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INTERNAZIONALE

Venezuela: la rivolta dei ricchi contro la sanità gratuita

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Venezuela: la rivolta dei ricchi contro la sanità gratuita

La rivolta dei ricchi colpisce ancora. Mentre i media italiani si concentrano sulla morte di un giovane di origini italiane durante gli scontri a Maracaibo, il ministro della Sanità del governo bolivariano, Francisco Armada, ha denunciato che da quando sono iniziate, il 12 febbraio scorso, le proteste violente dell’oligarchia e di alcuni settori sottoproletari sul libro paga degli ambienti golpisti ben 11 centri di assistenza sanitaria gratuita sono stati devastati dai manifestanti.

E’ assai significativo che per l’ennesima volta i gruppi di destra prendano di mira i presidi sanitari realizzati dai governi di sinistra nelle periferie urbane e nelle regioni più isolate con la attiva collaborazione dei medici cubani. Presidi sanitari gratuiti che per la prima volta nella storia del Venezuela hanno fornito a milioni di cittadini poveri un’assistenza medica mai assicurata prima dai governi liberali.
Tra gli attacchi agli ambulatori medici risalta quello realizzato da un gruppo di una quarantina di incappucciati contro il centro sanitario di Riabilitazione Integrale della Missione Barrio Adentro di San Cristóbal (Táchira, nell’ovest del Venezuela).
Sulla base di alcune testimonianze e della denuncia di alcuni abitanti della cittadina il sindaco della località Daniel Ceballos, appartenente allo schieramento di destra, è stato processato e condannato ad un anno di reclusione.

Un altro degli attacchi più gravi contro il sistema sanitario pubblico si è verificato il 13 febbraio scorso quando ben dieci molotov furono lanciate contro la Direzione per la Salute Ambientale del Ministero della Sanità.
Inoltre la dirigente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Socorro Hernández, ha denunciato che gruppi di manifestanti hanno incendiato la sede dell’organo legislativo nella città di Maracaibo (stato di Zulia, nordovest del Venezuela). L’attacco si è verificato lo scorso 25 marzo.

Marco Santopadre

tratto da http://www.contropiano.org

31 marzo 2014

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Grecia: un milione di persone senza accesso alle cure

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grecia sanità collassoDa qualche tempo la Grecia è colpita da un’epidemia di influenza. Si calcolano 60 morti dovuti al virus H1N1, coinvolti nei casi più gravi. Queste cifre sono state pubblicate nello scorso febbraio dal Centro per il controllo delle malattie (KEELPNO). I casi mortali colpiscono in particolare coloro che soffrono di malattie croniche, ma i medici sottolineano che la mancanza di vaccini e di medicamenti antivirali è uno dei fattori principali di questo aumento della mortalità e del numero di malati che devono essere trattati nei reparti di cure intense. 183 persone hanno dovuto subire questo tipo di ricovero, durante questi ultimi due mesi. L’associazione dei medici di Atene (ISA) afferma, in un comunicato, che “le persone muoiono per un vaccino che costa 6 euro”. Un vaccino che non viene fornito dal sistema di cura nazionale (EOPYY). Quest’anno, solamente il 30% dei residenti in Grecia hanno avuto accesso a una vaccinazione, contro una media del 70%, nella maggior parte dei paesi europei.

Questa epidemia è ora al massimo del suo sviluppo e il 50% dei decessi sono stati registrati negli ultimi giorni di febbraio. La cifra di 60 è lungi dall’essere definitiva. Il numero di decessi aveva già raggiunto la soglia inaccettabile di 49 durante tutto il periodo dell’influenza di stagione del 2012-13.

