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INTERNAZIONALE

La numero due di Israele a favore del genocidio del popolo palestinese

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In seguito a segnalazioni rispetto alla non corretta traduzione e interpretazione delle parole di Ayelet Shaked, pubblichiamo il testo integrale del suo appello tratto dal sito francese http://carlogiuliani.fr. redazione 18 luglio 2014

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IAyelet-ShakedL NEMICO E’ IL POPOLO PALESTINESE

Ayelet Shaked è deputata al parlamento israeliano del partito “Habeyit Hahehudi” (Casa ebraica), membro della coalizione di governo. Il suo appello al genocidio del popolo palestinese ha raccolto 5.000 adesioni su Facebook. Uri Elitzur, al quale si riferisce, e che è morto qualche mese fa, era a capo del movimento dei coloni, ghostwriter e stretto collaboratore del primo ministro Netanyahu. Ecco cosa scrive:

“Questo articolo è stato scritto da Uri Elitzur 12 anni fa, ma non è stato pubblicato. La sua importanza oggi è uguale a quella di allora. Il popolo palestinese ci ha dichiarato la guerra e noi dobbiamo rispondere con la guerra. Non con un’operazione lunga, di bassa intensità, con un’escalation controllata, con una distruzione dell’infrastruttura terrorista, con uccisioni mirate. Basta con queste raccomandazioni. Questa è una guerra. Non è una guerra contro il terrore, non è una guerra contro l’estremismo e neppure contro l’autorità autonoma palestinese. Sarebbe disconoscere la realtà. Questa è una guerra fra due popoli. Chi è il nemico ? Il nemico è il popolo palestinese. Perché ? Domandateglielo, sono loro ad aver iniziato la guerra. Non so perché ci risulta cosi’ difficile descrivere la realtà con parole semplici. Perché dobbiamo inventare ogni settimana un nuovo nome per questa guerra solo per non definirla con il suo vero nome. Cosa c’è di tanto terrificante nel fatto che tutto il popolo palestinese è il nemico ? Ogni guerra viene combattuta fra due popoli ed in ogni guerra il popolo che l’ha iniziata è il nemico. Una dichiarazione di guerra non è un crimine di guerra. E non lo è neppure rispondere con la guerra. L’uso della parola « guerra » non è una chiara definizione del nemico. Al contrario. La morale della guerra (qualcosa del genere esiste) si basa sul fatto che ci sono guerre in questo mondo, che le guerre non sono la condizione normale e che nelle guerre il nemico è costituito normalmente da un intero popolo, compresi i vecchi e le donne, le città e i villaggi, le proprietà e le infrastrutture.

La morale della guerra sa che non è possibile prendere le distanze dal ferimento di civili nemici. Non condanna l’aviazione inglese, che ha totalmente distrutto la città di Dresda o i bombardieri americani, che hanno cancellato città polacche e la metà di Budapest. Luoghi i cui abitanti non avevano fatto nulla all’America, ma che dovevano essere distrutti per vincere la guerra contro il male. La morale della guerra non richiede che la Russia sia giudicata per aver bombardato e distrutto città e villaggi ceceni. Non accusa le forze di pace dell’ONU che hanno ucciso centinaia di civili in Angola e neppure la NATO, che ha bombardato Belgrado, una città con 1 milione di abitanti, vecchi, lattanti, donne e bambini. La morale della guerra accetta non solo politicamente, ma in linea di principio, che è corretto quello che l’America fa in Afghanistan, compresi i massicci bombardamenti di luoghi abitati, che spingono alla fuga, per il terrore della guerra, centinaia di migliaia di persone per le quali non c’è più ritorno.

