Senza Soste

Monday, Mar 22nd

Last update:11:31:37 PM GMT

You are here:

INTERNI

Roma, grande manifestazione contro la privatizzazione dell'acqua

E-mail Stampa PDF

Bella e importante manifestazione a difesa dell'acqua pubblica. Un grande corteo attraversa Roma - 200mila secondo gli organizzatori, in realtà di meno - fatto di comitati, associazioni e gente "da social forum" con un ruolo minore delle organizzazioni. E ora il referendum contro la legge Ronchi

acqua_manifestazione_romaUna manifestazione pienamente riuscita, specialmente perché basata sull'impegno di una miriade di comitati locali, per l'acqua pubblica ma anche, semplicemente, per difendere l'ambiente. Una manifestazione che serve a contrastare il progetto del governo di privatizzazione dell'acqua pubblica ma anche a lanciare il referendum che chiede l'abrograzione del provvedimento Ronchi. Gli organizzatori hanno dichiarato duecentomila. Noi, in ossequi alla nostra intenzione di riportare il più possibile numeri reali e quindi una percezione concreta, diciamo che non superavamo i cinquantamila. Ma comunque tanti, tantissimi. Senza nessuna organizzazione centrale a preparare il corteo, allestire un servizio d'ordine, organizzare i pullman. Come spiega anche padre Alex Zanotelli: «Questo, come la promozione del referendum contro il decreto Ronchi, è un impegno non dei partiti ma per la prima volta della società civile, e se il referendum avrà successo sarà una straordinaria vittoria politica dal basso». E quindi in testa al corteo c'è il Forum dei movimenti per l'acqua pubblica, seguiti da tantissimi sindaci con i loro gonfaloni e poi ancora lo spezzone dei comitati vari, aperto dai movimenti del Lazio, con i NoTav, i No DalMolin, i NoPonte, i comitati di Chiaiano per Rifiutizero, una buona presenza di Attac Italia, Action di Roma.
Le persone si mescolano rapidamente, «il corteo - ci dice Emiliano Viti, dei comitati laziali - ricorda subito quelli dei Social Forum». E infatti non mancano i riferimenti internazionali. Innanzitutto al controvertice di Copenaghen e poi, supportato anche dagli interventi dei movimenti latinoamericani, l'appuntamento di Cochabamba, in Bolivia, dove ad aprile il presidente Morales ha convocato un vertice mondiale dei popoli e dei movimenti ambientalisti.
Ovviamente, le associazioni e le organizzazioni non mancano. Ci sono quelle ambientaliste, Wwf e Legambiente, i sindacati, dalla Cgil-Funzione pubblica ai Cobas, dal Sdl alle Rdb e poi i partiti: lo spezzone di Sinistra Critica e quello di Sinistra e Libertà, un po' di bandiere di Idv e Pcl e la Federazione della Sinistra presente con bandiere sparse ma senza spezzone.
Gli interventi conclusivi sono stati gestiti per lo più dai comitati e anche da qualche Rsu delle municipalizzate in odore di privatizzazione.
Una manifestazione importante, quindi, utile soprattutto per la buona presenza di giovani. Ora, la raccolta delle firme per il referendum è un obiettivo credibile.

Attacco all'art.18: per la Cgil un intervento tardivo calcolato?