Questa crisi sanitaria è strettamente collegata alla situazione sociale, così come viene descritta dalla Confederazione greca dei liberi professionisti, degli artigiani e dei commercianti (SEVEE). Secondo la loro inchiesta, del dicembre 2013, in tutta la Grecia, su un campione di 1201 nuclei familiari il 40% dei nuclei – circa 1,4 milioni – contava un disoccupato e solamente il 9,8% percepiva un’indennità di disoccupazione. Un nucleo su tre non è più in grado di far fronte a spese come l’elettricità, il rimborso dei debiti, ecc. Il 41,7% dei nuclei analizzati non dispone di un reddito sufficiente per onorare obblighi finanziari di ogni tipo. Il GSEVEE stima attorno al 39,4 % il calo medio dei redditi, con punte del 41,6 % nella regione dell’ Attica. Per il 48,6%, il reddito di un membro pensionato della famiglia, è diventata la fonte di maggiore entrata. Il 65,7% ha dovuto ridurre le spese alimentari.

Di fronte ad un impoverimento così brutale e diffuso, la chiusura di 380 centri comunitari di cura non può che minare il sistema della salute pubblica, già traballante, e rendere ancora più difficile l’accesso alle cure di base, annientando le unità di pronto soccorso, già ridotte di numero. L’apparato della salute pubblica già vacillante, è al limite del crollo perché sono stati raggiunti i “limiti di resistenza”. tratto da http://anticapitalista.org 30 marzo 2014

***

di Charlie Cooper*

In un impressionante rapporto sull’impatto dei tagli di spesa al sistema sanitario greco, alcuni ricercatori universitari hanno constatato un aumento del tasso di mortalità infantile, un aumento dell’AIDS fra i consumatori di droghe, il ritorno della malaria ed anche un aumento di suicidi.

Specialisti di Oxford, Cambridge e della London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM) indica che il budget degli ospedali pubblici greci è diminuito del 25% tra il 2009 e il 2011 e le spese pubbliche per i medicamenti sono state ridotte di più della metà, in misura tale che risulta impossibile ottenere alcuni medicamenti.

L’esplosione della disoccupazione in un paese dove l’assicurazione malattia è legata alla situazione lavorativa, ha fatto sì che 800’000 persone non abbia più accesso alle assicurazione sociali statali [state welfare] e ai servizi di cura. Tanto che, in alcune regioni, organizzazioni umanitarie come Medici del Mondo intervengono per fornire cure e medicamenti alle persone a rischio.

Il rapporto, pubblicato il 21 febbraio 2014 nella rivista medica The Lancet, accusa il governo e la comunità internazionale – che hanno imposto tagli considerevoli per “rafforzare ” l’economia greca durante la crisi del debito tra il 2010 e il 2012 – di essere “colpevoli” per la grande sofferenza inflitta al popolo greco.

“I costi dell’austerità vengono affrontati principalmente dai cittadini greci più poveri, che nel settore della salute hanno subito le più grandi riduzioni mai viste in Europa in epoca moderna” dichiara l’autore principale, il dottor David Stuckler dell’Università di Oxford. “Speriamo che questa ricerca aiuterà il governo greco ad organizzare una risposta urgente a queste crisi umanitarie sempre più grandi”

La Grecia è stata costretta a tagli massicci per adeguarsi alle condizioni dettate dai due pacchetti di risparmio, per un totale di 240 miliardi di euro, presentate dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale, la cosiddetta troika. Le spese per il settore sanitario non possono superare il 6% del PIL.

Gli autori indicano che l’analisi dei dati statistici, nell’inchiesta dell’Unione europea sui redditi e le condizioni di vita, rivelano un forte aumento delle persone i cui bisogni non sono soddisfatti. I costi della salute si sono spostati in modo significativo dallo Stato ai pazienti, con nuove partecipazioni a loro carico, per le prescrizioni e le visite ambulatoriali, aumentate da 3 a 5 euro.

Sono diminuiti i programmi governativi di prevenzione delle malattie, causando l’apparizione ed il ritorno di malattie infettive molto rare, come la malaria, riapparsa in Grecia dopo quarant’anni.

