Senza Soste

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PER NON DIMENTICARE

Solidarietà Antifascista

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antifascisti_cordoneIn questo mese di luglio 2010 sono state tante le notizie riguardanti la repressione nei confronti di compagni e compagne sparsi/e in tutta Italia che si oppongono alle politiche fasciste, sessiste, razziste, contro studenti, lavoratori e immigrati, portato avanti dalle istituzioni e dai partiti di maggioranza anche con l’utilizzo dei soliti gruppuscoli squadristi con il culo parato: arresti in carcere, denunce, rinvii a giudizio piovono su chi non si piega a subire in silenzio le molteplici situazioni che viviamo quotidianamente nei luoghi di studio, di lavoro, nelle città in cui viviamo e che sarebbe impossibile elencare.
A questi, vanno aggiunti i diversi licenziamenti ai danni di quei lavoratori “colpevoli” di voler fermare l’avanzata dello sfruttamento ai danni degli operai nelle fabbriche FIAT, operata dal padronato di concerto con il governo e i sindacati compiacenti. Senza dimenticare quanto avviene dei lager di stato, i CIE, dove i tentativi di fuga si susseguono e vengono duramente repressi nel sangue, sfociando in ulteriori arresti e privazioni nei confronti di persone che si trovano rinchiusi alla mercé di chi ci marcia.

Dal nostro ateneo, dove le prove di coordinamento istituzioni-fascisti-polizia si sono concretizzate il 15 e 16 marzo per poi avere anche un seguito nelle restrizioni alla libertà di alcuni di noi il mese successivo, vogliamo esprimere la nostra solidarietà a tutti coloro stanno subendo sulla propria pelle le conseguenze del proprio impegno diretto nel contrastare la violenza di chi vorrebbe comandare le nostre vite e ricondurle all’interno del recinto dell’assoggettamento passivo.
A 30 e 36 anni dalle stragi fasciste di Bologna e del treno “Italicus”, ampiamente coperte dagli apparati statali dell’epoca, dalla P2 e da Gladio e supportati  dai media attuali nella loro continua opera di revisione, ancora non è domata la voglia di riscatto di chi si ribella alle imposizioni di una società basata sul continuo sfruttamento delle classi subalterne.

La querela del mercenario fascista a capo della Onlus “Popoli”, Franco Nerozzi, nei confronti di “Umanità Nova” proprio per l’articolo riguardante lo schifo visto e vissuto qui a Tor Vergata grazie ai suoi “bravi” ingaggiati per l’occasione ci fa sentire ancor più vicini a chi raccontando la verità dei fatti senza troppi giri di parole cerca di squarciare il muro della disinformazione di massa subordinata alle esigenze dei padroni.

Gli stessi padroni di cui sono al servizio i “burattini del potere”, siano essi in toga, in divisa o in borghese, comunque “conformi” a quanto prescritto dai loro padrini mafiosi e pidduisti.

Il gesto di due partigiani di 83 e 87 anni che a Grosio (Sondrio) hanno festeggiato il 25 luglio nel miglior modo possibile, per il quale è “ovviamente” scattata la denuncia, ci piace evidenziarlo come una sorta di continuità nelle idee e nelle azioni che esistono e resistono nel nostro Paese, spesso con differenze enormi tra singoli e strutture, all’interno delle stesse città, degli stessi luoghi di lavoro e delle stesse aule delle università

Se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo nella stretta repressiva, oltre ad accomunare ed appiattire le differenze enormi di cui sopra e con cui abbiamo a che fare continuamente, è nel ricevere sempre più spesso una risposta unitaria che si rigira come un boomerang contro i mandanti e i beneficiari di simili provvedimenti.

Un abbraccio e un saluto a pugno chiuso a tutti/e, in particolare ai compagni di Napoli!

Libertà per Tonino!

Libertà per Tutti/e!

Da Teramo, a Napoli, da Verona a Firenze, da L’Aquila a Roma, da Pistoia a Livorno, dalla Sardegna a Catanzaro, nessuno è solo.

Antifascisti e Antifasciste di Tor Vergata (Roma)

Di seguito alcuni link di riferimento dove poter leggere le vicende susseguitesi in luglio o che si protraggono da  mesi e che hanno subito degli sviluppi di recente:

Napoli – 2 arrestati per il corteo del primo maggio

http://napoli.indymedia.org/node/13261
http://www.toninolibero.org

Napoli – 2 arrestati (ora liberati) e 150 denunce per i lavoratori/disoccupati

http://napoli.indymedia.org/node/13251

http://napoli.indymedia.org/node/13247

Verona – 8 denunce agli antifascisti per presidio fuori tribunale in solidarietà a 2 compagni arrestati

http://roma.indymedia.org/node/22524

Roma – 1 arresto e 5 perquisizioni a casa di “appartenenti all’area antagonista”

http://roma.indymedia.org/node/22698

Fossanova (Latina) – 2 compagni denunciati perché manifestavano alla Nexans contro i licenziamenti e la delocalizzazione

http://roma.indymedia.org/node/22850

L’Aquila – 24 denunce ai compagni per manifestazione contro il 41bis

http://lombardia.indymedia.org/node/30993

L’Aquila – 2 denunce per scontri a Roma il 7 luglio

http://abruzzo.indymedia.org/article/7811

Firenze – 19 compagni anarchici rinviati a giudizio per “associazione sovversiva”

http://toscana.indymedia.org/article/9801

Teramo – CocaPound accoltella, arrestati i compagni

http://roma.indymedia.org/node/22861

Pistoia – 3 arresti , 8 denunce, il PM Boccia si dimette

http://toscana.indymedia.org/article/9715

Sardegna-Catanzaro: 5 arresti, si apre il processo, mobilitazione

http://www.manca-indipendentzia.org/libertade%20pro%20Bruno.html

Articolo di Umanità Nova per cui è scattata la querela del merce-fascio
http://www.umanitanova.org/node/17252

Articolo sul gesto dei partigiani di Grosio (Sondrio)

http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/08/01/news/i_vecchi_partigiani_diventano_writer_che_vergogna_quel_motto_del_duce-5989747/

Fiat Melfi, fra condanna politica e prepotenza legittima

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fiatI fatti di Melfi delle ultime settimane mi spingono a dare un contributo tecnico offrendo una disamina della coercibilità dell'obbligo del datore di lavoro di reintegrare il lavoratore a seguito di ordinanza ex art. 700 pronunciata dal tribunale.

Il comportamento tenuto da Fiat con riferimento al mancato ottemperamento dell'ordine di reintegra dei lavoratori, può senza dubbio definirsi come scorretto e prepotente, eticamente riprovevole e umanamente disdicevole. Il punto, tuttavia è il seguente: è anche giuridicamente illegittimo?

Cioè, al di là delle giuste azioni che i sindacati e i lavoratori intraprenderanno e che io stesso suggerirei per tentare di risolvere la situazione, esiste un rimedio giuridico diretto nel nostro ordinamento per questo tipo di situazioni? La risposta è no, non esiste. Vediamo perché.

Tutti quanti gli operatori del diritto sanno che gli obblighi di fare, quando sono infungibili, nel senso che occorre un comportamento attivo di un particolare soggetto affinché l'obbligo stesso si realizzi, sono tecnicamente incoercibili nel senso che non è possibile procedere ad esecuzione forzata per mezzo di ufficiali giudiziari o forza pubblica. E detta risultanza è il frutto di un vero e proprio vuoto normativo e di una infelice formulazione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori. Sin dal 1970, dunque, questa è la realtà giuridica, il quadro normativo che disciplina la reintegra del lavoratore licenziato.

Ecco una prova. Di seguito vi riporto una sentenza della Corte di Cassazione del 1990. La leggiamo e poi la commentiamo.

Cassazione civile  sez. lav. 04 settembre 1990 Numero:  n. 9125 Parti:  Soc. Panfil Winneton  C.  Filtea CGIL Fonti:  Giust. civ. Mass. 1990, fasc. 9,  Mass. giur. lav. 1990, 599.

"Anche quando sia emesso nell'ambito di un procedimento di repressione di condotta antisindacale, l'ordine di reintegrazione del lavoratore illegittimamente licenziato - salva la indiretta coazione conseguente all'obbligo di continuare a corrispondere la retribuzione - non è suscettibile di esecuzione specifica, tenuto conto della lettera e della "ratio" (quale risultante anche dai relativi lavori preparatori) dell'art. 18 della l. 20 maggio 1970 n. 300 ed atteso, in particolare, che, mentre l'esecuzione specifica è possibile per le obbligazioni di fare di natura fungibile, la reintegrazione suddetta comporta non soltanto la riammissione del lavoratore nell'azienda (e cioè un comportamento riconducibile ad un semplice "pati") ma anche un indispensabile ed insostituibile comportamento attivo del datore di lavoro di carattere organizzativo-funzionale, consistente, fra l'altro, nell'impartire al dipendente le opportune direttive, nell'ambito di una relazione di reciproca ed infungibile collaborazione.".

Il testo della sentenza è molto chiaro e non necessita di particolari spiegazioni. Siccome è il datore di lavoro che deve specificare l'oggetto della prestazione e nessun altro al suo posto - neanche l'ufficiale giudiziario o la forza pubblica - lo può fare, non esiste un rimedio coercitivo alla volontà del medesimo datore di lavoro di impedire al lavoratore di svolgere la prestazione.

