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Draghi parla. E sono problemi veri per l’Italia

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draghi-vampiroL’analisi della portata dei dati sulla recessione italiana non poteva prescindere dal consueto discorso, quello del primo giovedì del mese, da parte del presidente della Bce Mario Draghi. L’annuncio di una qualche politica all’americana, come auspicato e a tratti persino anticipato da qualcuno, di iniezione di liquidità nel mercato, di acquisto diretto di debito pubblico avrebbero sicuramente aiutato il governo Renzi. Ma anche una definizione più precisa delle politiche di finanziamento alle banche, con l’obbligo di prestare parte di questo finanziamento alle imprese produttive, un aiuto al governo Renzi l’avrebbe dato comunque. Certo, a differenza di qualcuno che non è ancora sceso sulla terra o fa finta di non esserci sceso, non c’è da aspettarsi molto dal combinato di iniezione di liquidità nel mercato ed egemonia dell’economia darwiniana e selettiva. Lo provano le politiche di stimolo di Obama del 2010 e le Abenomics giapponesi degli ultimi mesi. Ma per il governo Renzi si sarebbe trattato comunque di ossigeno finanziario poi, un domani, qualcosa si sarebbe inventato.

E’ andata che Draghi ha parlato, dicendo “faremo cose straordinarie se richiesto dalla situazione”, ma non ha fatto niente. E’ il primo, grosso problema per il governo Renzi paralizzato dai patti di stabilità europei quindi bloccato negli investimenti e con il Pil in caduta. E per adesso senza un visibile immediato aiuto da parte della Bce (nonostante l’appello di Bini-Smaghi, sodale di Renzi ed ex membro del Board della Bce). E con una recessione che è partita con l’insediamento di Monti e non si è mai fermata a riprova della politica suicida del centrosinistra di appiattimento su Ue e Bce. Ma è anche un problema per Draghi che aveva già usato parole come queste (“faremo tutto quando il necessario”) due anni fa. Nel periodo acuto della crisi del debito sovrano. Allora ebbero un effetto nelle politiche e sui mercati. Oggi ripeterle sembra più che altro un esercizio di governance usurata. Certo, i tassi di interesse rimarranno bassi, e questo non piace ai fondi pensione tedeschi (soggetto che conta) che vedono erosi i loro margini di profitto, ma Draghi, a differenza di altre occasioni (il piano straordinario di finanziamento alle banche del 2011), non è venuto in aiuto agli interessi immediati del governo in carica a Roma. Anzi, se si legge il discorso di Draghi in controluce, dalla Bce per il governo Renzi sembra di intravedere che arrivino più problemi che aiuti.

Ma qui andiamo per gradi: secondo il Financial Times Draghi si è trovato, nel discorso del primo giovedì del mese, a dover dare risposte almeno di fronte a 5 punti nodali che si sono sovrapposti nelle ultime settimane: stagnazione, tensioni, geopolitiche, deflazione, istituzione degli Abs (strumenti di cartolarizzazione del debito che, in sé, sono all’origine della crisi Lehman e che invece la Bce vuol vendere come risolutivi di parte della crisi di liquidità bancaria), pressioni politiche. Tra queste ultime il Financial Times metteva proprio quelle di Renzi per l’allagamento del patto di stabilità e la possibilità di stanziare maggiori investimenti per l’Italia. Una risposta, indiretta, a Renzi c’è stata. E non è delle migliori per Matteo Renzi. Anzi, contiene proprio l’altro problema grosso: Draghi ha infatti parlato di necessità della cessione di sovranità, da parte dei paesi membri dell’eurozona, per “le riforme”. Il gioco di sponda tra Berlino, Parigi e la City, come sognato da Renzi, per strappare qualche miliardo di tagli in meno nella legge di stabilità o la benevolenza su qualche legge più favorevole all’Italia è stato stoppato appena agli inizi. Renzi, leggendo Draghi, deve cedere maggiore sovranità a Bruxelles.

Per adesso, per il governo italiano, è più un invito ad autocommissariarsi che altro. Poi, se la presenza di Padoan (che, non dimentichiamo ha responsabilità dirette come Fmi nel default argentino del 2001 e nel recente dissanguamento della Grecia) non fosse del tutto rassicurante allora magari Francoforte chiuderebbe gli occhi verso ipotesi di cessione di sovranità più formali. C’è quindi da considerare che il disimpegno di Goldman Sachs dagli investimenti nel debito sovrano italiano trova in Draghi, ex consulente dello stesso colosso finanziario, piena legittimità. Non ci sono, per adesso (poi vedremo nel prossimo futuro) gli estremi per investire in Italia: pessimo outlook economico, disimpegno investitori finanziari che è cominciato nel 2013, mancanza di sostegno, almeno al momento, da parte della Bce, rischi di di frenata non solo dell’economia globale ma anche della politica di immissione di liquidità della Federal Reserve (che ha permesso di tenere Btp bassi in assenza di una economia reale solida grazie alla politica “metto in mano ai finanzieri soldi a costo zero purché comprino e rilancino i mercati” da parte degli Usa).

Se Draghi è quindi fermo, con dichiarazioni di principio che non smuovono molto su crescita e deflazione registrando forti tensioni geopolitiche, Renzi si muove. Ma nella direzione non proprio gradita: quella del precipizio politico. Senza grosse sponde a Berlino, Bruxelles e nella Bce, l’attuale presidente del consiglio potrà infatti vendere quanto vuole, via Twitter, la riforma del senato e quella elettorale. E’ destinato infatti alla sconfitta economica e, di conseguenza, a quella politica. Sarebbe solo questione di tempo se le cose continuassero nel modo prefigurato da Draghi. Per questo Renzi non si arrenderà.

Ma il tempo delle chiacchiere è finito: o l’Italia sfora, in qualche modo, il patto di stabilità, con gli investimenti pubblici (visto che quelli privati comunque non ci sono) o rimane nella spirale recessione-tagli-recessione. Con conseguenze immaginabili. Ma forse poco, vista la fiducia vanesia con la quale Renzi è stato votato. Karl Kraus diceva che per prevenire le guerre basterebbe l’immaginazione dei loro effetti. La regola vale anche per le guerre finanziarie, un secolo dopo.

redazione, 8 agosto 2014

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