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PER NON DIMENTICARE

Il governo compra più F35. Il 2 giugno mobilitazione

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Il governo compra più F35. Il 2 giugno mobilitazione

tratto da http://contropiano.org

Il Ministero della Difesa ha annunciato che entro il 2020 acquisterà dagli Stati Uniti 38 caccia militari F-35. La conferma viene dal "Documento programmatico pluriennale per la difesa". Pochi giorni fa la ministra Pinotti e gli Stati Maggiori avevano presentato il Libro Bianco della Difesa nel quale vengono indicati gli indirizzi strategici. Per raggiungerli servono più spese militari e tra questi gli F 35. Quindi nessun dimezzamento degli acquisti di armamenti. Secondo la Difesa il costo complessivo dell’operazione è stimato in circa 10 miliardi di euro. 

E si che in Parlamento era stata approvata la mozione che prevedeva la riduzione dell'acquisto degli F 35, ma il governo ha invece confermato in pieno il programma di acquisto e infatti dal documento della Difesa il programma non sembra aver subìto alcuna modifica. Anzi, le spese potrebbero anche aumentare. Il ministero ha fatto sapere che "la tabella relativa al programma F-35 contenuta nel Documento programmatico pluriennale riporta i costi complessivi dello stesso programma a monte del riesame che verrà condotto, tenendo conto sia degli impegni presi dal governo in sede parlamentare sia del processo di revisione strategica intrapreso dalla Difesa".

In Parlamento, Sel e Movimento 5 Stelle protestano: "Renzi ha clamorosamente preso in giro gli italiani, non ha mantenuto gli impegni e ha imbrogliato il Parlamento". E' stata anche annunciata la futura mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Il ministero della Difesa ha risposto alle accuse buttandola sui soldi con una nota ufficiale, sottolineando come il programma F-35 generi un forte ritorno industriale (sic!): "A fronte di un investimento totale pari a circa 3,5 miliardi di dollari - scrive la Difesa - i ritorni industriali in termini di contratti acquisiti sono pari a circa 1,6 miliardi di dollari". 

A noi, fino ad oggi risultava il contrario e cioè che un euro investito nel settore militare ne produceva 2,7 in quello civile. Nel caso degli F 35 anche questa proporzione sembra rovesciata, dunque una operazione in perdita anche dal punto della “economia di guerra”. Acquistare armamenti e tecnologia da un altro paese – gli Usa in questo caso – non produce “effetti socializzanti” nell'economia italiana, anzi non può che produrre passivi di bilancio.

Ma come ha spiegato molte volte l'economista Giorgio Gattei, se c'è un settore della spesa pubblica dove anche gli ultraliberisti non fanno storie è proprio quello della spesa militare. E nell'Unione Europea, dove i diktat della Bce e della Trojka impongono sanguinosi tagli ai servizi, ai salari e alle spese sociali, le spese militari hanno ripreso a crescere per adeguarsi ad un altro tipo di diktat: quello della Nato che da tempo chiede che le spese militari raggiungano almeno il 2% del Pil. Qualche effetto già si vede. Josef Janning, alto funzionario delle istituzioni di Bruxelles, in un saggio pubblicato dal European Council on Foreign Relations, “sulla base dei dati del 2011, gli Stati membri (della Ue, ndr) hanno speso nel campo della Difesa più della Russia e della Cina messe insieme, secondi solo agli Stati Uniti che hanno stanziato 2,5 volte le risorse degli Stati europei”.

Anche per denunciare l'aumento delle spese militari che accompagna l'escalation bellicista dell'Italia, dell'Unione Europea e della Nato nel Mediterraneo e in Ucraina, martedi 2 giugno è stata convocata una Giornata di mobilitazione nazionale antimilitarista che vedrà manifestazioni in diverse città italiane. A Roma si manifesterà davanti al Comando Operativo Interforze (Coi) che avrà il comando dell'operazione militare europea in Libia (appuntamento alle ore 10.00 in piazza dei Consoli a Cinecittà), a Pisa l'appuntamento è alle 18.00 a Corso d'Italia; a Bologna in piazza 8 Agosto alle ore 10.00), a Taranto si manifesterà davanti all'Ammiragliato, a Napoli alle ore 10.00 in via Roma, davanti a banca Intesa, una delle "banche armate", a Genova e in altre città si stanno definendo i luoghi delle iniziative. Sempre a Roma invece sabato 30 maggio ci sarà il convegno "Resistere alla Nato" alla ex Snia (ore 15.00) una occasione per confrontarsi sul complesso dei problemi della pace e della guerra nel XXI Secolo.