Questa è una enorme lacuna normativa e sono anni ed anni che molti di noi si affannano per evidenziare questa distorsione del sistema.

Sia chiaro che il comportamento della Fiati a Melfi è e rimane un comportamento del tutto contrario a qualsiasi principio di correttezza e buona fede, oltre che offensivo della dignità dei lavoratori e eticamente riprovevole. Il dramma è, tuttavia, che non è così pacifico che sia anche illegittimo. Ed è questo il paradosso ed il tema di questo mio intervento.

I lavoratori ed i sindacati minacciano giustamente querele e quindi ipotizzano la sussistenza di fattispecie di reato. Vediamo di cosa si tratta andando ad esplorare il codice penale per cercare se esiste una norma che fa' al caso nostro.

In effetti una norma specifica per questo tipo di situazioni c'era: l'art. 509 del codice penale che, purtroppo, è stato depenalizzato il 19 dicembre 1994 da un decreto legislativo, il numero 758. Dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio del 1995 è stato in carica il primo governo Berlusconi. Il ministro del lavoro era Mastella.

Ebbene da quel momento non si può più querelare il datore di lavoro né dar vita ad un processo penale per la mancata esecuzione di un ordine del giudice. Scartato l'art. 509. Leggiamolo perché sia chiaro Definitivamente il concetto.

"Art.509. Inosservanza delle norme disciplinanti i rapporti di lavoro

Il datore di lavoro o il lavoratore, il quale non adempie gli obblighi che gli derivano da un contratto collettivo (o dalle norme emanate dagli organi corporativi), è punito con la sanzione amministrativa da euro 103 a euro 516. (1)

(Il datore di lavoro o il lavoratore, il quale rifiuta o, comunque, omette di eseguire una decisione del magistrato del lavoro, pronunciata su una controversia relativa alla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave reato, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.) (2)

(1) L'inciso deve ritenersi implicitamente abrogato, per effetto della soppressione dell'ordinamento corporativo, disposta con Regio decreto-legge 9 agosto 1943, n. 721. Comma così modificato dall'art. 1, decreto legislativo 19 dicembre 1994, n. 758, che ha sostituito alla multa la sanzione amministrativa.

(2) Comma abrogato dall'art. 1, decreto legislativo 19 dicembre 1994, n. 758. La multa risultava così aumentata, da ultimo, ai sensi dell'art. 113, legge 24 novembre 1981, n. 689."

 

Passiamo dunque ad analizzare un'altra norma che, in questi casi, viene invocata perché apparentemente applicabile al caso di specie. L'art. 388 del codice penale.

"Art.388. Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice

Chiunque, per sottrarsi all'adempimento degli obblighi nascenti da un provvedimento dell'autorità giudiziaria, o dei quali è in corso l'accertamento dinanzi all'autorità giudiziaria stessa, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti, è punito, qualora non ottemperi all'ingiunzione di eseguire il provvedimento, con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032.

La stessa pena si applica a chi elude l'esecuzione di un provvedimento del giudice civile, ovvero amministrativo o contabile, che concerna l'affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito.

Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a euro 309.

Si applicano la reclusione da due mesi a due anni e la multa da euro 30 a euro 309 se il fatto è commesso dal proprietario su una cosa affidata alla sua custodia, e la reclusione da quattro mesi a tre anni e la multa da euro 51 a euro 516 se il fatto è commesso dal custode al solo scopo di favorire il proprietario della cosa.

Il custode di una cosa sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell'ufficio è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 516.

La pena di cui al quinto comma si applica al debitore o all'amministratore, direttore generale o liquidatore della società debitrice che, invitato dall'ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione.

Il colpevole è punito a querela della persona offesa(1).

(1) Articolo sostituito dallarticolo 3, comma 21, L 15 luglio 2009, n° 94. Il testo previdente così recitava: "Chiunque, per sottrarsi all'adempimento degli obblighi civili nascenti da una sentenza di condanna, o dei quali è in corso l'accertamento dinanzi l'autorità giudiziaria, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti, è punito, qualora non ottemperi alla ingiunzione di eseguire la sentenza, con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032. La stessa pena si applica a chi elude l'esecuzione di un provvedimento del giudice civile, che concerna l'affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito. Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a euro 309. Si applicano la reclusione da due mesi a due anni e la multa da euro 30 a euro 309 se il fatto è commesso dal proprietario su una cosa affidata alla sua custodia e la reclusione da quattro mesi a tre anni e la multa da euro 51 a euro 516 se il fatto è commesso dal custode al solo scopo di favorire il proprietario della cosa. Il custode di una cosa sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell'ufficio è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 516. La pena di cui al quinto comma si applica al debitore o all'amministratore, direttore generale o liquidatore della società debitrice che, invitato dall'ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione. Il colpevole è punito a querela della persona offesa".

