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PER NON DIMENTICARE

I 99 Posse non suonano a Verona, ma il sindaco fa finta di essere "liberale"

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Il “liberale” Tosi si appresta a guidare un corteo di estrema destra con i suoi sodali del Veneto Fronte Skinheads (nella foto Miglioranzi e Piero Puschiavo)

da http://contropiano.org

 Il concerto dei 99 Posse a Verona, nell'ambito dell'Vrban Festival, è stato annullato. Questo è il fatto. E il sindaco di quella città - amico, protettore, alleato elettorale e politico dei fascisti che minacciavano "disordini" in caso di esibizione del gruppo musicale napoletano e antifascista - non non può chiamarsene fuori.

Qui di seguito la nota degli antifascisti veronesi del Kollettivo.

***

Lo Sceriffo ha parlato.

«Dopo di che», puntualizza Tosi, «io sono liberale e come il Comune ha dato gratis l’Arena alla manifestazione con padre Alex Zanotelli, anche se non la pensa come me, sono doppiamente convinto che esso debba concedere la possibilità a tutti di esprimere le proprie idee». Perciò, conclude Tosi, «ho invitato gli organizzatori di Vrban a mantenere il concerto dei 99 Posse. Chi vorrà andarci ci andrà e chi non vorrà non ci andrà. E pazienza se ci sarà un po’ di polemica politica. Ma sia chiaro: io non condivido nulla delle idee e dei testi del 99 Posse».

Una dichiarazione oseremmo dire “voltairiana”, utile a rappresentarsi come lungimirante e moderato amministratore, tanto poi il concerto non si fa! “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò alla morte perché tu possa esprimerle” diceva nel ’700 il celebre illuminista francese. Difficilmente Voltaire avrebbe immaginato che la sua frase avrebbe potuto essere rovesciata in tale maniera ed usata più a sproposito di così.

Chi a Verona ci vive tutti i giorni non può non rendersi conto di quanto ridicola, se non pilatesca possa essere in realtà questa affermazione! Soprattutto per come poi si è conclusa la vicenda, con l’annullamento del concerto.

Chi propose, nel luglio 2007, Andrea Miglioranzi (Veneto Fronte Skinheads, ex appartenente alla band nazirock Gesta Bellica) come rappresentante del Comune di Verona all’interno dell’Istituto Storico per la Resistenza? Flavio Tosi.

Di quale lista fu capogruppo in Consiglio Comunale lo stesso Andrea Miglioranzi dal 2007 al 2012? Della lista di Flavio Tosi (l’attuale capogruppo, dal 2012, è Massimo Piubello, appartenente a Progetto Nazionale, altra organizzazione di estrema destra).

In quale lista sono stati eletti i referenti di CasaPound Marcello Ruffo (che ha anche un paio di processi in corso per aggressione a mano armata) e Vittorio Di Dio? In quella di Flavio Tosi, naturalmente.

Chi sfilò il 15 dicembre 2007 alla testa di un corteo contro l’immigrazione clandestina organizzato da Forza Nuova e Veneto Fronte Skinheads? Flavio Tosi.

Chi concesse gratuitamente il palcoscenico dell’Arena di Verona per il compleanno dell’Hellas Verona nel 2013, su cui si esibirono due band (1903 e Sumbu Brothers) dichiaratemente filonaziste? La Giunta di Flavio Tosi.

Chi fu, nel marzo 2000, a presentare in Consiglio Comunale una mozione per istituire “entrate differenziate” sui mezzi pubblici per i veronesi e per gli immigrati? Il “liberale” Flavio Tosi (allora però capogruppo della Lega Nord)!

Certo era il Ku Klux Klan che materialmente bruciava gli afroamericani, ma era la segregazione razziale voluta dai politici la maggiore responsabile! Allo stesso modo è inaccettabile che Flavio Tosi, dopo aver sdoganato ogni tipo di fascista vecchio e nuovo presente in città, si lavi le mani di tutto quello che ciò ha provocato. Invece di dire simili sciocchezze si dimetta! Se ne vada portandosi dietro il carrozzone di integralisti ed intolleranti con i quali da ormai 7 anni governa questa città come fosse un suo feudo personale, decidendo come un podestà cosa si può fare e chi lo può fare. Esattamente come in questo caso hanno deciso che a Verona il concerto dei 99 Posse non si doveva fare.

