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INTERNAZIONALE

Austerity e stagnazione in Europa

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di Vladimiro Giacchè - tratto da http://ideecontroluce.it

In un suo recente contributo sulla stagnazione secolare nell’eurozona, Paul De Grauwe, dopo aver osservato che “dalla Crisi Globale del 2007/8 gran parte dei paesi sviluppati non sono stati in grado di tornare ai livelli di crescita pre-crisi”, ha rilevato però come “da nessuna parte nel mondo sviluppato l’ipotesi della ‘stagnazione secolare’ sia meglio confermata che nell’eurozona”. Lo stesso (ri)scopritore del concetto di “secular stagnation”, Laurence Summers, ha in effetti ricordato che nella zona dell’euro «il pil reale è circa del 15 per cento inferiore a quello stimato nel 2008», e anche il prodotto potenziale «è stato rivisto al ribasso di quasi il 10 per cento». Ma torniamo a De Grauwe: lo studioso belga osserva che, se già prima della crisi il pil reale dell’eurozona evidenziava dinamiche di crescita inferiori a quelle degli Stati Uniti e degli stessi paesi dell’Unione Europea che non fanno parte dell’area monetaria, dalla crisi del 2008 in poi questa divergenza si è accresciuta ulteriormente (v. grafico 1).

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Questo perché “il pil reale dell’eurozona è risultato stagnante, e ancora più basso nel 2014 di quanto lo fosse nel 2008”. De Grauwe si chiede quindi: “perché l’eurozona è un’isola di stagnazione nel mondo sviluppato?”. La sua risposta è che questo non invidiabile primato ha molto a che fare con il fatto che gli squilibri esterni tra i paesi dell’eurozona sono stati corretti “in modo asimmetrico”. Prima della crisi, i paesi periferici dell’eurozona (paesi del sud più Irlanda) avevano accumulato deficit delle partite correnti, mentre i paesi del nord dell’eurozona (Austria, Belgio, Finlandia, Germania e Olanda) avevano accumulato dei surplus. Questo ha reso il primo gruppo di paesi debitore, il secondo creditore. Quando la crisi ha determinato un blocco della liquidità, i paesi debitori hanno chiesto aiuto ai paesi creditori. E l’hanno ottenuto, ma solo al prezzo di gravosi programmi di austerity che hanno li hanno costretti a pesanti tagli di spesa e li hanno spinti in forte recessione. In questo contesto, “la Commissione Europea ha accettato di diventare l’agente delle nazioni creditrici dell’Eurozona – promuovendo politiche di austerity quale strumento per salvaguardare gli interessi di queste nazioni”.

L’economista belga giustamente osserva come sarebbe stato possibile un diverso approccio, che muovesse dall’ovvia circostanza che “le responsabilità per gli squilibri di bilancia delle partite correnti sono ripartite tra nazioni creditrici e nazioni debitrici”, e che in effetti “per ogni debitore irresponsabile deve esserci un creditore irresponsabile”. Invece si è scelto di non adottare questo approccio riguardo ai creditori e ai debitori dell’eurozona, ritenendo che “i primi abbiano seguito politiche virtuose, i secondi politiche sconsiderate”. In coerenza con questo assunto, “le nazioni debitrici sono state costrette a sopportare l’intero onere dell’aggiustamento”. E quindi, “in assenza della possibilità di svalutare la moneta”, le nazioni debitrici “sono state costrette a ridurre salari e prezzi rispetto ai paesi creditori (a effettuare una ‘svalutazione interna’) senza che tale riduzione fosse compensata da un incremento di salari e prezzi nei paesi creditori (‘rivalutazioni interne’). Questo è stato ottenuto attraverso significativi programmi di austerità nel sud effettuati senza la compensazione di manovre espansive al nord”.

Nel secondo grafico proposto da De Grauwe si può osservare come il costo relativo del lavoro per unità di prodotto in Irlanda, Spagna, Grecia – e misura minore in Portogallo e Italia – abbia conosciuto un brusco calo dal 2008/2009 (grafico 2).

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Paul de Grauwe osserva che “queste svalutazioni interne hanno avuto un costo elevato in termini di perdita di prodotto e di occupazione nei paesi debitori soprattutto perché gli effetti di tali svalutazioni interne in termini di riduzione della spesa sono stati maggiori degli effetti in termini riorientamento della spesa (competitività)”.

Inoltre, non vi è stato un simmetrico aggiustamento (cioè una rivalutazione) da parte dei paesi creditori: in questi ultimi, infatti, il costo del lavoro relativo per unità di prodotto ha conosciuto variazioni ben poco significative, come si può vedere dal grafico 3.

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Ad avviso di De Grauwe la stagnazione nell’eurozona è precisamente l’effetto di questo “aggiustamento asimmetrico”. Il fatto che il peso del riaggiustamento sia stato caricato unicamente sulle spalle dei paesi debitori “ha creato una tendenza deflazionistica che spiega come mai l’eurozona sia stata ricacciata in una doppia recessione nel 2012-2013, e come mai il pil reale sia stato stagnante dal 2008, a differenza di quanto avvenuto nei paesi UE che non fanno parte dell’eurozona e negli Stati Uniti”.

Altri effetti di questo processo sono rappresentati secondo De Grauwe dal passaggio dell’intera eurozona “dal deficit delle partite correnti in essere nel 2008 a un surplus pari a circa il 3% del pil nel 2014” e da “un brusco calo dell’inflazione, che a fine 2014 è divenuta negativa per l’eurozona nel suo complesso” (grafico 4).

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Detto per inciso, quest’ultimo grafico testimonia anche la clamorosa inosservanza dei propri obblighi statutari da parte della BCE: infatti passano ben due anni di inflazione al di sotto del target del 2% prima che la BCE intervenga, in modo certamente tardivo e meno efficace di un’azione tempestiva per il contrasto della deflazione.

Ma a De Grauwe interessa un’altra implicazione di quanto avvenuto: “tutti i fenomeni associati all’ipotesi della stagnazione secolare sono presenti nell’eurozona in forme significativamente più accentuate di quanto avvenga negli Stati Uniti e negli altri paesi dell’Unione Europea”. E oggi “l’eurozona sembra essere bloccata in un equilibrio di bassa crescita e alta disoccupazione”.

Infine, De Grauwe traccia un interessante parallelo storico: “Nel corso degli anni Trenta diversi stati europei decisero di ancorarsi all’oro e di mantenere fissi i loro tassi di cambio. Questo costrinse tali paesi ad adottare politiche di domanda deflazionistiche al fine di riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti. Di conseguenza mancarono la ripresa e le loro performance economiche risultarono significativamente peggiori rispetto ai paesi che si erano sganciati dall’oro e avevano svalutato la propria moneta… In eurozona dalla Grande Recessione in poi è accaduto qualcosa di molto simile”.

“Secular stagnation”: un problema non solo europeo

L’analisi di De Grauwe è senz’altro condivisibile: il nesso tra la particolare gravità della situazione economica dell’eurozona e le politiche di austerity è innegabile. Per quanto riguarda specificamente l’Italia, chi scrive aveva osservato già all’atto della prima manovra varata dal governo Monti quanto segue: “il risultato sarà un drammatico calo della domanda e dei consumi. Con il risultato di una compressione, anche molto prolungata, del prodotto interno lordo… È appena il caso di ripetere che il calo del prodotto interno lordo del nostro Paese peggiorerà il rapporto debito/pil e quindi farà fare all’Italia un altro passo nel tunnel greco”. Quest’ultimo aspetto non è presente nelle pagine sopra citate di De Grauwe, la cui attenzione si appunta in particolare sulla conseguenze deflattive dell’aggiustamento asimmetrico dei salari, ma era tra i motivi che avevano indotto analisti finanziari di tutto il mondo, già nell’estate 2011, a contestare le politiche di austerity che si venivano decidendo a livello europeo, e che avrebbero trovato una condensazione nel fiscal compact. La circostanza fu ironicamente rilevata da una giornalista del “Financial Times”, che il 22 agosto 2011 osservò nell’edizione online del quotidiano: “è interessante notare che mentre la politica si fa sempre più cauta e – diciamolo – reazionaria, alcuni tra i personaggi più influenti del mondo economico e finanziario se ne escono con proposte che li fanno sembrare dei comunisti rispetto alla maggior parte degli uomini di governo”.

Da allora, come noto, abbiamo assistito a rettifiche a ripetizione delle previsioni effettuate da parte delle più importanti istituzioni finanziarie internazionali. Rettifiche delle previsioni della crescita conseguente alle politiche di austerity (sovrastimata) e degli effetti negativi del moltiplicatore fiscale (sottostimati), che sono sfociate in qualche caso (a proposito della Grecia) in un vero e proprio mea culpa, ad esempio, da parte del Fondo Monetario Internazionale. Rettifiche e autocritiche purtroppo tardive.

Dal punto di vista della crescita globale dell’Eurozona (mediamente inferiore a quella delle altre aree economiche) il fallimento delle politiche di austerity è indiscutibile. È un fallimento che fa apparire a posteriori come degli ottimisti visionari anche analisti molto prudenti. È il caso di Jim O’Neill, il quale recentemente ha affermato: “Solo l’eurozona ha deluso malamente negli ultimi anni. Quando feci le mie previsioni nel 2010 partii dall’idea che i problemi demografici e la bassa produttività di questa regione le avrebbe impedito di crescere a un ritmo superiore all’1,5% all’anno. Invece è riuscita a crescere soltanto di uno stentato 0,3%”. Quanto all’Italia, come sappiamo, la situazione è peggiore, e di gran lunga.

