni sviluppate. Al contrario, mentre i giganti finanziari aumentano i loro profitti, si acutizza la povertà nel cosiddetti "paesi ricchi".

La differenza da colmare tra ricchi e poveri non pare avere alcuna tendenza a ridursi, anzi il contrario. Lontano dall'attenuarsi, già non diciamo dall'essere eliminata, la diseguaglianza si accentua, soprattutto nelle nazioni capitaliste sviluppate: negli Usa, l'1 per cento dei nordamericani più ricchi ha incamerato il 61,1 per cento dell'insieme della ricchezza nazionale del paese, tra il 1983 e il 1989. L'80 per cento dei nordamericani più poveri non si sono divisi che l'1,2 per cento. In Gran Bretagna il numero dei senzatetto si è raddoppiato; il numero dei bambini che vivono solo con gli aiuti sociali è passato dal 7 per cento nel 1979 al 26 del 1994; il numero di inglesi che vivono in povertà [soglia fissata alla metà del salario minimo] è passata da 5 milioni a 13 milioni e 700 mila; il 10 per cento dei più poveri ha perso il 13 per cento del potere d'acquisto, mentre il 10 per cento dei più ricchi ha guadagnato il 65 per cento e da cinque anni in qua si è raddoppiato il numero dei milionari [dati di Lmd, aprile 1997].

All'inizio degli anni novanta, "... circa 37 mila imprese stringevano, con le loro 170 mila filiali, l'economia internazionale nei loro tentacoli. Ciononostante, il centro del potere si colloca nel cerchio più ristretto delle prime duecento: dall'inizio degli anni ottanta esse hanno conosciuto una espansione ininterrotta per via delle fusioni e degli acquisizione di imprese. In questo modo, la parte di capitale transnazionale nel Pil mondiale è passata dal 17 per cento della metà degli anni sessanta al 24 del 1982 e a più del 30 per cento nel 1995.

Le prime duecento sono conglomerati le cui attività planetarie coprono senza distinzione i settori primario, secondario e terziario: grandi sfruttamenti agricoli, produzione manifatturiera, servizi finanziari, commercio, ecc. Geograficamente, esse si ripartiscono tra dieci paesi: Giappone [62], Usa [53], Germania [23], Francia [19], Regno Unito [11], Svizzera [8], Corea del Sud [6], Italia [5] e Paesi Bassi [4]". [Frédéric Clairmont, cit.].

La figura 1 si costruisce disegnandoil simbolo del dollaro. Rappresenta il potere economico. Va colorato di verde dollaro. Dell’odore nauseabondo non ci si deve preoccupare, la Roma di sterco, fango e sangue ce l’ha dalla nascita.

Tessera 2:

La globalizzazione dello sfruttamento

Una delle falsità neoliberiste consiste nel dire che la crescita economica delle imprese porta con sé una migliore distribuzione della ricchezza e l'aumento dell'impiego. Ma non è così. Nello stesso modo in cui la crescita del potere politico di un re non ha come conseguenza a un aumento del potere politico dei sudditi [anzi il contrario], l'assolutismo del capitale finanziario non migliora la distribuzione della ricchezza né procura maggior lavoro alla società. Povertà, disoccupazione e precarietà del lavoro sono sue conseguenze strutturali.

Nei decenni sessanta e settanta, la popolazione considerata povera [con meno di un dollaro al giorno di reddito per fronteggiare le proprie necessità elementari, secondo la Banca mondiale] era di circa 200 milioni di persone. All'inizio dei novanta assommava già a due miliardi di esseri umani. Nel frattempo, il "... fatturato delle duecento imprese più importanti del pianeta rappresenta più di un quarto dell'attività economica mondiale; e ciononostante queste duecento multinazionali impiegano solo 18,8 milioni di salariati, ossia meno dello 0,75 per cento della manodopera del pianeta" [Ignacio Ramonet, Lmd gennaio 1997].

Più esseri umani poveri e più impoveriti, meno persone ricche e più arricchite, queste sono le lezioni della tessera 1 del rompicapo neoliberale. Per ottenere questa assurdità, il sistema capitalista mondiale "modernizza" la produzione, la circolazione e il consumo di merci. La nuova rivoluzione tecnologica [l'informatica] e la nuova rivoluzione politica [le megalopoli emergenti sulle rovine degli Stati Nazionali] producono una nuova "rivoluzione" sociale. Questa "rivoluzione" sociale non consiste che in un riaggiustamento, un riordinamento delle forze sociali, principalmente della forza di lavoro.

La popolazione economicamente attiva [Pea] mondiale è passata da 1.376 milioni nel 1960 a 2.374 milioni di lavoratori nel 1990. Più esseri umani con capacità di lavoro, ovvero di creare ricchezza. Però il "nuovo ordine mondiale" non solo sistema questa nuova forza lavoro in spazi geografici e produttivi, ma in più riordina i suoi luoghi [o i suoi nonluoghi, come nel caso di disoccupati o sotto-occupati] nel piano globalizzatore dell'economia. La popolazione mondiale impiegata per attività [Pmia] si è sostanzialmente modificata negli ultimi venti anni. La Pmia del settore agricolo e della pesca è passata dal 22 per cento del 1970 al 12 del 1990; nell'industria dal 25 per cento del 1970 al 56 del 1990; mentre il settore terziario [commercio, trasporti, banche e servizi] è cresciuto dal 42 per cento del 1970 al 56 del 1990. Nel caso dei paesi sottosviluppati, il settore terziario è cresciuto dal 40 per cento del 1970 al 57 del 1990, mentre la loro popolazione impiegata in agricoltura e nella pesca è caduta dal 30 per cento del 1970 al 15 del 1990 [dati da "Mercado mundial de fuerza de trabajo en el capitalismo contemporaneo", Ochoa Chi, Juanita del Pilar, Unam, Economia, México, 1997]. Questo significa che sempre più i lavoratori sono spinti verso le attività necessarie per incrementare la produttività. Il sistema neoliberista opera così come un mega-padrone, e concepisce il mercato mondiale come una impresa unitaria, amministrata con criteri "modernizzatori".