Per questo lanciamo l’appello per una Manifestazione Antifascista a Verona per il 25 Ottobre 2014, per sottolineare ancora la necessità di un antifascismo militante, che si barrica contro il risorgere dei fascismi laddove, in particolare a Verona, la loro forza è consolidata dal rapporto con le istituzioni. L’antifascismo è un valore che va messo in pratica tutti i giorni e ci vuole l’impegno di tutte e tutti perché non passi mai in secondo piano; a Verona questo è accaduto il 28 maggio 2007 ed il 7 maggio 2012 quando un personaggio dalle chiare simpatie neofasciste come Flavio Tosi è stato eletto sindaco.

CON LA PARTECIPAZIONE DI TUTT* RESPINGIAMO IL FASCISMO!

 Kollettivo Autonomo Antifascista Verona

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Agosto 2014 00:47

23 agosto 1942: la battaglia di Stalingrado

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tratto da http://www.infoaut.org

L'offensiva nazista al Paese comunista più grande del mondo, l'Unione Sovietica, inizia il 22 giugno 1941, quando 5.500.000 so23 agostoldati, 3.500 carri armati e 2.000 aerei intraprendono l'attacco: i fronti che vengono aperti sono tre, dal nord verso Leningrado, al centro verso Mosca e a sud verso Kiev e, più in là, Stalingrado e il Caucaso.
I primi mesi di guerra costituiscono per l'URSS una vera e propria disfatta: le truppe dell'Armata Rossa sono costrette a retrocedere su ogni fronte, e le perdite sono innumerevoli.
Il governo comunista dell'Unione Sovietica risponde organizzando un'offensiva senza precedenti, che verrà chiamata la "guerra popolare": centinaia di migliaia di civili, tra cui moltissime donne, intraprendono atti di resistenza e di sabotaggio, mettendo sempre più in difficoltà l'invasore tedesco.

Gli abitanti di Leningrado scavano centinaia di chilometri di trincee anticarro, riuscendo eroicamente a difendere la città dall'invasione per più di 900 giorni, mentre a Mosca Stalin organizza una parata militare nell'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, per ricordare al popolo la potenza militare dell'Armata Rossa: l'esercito dalla sfilata marcia direttamente al fronte.

Il fronte del sud è probabilmente il più importante della campagna di Russia tedesca, in quanto è proprio nel Caucaso, superato il Volga, che si trovano i più importanti giacimenti di petrolio, nonché le maggiori coltivazioni agricole di tutta l'URSS.
Per questo, con l'avvicinarsi dell'esercito occupante al fiume Volga, Stalin pubblica, il 27 luglio 1942, il decreto 227, che dice, tra l'altro : "Se non fermiamo la ritirata rimarremo senza pane, senza gasolio, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche né impianti, senza ferrovie. In conclusione: è ora di fermare la ritirata, non un passo indietro! Questa deve essere d'ora in poi la nostra parola d'ordine. Dobbiamo proteggere ogni punto forte, ogni metro di terra sovietica, irriducibilmente, fino all'ultima goccia di sangue. Dobbiamo aggrapparci ad ogni centimetro della nostra patria e difenderlo in qualsiasi modo. La nostra patria vive tempi difficili. Dobbiamo fermare, affrontare e distruggere il nemico, a qualsiasi costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Le sue forze si sono tese fino al limite. Fermare i suoi colpi adesso significa assicurarci la vittoria in futuro."

Il 21 agosto 1942 le truppe tedesche conquista il Don, e due giorni dopo, il 23 agosto, la sedicesima Panzer Division del generale Hans Hube irrompe improvvisamente sul Volga, bloccando gli accessi alla città di Stalingrado, iniziando l'assedio con un primo massiccio bombardamento a tappeto sulla città. Coloro che rimangono in città si dedicano totalmente al lavoro di difesa, tutte le fabbriche sono convertite alla produzione militare, e i carri armati vanno dalla linea di montaggio direttamente al fronte. Cujkov, generale messo a difesa di Stalingrado da Stalin stesso, comandante della 62° Armata, con i suoi soldati, difende strenuamente la città, facendo come proprio il motto "A Stalingrado il tempo è sangue".

Nei primi giorni di settembre non c'è più un solo edificio in piedi a Stalingrado, ma gli uomini dell'Armata Rossa, formate piccole unità di 6 o 9 effettivi, continuano a combattere strenuamente: l'ordine di Cujkov è di rimanere a non più di 50 metri, o alla distanza di un tiro di una bomba a mano, dal fronte nemico, in qualsiasi momento.

Alla strenua difesa di Stalingrado, così come a tutta la guerra nell'Unione Sovietica, partecipano centinaia di migliaia di donne, e la loro presenza è particolarmente sconcertate per i tedeschi: un ufficiale tedesco, in una lettera alla propria famiglia, scrive "È impossibile descrivere quello che sta succedendo qui. Ogni persona, a Stalingrado, che ha ancora la testa e le mani, uomo o donna, continua a lottare".

