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PER NON DIMENTICARE

Nigeria: il prezzo del petrolio

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Il prezzo del petrolio

* tratto da http://www.carmillaonline.com/

I politici li uso come i taxi: mi faccio portare dove voglio. Io pago la corsa”.

Mi suona particolarmente attuale questo vecchio adagio di Enrico Mattei, ora che l’AD dell’ENI Claudio Descalzi si ritrova indagato per una nuova maxi-tangente da 1,92 miliardi di dollari, destinata ad “agevolare” l’acquisto della concessione del giacimento nigeriano “Opl-245”.

Oltre a Descalzi, nominato qualche mese fa da Renzi ai vertici dell’Ente Nazionale Idrocarburi, l’inchiesta coinvolge anche gente ben più navigata – come l’ex AD dell’ENI Paolo Scaroni e il faccendiere Luigi Bisignani . Gente che si è fatta le ossa ai bei tempi di tangentopoli, e nonostante le condanne è sempre rimasta al potere1. Ma presenta un curriculum di tutto rispetto anche il principale beneficiario nigeriano della stecca, quel Dan Etete che fu ministro del petrolio durante la dittatura del generale Sani Abacha, e che poco prima della destituzione, come “trattamento di fine rapporto” si autoassegnò gratuitamente (in società con Abacha junior) la concessione dell’ “Opl-245”, il più grande giacimento off shore della Nigeria.

Per capire di che soggetti stiamo parlando basta ricordare che fu Sani Abacha, al potere in Nigeria dal 1993 al 1998, a disporre l’impiccagione di Ken Saro Wiwa e di altri 8 militanti del MOSOP (Movement for the Survival of Ogoni People). Queste le istruzioni dell’epoca per l’esercito nigeriano: “Operazioni della Shell ancora impossibili inmancanza di uno spietato intervento militare che consenta un’agevole ripresa dell’attività commerciale… Raccomandazioni: azioni di distruzione durante raduni MOSOP che giustificano l’intervento dell’esercito. Eliminare gli obiettivi in tutte le comunità e a ogni livello di potere, in particolare i soggetti più attivi all’interno dei vari gruppi2.

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Dan Etete

Difficile pensare che Dan Etete, all’epoca ministro del petrolio, non fosse corresponsabile di tutto questo. Ecco, l’ENI paga la stecca a questa gente qui.

E non parlo dell’inchiesta di oggi (per carità … c’è la presunzione di innocenza), ma dei tempi in cui la TSKJ – una joint ventures partecipata dalla Snam, dalla francese Technip e dalla statunitense KBR/Halliburton – si occupò sistematicamente di corrompere i vari regimi nigeriani succedutisi dal 1994 al 2004, per ottenere l’appalto della costruzione del gassificatore di Bonny Island. In totale militari e politici nigeriani, fra cui Sani Abacha, Dan Etete, e i successivi presidenti Abdulsalami Abubakar e Olusegun Obasanjo, si spartirono in quell’occasione $180 milioni, in cambio di contratti alla TSKJ per sei miliardi di dollari.

L’appalto andò a buon fine, e l’ENI riuscì pure ad assicurare all’Agip una fetta della gestione successiva dell’impianto di compressione del gas. Perciò, se avete dei dubbi su chi abbia interesse a riempire il suolo italico di degassificatori, ora potrete chiarirvi le idee.

La maximazzetta di Bonny Island ha già avuto i suoi strascichi giudiziari in Nord America3, Francia4, e finalmente qui da noi, con la condanna della Saipem/Snam (difesa dall’avvocato, nonchè ex ministro della giustizia, Paola Severino) a 600.000 euro di multa e 2,4 milioni di risarcimento alla Nigeria 5. L’Eni se la sarebbe dunque cavata relativamente a buon mercato se avesse dovuto fare i conti solo con la legge italiana. Peccato per lei che gli stessi fatti fossero oggetto di inchiesta negli USA, dove per evitare la condanna ha dovuto sborsare soldi grossi: 240 milioni di dollari al U.S. Department of Justice e 125 milioni alla Securities and Exchange Commission6(la Consob americana).

Questo per aver introdotto interferenze nelle sacre leggi del mercato danneggiando la concorrenza con metodi sleali …non certo per aver sostenuto e consolidato il potere di un branco di macellai sanguinari.