Ma dobbiamo allargare lo sguardo. Ci aiuta proprio il concetto di “secular stagnation”, o meglio ciò che questo concetto implica.

In primo luogo una situazione globale – almeno per quanto riguarda i paesi a capitalismo maturo – che Summers ha descritto facendo presente che, per quanti sforzi le autorità monetarie abbiano fatto negli Stati Uniti e altrove, portando i tassi d’interesse a zero e adottando misure «non convenzionali» di politica monetaria (quali l’acquisto di titoli di Stato e di altri assets finanziari da parte delle banche centrali), il risultato in termini di crescita è stato deludente: in particolare, «la crescita economica media negli Stati Uniti è stata appena del 2 per cento negli ultimi 5 anni, a dispetto del fatto di partire da una situazione estremamente depressa» a causa della crisi.

Quanto al futuro? Le cose non dovrebbero cambiare di molto. Secondo Paul Krugman l’ipotesi della “secular stagnation” prevede che «periodi come gli ultimi 5 anni e oltre, in cui anche una politica di tassi d’interesse a zero non è in grado di ricreare una situazione di piena occupazione, sono destinati ad essere molto più frequenti in futuro». Anche ad avviso di Summers «se negli anni a venire si vorrà mantenere la piena occupazione, i tassi d’interesse reali nel mondo industrializzato dovranno probabilmente essere mantenuti più bassi di quanto lo siano stati storicamente», e – conseguenza importante – tutto questo «può avere implicazioni importanti per la stabilità finanziaria».

Qual è il motivo di questa sorta di maledizione, che ci accompagna da quando è scoppiata la crisi? Secondo Summers, il fatto che già prima della crisi il modello di crescita era insostenibile, in quanto basato sulla finanza e sul debito: «purtroppo, è chiaro che la difficoltà emersa negli ultimi anni quanto al raggiungimento di una crescita adeguata era già presente da molto tempo, ma era stata occultata da una finanziarizzazione insostenibile». Questo riguarda tanto gli Stati Uniti che l’Europa. Quanto ai primi, Summers osserva che «è da circa 20 anni che negli Stati Uniti l’economia non cresce più a un ritmo sano e sostenuta da una finanza sostenibile» (si tratta di un’osservazione tanto più significativa in quanto lo stesso Summers, nella funzione di segretario al Tesoro del governo Clinton, contribuì attivamente alla deregulation del settore finanziario statunitense). Ma le cose non stanno in modo molto diverso per quanto riguarda l’Europa: anche in questo caso «retrospettivamente è chiaro che molta della forza che avevano le economie della periferia prima del 2010 era basata sulla disponibilità di credito eccessivamente a buon prezzo, e che gran parte della forza delle economie del nord Europa derivava da esportazioni [verso i paesi periferici, NdR] finanziate in modo alla lunga insostenibile».

L’analisi di Summers si ricollega così idealmente a quella di De Grauwe, ma formulando una sintesi più generale: la crescita pre-crisi, negli Stati Uniti come in Europa, è stata pagata con gli squilibri finanziari che hanno poi fatto da detonatore alla crisi.

La crisi: fine di un modello di sviluppo basato sulla finanza e sul debito

Come noto, l’innesco della crisi nel 2007 è rappresentato dal collasso del modello di consumo degli Stati Uniti, basato sull’indebitamento privato, che consentiva di mantenere consumi elevati nonostante stipendi in calo ormai da decenni. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg. In verità la crisi che ha chiuso lo scorso decennio ha rappresentato, più in generale, il punto di approdo di oltre un trentennio di crescita asfittica, di stentata valorizzazione del capitale, a cui si è risposto con la finanziarizzazione su larga scala. Per almeno tre decenni, la risposta al pericolo della stagnazione economica è stata rappresentata dalla crescita del debito e della finanza.

Una crescita il cui ritmo impressionante è ben sintetizzato da poche cifre pubblicate anni fa dalla società di consulenza McKinsey. Queste: “Nel 1980, il valore complessivo delle attività finanziarie a livello mondiale era grosso modo equivalente al PIL mondiale; a fine 2007, il grado di intensità finanziaria a livello mondiale (world financial depth), ossia la proporzione di queste attività rispetto al prodotto interno lordo, era del 356%”.

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È importante osservare il nesso tra questa esplosione della finanza e del debito e l’andamento del saggio di profitto.

La più completa ricerca in materia dimostra una tendenza generale al calo del saggio di profitto negli ultimi decenni e il suo convergere su livelli simili nei principali Paesi dell’Occidente industrializzato, sia pure con andamenti tra loro non uniformi. Particolarmente eloquenti i dati riguardanti Germania, Francia e Italia, che evidenziano un dimezzamento del saggio di profitto tra i primi anni Sessanta e i primi anni del nuovo millennio. Dopo la crisi, a una moderata ripresa in Germania hanno fatto riscontro dati molto deludenti in Francia e soprattutto in Italia. Il Giappone, che muoveva da livelli relativamente più elevati del saggio di profitto, evidenzia una diminuzione ancora maggiore dal 1970 a oggi.

Stati Uniti e Gran Bretagna, che muovevano invece da livelli più bassi, sembrano evidenziare una relativa ripresa dagli anni Ottanta al 2007. Però, a dispetto di una diffusa convinzione, negli ultimi decenni neppure gli Stati Uniti hanno conosciuto un boom dei profitti. Tutt’altro. Se si considerano i profitti medi delle imprese americane prima delle tasse dopo il 1940, si osserva una costante diminuzione: dal 1941 al 1956 il saggio di profitto era del 28 per cento, dal 1957 al 1980 è stato del 20 per cento, per scendere ancora al 14 per cento nel periodo 1981-2004, sia pure con un andamento che alterna anni di crescita ad anni di calo.

Si tratta di dati che fanno giustizia di tanti frettolosi giudizi circa le presunte “smentite definitive della storia” alle teorie di Marx. Ma non è questo che interessa in questa sede. Quei dati vanno ricordati soprattutto per un altro motivo: perché la finanziarizzazione va inserita in questo contesto. La finanziarizzazione ha avuto una triplice, importantissima funzione: mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi da lavoro sui consumi, puntellare i settori industriali afflitti da un eccesso di capacità produttiva e fornire alternative più redditizie rispetto agli investimenti nel settore manifatturiero.

In questo modo, dagli anni Ottanta in poi, essa ha effettivamente rallentato la tendenza alla caduta del saggio di profitto, in parallelo alla crescita della quota dei profitti legati alla finanza entro i profitti totali. Negli Stati Uniti, in cui nei primi anni Ottanta il settore finanziario vantava il 10% dei profitti totali, la proporzione cresce sino al 40% del 2007. Nel Regno Unito tale proporzione raggiunge nel 2008 addirittura l’80%. E vale la pena di notare che proprio nel Regno Unito tra il 1987 e il 2008 l’acquisto di asset finanziari da parte di imprese non finanziarie è stato del 20% più elevato rispetto all’acquisto di attivi fissi (macchinari ecc.).

Con la crisi del 2007/2008 si rompe precisamente questo modello di sviluppo. Ed emergono sovrapproduzione e sovraccapacità produttiva di proporzioni imponenti, per di più accresciute ulteriormente dalla semiparalisi finanziaria che si verifica a livello mondiale tra fine 2008 e inizio 2009, e poi dalla restrizione creditizia che come di consueto accompagna la crisi.

Dopo la crisi: business as usual?

La risposta politica alla crisi si compone di due principali elementi: una socializzazione delle perdite di dimensioni inedite e politiche monetarie ultraespansive.

In primo luogo, al fine di impedire il collasso del sistema finanziario internazionale, viene effettuato un massiccio trasferimento di debito privato a carico della collettività. È degno di nota in proposito che, a dispetto di una diffusa convinzione, la socializzazione delle perdite bancarie avvenuta all’interno dell’Unione Europea sia stata superiore a quella che ha avuto luogo negli Stati Uniti. Il grafico 6 mostra l’entità dei capitali pubblici effettivamente spesi o impegnati in Europa per salvare le banche nei diversi paesi. Sono numeri che non richiedono particolari parole di commento, se non per rilevare la circostanza che il sistema bancario oggi giudicato più fragile in Europa – quello italiano – sia anche quello che ha ricevuto meno aiuti di Stato dal 2008 in poi.

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La seconda componente della risposta alla crisi consiste in politiche monetarie ultraespansive, convenzionali (abbassamento dei tassi) e non (acquisti massicci di asset finanziari da parte delle banche centrali).

Alla base di queste due componenti della risposta alla crisi vi è la convinzione (comune alle autorità europee e statunitensi, e a quanto sembra anche ai teorici della “secular stagnation”) che sia possibile tornare al business as usual: ossia che il modello di sviluppo basato sulla finanza e sul debito possa essere aggiustato e, una volta rimesso in moto, possa tornare a funzionare come prima.

Diversi dati di fatto, però, inducono a pensare che le cose non stiano in questo modo.

In primo luogo, dagli anni della crisi ad oggi non vi è stato alcun deleveraging, alcuna riduzione del debito su scala mondiale. È successo il contrario: secondo un recente studio di McKinsey, dal 2007 al 2014 il debito a livello mondiale è cresciuto di 57 trilioni di dollari, a un ritmo superiore alla crescita del pil mondiale, portando perciò il rapporto debito/pil dal 269% al 286% (vedi grafico 7). E questo nonostante la ingente distruzione di capitale operata dalla Grande Recessione.