Questo articolo potrebbe davvero fare al caso nostro se non vi fossero delle difficoltà nascoste nelle pieghe dell'interpretazione della norma che potrebbero escluderne l'applicabilità.

Vediamole. Il primo comma si riferisce a quei casi in cui il soggetto obbligato eluda con comportamenti attivi e non con un semplici atteggiamento passivo (come potrebbe essere interpretato quello di non collaborare alla esecuzione della ordinanza) una decisione del  giudice. Peraltro, in questo caso ci si riferisce ad una decisione definitiva e non ad un provvedimento cautelare come nel caso dei lavoratori di Melfi.

Il secondo comma, che sembra davvero l'unico applicabile, si riferisce anche ai casi di misure cautelari a tutela del credito. Il nostro, effettivamente, è proprio il caso di una misura cautelare ma una parte consistente della dottrina e della giurisprudenza ritiene che quello allo svolgimento del lavoro sia un interesse e non un diritto e, specificamente un diritto di credito, stante la circostanza che il diritto di credito derivante dal contratto di lavoro è solo quello alla retribuzione che, nel nostro caso, viene garantita.

E' tuttavia possibile, oltre che auspicabile, che il Tribunale che dovesse trovarsi a decidere su questa vicenda, si orienti nel senso di scegliere, tra le varie possibili, l'interpretazione di tali disposizioni nel senso, come si dice, più sistematico possibile, tenendo conto di quelli che sono i principi dell'ordinamento, il contemperamento degli interessi giuridicamente rilevanti nel caso di specie, ed optare per quella interpretazione che condanni il datore di lavoro e con lui questo atteggiamento prevaricatore e spietato.

Consistenti dubbi, infine, esistono sull'applicabilità dell'art. 650 c.p. poiché il riferimento testuale si riferisce specificamente ad ordini dell'autorità e non del Giudice.

Insomma, ci troviamo di fronte ad una palude. Ed è proprio questo il punto. Nel nostro ordinamento c'è una lacuna normativa enorme che in tutti questi anni non è mai stata oggetto di attenzione da parte del legislatore, qualunque fosse il colore della maggioranza che ha sostenuto i vari governi.

Di questo vorrei che si parlasse perché in un certo senso è anche così che si costruiscono i programmi politici, partendo da episodi reali, dallo studio delle fattispecie concrete, per elaborare una riforma che impedisca per il futuro il ripetersi di simili oscenità giuridiche.

Mi permetto di suggerire, dunque, una modifica dell'art. 18 della Legge 300/70 che preveda l'aggiunta della previsione di un diritto al risarcimento del danno, nel caso in cui il datore di lavoro impedisca al lavoratore di svolgere la prestazione, pari a tre mensilità per ogni giorno in cui non si è rispettato l'ordinanza o la sentenza a partire dal terzo giorno dal ricevimento della lettera con la quale il lavoratore si è messo a disposizione dell'azienda a seguito dell'ordine di reintegra.

Perché il diritto al lavoro non può essere derubricato a interesse. Perché una società che dovrebbe fondarsi sul lavoro non può dotarsi di un ordinamento in cui sia possibile calpestare il diritto a lavorare senza che vi siano conseguenze giuridiche.

Per Senza Soste, Avvocato Marco Guercio

25 agosto 2010

Marina di Massa: vietata la manifestazione razzista

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antifa

La manifestazione razzista che era stata convocata per il 27 agosto a Marina di Massa non si farà. Il Sindaco di Massa ha annullato sia la manifestazione razzista, sia la contro-manifestazione antirazzista che era stata indetta da un arco di associazioni raccolte sotto la denominazione “Massa Carrara Antirazzista”.
La scelta del Sindaco è un po’ ambigua. Sia perché mette sullo stesso piano una manifestazione di solidarietà con i lavoratori immigrati e una manifestazione razzista anti-immigrati (corretta in fretta e furia dai cervelloni della Destra in “anti-clandestini” per attenuarne il carattere apertamente xenofobo). Sia perché rimanda “a settembre” il problema e il problema, a settembre, sarà ancora più grande.
Era troppo sperare che Sindaco dichiarasse Massa città indisponibile ad ospitare parate e raduni di stampo fascista (visto che la Provincia è Medaglia d’Oro) o razzista?

Esprimiamo comunque la nostra soddisfazione per l’annullamento della parata che era un’evidente provocazione da parte di qualcuno che pensa di farsi propaganda sulla pelle di lavoratori che con fatica e sacrificio cercano di sopravvivere in questa fase di crisi economica che colpisce i paesi più poveri e i poveri dei paesi più ricchi.