Però la "modernità" neoliberista sembra assomigliare di più alla bestiale nascita del capitalismo come sistema mondiale, che a una utopica "razionalità". La "moderna" produzione capitalista continua ad essere basata sul lavoro dei bambini, delle donne e dei lavoratori migranti. Del miliardo e 148 milioni di bambini, nel mondo, almeno cento milioni vivono letteralmente sulla strada e duecento milioni lavorano, e si prevede che saranno quattrocento milioni nell'anno Duemila. Si dice, anche, che 146 milioni di bambini asiatici lavorano nella produzione di componentistica per auto, giocattoli, abiti, alimenti, nelle fonderie e nelle fabbriche chimiche. Ma questo sfruttamento del lavoro infantile non si dà solo nei paesi sottosviluppati: anche nel nord, centinaia di migliaia di bambini lavorano per integrare il reddito familiare o per sopravvivere. Anche l'"industria" del sesso offre posti ai bambini. L'Onu calcola che, ogni anno, un milione di bambini entri nel commercio sessuale [dati in Ochoa Chi, op. cit.].

La bestia neoliberista invade totalmente il sociale mondiale, omogeneizzando perfino i costumi alimentari. "In termini globali, sebbene si osservino particolarità nel consumo alimentare in ciascuna regione [o al suo interno], non per questo cessa di essere evidente il processo di omogeneizzazione che si sta imponendo, anche contro le differenze fisiologico-culturali delle diverse zone" ["Mercado mundial de medios de subsistencia. 1960-1990". Ocampo Figueroa, Nashelly y Flores Mondragïn, Gonzalo. Unam. Economia. 1994].

Questa bestia impone all'umanità un pedaggio molto grave. La disoccupazione e la precarietà di milioni di lavoratori in tutto il mondo è una realtà acuta che non mostra di volersi attenuare. La disoccupazione nei paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico [Ocse] è passata dal 3,8 per cento del 1966 al 6,3 del 1990. Nella sola Europa è aumentata dal 2,2 al 6,4 per cento. L'imposizione delle leggi del mercato a tutto il mondo, il mercato globalizzato, non ha fatto che distruggere le piccole e medie imprese. Scomparendo i mercati locali e regionali, i piccoli e medi produttori si sono trovati senza protezioni e senza possibilità alcuna di competere con i giganti transnazionali. Risultato: chiusura massiccia di imprese. Conseguenza: milioni di lavoratori disoccupati. È la reiterazione dell'assurdità neoliberista: la crescita della produzione non genera impiego, al contrario lo distrugge. L'Onu chiama tutto questo "crescita senza impiego".

Ma l'incubo non finisce qui. Più ancora che la minaccia della disoccupazione, i lavoratori devono affrontare condizioni precarie di occupazione. Maggiore instabilità dell'impiego, prolungamento delle giornate lavorative e sventagliamento salariale, sono conseguenze della globalizzazione in generale e della "terziarizzazione" dell'economia in particolare. "Nei paesi dominati, la manodopera soffre di una precarietà multiforme: estrema mobilità, lavori senza contratto, salari irregolari e generalmente inferiori al minimo vitali, attività indipendenti non dichiarate, con guadagni aleatori, cioè servitù o lavoro forzoso" [Alain Morice, "I lavoratori stranieri, avanguardia della precarietà", Lmd, gennaio '97].

Le conseguenze di tutto questo si traducono in un vero sfondamento sociale globalizzata. Il riordino dei processi di produzione e circolazione di merci e la riorganizzazione delle forze produttive producono una eccedenza peculiare: esseri umani in più, che non sono necessari al "nuovo ordine mondiale", che non producono, non consumano, non sono soggetti di credito e che, in sostanza, sono da buttar via.

Ogni giorno i grandi centri finanziari impongono le loro leggi a nazioni o gruppi di nazioni, in tutto il mondo. Riordinano e riorganizzano i loro abitanti. E, alla fine dell'operazione, giungono alla conclusione che persone "esuberano". "Esplode pertanto il volume della popolazione eccedente, che non è solo sottomessa al giogo della povertà più estrema, ma che non conta nulla, è destrutturata e atomizzata, e la sua unica finalità è vagare per le strade senza uno scopopreciso, senza casa né lavoro, senza famiglia né relazioni sociali -almeno minimamente stabili - con l'unica compagnia dei suoi pezzi di cartone e sacchetti di plastica" [Fernández Durán, Ramón. "Contra la Europa del capital y la globalización economica". Talasa. Madrid, 1996]. La globalizzazione economica "... ha reso necessaria una diminuzione dei salari reali a livello internazionale, che, insieme alla diminuzione della spesa sociale [salute, educazione, abitazioni e alimentazione] e a una politica antisindacale, ha finito per diventare la parte fondamentale delle nuove politiche neoliberiste di riattivazione capitalista" [Ocampo y Flores M. op. cit.].

La figura 2 si costruisce disegnando un triangolo.È la rappresentazione della piramide dello sfruttamento mondiale.