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Unico dato positivo è l’aumento della solidità patrimoniale nel settore finanziario (peraltro non in Italia). In compenso, nessuna delle economie maggiori (e solo 5 economie emergenti) hanno ridotto il rapporto debito/pil nell’”economia reale” (famiglie, imprese non finanziarie, governi). 14 di esse hanno visto crescere il rapporto debito/pil complessivo di oltre il 50% (e tra questi paesi c’è l’Italia).

Il solo debito pubblico nelle economie avanzate è cresciuto di 19 trilioni di dollari tra il 2007 e il secondo trimestre del 2014. Ovviamente, il dato relativo all’aumento del debito pubblico è anche l’altra faccia della medaglia del miglioramento della patrimonializzazione delle banche. Più in generale, è evidente la funzione di ammortizzatore del debito privato assunta dal debito pubblico dalla crisi in poi (grafico 8).

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In ogni caso, quale che sia la composizione del debito globale, è abbastanza chiaro che la sua dinamica di crescita su scala mondiale rappresenta un trend insostenibile.

Il secondo aspetto che fa dubitare della possibilità di tornare al mondo di prima della crisi riguarda le politiche monetarie espansive. Esse, come abbiamo visto, sono state di limitata efficacia dal punto di vista della crescita e sono potenzialmente destabilizzanti dal punto di vista finanziario. Ma c’è di più: esse non sono neutrali né in termini sociali (all’interno dei paesi interessati), né sul piano internazionale. In altri termini: queste politiche hanno vinti e vincitori, o – per dirlo in termini più brutali – chi ne beneficia e chi le paga, anche se il gioco non è necessariamente a somma zero (in quanto benefici e danni non sono matematicamente equivalenti).

Un’altra ricerca di McKinsey ha provato a effettuare una stima dell’impatto (positivo e negativo) di queste misure: i risultati, riferiti al ribasso dei tassi d’interesse sino al 2012 (e quindi fortemente sottostimati rispetto alla situazione attuale), sono sintetizzati nel grafico 9.

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Se prendiamo gli Stati Uniti, tra i vincitori abbiamo il governo americano, che dal 2007 al 2012 ha guadagnato 900 miliardi di dollari, soprattutto in termini di minori interessi pagati sui titoli di Stato (si tratta di una cifra pari ai soldi spesi dal governo Usa nel peggiore anno di crisi per salvare banche, società assicurative e imprese manifatturiere); e poi le grandi imprese non finanziarie, alle quali i minori interessi hanno consentito di pagare di meno i debiti che avevano e di emettere nuovo debito a condizioni più favorevoli, con un guadagno di 310 miliardi di dollari (cifra pari 20 per cento dei loro maggiori profitti dal 2007 in poi), poi le banche con 150 miliardi di dollari, perlopiù ottenuti a spese dei depositanti (che hanno visto crollare il tasso di interesse riconosciuto ai loro depositi). E ovviamente gli investitori di borsa. Quanto a questi ultimi, riferendosi al quantitative easing (ossia all’acquisto di assets finanziari tra cui titoli di Stato da parte della Fed), Richard Fisher, presidente della Federal Reserve di Dallas, si è espresso in termini piuttosto brutali: “non credo vi sia alcun dubbio che il quantitative easing abbia giovato ai ricchi. È stato un regalo di grandi proporzioni… La cosa era voluta, nel senso che speravamo di creare l’effetto ricchezza… Ovviamente spero che si possa giungere ad affermare legittimamente che l’effetto ricchezza è risultato in ultima analisi meglio distribuito. Ne dubito”. Fisher ha ragione a essere scettico sul punto: la crisi prima, le misure anticrisi dopo, hanno infatti allargato la forbice della disuguaglianza all’interno della popolazione americana. Il motivo è stato sintetizzato in poche parole da due economisti di Morgan Stanley, Charles Goodhart e Philipp Erfurt, in un recente contributo: “la Crisi Globale ha colpito soprattutto i poveri, in particolare coloro cui è stata pignorata la casa, mentre della politica di compensazione effettuata per mezzo dell’espansione monetaria hanno beneficiato in primo luogo i ricchi”.

Tra i perdenti,negli Stati Uniti abbiamo le compagnie assicurative, che hanno perduto 270 miliardi di dollari, soprattutto perché gli investimenti in titoli di Stato Usa sono risultati negativi in termini reali (gli interessi pagati dal governo americano sono cioè risultati inferiori all’inflazione). Ancora più generoso il contributo delle famiglie americane che avevano titoli di Stato statunitensi in portafoglio, che per lo stesso motivo hanno perso 360 miliardi di dollari.

Infine, il pagatore involontariamente più generoso: il resto del mondo, che ha perso 480 miliardi di dollari. La ricerca di McKinsey si limita ad accennare a questo pagatore, ma è quello che dovrebbe interessarci di più. Il cinese Pingfan Hong, Responsabile dell’ufficio monitoraggio economico globale presso le Nazioni Unite, ha sostenuto che le economie avanzate con le loro politiche monetarie espansive hanno accumulato “una quantità notevole di signoraggio internazionale… proveniente dai paesi in via di sviluppo”.

Questo in quanto, espandendo la loro base monetaria, i paesi le cui monete sono valute internazionali di riserva scaricano il costo della loro politica monetaria espansiva sui paesi emergenti, che sono costretti ad adoperare quelle valute per gli scambi internazionali. Inoltre, rendendo negativi in termini reali i tassi d’interesse sui propri titoli di Stato, il costo dell’operazione viene scaricato su chi li ha comprati. Come è noto, la Cina è il paese che ha più titoli di Stato americani in portafoglio (per un valore di 1,3 trilioni di dollari), ma in verità ogni altro paese del mondo ha titoli di Stato americani in portafoglio.

Le cifre complessive riportate da Pingfan Hong – che però comprendono non soltanto il ribasso dei tassi d’interesse statunitensi ma anche il QE, negli Usa come nell’Ue e in Giappone – sono molto più elevate di quelle stimate da McKinsey: a suo giudizio infatti qualcosa come 3.700 miliardi di dollari di valore sarebbero stati trasferiti in questo modo dai paesi in via di sviluppo ai paesi più ricchi del pianeta.

Infine, le politiche di bassi tassi d’interesse e di QE condotte dalla Fed e dalle altre principali banche centrali del mondo esportano instabilità finanziaria nei paesi emergenti, sotto forma di flussi di capitale che si riversano in quei Paesi in concomitanza con le politiche monetarie espansive dei paesi avanzati per uscirne, in maniera altrettanto rapida, a ogni accenno di restrizione delle politiche monetarie: ad esempio, a metà 2013 vi è stato un notevole deflusso di capitali dai Paesi emergenti quando la Fed ha accennato alla possibilità di interrompere le politiche di QE.

Le implicazioni di tutto questo sono molto importanti: le politiche monetarie ultra-espansive, danneggiando i paesi emergenti, rappresentano infatti per essi – e in particolare per la Cina – un incentivo al superamento dell’attuale sistema monetario internazionale. Non è un caso che negli ultimi anni si siano moltiplicati gli accordi bilaterali stipulati dal governo cinese con altri Stati per regolare le transazioni commerciali in yuan: da ognuno di questi accordi viene un poco eroso il ruolo di valuta internazionale di riserva del dollaro (e dell’euro). Già solo per questo motivo è impensabile che le politiche monetarie espansive siano destinate a durare all’infinito.

Politiche di austerity e distruzione mirata di capitali

Se la ripresa della crescita e della profittabilità non è soddisfacente (e soprattutto in Europa come abbiamo visto non lo è), se le politiche di espansione monetaria non sono sufficienti a rilanciare l’economia (e questo soprattutto in Europa sinora non è accaduto), se, più in generale, non sembra ipotizzabile il puro e semplice ripristino del modello di “crescita a debito” pre-crisi – se tutto questo è vero, allora dovrebbe essere attivo e operante il meccanismo tradizionale attraverso il quale le crisi rilanciano i profitti: ossia la distruzione di quel capitale in eccesso che impedisce al capitale di valorizzarsi adeguatamente.

E questo è precisamente ciò che si sta verificando in Europa. In una configurazione specifica: nella forma di una distruzione di capacità produttiva localizzata in alcuni paesi e non in altri.

Per capire di cosa stiamo parlando è sufficiente fare riferimento a un grafico relativo alla produzione metalmeccanica nell’Unione Europea pubblicato sul Sole 24 Ore del 5 febbraio scorso (grafico 10). Da esso emerge come nel 2014 la produzione metalmeccanica rispetto al periodo pre-crisi risulti ridotta appena dello 0,7% in Germania e dell’1,6% nel Regno Unito (che come noto non fa parte dell’eurozona), ma sia crollata addirittura del 21,4% in Francia, del 32,6% in Italia e del 36,6% in Spagna.

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In una recente analisi focalizzata sul potenziale manifatturiero, Sergio De Nardis di Nomisma ha confermato questo quadro.

Ecco gli elementi salienti della sua analisi: per quanto riguarda l’Italia “stimiamo che la produzione potenziale manifatturiera – ovvero quella ottenibile quando la capacità produttiva è pienamente utilizzata – si sia contratta del 18% tra il 2007 e il 2014. I tre quarti di tale caduta (-13%) si sono realizzati nel corso della seconda e più lunga recessione. L’Italia non è sola nel ridimensionamento della base industriale: in Spagna la flessione è stata del 24% (-14% tra il 2010 e il 2014), in Grecia del 20% (-12%), in Portogallo del 6,5% (-2,5%), in Francia dell’11% (-6%). Questi paesi (con la parziale eccezione della Francia) condividono con l’Italia il fatto di avere sperimentato dal 2007 due recessioni, un forte calo della domanda interna, uno sforzo più o meno intenso di recupero competitivo nei confronti della Germania e degli altri paesi core. In quest’ultime economie gli andamenti sono stati opposti. Il potenziale manifatturiero è cresciuto in Germania di quasi l’8% nel corso della crisi, con i tre quinti dell’incremento verificatisi tra il 2010 e il 2014 (+5%)”.

