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INTERNAZIONALE

Fmi: 2,5 miliardi di profitti dai prestiti alla Grecia

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Da Jubilee Debt Campaign dei freddi numeri che lasciano di ghiaccio. La finanza estrae profitto anche da un popolo in crisi umanitaria, perché queste sono le regole,  il profitto deve stare al di sopra di tutto! 

2011 G-20 Presser

tratto da http://vocidallestero.it/

In vista del versamento di € 462 milioni al Fondo monetario internazionale da parte della Grecia, previsto per il 9 aprile, dei dati diffusi da Jubilee Debt Campaign mostrano che dal 2010 il FMI ha ricavato 2,5 miliardi di € di profitti dai suoi prestiti alla Grecia. Se la Grecia rimborserà totalmente il suo debito col FMI, il profitto salirà a € 4,3 miliardi entro il 2024.

Il FMI ha applicato un tasso di interesse effettivo del 3,6% sui suoi prestiti alla Grecia. Molto di più del tasso di interesse che basterebbe all’istituto per coprire tutti i suoi costi, attualmente intorno allo 0,9%. Se questo fosse stato il tasso di interesse effettivo pagato dalla Grecia al FMI dal 2010, il paese avrebbe dovuto pagare 2,5 miliardi di € in meno.

Dai prestiti concessi a tutti i paesi in crisi di debito tra il 2010 e il 2014 il FMI ha ottenuto un profitto totale di € 8,4 miliardi, più di un quarto dei quali proviene di fatto dalla Grecia. Tutto questo denaro è stato aggiunto alle riserve del Fondo, che ora ammontano a € 19 miliardi. Tali riserve dovrebbero essere utilizzate per sostenere i costi di eventuali inadempienze sui rimborsi. Il debito totale della Grecia verso il Fondo Monetario Internazionale ammonta attualmente a 24 miliardi di €.

Tim Jones, economista presso Jubilee Debt Campaign, ha affermato:

“Non solo i prestiti del FMI alla Grecia in primo luogo hanno  salvato le banche che hanno prestato incautamente, ma addirittura hanno  portato via dal paese ancora più denaro. Questo interesse usurario si aggiunge al debito ingiusto imposto al popolo greco.”

8 aprile 2015

vedi anche

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Ultimo aggiornamento Martedì 14 Aprile 2015 10:25

Raul Castro. La visione di Cuba sulla Nuestra America, senza sconti per gli Usa

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Raul Castro. La visione di Cuba sulla Nuestra America, senza sconti per gli Usa

tratto da http://contropiano.org

Riportiamo la seconda parte dell'intervento del Presidente cubano Raul Castro al vertice delle Americhe in corso a Panama. Ieri molti hanno sottolineato il fatto storico dell'incontro con Obama, il primo Presidente Usa a incontrarsi con un leader del governo rivoluzionario cubano. Ci sembra importante questa seconda parte dell'intervento di Raul Castro. Nella prima aveva elencato, senza sconti,  le conseguenze della politica aggressiva degli Usa contro Cuba nel corso di questi sessantasei anni, come a dire "non ci scordiamo di tutto quello che gli Stati Uniti hanno fatto contro quest'isola. Ma nella seconda parte dell'intervento, emerge la "visione" complessiva di Cuba sull'intero quadro delle relazioni interamericane, con la ovvia e particolare sottolineatura alla visione della Nuestra America pensata da Josè Martì. Una visione "alta" e interessante, che solo chi ha combattuto concretamente e in prima persona contro l'imperialismo puà esprimere senza ipocrisie.

Dall'intervento di Raul Castro al vertice delle Americhe (Panama)

(...) Le relazioni emisferiche, a mio parere, sono profondamente cambiate, soprattutto in campo politico, economico e culturale; e sono cambiate sulla base del diritto internazionale e l'esercizio di autodeterminazione e di uguaglianza sovrana, concentrandosi sullo sviluppo di legami reciprocamente vantaggiosi e la cooperazione per servire gli interessi di tutte le nostre nazioni e annunciare i propri obiettivi.

L'adozione, nel gennaio 2014, in occasione del secondo vertice del CELAC, a L'Avana, della Proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi, come una zona di pace, è stato un importante contributo a questo scopo, caratterizzato da unità latinoamericana e caraibica nella sua diversità.