Tessera 3:

Migrazioni, l'incubo errante

Abbiamo parlato prima dell'esistenza di nuovi territori, alla fine della III Guerra Mondiale, che speravano di essere conquistati [gli antichi paesi socialisti] e di altri che dovevano essere riconquistati dal "nuovo ordine mondiale". Per ottenere questo, i centri finanziari hanno condotto una triplice strategia criminale e brutale: proliferano le "guerre regionali" e i "conflitti interni", i capitali imboccano vie di accumulazione atipiche, e si mettono in moto grandi masse di lavoratori.

Il risultato di questa guerra di conquista mondiale è una grande giostra di milioni di migranti in tutto il mondo. "Straniere" nel mondo "senza frontiere" promesso dai vincitori della III Guerra Mondiale, milioni di persone subiscono la persecuzione xenofoba, la precarietà del lavoro, la perdita dell'identità culturale, la repressione poliziesca, la fame, il carcere e la morte. "Dal Rio Grande americano allo spazio Schengen 'europeo', si conferma una doppia tendenza contraddittoria: da un lato, le frontiere si chiudono ufficialmente alle migrazioni di lavoro, per l'altro, interi rami dell'economia oscillano tra l'instabilità e la flessibilità, che sono i mezzi più sicuri per attrarre la manodopera straniera" [Alain Morice, op, cit.]. Con nomi diversi, subendo una differenziazione giuridica, dividendosi una eguaglianza miserabile, i migranti o rifugiati o delocalizzati di tutto il mondo sono "stranieri" tollerati o rifiutati. L'incubo della migrazione, quale che sia la causa che la provoca, continua a rotolare e a crescere sulla superficie del pianeta. Il numero di persone che sarebbero di competenza dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati [Acnur] è cresciuto in modo sproporzionato dai due milioni del 1975 a più di 27 milioni nel 1995. Distrutte le frontiere nazionali [dalle merci], il mercato globalizzato organizza l'economia mondiale: la ricerca e il disegno di beni e servizi, così come la loro circolazione e il loro consumo sono pensati in termini intercontinentali. In ogni parte del processo capitalista il "nuovo ordine mondiale" organizza il flusso di forza lavoro, specializzata e no, fin dove ne ha bisogno. Ben lontani dal subire la "libera concorrenza" tanto vantata dal neoliberismo, i mercati del lavoro sono sempre più condizionati dai flussi migratori. Quando si tratta di lavoratori specializzati, e anche se questa è una parte minore delle migrazioni mondiali, questo "travaso di cervelli" rappresenta molto in termini di potere economico e di conoscenze. Però, si tratti di forza lavoro qualificata o semplice manodopera, la politica migratoria del neoliberismo è più orientata a destabilizzareil mercato mondiale del lavoro che a frenare l'immigrazione.

La IV Guerra Mondiale, con il suo processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento provoca lo spostamento di milioni di persone. Il loro destino sarà di continuare ad essere erranti, con il loro incubo sulle spalle, e dirappresentare, per i lavoratori impiegati nelle diverse nazioni una minaccia alla loro stabilità nel lavoro, un nemico utile a nascondere la figura del padrone, e un pretesto per dare senso all'insensatezza razzista che il neoliberismo promuove.

La figura 3 si costruisce disegnando un cerchio. È il simbolo dell’incubo errante della migrazione mondiale, è una giostra del terrore che gira per tutto il mondo.

Tessera 4:

Mondializzazione finanziaria e globalizzazione della corruzione e del crimine.

I mezzi di comunicazione di massa ci regalano un'immagine dei dirigenti della delinquenza mondiale: uomini e donne volgari, vestiti in modo stravagante, impegnati in mansioni ridicole o dietro le sbarre di un carcere. Ma questa immagine nasconde più di quanto non mostri: né i veri capi delle mafie moderne, né la loro organizzazione, né la loro influenza reale sull'economia e la politica sono messi in mostra. Se voi pensate che mondo della delinquenza sia sinonimo di oltretomba e oscurità, vi sbagliate. Durante la cosiddetta "Guerra Fredda", il crimine organizzato è andato acquisendo una immagine più rispettabile e non solo ha cominciato a funzionare come qualunque impresa moderna, ma è anche profondamente penetrato nei sistemi politici e economici degli Stati Nazionali. Con l'inizio della IV Guerra Mondiale, lo stabilirsi del "nuovo ordine mondiale" e la conseguente apertura dei mercati, privatizzazioni, deregolazione del commercio e della finanza internazionale, il crimine organizzato ha "globalizzato" le sue attività.

"Secondo l'Onu il reddito mondiale annuale delle organizzazioni criminali transnazionali [Oct] si aggirano attorno al milione di milioni di dollari, un ammontare equivalente al Pil di tutti i paesi a reddito debole [secondo la classificazione della Banca mondiale] e dei loro tre miliardi di abitanti. Questa stima tiene conto tanto del traffico di droghe, che delle vendite di armi, del contrabbando di materiale nucleare, ecc., oltre che i guadagni delle "imprese" controllate dalle mafie [prostituzione, gioco, mercato nero del denaro...]. In cambio, non diminuisce il volume degli investimenti continuamente fatti dalle organizzazioni criminali nella sfera del controllo degli affari legittimi, né tanto meno il dominio che esse esercitano sui mezzi di produzione in numerosi settori dell'economia legale" [Michel Chossudovsky, "La corruption mondialisée", in "Géopolitique du Chaos", op. cit.].