Ancora: prima della crisi, la divaricazione tra i paesi del Nord e i paesi mediterranei (inclusa la Francia) dell’eurozona “era principalmente alimentata dall’andamento crescente del potenziale pro-capite dei paesi euro del nord, mentre l’area mediterranea sperimentava una sostanziale stabilità rispetto ai valori di inizio decennio. Dopo il 2007 il divario si amplia perché i paesi mediterranei prendono a calare in modo significativo, a fronte di un trend sempre crescente di quelli del nord”.

Impressionante in particolare il confronto Germania-Italia: “il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera per abitante superiore all’economia tedesca. Secondo questa misura, dunque, l’Italia era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Tale vantaggio si è annullato a metà dello scorso decennio, per la sostanziale stabilità del potenziale italiano e l’aumento di quello tedesco. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è divenuto negativo, allargandosi sempre di più nel corso degli anni, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana. La capacità manifatturiera per abitante dell’Italia è nel 2014 1,5 volte più piccola rispetto alla Germania” (vedi grafico 11).

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De Nardis nel suo contributo si sofferma anche sulla diminuzione del numero dei produttori manifatturieri, calati di qualcosa come 10.600 unità (-2,4%) all’anno tra il 2008 e il 2012 (per il 2013 non esistono ancora informazioni, ma è certo che l’emorragia sia continuata).

Di questo dato, precisa De Nardis, si può dare una duplice lettura. La prima ha carattere positivo: “la manifattura italiana ha subito una riduzione di potenziale ‘grazie’ all’eliminazione dell’eccesso di capacità di produzione, realizzata riducendo i produttori e contraendo il capitale in eccesso nelle imprese rimaste operative. Una manifattura, quindi, ripulita e resa più efficiente che sarebbe pronta a cavalcare la fase di ripresa non appena questa si verificasse. La seconda lettura, pur non escludendo questo effetto di selezione insito in ogni recessione, è meno positiva: la riduzione di potenziale, guidata dalla straordinaria contrazione del mercato interno e dalla rarefazione del credito, è stata molto forte ed è andata oltre il processo di pulizia dei segmenti inefficienti, finendo col coinvolgere un numero eccessivo di produttori e col colpire la capacità di produzione anche delle imprese in grado di rimanere operative. In questa visione la ripresa trova un’industria eccessivamente ridimensionata”.

Ma ovviamente, si può chiosare, ciò che è “eccessivo” dal nostro punto di vista, è “razionale” nel contesto più generale di una ristrutturazione del comparto manifatturiero dell’eurozona che conduca alla soppressione della capacità produttiva complessivamente (cioè a livello continentale) in eccesso evidenziata dalla crisi.

In questo senso le politiche di austerity, il riaggiustamento unilaterale dell’Eurozona che hanno condotto a una “straordinaria contrazione del mercato interno” dei paesi interessati non possono essere considerate come un fallimento. E questo è senz’altro anche il punto di vista dei produttori europei dei paesi del Nord che hanno eliminato concorrenti che operavano nei paesi mediterranei.

Che questo processo sia stato voluto o meno è un problema di secondaria importanza. L’essenziale è intenderne l’oggettività. Il risultato effettivo del processo è questo: la distruzione capitalisticamente necessaria di sovracapacità produttiva è stata localizzata regionalmente all’interno dell’eurozona, modificando in profondità (e in modo irreversibile?) la mappa della produzione manifatturiera in Europa (grafico 12).

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I 3 modi, i 2 vincoli e l’unica soluzione

I rischi che il nostro sistema economico corre sono facili a intendersi. I modi per accrescere la competitività, in fondo, non sono molti: sono essenzialmente tre. Svalutazione della moneta, svalutazione dei salari (la cosiddetta svalutazione interna) e miglioramento della produttività del lavoro per mezzo di investimenti.

La moneta unica ha introdotto un vincolo che impedisce di adoperare il primo modo, la crisi ha inibito gli investimenti privati e – attenzione – le politiche di austerity hanno introdotto un ulteriore vincolo che impedisce che siano effettuati investimenti pubblici (non per caso anche nell’ultima “legge di stabilità” le spese pubbliche per investimenti sono state ridotte), e quindi anche il terzo modo è precluso. Il risultato è che per competere non resta che il secondo modo: la svalutazione dei salari, ossia la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto.

Ma la riduzione dei salari, che può interessare il salario diretto (la busta paga), indiretto (le spese sociali) o differito (le pensioni), e che può essere anche l’effetto del semplice aumento delle tasse (nel qual caso non vi è neppure alcun effetto positivo sulla competitività), porta con sé altre due conseguenze.

La prima è “la distruzione della domanda interna” (per citare un’intervista di Mario Monti alla Cnn rimasta giustamente famosa): ottima per riequilibrare la bilancia commerciale tramite riduzione delle importazioni, ma distruttiva per tutte quelle imprese che producono soltanto per il mercato interno (o che comunque realizzano in Italia la maggior parte del proprio fatturato).

La seconda è l’innesco di una tendenza deflattiva (tanto più grave quanto più la svalutazione interna necessaria è maggiore a motivo del rifiuto, da parte dei paesi in avanzo commerciale, di rivalutare i propri salari): è il processo rilevato da De Grauwe nell’articolo da cui siamo partiti. Un processo che, siccome la deflazione fa crescere il valore reale del debito, per l’Italia comporta il rischio concreto dell’insostenibilità di un debito pubblico che ha già superato il 132% del pil.

Scenari possibili

Se prolunghiamo il trend che abbiamo visto in opera in questi ultimi anni, lo scenario praticamente obbligato per la nostra economia è quello di una deindustrializzazione irrecuperabile, o la sua trasformazione in una “economia di filiali” (Filialökonomie), con conseguente scivolamento verso il basso nella divisione internazionale del lavoro.

In Europa esiste un precedente piuttosto recente: quanto accadde ai territori della ex-Repubblica Democratica Tedesca a seguito dell’unificazione della Germania. Circa la possibilità di un’estensione continentale di questo modello va però osservato che in quel caso la trasformazione morfologica del panorama industriale del paese (sostanziale deindustrializzazione, distruzione della grande industria, acquisizione delle parti maggiormente fungibili dei Kombinate dell’Est e loro utilizzo quali filiali/succursali di imprese dell’Ovest) ha comportato la necessità di ingenti trasferimenti dall’Ovest – tuttora in corso – per finanziare consumi e investimenti. E, anche al di là del fatto che a distanza di un quarto di secolo questi trasferimenti non sono stati in grado di colmare il gap di reddito pro capite e produttività del lavoro tra le due parti della Germania, poche cose sono chiare come l’indisponibilità del governo tedesco a replicare questa seconda parte del “modello-Rdt” nel caso dell’Europa.

Esistono scenari alternativi a questo sbocco? A questo riguardo le ipotesi possibili sono tre:

1) un recupero della nostra economia trainato dal commercio estero extra-Ue. Sono in molti oggi a sperare che l’effetto combinato del calo del prezzo dei prodotti petroliferi, della svalutazione dell’euro rispetto al dollaro e delle politiche antideflazioniste della Bce possano fare questo miracolo. È lecito dubitarne, e per diversi motivi. Il primo è che quei tre elementi positivi del quadro attuale sono contingenti. In particolare, è possibile una ripresa almeno a medio termine del prezzo dei prodotti petroliferi, e una ripresa di valore dell’euro è addirittura probabile: è difficile infatti che il resto del mondo tolleri una svalutazione nel lungo periodo dell’euro, che – è bene non dimenticarlo – è la moneta adottata da paesi che nel loro insieme vantano già un significativo surplus commerciale nei confronti del resto del mondo. Il secondo è che anche quegli elementi positivi hanno effetti collaterali non piacevoli: il calo del prezzo dei prodotti petroliferi, ad esempio, porta con sé un calo dell’export nei confronti dei paesi produttori di petrolio. Il terzo è che in particolare le politiche della Bce sono senz’altro tardive, e comunque di efficacia limitata.

2) La fine del vincolo fiscale, ossia delle politiche di austerity. Neanche questa soluzione sembra di per sé sufficiente a risolvere i problemi. Al contrario, se essa avviene in assenza di reflazione in Germania, l’effetto sarà un miglioramento di breve periodo della domanda interna, ma al prezzo di tornare ad alimentare squilibri della bilancia commerciale (perché il maggiore denaro disponibile sarà speso per comprare prodotti più competitivi importati dall’estero). La stessa proposta di De Grauwe di effettuare investimenti infrastrutturali in Germania (una sorta di surrogato della reflazione salariale che la Germania in questi anni non ha voluto fare) viene incontro solo apparentemente e nel breve periodo al nostro problema: infatti, sebbene questi investimenti rilancerebbero la domanda interna tedesca lasciando spazio per maggiori esportazioni verso quel paese, d’altro lato nel lungo periodo essi determinerebbero un ampliamento del gap competitivo di cui gode la Germania e per questa via una ripresa e consolidamento degli squilibri della bilancia commerciale nell’eurozona.

3) Il terzo scenario possibile è rappresentato dalla fine del vincolo monetario. Essa determinerebbe il riacquisto immediato della flessibilità del cambio, e per questa via un rapido riequilibrio delle bilance commerciali in Europa. La necessità di distruggere capacità produttiva in eccesso in Europa, evidenziata dalla crisi, non verrebbe meno: ma tale distruzione sarebbe meno concentrata geograficamente.