Lo dimostra il fatto che i processi si muovono verso l'integrazione genuinamente latinoamericana e caraibica attraverso CELAC, UNASUR, CARICOM, MERCOSUR, ALBA, SICA e l'Associazione degli Stati dei Caraibi, che sottolineano la crescente consapevolezza della necessità di insieme per assicurare il nostro sviluppo.

Questo annuncio ci impegna a far si che "le differenze tra le nazioni vengano risolte pacificamente, attraverso il dialogo e la negoziazione e altre forme di soluzione, e in piena conformità con il diritto internazionale".

Vivere in pace, collaborando  per affrontare le sfide e risolvere i problemi, dopo tutto, ci riguardano e colpiscono tutti, oggi è indispensabile.

Deve essere rispettato, come dichiarato nella proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come zona di pace, firmato da tutti i capi di Stato e di governo della Nostra America, "il diritto inalienabile di ogni Stato a scegliere il suo sistema politico, economico, sociale e cultura, come condizione essenziale per assicurare la convivenza pacifica tra le nazioni.

Con esso, ci siamo impegnati a compiere il nostro "dovere di non intervenire direttamente o indirettamente, negli affari interni di un altro Stato e di rispettare i principi della sovranità nazionale, la parità di diritti e di autodeterminazione dei popoli" e di rispettare "i principi e le norme del diritto internazionale (...) e con i principi e le finalità della Carta delle Nazioni Unite. "

Tale documento storico esorta "tutti gli Stati membri della comunità internazionale di rispettare pienamente questa affermazione nelle sue relazioni con gli Stati membri CELAC".

Abbiamo l'opportunità per tutti noi che siano qui, di imparare, come esprime anche il Proclama, "a praticare la tolleranza e vivere insieme in pace come buoni vicini".

Esistono discrepanze sostanzial? Sì, ma esistono anche punti in comune su cui possiamo cooperare per consentire di vivere in questo mondo pieno di minacce per la pace e la sopravvivenza umana.

Che cosa impedisce a livello emisferico, come già affermato da alcuni dei presidenti che mi hanno preceduto, di usare la parola "cooperare" per affrontare il cambiamento climatico come è stato qui segnalato?

Perché non possiamo, come paesi delle due Americhe, Nord e Sud, lottare insieme contro il terrorismo, il traffico di droga e la criminalità organizzata, senza posizioni politicamente di parte?

Perché non possiamo cercare insieme le risorse per fornire alle scuole del nostro emisfero, ospedali - anche se non lussuosi, un piccolo ospedale modesto, in luoghi dove la gente muore perché non c'è nessun medico - oppure fornire occupazione, avanzando verso la l'eliminazione della povertà? 

Non si potrebbero ridurre le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, ridurre la mortalità infantile, eliminare la fame, debellare le malattie prevenibili ed eliminare l'analfabetismo?

L'anno scorso, abbiamo stabilito una cooperazione a livello emisfericoper la prevenzione di Ebola e i paesi delle Americhe stanno lavorando congiuntamente, un fatto che dovrebbe servire da stimolo a maggiori sforzi.

Cuba, piccola e priva di risorse naturali, che si è sviluppata in un paese ambiente estremamente ostil, è stata in grado di raggiungere la piena partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale della nazione; la copertura dell'educazione sanitariaè universale e gratuita; un sistema di sicurezza sociale che assicura che nessun cubano rimanga senza casa; significativi progressi verso la parità di opportunità e nell'affrontare ogni forma di discriminazione; il pieno esercizio dei diritti dei bambini e delle donne; accesso allo sport e alla cultura; il diritto alla vita e alla sicurezza pubblica.

Nonostante le carenze e le difficoltà, continuerà a condividere ciò che abbiamo. Attualmente 65.000 collaboratori cubani lavorano in 89 paesi, soprattutto nel campo della medicina e dell'istruzione. Si sono laureati presso la nostra isola 68.000 professionisti e tecnici, di cui 30 000 nella salute, provenienti da 157 paesi.

Se con risorse molto limitate, Cuba è stata questo, cosa potrebbe fare l'emisfero con la volontà politica di lavorare insieme per contribuire ai paesi più bisognosi?