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 
CREMASCHI E L'ART.18

lacrime_di_coccodrilloCi sono tanti modi per assecondare   una politica compreso quello di avversarla. Importante che l'avversione abbia tempi che non possono più influire  sulla sua  realizzazione. Cremaschi, importante leader della sinistra sindacale, segretario della Fiom, sapeva assieme a tutta la Fiom ed a tutta la CGIL che il collegato lavoro era in laboriosa gestione al Senato e che sarebbe stato posto in approvazione.
La data di approvazione era conosciuta da tutti. Tuttavia si è giunti al varo della legge che viene giudicata da lui stesso come il più grave attacco a tutti i diritti dei lavoratori senza intervenire, senza spendere una parola. Si è lasciato che l'opposizione del PD facesse una blanda ed assai compiacente opposizione, limitandosi alla limatura di qualcuno degli aspetti più odiosi e  vessatori.
Ora Cremaschi critica la legge approvata dal Parlamento ed in attesa di essere promulgata dal Capo dello Stato e  ne chiede il boicottaggio ai lavoratori nel caso di sua approvazione.
Sacconi ha rimproverato alla CGIL di non essere mai intervenuta durante i quattro passaggi che la legge ha avuto in Parlamento durante una incubazione lunga ben due anni. Può spiegare La CGIL come mai non si è fatta viva e non ha allarmato i lavoratori italiani su quanto si stava tramando alle loro spalle in Parlamento? Come mai Cremaschi e la Fiom hanno aspettato di essere posti davanti al fatto compiuto?
Ora, se Napolitano firma, non ci sarà più niente da fare. La CGIL può certo non partecipare alle Commissioni di arbitrato e potrà ricorrere  alla Corte Costituzionale. Ha escluso il ricorso al referendum.  Ci vorranno anni ed intanto la legge opererà sui molteplici fronti dai quali aggredisce i diritti dei lavoratori ed imponeuno jus di vera e propria menomazione fatta di divieti e di condizioni onerose.

Sono anni che l'agenda sindacale viene imposta o dal padronato o dal governo ed le Confederazioni si limitano ad apporre la loro firma su scelte che nel tempo sono diventate sempre più scellerate.
L'opposizione che oggi fa la Fiom risulta anacronistica e perdente.  Avrebbe dovuto farla prima e spingere la CGIL alla difesa dell'ultimo fortilizio rimasto. Gli stessi giuslavoristi e costituzionalisti che si sono schierati a difesa dell'art.18 non hanno avuto l'aiuto necessario dal Sindacato.
Si ha l'impressione che l'attenzione della CGIL sia tutta concentrata alla contemplazione del suo stesso ombelico. Le mozioni non significano più niente ed il prossimo Congresso sarà dominato da questioni che le hanno abbondantemente superate. Forse si sta discutendo nelle stanze alte della CGIL soltanto dei seggi e degli incarichi da ripartire. In Sicilia si dice "la sciarra e pa cutra". La lite è per la coperta, per la roba e chi se ne infischia di tutto il resto.
Ho sempre sperato in una autoriforma della CGIL, nella sua capacità di attingere al grande animo generoso del suo popolo per riconquistarne i diritti perduti.
Ma le mie speranze sono vanificate di quanto succede nella realtà. La realtà è di una CGIL che ha cessato di impegnarsi non solo per il cambiamento ma anche per il puro e semplice mantenimento dei diritti esistenti.
Pietro Ancona www.spazioamico.it
Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Marzo 2010 18:47

Asilo politico per Ani Er: "Rischia la tortura"

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Accusato di associazione sovversiva, ha scontato sei anni di carcere in Italia. Ora chiede l'asilo politico e decine di associazioni si mobilitano per lui.Avni Er si trova nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari Palese. Il suo destino dipende dalla decisione della Commissione territoriale

guler_e_avniNella foto lo striscione apparso nella curva del Livorno lo scorso ottobre in sostegno ai progionieri politici turchi Avni Er e Guler Zere

BARI  - Appena scarcerato, Avni Er, un cittadino turco che ha scontato sei anni di prigione in Italia per associazione sovversiva, è stato portato nel CIE (Centro identificazione ed espulsione) di Bari Palese. Il suo destino è in mano alla Commissione territoriale che dovrà decidere sulla sua richiesta di asilo politico o, quanto meno, di protezione umanitaria. Su di lui, infatti, grava il rischio di essere estradato in Turchia e di finire in quelle carceri che diverse istituzioni umanitarie internazionali accusano di praticare sistemi di tortura e di sottoporre i detenuti, specie quelli politici, a maltrattamenti degradanti. Avni Er, durante la sua detenzione in Italia, è stato raggiunto da due provvedimenti giudiziari, emessi dalla magistratura turca per lo stesso reato per il quale stava già scontando la sua pena, peraltro ridotta di oltre un anno per buona condotta. Sia la corte d'Appello di Sassari che la Corte di Strasburgo per i diritti umani hanno respinto l'istanza dei giudici di Ankara proprio perché un cittadino non può essere processato due volte per lo stesso reato.

Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Marzo 2010 18:17 Leggi tutto...

Cremaschi: "Alla Cgil serve una rifondazione democratica"

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

"Mi candido a segretario della Fiom ma spero non ce ne sia bisogno e che sia l'intera Fiom ad animare un'Area programmatica di opposizione interna. La Cgil ha bisogno di nuove regole e di una effettiva "Democrazia Sindacale". Anche ricorrendo alle primarie per l'elezione del segretario generale". Intervista al leader della Rete 28 Aprile

cremaschi“Una candidatura “politica” perché politica è la battaglia che riguarda il futuro non solo della Fiom ma dell’intera Cgil”. Questo è il senso che Giorgio Cremaschi, segretario nazionale uscente della Fiom nonché leader della Rete28Aprile, la piccola componente rimasta a presidiare la sinistra sindacale, dà all’autocandidatura alla segreteria generale del sindacato metalmeccanici. Cremaschi questa proposta l’ha già ufficializzata da diverso tempo. In questa intervista al Megafonoquotidiano la spiega meglio e soprattutto la colloca in una battaglia complessiva che guarda al futuro della Cgil. “Non si tratta di una collocazione individuale, anzi se devo dirla tutta è una candidatura che io spero non sia necessaria, che spero di ritirare perché vorrei che fosse l’intera Fiom a recepire la piattaforma politica che la sottende”. Le notizie di corridoio, non ancora ufficializzate, parlano però di una ipotesi Landini, “rinaldiano” di ferro per il dopo Rinaldini. E quindi? “A me l’ipotesi Landini può andare senza dubbio bene a condizione che ci sia un accordo politico. E non mi si venga a dire che per “il bene dell’organizzazione” il dibattito interno al gruppo dirigente debba rimanere nascosto; per “il bene dell’organizzazione” si sono compiuti dei disastri e quindi stavolta abbiamo bisogno della massima trasparenza e di un dibattito alla luce del sole”.
Vediamoli dunque i punti di fondo che Cremaschi chiede alla “sua” Fiom e che sostanzieranno la propria candidatura alla segreteria. “Il punto – ci dice – è molto semplice: si tratta di decidere se la Fiom cede al “riflusso” post-congressuale, si chiude nella propria categoria o se invece ingaggia una battaglia generale, di opposizione interna alla maggioranza e alla sua linea di rientro nell’alveo della politica sindacale delineata da Cisl e Uil. In altre parole se è d’accordo a mantenere in piedi la “Cgil che vogliamo” come Area programmatica, e quindi di dissenso, con al centro le lotte sociali e con avversario il nuovo sistema contrattuale”. Una prospettiva che secondo Cremaschi è obbligata perché ci sarà da rinnovare il contratto dei metalmeccanici e se la Fiom vuole fare sul serio non può pensare di abbassare i toni in casa Cgil.

Ultimo aggiornamento Martedì 16 Marzo 2010 21:35 Leggi tutto...

Rifiuti zero, da sogno idealista a obiettivo realista

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
rifiuti_zeroIn questo articolo del giornale basco Gara si mette in evidenza il crescente consenso per la filosofia dei Rifiuti Zero e le possibilità reali di superare la fase dell’incenerimento dei rifiuti. Come leggerete, si porta ad esempio l’esperienza di Comuni italiani tra i quali anche il Comune toscano di Capannori. Chissà cosa ne penseranno il sindaco Cosimi e il candidato unico alla poltrona di presidente della Regione, Enrico “Karin B” Rossi, acceso sostenitore di rigassificatori, inceneritori e navi dei veleni, tutti ovviamente da collocare nella nostra provincia che tanto è già la seconda in Italia per inquinamento (red.)