Questo vale sette volte di più per la nostra guerra, perché il nemico si nasconde fra la popolazione e puo’ combattere solo perché ne è protetto. Dietro ogni terrorista ci sono dozzine di uomini e donne senza i quali non potrebbe fare niente. I sobillatori sono quelli che aizzano nelle moschee, che concepiscono programmi scolastici omicidi, che forniscono rifugi, che mettono a disposizione veicoli e tutti quelli che li onorano e li sostengono moralmente. Sono tutti combattenti ed hanno del sangue sulle mani. Questo vale anche per le madri dei martiri che li accompagnano all’inferno con fiori e baci. Dovrebbero seguire i loro figli, nulla sarebbe più giusto. Dovrebbero andarci e le loro case, dove hanno allevato i loro serpenti, dovrebbero essere annientate. Altrimenti li’ cresceranno altri serpenti”.

Sono parole che hanno un significato ed alle quali seguono degli atti. Facendo la guerra all’intero popolo palestinese, Ayelet Shaked vuol mandare un segnale chiaro all’opinione pubblica israeliana: ogni palestinese è un bersaglio legale della “vendetta”. Ma Shaked ha in mente di peggio. E non è un fenomeno marginale, come sostiene il New York Times. Non è sola a sobillare un tale odio genocida. E’ stato Netanjahu per primo a gridare « vendetta », quando due settimane fa sono stati trovati i corpi dei tre giovani israeliani uccisi in Cisgiordania.

Giustiniano Rossi

Parigi, 14 luglio 2014

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La numero due israeliana: "Uccidere tutte le mamme palestinesi"

Ayelet Shaked, parlamentare israeliana e numero due del governo Netanyahu, ha scritto sulla sua pagina Facebook ufficiale che "tutte le madri palestinesi" devono essere uccise durante un eventuale attacco via terra contro la Striscia di Gaza. “Dobbiamo uccidere le madri palestinesi in modo che non diano vita a nuovi piccoli serpenti”, ha dichiarato con disprezzo la parlamentare donna dello Knesset aggiungendo, sempre contro le mamme: “Devono morire e le loro case devono essere demolite in modo che non possano portare alla luce altri terroristi. Loro sono tutti nostri nemici ed il loro sangue deve essere versato sulle nostre mani. Ciò vale anche per le madri dei terroristi morti”.
Le dichiarazioni di una così importante esponente del governo dello stato di Israele confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che l'obiettivo del governo Netanyahu è quello di portare avanti un vero e proprio genocidio di massa.
Poco tempo prima sempre Shaked aveva dichiarato: «questa non è una guerra contro il terrorismo, questa è una guerra tra due popoli, e il nemico sono i palestinesi». Se si tiene conto del fatto che il 20 per cento della popolazione israeliana è composta da arabi (molti dei quali cominciano a identificarsi come “palestinesi con cittadinanza israeliana”, o “palestinesi del 1948”) non è una dichiarazione da poco.
Ha reagito a queste dichiarazioni uno che di repressione se ne intende eccome, il premier turco Erdogan. “Una donna israeliana dice che anche le mamme palestinesi vanno uccise. Ed è un membro del Parlamento israeliano. Che differenza c’è tra questa mentalità e quella di Hitler?”. Redazione

17 luglio 2014

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Luglio 2014 10:33

USA: perché opporsi alla lobby israeliana non è più un suicidio politico

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gaza woman rtr imgdi Phyllis Bennis (*)

Con il fallimento di una proposta egiziana di cessate il fuoco, l’orrore dell’ultima aggressione israeliana a Gaza continua. Almeno 185 persone sono state uccise, quasi l’80 per cento di loro civili. Quasi la metà sono donne e bambini. Almeno settanta case sono state individuate come bersaglio e distrutte. Cinque strutture sanitarie, compreso un ospedale, sono state danneggiate nei raid aerei. C’è stato un attacco diretto ad un centro per persone gravemente disabili. È stato uno dei tanto decantati bombardamenti “intelligenti” di Israele, compreso il messaggio “bussa sul tetto” da parte dei bombardieri israeliani oggi così di moda –la piccola bomba che segnala l’arrivo di cose ben peggiori. Non è stato un incidente. Tre persone, due pazienti e un operatore, sono stati uccisi là. E si continua.