Diciamo ben chiaro che se i razzisti ci riproveranno, allora ci “riproveranno” anche gli antirazzisti, che se i razzisti si moltiplicheranno per due, noi ci moltiplicheremo per dieci. Più loro alzeranno il tono delle provocazioni e della sfida e più sonora sarà la risposta della nostra terra che non ha dimenticato e non dimenticherà né i suoi martiri torturati e trucidati vigliaccamente dai fascisti-nazisti, né i suoi emigranti che per decenni hanno lasciato le proprie case e le proprie famiglie per sgobbare nelle fabbriche di mezzo mondo…

Massa Carrara, 26 agosto 2010

COORDINAMENTO MIGRANTI TOSCANA DEL NORD

***
La Destra a Massa il 27 agosto: appello degli/delle antifascisti/e

Noi l’ultima sortita fascista a Massa ce la ricordiamo bene. E’ quella dove, durante un’iniziativa blindata sulla Pillola Ru486 ma di fatto antiabortista, Fiore non risparmiò di dire che le donne che abortiscono sono tutte delle assassine. Per non sfigurare di fronte al loro leader i giovani camerati accolsero le donne venute a partecipare al dibattito pubblico con frasi del tipo “il programma è che oggi le compagne fanno i pompini ai fascisti” e conclusero in bellezza rivolgendosi sempre alle stesse con “se non apriste le gambe non ci sarebbe bisogno dell’aborto” mentre le giovani camerate aizzavano il branco al grido di “stupratele tanto poi abortiscono”.

A fine agosto invece, sempre a Massa, La Destra ha convocato una manifestazione nazionale contro i migranti e le migranti che lavorano sul lungomare come ambulanti e che, secondo loro, creano problemi al turismo. Insomma stranieri si, ma solo se turisti col portafoglio pieno. Povertà e precarietà sono un crimine sulle assolate spiagge massesi.

Ancora una volta siamo convint* che non può esserci antifascismo senza antisessismo e antirazzismo.
Riconoscere e combattere i pregiudizi, le leggi, gli stereotipi sessisti e razzisti è imprescindibile nella lotta antifascista perché è su questi che si fonda la cultura violenta del sopruso e dell’intolleranza.

Segue il comunicato dei compagni e le compagne di Massa-Carrara antirazzista. Un abbraccio a loro e a tutti i lavoratori e le lavoratrici migranti toccat* da questa situazione.

tratto da http://femminismo-a-sud.noblogs.org/

***

APPELLO CONTRO IL RAZZISMO
No a La Destra il 27 in piazza!

Il partito La Destra, ha indetto una manifestazione nazionale contro l’immigrazione a Marina di Massa in Piazza Betti per il 27 di agosto alle 21 con la parola” basta immigrazione, riprendiamoci la nostra città “.
Questa è un’evidente provocazione che cerca, tra l’altro, di soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia sobillando gli italiani contro gli immigrati, incitando all’odio razziale, alimentando la guerra tra poveri.

I “nipotini” dei responsabili delle stragi nazifasciste avvenute sul nostro territorio da Forno a Sant’Anna (per ricordare solo alcune di quelle avvenute in Toscana) oggi sotto il nome La Destra (come il consigliere Benedetti) vogliono riprendersi la NOSTRA città.

Le loro posizioni attuali sono perfettamente allineate a quelle di chi in questo paese votò nel ’38 le Leggi Razziali. Loro ne sono i degni eredi e continuatori. Contro una tale provocazione e il tentativo di seminare l’odio nella provincia di Massa Carrara una serie di realtà sociali, politiche, sindacali, di movimento e singoli hanno assunto l’impegno a mobilitarsi con ogni mezzo perché il 27 agosto La Destra non possa tenere la sua manifestazione.

Inaccettabile è il gioco di questi “politici di professione” che s’impegnano a sviluppare le loro carriere politiche ed elettorali speculando sulla pelle dei lavoratori immigrati. Denunciamo con forza il tentativo di realizzare una manifestazione del genere che vorrebbe negare ai lavoratori immigrati ogni diritto fondamentale.
Di conseguenza abbiamo deciso di organizzare una CONTRO-MANIFESTAZIONE lo stesso giorno del 27 di agosto a Marina di Massa sotto la bandiera “MASSA CARRARA ANTIRAZZISTA”. Il nostro è un appello alla mobilitazione a tutti quelli che credono ancora che la Provincia di Massa Carrara, Medaglia d’oro della Resistenza antifascista non scivolerà mai verso il terreno dell’intolleranza, del razzismo e della xenofobia, ma saprà anche questa volta mostrare il suo volto solidale. Di più. Portare a Massa durante la loro manifestazione, un fascista come Adriano Tilgher, protagonista bombarolo degli anni 70 che ha sempre seminato odio e sangue, va a di la della semplice provocazione. Chiediamo al Consiglio Comunale di Massa, alla Provincia, in tempi brevi di prendere posizione con una mozione contro la manifestazione de La Destra e in solidarietà con i lavoratori immigrati di Massa Carrara.