Concentrarsi solo sull’aspetto corruttivo, astratto dal contesto, è un esercizio fuorviante. Le tangenti sborsate da tutte le corporations petrolifere, per quanto onerose, rappresentano la “giusta mercede” pagata ai vari regimi nigeriani per l’accondiscendenza dimostrata di fronte allo stupro della propria terra e per i servizi resi in termini di repressione dei movimenti popolari.

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Ogoniland.

Da più di 40 anni, dall’inizio delle estrazioni, le popolazioni del Delta del Niger sono sprofondate in un inferno industriale, che ha distrutto le foreste, i campi, le acque del fiume, tutti i loro mezzi di sussistenza, per lasciarsi dietro solamente fame, malattie, miseria e morte. E violenza, tanta violenza.

Impossibile contare tutti gli eccidi subiti da quella gente, nel corso delle lotte per l’ambiente e per la vita, da parte dell’esercito e dei reparti speciali della polizia nigeriana.

“Nel luglio 1981 oltre 10.000 abitanti di Rukpokwu, nell’area di Pourt Harcourt, bloccarono l’accesso a cinquanta pozzi della Shell di Agbada. Contemporaneamente gli abitanti di tre villaggi Egbema occupavano la seconda più importante installazione petrolifera dell’Agip, espellendone i lavoratori e fermando la produzione per tre giorni. Gli Egbema protestavano contro la mancata assunzione di indigeni, la mancata elettrificazione e fornitura d’acqua nei villaggi e perché fosse garantita scolarizzazione ai bambini. La rivolta fu sedata dalla polizia antisommossa….

Nel 1987 gli abitanti di Iko, un’isoletta di pescatori in Adoniland, organizzarono una marcia pacifica di fronte agli impianti della Shell a cui, già da anni, chiedevano un risarcimento e la restituzione del diritto all’acqua e all’ambiente pulito. I reparti speciali della polizia arrivarono a bordo di motoscafi della Shell, attaccarono il villaggio uccidendo due persone e distruggendo decine di abitazioni….

Nel 1990, a Umuechem, nellazona degli Igbo, una comunità vessata dalle continue confische di terre da parte della Shell organizzò una manifestazione di protesta: I reparti speciali fecero un massacro: ottanta persone furono uccise, centinaia le case distrutte, tutti gli animali ammazzati” .

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Ogoniland

Da allora fu un crescendo. Negli anni ’90 la dittatura diSani Abachascatenò contro gli Ogoni in rivolta un’inaudita violenza, inviando provocatori a fomentare “scontri etnici” che causarono centinaia di morti, torturando e impiccando le avanguardie del movimento, disponendo l’occupazione militare dell’Ogoniland, l’incendio dei villaggi, lo sterminio degli abitanti. Reagiva così, il regime militare, a un movimento che spaventava per estensione, capacità organizzativa e politica, tale da costringere la Shell a sospendere le attività sul territorio.

Gli Ogoni non furono le uniche vittime di Abacha. Nel maggio 1998 più di cento ragazzi di 42 villaggi dell’Ilajeland occuparono una piattaforma della Chevron per protestare contro la devastazione ambientale. Bola Oynbo, un attivista che era presente, racconta: “Non ci aspettavamo quello che poi seguì.I soldati saltarono giù in fretta(da quattro elicotteri guidati da piloti stranieri della Chevron)sparando. Sparavano come fossero stati in guerra. Sparavano dappertutto. Trenta giovani vennero feriti, due uccisi. Anche coloro che cercavano di soccorrere quelli che stavano morendo furono colpiti”.

Il successore di Abacha sul podio della dittatura,Abdulsalami Abubakar, si distinse per il massacro di Warri. Nel dicembre 1998 giovani provenienti da 500 villaggi della nazione Ijaw si erano incontrati a Kaiama per discutere su come riprendere nelle mani il proprio destino. Il documento finale, la “Dichiarazione di Kaiama”, chiamava tutti i popoli del Delta del Niger all’unità e alla lotta comune contro la devastazione ambientale, la rapina delle risorse, l’occupazione militare. Il Consiglio giovanile Ijaw esigeva il ritiro dei soldati e l’interruzione dell’attività delle compagnie petrolifere in tutto il territorio dello Ijawland entro il 30 dicembre. Quel giorno a Warri una grande manifestazione pacifica venne attaccata dai soldati. “Oltre duecento persone vennero uccise, altre vennero torturate e trattate in modo disumano; molte altre vennero arrestate; ragazzine di dodici anni vennero torturate e violentate”. “Poi ci furono i saccheggi, gli stupri e le esecuzioni sommarie. Duecento persone Ijaw subirono l’amputazione di un arto, soprattutto mani e braccia” .