Quali game changers all’orizzonte?

Tutto questo lascia impregiudicata una domanda di fondo, che travalica lo stesso scenario europeo: assumendo che il modello della crescita a debito non sia più ripristinabile, è possibile oggi un ritorno duraturo alla profittabilità del capitale che non si fondi principalmente sulla compressione del prezzo della forza-lavoro?

Credo che in fondo sia questa la domanda cruciale sottesa (ma taciuta) alle teorizzazioni sulla secular stagnation. In effetti, non si rende giustizia a Summers se non si ricorda che oltre allo scenario inerziale («se negli anni a venire si vorrà mantenere la piena occupazione, i tassi d’interesse reali nel mondo industrializzato dovranno probabilmente essere mantenuti più bassi di quanto lo siano stati storicamente», e tutto questo «può avere implicazioni importanti per la stabilità finanziaria») egli accenna anche a uno scenario differente: «Alvin Hansen enunciò il rischio di una stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, in tempo per assistere al boom economico contemporaneo e successivo alla seconda guerra mondiale. È senz’altro possibile che si produca qualche evento esogeno di grande portata in grado di aumentare la spesa o di ridurre il risparmio in misura tale da accrescere il tasso di interesse reale da piena occupazione nel mondo industriale e da rendere irrilevanti le preoccupazioni che ho espresso. Guerra a parte, non è chiaro quali eventi del genere possano verificarsi». Che qualcuno negli ultimi tempi abbia cominciato a riflettere seriamente sulla praticabilità di questo game changer mi sembra fuori di dubbio.

Una soluzione del tutto diversa troviamo in Marx: essa è compendiabile nell’esigenza di unsuperamento dell’attualemodo di produzione superiore all’attuale. Precisamente in questo senso Marx asserisce che le crisi per un verso sono “soluzioni” (ancorché “soltanto temporanee”) “delle contraddizioni esistenti” del modo di produzione capitalistico, “eruzioni violente che servono a ristabilire l’equilibrio turbato”, ma d’altra parte sono un sintomo dell’inadeguatezza dell’attuale modo di produzione: «Nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora. La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne a esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo e che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale».

Negli ultimi decenni, in particolare dopo la fine dell’Unione Sovietica e delle “democrazie popolari” dell’Est europeo, la possibilità stessa di un «livello superiore di produzione sociale» è  stata rifiutata quale astratto utopismo, tendenzialmente totalitario. È però la realtà stessa del modo di produzione capitalistico e delle sue contraddizioni a riproporre l’esigenza invocata da Marx.

Come tradurla in pratica oggi? Non è possibile dare una risposta a questa domanda senza tornare al grande dibattito (rimosso e dimenticato dopo l’89) sul confronto tra economia di piano ed economia di mercato e alle concrete forme di economia pianificata sperimentate nel Novecento. Alla ricerca non di modelli, ma di insegnamenti per l’oggi: in particolare sulla possibilità di combinare la programmazione ex ante della vita economica con gli aggiustamenti ex post determinati dalle forze di mercato.

È addirittura ovvio che si tratta di una direzione alternativa al fondamentalismo di mercato oggi imperante, una religione che ha nella libertà assoluta dei movimenti di capitale il suo principale articolo di fede e nel dogma della banca centrale indipendente il tratto distintivo della sua variante ultraortodossa europea.

Oggi quella direzione alternativa, senza sognare un’impossibile fuga dal mercato mondiale (la sostanziale emarginazione dal quale fu decisiva per decretare l’insuccesso delle economie pianificate dell’Urss e dell’Est europeo), deve prevedere un ampliamento della sfera pubblica dell’economia e forme di socializzazione degli investimenti tali da condurre a una forma di economia mista in cui le scelte strategiche di sviluppo siano sottratte alla logica del profitto privato.

È oggi d’uso, soprattutto a sinistra, chiedersi se questo possa conseguirsi all’interno di un’economia nazionale. Si tratta di un interrogativo che spesso è brandito come un’arma polemica, non diversamente dall’appellativo di “protezionista” (cioè fautore di barriere, tariffarie e non, agli scambi sul mercato) affibbiato a chiunque non ritenga un tabù la fine dell’area valutaria dell’euro (cioè il ripristino anche in Europa del mercato dei cambi). È comunque un interrogativo che va preso sul serio, e al quale non si può rispondere in astratto, senza cioè disegnare i contorni del modello sociale che si intende realizzare e il livello conseguentemente considerato ottimale di apertura dell’economia.

È senz’altro più facile dare risposta a un diverso interrrogativo: se questo si possa realisticamente conseguire all’interno dell’attuale cornice istituzionale europea. E in questo caso la risposta non può non essere nettamente negativa.

13 marzo 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Marzo 2015 13:09

#18M, Francoforte. In migliaia contro Bce e austerity

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tratto da  http://www.infoaut.org

Il corteo partecipatissimo che ha attraversato nel tardo pomeriggio le strade di Francoforte è terminato nella piazza dell'Opera. La giornata di oggi ha dimostrato sin dalle prime ore del mattino un livello di conflitto che è andato ancora una volta a determinare quel dissenso verso la Bce e la Troika di chi si trova a pagare giorno dopo giorno le politiche di austerità imposte dall'Europa. Le migliaia di persone che sono giunte da ogni angolo di Europa sono state in grado di esprimere in maniera diffusa, ognuno con le sue specificità quella rabbia e a praticare degli obiettivi ben precisi. L'ingente dispiegamento di forze dell'ordine che ha deciso ripetutamente di attaccare i manifestanti con il fine di disperderli, ha causato numerosi feriti, l'identificazione di centinaia di attivisti e l'arresto per almeno una ventina di persone. Nonostante le cariche e gli arresti di stamattina, emblematica è stata la manifestazione che si è svolta nel tardo pomeriggio, riuscendo così a dare una risposta decisa e forte non solo nei confronti dell'inaugurazione della nuova sede Bce ma anche rispetto all'atteggiamento aggressivo e intimidatorio della polizia.

Aggiornamento ore 18: Dopo i blocchi riusciti di stamattina di nuovo in piazza contro l'Europa dell'austerity, da circa mezzora è partito il corteo di #Blockupy formato da decine di migliaia di persone che esprimono il proprio dissenso contro la Bce e le misure di miseria attuate dalla Troika. La presenza delle forze dell'ordine è ingente mentre il corteo prosegue nelle strade.

L'appuntamento, questo pomeriggio, è previsto per le 14, momento in cui si riprenderà la mobilitazione con un corteo unitario che attraverserà le strade di Francoforte, in direzione della zona rosa e nello specifico, della nuova sede Bce.

ore 12.00: Sembra che il presidente della BCE Mario Draghi sia stato costretto ad arrivare in elicottero per evitare la mobilitazione intorno alla sede di Francoforte.

ore 11.30:alcuni attivisti sono riusciti a scalare la facciata di vetro della nuova sede della BCE sulla quale è stato appeso un grosso striscione con scritto "Kapitalismus Totet" ("Il capitalismo uccide") foto.

Da ultimi aggiornamenti sembra che, dopo l'identificazione, la polizia stia lentamente rilasciando una parte delle persone fermate durante i massici fermi avvenuti nella mattinata. Centinaia di attivisti sono però ancora in stato di fermo di polizia mentre sarebbero 21 gli arrestati.

Ascolta Manuel, redattore di Radio Onda d'Urto (Radio BlackOut):

aggiornamento ore 10: Le azioni che si sono svolte sin dal primo mattino di oggi stanno per concludersi. La mobilitazione messa in campo per tutta la giornata ha rivelato un livello di eterogeneità caratterizzata da diverse pratiche che hanno un obiettivo comune.

Le decine di migliaia di persone che stanno prendendo parte alla contestazione contro l'inaugurazione della nuova sede Bce e contro il diktat della Troika che propone piani di austerità, hanno dimostrato la determinazione nel raggiungere e indirizzare la propria rabbia contro il palazzo di cristallo, blindato ad arte da una zona rossa e da migliaia di poliziotti. Le persone che sono giunte da ogni parte d'Europa e gli interventi capillari in diversi punti della città hanno caratterizzato questa prima parte della giornata, arricchendola di potenzialità e di conflitto.

Intanto giunge notizia che la polizia stia identificando centinaia di persone che continuano a effettuare blocchi e azioni diffusa in diversi punti della città. Le autorità parlano inoltre di 350 arresti, mentre il Legal Team ha notizia di qualche decina di attiviti tratti in stato di fermo. 

Ascolta Bender, compagno di Francoforte(Radio BlackOut)

***

La diretta video da Francoforte:

altGiornata di mobilitazione in occasione dell'inaugurazione della nuova sede della BCE e contro le politiche di austerità e di governo della crisi della Troika. Se già  ieri, il clima di preparazione annunciava una giornata intensa di conflitto, in queste ore decine di migliaia di persone stanno manifestando nella città tedesca, in forme e modalità differenti. Circa diecimila poliziotti presidiano la città, muniti di decine di cannoni ad acqua e impegnati a difendere già da diversi giorni la zona rossa che contiene l'edificio della BCE.

La contestazione prevista oggi a Francoforte contro la BCE e l'austerity è già iniziata alle 6.00 di questa mattina, con azioni dirette e sanzionamenti contro vetrine di banche e agenzia di assicurazione lungo il percorso della nuova sede della BCE. La polizia ha inoltre attaccato i manifestanti, con un fitto lancio di lacrmogeni e idranti, fermando, sembrerebbe da alcune fonti giornalistiche, qualcuno.