E il Congresso -quindi quasi tutta la Washington ufficiale- parla con una voce pressoché unica: stiamo con Israele. Israele ha il diritto di “difendersi”. Nessun Paese starebbe a guardare e permettere tutto questo. Ma c’è qualcosa di diverso stavolta. E non solo il fatto che l’aggressione sia diversa e peggiore.

La differenza è il contesto politico in cui questo attacco avviene, specialmente il contesto politico qui negli Stati Uniti. Per quelli di noi che lavorano da decenni per un cambiamento delle politiche USA in Medio Oriente, le brutte notizie ci stanno davanti tutti i giorni: cioè che la politica non è cambiata, miliardi di dollari in aiuti monetari e un sostegno politico, diplomatico e militare acritico a Israele rimangono costanti.

Ma ci sono anche buone notizie. Risulta chiaro quando riesci a guardare indietro per un istante oltre la brutta realtà di ogni giorno. Le buone notizie sono che il discorso si è spostato in modo significativo -nella copertura informativa mainstream, tra gli opinionisti, nella pop culture e altro. È molto meglio di quanto lo sia mai stato prima. Non siamo ancora nel giusto ma le cose stanno cambiando. Dodici anni fa, durante l’assedio dell’edificio di Yasser Arafat a Ramallah e quando fu circondata la Chiesa della Natività a Betlemme, non si udirono molte voci palestinesi sulla stampa mainstream. Nel 2006, durante l’attacco israeliano a Gaza, il The New York Times e NPR non mandarono i loro reporter al campo profughi di Khan Younis o a Gaza City.

Ma la copertura si era già modificata durante Cast Lead, la guerra di tre settimane di Israele contro Gaza nel 2008-‘09, ed è stato allora che ci siamo resi conto di come i cambiamenti dei media riflettevano la modifica del discorso complessivo. Nonostante gli sforzi di Israele di escludere la stampa internazionale, Al Jazeera e altri canali arabi trasmettevano dal vivo da Gaza. Il Times aveva una tremenda giovane corrispondente, Taghreed el-Khodary, che mandava pezzi di ora in ora. Israele probabilmente non le avrebbe permesso di entrare nella Striscia, ma non sono riusciti a fermarla, lei era già lì, nata e cresciuta a Gaza e residente lì con la sua famiglia. 

Cosa ancora più importante, cellulari e computer erano già dappertutto, anche nei miseri campi profughi di Gaza. Così quando arrivava l’elettricità per un’ora o due, la prima cosa che la gente faceva era caricare i telefonini in modo da poter mandare le sue fotografie, video, storie e irrompere nei cuori di tutto il mondo. Questo ha trasformato la nostra immagine di un’occupazione, di quello che rappresenta un assedio per una città, di cosa succede quando le bombe al fosforo bianco colpiscono una scuola.

Questi messaggi non hanno raggiunto tutti negli Stati Uniti, e non tutti quelli che sono stati raggiunti hanno cambiato opinione. Ma il nuovo discorso ha cambiato un numero impressionante di menti. I sondaggi hanno un valore limitato -al massimo sono uno scatto fotografico, un momento nel tempo. Ma pensate a questo: è l’estate 2010, il Presidente Obama è in disaccordo con il Primo Ministro israeliano Netanyahu (e anche questo è un riflesso di una situazione politica che sta cambiando) sugli insediamenti nei territori occupati. La stampa scrive falsamente che gli Stati Uniti stanno premendo su Israele, il che comporta una serie di gentili richieste: per favore smettete di costruire nuovi insediamenti. Dopo che Israele disse no per alcune volte, le richieste si fermarono. In quel momento, un sondaggio Zogby chiese alla gente di scegliere una frase che esprimeva la loro visione degli insediamenti. Il 63% dei democratici -lo stesso partito del presidente Obama e fino a non molto tempo fa il principale partito a supporto di Israele -scelse la frase che diceva: “Gli insediamenti israeliani sono costruiti su terre confiscate ai Palestinesi e dovrebbero essere abbattuti e le terre restituite ai proprietari palestinesi”. Una fotografia nel tempo, forse. Ma comunque il 63%!