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Massacro di Odi.

Il regime di Abdulsalami Abubakar fu breve ma intenso:“ai primi di gennaio i militari attaccarono sparando a vista due villaggi, Opia e Ikenian, i morti e i dispersi si contarono a decine. Questa volta le lance da cui sbarcarono e da cui proveniva la richiesta di intervento provenivano dall’americana Chevron. Pochi giorni dopo, altri ragazzi venivano uccisi dai soldati, ma questa volta nei pressi di un impianto dell’Agip” .

Nel maggio ’99 in Nigeria arrivò finalmente la democrazia (!!!), le libere elezioni videro il prevalere di OlusegunObasanjo, che alla presidenza dello Stato nigeriano volle subito distinguersi dai suoi predecessori …. per intensità dell’eccidio nell’unità di tempo: nel novembre di quell’anno, infatti, provvide a far radere al suolo la città di Odi, causando 2000 morti in un solo giorno. Obasanjo si dimostrò poi capace anche di stragi meno pretenziose, come quella dell’ottobre 2000, quando 10 manifestanti vennero uccisi durante una protesta contro l’Agip7.

Abacha,Abubakar,Obasanjo….. si, proprio quelli sul libro paga della Snam.

Visti i risultati delle mobilitazioni pacifiche, non provoca particolare stupore il fatto che la metodologia di lotta delle popolazioni del Delta del Niger abbia subito nel tempo una notevole revisione. Revisione di cui anche l’ENI (così come le altre compagnie) ha dovuto, suo malgrado, prendere atto:

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La “revisione”: militante del MEND.

23/01/06– Assaltata una piattaforma dell’Agip nel Delta del Niger.24/01/06– Uomini armati camuffati da poliziotti assaltano la tesoreria dell’impianto Agip di Port Harcourt. Svaligiano la banca interna e lasciano 11 morti (9 agenti di sicurezza).8/03/06– L’oleodotto dell’Agip che collega Tebidaba al terminal di Brass viene fatto esplodere con una carica di dinamite. L’ENI stima una perdita di 13.000 barili al giorno.11/05/06– Sequestro lampo di tre dipendenti della Saipem, sembra per l’opposizione della comunità di Boguma al passaggio di un oledotto.13/07/06– Due esplosioni danneggiano stabilimenti Agip.26/07/06– Occupata una stazione di pompaggio dell’Agip a Ogboimbiri. Dodici persone, fra soldati e dipendenti Agip sono tenuti in ostaggio. L’azione è condotta da giovani della comunità locale che chiedono il rispetto di un memorandum disatteso dall’Agip sull’assunzione di giovani del posto e la promozione di programmi di sviluppo della comunità.24/08/06– Tre dipendenti Saipem vengono rapiti davanti al complesso del gruppo italiano a Port Harcourt.04/10/06– Abbordaggio contro un convoglio di sei battelli dell’Agip diretti a Brass.28/10/06– Occupata la stazione di pompaggio dell’Agip di Clough Creek.06/11/06– L’irruzione di un gruppo armato presso la stazione Agip di Tebidaba-Brass blocca la produzione di 50.000 barili al giorno. L’occupazione continua per vari giorni da parte della popolazione locale che tiene in ostaggio una trentina di addetti. Vogliono il risarcimento dei danni causati al territorio dalle perdite di petrolio dalle condutture.12/11/06– Riassaltato e rioccupato per un giorno l’impianto dell’Agip di Clough Creek.22/11/06– Abbordaggio della nave-piattaforma Mystras, gestita dalla Saipem, al largo di Port Harcourt. Rapiti un tecnico italiano e 6 lavoratori stranieri. Un blitz delle forze dell’ordine provoca 4 morti, fra cui un ostaggio britannico. L’italiano rimane gravemente ferito.7/12/06– Rapiti 3 tecnici petroliferi italiani e un libanese in una stazione di pompaggio dell’Eni nella zona di

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Militante del MEND.