La determinazione di chi oggi è sceso in piazza a Francoforte è indirizzata ad avvicinarsi alla nuova sede della Bce. La presenza numerica e la determinazione è significativa, con decine e decine di migliaia di persone che promettono di proseguire con blocchi e cortei selvaggi in diversi punti della città.

Verso le 8 del mattino, migliaia di manifestanti hanno bloccato il ponte Osthafen, nelle immediate vicinanze della nuova sede Bce. I manifestanti sono stati attaccati dalla polizia con lacrimogeni e idranti, nel tentativo di disperdere le persone, che però si sono successivamente ricompattate.

Galleria immagini

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/14180-#18m-francoforte-in-migliaia-contro-bce-e-austerity-la-diretta

Video

https://www.youtube.com/watch?v=S2aOl3e4VXo

https://www.youtube.com/watch?v=S2aOl3e4VXo

http://www.youreporter.it/video_Blockupy_scontri_tram_e_benzinai_assaltati_auto_a_fuoco

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Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Marzo 2015 12:40

Israele sempre più a destra: Netanyahu stravince le elezioni

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Israele sempre più a destra

Bassam Saleh - tratto da http://contropiano.org

I risultati delle elezioni in Israele non cambiano la vera natura della politica coloniale dello Stato israeliano. L’unica novità vera di questa tornata elettorale è l’unità della lista dei palestinesi, che ha ottenuto 14 seggi ed è così è divenuta la terza forza nella Knesset.

Cifre alla mano, Netanyahu è in grado di formare un governo omogeneo di destra con il sostegno di partiti nazionalisti e confessionali. La vittoria del Likud ha colto di sorpresa gli israeliani perché non era stata prevista in alcun modo né dai sondaggi di opinione delle ultime settimane né dagli exit poll della scorsa notte. In definitiva il Likud ha ottenuto 29 dei 120 seggi della Knesset (potrebbero salire a 30 con la conta dei voti dei soldati), mentre i rivali diretti di Campo Sionista (Isaac Herzog e Tzipi Livni) ne hanno conquistati 24
Il risultato è la prova concreta della schizofrenia della politica israeliana. Una società assediata, o meglio auto assediata dalla paura e dal complesso dominante della sicurezza, inventato e studiato a tavolino dai governanti israeliani di destra, di centro destra, come di sinistra e di centro sinistra. Paura e insicurezza, in uno Stato che viene considerato la prima potenza regionale e la quarta potenza mondiale, dotato di 200 testate atomiche. Non si capisce da dove dovrebbe venire questa minaccia.
L’elettorato israeliano al 50 per cento ha preferito lo stato di stallo. Non dico che il Campo sionista sia meglio, sia chiaro, ma sarebbe stato un segnale diverso, verso un certo tipo di moderazione, meno aggressivo e meno intollerabile. Alla luce del sostanziale pareggio elettorale, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha invocato stasera un governo di unità nazionale. "Sono convinto che solo un governo di unità nazionale possa impedire la disintegrazione della democrazia israeliana e nuove elezioni molto presto", ha affermato Rivlin citato da Haaretz. E, sempre secondo fonti di Haaretz, Netanyahu si prepara a un governo di unità nazionale con lo sfidante laburista.
Primo scenario. Un governo con una maggioranza 77 seggi: Likud 28 seggi, Campo sionista 27 seggi, Kulanu 9 seggi, Shas 7seggi, Yesh Atid 6 seggi. Un governo con due teste, Netanyahu che ha dichiarato guerra contro i palestinesi, comprese quelli che sono cittadini israeliani, “non ci sarà nessuno Stato palestinese e continueremo a costruire nuove case e fortificheremo Gerusalemme così non sarà mai divisa”., mentre Herzog del Campo sionista dichiarava “Sarò premier per tutti, ebrei e arabi, drusi e circassi, poveri e ricchi, abitanti delle città e delle periferie”.
Secondo scenario: un governo di centro stretto 54 seggi: Campo sionista 27seggi, Miretz 5 seggi, Kulanu 9 seggi, Shas 6 seggi, ma questo governo ha bisogno di una rete di sicurezza, dalla Lista araba, tale prospettiva lascia Herzog molto debole.
Terzo scenario: un governo di destra con Netanyahu presidente del governo, maggioranza 58 seggi: Likud 28 seggi, Baiet Yahudi 8 seggi, Shas 7seggi, Yehudit Hatura 6 seggi, Kulanu con Moshè Kahalun 9, e qui Netanyahu sarà costretto ad accettare Israele Baytuna di Lieberman, 5seggi, che pone come condizione che le venga affidato il Ministero degli Esteri, e cosi avrà una maggioranza di 63 seggi. Questa scelta esclude Yesh Atid che non accetta di entrare nel governo insieme a Hardyem, mentre con Lieberman il governo potrà avere i 63 seggi.
I tre scenari non sono buoni per un governo stabile che possa durare l’intera legislatura, sia con Netanyahu che con Herzog come primo ministro. Rimane più probabile un governo di unità nazionale fra i due grandi, Likud e Campo sionista.
Resta il nocciolo duro della questione palestinese, condannata all’attesa, della risoluzione dei problemi interni israeliani? No, penso che leadership palestinese andrà avanti con il suo programma di internazionalizzazione della causa palestinese, a tutti i livelli, dal tribunale penale internazionale, al Consiglio di sicurezza per il pieno riconoscimento dello Stato di Palestina. E oltre a ciò, si continuerà ad alzare il livello della campagna internazionale del BDS, insieme all'intensificazione della lotta popolare contro l’occupazione, la colonizzazione e contro il muro.

Si aprono scenari inquietanti di transfer e guerra infinita contro il popolo palestinese.

18 marzo 2015

***

Israele: Netanyahu stravince le elezioni

l Likud ha conquistato 29  seggi, mentre il rivale Campo Sionista, guidato dal laburista Yitzhak Herzog, solo 24. Lista Araba Unita a 14 seggi. Governo entro due-settimane.

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tratto da http://nena-news.it

AGGIORNAMENTO ORE 9.15: PALESTINESI:  ACCELEREREMO PRATICA DI ADESIONE A CORTE PENALE INTERNAZIONALE

”Diciamo chiaramente che ci rivolgeremo alla Corte penale internazionale dell’Aja, che accelereremo la pratica nei suoi confronti, la porteremo avanti e la intensificheremo”,  ha avvertito oggi Saeb Erekat, il negoziatore capo dell’Olp, a commento della vittoria elettorale di Netanyahu e della sua riconferma a capo del governo. “Tutti abbiamo sentito le dichiarazioni di Netanyahu, che cioè non consentirà la costituzione di uno Stato palestinese indipendente e che proseguirà la colonizzazione. La comunità internazionale  deve ora sostenere gli sforzi della Palestina, in quanto Paese sotto occupazione, di rivolgersi alla Corte penale internazionale e ad altre istituzioni internazionali”.

***

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 18 aprile 2015, Nena NewsBenyamin Netanyahu non ha vinto, ha stravinto le elezioni legislative israeliane. Il suo partito, il Likud, ha conquistato 29  seggi (potrebbero salire a 30 con la conta dei voti dei soldati), mentre Campo Sionista del suo rivale, il laburista Yitzhak Herzog, solo 24.

A questo punto, secondo i media e contro gli exit-poll che ieri sera alla chiusura delle urne avevano dato i due partiti avversari alla pari, Netanyahu è in grado di formare una maggioranza solida con i suoi partner della destra estrema. Il partito centrista Yesh Atid, forte di 11 seggi, peraltro non esclude di entrare nella nuova maggioranza guidata dal Likud e altrettanto potrebbe fare Kalanu (10 seggi), il partito guidato da Moshe Kahlon, rappresentante della cosiddetta destra sociale, al quale qualche giorno fa Netanyahu aveva offerto il ministero delle finanze.

“Sono fiero per la grandezza di Israele, Ora dovremo formare subito un governo nazionalista forte e stabile”, ha detto Netanyahu escludendo definitivamente l’ipotesi di esecutivo di unità nazionale che si era affacciata ieri sera su proposta del capo dello stato Reuven Rivlin. Il vincitore ha già preso contatto con i leader della destra con i quali intende dare vita alla nuova coalizione. Netanyahu potrà contare anche su Yisrael Beitenu, il partito antiarabo del ministro degli esteri Avigdor Lieberman che, dato dai sondaggi fuori dalla Knesset, ha conquistato invece sei seggi. “Per noi è una vittoria”, ha commentato Lieberman “nonostante il tentativo di grandi forze di annientarci. Nessun altro partito sarebbe sopravvissuto a questa battaglia. Non è stata solo una lotta politica, siamo stati di fronte ad un annientamento mirato di un intero gruppo politico. Ci siamo confrontati contro grandi forze. Molti, anche nei media, hanno fatto fronte comune per eleminarci, ma non ci sono riusciti”.

Il terzo gruppo parlamentare alla Knesset sarà la Lista Araba Unita, con ben 14 seggi. Un risultato mai raggiunto che offre alle formazioni politiche che rappresentano la minoranza palestinese (20% della popolazione) in Israele la possibilità di mettere in piedi una opposizione forte all’offensiva, anche legislativa, della destra guidata da Netanyahu contro i cittadini arabi.

Tacciono in queste ore Herzog e l’alleata Tzipi Livni, passati dall’illusione della vittoria all’amarezza di una sconfitta quasi umiliante. Forte delusione anche per il Meretz, la sinistra sionista, che con grande fatica ha superato la soglia di sbarramento conquistando il minimo: quattro seggi. La leader Zahava Galon ha annunciato la sua rinuncia al seggio per permettere l’ingresso nella Knesset a Tamar Zandberg, quinta sulla lista presentata alle elezioni e astro nascente del partitino.