Le organizzazioni criminali dei cinque continenti hanno fatto loro lo "spirito di cooperazione mondiale" e, associate, partecipano alla conquista e al riordino dei nuovi mercati. Non solo in attività criminali, bensì anche negli affari legali. Il crimine organizzato investe in affari legittimi non solo per "riciclare" il denaro sporco, ma anche per costruire nuovi capitali per le sue attività illegali. Le imprese preferite per questo scopo sono quelle immobiliari di lusso, l'industria dell'ozio, i mezzi di comunicazione, l'industria, l'agricoltura, i servizi pubblici e... la banca! Alì Babà e i quaranta banchieri? No, qualcosa di peggio. Il denaro sporco del crimine organizzato è utilizzato dalle banche commerciali per le loro attività: prestiti, investimenti nei mercati finanziari, acquisto di titoli del debito estero, compravendita di oro e valuta. "In molti paesi, le organizzazioni criminali si sono convertite in creditori dello Stato ed esercitano, agendo nei mercati, un'influenza sulla politica macro-economica dei governi. Nelle borse dei valori, esse investono anche nei mercati speculativi di prodotti derivati e di materie prime" [M. Chossudovsky, op. cit.]. E, secondo un rapporto delle Nazioni unite, "lo sviluppo dei sindacati del crimine è stato facilitato dai programmi di aggiustamento strutturale che i paesi indebitati hanno dovuto accettare per avere accesso ai prestiti del Fondo monetario internazionale" ["La globalizzazione del crimine", Nazioni unite].

Il crimine organizzato conta anche sui cosiddetti paradisi fiscali. In tutto il mondo ci sono, più o meno, 55 paradisi fiscali [uno di essi, nelle Isole Cayman, è al quinto posto nel mondo come centro bancario e ha più banche e società registrate che abitanti]. Le Bahamas, le Isole Vergini britanniche, le Bermude, San Martín, Vanuatu, le Isole Cook, le isole Mauritius, il Lussemburgo, la Svizzera, le Isole anglo-normanne, Dublino, Montecarlo, Gibilterra, Malta, sono buoni posti perché il crimine organizzato entri in rapporto con le grandi imprese finanziarie del mondo. Oltre a "riciclare" il denaro sporco, i paradisi fiscali sono usati per evadere le tasse, ed è per questo che sono un punto di contatto tra governanti, manager e capi del crimine organizzato. L'alta tecnologia, applicata alla finanza, permette la circolazione rapida del denaro e la sparizione dei guadagni illegali. "Gli affari legali e illegali sono sempre più mescolati, introducono un cambiamento fondamentale nelle strutture del capitalismo del dopoguerra. Le mafie investono in affari legali e, all'inverso, incanalano risorse finanziarie verso l'economia criminale, grazie al controllo di banche o imprese commerciali implicate con il riciclaggio del denaro sporco o che hanno relazioni con le organizzazioni criminali. Le banche pretendono che le transazioni sono effettuate in buona fede e che i loro dirigenti ignorano l'origine dei fondi depositati. La consegna è non chiedere nulla, è il segreto bancario e l'anonimato nelle transazioni, tutto è garantito dagli interessi del crimine organizzato, che proteggono l'istituzione bancaria dalle investigazioni pubbliche e dalle incriminazioni. Non solamente le grandi banche accettano di riciclare denaro, puntando alle abbondanti commissioni, ma concedono anche prestiti a tassi elevati alle mafie, sottraendoli agli investimenti produttivi industriali o agricoli" [M. Chossudovsky, op. cit.].

La crisi del debito mondiale, negli anni ottanta, provocò il crollo dei prezzi delle materie prime. Questo ridusse drasticamente il reddito dei paesi sottosviluppati. Le misure economiche dettate dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale, presuntamente per "recuperare" l'economia di questi paesi, ha solo reso più acuta la crisi degli affari locali. Di conseguenza, l'economia illegale si è sviluppata per riempire il vuoto creato dalla caduta dei mercati nazionali.

La figura 4 si costruisce disegnando un rettangolo: è lo specchio in cui la legalità e illegalità si riflettono e si scambiano. Da quale lato è il criminale, e da quale chi lo persegue?

Tessera 5

La legittima violenza di un potere illegittimo?

Lo Stato, nel neoliberismo, tende a ridursi al "minimo indispensabile". Il cosiddetto "Stato sociale" non solo diventa obsoleto, ma si ritira da tutto ciò che ne costituiva l'essenza, e resta nudo. Nel cabaret della globalizzazione, abbiamo lo show dello Stato, che si spoglia di tutto fino a restare coperto dall'indumento minimo indispensabile: la forza repressiva. Distrutta la loro base materiale, annullate le loro possibilità di sovranità e indipendenza, svanite le loro classi politiche, gli Stati Nazionali si convertono, in modo più o meno rapido, in un mero apparato di "sicurezza" delle megaimprese che il neoliberismo va erigendo con lo svilupparsi della IV Guerra Mondiale. Invece di orientare gli investimenti pubblici sulla spesa sociale, gli Stati Nazionali preferiscono migliorare il loro equipaggiamento, armamento e preparazione per svolgere con efficacia il lavoro che la politica ha smesso da anni di assumersi: controllare la società.