“Vi sono molte malattie infettive che sono state tenute a distanza durante gli ultimi 50 e 60 anni, con l’aumento degli sforzi della sanità pubblica” dichiara a The Independent Martin McKee, professore di salute pubblica europea presso la LSHTM e uno dei co-autori del rapporto: “Se l’attenzione diminuisce, così come in Grecia, le malattie possono “approfittare” dei cambiamenti. L’esperienza greca dimostra la necessità di valutare l’impatto sanitario causato da tutte le politiche dei governi e dell’Unione europea”.

I programmi di prevenzione e di trattamento destinati ai consumatori di droghe illegali hanno subito tagli importanti: durante il primo anno di austerità, nel 2009-10, è stato bloccato un terzo dei programmi di azione nelle strade. Il rapporto indica che la riduzione del numero di siringhe e di preservativi distribuiti ai consumatori di droghe conosciuti,” ha portato in questa “comunità direttamente ad un aumento del tasso di infezioni di AIDS – passando da solo 15 nel 2009 a 484 nel 2012.

Anche se occorrono molti anni per la pubblicazione di dati affidabili d’impatto sanitario sull’insieme di una popolazione, la Scuola nazionale greca di salute pubblica ha potuto constatare un aumento del numero dei nati morti tra il 2008 e il 2011. Lo attribuisce alla riduzione delle possibilità di accesso ai servizi prenatali. Tra il 2008 e il 2010 anche la mortalità infantile è aumentata del 43%.

Il tasso di suicidi è passato da circa 400 nel 2008 a quasi 500 nel 2011.

Alexander Kentikelenis, ricercatore in sociologia presso l’Università di Cambridge ed autore principale, ha dichiarato a The Independent che lo Stato “sociale” greco ha “smesso di proteggere le persone nel momento in cui ne avevano più bisogno”.

Ed aggiunge: ”È abbastanza scioccante quello che succede in Grecia ai gruppi più vulnerabili. È molto semplice valutare ciò che succede, ma è molto più difficile quantificare le implicazioni sanitarie a lungo termine per i disoccupati di lunga durata e le persone che non sono assicurate […] Lasciare che la sanità diventi una questione fuori controllo, a lungo termine finisce con il costare allo Stato molto di più”.

Il Ministero greco della salute e della solidarietà sociale non ha risposto ad una domanda di commento.

Un esempio

La clinica comunitaria metropolitana di Helliniko ad Atene è stata fondata nel dicembre 2011. Vi lavorano medici volontari e fornisce cure gratuite alle persone che non usufruiscono di un’assicurazione medica.

Christos Sideris, cofondatore, dichiara a The Independent: “In Grecia la situazione delle cure mediche è purtroppo drammatica. Abbiamo aiutato più di 4400 pazienti con più di 20’300 consultazioni, durante i 26 mesi di funzionamento dell’ospedale. Ci occupiamo di più di 300 bambini sotto i tre anni ed abbiamo aiutato 126 pazienti malati di cancro a ricevere una chemioterapia in collaborazione con l’ospedale pubblico. Tutto ciò non ufficialmente, ma con le persone che lavorano qui, ogni mercoledì dopo le ore di lavoro, e con medicamenti che riceviamo in donazione.

Abbiamo tre regole basilari: non accettiamo soldi da nessuno; non facciamo politiche partitiche e non facciamo pubblicità per chiunque ci offra aiuto. Accettiamo soldi solo dai nostri volontari – in questo momento sono 250. Questi volontari raccolgono i doni e finanziano la clinica. Anche la municipalità locale ci aiuta. Tutti i nostri medicamenti sono doni. In Grecia ci sono più di 40 cliniche comunitarie e di farmacie come la nostra. Non possiamo risolvere il problema. Ci siamo unicamente perché la nostra esistenza è indispensabile. Non possiamo e non vogliamo sostituirci al sistema di salute pubblica.”