La difesa di Stalingrado dà i suoi frutti, l'occupante subisce perdite importanti e, con l'avvicinarsi dell'inverno comincia ad avere problemi di approvvigionamento; il 10 novembre 1942 l'Armata Rossa lancia il contrattacco con l'operazione Urano, una manovra a tenaglia per accerchiare il nemico.
Finalmente, il 2 febbraio 1943, gli ultimi nuclei tedeschi ancora di stanza a Stalingrado si arrendono.

La storica vittoria di Stalingrado, che ha coinvolto non solo le truppe dell'Armata Rossa, ma tutta la popolazione locale in uno strenuo combattimento casa per casa, aprendo la strada alla controffensiva militare, svela al mondo che la tanto osannata invincibilità tedesca non è altro che propaganda, e ridà ai popoli europei oppressi dalle dittature naziste e fasciste, a da una guerra che non avevano voluto, una reale speranza di libertà, pace e riscatto.

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Verona vs 99 Posse! Chi può suonare in città lo decide il sindaco amico dei fasci?

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Verona vs 99 Posse! Chi può suonare in città lo decide il sindaco amico dei fasci?

Se non ci fosse la Giunta di Flavio Tosi (infarcita di ogni tipo di fascisti, razzisti, xenofobi ed integralisti) uno potrebbe pensare di trovarsi in una città come le altre… ma Verona non è una città come le altre!

Verona è la città dove per il compleanno dell’Hellas Verona si permette a due gruppi dichiaratamente neonazisti (Sumbu Brothers e 1903) di esibirsi dal palcoscenico dell’Arena di Verona (concesso gratuitamente dal Comune).

Verona è la città dove gli ex squadristi picchiatori fanno carriera politica: Nicola Pasetto e Luca Bajona (che nei primi anni ’80, da militanti del Fronte della Gioventù, spaccarono la testa con un crick ad un antifascista) diventarono, rispettivamente, deputato e vicesindaco. Andrea Miglioranzi (ex componente della band nazirock Gesta Bellica, militante del Veneto Fronte Skinheads) è divenuto presidente dell’Azienda Municipalizzata Igiene Ambientale. Marcello Ruffo (CasaPound Italia, che l’anno scorso festeggiò la laurea con una “caccia ai rossi” a mano armata in giro per i locali di Veronetta) è presidente della Commissione Cultura della III Circoscrizione, eletto con la lista civica del sindaco.

Verona è la città dove il sindaco sfila alla testa di un corteo organizzato da gruppi di estrema destra come Forza Nuova (fondato da Roberto Fiore, ex terrorista di Terza Posizione) e quando l’anno dopo alcuni militanti proprio di quel gruppo politico aggrediscono ed uccidono un ragazzo in pieno centro storico lo stesso sindaco dichiara ai giornali che “è un caso su un milione, poteva capitare a chiunque” (ipse dixit).

Verona è la città dove l’unica voce autenticamente resistente (il CSOA La Chimica) viene letteralmente demolita, rasa al suolo, polverizzata per volere del sindaco Flavio Tosi (condannato in via definitiva per “propaganda ed istigazione all’odio razziale”) neanche tre mesi dopo essere stato eletto.

Verona è la città dove si organizzano incontri istituzionali contro la violenza politica e chi li organizza è un consigliere di circoscrizione con due processi a carico per aggressione a mano armata ai danni di chi la pensava diversamente da lui.

Verona è la città dove nel 1995 furono approvate le tristemente famose mozioni omofobe in Consiglio Comunale (per rispondere all’Unione Europea che chiedeva uguali diritti per tutt*, gay/etero/trans che fossero) e dove nel 2014 ne è stata approvata un’ulteriore che impegna il Comune a “vigilare sui libri di testo in cui si parla di identità di genere”. In mezzo a questi due episodi una valanga di aggressioni a sfondo razzista ed omofobo. L’ultima capitata giusto un paio di settimane fa in un paese della provincia.

Verona è la città dove il Comune sceglie, per rappresentarlo all’interno dell’Istituto per la Storia della Resistenza (già, proprio la Resistenza Antifascista), un appartenente alla destra estrema.

E a Verona succede anche che i 99 Posse, gruppo napoletano con una ventennale storia di militanza antifascista, vengano tacciati di “istigare alla violenza” nel classico tentativo mistificatorio di fare un unico grande calderone di ogni avvenimento senza minimamente cercare di discernere tra chi durante la Resistenza ha agito per la libertà e chi invece per toglierla.

