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Siria, fermare la corsa verso il baratro

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SiriaAlain Gresh

Le Monde Diplomatique

Ecco qui delle argomentazioni in contrasto con il pensiero dominante, che vengono da un Paese importante sulla scena internazionale e che inoltre è democratico. In un’intervista con il quotidiano Le Monde, Antonio Patriota, il ministro degli Esteri brasiliano di Dilma Rousseff, cerca di far ascoltare la voce della ragione (Brasilia sostiene il dialogo con Damasco nell’ottica di una transizione politica):

"Domanda: Prima di arrivare a Brasilia, lo scorso febbraio, l’alto commissario dell’Unione europea agli Esteri, Catherine Ashton, si è espressa duramente chiedendole di scegliere tra Assad e il popolo siriano…

«Noi scegliamo sempre la diplomazia e la pace, le soluzioni che comportino meno instabilità e meno pericoli per i civili. Per questo abbiamo iniziato un dibattito nel Consiglio [di Sicurezza delle Nazioni Unite, n.d.t.] sulla “responsabilità di proteggere” (responsability while protecting) in caso di un’azione di protezione. Anche se il consiglio autorizza un intervento destinato a proteggere i civili, la storia non finisce lì. È necessario che l’azione da svolgere sotto questo mandato sia responsabile e non si allontani dai parametri fissati dalla risoluzione del Consiglio
».

Lei pensa a quello che è stato l’intervento in Libia?

«Penso alla credibilità del Consiglio di Sicurezza, perché se non si rispetta il mandato del Consiglio, si può creare una situazione nella quale ognuno fa quello che vuole. Non è per questo che sono state create le Nazioni Unite»." [fine citazione intervista].

Il massacro di Houla deve provocare un intervento militare occidentale come sempre più voci suggeriscono? È necessaria un’osservazione preliminare relativa alla guerra di propaganda messa in atto dai media occidentali. Questa certamente esiste (leggere As’ad Abukhalil “Some Questions on the Houla Massacre…e oltre” Al-Akhbar in inglese 31 Maggio). Ma queste bugie vengono spesso utilizzate per presentare sotto una luce favorevole la politica del regime, per smentire informazioni affidabili sulla repressione di pacifici manifestanti, sull’uso sistematico della tortura, sulle milizie confessionali.

L’avventura capitata al giornalista belga Pierre Piccinin, con cui avevo discusso sulle bugie mediatiche sulla Siria, è notevole: lui che criticava la copertura dei media occidentali sulla crisi siriana è stato arrestato a Homs. Dopo essere stato in carcere per sei giorni, nei quali ha assistito alla tortura di decine di prigionieri, ha rivisto le sue posizioni. (Un ricercatore belga arrestato in Siria racconta “Inferno sulla terra” Franceinfo.fr). È importante ribadire che si può fare un buon lavoro giornalistico anche sulla stessa Damasco (leggere Patrick Coburn “Long War Looms.
Syria after the Massacre” Counterpunch, 28 maggio 2012).

Torniamo al conflitto in sé. Vorrei mettere in rilievo alcuni dati che ho già citato ma che mi sembrano indispensabili per capire la situazione. L’emozione, anche se giustificata, di solito è cattiva consigliera. La rivoluzione siriana non si differenzia in sé da quelle scoppiate dalla Tunisia al Bahrein, dall’Egitto allo Yemen: è una rivoluzione contro l’autoritarismo, l’arbitrarietà dello Stato, la corruzione, le politiche economiche neoliberiste.

La risposta del potere è stata una brutale repressione contro i manifestanti essenzialmente non violenti e che erano riusciti a superare le divisioni confessionali e nazionali (arabi-kurdi). Questa violenza statale ha facilitato la comparsa di un movimento di autodifesa, ma anche la militarizzazione di certi settori insorgenti. In risposta alla strumentalizzazione
delle minoranze da parte del potere  si è sviluppata una mobilitazione comunitaria sunnita, incoraggiata dall’infiltrazione di gruppi armati arrivati dal Libano e dall’Iraq, ma anche di combattenti di Al-Qaeda come non omettono di riconoscere i Paesi occidentali più ostili al regime. In varie regioni il conflitto si è trasformato in lotta armata e in guerriglia, assumendo un carattere confessionale. È ironico vedere che i Paesi occidentali che condannano in generale la violenza palestinese contro l’occupazione israeliana difendono questa stessa violenza in Siria.

Parallelamente, su certe emittenti satellitari arabe (specialmente saudite) si è sviluppato un discorso radicale anti sciita, presentando il conflitto come una guerra teologica. Questo discorso è stato stimolato dai dirigenti del Golfo, specialmente da quelli dell’Arabia Saudita che temono il propagarsi della Primavera araba (e schiacciano le manifestazioni popolari nel Bahrein) considerando che la principale minaccia sia l’Iran. Questa propaganda concorda con la strategia statunitense e israeliana di isolare Teheran che non ha niente a che vedere certamente con la instaurazione della democrazia in Siria.

La principale minaccia che pesa sulla Siria, ma anche sulla Regione –compreso il Libano - è l’espansione della guerra confessionale.