28 maggio 2015

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Mtm un anno dopo

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mtmpozzitratto da http://www.buongiornolivorno.it

E' passato un anno da quel venerdì 16 maggio 2014. Quel giorno i lavoratori MTM appresero dalla voce di un autotrasportatore che non ci sarebbero stati più carichi di vetture da trasformare, che quello appena messo a terra sarebbe stato l'ultimo. Le immediate verifiche telefoniche confermarono l'informazione avuta. Si mise in moto il meccanismo per l'organizzazione di un presidio permanente in fabbrica: i nomi dei dipendenti da fornire alla Digos, la lavagna dei turni. La produzione si fermò immediatamente, si tennero alcune assemblee con la partecipazione delle autorità e delle segreterie sindacali.

Il copione, in casi come questo, è noto, anche un po' scontato. Passano così quarantatre giorni: il 27 giugno i sindacati si presentano alla nostra assemblea permanente con una proposta di accordo che prevede la concessione di sette mesi di CIG in deroga, mobilità volontaria incentivata, la possibilità di chiedere un trasferimento presso la sede centrale di Cherasco. In ogni caso, la chiusura definitiva dell'insediamento MTM di Livorno Interporto è certa. Tutto questo a fronte dell'immediato scioglimento del presidio. I lavoratori si alzano immediatamente, dando per scontata l'approvazione dell'accordo. Solo pochi chiedono di discutere ed eventualmente votare. MTM ha vinto.

Nel mese che trascorre da quel giorno, l'azienda si rimangia tutte le promesse e, come regalo finale, offre un incentivo all'esodo di 5500 € a fronte della rinuncia a qualsiasi vertenza. La grande maggioranza dei lavoratori accetta, la vicenda si chiude ufficialmente il 12 settembre con la firma delle liberatorie.

Fin qui la cronaca, più o meno completa ed obiettiva perché stilata da un ex dipendente di MTM. Alcuni di noi hanno trovato soluzioni temporanee preso aziende delle zona, alcuni altri passano le giornate a rispondere ad annunci, a prepararsi per selezioni e colloqui, a reinventarsi il proprio profilo professionale per adattarlo ad eventuali possibilità diverse da quelle finora incontrate.

Il pensiero va al futuro, al nostro e a quello dei nostri figli. Ci si sente soffocare, gli spazi di manovra e di scelta sono sempre minori ogni giorno di più. I recenti provvedimenti governativi sul lavoro affermano, senza possibilità di replica, che il lavoratore deve accettare il ricatto “lavoro in cambio di diritti”. Non c’è legame causale tra la fine del rapporto di lavoro e la produttività del lavoratore. Prima che MTM asportasse il mio stabilimento come un tumore, a me piaceva il lavoro che stavo facendo, e sono convinto che questo lavoro, proprio perché fatto con passione, fosse utile anche all’azienda stessa. La vicenda MTM è pre-Job Act ma ne rappresenta l’essenza, la sperimentazione di una beta-version prima della release finale.

E’ necessario, assolutamente necessario, pensare al lavoro in un modo diverso. Questo va fatto non solo perché sono cambiati gli scenari normativi o i rapporti di forza tra gli attori in campo, quanto perché è cambiata la natura stessa del lavoro. La vicenda MTM ma anche quella precedente Delphi e quella successiva TRW dimostrano che il modello scelto per l’industrializzazione del nostro territorio è fallito. #BuongiornoLivorno negli ultimi giorni ha reso pubblici due documenti: il primo, in occasione del Primo Maggio, affronta di petto il tema della “scelta del lavoro”, della necessità di sottrarsi al ricatto ignobile del lavoro purchessia che fa felice il capitalismo mordi e fuggi, capace di prosperare sulla manna degli incentivi statali e, non appena il vento cambia, levare le tende. Il caso MTM è proprio questo. Sfuggire al ricatto si può, individuando un reddito di esistenza, universale, che sottragga le persone dalla necessità di piegarsi alle condizioni più infami.

Il secondo documento ha nel mirino l’accordo di programma recentemente siglato, evidenziandone le lacune e smascherandone la natura mediatica e di cattura del consenso. Nell’accordo si ripropone la visione, anzi la mancanza della stessa, che ha desertificato il panorama industriale livornese. Non c’è nulla su un nuovo criterio di sviluppo, non c’è nulla sulle energie rinnovabili e sul futuro del Polo Energetico Livornese. Si riconduce tutto a incentivi e sgravi per attirare investitori e rendere appetibili aree pubbliche e private slegando tutto questo dall’uso e dal radicamento, si spacciano cifre del tutto ipotetiche come cash, si inverte il rapporto causa effetto tra Dichiarazione di Area di crisi complessa e Accordo di Programma, considerando la prima come un obiettivo da raggiungere del secondo. Insomma, si persevera nell’errore.

