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INTERNAZIONALE

Le borse cinesi fanno ballare il mondo

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Le borse cinesi fanno ballare il mondo

tratto da http://contropiano.org

Borsa in caduta libera e moneta che si svaluta ben al di là delle intenzioni ribassiste della Banca centrale. Che succede alla Cina?

Anche stamattina la borsa di Shangai ha aperto perdendo quasi il 5%, dopo che già il giorno prima aveva lasciato sul terreno il 6%. Stesse prestazioni per l'altra piazza finanziaria interna, quella di Shenzen, mentre quella internazionale – Hong Kong – perde appena lo 0,89%. Poi le perdite si sono ridotte anche nelle prime due, intorno al 2%, grazie agli interventi della Banca centrale che ha assicurato sostegno all'economia nella misura che sarà necessaria.

La differenza nelle prestazioni tra le varie piazze finanziarie fornisce già una parte della spiegazione. Shangai e Shenzen sono borse quasi soltanto nazionali, in cui gli investitori sono quasi soltanto cinesi. E nel corso dell'ultimo anno e mezzo anche nel Celeste Impero si era diffusa a livello di massa la tentazione di fare i soldi con i soldi, investendo in borsa anche i pochi risparmi. L'aumento degli indici di quasi il 150% in questo breve periodo era già il segnale di una bolla finanziaria destinata ad esplodere.

Ma l'andamento di Hong Kong spiega anche che questa prevista esplosione non riguarda più di tanto i legami con i mercati internazionali; insomma, che è destinata ad aver conseguenze quasi soltanto nazionali, soprattutto con la classica “tosatura” del cosiddetto “parco buoi” (i cittadini che abboccano alle offerte di investimento quando i prezzi sono già troppo alti, allettati da rendimenti destinati a scomparire prestissimo, restando alla fine col cerino in mano e i risparmi bruciati). Quel -30% in tre settimane pesa soprattutto su di loro.

Ma anche la moneta non sta andando bene affatto, o perlomeno non nella misura voluta dalla autorità cinesi. Questa mattina la Banca centrale ha segnato il fixing (il “punto medio” rispetto al quale è consentita un'oscillazione massima del 2%) dello yuan a 6,3963 contro il dollaro, poco sopra il valore del giorno prima. Ma l'oscillazione è stata invece tutta verso il basso, fino a superare di poco il 6,4. Segno che una quota rilevante di capitali stranieri sta lasciando il paese, convinta di non poter ripetere qui le “prestazioni” raggiunte negli ultimi 25 anni.

In parte era anche l'obiettivo delle autorità statali, che hanno voluto giocare di anticipo rispetto al ciclo atteso (vedi anche http://contropiano.org/documenti/item/32339-in-questa-guerra-la-finanza-conta-piu-delle-portaerei), ma la misura in cui sta avvenendo supera probabilmente le attese.

Questa dinamica che indebolisce la “locomotiva manifatturiera” del mondo trascina con sé anche i prezzi delle materie prime, e quindi le entrate finanziarie dei paesi produttori. A cominciare ovviamente dal petrolio, col Brent sceso ancora (48,12 dollari al barile), mentre soltanto l'oro segna un modesto rialzo, come avviene di solito quando sui mercati tira aria di tempesta. Questo significa immediatamente una bastonata per gli altri Brics (Brasile, Russia, India, Sudafrica), che hanno potuto svilupparsi negli ultimi decenni anche grazie al rapido apprezzamento delle materie prime, che ha consentito di decidere investimenti produttivi su grande scala senza dover dipendere esclusivamente dagli investitori esteri. Ma anche paesi come l'Australia, molti asiatici e quasi tutti quellli africani, stanno subendo la stessa sorte. Sottraendo così - è una conseguenza diretta del mercato globale - spazio per le esportazioni tecnologiche dei paesi più industrializzati.

E se tempesta vera ancora non è, insomma, certamente c'è diffidenza. Tokyo ha perso ancora l'1,6%, sia come conseguenza dell'andamento delle borse cinesi (il trascinamento negativo su tutte quelle asiatiche è stato piuttosto forte), sia – e forse soprattutto – per il manifesto esaurimento dell'Abenomics, la politica monetariaultra espansiva voluta da Shinzo Abe per rivitalizzare l'economia del Sol Levante.