In questo contesto  cosa si può pensare di una chiamata all’intervento militare –nell’ambito dell’ONU, come desidera il presidente François Hollande  o anche come suggerisce Susan Rice, rappresentante USA all’ONU?

Non richiamerò qui le palinodie [contraddiziioni, ndt] di Bernard-Henry Lévy, l’uomo che è entrato a Gaza nel dicembre 2008 su un carro armato israeliano; l’unica cosa che sarebbe opportuno capire è perché i responsabili politici (e i media) continuano a prenderlo sul serio –in tal senso una buona notizia: il suo film sulla Libia si annuncia come un flop (come quello cha ha fatto sulla Bosnia)…

Citiamo, per iniziare, che il bilancio degli interventi stranieri è molto raramente positivo. Quello degli USA in Iraq nel 2003 ha distrutto profondamente il Paese e ci vorranno anni per ricostruirlo (il 31 maggio nuovi  attentati a Baghdad, quasi ignorati dalla stampa internazionale, hanno provocato 17 morti). Quello degli USA in Afghanistan, stavolta sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato un fiasco e il Paese ne uscirà ancora più devastato di quello che era dopo la ritirata sovietica, quando se ne andranno gli occidentali. E non parliamo  del Kossovo né della Somalia… Non si tratta certamente di una regola assoluta e, per ritornare indietro nella storia, si sarebbe potuto anche appoggiare un intervento francese o britannico in sostegno alla Repubblica spagnola nel 1936. Si potrebbe pensare che anche la sconfitta del regime Khmer rosso da parte dell’esercito vietnamita nel 1978, pur condannato dagli occidentali che riuscirono a far sì che i Khmers rossi mantenessero il loro posto alle Nazioni Unite– fu positiva.

Infine, c'è una regola generale "non si aggiunga guerra alla guerra, come diceva un ex presidente socialista (François Mitterrand in un’intervista a Point, 1973)" ma a volte però esistono anche le eccezioni.

Che fare in Siria? Non è necessario spiegare fino a che punto un intervento militare occidentale (anche se avvenisse con l’avallo dell’ONU, cosa che appare poco probabile) sarebbe una catastrofe, trascinandosi dietro una guerra confessionale all’interno e sul piano regionale -Iran ma anche Iraq e senza dubbio gli Hezbollah libanesi si schiererebbero dalla parte di Damasco. Una soluzione di questo tipo aggraverebbe per sommatoria le tensioni tra sciiti e sunniti in tutta la regione –queste tensioni non sono come si legge generalmente qui e là, “naturali”: i ritratti di Hassan Nasrallah [il leader degli Hezbollah libanesi, ndt] adornavano tutti i negozi del mondo arabo, tutte le confessioni religiose mischiate assieme, dopo la resistenza di Hezbollah contro l’esercito israeliano nel 2006.

Allora non si deve fare nulla? Si può essere contro l’intervento militare combattendo la dittatura (Bassam Haddad, "The idiot’s guide to fighting dictatorship in Syria while opposing military intervention», Jadaliyya, 20  gennaio 2012)
".

È di moda burlarsi della missione realizzata dall’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan presentandola come un fallimento. Fin dall’inizio numerosi Paesi occidentali (Francia compresa) e gli Stati del Golfo hanno affermato che non avrebbe avuto successo e non hanno fatto nulla, è il minimo che si può dire, per sostenerla. Questo ha incitato i gruppi armati siriani –che sono estremamente divisi– a non aderire, neanche loro, agli appelli per il cessate il fuoco (il regime stesso ha violato i suoi impegni). Anziché premere per raggiungere una concertazione tra Damasco e i ribelli, gli Occidentali e la Russia hanno messo in atto strategie contraddittorie. Tuttavia il bilancio non è assolutamente negativo (leggere l’intervista all’oppositore Haytham Manna su Le Figaro, del 1º di giugno).

In un’intervista concessa al quotidiano Le Monde (il 28 maggio) Robert Mood, capo della missione di supervisione delle Nazioni Unite in Siria spiega che “solo i siriani hanno la chiave di una soluzione pacifica”. In ogni caso segnala:
«In molti luoghi abbiamo registrato progressi a livello locale. Siamo riusciti a stabilire relazioni tra gli organismi locali di governo e l’opposizione,  far rispettare il cessate il fuoco e risolvere controversie tra le due parti, specialmente per quanto riguarda lo scambio di prigionieri».
 
Ma precisa: «In realtà, lo strumento politico che costituisce la missione delle Nazioni Unite dipende assolutamente dalla buona volontà di tutti gli attori siriani per la cessazione della violenza e per intraprendere un dialogo politico. Questo al momento non sembra concretizzarsi
».

È qui che c’è bisogno che le grandi potenze, ma nono solo quelle che fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma anche Paesi come il Brasile e l’India (che hanno mantenuto le relazioni diplomatiche con il regime) agiscano non solo per ottenere che si continui la missione, ma anche per intraprendere un processo politico senza il quale, per la crisi, non c’è alcuna soluzione possibile. È una strada molto stretta ma tutte le altre precipiterebbero il popolo siriano e tutta la regione in un baratro.

 

Fonte: http://blog.mondediplo.net/2012-06-01-Syrie-arreter-la-course-a-l-abime

Traduzione Andrea Grillo, 13 giugno 2012

 

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