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INTERNAZIONALE

La “competitività” assume i contorni della guerra

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Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

La globalizzazione è finita da un pezzo. Tanto che il Wto (World Trade Organization) di fatto non si riunisce più, una volta verificato che non si sarebbero più raggiunti accordi per l'abbattimento delle protezioni doganali fra paesi, mercati comuni, continenti.

Gli unici settori in cui si poteva ancora parlare di “mercato globale” erano insomma la finanza speculativa (il gioco in borsa e nello shadow banking) e le acquisizioni societarie. Queste ultime erano comunque soggette a ovvie limitazioni (il settore militare, in primo luogo), ma continuavano a riscrivere la mappa dei decisori nel mondo. Perché ogni merger tra società diverse ormai segna la nascita di un soggetto privato in grado di condizionare qualsiasi Stato e coalizione di Stati.

Ma le cose stanno rapidamente cambiando. Gli Stati Uniti, da qualche anno, stanno incentivando la “rilocalizzazione” delle produzioni ormai da decenni trasferite altrove. E sorvegliano con grande attenzione qualsiasi fusione o acquisizione che vede protagoniste società di paesi non appartenenti alla Nato.

Il concetto che si è è andato affermando è quello di “settore strategico”, che va ormai ben oltre l'ovvio comparto militare e comprende qualunque branca produttiva in qualche misura importante per l'indipendenza economica e la capacità competitiva (nel senso più largo) di un paese. Logistica e tecnologia, oltre che l'energia, sono dunque da tempo terreni off limits per le acquisizioni da parte di imprese straniere. Non è così per tutti i paesi, come sappiamo. L'Italia, ad esempio, non controlla quasi più nulla di rilevante (telecomunicazioni prima agli spagnoli e poi ai francesi, acciacio in dismissione o a disposizione del primo che se lo piglia, Alitalia prima ai “caporali coraggiosi” e poi agli sceicchi, ecc: resiste parzialmente l'Eni – al 70% collocata sul mercato – e le parti di Finmeccanica più strettamente connesse con il militare, compreso lo spionaggio elettronico e informatico). Altri paesi, ancora più deboli, come la Grecia, sono stati letteralmente spogliati di ogni industria nazionale minimamente rilevante, compresi porti (ai cinesi) e aeroporti (alla tedesca Fraport, casualmente).

Ma è la Germania, negli ultimi tempi, a mettere in campo una strategia a doppio binario: grandi acquisizioni (Bayer che compra l'americana Monsanto, per esempio) e forti limitazioni alle incursioni del capitale “straniero”. Una scelta molto “nazionalista” che vede protagonisti soprattutto i socialdemocratici guidati dal ministro dell'economia Sigmar Gabriel. Il quale ha già bloccato la vendita del produttore di semiconduttori Aixtron al gruppo gruppo cinese Fujan Grand Chip, ufficialmente per alcune “implicazioni militari” segnalate dalla Nato e dai servizi segreti Usa.

Ma una discussione tesa era avvenuta anche a proposito dell'interessamento di Midea, un gruppo del Guandong cinese, per il gruppo Kuka, specializzato nella produzione di robot industriali. Come si vede, le eventuali applicazioni militari (non impossibili, in linea teorica, perché qualsiasi tecnologia può essere utilizzata in qualunque modo, lavorandoci un po' sopra) non sono più l'unico ostacolo. Nel caso di Kuka, infatti, il pensiero corre immediatamente al vantaggio competitivo – nella produzione di merci per il mercato di massa – che si gioca tramite il possesso di determinate specializzazioni. E la costruzione di robot industriali, al pari delle centrali per la produzione di energia elettrica o altre ancora, è ormai il pilastro su cui si gioca la superiorità di un sistema.

Il problema investe ormai tutta l'Unione Europea, con la Francia anche più “dura” nel voler difendere il patrimonio produttivo nazionale. E comincia a farsi strada l'idea di dover addivenire al più presto a una normativa “protezionista” di livello continentale. In cui le uniche acquisizioni “libere” resterebbo quelle tra società comunitarie; mentre ogni merger rilevante per il mantenimento della competitività produttiva della Ue dovrebbe essere, se non vietato, “strettamente sorvegliato” per non avvantaggiare concorrenti globali.

Ovvero soprattutto la Cina, che presenta aziende multinazionali fortemente dotate di liquidità e a caccia di tecnologie di ultima generazione. Tutta roba coperta da brevetto, naturalmente. Al punto che acquistare la società che lo possiede diventa molto più semplice e rapido, o addirittura meno costoso che non cercare un difficile accordo di compromesso sulla cessione parziale del know how.