Grazie a Fidel e al popolo cubano eroico, siamo arrivati ​​a questo vertice, per adempiere il mandato di Martí con la libertà  conquistata con le nostre mani, "orgogliosi della Nostra America, per servirla e onorarla, con la determinazione e la capacità di contribuire affinchè venga stimata per il suo merito e rispettata per i suoi sacrifici ", come ha detto Martí.

Signor Presidente: Spiacente, e tutti voi, per il tempo trascorso. Grazie mille a tutti

12 aprile 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 13 Aprile 2015 19:41

La crisi è finita? No, sta per esplodere...

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La crisi è finita? No, sta per esplodere...

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Mentre in molti continuano a raccontarci la favola della crescita che sta per ripartire, basta fare ancora “qualche piccolo sacrificio” - Renzi in Italia, Christine Lagarde per il Fmi – da qualche altra parte si vanno preparando per la prossima tempesta di dimensioni globali.

Non ne stanno parlando in qualche “pensatoio” senza responsabilità operative, ma ai vertici delle principali banche d'affari del pianeta. Strutture multinazionali per definizione, con terminali in ogni angolo del globo e analisti dedicati ad ogni area significativa di business.

A rompere il ghiaccio è stato Jamie Dimon, un paio di giorni fa. Di mestiere fa l'amministratore delegato di Jp Morgan, squalo della finanza secondo soltanto a Goldman Sachs, e in quanto tale ha inviato ai suoi soci la periodica lettera di informazioni in cui viene dipinto un quadro niente affatto roseo.

La tesi è semplice: una nuova crisi sta per abbattersi sui mercati finanziari. Nessun verbo al condizionale. L'unica incertezza è sul quando esploderà e a partire da quale punto. Sono domande centrali per uno che sposta quotidianamente denaro da una parte all'altra del globo – non deve farsi sorprendere nell'ora e nel posto sbagliato – ma assai meno pressanti per noi che non abbiamo un soldo.

A noi interessa soprattutto sapere che un'altra crisi finanziaria, di dimensioni superiori a quella del 2007-08 e con effetti deciamente più devastanti, si va “caricando” nelle viscere del sistema internazionale. E nessuna sa come tenerla sotto controllo.

Dimon impiega ben tre pagine del suo rapporto (poco meno del 10% del testo completo) a disegnare scenari plausibili, per consentire ai suoi soci di prendere decisioni razionali, tempestive, conservative. Due cose gli sembrano comunque certe; una fase caratterizzata da "mercati più volatili" e "un rapido deprezzamento delle valutazioni". Tempesta e grande velocità nell'accumulare perdite, se si sbagliano le mosse.

In fondo Dimon è solo il più “operativo” tra le cassandre che stanno vedendo crescere i segnali di tempesta. Lo scorso anno, un report dell'economista britannico George Magnus, analista della banca svizzera UBS e uno dei pochi ad aver previsto l'esplosione della bolla dei subprime. avvertiva che l'attuale calma sui mercati è la classica "quiete prima della tempesta". Proprio come quella che aveva preceduto il 2008.
Idem ha fatto, poco dopo, il francese Jacques Attali, sul settimanale L’Express, precedendo lo scoppio di una crisi finanziaria con conseguenze durissime soprattutto in Europa.

Stabilito che ci sarà da ballare, il ragionamento di Dimon e degli altri profeti di sventura passa ad esaminare chi è che ci rimetterà per primo – o con costi maggiori – la ghirba.
Rassicurando i soci, Dimon ha ricordato che la capacità di assorbire eventuali shock da parte delle banche è stata molto limitata dalle nuove regole su capitali e liquidità. In fondo sono state salvate dai governi, hanno i bilanci parzialmente ripuliti, hanno scaricato la maggior parte della zavorra alle banche centrali (prima alla Federal Reserve, ora anche alla Bce). Quindi non saranno le banche a essere travolte per prime, né a dare una mano per slavare il sistema.