19 agosto 2015

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90 F-35 all'Italia: quanti miliardi di euro regalati all'industria Usa

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 90 F-35 all'Italia: quanti miliardi di euro regalati all'industria USA

Fabrizio Poggi - tratto da http://contropiano.org

Il più costoso degli aerei militari statunitensi si rivela peggiore dei caccia dell'epoca sovietica” titolava ieri la russa RT, riportando la sintesi di un rapporto dell'americana National Security Network (NSN). L'aereo più costoso in questione è ovviamente l'americano F-35, velivolo da guerra di ultima generazione, detto anche “computer volante”, costosissimo, di cui il Pentagono fa acquistare all'Italia 90 esemplari a un prezzo che un anno fa andava dai 100 ai 107 milioni di euro cadauno, in relazione al modello e che stime più attendibili si fermano (per ora), a 140 milioni di euro.

L'argomento di quanti F-35 l'Italia sia stata impegnata a compare è ormai noto: quale fosse il numero iniziale previsto dal Pentagono per il nostro Paese; quale il quantitativo a cui il governo Renzi avrebbe detto a gran voce di voler ridurre quel primo numero; quanti aerei, infine, ancora una volta il Pentagono ha semplicemente scritto che verranno acquistati dall'Italia, cui il Ministro della difesa Roberta Pinotti ha ben volentieri risposto “obbedisco”. 90 erano e 90 rimangono, con buona pace di alcune mozioni parlamentari rimaste inascoltate.

Gli USA, scrive la RT, riponevano grosse speranze sul F-35, caccia di quinta generazione, considerandolo, per le sue caratteristiche supertecnologiche, superiore a qualunque velivolo contemporaneo. Soprattutto la produttrice Lockhed Martin lo reclamizzava come “l'aereo più affidabile e letale”, con capacità di eludere la sorveglianza dei radar e andare a velocità molto elevate.

Ora, la National Security Network (NSN) ha pubblicato un rapporto secondo cui il F-35 rimane indietro anche ai caccia sovietici della generazione precedente, i Su-27 (entrata in servizio: 1985) e i MiG-29 (entrata in servizio: 1983) dell'epoca della guerra fredda e oggi in servizio alle aviazioni russa e cinese. E, guarda caso, il F-35 dovrebbe garantire, secondo la pubblicità made in USA, il primato atlantico proprio sulla moderna aviazione russa, con cui il F-35 si troverebbe ad avere a che fare sul teatro di guerra ucraino, dove, evidentemente, il Dipartimento di stato non ha mai veramente inteso giungere a una soluzione pacifica. Ma l'ingegnere aeronautico Pierre Sprey, che aveva messo a punto il F-16, dichiara che il F-35 è talmente inaffidabile che, nel combattimento aereo, può essere tranquillamente distrutto dal MiG-21, la cui prima entrata in servizio, è bene ricordarlo, è del 1959.

Ora dunque, pare che, per la lievitazione dei costi, le spese di fabbricazione del F-35 - considerato fin dall'inizio del progetto l'aereo più costoso mai messo in produzione - abbiano già superato il trilione e mezzo di $ (la stima era di 400 miliardi di $ ancora nel 2013), senza per questo siano stati completamente risolti i problemi tecnici via via incontrati durante icollaudi, quali quelli manifestatisi in fase di atterraggio o l'efficienza delle armi di bordo. E' così che, secondo la NSN, il caccia sovietico Su-27, messo a punto più di 30 anni fa, nonostante l'età può ancora vantare maggior manovrabilità e più lungo raggio di volo, a costi di produzione due volte minori. La NSN ritiene che, in combattimento, per ogni Su-27 abbattuto, tre F-35 subirebbero la stessa sorte e, comunque, tutta una serie di aerei contemporanei sarebbero superiori al F-35.