Ma se la concorrenza tra giganti viene sottoposta a limitazioni sostanziali – a partire dalle tecnologie – vuol dire che le dinamiche “competitive”, stimolate da una crisi quasi decennale e senza soluzioni, stanno arrivando a quel punto di rottura per cui la sopravvivenza di alcune grandissime aziende capitalistiche è possibile solo tramite l'eliminazione dei concorrenti di pari livello.

Un gioco sempre più rischioso, che coinvolge direttamente gli Stati e tutte le strutture politiche sovranazionali. E' insomma il punto in cui la famosa “competitività” inizia a trasformarsi in conflitto a tutto campo. Anche militare, ovviamente.

1 novembre 2016

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Come l’Unione Europea si prepara “agli anni delle cento guerre"

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Unione Europea militare

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Le continue escalation imposte dalla competizione globale e il clima da “anni delle cento guerre” che si respira nel mondo, non lasciano affatto indifferenti né inerti le classi dominanti europee. E’ ormai da quando con la Brexit si è tolto di torno “l’impaccio britannico”,  chei governi europei stanno accelerando sul processo di concentrazione e cooperazione sul piano militare.

La newsletter Affari Internazionali (espressione dell’Istituto Affari Internazionali), riferisce che:

i ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna “hanno recentemente presentato ai colleghi degli altri Paesi Ue un documento congiunto contenente alcune proposte, abbastanza concrete e ambiziose, per una maggiore cooperazione e integrazione europea nel campo della difesa”.

Come noto ci sono diversi stati europei ancora molto legati agli Usa (vedi i paesi dell’est e quelli baltici) e che, per conto del loro mandante, recalcitrano all’idea di un esercito europeo, magari coordinato con la Nato, ma autonomo dagli Usa.

La soluzione avanzata dal nucleo duro militarista (Germania, Francia, Italia, Spagna) è quella del Pesco (Permanent Structured Cooperation) ossia le cosiddette cooperazioni rafforzate fondate sul “chi ci sta, ci sta”, un po’ come avvenuto per l’adozione dell’euro. L’ancoraggio istituzionale europeo del documento dei quattro paesi è sancito sin dal suo incipit, con il riferimento forte attuazione della “EU Global Strategy” presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso giugno.

E’ ancora Affari Internazionali a sottolineare come tra le quattro principali potenze europee vi siano già una serie di cooperazioni industriali strategiche incrociate, a partire dal consolidato asse franco-tedesco (vedasi Airbus, ma non solo), le cooperazioni bilaterali italo-francesi (ad esempio nell’aereospazial e nella cantieristica navale) e italo-tedesche.  Vi sono anche importanti triangoli, come quello tra Germania, Italia e Spagna sul velivolo da combattimento Eurofighter (anche con la Gran Bretagna), o quello franco-germano-italiana sulla missilistica (con anche Londra parte di Mbda).

Il primo esempio di cooperazione militare e industriale che ha visto i quattro paesi in questione tutti insieme, e senza altri partner, si è concretizzato nel 2015-2016 con il progetto congiunto per sviluppare un drone europeo – il Male – entro il 2025. E’ la rivista specialistica Analisi Difesa a riferire che dall’inizio di settembre è iniziata una nuova fase per il Drone Europeo. Il contratto per lo studio di definizione del Drone Europeo (Male RPAS – Medium Altitude Long Endurance Remotely Piloted Aircraft System), assegnato a Leonardo-Finmeccanica, Airbus e Dassault Aviation, è stato ufficializzato nel corso di una riunione per l’avvio del progetto presieduta da OCCAR, l’Organizzazione Europea per la cooperazione in materia di armamenti. Presenti i rappresentanti delle industrie coinvolte e dei paesi partecipanti al programma: Italia, Francia, Germania e Spagna.

In pratica, e senza troppo clamore, da tempo è andato costituendosi un complesso militare-industriale europeo avanzato e competitivo anche verso il vecchio monopolio statunitense.
Quali sono le altre proposte concrete avanzate dal documento congiunto? Si propone di costituire a Bruxelles una “capacità permanente per pianificare e condurre” le missioni militari Ue, con i relativi “robusti meccanismi di finanziamento” per sostenere il “dispiegamento delle forze europee all’esterno dell’Ue”. Proprio in quest’ottica funzionalista si propone anche un “comando medico europeo” ed un “hub logistico europeo” per razionalizzare e rendere più efficienti i supporti logistici riducendo così duplicazioni e costi.
L’obiettivo di questa concentrazione è quella di “maggiore efficacia nel condurre missioni internazionali, alle economie di scala e al risparmio sulle duplicazioni inutili, alla possibilità di mantenere insieme come europei il (costoso) vantaggio tecnologico sugli avversari militari che nessun Paese Ue può permettersi più da solo”.  Dunque le potenze europee – in particolare quelle con maggiori ambizioni militari come la Francia o economiche come la Germania – sono arrivate da tempo alla conclusione che anche sul piano militare devono costituirsi come polo, la sola dimensione nazionale non è più adeguata a reggere una competizione globale che potremmo ben definire interimperialista.