I "professionisti della violenza legittima", così chiamano se stessi gli apparati repressivi degli Stati moderni. Però, cosa dire della violenza che è già insita nelle leggi del mercato? Dov'è la violenza legittima e dove la illegittima? Che monopolio della violenza possono pretendere i malconci Stati Nazionali, se il libero gioco dell'offerta e della domanda sfida questo monopolio? Non ha mostrato la Tessera 4 che il crimine organizzato, i governi e i centri finanziari sono ben più che in buoni rapporti? Non è palpabile che il crimine organizzato conta su veri eserciti senza più frontiera che non sia la potenza di fuoco dell'avversario? Di conseguenza, il "monopolio della violenza" non appartiene agli Stati Nazionali. Il mercato moderno lo ha messo in vendita...

Cade a proposito, questo, perché, sotto la polemica tra violenza legittima e illegittima, c'è anche quella [falsa, penso] tra violenza "razionale" e violenza "irrazionale". Un certo settore dell'intellettualità mondiale [insisto sul fatto che il problema del che fare di questa intellettualità è più complesso del semplice essere "di destra o di sinistra", "filogovernativo o di opposizione", "eccetera buono o eccetera cattivo"] pretende che la violenza la si possa esercitare in modo "razionale", amministrarla in forma selettiva, e applicarla con abilità "chirurgica" contro i mali della società. Una simile idea ha ispirato la passata generazione di armamenti nordamericani: armi "chirurgiche", esatte, e operazioni come bisturi del "nuovo ordine mondiale". Così sono nate le "smart bombs" [che, come mi ha raccontato un giornalista che seguì "Desert Storm", non sono così intelligenti e faticano a distinguere tra un ospedale e un deposito di missili e, nel dubbio, non si astengono, distruggono]. Infine, il Golfo Persico, come dicevano i compagni delle comunità zapatiste, è molto più in là della capitale statale del Chiapas [benché la situazione dei kurdi mandi segnali tali da far rizzare i capelli agli indigeni di un paese che si vanta di essere "democratico" e "libero"], perciò non insisteremo con "quella" guerra, visto che abbiamo la "nostra".

Bene, la contesa tra violenza "razionale" e "irrazionale" apre una via di discussione interessante e, purtroppo, non inutile, nei tempi che corrono. Possiamo prendere ad esempio ciò che si intende per "razionale". Se si risponde che è la "ragione di Stato" [supponendo che quest'ultimo esista e, soprattutto, che si possa riconoscere una qualunque ragione all'attuale Stato neoliberista], allora bisogna domandarsi se questa "ragione di Stato" corrisponda alla "ragione della società" [sempre supponendo che la società attuale contenga alcunchè di razionale] e, più ancora, se la violenza "razionale" dello Stato sia "razionale" anche per la società. Qui non c'è molto da discutere [in ogni caso non oziosamente]: la "ragione di Stato" nella modernità non è altro che la "ragione dei mercati finanziari".

Ma come amministra la sua "violenza razionale" lo Stato moderno? E, attenzione alla storia, quanto tempo dura, questa "razionalità"? Il tempo che intercorre tra una elezione e l'altra, o un colpo di Stato e l'altro? Quante violenze di Stato, che sono state applaudite come "razionali" al loro tempo, sono ora "irrazionali"? Lady Margaret Thatcher, di "buona" memoria per il popolo britannico, si è presa il disturbo di prolungare il libro "The Next War" [ "La prossima guerra", ndt.], di Caspar Weinberger e Peter Schweizer [Regnery Publishing Inc., Washington D.C., 1996]. In questo testo la signora Thatcher avanza alcune riflessioni sulle tre simiglianze tra il mondo della Guerra Fredda e quello del Post-Guerra Fredda: la prima è che al "mondo libero" non mancheranno mai gli aggressori potenziali. La seconda è la necessità di una superiorità militare degli "Stati democratici" di fronte ai possibili aggressori. La terza simiglianza è che tale superiorità militare deve essere, soprattutto, tecnologica. Per concludere il suo intervento, la cosiddetta "lady di ferro" definisce la "razionalità violenta" degli Stati moderni, segnalando questo fatto: "Una guerra può scoppiare in molti differenti modi. Ma il peggiore, usualmente, è quando un potere crede di poter raggiungere i suoi obiettivi senza una guerra o almeno con una guerra limitata che sia possibile vincere rapidamente e, di conseguenza, sbaglia i calcoli". Secondo i signori Weinberger e Schweizer gli scenari della guerra futura sono: Corea del Nord e Cina [6 aprile del 1998], Iran [4 aprile del 1999], Messico [7 marzo del 2003], Russia [7 febbraio del 2006], Giappone [19 agosto del 2007]. Nessun dubbio su quali potrebbero essere i possibili aggressori: asiatici, arabi, latini ed europei. La quasi totalità del mondo è considerata "possibile aggressore" della "democrazia" moderna! È logico [per lo meno nella logica liberista]: nella modernità, il potere [cioè il potere finanziario] sa che può conseguire i suoi obiettivi solo con una guerra, e non "una guerra limitata che sia possibile vincere rapidamente", ma con una guerra totalmente totale, mondiale in tutti i sensi. E se crediamo alla nuova segretaria di stato Usa, Madeleine Albright, quando dice: "Uno degli obiettivi prioritari del nostro governo è di garantire che gli interessi economici degli Stati uniti si possano estendere a scala planetaria"[The Wall Street Journal, 21 gennaio 1997], allora dobbiamo capire che tutto il mondo [e intendo dire tutto tutto] è il teatro di operazioni di questa guerra. Bisogna intendere, allora, che se la disputa per il "monopolio della violenza" non procede in armonia con le leggi del mercato, ma accade che questo monopolio venga sfidato dal basso, il potere mondiale "scopre" in questa minaccia un "possibile aggressore". Questa è una delle sfide [tra le meno studiate e più "condannate", tra le molte] lanciate dall'insurrezione degli indigeni in armi dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale [Ezln] contro il neoliberismo e per l'umanità…

La figura 5 si costruisce disegando un pentagono. È il simbolo del Potere militare nordamericano. La nuova "polizia mondiale" pretende che gli eserciti e le polizie "nazionali" siano solo "corpi di sicurezza" che garantiscono "ordine e progresso" nelle megalopoli neoliberiste.