In particolare, a parere di Pierre Sprey, "questo velivolo ha ali troppo piccole, un peso eccessivo e oppone una resistenza all'aria troppo alta. In sostanza, si tratta di un caccia assolutamente non in grado di manovrare e di accelerare in poco tempo: un grosso difetto in caso di scontro con altri velivoli che, in combattimento, possono facilmente avere la meglio". Al contrario, continua Sprey, "il Su-27 e addirittura il MiG-29, in rapporto alla massa hanno grande superficie alare e grande potenza e dispongono di maggior armamento sia per il combattimento aria-aria che aria-terra. Il F-35 è talmente cattivo, che non ha assolutamente speranze nel combattimento con tali aerei e, in fin dei conti, sarebbe fatto a pezzi addirittura dall'antiquato MiG-21".

Anche un altro analista della stessa NSN, Bill French, considera il F-35 peggiore, per manovrabilità, rispetto al predecessore di quarta generazione F-16 e sopravanza di pochissimo gli ancora più vecchi F-18 e AV-8B Harrier. Confrontato coi MiG-29 e Su-27, il F-35 avrebbe "minori capacità di carico alare (con l'eccezione della versione destinata alla marina), accelerazione transonica e peso specifico di spinta" e si avvicinerebbe forse, a detta degli esperti cinesi, al loro Shanyan J-31. A parere dell'esperto della rivista Aviation Week, Bill Sweetman, il F-35 non regge il confronto col vecchio F-16.

"Il combattimento aereo non è certo il suo lato forte" avrebbe dichiarato un pilota-collaudatore del F-16D Block 40 Fighting Falcon dopo una prova di combattimento contro il vecchio F-16, in servizio dagli anni '70; soprattutto nello scontro ravvicinato, il velivolo sarebbe inferiore al F-16 per tutta una serie di aspetti: efficacia dell'uso dei missili, capacità di evitare i colpi, velocità di reazione e precisione di spostamento. E anche il tanto decantato casco del pilota, che permetterebbe di avere una visione a 360 gradi dell'intero spazio attorno al velivolo, a detta del collaudatore costituirebbe un ingombro nella piccola cabina di pilotaggio.

Si diceva: 90 F-35 all'Italia al prezzo di 140 milioni di euro cadauno. Ma, al di là delle qualità tecniche dei velivoli, i disoccupati, i cassintegrati, i pensionati italiani si limiteranno, come Odisseo, a “essere amareggiati per le armi di Achille”, o avranno qualcosa di più da ridire?

17 agosto 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Agosto 2015 14:26

Armiamoci e partite. Destinazione Libia

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Libia-nave-italiatratto da http://contropiano.org

Il dado sembra ormai tratto. Italia, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti rivolgono "a tutte le fazioni libiche che desiderano un Paese unificato e in pace" un appello all'unità militare contro la "barbarie" dell'Isis. Questa la motivazione ufficiale, naturalmente, mentre un editoriale ben più disincanto di Sergio Romano, sul Corriere della sera, elenca tre “buone ragioni” per mettere insieme una forza militare sotto la bandiera dell'Onu ma guidata da “paesi mediterranei”. In particolar modo l'Italia.

Il primo è ovviamente economico. Se vi sarà una presenza militare inviata dall’Onu, i pozzi libici potrebbero ricominciare a funzionare e il primo Paese a trarne vantaggio sarebbe l’Italia. Il secondo concerne l’immigrazione. Insieme al corridoio turco, quello della Libia è il percorso preferito dai migranti provenienti dall’Africa e dal Levante. Insieme alla Grecia, l’Italia è la prima tappa per coloro che vogliono raggiungere l’Europa centrale e settentrionale. Una missione militare in Libia permetterebbe di controllare meglio il traffico degli scafisti, di creare le condizioni per accogliere e trattenere i migranti sul suolo libico, di separare quelli che hanno un potenziale diritto d’asilo dalla massa dell’emigrazione sociale.

Il terzo interesse è politico. Nella gestione della crisi del debito greco
(l’altro grande problema dell’Unione Europea in questo momento) l’Italia ha dovuto necessariamente limitarsi al ruolo dell’osservatore interessato. In Libia avrebbe una migliore occasione per dimostrare a Bruxelles che il Mediterraneo è la frontiera meridionale dell’Ue, che la sicurezza dell’Italia è la sicurezza di tutti.