Il 25 aprile 2015 sarà il 70° anniversario della Liberazione dal Nazifascismo. Una nuova, grande mobilitazione servirà per cancellare i rigurgiti di quella violenza fascista che, sconfitta dagli eventi, deve essere per sempre consegnata alle pagine più nere dei libri di storia.

CONTRO IL FASCISMO E LA SUA VIOLENZA ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Kollettivo Autonomo Antifascista Verona

da http://kollettivoautonomoantifascista.noblogs.org

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Kurdistan, nell'occhio del ciclone (prima parte)

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sfdffLe notizie dal Vicino e Medio Oriente si susseguono a un ritmo incalzante. Il Kurdistan si trova, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, dilaniato dall’esplodere delle tensioni tra le potenze regionali che si spartiscono il suo territorio.

Non è semplice, in un simile scenario, fornire un quadro della situazione che non sia immediatamente superato dall’incedere degli eventi. I quintali di notizie, parole, immagini, vomitati dai mass media, invece di chiarire la complessità dello scenario mediorientale, contribuiscono a spargere una confusione che è tutt’altro che casuale.

Perciò ci sembra prioritario – nei limiti di quanto è possibile fare in un breve articolo – provare a fornire qualche strumento interpretativo utile a comprendere le dinamiche in corso con uno sguardo di più lungo periodo rispetto alla cronaca emergenziale del giorno dopo giorno.

Da un lato, è necessario ricordare come quel che accade in Kurdistan (e più in generale in Medio Oriente) sia sempre, anche, il precipitato dell’interazione di forze esterne, a cominciare dagli Stati che ne occupano il territorio, ossia la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran (a loro volta, peraltro, veicoli di uno scontro di interessi su scala mondiale).

Dall’altro, è bene sottolineare come ciò non precluda l’esistenza di specifiche dinamiche locali, le quali, anzi, dimostrano sempre più spesso come proprio questi momenti di crisi e disfacimento possano rappresentare le crepe da cui emergono nuovi percorsi di autonomia, rivolta e protagonismo popolare.

L’immagine costruita dal discorso mediatico dominante racconta, sostanzialmente, di una folle guerra di fanatici terroristi musulmani contro i quali l’Occidente è costretto a intervenire (per ragioni umanitarie, ça va sans dire!) appoggiando le uniche forze al momento in grado di opporvisi, ovvero “i curdi”. Per fornire qualche antidoto alle ambiguità e ai silenzi che caratterizzano tale ricostruzione, ci pare utile, in primo luogo, delineare chi sono realmente le forze in campo, cosa rappresentano, quali identità e progettualità incarnano (in particolare nel campo curdo). In secondo luogo [nella prossima “puntata”], proveremo a sondare i percorsi di autonomia popolare che nonostante tutto – compresa una censura mediatica impressionante – resistono e rappresentano una forza di rottura per niente trascurabile (sia da un punto di vista politico che militare), in particolare nel Kurdistan siriano (Rojava). Infine, cercheremo di abbozzare qualche riflessione di portata più generale sul senso degli eventi in corso

  

Gli attori in campo

15 agosto 2014. Le televisioni del mondo intero riportano con orrore i massacri, le esecuzioni, i rapimenti di bambini e donne venduti come schiavi, le pulizie etniche e le angherie di ogni tipo dispiegate dalle bande dello “Stato Islamico” (I.S.) in nord Iraq contro minoranze religiose e oppositori, ad esempio contro i curdi yezidi a Sinjar (Şengal in curdo). Tale escalation di violenza settaria sarebbe, ufficialmente, all’origine del sostegno militare che Stati Uniti ed Europa si apprestano a fornire (apertamente) “ai curdi” – dopo averlo fornito a lungo (dietro le quinte) alle milizie “jihadiste”. Peccato però che l’espressione “i curdi” non significhi nulla, essendo “i kurds_mapcurdi” una realtà nient'affatto omogenea. Oltre al fatto – tutt’altro che trascurabile – che il popolo curdo è diviso da circa un secolo dalle frontiere artificiali di Turchia, Siria, Iraq e Iran, nel movimento curdo si sovrappongono, com’è ovvio che sia, profonde divisioni che hanno origini storiche, linguistiche, tribali, religiose, oltre che contrapposizioni politiche talvolta laceranti e foriere di conflitti anche armati. Quando, dunque, gli Stati Uniti parlano di “armare i curdi”, si riferiscono ovviamente ai loro alleati sul campo, ovvero ai filo-americani del PDK, e non certo ai “terroristi” del PKK e ai suoi alleati. E ciò anche se, come emerge sempre più chiaramente dalle fonti sul campo e dalle testimonianze dei sopravvissuti, ad accorrere per aiutare le minoranze aggredite e a organizzare la resistenza armata contro le bande paramilitari di I.S., sono stati proprio quelli che Washington e Bruxelles definiscono “terroristi”, e non i miliziani fedeli a PDK e USA, i quali hanno invece lasciato campo libero all’avanzata di I.S., sostanzialmente spartendosi le spoglie del territorio abbandonato dallo squagliarsi dell’esercito di Baghdad. Del resto, anche i tanto decantati quanto limitati bombardamenti finora sferrati dagli Stati Uniti non sembrano proprio avere l’obbiettivo di stroncare le forze “islamiste”, quanto piuttosto quello di contenerle e indirizzarle (altrimenti, con le tecnologie e le informazioni in mano all’aviazione USA, sarebbe stato un “gioco da ragazzi” annientarne le postazioni e le colonne nel campo aperto del deserto iracheno).