Il premio Goldman, il Nobel dell’ambiente, è andato nel 2009 a Yuyun Ismawati per il suo lavoro contro l’incenerimento dei rifiuti e a favore dell’applicazione di programmi Rifiuti Zero a Bali. Vi suona strana questa filosofía? A Usurbil è così. E lo stesso in decine di paesi e città del mondo.

Yes, we can, parafrasava Obama il chimico statunitense Paul Connett in una visita in Catalogna. È un deciso oppositore dell’incenerimento come sistema per gestire i rifiuti, battaglia in cui è impegnato da più di un quarto di secolo. E uno strenuo difensore, allo stesso tempo, della filosofia conosciuta come Rifiuti Zero. «Dal punto di vista dei cittadini, la spazzatura si fa con le dieci cose che abbiamo fra le mani e se vogliamo una soluzione con cui noi e la Terra possiamo convivere, sono queste dieci cose quelle che devono essere scelte prima di tutto. In sintesi, la spazzatura si fa mescolando e si previene mantenendo i rifiuti separati all’origine», sosteneva nel suo noto manuale “Agenda cittadina verso i Rifiuti Zero” (1991).

Il sostegno popolare degli abitanti di Usurbil a questa politica di riciclaggio, la stessa su cui hanno scommesso anche altri municipi come Hernani o Oiartzun, non è  che un’altra conferma di un’alternativa che da tempo, e non solo ora in alcuni testardi paesi di Guipuzcoa, ha smesso di essere un sogno idealista per diventare un obbiettivo realista.

La prima popolazione ad attuare la raccolta dei rifiuti porta a porta non è stata quella di un paesino o di un villaggio. È stata la città australiana di Canberra, che nel 1995 ha legiferato e si è posta come obiettivo quello di arrivare al 2010 senza «alcun rifiuto», anche se la scadenza è arrivata e si è raggiunto «solo» il 74% del riciclaggio. È stata una decisione, quella di Canberra, contemporanea a quella di un’altra grande città, San Francisco, che in dieci anni è arrivata a dimezzare i suoi rifiuti.

Quello della città statunitense è un esempio che altri hanno seguito. I numeri gli danno ragione, dato che è riuscita a passare da un 10% di rifiuti riciclati negli anni Novanta al 70% attuale. Ha 800.000 abitanti, ma ogni giorno 1,3 milioni di persone si muovono nelle sue strade. «Un punto chiave per la partecipazione dei cittadini ai programmi di Rifiuti Zero è che le disposizioni siano chiare e facili da rispettare», sosteneva qualche anno fa uno dei coordinatori, Jack Macy.

Sulla stessa linea un altro dei responsabili per cinque anni di questo programma, Parin Shah, che spiega: «una cosa che abbiamo imparato nei programmi di educazione pubblica è che la gente non è molto attiva  se è pigra. Per cui quanto più facile fai il programma, tanto più è probabile che partecipino». Questa è una delle chiavi.

San Francisco ha iniziato nel 2002 un programma per arrivare a Rifiuti Zero nel 2020. L’obiettivo risponde a una legge dello Stato della California, del 1989, che prevede sanzioni fino a 10.000 dollari al giorno per i Municipi che non rispettano gli obiettivi. Negli edifici ci sono cestini piccoli in ogni appartamento, poi si deposita questa spazzatura in uno dei tre bidoni più grandi in strada.

Il programma è costituito da tre tipi diversi di rifiuti. Ognuno un cestino. Uno è la spazzatura indifferenziata; un altro i materiali riciclabili, carta, plastica, vetro, tutto; e il terzo è per i rifiuti organici. I camion passano una volta alla settimana.