Non ci sarebbe molto da aggiungere per smantellare in un attimo tutte le frasi di circostanza che i media internazionali e nazionali sono pronti riversare nelle teste di telespettatori e lettori di quotidiani. Si “deve” andare lì, possibilmente in prima linea e con posti di responsabilità nella catena di comando, per conservare-guadagnare posizioni nell'estrazione-esportazione di petrolio, per rallentare-cancellare l'afflusso di migranti e recuperare un “ruolo internazionale” che nell'Unione Europea il dilettantesco governo Renzi non riesce proprio a giocare.

Per questo i cinque paesi occidentali si pongono l'obiettivo di creare un "governo di concordia nazionale che, in cooperazione con la comunità internazionale, possa garantire la sicurezza al Paese contro i gruppi di estremisti violenti che cercano di destabilizzarlo". Espressione che sarebbe quasi ironica, se non ci fossero così tanti morti ammazzati nel corso degli ultimi quattro anni, due “governi” in guerra tra loro e milizie tribali o confessionali che combattono tutti contro tutti. Sforzarsi di identificare gli “estremisti violenti”, in questo calderone impazzito, è semplicemente stabilire un'alleanza con alcuni gruppi contro altri (esemplare la richiesta egiziana alla Lega Araba, di bombardare i nemici del “governo di Tobruk”, dipendente dal Cairo). Ma pronti a cambiare cavallo se le cose sul campo andassero diversamente dai piani. Basta guardare con quanta disinvoltura, sul teatro siriano-iracheno, questo stessi paesi sono passati dall'osannare la resistenza curda di Kobane – gli unici a battere l'Isis sul terreno – all'avallo dei bombardamenti turchi sugli stessi curdi.

È con questa conoscenza informata che bisognerebbe leggere – e irridere – le frasi commoventi dell'appello all'intervento: "Siamo profondamente preoccupati dalle notizie che parlano di bombardamenti indiscriminati su quartieri della città densamente popolati e atti di violenza commessi al fine di terrorizzare gli abitanti". Se bombardamenti del tutto simili avvengono nei confronti dei curdi (l'alleato Turchia) o dei palestinesi (alleato Israele), invece, la preoccupazione rimane nel cassetto.

Restano invece i problemi sul campo. Le varie fazioni continuano a combattersi. E senza un accordo vero, che delimiti con certezza chi è alleato con chi, il rischio per i “volenterosi pacificatori” è di ritrovarsi nel bel mezzo del fuoco incrociato, o addirittura di una inedita alleanza “indipendentista contro gli invasori occidentali”.
E infatti il testo dell'”appello” sottolinea come "Gli avvenimenti terribili che stanno accadendo a Sirte sottolineano ancora quanto sia urgente che le varie fazioni libiche trovino un accordo". 

17 agosto 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Agosto 2015 11:57

Il ciclone Corbyn sui laburisti inglesi

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Il ciclone Corbyn sui laburisti inglesi

Giovanni Di Fronzo - tratto da http://contropiano.org

La campagna elettorale per la leadership del Partito Laburista britannico quest’anno, vive un risvolto inaspettato; quasi epocale se si tiene conto delle caratteristiche di questo partito da più un secolo a questa parte. Sembra favorito per la vittoria finale, infatti, Jeremy Corbyn, esponente della corrente radicale “Socialist campaign group”. Corbyn si presenta con un classico programma riformista radicale, che prevede la nazionalizzazione dei settori strategici dell’energia e dei trasporti, usciti molto malconci dall’epoca delle privatizzazioni, la fine dell’austerità, una ripresa del welfare, investimenti pubblici per la ripresa dei settori industriali, una forte impronta ecologista; oltretutto viene dipinto come un fervente antimonarchico.

Sui temi dell’Unione Europea e della politica estera gli accenti sono più radicali rispetto a Syriza, Podemos e le altre forze politiche che potremmo definire "riformiste europeiste". In diverse interviste, Corbyn ha dichiarato di preferire la permanenza del Regno Unito in un’Unione Europea riformata; tuttavia non ha escluso in linea teorica la fuoriuscita nel caso in cui il paese non riesca a rinegoziare condizioni migliori su temi come gli squilibri commerciali, i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, i paradisi fiscali. In politica estera, inoltre, è conosciuto per le sue battaglie contro l’apartheid in Sudafrica - che gli costarono un arresto nel 1984 -, contro le guerre in Iraq e Afghanistan, contro le politiche imperialiste in Medio-Oriente, che lo portarono ad elogiare Hamas ed Hezbollah.; nonché a supporto delle esperienze progressiste dell’America Latina (ha recentemente partecipato in collegamento telefonico alla trasmissione del Presidente Venezuelano “En contacto con Maduro” https://www.youtube.com/watch?v=R_ri5CgCN2o ).