È proprio per cercare di dissipare tali ambiguità che riportiamo qui di seguito, in modo inevitabilmente sintetico e schematico, una descrizione delle organizzazioni coinvolte a vario titolo nel conflitto in corso, una sorta di glossario per aiutare a districarsi nella confusione mediatica.

PKK – Partito dei lavoratori del Kurdistan (Turchia). Le sue ali militari sono: HPG (Forze di difesa del popolo) e YJA-Star (Unità delle donne libere - Star). Opera nel Kurdistan settentrionale (in curdo “Bakûr”, sud-est della Turchia) da oltre trent’anni, per sostenere l’autodeterminazione e la stessa sopravvivenza del popolo curdo contro l’occupazione militare da parte dello Stato turco. È stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata da USA ed Europa. Dagli anni Novanta, in particolare grazie all’elaborazione teorica del suo presidente Abdullah Öcalan (tuttora detenuto nell’isola-prigione di Imrali in Turchia), il PKK ha superato l’originaria ideologia nazionalista e marxista-leninista attraverso una radicale critica degli stessi concetti di Stato, Nazione, Partito, e abbandonando l’obiettivo della costruzione di uno Stato curdo indipendente. La sua proposta politica, denominata Confederalismo democratico, auspica la costruzione di una federazione di comunità autogovernantisi al di là dei confini nazionali, religiosi, etnici, le cui colonne portanti sono la partecipazione dal basso, la parità di genere e il rispetto della natura. Il suo esercito di guerriglia (HPG e YJA-Star) conta diverse migliaia di uomini e donne nelle montagne del sud-est della Turchia (sui confini con Siria, Iraq e Iran) e sui monti Qandil in territorio iracheno. Attualmente in un precario cessate il fuoco unilaterale con la Turchia, è impegnato nel sostegno dei propri fratelli in Siria (Rojava) e nella difesa della popolazione civile in Iraq contro I.S.

PYD – Partito dell’unione democratica (Siria). Le sue ali militari sono: YPG (Unità di difesa popolare) e YPJ (Unità di difesa delle donne). È il partito maggioritario nel Kurdistan occidentale (“Rojava”, Siria del nord). Stretto alleato del PKK, sia dal punto di vista militare che politico, ne condivide la proposta del Confederalismo democratico, prospettiva che sta concretizzando nei territori del Rojava. Qui, dall’insurrezione contro il regime siriano, non si è schierato né con il regime di Al-Assad né con i “ribelli siriani”, praticando una “terza via” consistente nel liberare e difendere il proprio territorio per amministrarlo, insieme agli altri partiti e realtà della società civile non solo curda, in una sorta di “democrazia cantonale dal basso”. La sua forza militare (YPG e YPJ) oltre a difendere il Rojava da chiunque l’attacchi (lealisti di Al-Assad, “ribelli” siriani, I.S. e “jihadisti” vari) ha recentemente operato in territorio iracheno contro i tentativi di pulizia etnica di I.S. – in particolare nelle aree di Sinjar, Makhmour (Maxmur, in curdo) –, soccorrendo la popolazione in fuga e organizzando anche lì, come in Siria, una resistenza armata di autodifesa popolare.

KCK – Raggruppamento delle comunità del Kurdistan. È il coordinamento che raggruppa i vari partiti e organizzazioni della società civile delle quattro parti del Kurdistan per portare avanti il progetto del Confederalismo democratico. Oltre a PKK e PYD, ne fanno parte anche il PÇDK (Iraq) e il PJAK (Iran).