Non era stato proprio Helmut Khol ad affermare all'università di Lovanio prima e in una intervista al Corriere della Sera poi che "l'integrazione europea sarà una questione di pace o di guerra nel XXI Secolo"?

29 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 29 Ottobre 2016 17:04

Intervista. Ecco la mappa dei soggetti in campo a Mosul

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Il giornalista iracheno Salah al-Nasrawi: «Non è la fine del conflitto, ma l’inizio. La fase militare è la più semplice, molto più complessa quella politica. La Turchia è l’ostacolo peggiore, senza dimenticare gli interessi energetici: un’intera regione, da Cipro a Israele fino al Qatar, compete per vendere risorse energetiche»

Peshmerga impegnati nella controffensiva su Mosul (REUTERS/Azad La)

Peshmerga impegnati nella controffensiva su Mosul (REUTERS/Azad La)

Chiara Cruciati – tratto da Il Manifesto

Roma, 21 ottobre 2016, Nena News – La fuga, limitata dalle violenze dell’Isis, è cominciata: in 10 giorni circa 5mila iracheni della zona di Mosul sono fuggiti in Siria. Si trovano ora nel campo profughi di al-Hol, già sovraffolato. L’Onu ne aspetta molti di più. Sul campo le truppe irachene avanzano con la lentezza dovuta alla resistenza islamista, campi minati e kamikaze: si parla di almeno due settimane per entrare in città e due mesi per liberarla.

Intanto crescono le tensioni intorno alle milizie sciite: Washington – su spinta della Turchia – ieri ha ribadito di non volersi coordinare con loro, sebbene operino sotto l’ombrello governativo. I gruppi più potenti si difendono: non cerchiamo vendetta sui sunniti, dicono. Ma i timori peggiori si concentrano sulla fuga dei miliziani Isis verso la Siria.

«La fase militare è la più semplice, molto più complessa quella politica. Dipenderà da come ogni parte proverà a consolidare la propria agenda». Salah al-Nasrawi, editorialista iracheno di Al-Ahram, Bbc e Ap, guarda a Mosul con pessimismo. Ha tracciato per il manifesto una mappa dei soggetti che combattono e dei loro interessi.

Chi si trova oggi sul campo di battaglia?

Le forze che partecipano all’operazione sono distinguibili in categorie: irachene e straniere. Sul lato interno ci sono le forze di sicurezza governative – esercito, polizia federale e unità speciali di contro-terrorismo – a cui si affiancano le milizie sciite, le Unità di Mobilitazione Popolare. Sono in teoria sotto Baghdad e il suo comandante in capo, ma nella pratica hanno la loro agenda e potrebbero sorprenderci in futuro. All’interno di queste milizie non ci sono solo sciiti ma anche unità turkmene e cristiane come la Brigata Babilonia, gruppo caldeo. Si tratta di soggetti che intendono tornare nelle zone intorno Mosul a maggioranza cristiana o sciita, comunità sradicate da Daesh.

Spostandoci nel Kurdistan iracheno abbiamo i peshmerga, non certo un blocco unico: alcune unità sono sotto il Kdp (il partito del presidente Barzani), altre sotto il Puk (la fazione avversaria di Talabani) e altre ancora nate all’interno del Puk ma da cui si sono scisse. E poi migliaia di peshmerga “indipendenti”, per lo più presenti al confine con la Siria e a Sinjar, che hanno legami con i kurdi siriani, con piani diversi: rifondare il Kurdistan storico.

Sul piano internazionale c’è la coalizione a guida Usa, con alcuni paesi particolarmente attivi come gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, l’Italia – presente nella diga di Mosul – e l’Australia. Il comando congiunto è a Erbil e da lì si coordina con Baghdad e Erbil.

E poi c’è la Turchia.