Insomma, ce n’è abbastanza per mandare nel panico più totale la macchina burocratica e i maggiorenti del Partito Laburista, poiché quello che doveva essere semplicemente il candidato di bandiera di una corrente radicale è accreditato da un sondaggio di YouGov al 53% delle preferenze.

Il voto per la leadership del Partito Laburista consiste in primarie molto aperte, in cui il requisito per votare è registrarsi alla “semi-membership” attraverso una procedura che può essere esplicata anche online, al costo di 3 sterline, che prevede semplicemente la sottoscrizione di una dichiarazione di principio di sostegno ai valori del partito, con il requisito di non essere iscritto o sostenitore di nessuna altra forza politica.

Proprio traendo spunto da quest’ultimo punto, le burocrazie del partito stanno mettendo nel mirino molte delle domande di registrazione che stanno giungendo in grandissimo numero in queste ultime settimane; si segnalano, infatti, richieste da parte di ex-candidati del Partito Verde, di esponenti altri partiti della variegata sinistra radicale britannica (fra cui il regista Ken Loach, che ha fondato un proprio partito, il Left Unity Party) e, addirittura, esponenti in vista dei conservatori, i quali vorrebbero mettere in atto la classica tattica del cavallo di Troia; molte forze politiche e sindacali radicali hanno esplicitamente invitato i loro militanti a registrarsi.

In tal senso, il panico sembra stia giocando brutti scherzi all’interno della complessa macchina del Labour: nei giorni scorsi il sito internet è andato in crash, bloccando per diverse ore le procedure di registrazione e i dirigenti sono stati costretti a specificare che il problema non era legato alla paura dell’”entrismo” da parte delle forze politiche radicali. Alle redazioni dei giornali britannici giungono inoltre diverse segnalazioni di iscrizioni rifiutate anche a persone che, pur non avendo mai fatto parte di altri partiti e pur essendo già state iscritte in passato, si sono viste recapitare la seguente mail:

mail labour

Parallelamente a questo lavorio burocratico, tutti gli esponenti di punta del partito stanno intervenendo ripetutamente sui principali media (ovviamente tutti complici della campagna "terroristica") per disinnescare la mina Corbyn attraverso dichiarazioni allarmanti e di discredito. Si sprecano gli epiteti del tipo “dinosauro marxista”, “vetero-comunista”, o dichiarazioni quali “la sua vittoria porterà il Labour alla rovina”, “ritorneremo al passato”, “non ha credibilità” ecc.

Particolarmente energiche sono le due candidate blairiste alla leadership del partito, ovvero Yvette Cooper, l’avversaria più accreditata (sulla quale potrebbero, secondo alcune voci, alla fine convergere tutti i voti anti-Corbyn con il ritiro degli altri candidati), e Liz Kendall, che non dovrebbe avere nessuna possibilità di vittoria. Le loro dichiarazioni, molto ideologiche, sono dello stesso tenore. “C’è una scelta reale da fare. Ci sono in gioco due visioni del Partito Laburista. La mia ha dalla sua parte la credibilità”, ha dichiarato la Cooper; mentre la Kendall ha affermato che una vittoria di Corbyn significherebbe l’abdicazione del Partito Laburista dalla funzione di serio partito di governo (quante volte sentiamo riecheggiare questo canovaccio!). L’altro candidato, Andy Burnham, ha fatto appello alla “maggioranza silenziosa” del partito affinché respinga il disegno di Corbyn, ma i termini della polemica sono un po’ meno duri; Burnham, infatti, si pone come candidato di cerniera fra la tendenza blairista e quella radicale e come unico candidato in grado, a detta sua, si evitare la scissione.