* Articolo pubblicato il 21 febbraio 2014 dal quotidiano britannico The Independent. Traduzione, a partire da una versione francese apparsa sul sito www.alencontre.org è stata curata dalla redazione di Solidarietà. L’introduzione è stata redatta dalla redazione di alencontre.

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Noam Chomsky sulla Crimea: «Altro che feroce invasione»

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Intervista. Il professore del Massachusetts Institute of Technology sui nuovi venti di guerra oriente-occidente, accusa i giornalisti di asservimento al pensiero comune e gli Usa di doppiopesismo

 

Di «pas­sag­gio» a Tokyo per una serie di affol­la­tis­sime con­fe­renze, abbiamo chie­sto a Noam Chom­sky, pro­fes­sore eme­rito di lin­gui­stica al Mas­sa­chu­setts Insti­tute of Tech­no­logy, il suo parere sui nuovi «venti di guerra» tra Occi­dente e Oriente, che agi­tano il pia­neta. E non solo per quel che riguarda la crisi ucraina e ora la Crimea.

L’Occidente sem­bra essere pre­oc­cu­pato da quello che qual­cuno ha defi­nito il «fasci­smo» di Putin. E men­tre tor­nano i toni da guerra fredda, la situa­zione, in Cri­mea, rischia di precipitare…

Non solo in Cri­mea, direi che anche qui, in Asia orien­tale, la ten­sione è altis­sima, tira una brut­tis­sima aria. Il recente rife­ri­mento del pre­mier Shinzo Abe — per il quale non nutro par­ti­co­lare stima — alla situa­zione dell’Europa prima del primo con­flitto mon­diale è più che giu­sti­fi­cato. Per­ché le guerre pos­sono anche scop­piare per caso, o a seguito di un inci­dente, più o meno pro­vo­cato. Quanto alla Cri­mea, fac­cio dav­vero fatica ad asso­ciarmi all’indignazione dell’occidente. Leggo in que­sti giorni edi­to­riali assurdi, a livello di guerra fredda, che accu­sano i russi di essere tor­nati sovie­tici, par­lano di Ceco­slo­vac­chia, Afgha­ni­stan. Ma dico, scher­ziamo? Per un gior­na­li­sta, un com­men­ta­tore poli­tico, scri­vere una cosa del genere, oggi, signi­fica avere svi­lup­pato una capa­cità di asser­vi­mento e subor­di­na­zione al «pen­siero comune» che nem­meno Orwell avrebbe potuto imma­gi­nare. Ma come si fa? Mi sem­bra di essere tor­nato ai tempi della Geor­gia, quando i russi, entrando in Osse­zia e occu­pando tem­po­ra­nea­mente parte della Geor­gia, fer­ma­rono quel pazzo di Sha­kaa­sh­vili, a sua volta (mal) «con­si­gliato» dagli Usa. I russi, all’epoca, evi­ta­rono l’estensione del con­flitto, altro che «feroce invasione».

Per carità, tutto sono tranne che un filo russo o un fan di Putin: ma come si per­met­tono gli Stati uniti, dopo quello che hanno fatto in Iraq – dove dopo aver men­tito spu­do­ra­ta­mente al mondo intero sulla sto­ria delle pre­sunte armi di distru­zioone di massa, sono inter­ve­nuti senza un man­dato Onu a migliaia di chi­lo­me­tri di distanza per sov­ver­tire un regime – a pro­te­stare, oggi, con­tro la Rus­sia? Voglio dire, non mi sem­bra che ci siano state stragi, puli­zie etni­che, vio­lenze dif­fuse. Io mi chiedo: ma per­ché con­ti­nuamo a con­si­de­rare il mondo intero come nostro ter­ri­to­rio, che abbiamo il diritto, quasi il dovere di «con­trol­lare» e, nel caso, modi­fi­care a seconda dei nostri inte­ressi? Non è cam­biato nulla, alla Casa Bianca e al Pen­ta­gono, sono ancora con­vinti che l’America sia e debba essere la guida – e il gen­darme – del mondo.