Organizzazioni come la US Campaign to End the Israeli Occupation e la Jewish Voice for Peace si sono entrambe avvantaggiate di questo cambiamento nel discorso e lo hanno fomentato. La vera sfida ora è come usare questo cambiamento, come usare la quasi-normalizzazione della critica a Israele per portare avanti il lavoro, impegnarsi con organizzazioni e istituzioni e -gasp!- anche membri del Congresso che non hanno mai toccato questo tema prima e che ancora pensano che sia un suicidio politico criticare Israele. Sappiamo che certamente non è così, e dobbiamo capire quale debba essere la prossima mossa, lo stadio molto più difficile di trasformare il cambiamento del discorso in un reale cambiamento politico.

C’erano delle speranze quando il Presidente Obama fu eletto per la prima volta, specialmente quando scelse l’ex senatore George Mitchell, uno dal pensiero indipendente, come inviato speciale. Ma Mitchell fu tenuto legato a un guinzaglio troppo corto, e Obama su questo tema fallì completamente. Non fu mai disponibile a utilizzare qualcosa del suo capitale politico per premere veramente su Israele per fermare gli insediamenti, mai disponibile a mettere sul tavolo i 3,1 miliardi di dollari di aiuti militari a Israele, mai disponibile ad abbandonare la protezione di Israele alle Nazioni Unite in modo che i suoi leader fossero messi sotto accusa per crimini di guerra. È così che si incomincia a premere -e finora non abbiamo visto nulla di tutto questo.

Dobbiamo fare molta strada. In un inatteso dibattito testa a testa che ho avuto nel 2011 con il consigliere di Obama Ben Rhodes, è stato scioccante (anche se in realtà non sorprendente) vedere quanto fosse profondamente ignorante Rhodes di come si rapporta Israele verso gli Americani, in particolare gli Arabo-Americani. Ma allora, come se non a seguito di un profondo cambiamento del discorso si poteva concepire il principale portavoce della Casa Bianca e consigliere alla sicurezza nazionale seduto lì, cercando di disimpegnarsi, mentre 300 Arabo-Americani, in maggioranza giovani donne palestinesi, lo prendevano a bersaglio per avere permesso a Israele campo libero con miliardi di aiuti finanziari e la garanzia dell’impunità?

Alcuni dei cambiamenti più importanti sono avvenuti con la comunità ebraica. J-Street ha contribuito a rompere il tabù sulla Collina; Jewish Voice for Peace ha giocato un ruolo molto più consistente e importante per le mobilitazioni, soprattutto di giovani ebrei. L’AIPAC ha ancora il denaro per minacciare i membri del Congresso, ma non può continuare a proclamare che dispone anche dei voti ebrei, perché la comunità ebraica ora per fortuna è profondamente divisa sulla questione di Israele. L’AIPAC rappresenta solo l’ala destra (e quindi, naturalmente, la maggior parte dei soldi), J Street sta al centro e Jewish Voice for Peace a sinistra. Nella comunità ebraica è proprio un giorno nuovo.

Il nostro movimento non è ancora abbastanza forte per farla finita con il beneplacito USA al massacro a Gaza -ma il cambiamento nel discorso pubblico è un primo passo cruciale. Ora dobbiamo veramente fare un salto di qualità nel nostro lavoro per arrivare allo stadio successivo.

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(*)Attivista statunitense per i diritti del popolo palestinese, autrice tra gli altri dei libri Challenging Empire: How People, Governments, and the UN Defy US Power e Ending the US War in Agfghanistan: A Primer. Membro dell’Institute for Policy Studies e del Transnational Institute di Amsterdam.