Hedge fund e grandi gestori di fondi saranno invece costretti a intervenire e acquistare asset finanziari improbabili, ovviamente insieme ai governi nazionali. Uno schema solo in parte originale, anzi già collaudato, che alla fine scaricherà la gra parte dei costi direttamente sui risparmiatori (una volta come aderenti ai fondi di investimento, una volta come contribuenti degli stati nazionali (inevitabilmente costretti ad aumentare la tassazione per far quadrare i bilanci) e un'altra ancora come lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro.
La cabala dei previsori indica però anche l'anno dell'esplosione: il 2015.

Attali, per esempio, segnala che negli ultimi trent'anni le crisi finanziarie gravi si sono ripetute ogni sette anni: 1987 (il Dow Jones perse il 22,6% in una sola giornata); 1994 (crisi della valute emegenti); 2001 (scoppio della bolla dot.com); 2008 (bolla dei subprime negli Usa). Il problema è che non sianìmo ancora usciti da quest'ultima e già ne sta arrivando un'altra. Non c'è stato insomma possibilità di mettere a posto i vari sistemi e sottosistemi sconquassati dalla crisi del 2008. Per dire: da allora l'Italia ha perso oltre il 12% del Pil, la Grecia quasi il 30, e nenache la Germania ha davvero recuperato il gap con la situazione del 2007.

Il vero elemento che preoccupa i “professionisti dei mercati” è esattamente quello che hanno preteso a gran voce da sette anni a questa parte: la “droga liquida” emessa con assoluta generosità dalle grandi banche centrali (Federal reserve su tutti). Un oceano di denaro che contnua a sgorgare da numerose sorgenti (Bce e Banca del Giappone, in questo momento) senza trovare da nessunaparte vere occasioni di valorizzazione. Ossia di profitto.

Questo oceano di denaro non ha avuto quasi nessun effetto sull'”economia reale”, sulla produzione o i servizi; se non quello, minore, di contenere i crolli di diversi settori. Soprattutto, però, quell'oceano di liquidità si è riversato sulle borse e sui “mercati paralleli”, quelli dove viaggiano prodotti “derivati” dal contenuto (o “sottostante”) irrintracciabile, oppure sulle quotazioni azionarie di borsa. In definitiva: quei prezzi delle azioni, oggi, sono gonfiati dalla droga e non corrispondono affatto – anzi! - alle condizioni di profittabilità delle aziende di cui portano il nome.

Questo fenomeno ha un nome: bolla. Ogni asset finanziario è sopravvalutato, costa troppo rispetto al suo (già incerto) valore. Facile dunque prevedere, per uno come Dimon, un botto fragoroso e velocissimo non appena la “bolla” incontrerà – come sempre avviene – il suo fatale spillo. Ossia l'occasione, magari minore e impensabile (com'è stato per i mutui subprime statunitensi), che fa saltare la catena di santantonio dei titoli finanziari. Con tutti che corrono a vendere e nessuno che si ferma a comprare. Noi consigliamo sempre di dare uno sguardo al film Margin call per farsi un'idea “da dentro” l'esplosione della bolla.

E sembra abbastanza credibile la previsione dell'Europa come epicentro dell'esplosione. In fondo è qui che la Bce sta cominciando a pompare liquidità – sostenendo i valori di borsa – proprio mentre la Federal Reserve Usa sta meditando di “tornare alla normalità”, rialzando i tassi di interesse. Persino la querula regina delle riunioni del Fmi, Christine Lagarde, ha dovut ammettere che proprio in Europa il rischio è più alto per via, anche, di "crediti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell'Eurozona". Una cifra pari al 60% del Pil italiano, non un petardo.

C'è quindi chi azzarda anche la previsione del comparto che esploderà per primo:

Secondo la molti esperti, tra gli ultimi Lagarde, partirà dal mercato obbligazionario: ha superato i 100.000 miliardi di dollari (erano 70.000 miliardi nel 2007). Un mercato dalle dimensioni colossali, 50 volte il debito pubblico italiano, che sta consentendo alle grandi società statunitensi di scaricare il proprio debito in Europa, dove il costo del denaro è più basso. La prossima bolla a esplodere sarà quella dei bond.

Titoli di stato, ovvero debito pubblico, cioé il canale di scambio tra capitale multinazionale finanziario privato e possibilità di rifinanziamento del debito pubblico degli Stati. Vien quasi da ridere pensando con quale seriosità, per esempio, Schaeuble e Merkel continuano a bacchettare la Grecia mentre sotto le loro auguste poltrone è caricata una bomba nucleare da 100.000 miliardi...