Brass. L’azione è rivendicata dal MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta)21/12/06– L’irruzione di un gruppo armato presso la flow-station Agip di Tebidaba blocca la produzione di 40.000 barili al giorno.3/05/07– Assaltata una piattaforma off shore dell’Agip. Sequestro lampo di sei dipendenti.5/05/07– Attaccato un terminal dell’Agip.8/05/07– L’attacco di tre impianti costringe l’Agip a tagliare la produzione di 98.000 barili al giorno.14/05/07– Rapito vicino a Port Harcourt il responsabile dell’Ufficio Risorse Umane dell’Agip.17/06/07– Viene occupata la stazione di pompaggio Agip di Ogbaimbiri dopo una strage di civili da parte di una pattuglia dell’esercito di guardia all’impianto. Quattro giorni dopo un blitz provoca 12 morti fra gli occupanti. Il Times of Nigeria accusa le guardie private dell’ENI. 8 27/09/07– Guerriglieri travestiti da soldati attaccano una piattaforma dell’Eni. Nel conflitto a fuoco muore un tecnico Saipem, altri due vengono portati via per un paio di settimane.26/10/07– Attacco del MEND alla piattaforma Mystras. Sei dipendenti vengono sequestrati per 4 giorni. 8/01/08– Attacco all’Agip e alla Shell di Buruturo, accusate dai residenti di sversare liquami tossici.21/01/08– Incendiato un oleodotto dell’Agip.13/04/08– Incendiate due installazioni petrolifere Agip nell’area di Beniboye.17/07/08– Salta in aria un oleodotto dell’ENI.24/07/08– Rapiti per quattro giorni 5 tecnici Saipem.07/09/08– Arrembaggio ad una nave dell’Agip. Un marinaio ucciso e uno rapito.8/07/09– Il MEND rivendica il sabotaggio di un oleodotto dell’Agip.16/03/11– Il MEND rivendica l’esplosione di una bomba nella stazione di pompaggio dell’Agip di Clough Creek.04/02/12– Il MEND rivendica il sabotaggio di un oleodotto dell’Agip nello Stato di Bayelsa.13/04/12– Il MEND rivendica la distruzione di un pozzo e di un condotto dell’Agip.27/07/12– Il MEND attacca un trasporto di petrolio Agip al largo della costa dello Stato di Bayelsa. Un marinaio ucciso.30/12/12– Il MEND attacca una chiatta Agip nel Rivers State 9.

Data la frequenza e continuità degli attacchi potrebbe sorgere il dubbio che la multinazionale nostrana in Nigeria abbia fatto incazzare più di qualcuno. E qualche incazzatura è plausibile l’abbia destata dalle parti di Akaraolu, Ebocha, Kalaba, Ikarama,Ikienghenbiri, Odioama, Kale, Okpai, Okashikpa,  tutti luoghi che stanno pagando a caro prezzo la “modernità” portata dall’ENI.(Continua)

  1. Scaroni inaugura la sua carriera tangentizia in qualità di amministrato delegato della Techint. Nel 1992 viene arrestato nell’ambito di Mani Pulite per una grossa mazzetta al PSI, che doveva servire ad assicurarsi un appalto da parte dell’Enel. Patteggia un anno e 4 mesi, e come premio nel 2002 …. viene promosso ai vertici dell’Enel, cioè il destinatario dell’atto corruttivo. Finisce sotto inchiesta per l’inquinamento della centrale Enel di Porto Tolle, la Cassazione ne riconosce la responsabilità penale, ma i reati si sono prescritti. Nel frattempo passa a dirigere l’ENI, dove colleziona un avviso di garanzia per una presunta tangente pagata ad esponenti del governo algerino allo scopo di favorire la controllata Saipem e la stessa Eni in appalti da 11 miliardi di dollari. Il nome di Luigi Bisignani viene trovato nell’ ’81 negli elenchi della P2 in casa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Secondo gli inquirenti non è un iscritto qualsiasi, ma un reclutatore, un “colonnello”. Nel 1994 viene arrestato nel corso dell’inchiesta Enimont. E’ lui – ai tempi responsabile delle relazioni esterne del gruppo Montedison e fiduciario di Andreotti – ad aprire presso lo Ior il conto dove transiterà una parte della “madre di tutte le tangenti”, in viaggio verso le fauci ingorde dei principali esponenti del pentapartito. Per l’affare Enimont si becca una condanna a due anni e sei mesi e l’espulsione dall’Ordine dei giornalisti. Nel 2007 viene coinvolto nell’inchiesta Why Not sull’attribuzione illecita di commesse pubbliche e fondi europei, e quattro anni dopo nell’ambito dell’inchiesta sulla P4, viene accusato di aver instaurato un “sistema informativo parallelo” finalizzato alla “illecita acquisizione di notizie e di informazioni, anche coperte da segreto, alcune delle quali inerenti a procedimenti penali in corso nonché di altri dati sensibili o personali al fine di consentire a soggetti inquisiti di eludere le indagini giudiziarie ovvero per ottenere favori o altre utilità”. Vanta amicizie altolocate (Gianni Letta e Lamberto Dini furono suoi testimoni di nozze), entrature all’ENI, alla RAI e nei Servizi. 