Ognuno è chiamato a fare la sua parte contro questa vergogna. Condurremo questa battaglia con tutti in mezzi a nostra disposizione, così come condurremo la battaglia contro la decisione del Ministro dell’Interno il leghista Maroni, di costruire un CIE in Toscana entro la fine dell’anno. Insieme al comitato regionale ”TOSCANA NO CIE” combatteremo per impedire che ovunque, in questi veri e propri lager (CPT/CIE) vengano rinchiusi gli immigrati che non hanno fatto nessuno “reato”, ma vengono “puniti” utilizzando “violazioni” amministrative. Lanciamo quindi un appello a tutti i lavoratori italiani di sostenere i lavoratori immigrati costruendo insieme una vera solidarietà di classe per un massimo di diritti e di dignità per tutti. Solidarietà dei lavoratori italiani con i lavoratori immigrati e dei lavoratori immigrati con i lavoratori italiani.

Massa Carrara Antirazzista

Ultimo aggiornamento Sabato 28 Agosto 2010 13:41

23 agosto 1927, la condanna a morte di Sacco e Vanzetti

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L’uccisione di Sacco e Vanzetti

Kurt Vonnegut estratto da “Un pezzo di galera”, 1979

[...]

sacco_e_vanzettiQuelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l'uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l'ex portiere notturno all'Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.
Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand'ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni - pensavo - a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?
Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.
Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l'autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.
Perché?
"Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli" disse.
Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione.
Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l'unico che avesse famiglia. L'attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell'inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.
"Viva l'anarchia" disse. "Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici" disse. "Buonasera, signori" disse poi. "Addio, mamma" disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel'ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l'inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.
Ascoltate:
"Desidero dirvi," disse, "che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente". Faceva il pescivendolo, al momento dell'arresto.
"Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto" disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.
La loro vicenda, di nuovo:
Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall'Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L'anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.
Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno.
Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell'epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.
Vanzetti dirà in seguito: "Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America".
Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.
I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l'ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l'ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L'agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.
Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c'era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. "Dove potevo andare? Cosa potevo fare?" scrisse Vanzetti. "Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me." Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga - andando di porta in porta.
Il tempo passava.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O'Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.
Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un'acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor'kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch'era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.
Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi - pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato - che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi. Era chiaro per loro, anche, che l'America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.
Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.
Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un'ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.
Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo - e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione - presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.
Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.
Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti. Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.
Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un'inchiesta sull'arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O'Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.
Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.
Ma, ecco, d'un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.
La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.

Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.
Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: "Quest'uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.
Parola d'onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell'aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor's Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).
E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.
Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l'ho dimenticato.
L'altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell'esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch'era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.
Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.
"Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont" mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.
Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull' America. L'indignava che fossero così ingrati verso l'America, quegli immigrati italiani.
Stando a Labor's Untold Story, Capone disse: "Il bolscevismo bussa alla nostra porta... Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall'ideologia rossa e dalle astuzie rosse".
Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l'ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un'alta finestra.
Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: "Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!".
Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.
"Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra," disse Vanzetti, "di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo."
Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.
E non si laverebbero le mani.
In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato - composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento - di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.
Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l'ascoltavamo tenendoci per mano.
Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m'iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, "s'intendeva molto di elettricità, se non di altro", era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).
Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell'esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c'erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.
Il triunvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.
Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?
Chi è l'uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.
E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.
Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.
"La natura si mostrava partecipe" disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.
Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.
La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell'esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov'era la prigione. Fra i dimostranti c'erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.
C'erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C'erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.
Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.
Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.
Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.
Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l'appesero alla parete, sopra i catafalchi.
Su quello striscione erano dipinte le parole che l'uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:

Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

Fonte: Kurt Vonnegut, Pezzo di galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini.

tratto da http://isole.ecn.org/filiarmonici/kurt-nic-bar.html

Cossiga, quando la sovranità non appartiene al popolo

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giorgiana_masiIn primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... [...]. Lasciar fare gli universitari, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.

(Suggerimenti di Francesco Cossiga a Maroni su come affrontare il movimento degli studenti, da un intervista a Il Giorno, 23 ottobre 2008)

È buffo che nei necrologi bipartisan dedicati a Cossiga si metta in evidenza soprattutto il suo senso dello Stato. Perché Cossiga, a differenza di tanti che oggi lo commemorano, non si è mai posto il problema di nascondere il suo disprezzo per lo Stato di diritto e ha sempre rivendicato apertamente il suo ruolo in quelle strategie occulte ed “eversive” (tecnicamente parlando) che dalla Liberazione in poi hanno costituito la vera struttura portante della Prima e della Seconda Repubblica.