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Ultimo aggiornamento Domenica 12 Aprile 2015 13:34

Eric Toussaint: l’audit mostrerà cosa è realmente avvenuto in Grecia

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Eric Toussaint intervistato dal quotidiano "Avgi" di Syriza

tratto da http://www.communianet.org/

Eric Toussaint, esperto di fama mondiale in materia di annullamento dei debiti illegittimi e odiosi, sarà responsabile del coordinamento scientifico del team internazionale di specialisti che parteciperanno alla commissione di audit del debito, commissione costituitasi in seguito alla decisione del Presidente del Parlamento, Zoe Konstantopoulos.
Rappresentante del Comitato per la cancellazione del debito del terzo mondo, Eric Toussaint ha partecipato, nel 2007, alla commissione di audit del debito in Ecuador, oltre ad aver offerto la propria consulenza sul tema del debito ai governi del Paraguay, di Timor Est, del Brasile, dell’Argentina e alla Commissione economica dell’Unione Africana |1|.
Eric Toussaint, ad Atene per la conferenza stampa che presentava formalmente l’istituzione del comitato per la revisione del debito, ha accettato di rispondere alle domande dell’Avgi |2|.
Ha spiegato il duplice scopo del comitato: da una parte, fornire al governo greco le armi giuridiche concernenti l’abolizione parziale del debito durante i relativi negoziati su questo argomento; dall’altra, le conclusioni del comitato potrebbero essere utili alla magistratura che indaga sulle condizioni abusive degli accordi firmati dai precedenti governi.
Ritenendo che ci sia una campagna di distorsione della realtà per quanto riguarda la vicenda del debito greco, sottolinea come i risultati delle indagini del comitato riveleranno all’opinione pubblica greca ed europea ciò che è realmente accaduto non solo in Grecia, ma anche negli altri paesi firmatari del memorandum.

Avgi: Quali sono i risultati attesi dai lavori del Comitato per la revisione del debito greco?

Lavoreremo con un team di esperti greci e di specialisti provenienti da molti altri paesi. Si tratta di specialisti in diritto internazionale, economia, finanza e revisione del debito pubblico. Determineremo la quota di debito che potrebbe essere considerata illegittima, illegale, odiosa, insostenibile. Investigheremo e dimostreremo, ad esempio, che tale porzione del debito è illegittima per tale motivo. In seguito, metteremo i nostri risultati a disposizione del Parlamento e di tutte le autorità greche.
Starà a loro prendere le decisioni necessarie sulla base dei nostri risultati. La nostra commissione non ha alcun potere decisionale. Noi possiamo solo trarre conclusioni, aiutare i cittadini e le autorità della Grecia a sostenere le proprie posizioni sulla questione del debito con argomenti giuridici.
Un elemento molto importante, e che la presidente Zoe Konstantopoulos ha molto chiaramente enunciato, è che l’opinione pubblica greca, i cittadini della Grecia, ci assisteranno nella nostra indagine. Siamo aperti a ricevere testimonianze, raccogliere opinioni, al fine di svolgere al meglio la nostra indagine.

Avgi: La Grecia deve alle “istituzioni” (la Troika) circa l’80% del suo debito. Questo non complica il processo di ristrutturazione del debito e la cancellazione della sua parte odiosa?

Onestamente, penso che così sia più semplice, più chiaro. È un po’ come una tragedia greca. C’è una unità di attori (i membri della Troika) e un’unità di tempo, cinque anni; e ci sono condizioni molto chiare imposte per il debito della Grecia. Qui non abbiamo creditori multipli, c’è l’IMF, ci sono 14 paesi che hanno concesso prestiti alla Grecia, c’è il Fondo europeo per la stabilità finanziaria europeo (FESF), la BCE …