PÇDK – Partito della soluzione democratica in Kurdistan (Iraq), per il Kurdistan meridionale (“Başûr”, nord Iraq); forza attualmente minoritaria anche a causa della repressione che subisce da parte del governo regionale del PDK.

PJAK – Partito della vita libera del Kurdistan (Iran), per il Kurdistan orientale (“Rojhelat”, nord-ovest dell’Iran). La sua ala militare è composta dalle HRG (Forze di difesa del Kurdistan orientale) e quella femminile dall’YJRK (Unione delle donne del Kurdistan orientale), le cui forze sono anch’esse attualmente impegnate nella resistenza contro l’I.S. in Iraq e in Rojava.

PDK – Partito democratico del Kurdistan (Iraq). È il partito di Mas’ud Barzani, che governa il Kurdistan meridionale (“Başûr”, nord Iraq), divenuto regione autonoma (KRG) in seguito all’invasione americana del 2003 e alla caduta del regime di Saddam Hussein. La famiglia Barzani, leader storici del movimento nazionalista curdo, governa di fatto la regione come un proprio feudo, rappresentando una vera e propria mafia del petrolio, in grado di garantire l’ordine nella regione e perciò sostenuta e armata dagli Stati Uniti, oltre che da Israele e Turchia (con cui ha importanti rapporti economici e a cui vende il petrolio). L’ala militare del PDK è formata dai «peshmerga», in parte integrati nell’esercito regolare iracheno, ma soprattutto nelle milizie che costituiscono le forze di sicurezza del KRG (Governo regionale del Kurdistan). La politica nazionalista e filo-americana del PDK è radicalmente in contrasto con le posizioni di PKK, PYD, KCK, in quanto principale stampella del neo-colonialismo e della balcanizzazione del Medio Oriente. Di fronte all’offensiva di I.S., i peshmerga di Barzani si sono distinti per una politica opportunista, che non ha sostanzialmente ostacolato l’avanzata di I.S. (fortemente sponsorizzata – tra gli altri – dall’amica Turchia) fino a quando non ha toccato i propri interessi, e anzi approfittando del conseguente indebolimento del governo centrale iracheno per allargare i confini del Kurdistan federale (ad esempio occupando la città petrolifera di Kirkuk quando I.S. occupava Mosul). Molteplici testimonianze dei civili scampati ai massacri di I.S., in particolare a Sinjar e a Makhmour, riferiscono di essere stati abbandonati dai miliziani di Barzani e di essersi salvati soltanto grazie all’intervento dei guerriglieri del PKK e del PYD. Diversi analisti inoltre – a proposito dell’immobilismo dei peshmerga del PDK – hanno sottolineato il fatto che mentre le forze del PKK dagli anni Ottanta non hanno mai smesso di combattere e di addestrarsi alla guerriglia, le truppe di Barzani, a oltre dieci anni dalla caduta di Saddam Hussein, si sono trasformate in un apparato burocratico di impiegati più che di guerriglieri.

«Peshmerga». Significa genericamente «guerrigliero» o «soldato» curdo, ed è quindi il termine che, storicamente, definisce ogni combattente del Kurdistan. Col tempo però (con la formazione di un governo de facto nel nord Iraq e le profonde spaccature nel movimento curdo) questo termine è andato a definire in modo specifico i miliziani del PDK di Barzani, come quelli del PUK di Talabani, di Gorran e degli altri partiti curdi d’Iraq, mentre i partigiani del PKK o del PYD preferiscono definirsi col nome delle proprie organizzazioni (o “gerîlla”, “partîzan”…). La genericità del termine «peshmerga» comunque rimane, ed è anche sulla sua ambiguità che si è costruita molta della confusione diffusa dai media internazionali.

In campo avverso, tra i protagonisti del conflitto in corso, il califfato fondato da Abu Bakr Al-Baghdadi nei territori del Bilad ash Sham (a cavallo tra Siria e Iraq) si è ormai affermato come una vera e propria potenza militare, fondata sul terrore nei confronti delle popolazioni civili e dotata di una forza paramilitare più simile a un esercito mercenario che non a una “tradizionale” organizzazione “jihadista”.