  2. Manoscritto di Paul Okuntimo, capitano del Rivers State Internal Security Force dell’esercito nigeriano, scritto in data 5 Maggio 1994, pubblicato su Harpais, Giugno 1996, e in Naomi Klein,No Logo, Baldini & Castoldi, Milano, 2000, pag. 466. 

  3. Nel 2009 il dipartimento di giustizia americano, in base alForeign Corrupt Practices Act,ha condannato la Halliburton/KBR e i suoi funzionari al pagamento di $ 1,7 miliardi, coinvolgendo nello scandalo anchel’ex vice presidente USA Dick Chaney, che ai tempi della corruzione ricopriva la carica di AD dell’ Halliburton. Vedi: Halliburtonwatch,Halliburton and Nigeria: A Chronology of Key Events in the Unfolding Bribery Scandal.Elisha Bala-Gbogbo ,Nigeria files charges against Dick Cheney, Halliburton over bribery case, Bloomberg.com, 8 dicembre 2010. 

  4. Nicholas Ibekwe, Halliburton bribe: Paris court sentences Technip executives for bribing Nigerian officials, Premium Times, 1 febbraio 2013. 

  5. Angelo Mincuzzi,Corruzione in Nigeria, Saipem condannata a Milano. Confiscati 24,5 milioni, Il Sole 24 Ore,11 luglio 2013. 

  6. U.S. Securities and Exchange Commission,Securities and Exchange Commission v. ENI, S.p.A. and Snamprogetti Netherlands, B.V., Case No. 4:10-cv-02414, S.D. Tex. (Houston)

  7. Le informazioni sui massacri sono tratte da: Daniele Pepino,Delta in rivolta. Pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio in Nigeria. Suggerimenti da una insurrezione “asimmetrica”, Porfido, 2009, p. 142;  Oil Change International,All for Shell: A brief history of the struggle for justice in the Niger Delta, p. 8. 

  8. «Giovedì 21 giugno 2007- scrive il Times of Nigeria- su richiesta della oil Company [cioè l’Eni], forze armate della Sicurezza, che sembra che lavorino per il gigante petrolifero italiano, hanno attaccato e ucciso 12 giovani Ijaw di Ogboinbiri che stavano protestando contro la criminale uccisione dei loro parenti, avvenuta la settimana prima da parte delle forze armate». Sulla questione è stata presentata un’interrogazione parlamentare

  9. L’elenco, che si limita alle azioni contro l’ENI tralasciando i numerosi attacchi alla Shell, Chevron, Exxon, ecc., è tratto da: Daniele Pepino,Delta in rivolta. Pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio in Nigeria. Suggerimenti da una insurrezione “asimmetrica”, Porfido, 2009, p. 142; Wikipedia alla voce MEND; rassegna della stampa nazionale.

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1 ottobre 1984: lo sciopero dei minatori britannici

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tratto da http://www.infoaut.org

Dopo l'elezione di Margaret Thatcher nel 1979 in tutto il Regno Unito si andò accentuando la politica liberista volta alla distruzione 1 ottobredello stato sociale e alla liberalizzazione delle aziende di propietà dello stato.

La strategia delineata fu quella di intraprendere un vasto programma di chiusura di unità produttive in taluni settori, come la siderurgia, le ferrovie e il carbone, di privatizzare e intaccare il monopolio statale nei settori in espansione come le telecomunicazioni, e di stabilire un sistema misto pubblico-privato nella sanità, tra ospedali, municipalità e ditte private.