Ankara è il principale ostacolo perché non intende coordinarsi con il governo iracheno ma solo con Barzani e le tribù sunnite che addestra da tempo. Non vuole andarsene dall’Iraq, sulla base di quelli che chiama “diritti storici” su Mosul. Una narrativa pericolosa: altri potrebbero usarla per rivendicare territori, come l’Iran. L’insistenza turca si fonda sull’obiettivo di impedire la nascita di un grande Kurdistan: mantenendo truppe a Bashiqa e Mosul, creerà una situazione simile al nord della Siria anche grazie all’eventuale sostegno sunnita e turkmeno.

Tanti attori, tante agende: un conflitto nel fronte anti-Isis è probabile?

La mappa che abbiamo disegnato lo spiega bene: ognuno di questi soggetti combatte nello stesso luogo ma con obiettivi opposti. Senza coordinamento sul futuro di Mosul e dell’Iraq è probabile che a breve si combattano tra loro. Manca un piano politico: si parla di riconciliazione ma emerge solo disgregazione. Il governo iracheno e l’Iran, dopo aver investito denaro, energie e sangue, intendono riprendere Mosul, evitare la divisione del paese e sradicare non solo l’Isis ma tutti i gruppi estremisti sunniti per ricreare un asse sciita solido. Turchia e Usa puntano all’opposto. E Erbil vuole salvaguardare la sua autonomia e magari tramutarla in indipendenza.

Mosul non è la fine del conflitto, ma l’inizio. Un inizio reso peggiore da eventuali abusi sui civili sunniti e dalla fuga dalla città di migliaia di miliziani islamisti. Dove andranno? Le speculazioni sono molte: rapporti credibili parlano di un probabile ritorno dei foreign fighters ai paesi di origine attraverso la Turchia, da cui sono anche entrati. Erdogan gli ha permesso di entrare ed è possibile che ora gli copra la fuga, con un’Europa che non sa costringere Ankara ad un accordo in merito.

Come si inserisce in tale contesto la questione energetica?

Russia e Turchia hanno firmato da poco un accordo sul Turkish Stream, con un’intera regione che va da Cipro a Israele fino al Qatar che compete per vendere risorse energetiche. Senza accesso al mercato europeo, alcuni attori potrebbero interferire per ritagliarsi il proprio pezzo di export. Senza dimenticare l’Iran che rende la competizione ancora più stringente. Il conflitto non riguarderà solo il gas ma anche il controllo del territorio all’interno del quale le condutture correranno, in direzione Europa.

Sullo sfondo sta la graduale e incessante disgregazione degli Stati-nazione. Guardate a Erbil: ha assunto il controllo di porzioni di territorio che non intende dare indietro. O ascoltate Erdogan: martedì ha di nuovo parlato del suo piano B, restare a tempo indeterminato in Iraq su “invito” del Kurdistan iracheno. Questo creerebbe una nuova realtà sul terreno e porterebbe all’ufficiosa ma forse definitiva divisione dell’Iraq. Un paese che non vedrà stabilità e pace per anni. Forse l’obiettivo statunitense: dopotutto Obama non ha fatto che proseguire la via tracciata da Bush.

21 ottobre 2016

vedi anche

Il piano turco per Mosul

http://www.uikionlus.com/il-piano-turco-per-mosul/

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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Ottobre 2016 09:08

Intervista. Pkk: "La questione curda chiave della questione mediorientale"

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Nena News parla con Riza Altun, comandante del Partito Kurdo dei Lavoratori a Qandil. Una discussione a tutto tondo, dal ruolo della Turchia e di Israele fino agli interessi delle super potenze

Combattenti kurdi del Pkk (Foto: Reuters/Azad Lashkari )

Combattenti kurdi del Pkk (Foto: Reuters/Azad Lashkari )

di Thomas Rei - tratto da http://nena-news.it

Qandil (Iraq), 19 ottobre 2016, Nena News – A nord est dell’Iraq, nel Kurdistan Bashur e al confine con l’Iran, imponenti montagne delimitano due Stati da secoli profondamente differenti tra loro. Su quelle alture l’esercito Kurdo guidato dal Pkk difende e combatte quel territorio. Cuore di quelle montagne la municipalità di Qandil, composta da sessantuno villaggi e settemila persone, la cui maggior parte vive di agricoltura e allevamento. Alcuni abitanti, a fatica però continuano a lavorare nelle città vicine.

La politica applicata è quella del Confederalismo Democratico sostenuta dal leader Abdullah Ocalan ed è forse anche per questo che dal governo regionale non arriva nessun aiuto. Nell’agosto del 2011 e del 2015, alcuni villaggi sono stati bombardati dall’esercito turco uccidendo nelle loro case, inermi cittadini. Bombardamenti che continuano contro le postazioni dei guerriglieri kurdi dislocate su quelle alture.