Tuttavia, a fare più rumore sono i continui interventi di Blair in persona, molto attivo durante tutta la campagna elettorale attraverso appelli e articoli di giornali volti a disinnescare la candidatura di Corbyn.

L’ex-Premier, autore della svolta che ha portato il Labour a diventare una copia dei conservatori, nel segno del tatcherismo, si è esibito in dichiarazioni del tipo:”Se il Labour vota con il cuore, è meglio che faccia un trapianto… Scegliere Corbyn significherebbe fare un favore ai Tories” che, con il passare del tempo, sono diventate sempre più allarmistiche. “Non importa se siate a destra, a sinistra o al centro del partito, se mi sostenevate o mi odiavate. Il partito sta camminando a occhi chiusi e a braccia tese verso il bordo di un precipizio sotto il quale vi sono rocce frastagliate. Non è il momento di astenersi dal disturbare la serenità di questo cammino a causa del fatto che questo minerebbe l’unità. E’ il momento, se è possibile, di una tackle di rugby”. O, ancora, “Se Jeremy Corbyn diventa leader, non sarà una sconfitta come nel 1983 alle prossime elezioni del 2015. Significherà una disfatta storica, la possibile distruzione”.

Dal canto suo, Corbyn dà l’impressione di non farsi condizionare dalle campagne denigratorie nei suoi confronti e prosegue la propria campagna elettorale molto a contatto con le realtà sindacali e di base che il Partito laburista ancora conservava e che costituiscono la sua roccaforte. Senza, peraltro, “moderare” i contenuti del suo programma. Le repliche agli avversari interni sono a volte dure, a volte ironiche. Così, a Tony Blair a volte rinfaccia le disavventure del passato: ”Tony Blair dovrebbe essere chiamato a rispondere di crimini di guerra per il conflitto in Iraq. Penso che sia stata una guerra illegale e che Blair debba dare spiegazioni”. Altre volte, facendo sfoggio del classico humor britannico, lo liquida dicendo che “la vita è troppo breve per rispondere ai disperati avvertimenti dei pesi massimi del partito”.

Inoltre, facendo riferimento al movimento popolare (e al boom di registrazioni per le primarie) che sta accompagnando la sua campagna elettorale, ha dichiarato al Guardian:”Non dovremmo essere felici di questo? Non dovremmo essere felici del fatto che c’è un dibattito popolare e una discussione popolare, e che verrà fatta una scelta? E dopo il 12 settembre, chiunque vinca le elezioni, ci sarà una grande discussione sulla direzione politica del nostro partito: sull’austerità, sul tridente, su molti altri temi. Stiamo utilizzando questa campagna per mettere al centro dell’attenzione delle questioni riguardanti l’economia, l’ambiente, le politiche artistiche”.

Staremo a vedere come andrà a finire. E’ facile prevedere che se Corbyn dovesse vincere è probabile che verrà messo in difficoltà, paralizzato dalla macchina burocratica del partito Laburista e logorato per un certo periodo; ed è altrettanto probabile che prima o poi si arrivi alla spaccatura, con i maggiorenti del partito e i loro burocrati che si porteranno via le chiavi e la cassaforte.

Comunque vada la vicenda “formale”, possiamo inquadrare questa vicenda politica sicuramente all’interno dei più o meno diffusi “effetti Syriza o Podemos” che stanno percorrendo l’Europa (per quel che riguarda il Regno Unito, si ricorda, c’è stato anche il grande risultato degli indipendentisti scozzesi di sinistra dello Scottish National Party, alle scorse elezioni politiche), come frutto delle contraddizioni sociali create dai prolungati anni di politiche di austerità imposte sull’altare della costituenda borghesia imperialista transnazionale europea a trazione tedesca e delle sue esigenze di competere con gli altri poli imperialisti e i paesi emergenti sull’arena capitalistica internazionale.

Anche qui si esprime un bisogno di sovranità popolare e anche nazionale che non va negata e non può costituire un tabù per le forze della sinistra di classe in generale e quella comunista in particolare; anche qui la chiave è rintracciata in una possibilità utopistica di riformare la gabbia dell’Unione Europea, anche se, come abbiamo visto, con qualche distinguo dovuto anche alla situazione particolare del Regno Unito, all’interno del quale spinte centrifughe più o meno effettive o di forte sofferenza rispetto all’UE percorrono trasversalmente le classi britanniche per motivi differenti.