La città non paga niente. L’impresa fa pagare alle famiglie il cestino della spazzatura. Se hai un cesto molto grande, paghi di più al mese; se ne hai uno piccolo, che è la metà dell’altro, paghi di meno. E si deve pagare di più anche se si chiede una raccolta più frequente.

Dopo l’impresa vende i prodotti e restituisce i soldi alla città perché porti avanti programmi di educazione sul riciclaggio e il compostaggio. Risulta fondamentale l’importanza che si dà ai programmi di educazione pubblica, sostenuti da un buon budget. Anche così, uno dei problemi è che la produzione di spazzatura nello Stato californiano non ha smesso di crescere.

Però oggi una cinquantina di comunità negli USA ha seguito i passi dei pionieri californiani. Berkley, New York, Seattle... tutti in qualche misura attuano il progetto Rifiuti Zero. Il vicino Canada è un altro dei riferimenti a livello mondiale in questa forma di raccolta. Nelle città coinvolte quelli che non rispettano la legge che impone di riciclare i rifiuti o di tenere una trituratrice nell’acquaio vengono sanzionati con una multa. In più di venti località hanno stabilito così, tra cui Ontario e Toronto, con Halifax, capitale della Nuova Scozia, quasi un milione di abitanti, che rappresenta l’esempio da seguire per i vicini canadesi.

De Yokohama a Monza

«Rifiuti Zero è una necessità in una società così consumista come la nostra, e si sta dimostrando che una volta avviati in questa direzione si producono molti benefici e si riducono molti rischi. In realtà lo sbaglio è quello di credere che possiamo illimitatamente consumare e distruggere risorse in un pianeta finito», rispondeva a GARA, tre anni fa, durante una visita nei Paesi Baschi, l’attivista argentina Cecilia Allan, dell’Alleanza Globale per le Alternative all’Incenerimento.

In Giappone per esempio vanno in questa direzione. Il paradiso del riciclaggio, dice qualcuno. Vediamo un esempio. “No ai rifiuti, non li vogliamo”', potrebbe essere lo slogan di Kamikatsu, un paesino di montagna nella prefettura di Tokushima. Qui non ci sono camion della spazzatura. I rifiuti delle case che gli abitanti non trasformano in compost li portano a una struttura di raccolta, separando gli elementi riutilizzabili e riciclabili. L’obiettivo del paese, come di molti altri che scommettono su questa filosofia in tutto il mondo, è di eliminare i rifiuti entro il 2020.

Questo movimento è nato nel 2001, quando un inceneritore di rifiuti che era stata installata nel paese nel 1998 incorse nel mancato rispetto degli standard di controllo delle diossine. L’allora sindaco Yoshio Yamada decise di chiuderlo nella logica di prevenire la produzione di ulteriore inquinamento ambientale. Questo portò al progetto Rifiuti Zero. A Kamikatsu, i rifiuti vengono classificati addirittura in 34 categorie,  come lattine di alluminio, bottiglie, pannolini, giornali e volantini, pile...

Parliamo di un municipio di circa 2mila abitanti. Ma Tokio? La capitale giapponese genera 12.500 tonnellate di rifiuti al giorno, meno di New York, ma il doppio di Londra. Lì si seleziona la spazzatura combustibile e quella non combustibile. La prima si raccoglie due o tre volte la settimana –quindi è meglio mangiare il pesce il giorno prima-; l’altra solo una, e un giorno in più per la carta. Problemi? Sì, i corvi che rovistano nelle buste, per cui queste vengono depositate in zone protette da reti metalliche.

A Yokohama, altra città nevralgica, da tempo sono molto gelosi dei rifiuti che producono. Lo sono dal 2002, quando si sono posti l’obiettivo di ridurre i rifiuti non riciclabili al 30% entro il 2010. Separano la spazzatura fino a undici gruppi. Quanto costa rispettare tutto ciò alla lettera? Chiaro, soprattutto all’inizio, ma... per Yokohama si fa tutto. Come ricorda sempre l’attivista Paul Connett, «Rifiuti Zero richiede un cambiamento di mentalità».