Fonte: The Nation

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 16 luglio 2014

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Ecco il contributo dell’Italia ai bombardamenti dell’aviazione di Tel Aviv

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di Manlio Dinucci

tratto da Il Manifesto

Armi. La cooperazione sancita da una legge del 2005. Coinvolte le forze armate all’interno di un vincolo di segretezza

I cac­cia­bom­bar­dieri che mar­tel­lano Gaza sono F-16 e F-15 for­niti dagli Usa a Israele (oltre 300, più altri aerei ed eli­cot­teri da guerra), insieme a migliaia di mis­sili e bombe a guida satel­li­tare e laser.
Come docu­menta il Ser­vi­zio di ricerca del Con­gresso Usa (11 aprile 2014), Washing­ton si è impe­gnato a for­nire a Israele, nel 2009–2018, un aiuto mili­tare di 30 miliardi di dol­lari, cui l’amministrazione Obama ha aggiunto nel 2014 oltre mezzo miliardo per lo svi­luppo di sistemi anti-razzi e anti-missili. Israele dispone a Washing­ton di una sorta di cassa con­ti­nua per l’acquisto di armi sta­tu­ni­tensi, tra cui sono pre­vi­sti 19 F-35 del costo di 2,7 miliardi. Può inol­tre usare, in caso di neces­sità, le potenti armi stoc­cate nel «Depo­sito Usa di emer­genza in Israele». Al con­fronto, l’armamento pale­sti­nese equi­vale a quello di chi, inqua­drato da un tira­tore scelto nel mirino tele­sco­pico di un fucile di pre­ci­sione, cerca di difen­dersi lan­cian­do­gli il razzo di un fuoco artificiale.

Un con­si­stente aiuto mili­tare a Israele viene anche dalle mag­giori potenze euro­pee. La Ger­ma­nia gli ha for­nito 5 sot­to­ma­rini Dol­phin (di cui due rega­lati) e tra poco ne con­se­gnerà un sesto. I sot­to­ma­rini sono stati modi­fi­cati per lan­ciare mis­sili da cro­ciera nucleari a lungo rag­gio, i Popeye Turbo deri­vati da quelli Usa, che pos­sono col­pire un obiet­tivo a 1500 km. L’Italia sta for­nendo a Israele i primi dei 30 veli­voli M-346 da adde­stra­mento avan­zato, costruiti da Ale­nia Aer­mac­chi (Fin­mec­ca­nica), che pos­sono essere usati anche come cac­cia per l’attacco al suolo in ope­ra­zioni bel­li­che reali.

La for­ni­tura dei cac­cia M-346 costi­tui­sce solo una pic­cola parte della coo­pe­ra­zione mili­tare italo-israeliana, isti­tu­zio­na­liz­zata dalla Legge n. 94 del 17 mag­gio 2005. Essa coin­volge le forze armate e l’industria mili­tare del nostro paese in atti­vità di cui nes­suno (nep­pure in par­la­mento) viene messo a cono­scenza. La legge sta­bi­li­sce infatti che tali atti­vità sono «sog­gette all’accordo sulla sicu­rezza» e quindi segrete. Poi­ché Israele pos­siede armi nucleari, alte tec­no­lo­gie ita­liane pos­sono essere segre­ta­mente uti­liz­zate per poten­ziare le capa­cità di attacco dei vet­tori nucleari israe­liani. Pos­sono essere anche usate per ren­dere ancora più letali le armi «con­ven­zio­nali» usate dalla forze armate israe­liane con­tro i palestinesi.