Al sicuro dallo specchio del cielo, incontriamo il comandante guerrigliero Riza Altun membro del Kck (Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan) per avere notizie di quanto sta avvenendo in Medio Oriente, ed in particolare della questione kurda.

Quale il ruolo della Turchia in questo conflitto?

Sino a quando non è scoppiato il conflitto, il governo turco di Erdogan, aveva una strategia sul Medio Oriente. Voleva creare un’unica cultura, come durante l’Impero Ottomano, attraverso la creazione di scontri tra i tanti gruppi religiosi presenti. Suoi alleati: Arabia Saudita, Qatar e i mercenari di Al Nustra e Daesh.Solo il nostro intervento e la nostra vittoria a Makhmur, Senjar e soprattutto a Kobane, è riuscita a fermare il loro obiettivo e ha costringere la Turchia e Daesh a lasciare la zona.

Le forze e la resistenza di Ypg e Pkk non ha solo rotto la forza di Daesh e impedito alla Turchia di utilizzare i mercenari per i suoi progetti politici ma li ha costretti a cambiare la loro politica e la loro strategia soprattutto nei confronti dell’occidente.

In particolare sul rapporto che ha tenuto sino ad oggi le forze estremiste islamiche presenti nel conflitto?

Non ha interrotto le alleanze con i gruppi estremisti ma non potendole più usare, è dovuto intervenire con il proprio esercito. Possiamo prendere ad esempio quello che è successo a Jarabolus e a Mimbich. Quando Ypg ha liberato Manbij sconfiggendo Daesh, la Turchia è stata costretta ad intervenire su Jarabolus per andare in loro soccorso e impedire l’unione dei tre cantoni kurdi.

Per fare questo, però aveva bisogno di un buon motivo e quello escogitato è stato di affermare che Daesh era pericoloso per la loro sicurezza e che era necessario liberare la zona e salvare le persone. In realtà a Jarabolus i turchi non hanno combattuto Daesh ma attaccato i kurdi per cacciarli da quella zona e proteggere così tutti gli uomini del “califfato”. Questo episodio mostra la vera strategia della Turchia che smette di utilizzare i salafiti e occupa, con la scusa di cacciarli, i paesi limitrofi con il suo esercito. Il suo obiettivo è intervenire per impedire che la Siria diventi uno Stato federale e acquisire così il diritto di partecipare alla decisione del nuovo regime da instaurare in quella terra. Per questo vuole proseguire verso Raqqa e Aleppo, per impedire il riconoscimento dello Stato kurdo e poter gestire questa parte importante del Medio Oriente.

Il tutto con l’assenso di Russia e Usa?

Sorprendente. Sappiamo solo che nessuno degli occidentali a parole lo voleva ma una notte, mentre erano a colloquio i ministri degli Esteri russo, iraniano e statunitense, per uno strano motivo, la Turchia è entrata a Jarabolus. Senza nessuna protesta, anche se questo è spiegabile. Erdogan, che era sull’orlo di essere messo ai margini, è, per così dire, ritornato sulla scena, giocando sul ricatto dei profughi siriani verso l’Europa e su un accordo tra Russia ed Usa sull’Ucraina. Il tutto sulla pelle dei kurdi. E’ come se all’improvviso, per l’Europa e per tutti gli altri paesi, la Turchia si fosse trasformato da paese che appoggia Daesh in paese democratico schierato contro il “califfato”.

Ma perché avrebbero acconsentito all’ingresso della Turchia?

Russia e Stati Uniti si sono accordati perché entrambi sperano di utilizzare la Turchia per i propri interessi in quell’area. L’America vuole utilizzare la Turchia per indebolire il regime siriano e rivendicare la sua supremazia in Medio Oriente, mentre la Russia, per indebolire il suo legame con gli USA. Credo però che gli ultimi avvenimenti abbiano fatto saltare anche quest’accordo e si presenti un nuovo scenario perché la Turchia si sta alleando con le forze contrarie al regime, la Russia si sta rafforzando e gli Stati Uniti sono di sostegno alla Turchia nella sua avanzata. Un gioco pericoloso per la Turchia perché, se proseguirà oltre Jarabolus, non potrà evitare uno scontro con la Russia e le forze fedeli ad Assad. Anche con le forze Usa c’è questo pericolo perché, come dichiarato da un portavoce dell’esercito, in questo momento non esiste nessun accordo con la Turchia né con la Russia sul territorio siriano. In questo momento si stanno evidenziando tutte le contraddizioni causate dal fallimento delle loro strategie e se l’America utilizzerà la Turchia come forza di distruzione e alleata della coalizione, la Russia sarà obbligata a difendersi e questo condurrà alla futura guerra tra gli Stati.