I.S. – Stato islamico. Nasce dall’arcipelago della resistenza islamista sunnita contro l’occupazione americana dell’Iraq nel 2003, nello specifico dal gruppo “Al-Tawḥīd wa-al-Jihād” fondato dal giordano Abu Musab Al-Zarkawi (ucciso da un bombardamento USA nel 2006), poi divenuto Al Qaida in Iraq (AQI), poi Stato islamico in Iraq (ISI), in Siria (ISIS) e infine Stato islamico (IS). Ha praticato fin dagli esordi una politica ferocemente settaria, attaccando principalmente gli sciiti e le altre minoranze dell’area (ragione del disaccordo e delle continue frizioni con la dirigenza di Al Qaida), riuscendo a serrare le fila sunnite con migliaia di militanti soprattutto stranieri (dimostrando una capacità di attrattiva effettivamente internazionale). Nello scenario della guerra civile siriana, si è distinto per la ferocia dei suoi attacchi (e non solo contro le forze lealiste ma anche e soprattutto contro ogni fazione rivale del fronte dei “ribelli”) riuscendo a imporsi, dal 2013, come principale kurds_vs_Isisforza del campo fondamentalista sunnita (scalzando anche Jabat Al Nusra, ovvero il referente di Al Qaida in Siria). Qui controlla ormai diverse aree nel nord e nell’est del Paese, in particolare nelle zone petrolifere e lungo il corso dell’Eufrate, in guerra aperta contro le forze curde del Rojava. Nel 2014 incomincia l’avanzata in Iraq, dove trova l’appoggio di diverse forze sunnite emarginate e represse dal governo iracheno, il cui esercito a luglio si ritira disordinatamente abbandonando nelle mani dell’I.S. un vero e proprio arsenale (tra cui fucili M4 e M16, lanciagranate, visori notturni, mitragliatrici, artiglieria pesante, missili terra-aria Stinger e Scud, carri armati, veicoli corazzati Humvies, elicotteri Blackhawks, aerei cargo…). È così che l’I.S., sotto la guida di Abu Bakr Al-Baghdadi, si costituisce in Califfato, strutturandosi di fatto come un nuovo Stato che riscuote le tasse, paga i suoi miliziani e dipendenti, amministra centrali elettriche, depositi di grano, dighe, pozzi petroliferi, affrancandosi così anche dalla dipendenza da finanziamenti di Stati stranieri.

In questa rapida escalation dello Stato Islamico, l’appoggio logistico, economico, militare fornitogli dalla Turchia perlomeno dall’inizio della “crisi” del regime siriano, insieme all’atteggiamento delle milizie peshmerga di Barzani, e alla “vigile distanza” degli USA, potrebbero far sorgere ai più malfidenti qualche sospetto sull’esistenza di un disegno pro I.S. condiviso da tale “asse”. Ciò anche senza scomodare le voci secondo cui il califfo Al-Baghdadi (che risulta essere stato in un campo di prigionia statunitense in Iraq dal 2004 al 2009, per poi esserne rilasciato ed assumere la leadership di ISIS in seguito all'uccisione del precedente leader da parte di forze statunitensi) sarebbe stato addestrato da Mossad, CIA e MI6. Anche senza bisogno di perdersi nelle immancabili elucubrazioni su complotti e cospirazioni a tavolino, non è affatto impensabile un’alleanza di fatto, una convergenza di interessi (che si saldano nel sollecitare alcune dinamiche, nel non ostacolarne altre…) tra Turchia, USA, PDK (oltre ad Arabia saudita, Qatar…), per “suscitare” e impiantare una presenza fondamentalista sunnita nel cuore del Medio Oriente (uno nuovo Stato, o un Califfato, o un territorio in guerra permanente...) in funzione anti Iran (e dunque anti Al-Assad, Hezbollah… e Russia); qualcosa che – già che c’è – vada a spezzare sul campo ogni tentativo di rivolta, di autogoverno, di gestione diretta, e diversa, del territorio…

Una controrivoluzione preventiva, insomma, contro quella resistenza popolare che costituisce oggi (fuori dalle menzogne della propaganda) l'unica vera resistenza sul campo contro lo Stato Islamico; una resistenza che vede in prima fila le milizie autorganizzate dalle donne, e in cui stanno confluendo gli abitanti delle regioni sotto attacco rompendo le divisioni etniche, religiose, culturali, in una prospettiva politica che assume un significato universale... Questo movimento, che partendo dai curdi di Rojava rischia di dilagare oltre confini che non tengono più, è qualcosa di dirompente nel panorama mediorientale, comprensibilmente preoccupante per qualsiasi potere con mire di controllo o egemonia nell'area, e proprio perciò, per noi, tanto più interessante.

Nella seconda parte di questo articolo (sul prossimo numero di Nunatak), cercheremo di approfondirne il funzionamento, entrando più a fondo nelle dinamiche della “rivoluzione in marcia in Rojava”.