   Israele si conferma un Paese di destra, sempre più estrema. I dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese, pur senza proclamarlo pubblicamente, avevano sperato nella sconfitta di Netanyahu. Si annunciano ora nuovi scontri diplomatici, subito, a partire dal Primo aprile quando la Palestina entrerà a far parte della Corte Penale Internazionale e potrà chiedere una indagine per crimini di guerra contro Israele. Tra molti palestinesi in ogni caso si riteneva inutile e persino dannosa la vittoria del centrosinistra che, a loro dire, non avrebbe cambiato la situazione sul terreno, ma avrebbe comunque garantito a Herzog e Livni  il sostegno dei governi occidentali.

Senza dubbio non brinda alla vittoria di Netanyahu neanche il presidente americano Barack Obama che mantienre rapporti personali molto difficili con il leader israeliano. Noto è lo scontro tra i due riguardo al possibile accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. Comunque Obama in questi anni non ha mai fatto mancare a Israele l’appoggio decisivo degli Stati Uniti in diverse importanti circostanze alle Nazioni Unite e in altri ambiti internazionali contro i diritti dei palestinesi. Nena News

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Marzo 2015 16:59

Francoforte. Mercoledi l'assedio alla Bce. Attivisti in arrivo da tutta Europa

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Francoforte. Mercoledi l'assedio alla Bce. Attivisti in arrivo da tutta Europa

tratto da http://contropiano.org/

Mercoledi mattina, a partire dalle ore 7.00, gruppi organizzati di attivisti provenienti da diversi paesi europei (anche dall'Italia) presidieranno la Banca Centrale Europea nel giorno di inaugurazione della sua nuova sede. Alle 12.00 ci sarà una manifestazione promossa dai sindacati tedeschi. Alle 14.00 una manifestazione di piazza e alle 17.00 un corteo attraverserà le vie di Francoforte.

Qui di seguito l'appello di convocazione della mobilitazione a Francoforte “Blockocupy Bce”:

Il 2015 è iniziato con qualcosa di inaudito. Il popolo greco si è opposto a tutte le minacce provenienti dall’Europa eleggendo un nuovo governo di sinistra. È accaduto dopo 5 anni rovinosi, che hanno costretto la popolazione greca a una costante lotta contro la crisi umanitaria e la distruzione sociale. Questo governo è stato eletto per resistere alle istituzioni europee, per non accettare più le misure di austerità imposte alla gente. Noi appoggiamo la decisione del popolo greco di rifiutare la dottrina neoliberale che scandisce il solito ritornello «nessuna alternativa all’austerità». Questa decisione ci dà nuovo potere e apre la possibilità di un futuro differente, tanto più considerando altri importanti movimenti popolari come quello attivo in Spagna. Proprio in questi giorni per le strade di Madrid centinaia di migliaia di persone hanno detto a voce alta: «si può e si vincerà di nuovo!». Poco dopo, l’11 febbraio, in Grecia e in tutta Europa centinaia di migliaia di persone hanno riempito le piazze, lo stesso giorno in cui l’Eurogruppo ha aperto la rinegoziazione del debito greco. Si è scatenata così un’ondata transnazionale di solidarietà.

Questo senso di potere dà speranza a milioni di persone in Europa e incoraggia la resistenza contro il regime della crisi. La solidarietà per il popolo greco e per le sue decisioni democratiche non è solo un obbligo per noi, ma è anche un nostro comune interesse: l’interesse di chiunque in Europa lotta contro le logiche dell’austerità e per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. Per questo diciamo: è giunto il momento di agire! Per questo chiamiamo tutte e tutti, da ogni parte d’Europa, a unire le nostre forze transnazionali contro l’apertura della BCE il 18 marzo a Francoforte!

È vero, il regime della crisi europeo è cambiato nel corso del tempo: le riunioni di emergenza dell’UE sembrano essersi fermate e i paesi stanno lasciando il fondo di salvataggio dell’euro. Tuttavia, la pressione esercitata oggi sulla Grecia dimostra che ciò non significa affatto che l’Unione europea e le misure della BCE siano terminate. Il ricatto non si è fermato – tutt’altro. Le istituzioni europee reagiscono ogni volta che sono minacciate, rispondono a loro volta con le minacce e non esitano a riattivare dure misure di austerità. Contemporaneamente, ci troviamo di fronte a qualcosa che appare quasi normale:una nuova terribile normalità della precarietà e della povertà, divenuta realtà attraverso le politiche neoliberiste che sono state attuate durante la crisi. Queste misure si sono radicate saldamente nelle istituzioni statali e non sono soltanto temporanee. Esse favoriscono governi autoritari, sostengono l’ulteriore smantellamento della partecipazione democratica, l’attacco alle condizioni di lavoro, lo sfruttamento delle gerarchie costruite sul regime dei confini. Esse rimandano alla militarizzazione della politica interna ed estera, al crescente razzismo e all’estremismo di destra. In questi ultimi anni, la famigerata Troika e la governance neoliberista hanno aperto una strada a una nuova fase in Europa: un modello precario dei diritti sociali limitati, un modello di controllo e di competizione a cui noi rifiutiamo di abituarci!

Ora sentiamo le élite e i governi gridare forte – con la Germania in prima linea – contro la richiesta del popolo greco di fermare e invertire le privatizzazioni, contro le rivendicazioni di diritti sociali e di una tassazione che colpisca la ricchezza, contro il suo rifiuto di pagare un debito e un interesse che non ha causato. Le élite e i governi temono l’effetto domino che sta attraversando l’Europa; hanno paura che il loro «programma» di competitività e di controllo neoliberale imposto come modello europeo sia ora sul punto di sgretolarsi.

Uno dei principali agenti del ricatto e della normalizzazione dell’austerità, del bastone e della carota, è proprio la BCE. Con la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale, essa è parte integrante della scellerata Troika che, insieme al Consiglio dell’Unione europea, ha promosso l’austerità e le privatizzazioni, con il conseguente impoverimento e la precarietà di gran parte delle popolazioni in Europa. Chiedendo di non accettare i titoli greci come garanzia per i prestiti della banca centrale, la BCE impone la continuazione della politica di austerità, prendendo direttamente e chiaramente le parti del governo tedesco.

Per questo Blockupy fa ancora una volta appello per ampie azioni transnazionali contro la BCE, proprio quando sarà inaugurata la sua nuova sede a Francoforte il 18 marzo. Una torre alta 185 metri, simile a una fortezza circondata da una barriera di sicurezza e da un fossato, un simbolo di potere che è costato la cifra sbalorditiva di 1,3 miliardi di euro. Il nostro appello per forti, diffuse e vivaci proteste europee lanciato mesi fa ha già lasciato il segno: la BCE ha annunciato che il gran gala previsto inizialmente sarà ridimensionato in un semplice brindisi. Tuttavia, il numero degli ospiti non ci ha mai interessato. La nostra protesta comporta una critica radicale del suo lavoro – la progettazione, l’esecuzione e la normalizzazione delle misure di austerità.

Sappiamo che Francoforte è il posto giusto per ritrovarci – precari, migranti, operai, attivisti sociali, forze di emancipazione. Sappiamo che non saranno i governi di sinistra a risolvere tutti questi problemi: la vera dinamica inizia nelle strade e nelle piazze, tra i gruppi e le associazioni, all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro come una dinamica sociale. Non ci limiteremo a dimostrare la nostra solidarietà al popolo greco e verso la sua decisione democratica, ma chiariremo anche che non c’è alcun conflitto di interessi tra la gente in Europa. Questa lotta riguarda tutti i popoli in Europa e le lotte, in Grecia e altrove, hanno aperto la strada per tutti noi!

Se non ora, quando? Più rumorosi e forti che mai, facciamo appello per realizzare azioni transnazionali il 18 marzo davanti alla BCE a Francoforte! Il 18 marzo è il momento giusto per convergere a Francoforte, per intensificare i nostri sforzi e per fare in modo che tutti si uniscano alla lotta. Questo è il momento per essere li fulcro della lotta transnazionale dentro e contro il ventre della bestia. Questo è il momento per giudicare la BCE responsabile per le sue politiche e pretendere con forza una direzione politica diversa. Il 18 marzo è tanto la nostra occasione quanto la nostra responsabilità di costruire una comune ed efficace forza dal basso: se loro vogliono il capitalismo senza democrazia, noi vogliamo la democrazia senza il capitalismo.

Il 18 marzo ci prenderemo le strade e le piazze di Francoforte, intorno al nuovo edificio della BCE e nel centro della città con migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Ci incontreremo di mattina intorno alla BCE per mettere in campo azioni di disobbedienza civile per bloccare la sua autocelebrazione, interrompendo la normale giornata di lavoro. Sono attività pensate per la partecipazione di massa, costruite con un consenso comune, per questo ognuno è invitato a partecipare. Seguirà poi nel pomeriggio una forte, colorata e vivace manifestazione.

Unisciti all’azione, unisciti ai blocchi della BCE al mattino, ai presidi e alla manifestazione nel pomeriggio: prima abbiamo preso Atene, ora tocca a Francoforte!