Uno dei primi obbiettivi del governo, dopo i lavoratori pubblici e i ferrovieri, fu l'industria del carbone, una delle più grosse d'Europa, e nel quale esisteva probabilmente il più combattivo e compatto sindacato inglese il National Union of Mineworkers.
A seguito della decisione dell'Ufficio Nazionale del Carbone di avviare un piano di ristrutturazione del settore che avrebbe portato alla chiusura di venti pozzi e al conseguente licenziamento di decine di migliaia di lavoratori,il 12 marzo 1984, iniziò lo sciopero.
Entro la fine di marzo la produzione di carbone nel Regno Rnito fu quasi totalmente ferma.

Un ruolo determinante in questa lotta lo giocarono i picchetti volanti, ai quali parteciparono molti giovani lavoratori che per la prima volta si trovano coinvolti in un conflitto sociale su scala nazionale.
Protagoniste durante tutta la durata dello sciopero furono le donne che non accettarono più il loro ruolo di subordinazione che le vedeva ad organizzare le attività di sostegno agli scioperanti ma anzi furono sempre in prima linea nelle assemblee, nei picchetti, nei cortei e negli scontri con la polizia.

Per fermare i picchetti il governo inviò circa diecimila polizzioti nei bacini carboniferi che si scatenarono in cariche feroci sui lavoratori. Una delle principali operazioni della polizia fu quella di intercettare i picchettatori per impedire che arrivino alle miniere.

L'azione dello stato non si limitò alla repressione poliziesca: multe e confische di beni colpirono le organizzazioni sindacali che organizzarono o appoggiarono i picchetti in altre regioni, addirittura il NUM ricevette una multa di 200 mila sterline per aver organizzato i picchetti e quando il sindacato si rifiutò di pagarla tutti i suoi fondi vennero sequestrati dal tribunale di Londra.

Contemporaneamente ai minatori sciesero in sciopero i ferrovieri e i portuali per evitare che il carbone venisse importato dall'estero e per dimostrare il loro sostegno ai minatori. Così facendo riuscirono a portare all'esaurimento la maggior parte delle scorte di carbone e a costringere allo stop la produzione in altri settori chiave dell'economia britannica, come le acciaierie.

La reazione del Governo fu durissima: vennero intensificati i processi, le cariche ai cortei dei lavoratori e per disperdere i picchetti, si iniziò ad intaccare gli stessi diritti sindacali con alcuni tribunali che dichiaravano illegali gli scioperi.

Il 1 ottobre 1984 il segretario del NUM viene citato in giudizio per aver difeso la pratica dei picchetti e aver contraddetto pubblicamente un tribunale che aveva dichiarato illegale lo sciopero nello Yorkshire.
I parlamentari laburisti si dissociarono dalle pratiche messe in campo dai lavoratori in lotta arrivando fino a condannare lo sciopero che stava proseguendo da mesi; di fatto associandosi alla campagna diffamatoria messa in campo dal governo e dai giornali borghesi contro l'intera categoria.

Questa campagna unita alla dura repressione (due lavoratori uccisi dalla polizia; 710 licenziati, circa 10.000 delegati e militanti di base arrestati e in attesa di processo) e all'azione legale da parte del governo contro il NUM portò una strettissima maggioranza del congresso del sindacato a decretare la fine dello sciopero il 3 marzo 1985 che comunque, soprattutto in Scozia e nel Kent, durò ancora diversi giorni.

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Le ceneri di Carla Capponi e Sasà Bentivegna disperse nel Tevere. L'Anpi grida "Vergogna"

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Il giorno della vergogna, il giorno in cui le autorità che amministrano Roma hanno dimostrato - con il silenzio, l'omertà, l'indifferenza e l'immobilismo - di aver rinnegato la Resistenza. Segue il comunicato dell'Anpi, che ci sembra fin troppo "morbido" nei toni, ma comunque indirizzato verso i giusti bersagli. http://contropiano.org

Le ceneri di Carla Capponi e Sasà Bentivegna disperse nel Tevere

Le ceneri dei partigiani Capponi e Bentivegna disperse nel Tevere

Nassi: “dolore e rammarico per la conclusione di questa vicenda, una macchia nera della democrazia che dimostra la volontà di dimenticare due antifascisti simbolo dell’Italia che ha voluto la libertà e non ha ceduto a fascismo e nazismo”.