La coo­pe­ra­zione mili­tare italo-israeliana si è inten­si­fi­cata quando il 2 dicem­bre 2008, tre set­ti­mane prima dell’operazione israe­liana «Piombo fuso» a Gaza, la Nato ha rati­fi­cato il «Pro­gramma di coo­pe­ra­zione indi­vi­duale» con Israele. Esso com­prende: scam­bio di infor­ma­zioni tra i ser­vizi di intel­li­gence, con­nes­sione di Israele al sistema elet­tro­nico Nato, coo­pe­ra­zione nel set­tore degli arma­menti, aumento delle eser­ci­ta­zioni mili­tari con­giunte.
In tale qua­dro rien­tra la «Blue Flag», la più grande eser­ci­ta­zione di guerra aerea mai svol­tasi in Israele, cui hanno par­te­ci­pato nel novem­bre 2013 Stati uniti, Ita­lia e Gre­cia. La «Blue Flag» è ser­vita a inte­grare nella Nato le forze aeree israe­liane, che ave­vano prima effet­tuato eser­ci­ta­zioni con­giunte solo con sin­goli paesi dell’Alleanza, come quelle a Deci­mo­mannu con l’aeronautica ita­liana. Le forze aeree israe­liane, sot­to­li­nea il gene­rale Ami­kam Nor­kin, stanno spe­ri­men­tando nuove pro­ce­dure per poten­ziare la pro­pria capa­cità, «accre­scendo di dieci volte il numero di obiet­tivi che ven­gono indi­vi­duati e distrutti». Ciò che sta facendo in que­sto momento a Gaza, gra­zie anche al con­tri­buto italiano.

11 luglio 2014

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La battaglia sui Fondi Strutturali Europei

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tratto da http://confederazione.usb.it

L’insediamento del nuovo parlamento europeo ha finalmente acceso i riflettori sulla questione dei fondi strutturali in Italia dopo vent’anni di silenzio e di malaffare.
E va riconosciuto al M5S il coraggio di denunciare con forza a Strasburgo quel complesso sistema di corruttele che ha garantito che i fondi fossero spesi male, restituiti al mittente o servissero a finanziare clientele e filiere del malaffare.
Una denuncia importante, a cui le rappresentanze delle Regioni hanno reagito con evidente fastidio, poiché si accingono a chiudere proprio in questi giorni i documenti di programmazione da sottoporre al vaglio della CE.
E’ un momento assai delicato, l’ok di Bruxelles è il loro obiettivo prioritario, e vogliono sedare qualunque dubbio sulla capacità del nostro paese di utilizzare queste nuove risorse economiche (oltre 110 miliardi di euro) in modo diverso da come è stato in passato.
Falso, già in questa fase appare evidente che nulla è cambiato: la nuova programmazione 2014-2020 è debole (la Commissione europea ha respinto la prima bozza del documento nazionale con ben 352 osservazioni critiche), scarsa o pressoché nulla la tanto auspicata integrazione tra fondi per le infrastrutture, per l’occupazione e l’inclusione sociale, finta l’apertura delle istituzioni ad una programmazione partecipata.
Le esperienze che stiamo seguendo in alcune regioni sono molto esemplificative: grandissimi ritardi, enormi incompetenze, poca trasparenza, lotte intestine tra le istituzioni per il controllo dei fondi.
E come in passato, a rimanere esclusi sono sempre i cittadini e finanche le istituzioni locali, che le Regioni evitano di coinvolgere realmente nella programmazione della gestione dei fondi.
Si programma senza una riflessione attenta sul cosa ha/non ha funzionato nel passato, quanta e quale occupazione hanno fino ad oggi prodotto questi fondi, quali investimenti abbiano realmente sollecitato lo sviluppo economico e sociale dei territori. 
Tutto appare come un grande esercizio di stile volto a dimostrare alla CE che in tecnicismo siamo diventati veramente bravi.
La vera attenzione delle Regioni e Ministeri non è riposta sui cittadini, che costituiscono i veri destinatari di queste risorse, ma alla partita che si gioca con la Commissione UE.