Tessera 6

La Megapolitica e i nani

Abbiamo detto che gli Stati Nazionali sono sotto l'attacco dei centri finanziari e sono "obbligati" a dissolversi nelle megalopoli. Ma il neoliberismo non conduce la sua guerra soltanto "unendo" nazioni e regioni. La sua strategia di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino produce una o più fratture negli Stati Nazionali. È il paradosso della IV Guerra Mondiale: mossa per eliminare frontiere e "unire" nazioni, quel che lascia dietro di sé è una moltiplicazione delle frontiere e una polverizzazione delle nazioni che finiscono sotto i suoi artigli. Ben oltre i pretesti, le ideologie e bandiere, la dinamica attuale mondiale di frantumazione degli Stati Nazionali corrisponde a una politica ugualmente mondiale, che sa di poter esercitare meglio il suo potere, e creare le condizioni migliori per la sua propria riproduzione, sulle rovine degli Stati Nazionali.

Se qualcuno avesse dubbi su questo carattere di guerra mondiale del processo di globalizzazione, dovrebbe scacciarli facendo il conto dei conflitti che hanno provocato o sono stati provocati dai collassi di alcuni Stati Nazionali. Cecoslovacchia, Jugoslavia, Urss, sono vetrine della profondità di queste crisi, che hanno fatto a pezzi non solo le fondamenta politiche ed economiche degli Stati Nazionali, ma anche le strutture sociali. Slovenia, Croazia e Bosnia, più la presente guerra nella Federazione russa con la Cecenia come sfondo, non segnano solo il destino della tragica caduta del campo socialista nelle fatidiche braccia del "mondo libero"; in tutto il mondo, questo processo di frammentazione nazionale si ripete a scala e intensità variabili. Ci sono tendenze separatiste in Spagna [il Paese Basco, la Catalogna e la Galizia], in Italia [il Veneto], in Belgio [le Fiandre], in Francia [la Corsica] nel Regno Unito [la Scozia e il Galles], e in Canada [Québec]. E ci sono molti altri esempi nel resto del mondo.

Già abbiamo fatto riferimento al processo di costruzione delle megalopoli, ora parliamo della frammentazione dei paesi. Ambedue questi fenomeni nascono dalla distruzione degli Stati Nazionali. Si tratta di due processi paralleli, indipendenti? Due facce del processo di globalizzazione? Sintomi di una megacrisi che sta per scoppiare? Puri fatti isolati? Pensiamo che si tratti di una contraddizione inerente al processo di globalizzazione, uno dei fatti essenziali del modello neoliberista. L’eliminazione delle frontiere commerciali, l'universalità delle telecomunicazioni, le superautostrade elettroniche, l'onnipresenza dei centri finanziari, gli accordi internazionali di unità economica, insomma l'insieme del processo di globalizzazione produce, liquidando gli Stati Nazionali, una polverizzazione dei mercati interni. Che non spariscono né si sciolgono nei mercati internazionali, piuttosto consolidano la loro frammentazione e si moltiplicano. Suonerà contraddittorio, ma la globalizzazione produce un mondo frammentato, pieno di pezzi staccati tra loro [e spesso contrapposti]. Un mondo pieno di compartimenti stagni, messi in comunicazione solo da fragili ponti economici [in ogni caso costanti tanto quanto quelle banderuole che sono i mercati finanziari]. Un mondo di specchi rotti che riflettono la inutile unità mondiale del rompicapo neoliberista.

Ma il neoliberismo non solo frantuma il mondo che suppone di unire: produce anche il centro politico-economico che dirige questa guerra. E se, come abbiamo già segnalato, i centri finanziari impongono la loro legge [quella del mercato] a nazioni e a gruppi di nazioni, allora dobbiamo ridefinire i limiti.e gli scopi della politica, ovvero del che fare politico. Conviene allora parlare della megapolitica. E quando diciamo "megapolitica" non alludiamo al numero di quelli che in essa agiscono. Sono pochi, molto pochi, quelli che si trovano in questa "megasfera". La megapolitica globalizza le politiche nazionali, cioè le assoggetta a un comando che ha interessi mondiali [che per solito sono in contraddizione con gli interessi nazionali] e la cui logica è quella del mercato, vale a dire quella del profitto economico. È con questo criterio economicista [e criminale] che si decide su guerre, crediti, compravendita di merci, riconoscimenti diplomatici, blocchi commerciali, appoggi politici, leggi sulle migrazioni, colpi di Stato, repressioni, elezioni, unità politiche internazionali, rotture politiche internazionali, investimenti, in altre parole sulla sopravvivenza di nazioni intere.

Il potere mondiale dei centri finanziari è tanto grande, che può prescindere dal segno politico di chi detiene il potere in una nazione, se questi garantisce che il programma economico [cioè la parte che corrisponde al megaprogramma economico mondiale] non venga alterato. Le discipline finanziarie si impongono ai diversi colori dello spettro politico mondiale. Il grande potere mondiale può tollerare un governo di sinistra in una qualche parte del mondo, sempre che, e quando, questo governo non prenda decisioni che contraddicono le disposizioni dei centri finanziari mondiali. Ma in nessuna maniera tollererà che una alternativa di organizzazioneeconomica, politica e sociale si consolidi. Dal punto di vista della megapolitica le politiche nazionali sono cose per nani che devono piegarsi ai diktat del gigante finanziario. E così sarà, finchè‚ i nani non si ribelleranno...