Avgi: E i contribuenti europei…

No, non esattamente. Crede che siano stati i contribuenti europei a decidere di prestare il denaro alla Grecia e, per di più, a queste condizioni? No. Nessuno ha chiesto il loro parere. I paesi che hanno dato i soldi alla Grecia non li hanno presi direttamente dalle tasche dei loro cittadini. Li hanno presi in prestito dalle banche. Il denaro concesso alla Grecia sotto forma di prestito figura già nel debito pubblico di questi paesi. Il debito francese, ad esempio, è aumentato perché la Francia ha preso in prestito soldi dalle banche per prestarli alla Grecia al proibitivo tasso d’interesse del 5,5% nel periodo 2010-2011. In seguito tale tasso è stato ridotto tanto l’abuso era plateale.
Poi la Grecia ha utilizzato questi soldi per rimborsare le banche private: le banche private francesi, le banche private tedesche, le banche private italiane, ecc. I cittadini dei paesi in questione non hanno preso alcuna decisione in merito.
C’è una campagna per distorcere la realtà. Questo si ottiene generalizzando le bugie. Se si ripete cento volte la stessa cosa, si finirà per credere che sia vera, che sia la realtà. Dimostreremo che la realtà è diversa. La commissione lo dimostrerà non solo all’opinione pubblica greca, ma anche a quella francese, tedesca e così via. Dovremmo essere ottimisti rispetto alla capacità del pubblico di capire cosa è realmente accaduto in Grecia negli ultimi cinque anni. E non solo in Grecia, ma anche a Cipro, in Irlanda, in Portogallo.

Avgi: Una parte del suo lavoro è verificare le condizioni in cui sono stati conclusi gli accordi dei governi precedenti. Supponendo che troviate che alcuni di questi accordi includono condizioni abusive, cosa succederà sia riguardo a questi che riguardo a coloro che li hanno stipulati?

Da parte nostra, noi arriveremo a conclusioni chiare, con le responsabilità chiaramente delineate.
Esiste la separazione dei poteri, ed è la magistratura ad essere preposta a prendere la decisione di agire contro i responsabili.
Magistratura che, tra l’altro, ha già avviato procedimenti per i casi di corruzione nei quali sono implicati per esempio OTE o la Siemens.
È chiaro che con la nostra indagine troveremo altri casi simili e, successivamente, ciò risulterà utile alla magistratura in modo che possa intervenire e prendere i relativi impegni.

Avgi: Che ne pensa delle prime azioni del governo Tsipras? Si sente ottimista sui risultati delle trattative con le istituzioni europee sul debito?

Penso che i primi passi del governo siano positivi, come la decisione di riassumere i lavoratori licenziati, o quella di fornire energia elettrica gratis a 300.000 famiglie o di aumentare, entro ottobre 2016, il salario minimo. Queste misure sono positive, e spero che saranno accelerate, perché la crisi umanitaria è molto estesa in Grecia e c’è un gran numero di persone che non può aspettare mesi che le cose si facciano.
In ogni caso, appare evidente che i cittadini sostengono il governo di A. Tsipras. Mi sembra che negli ultimi sondaggi tra il 60 e il 70% dei cittadini approva il nuovo governo e considera positivamente le sue azioni.
Ora, per quanto riguarda i negoziati con i partner dell’UE e l’FMI, è evidente che questi non vogliono accettare la proposta del governo greco, e rimangono inflessibili. Ad esempio, nella decisione firmata il 25 febbraio non riconoscono l’esistenza della crisi umanitaria. Penso che questa posizione dei creditori sia inaccettabile.
Il governo greco dovrà decidere se continuare i negoziati sullo stesso tono, o se assumere una posizione più ferma di fronte a quella dura e rigida tenuta dalla Commissione europea e da alcuni governi europei.

Note

|1| L’Unione Africana riunisce 54 stati africani, con una popolazione totale di quasi 1 miliardo di persone. La sede è ad Addis Abeba.

|2| L’intervista è stata pubblicata domenica, 22 marzo. http://www.avgi.gr/article/5404508/

*Traduzione dal francese di Giuseppina Vecchia per Pressenza: https://www.pressenza.com/it/2015/04/eric-toussaint-laudit-mostrera-cosa...

aprile 2015

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Tsipras in Russia, "una nuova era nei rapporti tra i due paesi"

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Tsipras in Russia, "una nuova era nei rapporti tra i due paesi"

tratto da http://contropiano.org

Economia e politica estera, scambi commerciali e allentamento del "revival della guerra fredda", un gasdotto e "un ponte" per dare stabilità ai rapporti tra Est e Ovest nonché nella lotta al terrorismo jihadista.