Carla Capponi e Rosario Bentivegna, eroi della Resistenza romana, combattenti contro il nazifascismo, hanno attraversato oggi Roma per l’ultima volta, trasportati dalle acque del Tevere, la loro ultima dimora. La amata figlia Elena, infatti, non avendo ottenuto di seppellirli in 80 centimetri di terra nel Cimitero Acattolico come desiderato dai genitori, ha rispettato la loro volontà di avere disperse le proprie ceneri, come seconda ipotesi, nel fiume sacro ai romani diventato la loro tomba. Chiunque potrà portare dei fiori di campo, i preferiti da Carla, in ogni parte del fiume.

Lunedì 22 settembre 2014 entra di diritto nella storia della Resistenza Romana, al pari delle date storiche della lotta al nazifascismo, non di certo per un’azione dei GAP ma, purtroppo, come “giorno dell’abbandono” riferito ai due partigiani pluridecorati, che a Roma e per Roma hanno combattuto duramente contro i tedeschi partecipando a molte azioni significative. 

La loro storia è nella Storia della Resistenza Romana e non solo, una storia dove hanno dato tutto di se stessi, mettendo molte volte a rischio la vita, senza nulla chiedere, avevano un solo desiderio, una volta morti, riposare le loro ceneri nel Cimitero Acattolico, all’ombra della Piramide di Porta San Paolo, dove hanno combattuto per la Difesa di Roma.

Purtroppo, la soluzione del Tevere, è stata una soluzione gradita a molti: in primis ai 14 Ambasciatori che gestiscono il Cimitero Acattolico, neanche le Ambasciate che hanno decorato i due gappisti sono intervenute a loro favore; poi alla direzione del cimitero che non ha voluto sentire ragioni - nonostante i tanti cattolici italiani sepolti, anche recentemente - senza il minimo rispetto per il Paese e la sua Capitale che ospita il cimitero, dimentichi del contributo dato dai partigiani italiani contro il comune nemico nazifascista

Da alcuni mi aspettavo un impegno forte e convinto per rispettare il desiderio di due eroi nazionali. Come lo aspettavo dagli antifascisti eredi del PCI, di cui Carla è stata deputata; e della CGIL, dove Rosario ha collaborato come medico del lavoro; ma anche più impegno da altre associazioni e partiti, ANPI compresa. Tutti hanno fatto sentire la loro voce timidamente e non come meritavano delle medaglie d’Oro e d’Argento della Resistenza italiana.

Ecco perché ritengo questo il “giorno dell'abbandono”, dal momento che non ci sono state spinte democratiche per cambiare la “decisione irrevocabile” (non sempre) dei gestori del cimitero. Capisco la difficoltà ad accettare “Queste ceneri”, … sono pesanti, e quindi va rispettato lo statuto che regola l’attività del cimitero. Quello che trovo rigido è 'l’ottusità burocratica' che non tiene conto dei sentimenti dei romani. 

Come Presidente dell’ANPI Provinciale di Roma, esprimo il dolore e il rammarico dei partigiani e degli iscritti alla associazione per come si è conclusa la vicenda che riteniamo “una macchia nera della democrazia” e dimostra la volontà di dimenticare due 'antifascisti veri', simbolo di una Italia che ha voluto la libertà e che non ha ceduto a fascismo e nazismo

Spero  per il futuro che non venga in mente a nessuno di ricordarli con ipocrite cerimonie e chiacchiere di circostanza. A ricordare loro e tutti i caduti della Resistenza è sempre compito dell’ANPI e delle associazioni della Resistenza.

Ernesto Nassi, Presidente ANPI Provinciale di Roma

24 settembre 2014

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Nunzio D'Erme, un arresto inquietante

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Nunzio D'Erme, "un arresto inquietante"