A pro­po­sito di minacce, oltre alla Rus­sia, anche la Cina e il Giap­pone fanno paura? Chi dob­biamo temere di più?

Dob­biamo temere di più gli Stati uniti. Non ho alcun dub­bio, e del resto è quanto riten­gono il 70% degli inter­vi­stati di un recente son­dag­gio inter­na­zio­nale svolto in Europa e citato anche dalla Bbc. Subito dopo ci sono Paki­stan e India, la Cina è solo quarta. E il Giap­pone non c’è pro­prio. Que­sto non signi­fica che quello che stanno facendo, anzi per ora, per for­tuna, solo dicendo i nuovi lea­der giap­po­nesi non siano peri­co­lose e inac­cet­ta­bili pro­vo­ca­zioni. Il Giap­pone ha un pas­sato recente che non è ancora riu­scito a supe­rare e di cui i paesi vicini, soprat­tutto Corea e Cina non con­si­de­rano chiuso, in assenza di serie scuse e soprat­tutto atti di con­creto rav­ve­di­mento dal parte del Giappone.

Pro­prio in que­sti giorni leggo sui gior­nali che il governo, su pro­po­sta di alcuni par­la­men­tari, ha inten­zione di rive­dere la cosid­detta «dichia­ra­zione Kono», una delle poche dichia­ra­zioni che ammet­teva, espri­mendo con­tri­zione e rav­ve­di­mento, il ruolo dell’esercito e dello stato nel rastrel­lare decine di migliaia di donne coreane, cinesi e di altre nazio­na­lità e costri­gen­dole a pro­stu­tirsi per «risto­rare» le truppe al fronte.

Già, le famose «donne di ristoro», tut­ta­via ogni paese ha i suoi sche­le­tri. In Ita­lia pochi sanno che siamo stati i primi a gasare i «nemici» e anche inglesi e ame­ri­cani non scher­zano, quanto a cri­mini di guerra nasco­sti e/o ignorati

Asso­lu­ta­mente d’accordo. Solo che un conto è l’ignoranza, l’omissione sui testi sco­la­stici, un conto è il nega­zio­ni­smo: insomma, in Ger­ma­nia se neghi l’olocausto rischi la galera, in Giap­pone se neghi il mas­sa­cro di Nan­chino rischi di diven­tare premier.

tratto da http://ilmanifesto.it

18 marzo 2014

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Obama in Europa per il TTIP: ecco cos'è questo definitivo attacco a salute, diritti, ambiente e democrazia

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Obama-go-homeIn occasione della visita in Italia del presidente Usa Obama, le realtà che promuovono la campagna Stop TTIP Italia si mobilitano per denunciare i contenuti del trattato e il rischio che si traduca in un ulteriore attacco ai diritti, all'ambiente, alla democrazia e alla sovranità.

Cos'è il TTIP

Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, trattato di libero scambio tra Unione Europea e USA, è l’ennesimo attacco frontale di lobby economiche, Governi e poteri forti contro i diritti del lavoro, della persona, dell’ambiente e di cittadinanza. Il negoziato TTIP, lanciato ufficialmente nel luglio 2013 e portato avanti segretamente dalla Commissione europea e dall’Amministrazione Usa disegna un quadro di pesante deregolamentazione cui obiettivo principale non saranno tanto le barriere tariffarie, già abbastanza basse, ma quelle non tariffarie, che riguardano gli standard di sicurezza e di qualità di aspetti sostanziali della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, l'istruzione e la cultura, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro.

Tra i principali obiettivi del negoziato, c’è la mercificazione di servizi pubblici, di beni comuni e diritti a tutto vantaggio degli investitori e della proprietà privata, grazie anche alla costituzione di un organismo di risoluzione delle controversie, un vero e proprio arbitrato internazionale, a cui le aziende potranno appellarsi per rivalersi su Governi colpevoli, a loro dire, di aver ostacolato la loro corsa al profitto. Qualsiasi regolamentazione che tuteli i diritti sociali, economici ed ambientali, rischia di soccombere agli interessi del libero mercato, tutelato da sentenze che saranno a tutti gli effetti inappellabili.