NOn è stata una visita qualsiasi, quella che ha portato il premier greco Alexis Tsipras a Mosca, a colloquio per circa due ore con Vladimir Putin. E non crediamo che toni, temi e portata della discussione siano piaciuti minimamente all'Unione Europea, al Fondo Monetario Internazionale e agli Stati Uniti. Anche se è arrivata la conferma che Atena pagherà regolarmente, domani, la rata che doveva all'iatituto di Washington guidato da Christine Lagarde.

Al di là della retorica, come sempre dominante in queste occasioni, sia Tsipras che Putin hanno voluto dare l'idea del "nuovo inizio" nei rapporti reciproci, segnalando la volontà di rompere l'accerchiamento in cui entrambi si sentono in qualche misura rinchiusi. Più la Grecia che non la Russia, certamente, perché Mosca - al di fuori dell'Europa - sta imbastendo solidi rapporti economico-politici con mezzo mondo. Mentre per Tsipras, apertamente minacciato dalla Troika ("devi diventare il premier che noi vogliamo, non più il capo di Syriza"), si tratta di trovare una sponda alternativa se la pressione dell'Unione dovesse diventare insostenibile.

«Lo scopo della mia visita è cercare insieme di dare un nuovo inizio ai nostri rapporti per il bene di entrambi i popoli», e la vigilia della Pasqua ortodossa è diventata l'occasione giusta per ricordare ai cosiddetti "partner" europei che Atene ha un'identità comune con la Russia, addirittura sul piano - rischioso - della religione. Cristiana sì, ma d'Oriente.

La cornice religioso-culturale fa da sfondo e motivazione alla ricerca di una rafforzata cooperazione si aeconomica che politica. Non sono stati annunciati accordi particolari, ma solo la "ricerca dei modi" per sviluppare cooperazione nei settori dell’energia, degli investimenti, commercio, turismo e agricoltura. Non sono state confermate indiscrezioni della vigilia, come quella relativa alla possibilità di uno sconto del gas russo e nuovi prestiti ad Atene, in cambio di un maggiore spazio agli investimenti russi in Grecia.

Lo stesso Tsipras ha confermato invece che si è discusso dell'adesione greca al nuovo gasdotto russo-turco - il Turkish Stream, progetto va a sostituire il defunto Southstream - che dovrebbe passare sotto il Mar Nero, saltando dunque a ie' pari l'Ucraina e le sue tensioni. Idem per quanto riguarda l'esportazione di prodotti alimentari ellenici verso Mosca, fin qui sottoposti alla doppia conseguenza negativa delle sanzioni imposte da Bruxelles a Mosca e dalle controsanzioni russe nei confronti delle merci europee.

E proprio il tema delle sanzioni potrebbe vedere una forte differenziazione tra Atene e il resto dell'Unione Europea, nel corso delle prossime riunioni degli organismi continentali (ci sono proposte, al contrario, per irrigidirle). "La guerra economica non è la strada giusta", ha ribadito Tsipras rispondendo alle domande dei cronisti internazionali.

Dall'altro lato, anche se nessuno ammette di aver parlato di possibili aiuti russi sul fronte delle difficoltà finanziarie di Atene, sembra chiaro che il tema in qualche misura è stato affrontato. "La Grecia non ha chiesto alla Russia aiuti finanziari, ma i prestiti nel quadro della cooperazione sono possibili", ha detto il presidente russo Vladimir Putin. "Però vogliamo rassicurare tutti: non abbiamo intenzione di usare Atene come cavallo di Troia per l'Ue".

Non si hanno per ora reazioni dalle capitali del potere multinazionale europeo, ma il presidente del parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, parlando probabilmente a nome di tutta la nomenklatura continentale, aveva spiegato ieri che "Come premier di un Paese membro dell'Unione europea, l'Ue si aspetta" che Alexis Tsipras rispetti le linee di condotta tenute finora dall'Ue nei rapporti con la Russia in relazione alla crisi ucraina: "A questo indirizzo dovrà orientare il suo agire a Mosca".

Decisamente, non è andata così.

8 aprile 2015

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Aprile 2015 19:33

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