Strategie con un obiettivo chiaro e semplice: quello di impedire che in Italia la volontà popolare potesse mettere in pericolo gli equilibri politici voluti dai veri padroni del Paese e detentori della sovranità reale.

A Cossiga va dunque riconosciuto almeno un merito: quello di aver mostrato con chiarezza che nelle cosiddette democrazie occidentali i diritti civili e politici sono solo un simulacro che copre i reali rapporti di forza: “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”, scriveva Michel Foucault capovolgendo il famoso motto di Clausewitz.

I fatti di cui Cossiga è stato protagonista sono notissimi e in questi giorni molti media li ricorderanno ancora una volta. In questo articolo più che raccontare questi avvenimenti si cercherà di mettere in evidenza il filo conduttore che li lega e proporre un criterio interpretativo.

È stato Cossiga a rendere di dominio pubblico che subito dopo la Liberazione, con l’inizio della Guerra Fredda, nei Paesi europei sotto l’influenza USA si era formata una rete terroristica occulta con il compito di impedire che la sinistra arrivasse al potere attraverso le elezioni. Della rete (nota come Gladio-Stay Behind) facevano parte militari, membri dei servizi segreti “atlantici”, neofascisti, esponenti politici (soprattutto democristiani) e massoni.

Va sottolineata la sostanziale continuità tra gli apparati burocratici e repressivi del ventennio fascista e del nascente regime democristiano, visto  che molti sembrano rimpiangere quel periodo descrivendolo come una specie di Età dell’Oro.

È in quegli ambienti che si elaborano e si mettono in atto alcuni tentativi di colpo di Stato (1), ma soprattutto quella strategia della tensione che ha insanguinato il nostro Paese a partire dagli anni ’60, in risposta alla progressiva crescita della sinistra e del movimento operaio e studentesco.

Negli anni in cui il movimento è più forte, Cossiga come ministro dell’Interno si incarica di reprimerlo, ancora una volta senza porsi problemi di “legalità”, militarizzando il Paese. Nelle grandi città universitarie sferragliano i carri armati, mentre la polizia e gli agenti provocatori travestiti da manifestanti sparano ad altezza d’uomo sui cortei.

francesco.lorusso.01L’11 marzo 1977 a Bologna viene ucciso il ventiseienne Francesco Lorusso, il 12 maggio a Roma muore una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, colpita dagli agenti in borghese.

Il loro assassinio fu uno sfregio ad un’intera generazione, e colpì profondamente tutti “i ragazzi del ‘77”, anche coloro che non facevano parte del movimento ma che condividevano i  suoi grandi ideali di cambiamento. Quegli spari uccisero non solo due giovani ma la speranza che qualcosa potesse cambiare, e che il regime democristiano, bigotto e corrotto, potesse essere sconfitto con la forza delle idee.

Ma la strategia repressiva di Cossiga non avrebbe avuto successo senza il supporto decisivo del Partito Comunista.

E forse non sono mai stati sufficientemente approfonditi i rapporti anche di natura familiare Cossiga-Segni-Berlinguer.

DC e PCI fin dall’inizio avevano considerato il movimento come un pericolo. Non ne comprendevano la cultura, il linguaggio, le modalità organizzative, gli obiettivi, ma una cosa gli era chiara: non era possibile alcuna mediazione,  e in particolare era messo fortemente in discussione il ruolo di contenimento svolto dal PCI e della CGIL.

Il 17 febbraio del 1977 PCI e sindacato avevano tentato di assumersi direttamente il compito di fare piazza pulita, entrando nell’Università occupata e cercando di imporre il comizio di Lama con i bastoni del servizio d’ordine e il volume altissimo degli altoparlanti.

La cacciata di Lama segna una rottura definitiva, traumatica, nella sinistra, e porta alla decisione, condivisa a quel punto dall’intero “arco costituzionale” di annientare quel movimento ad ogni costo e con qualsiasi mezzo.

Quello che non gli si perdonava era soprattutto la sua radicalità e la sua lungimiranza politica, che l’aveva portato a capire che i tempi della grande fabbrica e dell’operaio massa erano finiti e che si apriva una nuova epoca.

In questo passaggio il PCI avrebbe perso la sua stessa identità politica, ormai connessa  inestricabilmente al “compromesso fordista”, ma schiacciare il movimento non è servito a esorcizzare il futuro. Questo scenario si è concretizzato, e in più il PCI si porterà dietro per sempre l’infame responsabilità storica e politica di aver messo i padri contro i figli, gli operai contro gli studenti, poveri contro poveri.

Se non si ricordassero questi passaggi sarebbe più difficile capire la trasformazione da PCI a PD e la rapida “americanizzazione” dell’intero ceto burocratico di questo partito.