Un serio pericolo di guerra mondiale…

Per questo è molto pericoloso l’atteggiamento della Turchia, perché se fosse stato il vecchio Stato kemalista la sua politica sarebbe stata molto chiara e non si sarebbe mai spinta così avanti, ma la sua svolta islamista evidenzia il tentativo di creare un nuovo impero nel Medio Oriente. Uno Stato Islamico governato con la Sharia. Dicono che la Turchia combatte Daesh ma per esempio a Manbij abbiamo combattuto 100 giorni, con 150 compagni morti e oltre 1000 feriti ed erano presenti anche le forze armate della coalizione. Una battaglia difficile per liberare la città. Com’è possibile che con i turchi dopo settanta giorni di guerra siano morti solo due soldati e un solo blindato distrutto? Dov’è finita tutta la forza di Daesh scatenata contro di noi? Noi pensiamo che a Manbij, la Turchia sia arrivata per salvare Daesh dalla disfatta e che i suoi uomini siano passati con loro. Questo è pericoloso per tutti. Anche per voi europei perché significa un corridoio di terrorismo aperto dal Medio Oriente verso l’Europa.

In tutto questo, il governo centrale iracheno e quello federale kurdo di Barzani come reagiranno?

La Turchia ha creato un nuovo modo di pensare il Medio Oriente islamico ed è per questo che vuole partecipare all’attacco di Mosul. Perché così sarebbe in grado di poter decidere il destino di questa parte del Medio Oriente. Ma chi ha aiutando la Turchia per esempio ad arrivare sino nel Bashur? E’ il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) di Barzani, suo grande amico, come il Qatar e l’Arabia Saudita. Guarda casa, tutti Stati di religione islamica salafita.

Il Kdp combatterà al fianco della Turchia e se questi quattro Stati arriveranno a Mosul, nulla cambierà, perché Daesh è il residuo delle tribù sunnite legate a Saddam e i paesi da noi liberati da Daesh, da Sinjar al Rojava, torneranno sotto il dominio sunnita. Significa di nuovo una maggioranza sunnita e gli sciiti che non avranno più il loro posto in questo paese. I problemi in questo senso ci sono già stati, infatti, il governo centrale iracheno, di fronte al rifiuto della Turchia di uscire dal Kurdistan iracheno, ha presentato una denuncia internazionale contro la sua invasione nel Rojava in direzione di Al-Bab. Se riusciranno a conquistarla, sarà più facile per loro aprire un corridoio con Aleppo.

Quindi un finto corridoio di sicurezza, come annunciato da Erdogan?

Mi spiego meglio. Se la Turchia arriva a Mosul e poi prosegue per Telafer e poi per Sinjar, arriverà a controllare tre zone sciite. Dall’altro lato di Snjar poi c’è Raqqa e da l^ il corridoio che arriva sino a Jarabolus dove ci siamo noi. Quest’azione creerà non un dominio diretto della Turchia ma una nuova enclave sunnita composta dai residui di Saddam, Daesh, Turchia e Kdp.

In questo gioco l’Europa e la comunità internazionale sono in pratica assenti.

La domanda giusta è chi ha permesso alla Turchia di arrivare sino a qui? Come mai hanno di nuovo aiutato la Turchia che era in difficoltà visto il suo fallimento politico? Perché l’Europa sostiene un paese che li insulta, porta avanti la sua identità islamica come l’unico “giusto” e non rispetta i principi di democrazia su cui si fondano gli stati dell’Unione? Noi siamo sbalorditi da questa passività dell’Europa e del fatto che li hanno ingabbiati con il fermo e controllo dei due milioni di possibili immigrati diretti verso di loro. I vostri politici sbagliano perché quello che sta facendo la Turchia, rischia di produrre oltre venti milioni d’immigrati diretti verso l’Europa.

Le forze internazionali presenti sul territorio hanno l’obiettivo principale di contenere i kurdi ed impedire che si estendano sul territorio. Un buon risultato per la Turchia potrebbe essere impedire che si riuniscano tre dei quattro cantoni kurdi. Per i russi proteggere Assad e riconquistare potere in quel territorio e per l’America indebolire il regime siriano utilizzando anche i turchi magari tradendo i kurdi. Questa politica è molto pericolosa perché dopo cinque anni di guerra bisognava creare dei gruppi democratici per consentirgli di gestirsi autonomamente ma al contrario hanno deciso di creare una guerra molto più lunga.