Il trattato TTIP per punti

TTIP stopSICUREZZA ALIMENTARE: le norme europee su pesticidi, Ogm, carne agli ormoni e in generale sulla qualità degli alimenti, più restrittive di quelle americane , potrebbero essere condannate come “barriere commerciali illegali”

ACQUA, ENERGIA E SERVIZI PUBBLICI: sono settori a rischio privatizzazione. In pericolo l'accesso universale a acqua, energia, sanità, trasporti, istruzione, servizi pubblici locali

DIRITTI DEL LAVORO: la legislazione sul lavoro, già deregolamentata dalle politiche di austerity dell’UE, verrebbe considerata “barriera non tariffaria” da rimuovere

FINANZA: il trattato comporterebbe l’impossibilità di ogni controllo sui movimenti di capitali e sulla speculazione bancaria e finanziaria

BREVETTI: la difesa dei diritti di proprietà delle imprese sui brevetti metterebbe a rischio la disponibilità di beni essenziali, quali ad esempio i medicinali generici o la diffusione della conoscenza e delle espressioni artistiche

GAS DI SCISTO: la devastante pratica del fracking potrebbe essere tutelata dalla legge permettendo alle compagnie estrattive di chiedere risarcimenti agli Stati che ne impediscono l’utilizzo, in violazione del principio di precauzione sancito dall’UE

BIOCOMBUSTIBILI: il TTIP incentiverebbe l’importazione di biomasse americane che non rispettano i limiti minimi di emissione di gas a effetto serra e altri criteri di sostenibilità ambientale

LIBERTA' E INTERNET: i giganti della rete cercherebbero di indebolire le normative europee di protezione dei dati personali per ridurli al livello quasi inesistente degli Stati Uniti

DEMOCRAZIA: il trattato impedirebbe qualsiasi possibilità di scelta autonoma degli Stati in campo economico, sociale, ambientale, provocando la più completa esautorazione di ogni intervento da parte degli enti locali

Informazioni e contatti:

www.stop-ttip-Italia.net

La campagna è promossa da: Altramente, Arci, Ass. Botteghe del mondo, A Sud, Attac Italia, Cobas, Comune.info, Coord, Nord-Sud, Cospe, Ennenne, Fairwatch, Fond. Cercare Ancora, Forum Italiano Movimenti per l'Acqua, Medici senza Camice, MST Italia, Municipio dei Beni Comuni, Re:Common, Rete della Conoscenza, Reorient, Sbilanciamoci, Scup, Yaku

vedi anche

Trattato transatlantico, un uragano che minaccia gli europei

TTIP: gli americani e la lista della spesa

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Marzo 2014 10:41

L'allarme del voto francese non sarà superato da un semplice richiamo antifascista

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Le elezioni in Francia costituiscono la ripetizione di quanto già abbiamo visto. Quando la sinistra al governo fa politiche di destra e si presenta come la continuazione di quest'ultima è l'estrema destra a sfondare. Il risultato del Front National di Marine Le Pen, infatti, non lascia spazio a dubbi: ballottaggio a Marsiglia, vittoria al primo turno nell'ex bastione operaio del Pas de Calais, risultati importanti in molte altre città. E, contestualmente, disfatte ovunque da parte del Partito socialista, senza grandi benefici per la sinistra più estrema, presentatasi in questa tornata con molte divisioni al suo interno.

La situazione si potrebbe liquidare con queste brevi battute se, però, stavolta non ci fosse la novità europea e il significato più ampio del voto. Che si interseca con il tentativo di Marine Le Pen di cambiare pelle al movimento politico ereditato dal padre, cercando di portarlo da un'identità chiaramente razzista, antisemita e di matrice fascista a quella che potremmo definire dell'euroscetticismo. In questa chiave il voto francese ha un respiro più ampio e interroga le attuali politiche dell'Unione europea ma anche le risposte che a queste devono essere date.