E nel frattempo si affaccia un nuovo pericolo: spostamento graduale di risorse economiche dalle regioni ai livelli centrali (Ministeri e Presidenza del Consiglio dei Ministri) come la carta vincente (peraltro già sollecitata da Bruxelles) per non imbattersi negli errori del passato.
Qualcuno già saluta l’Agenzia della Coesione territoriale istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (unico caso in Italia di ente pubblico con personale assunto a tempo indeterminato a valere sui fondi strutturali) come il garante della buona attuazione dei fondi in Italia.
Una sorta di primo banco di prova della riforma del Titolo V° della Costituzione: dopo l’abolizione delle Province e l’indebolimento dei Comuni, ora tocca alle Regioni perdere competenze.
Ma l’accentramento delle risorse economiche non risolverà alcun problema reale sull’uso ed abuso di questi fondi poiché la storia ci insegna che la corruttela e l’intreccio con il malaffare interessa l’intero sistema politico italiano a tutti i livelli di governo.

Anche la logica con la quale l’Europa sovraintende alla gestione dei Fondi è ambivalente.  Rilevante è l’enfasi sull’uso trasparente dei fondi, sull’attenzione alla partecipazione dei cittadini, sulla coerenza tra bisogni e azioni messe in campo per la loro risoluzione, sul superamento di una politica italiana che ha polverizzato le risorse in tanti piccoli interventi che nulla hanno prodotto di significativo per lo sviluppo dei territori.
Ma accanto a tutto ciò, vi è quell’Europa che detta all’Italia e agli altri paesi UE il suo modello di sviluppo socio-economico e su tali scelte non è ammessa alcuna replica.
La ricerca (pubblica e privata) è svilita a mero strumento di trasferimento tecnologico al sistema imprenditoriale, il sostegno economico è rivolto esclusivamente alla gestione privatistica dei servizi (anche quelli di pubblica utilità) e la flessibilità del lavoro è il mantra su cui far leva per costruire nuova occupazione.
La logica dei fondi strutturali è gravida dei principi della concorrenza e del libero mercato, gli unici in grado di garantire la ripresa economica, mentre l’interesse collettivo è contemplato solo nella misura in cui soddisfi i criteri economici dominanti.
Anche sul fronte delle politiche per l’occupazione vengono riproposti dispostivi che hanno già dimostrato di essere fallimentari e che si sostanziano in crediti d’imposta alle imprese per l’assunzione di determinate categorie di lavoratori. Garanzia Giovani altro non è che una serie di misure (peraltro già sperimentate) centrate sull’occupabilità (tirocini, stage all’estero, ecc.) invece che sull’occupazione.  Sarebbe bastato anche solo il monitoraggio di queste politiche, magari gestito da un ente pubblico terzo, e una loro valutazione pubblica per svelare cosa abbiano prodotto tali fondi e soprattutto, quali politiche nazionali e regionali – sostenute dalla UE – non fosse più opportuno alimentare in questa nuova programmazione.
Ma il monitoraggio e la valutazione delle politiche pubbliche non è cultura che appartiene alle nostre istituzioni, abituate ad esternalizzare tali servizi ad imprese private o agenzie comunque condizionabili.

Costruire un reale cambiamento in questo contesto non sarà facile. La vertenza che abbiamo avviato come USB è solo all’inizio e c’è bisogno di un lavoro di rete con altre rappresentanze della società civile per smontare questo sistema.  Va considerata l’opportunità di far leva sul ruolo della CE per rompere vecchi equilibri e non aver timore di ricorrere alle procedure di infrazione per costringere partiti, sindacati ed imprese a mettere giù le mani dai Fondi strutturali. Ma non basta. Si tratta di far crescere e promuovere la progettazione dei servizi dal basso.
Sorvegliare ogni singolo atto dell’amministrazione regionale e nazionale in tema di fondi comunitari e denunziare quella illegalità che da sempre li caratterizza, sapendo che oggi è più difficile di ieri poiché gli spazi di democrazia sono stati definitivamente chiusi.