E il ruolo dell’Iran?

Russia, Siria ed Iran hanno creato una compagine che sta aumentando il suo potere e questo crea innalzamento della tensione nei confronti della coalizione guidata degli Stati Uniti. Anche perché questi stanno usando la Turchia per provocarli. La verità è che la politica dei potenti non risolverà la questione della guerra, perché tutti cercano di aumentare la propria egemonia. Questo non sarà per loro facile, perché restano comunque i popoli schierati contro il tentativo di imporre la loro egemonia.

In Siria rimane ancora in campo l’Esercito Libero Siriano?

La verità non è sempre quella detta. In realtà non esiste un Esercito Libero Siriano perché ognuno addestra degli uomini, li chiama così e agisce per attuare la propria politica. Io conosco almeno 100 di gruppi che agiscono con quella sigla. La maggior parte creata reclutando e pagando i profughi provenienti dai numerosi campi allestiti in questa regione. Mercenari disposti a sostenere una fazione o l’altra a seconda di chi paga meglio. Una politica “educa e addestra” attuata soprattutto dalla Turchia che addestra sunniti e li fa entrare pagati, come Daesh, nel paese.
Oggi ci sono oltre 2000 persone che sono arruolate con la Turchia, ma sono ragazzi pagati che non sanno combattere. In realtà, non esiste un movimento! Infatti, molti scappano e si uniscono ad altri gruppi legati al Daesh. Non neghiamo però, che ci sono anche alcuni membri dell’Esercito Libero Siriano che dialogano con noi del Pyd.

Quindi una rivolta contro Assad, senza delle fondamenta richiesta di libertà?

All’inizio della rivolta, alcuni scappati dal regime siriano hanno provato a sviluppare un Esercito Libero Siriano ma in realtà non sono riusciti a diventare un gruppo organizzato perché sono stati subito infiltrati e controllati dalle forze internazionali. La maggior parte di loro erano membri del servizio segreto che erano lì solo per controllare lo sviluppo delle vicende. Avevano già contatti con le forze internazionali. Un gruppo per esempio lavora con il servizio segreto egiziano e un altro con quelli degli Emirati Arabi. Attraverso poi al versamento di enormi somme di denaro, hanno creato anche altri gruppi con il solo obiettivo di difendere il proprio interesse. Questo denaro, però, ha provocato scontri al loro interno ed ora in Siria, è rimasto solo un marchio usato da molti.

Ma in Europa nessuno ha negato l’appoggio all’Els

Esercito Libero Siriano è un nome che piace molto all’Europa perché se deciderà d’intervenire in questo conflitto, prenderà 1000 membri di questi, li pagherà 1000 dollari il mese, li utilizzerà a proprio favore senza muovere le proprie truppe o ufficializzare la propria presenza.
Altro problema è che in questo conflitto, basta far credere al mondo di voler combattere contro Daesh, per essere liberi di commettere qualsiasi schifezza. Come sta facendo la Turchia.

Rimane la questione della vendita del petrolio e di chi lo acquista da Daesh…

Anche se è molto difficile crederlo, Daesh nei territori che occupa, continua a vendere il petrolio anche alle forze che lo combattono. Russia, Iran e Turchia. A tutti! Compreso Israele che non è estraneo a quanto sta avvenendo. Se pensiamo al fatto che Al Nusra e Daesh sono due gruppi radicali islamici e vorrebbero morti tutti i non credenti, non è strano che, pur essendo presenti nelle colline del Golan al confine tra Siria ed Israele, non abbiano sparato neanche un colpo contro i suoi territori? Ma se per Israele i gruppi islamici erano così pericolosi, non dovevano essere i primi ad essere bombardati? Anzi, è risaputo che i loro feriti sono stati curati negli ospedali d’Israele e ancora oggi sono molto più numerosi di quelli curati in Turchia. Tempo fa però, Hezbollah ha compiuto delle operazioni proprio su quelle colline e sono stati immediatamente bombardati da Israele.

Qual è il vostro rapporto con Hezbollah libanese?

In passato abbiamo collaborato con loro ma poiché hanno deciso di schierarsi con il regime iraniano per noi diventa difficile continuare.

In questo contesto/scontro tra Stati Uniti e Russia rimane il problema del destino dello Stato kurdo che ancora una volta nessuno sembra prendere in considerazione.