Dalla Francia il vento di un nuovo "sovranismo" - definirlo nazionalismo è ancora prematuro - cioè di politiche economiche che risiedano più nettamente nelle mani degli Stati nazionali come rimedio all'austerità soffia ancora più forte. E dispiegherà i suoi effetti alle prossime elezioni del 25 maggio. Del resto, movimenti e spinte analoghe esistono ovunque e con risultati elettorali sempre più significativi. Basti pensare all'Italia e al voto del Movimento Cinque Stelle.

Qui, dunque, c'è la novità. Il voto al Front National o al M5S, che restano due movimenti nettamente distinti, si nutrono della stessa spinta popolare: rifiuto dell'austerità, rifiuto della "vecchia politica", della corruzione, delle liturgie istituzionali, nazionali o eruopee che siano, le quali alla fine producono sempre lo stesso risultato: taglio alle spese sociali, riduzione dei salari, dei servizi pubblici, libertà alle imprese di fare quello che vogliono a partire dai licenziamenti. Questa spinta non sarà fermata con il richiamo all'antifascismo o, come si dice in Francia, con la saldatura di un improbabile e irriconoscibile, oggi, Fronte repubblicano. Ed è lo stesso motivo per cui non basterà una dose di responsabilità in più per svuotare il consenso del "grillismo" in Italia (va anche detto, comunque, che per fortuna nel nostro paese questo vento euroscettico si esprime tramite un movimento di ben altra natura rispetto al Fn e permeato da ambizioni di rinnovamento e di progresso non negabili). Il fallimento progressivo di questa Europa e delle politiche di cui si nutre è sotto gli occhi di tutti. I partiti dell'establishmenti, quelli del Pse e quelli del Ppe o dei Liberali, lo sanno ma non è nella loro natura cambiare strategia. Si blinderanno fino alla morte, sperando di recuperare, e continueranno con l'andazzo di sempre. Al massimo, come fa Renzi in Italia, cercheranno di recuperare anch'essi una dose di populismo per non rimanere spiazzati del tutto.

Man mano, però, che l'austerità continua - con vantaggio per banche e imprese private e scorno di lavoratori e precari - la spinta euroscettica non potrà che aumentare perché oggi costituisce la vera forza alternativa. Questo è il vero problema, anche per chi si colloca a sinistra.

Se è così, non ce la si cava solo, come fa la lista Tsipras in Italia, con un europeismo progressista. Serve un di più in termini di scardinamento dei meccanismi dell'Unione senza per questo cedere al sovranismo o all'illusione che basti uscire dall'euro per cambiare di segno alle politiche liberiste. Per questo lavoriamo a una mobilitazione all'insegna del "Disobbediamo ai Trattati". Occorre, infatti, mettere al primo posto il ribaltamento delle priorità: basta con il rispetto dei parametri, basta con il primato del debito, basta con la supremazia delle banche.

Qualsiasi politica europeista deve vedere al primo posto la riconquista di reddito e diritti, il recupero del salario e dei diritti sociali tagliati o aboliti negli ultimi dieci-venti anni. Cambiare verso significa andare davvero da un'altra parte e se questa non coincide con le direttive della burocrazia di Bruxelles i governi devono essere pronti a ogni evenienza. Anche l'estromissione dalla moneta unica, non come scelta a monte ma come conseguenza "a valle" per effetto del cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali. Questa è la prospettiva su cui si può costruire movimento e allargare il fronte della resistenza. Su questo ci muoveremo nei prossimi mesi, in particolare nelle giornate indette dal Coordinamento transnazionale Blockupy2014 che faremo vivere anche in Italia con una serie di date di mobilitazione dal 15 al 25 maggio.

Thomas Müntzer

tratto da http://www.communianet.org

24 marzo 2014

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