USB Unione Sindacale di Base
 
8 luglio 2014
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Luglio 2014 20:53

Tutti per la crescita, intanto negli States…

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Economic_crises

tratto da http://www.infoaut.org

La vulgata neokeynesiana pro “crescita” ha su questa sponda dell’Atlantico il suo dogma incrollabile: gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi grazie alla politica economica e monetaria espansiva dell’amministrazione Obama. Il suo profeta Paul Krugman, è vero, proclama in patria che la liquidità immessa non è ancora sufficiente per risollevare la middle class (anzi, ultimamente ha avanzato dubbi più “strutturali” ma i suoi adepti europei non sembrano aver preso nota). Nessuno comunque mette in dubbio che la strada giusta è quella.

Non importa che la “ripresa” Usa (tecnicamente, udite, data da metà 2009) sia stata a tutt’oggi la più lenta e asfittica del secondo dopoguerra; che i livelli di occupazione pre-crisi siano stati recuperati dopo cinque anni (!) ma con qualifiche e salari più bassi (vedi gli interessantissimi grafici pubblicati dal New York Times); che il livello di partecipazione al mercato del lavoro sia sul 60%, il peggiore da trentasette anni; che l’erogazione di food stamps sia a livelli storici; che la middle class sia in pieno deleveraging post-abbuffata da debito con riduzione dei consumi; eccetera, eccetera.

Con tutto ciò, negli ultimi mesi anche sul versante del Pil le cose paiono mettersi non bene. Inaspettato per gli esperti, il dato del primo trimestre ha segnato un -2,9% su base annua, il peggiore dal 2009.

Ora, un trimestre non fa primavera e neppure… autunno. La crisi globale – non solo un’eurocrisi da politiche restrittive, nb – è un processo profondo ancora in corso, non solo economico ma sociale, politico e geopolitico. Il Pil è solo uno dei numerosi “dati” macro (e lasciamo perdere calcolato su quali basi). Nessuno, quindi, ha l’intenzione di levare un dottorale l’avevamo detto. Del resto, l’andamento complessivo attuale sa più di stagnazione che di recessione.

Un elemento di ordine generale però salta agli occhi: dopo quattro trilioni di dollari gettati sui mercati dalla Federal Reserve in questi anni, ed è solo una parte della liquidità creata, l’economia non vuole ripartire. Non solo: stoppato il crollo dopo lo scoppio della bolla sub-prime, se ne è ricreata una nuova, e forse più d’una se è vero che, stranamente, sono in bolla sia le azioni di borsa che le obbligazioni. Se fossimo marxisti diremmo che la moneta fatica sempre più a funzionare come capitale…

Di fronte a questa situazione i nuovi vertici della Fed hanno un bel dilemma, fin qui aggirato prendendo tempo. O andare a concludere i programmi di Quantitative Easing (ovvero lo stampare moneta per sostenere l’indebitamento pubblico e i corsi di borsa permettendo nel frattempo alle banche di ripulire un po’ i bilanci) controllando le bolle e però facendo salire i tassi con le conseguenze del caso oppure continuare così mettendo però a rischio in prospettiva l’egemonia mondiale di un dollaro superinflazionato.

Intanto, la pressione sulla Ue perché adotti un corso di crescita allentando le redini della politica monetaria si fa forte, non a caso se la finanza americana a fronte di una nuova “correzione” dei mercati dovesse trovarsi nella necessità di nuovi raid speculativi. La geopolitica obamiana della distruzione creativa – dall’Ucraina al Medio Oriente – prosegue. E qui da noi si aspetta di vedere se Mister 40%-dei-voti ce la farà, per il bene di tutti e con una spintarella a stelle e strisce, a lasciarsi alle spalle l’austerity imposta da quella cattivona... Come sempre, chi si accontenta gode.

rk

1 luglio 2k14

US-Economic-crisis-timeline

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