La figura 6 si costruisce disegnando uno scarabocchio. Quetsa figura rappresenta la "megapolitica". Si comprende bene che è inutile cercare di trovarvi una razionalità e che, sbrogliado la matassa, nulla sarà chiaro.

Tessera 7

Le sacche di resistenza

Per cominciare, ti supplico di non confondere la Resistenza con l'opposizione politica. L'opposizione non si oppone al potere ma a un governo, e la sua forma riuscita e compiuta è quella di un partito di opposizione; mentre la Resistenza, per definizione [ora sì!], non può essere un partito, non è fatta per governare a sua volta, ma per... resistere". Tomas Segovia. "Alegatorio". México, 1996.

L'apparente infallibilità della globalizzazione si scontra con la caparbia disobbedienza della realtà. Nello stesso momento in cui il neoliberismo conduce la sua guerra mondiale, in tutto il pianeta si vanno formando gruppi di non conformisti, nuclei di ribelli. L'impero delle borse finanziarie si trova di fronte la ribellione di sacche di resistenza. Sì, sacche. Di ogni grandezza, di differenti colori, delle forme più differenti. Ciò che le rende simili è la resistenza al "nuovo ordine mondiale" e al crimine contro l'umanità che la guerra neoliberista commette. Nel cercare di imporre il suo modello economico, sociale e culturale, il neoliberismo pretende di soggiogare milioni di esseri umani, e di disfarsi di tutti quelli che non trovano posto nella nuova organizzazione del mondo. Però accade che questi "prescindibili" si ribellino e resistano contro il potere che vuole eliminarli. Donne, bambini, anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, lesbiche, sieropositivi, lavoratori e tutti quelli che non solo "esuberano", ma che per di più "disturbano" l'ordine e il progresso mondiale, si ribellano, si organizzano e lottano. Sapendosi uguali e differenti, gli esclusi della "modernità" cominciano a tessere le resistenze contro il processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino che avanza come una guerra mondiale, il neoliberismo. In Messico, per fare un esempio, il cosiddetto "Programma di sviluppo dell'istmo di Tehuantepec" pretende di costruire un moderno centro internazionale di distribuzione e interconnessione di merci. La zona di sviluppo comprende un complesso industriale nel quale si raffina un terzo del greggio messicano e si produce l'88 per cento dei prodotti petrolchimici. Le vie di transito interoceaniche [si tratta dell'Istmo più stretto tra Atlantico e Pacifico, nel sud del Messico, ndt.] consisteranno in strade, in una via fluviale costruita approfittando delle caratteristiche naturali della zona [Rio Coatzacoalcos] e, come asse di articolazione, la linea ferroviaria transistmica [da realizzarsi da parte di cinque imprese, di cui quattro Usa e una canadese]. Il progetto sarebbe creare una zona di assemblaggio assoggettata al regime delle maquiladoras [le fabbriche che, soprattutto nel nord del Messico, assemblano in prodotti finiti i pezzi costruiti altrove, negli Usa, in Giappone o in Europa, ndt.]. Due milioni di persone delle comunità locali diventerebbero magazzinieri, trasportatori o operai delle maquiladoras [Ana Esther Cecena. "El Istmo de Tehuantepec: frontiera della sovranità nazionale". "La Jornada del Campo", 28 maggio 1997]. Anche nel sudest messicano, nella Selva Lacandona, si sta per varare il "Programma di sviluppo regionale sostenibile per la Selva Lacandona". Il suo obiettivo reale è mettere a disposizione del capitale le terre indigene che, oltre che ricche di dignità e storia, lo sono anche di petrolio e uranio.

Il risultato prevedibile di questi progetti sarà, tra gli altri, la frammentazione del Messico [separando il sudest dal resto del paese]. Di più, e visto che di guerra stiamo parlando, i progetti hanno implicazioni controinsurrezionali. Formano parte di una tenaglia per liquidare la ribellione antineoliberista che è esplosa nel 1994. In mezzo ci sono gli indigeni ribelli dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale [Ezln].

[E in tema di indigeni ribelli conviene aprire una parentesi: gli zapatisti pensano che, in Messico - attenzione: in Messico - il recupero e la difesa della sovranità nazionale sia parte di una rivoluzione antineoliberista. Paradossalmente, l'Ezln viene accusato di volere la frammentazione della nazione messicana. La realtà è che i soli che hanno parlato di separatismo sono gli imprenditori dello stato di Tabasco ricco di petrolio e i deputati federali chiapanechi che appartengono al Pri [Partido revolucionario institucional, rimasto al potere per oltre settant'anni, fino al luglio del 2000, quando vinse l'attuale presidente Fox, ndt.]. Gli zapatisti pensano che sia necessaria la difesa dello Stato Nazionale, di fronte alla globalizzazione, e che l'intenzione di tagliare il Messico a fette venga dal gruppo al governo e non dalle giuste richieste di autonomia dei popoli indigeni. L'EzIn, e il meglio del movimento indigeno nazionale, non vogliono che i popoli indigeni si separino dal Messico, vogliono essere riconosciuti come parte del paese, con le loro specificità. E non solo: vogliono un Messico in cui vi siano democrazia, libertà e giustizia. I paradossi continuano, perché, mentre 1'Ezln si batte per la difesa della sovranità nazionale, l'esercito federale messicano lotta contro questa difesa e difende un governo che ha già distrutto le basi materiali della sovranità nazionale e ha consegnato il paese non solo al grande capitale straniero, ma anche al narcotraffico].