I carri armati di Cossiga furono il corrispettivo italiano dei colpi di Stato in America Latina. Mentre Giorgiana e Francesco cadevano, a Buenos Aires o a Santiago migliaia di altri giovani venivano sequestrati, torturati e uccisi da altri “difensori dello Stato” ispirati dai “consulenti” piduisti.

Il ruolo della P2 nella vicenda politica italiana diventa ancora più evidente l’anno successivo, in occasione del rapimento di Aldo Moro, un altro momento decisivo della strategia della tensione: il comitato di crisi creato da Cossiga è pieno di piduisti, Licio Gelli compreso. Vogliono la morte di Moro per mettere il Paese sotto assedio e attuare quei cambiamenti istituzionali delineati con lucidità nel loro piano di rinascita democratica.

Anche qui il supporto del PCI alla linea della fermezza è decisivo. Nelle intenzioni dei dirigenti la politica dell’emergenza doveva dare al partito la legittimità per proporsi come forza di governo, non capendo che l’obiettivo finale di quella strategia era annientare tutta la sinistra e non solo il movimento.

Analogamente in campo sindacale la CGIL sostenne a spada tratta l’ideologia dei “sacrifici” per superare la “crisi”, coprendo con una cortina fumogena la ristrutturazione in atto, che prevedeva lo smantellamento della grande fabbrica e  la fine del movimento operaio organizzato.

Di quelle scelte paghiamo ancora oggi le conseguenze, con la desertificazione del tessuto sociale e politico, la quotidianità miserabile che viviamo e la corruzione dilagante.

Ritornando a Cossiga, durante la sua presidenza del consiglio (agosto '79-ottobre '80) la P2 intensifica la propria attività, come emergerà dall'inchiesta parlamentare. Il 1980 nella carriera politica di Cossiga è uno degli anni più oscuri. È l'anno della strage di Ustica (27 giugno), seguita dal relativo depistaggio, e di quella di Bologna del 2 agosto (anche qui P2 coinvolta, come risulta dagli atti del processo). Negli ultimi trent'anni Cossiga non ha mai detto una parola chiara su queste vicende, salvo la bufala della stazione di Bologna esplosa per un incidente provocato dai palestinesi.

Gelli viene inquisito solo un anno dopo che Cossiga ha lasciato la presidenza del consiglio.

Nel 1985 Cossiga viene eletto presidente della Repubblica. Con la caduta del Muro finisce l'epoca della Guerra Fredda e si impongono nuovi equilibri politici. Cossiga, in veste di “picconatore”, dà l’avvio alla liquidazione della Prima Repubblica. 

Tangentopoli spazza via il vecchio ceto politico, soprattutto democristiano e socialista, che allignava nelle partecipazioni statali, nascono nuove forze politiche e il sistema bipolare, assetto più rispondente ai dettami del pensiero unico neoliberista che cominciava ad affermarsi anche in Italia. E anche in questo passaggio c'è una forte componente terroristica, ancora in buona parte oscura (2).

Cossiga da un lato promuove lo sdoganamento  del MSI (fu allora che questo orrendo termine entrò a far parte del linguaggio giornalistico), dall'altro favorisce, formando un gruppo parlamentare autonomo, il primo governo guidato da un ex-pcista (ottobre 1998), che dimostrerà la sua affidabilità bombardando la Jugoslavia (30mila vittime civili).  

Nei necrologi bipartisan, da cui era partito questo articolo, si deve dunque leggere la fedeltà “atlantica” dell’intero quadro politico e il riconoscimento da parte degli attuali schieramenti della loro matrice comune: la strategia della tensione e le trame occulte di cui Cossiga è stato protagonista (3).

E soprattutto, vi si deve leggere la conferma che per l'attuale classe politica "la sovranità non appartiene al popolo".

Per Senza Soste, Nello Gradirà

18 agosto 2010

Link: Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà

Note

(1) Come quello di De Lorenzo nel 1964. All'epoca il presidente della Repubblica è Antonio Segni,  e Cossiga fa da tramite tra De Lorenzo e Segni (http://www.arcipelago.org/storie%20italiane/ragnatela2.htm)

(2) Cossiga si dimette da presidente della Repubblica il 28 aprile 1992. Il 23 maggio viene ucciso il giudice Falcone e il 24 luglio il giudice Paolo Borsellino. L'anno successivo, tra maggio e luglio, vi sono gli attentati ai Parioli, in Via dei Georgofili a Firenze (5 morti), a Milano (5 morti) e a Roma.

(3) Tra gli "estimatori" di Cossiga va citato anche Fausto Bertinotti. Ne parla lo stesso Cossiga in un'intervista al Corriere della Sera del 25 gennaio 2007. Il giornalista gli chiede: "Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?" E Cossiga: "La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo avere».

 


Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Agosto 2010 10:14

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