tratto da http://contropiano.org

Alle 13.00 di oggi la sala del Municipio di Cinecittà, a Roma, era stracolma. Almeno duecento persone hanno seguito gli interventi degli esponenti dei centri sociali Spartaco e Corto Circuito che hanno spiegato come stavano le cose. Nunzio è accusato di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e di procurata evasione, perchè avrebbe aiutato uno degli antifascisti fermati dalla polizia il 21 maggio a sottrarsi al fermo. Marco Bucci invece è accusato di resistenza. 
E' quasi allibito Sandro dello Spartaco quando deve riportare quanto c'è scritto nell'ordinanza che ha portato in carcere Nunzio e ai domiciliari Marco. Nunzio è stato spedito in carcere "per la sua notorietà e la capacità dimostrata di mobilitare le persone" e questo, secondo il Gip, "potrebbe inquinare le prove". Anche per Marco Bucci si segnala una sorta di accanimento giudiziario. Nonostante sia incensurato e il reato contestato - resistenza a pubblico ufficiale - preveda una pena ridotta, viene richiesta preventivamente la sospensione della condizionale qualora si arrivi a condanna. "Quello che è accaduto è inquietante" dice l'avvocato difensore Marco Lucentini, uno che pure ne ha viste tante, "c'è da rimanere inorriditi" commenta al telefono trasmesso in viva voce nella sala della conferenza stampa. "L'agente che ha denunciato le lesioni, ha avuto una prognosi di tre giorni dall'ospedale. Prognosi che è stata però allungata dai medici della polizia e dal medico privato".

Alla conferenza stampa è intervenuta anche Susy Fantino, presidente del Municipio che era tra gli organizzatori del convegno disturbato dai fascisti ed ha espresso stupore per questi arresti e preoccupazione per il momento che stiamo attraversando. "Stanno usando il carcere preventivo contro chi può animare la lotta della gente sui propri diritti" aggiunge Federico del Corto Circuito. Sono poi intervenute altre realtà dei movimenti sociali romani, da Esc a Acrobax, dai Bpm all'Usb alla Rete dei Comunisti. E' arrivato anche un telegramma di Ferrero, leader del Prc. Tutti gli interventi hanno espresso la loro solidarietà con Nunzio e Marco cominciando a delineare alcune proposte di reazione agli arresti. La prima è domani (giovedi) alle 18.30 davanti al carcere di Regina Coeli dove è rinchiuso Nunzio.

Occorre cominciare a capire che aria sta tirando. Arresti come questo o quelli ancora di Paolo Di Vetta e Luca Fagiano, indicano che le amministrazioni politiche hanno delegato completamente ai "tecnici" (magistrati e polizia) la gestione dei problemi e delle emergenze sociali nella città. Si parla di un pool speciale della Procura di Roma che sta elaborando un teorema sulle lotte, i conflitti e gli attivisti sociali attivi nella Capitale, mentre anche in questa vicenda emerge la protezione che le autorità continuano ad offrire ai fascisti. Insomma un convegno istituzionale viene distrubato dai fascisti che lo annunciano anche su internet... e in galera sono finiti due compagni che hanno difeso il convegno. Un sintomo del clima generale - oltre che di quello che si respira a Roma. "Pensare di affrontare questo clima ognuno per conto suo è un errore. Occorre cambiare mentalità e procedere in modo più coordinato" ha chiosato l'ultimo intervento.

Leggi la notizia: Roma. Arrestato Nunzio D'Erme

24 settembre 2014

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Gli assassini di Víctor Jara saranno processati

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Victor-JaraPer Joan Turner Jara, vedova del cantautore cileno, la decisione dei giudici rappresenta un progresso nelle indagini. Il ministro Miguel Vázquez ha accusato gli ufficiali in pensione Hernán Chacón Soto e Patricio Vásquez Donoso di essere gli assassini del cantautore e il Pubblico ministero militare Ramón Melo Silva di averli coperti.

La Corte d'Appello di Santiago del Cile ha compiuto un ulteriore passo avanti nella sua volontà di giustizia per il cantautore popolare cileno Víctor Jara, torturato prima di essere assassinato dai militari cinque giorni dopo il colpo di Stato della giunta comandata da Pinochet. Il ministro Miguel Vázquez ha annunciato ieri nuovi sviluppi nelle indagini sull'omicidio, avvenuto il 16 settembre del 1973 a Santiago nell'Estadio Chile, che oggi porta il nome dell'artista.

Al momento Vázquez ha mandato sotto processo gli (ex) ufficiali dell'Esercito Hernán Chacón Soto e Patricio Vásquez Donoso, accusati di essere gli autori materiali del delitto, e il pubblico ministero militare Ramón Melo Silva, che li ha coperti: i reati contestati sono il sequestro e l'omicidio di Víctor Jara e dell'ex direttore del dipartimento carcerario Littré Quiroga Carvajal.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Settembre 2014 15:29 Leggi tutto...

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