Ma non soltanto sulle montagne del sudest messicano si resiste e si lotta contro il neoliberismo. In altre parti del Messico, in America latina, negli Stati uniti e nel Canada, nell'Europa del Trattato di Maastricht, in Africa, in Asia e in Oceania le sacche di resistenza si moltiplicano. Ciascuna esse ha la sua propria storia, le sue differenze, le sue uguaglianze, le sue richieste, le sue lotte, le sue conquiste. Se l'umanità ha ancora speranza di sopravvivere, di diventare migliore, queste speranze sono nelle sacche formate dagli esclusi, da quelli in sovrannumero, da quelli che si possono gettar via.

La figura 7 si costruisce disegnando una borsa. Però non bisogna farci molto caso.Ci sono tanti modelli di resistenza quanti sono i mondi del mondo. Così si può disegnare la borsa come piace di più. E nel disegnare borse, come nella resistenza, la diversità è ricchezza.

Ci sono, senza dubbi, molte più tessere del rompicapo neoliberista. Per esempio i mezzi di comunicazione, la cultura, l'inquinamento, le epidemie. Qui abbiamo voluto mostrarvene sette. Queste sette perché voi, dopo averle disegnate, ritagliate e colorate, vi rendiate conto di quanto è impossibile metterle insieme. E questo è il problema che la globalizzazione ha preteso di risolvere: le tessere non si incastrano. Per questo, e per altre ragioni che oltrepassano lo spazio di questo testo, è necessario fare un mondo nuovo. Un mondo che contenga molti mondi, che contenga tutti i mondi...

Dalle montagne del sudest messicano

Esercito zapatista di liberazione nazionale

Messico, giugno 1997

Post scriptum che racconta sogni annidati nell'amore. Riposa la Mar al mio fianco. Essa condivide da tempo le angosce, le incertezze e non pochi sogni, ma ora dorme con me la calda notte della Selva. Io guardo il suo frumento fremente nel sogno e mi meraviglio di vederlo com'è: tiepido, fresco al mio fianco. L'asfissia mi tira fuori dal letto e prende la mia mano, e la penna, per portare qui il Vecchio Antonio, come anni fa...

Ho chiesto al Vecchio Antonio che mi accompagnasse a fare un'esplorazione al fiume, in basso. Abbiamo portato con noi poco da mangiare. Per ore abbiamo seguito il corso capriccioso della corrente e la fame e il caldo ci hanno assediato. Abbiamo passato il pomeriggio a inseguire un branco di cinghiali. Quasi annottava quando gli siamo stati addosso, ma un enorme "censo" [maiale di montagna, ndt.] si stacca dal gruppo e ci attacca. Io cerco di rispolverare tutte le mie conoscenze militari, tiro fuori la mia arma e mi accosto all'albero più vicino. Il Vecchio Antonio resta inerte di fronte all'attacco, invece di fuggire si mette dietro un cespuglio di liane. Il gigantesco cinghiale attacca di fronte con tutta la forza, ma resta impigliato tra le liane e le spine. E, prima che possa liberarsi, il Vecchio Antonio alza la sua vecchia carabina e, con un colpo alla testa, risolve il problema della cena. All'alba, quando ho finito di pulire il mio moderno fucile automatico [un M16 calibro 5,56 millimetri, con selettore di fuoco e

portata effettiva di 460 metri, con in più il mirino telescopicc e un caricatore da 90 colpi] scrivo il mio diario e, omettendo tutto quel che è successo, annoto solo: "Incontrato cinghiali e A. ha ucciso un esemplare. Altura 350 m. slm. Non ha piovuto".

Mentre aspettiamo che la carne cuocia, racconto al Vecchio Antonio che la mia parte servirà per la feste che si preparano all'accampamento. "Feste?", mi chiede mentre attizza il fuoco. "Sì- dico - Non importa il mese, c'è sempre qualcosa da festeggiare". Dopo di che continuo con quella che supponevo fosse una brillante dissertazione sul calendario storico e le celebrazioni zapatiste. Il Vecchio Antonio ascolta in silenzio e infine, supponendo che il tema non gli interessasse, mi accomodo per dormire. Tra i sogni vedo il Vecchio Antonio prendere il mio quaderno e scrivere qualcosa. La mattina dividiamo la carne, dopo la colazione, e ciascuno prende la sua strada. Arrivo all'accampamento, faccio rapporto al comando e mostro il diario per far vedere quello che è successo. "Questa non è la tua grafia", mi dicono mostrandomi un foglio del quaderno. Ahi, sotto quel che io avevo annotato, il Vecchio Antonio aveva scritto, in grandi lettere: "Se non puoi avere la ragione e la forza, scegli sempre la ragione e lascia che il nemico si tenga la forza. La forza può vincere in molti combattimenti, ma in tutta la lotta solo la ragione può prevalere. Il potente non potrà mai cavare la ragione dalla sua forza, noi sempre potremo ottenere la forza dalla ragione". E più in basso, in lettere molto piccole: "Felici feste".

Nemmeno a dirlo, non avevo più fame.

Le feste, come sempre, riuscirono molto allegre.

Fonte: Carta 10/2001

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Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Luglio 2016 09:06

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