17 marzo 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 17 Marzo 2015 17:30

Isis, i curdi che hanno liberato Kobane: "Abbiamo combattuto per tutto il mondo"

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Dal Fatto Quotidiano

Davide Mozzato e Marco Sandi, parte di una delegazione di Rojava Calling, sono entrati nella città martire siriana al confine con la Turchia il 30 gennaio, 4 giorni dopo la liberazione. Hanno incontrato i miliziani curdi dell'Unità di Protezione Popolare che hanno contrastato lo Stato Islamico. Ismet Hasan è il ministro della Difesa del cantone: "Con noi hanno combattuto anche stranieri, persone che hanno lasciato tutto nei loro paesi pur di aiutarci. Ogni qualvolta ne avranno bisogno, saremo al loro fianco"

 

 

Isis, i curdi che hanno liberato Kobane: ‘Abbiamo combattuto per tutto il mondo’

“E’ stata una battaglia violentissima, combattuta in inferiorità ma con grande tenacia, contro un nemico che vuole distruggere la libertà. L’abbiamo combattuta per tutto il mondo“. Ismet Hasan è il ministro della Difesa del cantone di Kobane. Snocciola numeri di morti e feriti (1.200 caduti per l’Isis, 670 per lo Yekîneyên Parastina Gel, l’Unità di Protezione Popolare) come un qualsiasi ministro, con la sola differenza che nelle mani tiene stretta la sua arma e ha gli occhi di chi dietro una scrivania non si è seduto spesso. Coordina la difesa della città, ma è anche responsabile dell’inseguimento delle truppe del Califfato nel deserto siriano. Racconta di scontri e combattimenti senza mai perdere la calma, con alle spalle il figlio che, vigile, gli fa da guardia del corpo.

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Entrare a Kobane a pochi giorni dalla liberazione da l’impressione di piombare in un’apocalisse. Si capisce quasi subito che in questa città non è stata combattuta solo una battaglia per il suo controllo: una volta capito che l’assedio sarebbe durato più del previsto, i miliziani dello Stato Islamico, hanno messo in atto una campagna di distruzione totale della città e dell’esperienza politica rivoluzionaria di cui è portatrice. Camminando per le strade appena liberate si ha subito la sensazione che Kobane fosse una vivace e popolosa città di confine, con centinaia di negozi a colorare le strade polverose. Le merci sono rimaste intatte al loro posto, solo impolverate malgrado le vetrine e le serrande siano letteralmente esplose a causa dei bombardamenti. Gli edifici rimasti in piedi nonostante il volume di bombe cadute presentano i segni della battaglia: interi piani crollati, automobili scaraventate al secondo piano, fori di proiettile ai lati.

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Kobane era una città di 60 mila abitanti, adagiata ai piedi delle colline, con il centro città schiacciato dal prossimo confine. Per mesi ha parlato attraverso il rumore delle bombe e delle mitragliatrici. Kobane è stata testimonianza di un assedio brutale, di uno scontro fra ideologie che si frappongono: da una parte i miliziani jihadisti dell’Isis e dall’altra i guerriglieri curdi, organizzati nelle Ypg. L’assedio è durato 134 giorni, dalla metà di settembre, quando le prime bombe dell’Isis sono cadute in città e i primi rifugiati curdi hanno attraversato il confine, al 26 gennaio quando lo Ypg ha dichiarato  ufficialmente che Kobane era stata liberata.

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Niente si è salvato dalla furia distruttrice del Califfato. Si cammina tra le macerie facendo attenzione a dove si mettono i piedi, la città è ancora disseminata di bombe inesplose e solo un minimo contatto potrebbe farle brillare. Agli incroci sono appesi teli e tappeti, sono un metodo rudimentale ma efficace per muoversi da una strada all’altra senza essere presi di mira dai cecchini dell’Isis. Le barricate invece sono costruite con le macerie delle abitazioni e con qualsiasi altro mezzo sia stato possibile recuperare: auto, trattori, furgoni e persino autobus. Tutti ovviamente crivellati di proiettili. Il silenzio è rotto dal rombo dei bombardieri della coalizione in cielo e da qualche esplosione o raffica di mitragliatrice che ancora viene sparata entro i confini cittadini. Si attraversano interi quartieri senza incontrare anima viva, solo in lontananza si scorgono alcuni mezzi dello Ypg che si muovono verso il fronte, ormai a qualche decina di chilometri.

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“Saremo sempre grati a chi ha combattuto per noi”
Sono loro, i combattenti dello Ypg, coloro che strenuamente hanno difeso Kobane. Sono per lo più ragazzi, tra i 20 e i 30 anni, indossano la divisa mimetica ma portano scarpe da ginnastica. Sulle loro spalle campeggia l’immancabile Kalashnikov, arma simbolo di tutte le rivolte. Lo personalizzano con adesivi tricolori: rosso, giallo, verde, i colori della Rojava. Hanno le facce tirate, tese ma non lesinano sorrisi e strette di mano. Si concedono anche in foto, però prima mettono bene in mostra l’arma. Sono curdi siriani, ma anche turchi, iraniani, iracheni. Sono venuti da tutte le regioni del Grande Kurdistan per aiutare i loro fratelli assediati, per portare loro solidarietà e competenza. Sono giovani ma hanno sulle spalle tutto il peso di una guerra, di un assedio immane, sono pronti a morire per la loro terra. “Sono venuti curdi da tutto il mondo per aiutare i propri fratelli a difendere Kobane. In città hanno combattuto anche stranieri, persone che hanno lasciato tutto nei loro paesi pur di aiutarci a difendere la libertà e la democrazia nella Rojava. Gli saremo per  sempre grati. Ogni qualvolta ci sarà bisogno di combattere per la libertà in altri paesi noi saremo sempre al loro fianco“, aggiunge Ismet Hasan.

Meglio affrontare Isis che scappare in Turchia “E’ un nemico”
I guerriglieri ostentano sicurezza anche quando in lontananza esplodo alcuni colpi di mortaio mentre tutti intorno abbassano la testa e cercano riparo. Alcuni di loro sono a Kobane dall’inizio dell’assedio perché non hanno voluto andarsene, hanno preferito prendere le armi per difendere le loro case piuttosto che cercare rifugio in Turchia, da molti considerata al pari di un nemico. In effetti in questi mesi i curdi asserragliati in città hanno dovuto combattere non solo l’Isis, ma anche con l’esercito turco guardiano non sempre imparziale del confine su cui Kobane è appoggiata. Più volte i militari di guardia si sono resi complici dei miliziani del Califfato, come a fine novembre quando un camion che avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari è stato fatto passare dal confine turco per poi rivelarsi un’autobomba dell’Isis che ha provocato morti e feriti tra i combattenti curdi.

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Kobane, la furia di Isis contro il confederalismo democratico
Dall’altra parte c’è invece l’Isis, ora solamente Is. Per loro Kobane era solo un’altra piccola città sulla mappa, da conquistare per avere il pieno controllo della frontiera con la Turchia. Forse nemmeno si aspettavano una resistenza così forte, ma quando combatti per la tua terra e la tua casa, per i tuoi figli e con i tuoi figli, puoi immaginare che sarà più dura che altrove. Infatti l’Isis si era rivolto su Kobane solo dopo aver fatto razzia degli arsenali iracheni, potendo così schierare sul campo una potenza di fuoco che, si immaginava, solo un esercito organizzato avrebbe potuto contrastare. In città hanno combattuto tra le file dell’Isis miliziani provenienti da tutto il mondo, ma la maggior parte di loro era di origine cecena, mobilitati soprattutto nella parte est della città. Proprio in questi quartieri si sono svolti i combattimenti più aspri che non hanno lasciato un singolo edificio in piedi. Sono state le radio sottratte ai miliziani caduti a confermare la loro presenza in città. Per mesi, gli unici segni visibili dell’Isis sono state le bandiere nere, che sventolavano dagli edifici più alti, e le colonne di fumo che i loro bombardamenti provocavano in centro città. Ora rimangono solo alcuni cadaveri, segno tangibile della battaglia appena conclusa. I guerriglieri dello Ypg e le persone che fanno parte dell’organizzazione clandestina che li supporta non si stancano di ripetere quanto l’Islam propagandato dallo Stato Islamico non sia veritiero, originale, al contrario sarebbe l’Islam curdo quello che varrebbe la pena esportare. Un Islam che parla di uguaglianza di genere, di libertà di culto, di partecipazione: un Islam di pace che insieme all’ideologia politica alla base della rivoluzione in Rojava, il confederalismo democratico, può diventare un pericolo per il Medio Oriente contemporaneo perché scardina tutti quei principi sui cui si fonda la politica mediorientale. Insomma, un precedente pericoloso in un’area dominata da Emiri, Califfi e Generali, segnata dalla negazione di libertà individuali e collettive e dalle molte esecuzioni. Può darsi che anche per questo l’Isis, con l’avvallo di qualche paese dell’area, abbia deliberatamente e ostinatamente provato a radere al suolo Kobane.

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Ismet Hasan si guarda intorno e sogna la ricostruzione, ma al momento è impossibile pensare di far rientrare tutti i rifugiati per i semplici motivi che non esistono più le abitazioni e le strade sono disseminate di bombe inesplose. Servirà una bonifica, ma soprattutto molto tempo. Anche l’elettricità è totalmente insufficiente per i bisogni di una città e manca l’acqua potabile. Per questi motivi stanno cercando di fermare l’afflusso di coloro che vogliono precipitosamente tornare nelle proprie case, nonostante la battaglia sia finita solo da qualche giorno. Nel prossimo futuro si attendo ancora battaglie e morti, c’è da riconquistare buona parte del territorio perso e le centinaia di villaggi curdi ancora in mano all’Isis.

di Davide Mozzato e Marco Sandi

Foto di Marco Sandi
(Mozzato e Sandi sono parte di una delegazione di Rojava Calling e sono entrati a Kobane il 30 gennaio, 4 giorni dopo la liberazione. Per entrambi era la seconda esperienza sul confine turco-siriano).

 

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Marzo 2015 22:12

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