Per l’area politica di riferimento di questo giornale, si tratta di fenomeni politici da seguire con il giusto atteggiamento, evitando la condanna ideologica aprioristica e, contemporaneamente, evitando il tifo a favore o il giustificazionismo in caso di capitolazione totale, tipo Tsipras, nella consapevolezza che si tratta di forze politiche di sinistra ancora impreparate al livello del scontro necessario con le istituzioni imperialiste non solo per motivi oggettivi, ma anche perché rifiutano apertamente di prepararvisi; tuttavia esse hanno la funzione di aprire alla discussione di massa delle tematiche che in precedenza non erano nemmeno oggetto di discussione in quanto l’ideologia della borghesia imperialista dominante proclama l’austerità come un dogma divino.

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Ultimo aggiornamento Sabato 15 Agosto 2015 12:21

La Germania ha guadagnato 100 miliardi grazie alla crisi greca

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La Germania ha guadagnato 100 miliardi grazie alla crisi greca

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

In una comunità economica non solidale – ovvero non governata secondo linee di riduzione delle differenze di sviluppo – chi è più forte ci guadagna, e chi è più debole ci perde. Non è cattiveria, è una regola semplicissima di funzionamento della normale dinamica costi/benefici, vantaggi/svantaggi.

Essendo una regola semplice, la conoscono quasi tutti. Specie i soggetti più forti, che sistemano istituzionalmente le regole in modo che questo trasferimento diretto di ricchezza avvenga nel più “spontaneo” dei modi, senza che appaia all'universo mondo per quello che è: una rapina a mano pesantemente armata.

Nell'Unione Europea questa situazione è la norma, da molti anni a questa parte. Ed ogni evento critico, anche se causato proprio da questo assetto (oltre che dalla più ampia crisi sistemica del capitalismo), viene utilizzato per renderlo ancora più stringente. Ed anche questo è ovvio: meno risorse ci sono, più cresce la competizione per accaparrarsele, più “i forti” stringono alla gola “i deboli”.

Se non vi è bastata la vicenda greca, con Tsipras “costretto” alla resa (si è parlato addirittra di waterboarding mentale, in occasione della firma dell'”accordo” del 12-13 luglio), potrebbe aiutarvi a capire meglio la situazione uno studio pubblicato due giorni fa dall'Halle institute for economic research (Iwh), uno dei principali istituti di ricerca economica in Germania. Studio che ha preso in esame la dinamica dei tassi di interesse sui titoli di stato – differenziatissima, tra i 19 paesi dell'eurozona – nel corso dell'evoluzione della crisi, dal 2008 ad oggi.

La conclusione non è molto originale – ci permettiamo di far notare che l'avevamo notata da tempo, come molti altri commentatori - ma ha un forte potere d'impatto proprio perché proviene da un istituto scientifico tedesco: «Il pareggio di bilancio in Germania è in gran parte il risultato di pagamenti di interessi più bassi a causa della crisi del debito europeo».

Vi sebra un po' criptico? Allora sciogliamo l'arcano. Ogni paese dell'eurozona si finanzia o rinnova il proprio debito emettendo titoli di stato, su cui paga un tasso di interesse fisso (stabilito al momento dell'emissione) più uno spread derivante dalle oscillazioni di prezzo sui mercati. Un titolo di stato viene “piazzato” al prezzo convenzionale di 100 euro, ma è chiaro che se si tratta di un Bund tedesco – ritenuto “molto sicuro”, perché lo Stato in questione è certamente solvibile, ossia restituirà certamente la cifra piena alla scadenza del titolo – il prezzo che gli investitori sono disposti a pagare sarà anche superiore alla cifra nominale (es: 120 euro). In questo modo l'investitore (una banca, un privato, chiunque) rinuncia consapevolmente a una parte degli interessi che dovrà ricevere nel corso degli anni (la cedola a tasso fisso o indicizzato a qualche altra dinamica variabile) pur di avere la certezza che i suoi soldi rientreranno.