Daniele Pepino – 20 agosto 2014

(per «Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna», n. 35, estate 2014)

tratto da http://www.infoaut.org/index.php/blog/approfondimenti/item/12565-kurdistan-nellocchio-del-ciclone-prima-parte

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21 agosto 1971: l'uccisione di George Jackson

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tratto da http://www.infoaut.org

Commozione e rabbia nella comunità afroamericana e fra tutti i detenuti rivoluzionari degl stati uniti per la morte di George Jackson, avvenuta il giorno precedente. Il 21 agosto 1971, infatti, nel cortile della prigione San Quentin veniva ucciso a colpi di fucile da un secondino George L. Jackson, field marshal per le prigioni del Black Panther Party.

22 agostoL'omicidio diede il via ad un a feroce campagna di repressione contro il movimento dei neri che coinvolse, fra gli altri, anche la militante comunista Angela Davis.

Nel 1972 vennero pubblicati i testi politici di Jackson che era riuscito a far uscire dal carcere appena una settimana prima della sua morte. La raccolta, dal titolo Blood in my Eye, comprendeva una sere di saggi scritti dopo la morte del fratello minore Jonathan, ucciso dalla polizia mentre cercava di allontanarsi dal tribunale di San Rafael insieme a tre prigionieri liberati poco prima.

"Sono stato in rivolta per tutta la vita" scrisse George Jackson in una sua lettera. La prima rivolta fu il crimine. George Jackson fu arrestato per la prima volta a 14 anni per il furto di una borsetta, Da qui fu un susseguirsi costante di arresti, riformatori e rilasci provvisori. A 18 anni fu arrestato per il furto di 70 dollari da un distributore di benzina; ebbe una condanna a tempo indeterminato: da 1 anno a vita.

Proprio in carcere iniziò la sua maturazione politica:
"...scoprii Marx, Lenin, Trockij, Engels e Mao, e ne fui redento. Durante i primi quattro anni non studiai altro che economia e discipline militari. Conobbi i guerriglieri neri, George "Big Jake" Lewis, e James Carr, W.L. Nolen, Bill Christmas, Terry Gibson e molti, molti altri. Tentammo di trasformare la mentalità del criminale nero nella mentalità del rivoluzionario nero."

Il governo cominciò contro Jackson e gli altri detenuti politicizzati una feroce campagna terroristica fatta di celle di isolamenti, pestaggi, rifiuto di ogni libertà provvisoria. Si cercava inoltre di spingere gli altri detenuti ad ammazzarli; fra i detenuti bianchi girava la voce: «Stangate Jackson, e otterrete qualche ricompensa».

Il 13 gennaio 1970 nel braccio di sorveglianza speciale della prigione di Soledad venne aperto un nuovo cortile per la passeggiata dove furono inviati 6 neri e 8 bianchi. Senza nessun preavviso un secondino aprì il fuoco dalla torre di guardia: tre detenuti neri, tra gli uomini più vicini a Jackson furono uccisi e un bianco rimase ferito.
I neri sopravvissuti dichiararono che uno di loro, ferito, fu lasciato morire dissanguato sul lastricato di cemento. Tre giorni dopo la commissione di inchiesta della contea di Monterey dichiarò che le uccisioni erano giustificate. Meno di un'ora dopo dall'annuncio di questa decisione una guardia fu trovata uccisa. Tutti i detenuti del braccio in cui erano avvenute le uccisioni furono messi in isolamento. Il 28 febbraio Fleeta Drumgo, John Clutchette e George Jackson vennero formalmente accusati del delitto per cui rischiavano la pena di morte.

Il 7 agosto 1970 nel tentativo di far evadere tre detenuti, morì il fratello diciassettenne di Jackson insieme ad altri tre militanti delle Pantere Nere ed al giudice che era stato preso in ostaggio.

Dopo la morte del fratello, Jackson scrisse in una lettera:
Non ho versato una lacrima, sono troppo fiero per farlo. Un bellissimo, bellissimo uomo-bambino con un fucile automatico in mano. Lui sapeva come essere con il popolo. Ho amato Jonathan, ma la sua morte ha solo rafforzato la mia volontà di lottare. Per essere fiero mi basta sapere che era carne della mia carne e sangue del mio sangue.

Gerorge Jackson fu trasferito nel carcere di San Quentin e tenuto in isolamento per lungo tempo.
Terminò di scrivere il libro nell'agosto del 1971. Poco dopo organizzò con gli altri detenuti una rivolta. I cecchini lo colpirono alle spalle, il suo corpo fu rimosso dal cortile della prigione solo verso sera.

"Per lo schiavo, la rivoluzione è un imperativo, è un atto cosciente di disperazione, dettato dall'amore"

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