Noi abbiamo detto chiaramente che il Medio Oriente è diventato così perché dopo la fine della prima guerra mondiale non è stata riconosciuta ai kurdi la loro sovranità. Se succederà ancora, il mondo peggiorerà ancora. Prima in Medio Oriente c’era il problema dei kurdi e ora nel mondo c’è il problema del Medio Oriente. Le due cose si sono incrociate. Se questo conflitto continua cosi, credo non terminerà a breve ma tra parecchi anni. Nena News

18 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Ottobre 2016 22:47

Berlino come Londra: ridotti gli aiuti sociali ai disoccupati Ue

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Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

A leggere la stampa mainstream l’unico paese europeo in cui si starebbero moltiplicando gli episodi di razzismo e dove il governo starebbe varando misure punitive contro i lavoratori e i cittadini provenienti dal resto del continente sarebbe la Gran Bretagna, in virtù ovviamente del voto sulla Brexit che avrebbe improvvisamente trasformato gli inglesi da tolleranti in razzisti. O, al massimo, l’Ungheria di Orban, anche in questo caso perché guidata da un partito "euroscettico".

Ma una notizia arrivata in questi giorni rovescia completamente un quadretto artefatto – euroscettici intolleranti e razzisti, euro-entusiasti tolleranti e integrazionisti – che è funzionale esclusivamente a sostenere il processo di integrazione europea e non ha alcuna aderenza con la realtà.
Il governo tedesco ha infatti adottato un progetto di legge che limita in maniera consistente l’accesso alle prestazioni sociali previste dal pacchetto "Hartz-IV" finora erogate ai cittadini stranieri, compresi quelli provenienti da altri paesi aderenti all’Unione Europea.

Berlino aveva elaborato questo progetto di legge ad aprile, sulle orme proprio di quanto stava facendo l’esecutivo britannico, allo scopo – si disse – di ridurre il cosiddetto ‘turismo sociale’, cioè la tendenza dei cittadini provenienti da paesi dell’est e del sud Europa a trasferirsi in Germania allo scopo di usufruire del consistente welfare offerto in maniera indiscriminata. In realtà, ad una lettura meno superficiale, la nuova legislazione restrittiva serve più che altro a creare una disparità di trattamento tra i cittadini tedeschi e gli altri, comunitari compresi, in modo da creare un mercato del lavoro stratificato sulla base dei diritti e delle garanzie che possa aumentare la capacità di ricatto da parte degli imprenditori e dello stato. Esattamente come avviene con i cittadini extracomunitari in tutto il continente.

Secondo il testo varato dalla maggioranza – democristiani e socialdemocratici – i cittadini europei che risiedono in Germania senza lavorare non avranno più diritto ad usufruire degli aiuti sociali prima di un soggiorno legale di cinque anni nel paese. In questo modo, al contrario di quanto accadeva finora, saranno costretti ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, accontentandosi di salari e trattamenti inferiori a quelli riservati ai cittadini tedeschi.

“La regola è chiara; chi vive qui, lavora e paga dei contributi ha anche il diritto alle prestazioni del nostro sistema sociale”, ha spiegato il ministro del Lavoro tedesco Andrea Nahles – esponente socialdemocratica ed ex sindacalista – dopo l’adozione del suo progetto di legge in Consiglio dei Ministri.

La nuova legge – che segue misure simili adottate negli ultimi due anni in altri paesi del centro e nord Europa – mira anche a contrastare l’ascesa dell’estrema destra adottando alcuni degli argomenti tipici della propaganda di “Alternativa per la Germania”, che nell’ultimo anno ha visto una netta ascesa dei propri consensi un po’ in tutto il paese.

La controriforma – che interesserà alcune decine di migliaia di lavoratori provenienti da Bulgaria, Romania, Grecia, Italia e Polonia – è stata ampiamente criticata dalle forze di sinistra ed ecologiste e dai sindacati, che considerano incostituzionale negare ai cittadini i mezzi minimi di sussistenza che garantiscano un’esistenza dignitosa. Ma il governo tedesco risponde che era stato il Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea ad aprire le porte, nel 2014, ad un indurimento delle norme concedendo alla Germania di escludere dalle prestazioni sociali quei disoccupati che “non cercano lavoro”. “Quelli che non hanno mai lavorato e dipendono dagli aiuti pubblici devono chiedere le prestazioni sociali nel loro paese d’origine” ha tuonato Andrea Nahles, ex esponente dell’ala sinistra della SPD, che sembra mirare a sottrarre non solo alla Cdu di Angela Merkel, ma alla stessa Alternativa per la Germania argomentazioni che finora sembravano appannaggio delle forze politiche di centrodestra e destra.

14 ottobre 2016

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