Al contrario, se lo Stato emittente è considerato “a rischio”, quel prezzo fissato dal mercato per tenere nel cassetto un titolo sarà più basso di 100 (es: 60). In questo modo l'investitore pretende un guadagno possibile molto più alto di quello proposto dall'emittente, sommando alla cedola fissa (o variabile) il guadagno derivante dal prezzo basso pagato ora rispetto ai 100 euro che dovranno essergli restituiti a scadenza. L'incertezza si paga, insomma. E anche cara.

Cosa è successo con l'esplosione della crisi del 2008 e quindi con quella del debito pubblico greco (e degli altri Piigs)?

Tutti gli investitori sono corsi ad accaparrarsi titoli di stato tedeschi. Così facendo la Germania si è venuta a trovare nell'invidiabile condizione di potersi finanziare (o rifinanziare, sostituendo i titoli di stato in scadenza con altri di nuova emissione) a costo praticamente zero. Anzi, visto che in alcuni periodi i tassi di interesse pagati sono diventati addirittura negativi, guadagnandoci sopra.

Questo clamoroso risparmio ha permesso allo Stato tedesco di raggiungere molto facilmente il pareggio di bilancio, senza dover adottare alcuna politica di taglio della spesa pubblica.

La stessa dinamica, per i paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), ha prodotto il risultato opposto, costringendoli a pagare interessi molto più alti sul debito e quindi a ricercare l'impossibile “pareggio di bilancio” (diventato obbligatorio, perlomeno tendenzialmente, al punto da essere inserito nella Costituzione italiana senza alcuna discussione politica pubblica) con tagli spesa e/o avanzi di bilancio sempre più colossali.

In pratica, i paesi deboli – Grecia in primis – hanno finanziato la Germania (e l'Olanda, la Finlandia e via elencando i “paesi virtuosi” del Grande Nord). E devono continuare a farlo...

Spiega infatti l'Ivh che la crisi del debito ellenico ha portato a «una riduzione dei tassi del Bund di circa 300 punti base»; ossia un risparmio di oltre 100 miliardi, più del 3% del Prodotto interno lordo (Pil) della Germania. Un effetto obbligato della diversa “credibilità” dei vari stati che però condividono la stessa moneta e gli stessi obblighi teorici. «Il risultato» è che «la Germania ha beneficiato in modo sproporzionato di questo effetto».

Gli studiosi dell'Ivh hanno però analizzato non solo la tendenza di lungo periodo, ma anche l'impatto sui mercati e sullo spread di ogni singola notizia negativa per la Grecia o uno dei paesi deboli. «Gli effetti sono simmetrici» e quando si sono verificati “eventi importanti” i mercati hanno reagito con movimenti anche di 20-30 punti base al giorno. Inutile dire che già solo la vittoria elettorale di Syriza, per non dire della vittoria del “no” al referendum del 5 luglio, hanno prodotto osccillazioni negative dello spread particolarmente ampie. E quindi robusti guadagni per le casse pubbliche tedesche.
Fin qui tutto chiaro. Ma quanto ci ha guadagnato Berlino? La retorica para-leghista di Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble dice che “i contribuenti tedeschi non possono pagare le pensioni di quegi scansafatiche dei greci”, e che "sono stati concessi fin troppi aiuti" che probabilmente non torneranno mai indietro.

La realtà contabile quantificata dall'Ivh è decisamente diversa. Pur utilizzando una “metodologia standard” per effettuare la simulazione (“come sarebbe andata se” gli spread non avessero dovuto oscillare per la crisi del debito greco) hanno calcolato che la Germania ha risparmiato oltre 100 miliardi di euro nel solo periodo 2010-2015. Mentre la quota tedesca degli “aiuti” concessi alla Grecia – prestiti che dovrebbero essere restituiti – ammonta a circa 90 miliardi.
La conclusione dell'Inh è identica a quella che ognuno di voi, a questo punto, avrà tratto dalla lettura: «Se la Grecia paga i suoi debiti, o paga in parte, i risparmi sono notevoli». Ma anche se non restituisse neanche un euro «la Germania sarebbe comunque in vantaggio».

Al capitale multinazionale, comunque, questo guadagno non basta.Per questo pretendono altre "riforme strutturali" e tante privatizzazioni...

12 agosto 2015

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Agosto 2015 12:38

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