Per cui l’obiettivo di questa filosofia non è così semplice come depositare la busta della spazzatura in un cassonetto e dimenticarsi di tutto. «Penso io a tutto», è lo slogan delle amministrazioni. Rifiuti Zero presuppone un coinvolgimento istituzionale, ma soprattutto della cittadinanza. La città italiana di Monza è uno degli esempi da seguire in Europa. Ha adottato il sistema nientedimeno che nel 1993 e già nel 2007 separavano la metà dei rifiuti. Farlo in un paese di mille abitanti può risultare meno complesso, ma Monza è un successo, e lì vivono 100.000 persone.

La Catalogna è un altro dei miti internazionali in materia. Tiana è stata la prima località ad implementare la raccolta porta a porta nell’anno 2000. E continua con successo. Lo stesso di molte altre realtà catalane, nonostante la propaganda contraria di politici come quelli del paese di Vilassar de Mar, che ha preso questo provvedimento nel 2006 e l’ha abolito due anni dopo. Ma quasi un centinaio di municipi catalani lo attuano.

Ci sono esempi in municipi di Valencia, delle Asturie... Più di 1.800 comunità locali lo praticano in Italia, e li hanno copiati città come Aarhus (Dinamarca), Niort (Stato francese) o Tralee (Irlanda). Ma si sono aggiunte anche capitali europee come Bruxelles, Monaco o Vienna. O un riferimento abituale, quello di Buenos Aires, dove dal 2005 vige una legge che proibisce l’incenerimento e si persegue l’obiettivo di Rifiuti Zero per il 2020, anche se il coinvolgimento delle autorità lascia a desiderare.

La chiave è l’impegno

I casi più vicini a noi, come Usurbil, Oiartzun o Hernani, non fanno che seguire una scommessa che già hanno fatto altri in altri posti. Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è un municipio italiano di appena 45.000 abitanti, Capannori. Lì hanno predisposto un piano per i loro rifiuti, ma anche per modificare il loro stile di vita.

Nel febbraio 2005 hanno iniziato con il piano pilota del porta a porta. Un anno dopo, la raccolta domiciliare si era estesa a un area di 10.000 abitanti e 610 negozi ed imprese. Il loro sistema? Tre volte alla settimana, raccolta di rifiuti organici; due di rifiuti multimateriali; e una volta, raccolta di carta e cartone e di rifiuti indifferenziati; raccolta mensile per gli oli usati; raccolta personalizzata per pannolini  da bambini e da anziani; e raccolta su prenotazione per i rifiuti delle potature e dei giardini. A tutto questo si aggiunge una politica di sensibilizzazione generale.

Comunità, paesi, città... e un Paese. La Nuova Zelanda ha trascritto in una legge questa filosofia del riciclaggio e i suoi obiettivi. Lì è nata la Zero Waste Alliance (http://zwia.org/zwc.html), che propone di implementare le pratiche per ridurre i rifiuti.

«La chiave di tanto successo è stata l’accettazione e l’impegno della cittadinanza. Si è scommesso molto in termini di risorse umane, finanziarie e di tempo», insisteva l’assessore all’ambiente del Comune di  Capannori, Eugenio Baronte. Le chiavi ci sono, ma non per questo è facile. «No vorremmo dare l’impressione che raggiungere l’obiettivo Rifiuti Zero, o anche avvicinarsi ad esso, sarà facile», avverte Paul Connett. Ma aggiunge convinto, «per quanto difficile possa apparire questo compito, l’approccio di Rifiuti Zero sta portando la nostra società nella direzione giusta».

(articolo di Joseba Vivanco, tratto da Gara:
http://www.gara.net/paperezkoa/20100307/186786/es/Basura-cero-sueno-idealista-meta-realista).
Traduzione di Andrea Grillo

16 marzo 2010

Ultimo aggiornamento Martedì 16 Marzo 2010 13:50

Pagina 1 di 96