I lavoratori stessi dovrebbero riuscire a pensare al lavoro in un modo diverso. Intanto, l’esperienza del Coordinamento delle lavoratrici e dei lavoratori livornesi ha messo in chiaro che tutti hanno bisogno di tutti, che non esistono singole vertenze ma una sola fatta da tutte quante, che colpendo uno colpiscono tutti. Ogni lavoratore deve essere il primo sindacalista di se stesso, a prescindere dalla sua appartenenza sindacale. Questo dovrebbe contribuire a far crescere la maturità delle persone, quella consapevolezza che il mondo del lavoro deve essere più inclusivo possibile, che esistono intere categorie di lavoratori che non hanno mai beneficiato né mai lo faranno di ammortizzatori sociali, che è necessario allargare il proprio orizzonte, proprio per trarne anche un vantaggio personale e professionale.

La nuova parola d’ordine, secondo me, deve essere “lavoratori di ogni lavoro (e di ogni paese) unitevi!”.

Questo perché ognuno ha diritto alla propria felicità, e anche mio figlio ha diritto al suo futuro, esattamente come i figli di Mariano Costamagna.

Ivano Pozzi – Direttivo #BuongiornoLivorno – ex dipendente MTM

Foto: Ivano Pozzi

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Ultimo aggiornamento Domenica 17 Maggio 2015 13:52

La minaccia fascio-leghista parte dal "patto del Brancaccio"

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La minaccia fascio-leghista parte dal "patto del Brancaccio"

tratto da http://contropiano.org

Il fascio-leghismo prende forma, allattato e allettato dai masso-media che mandano in video Matteo Salvini ad ogni ora del giorno e della notte. Non è un caso, è un progetto di bipolarismo obbligato; l'unica scelta possibile per l'elettore rimbambito dalle chiacchiere talk show deve essere per forza tra i due Matteo (Renzi è la carta vincente, Salvini quella per sfigati che non hanno o non devono trovare altra rappresentanza).

Il povero leghista immortalato più volte mentre intonava cori da osteria contro romani e meridionali non ha però un compito facile: diventare popolare, o almeno radicarsi, in quella parte – maggioritaria – d'Italia su cui ha riversato tonnellate di odio razzista. Venendone giustamente ricambiato.

Come fare? Ma con i fascisti doc, naturalmente! Quelli giovani, “del terzo millennio”, mica i catorci tardivamente ripuliti che ha lasciato in giro l'esplosione del Msi dopo il “lavacro di Fiuggi” (a proposito: dove sarà finito mai Gianfranco Fini?).

È così che è nato il “patto del Brancaccio”, l'arruolamento in forze di Casapound nelle fila di “Noi con Salvini”, che fin qui, a Roma, aveva rimediato soltanto l'appoggio di Marco Pomarici. consigliere comunale eletto in quota all'Ncd, ex presidente dell’Assemblea Capitolina, un passato da signore delle tessere in Forza Italia, poi alla corte ristretta di Angelino Alfano, infine folgorato – per ora – dal leghista in felpa nera. Un po' poco, come base sociale...

L'iniziativa al Teatro Brancaccio – a due passi dal covo di via Napoleone III, graziosamente regalato ai neonazi da tale Walter Veltroni quando purtroppo è stato sindaco della capitale - è stata comunque un ripiego, quasi un'ammissione di estranetà a Roma e alla sua composizione sociale. Si sono infatti chiusi là dentro, il leghista e i mazzieri passatisti, dopo che la questura l'aveva sconsigliato di presentarsi – come progettato – sia a Garbatella (che ringrazia di cuore Claudio Amendola e altri protagonisti di un video di “buona accoglienza”) che a Primavalle (dove avrebbe voluto visitare «una clinica occupata da migranti e una scuola occupata da nomadi»). Per la grande presenza di fotografi l'ordine era stato tassativo: niente soliti saluti romani, niente slogan veterofascisti. Al massimo qualche maglietta degli zerozeroalfa, una inneggiante alla Decima Mas e qualche riferimento ai “due marò”, tanto per non sparire del tutto.

Li si può capire, i funzionari di polizia. Perché impiegare tutte quelle truppe a protezione di uno che evidentemente non sta simpatico neanche a loro (la maggior parte degli uomini in divisa proviene, nototiamente, dai paesi del Sud)?

E poi ci sono quei ragazzotti presunti nerboruti, sempre pronti ad aggredire ragazzi isolati in dieci o venti... Si faccia spalleggiare da loro. Al coperto, per ora.

Gli obiettivi sono scontati e niente affatto "rivoluzionari": “portare Salvini al ballottagio con Renzi”, nella speranza di allungare le mani su qualche rubinetto di fondi pubblici da usare privatamente. In fondo, da quelle parti, hanno l'anima aperta al “terzo settore”. Carminati docet...

12 maggio 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 12 Maggio 2015 14:55

4 maggio 1949: il Grande Torino e la strage di Superga

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Il Grande Torino

Valerio Nicastro - tratto da http://www.delinquentidelpallone.it

Ci sono dei giorni che si vorrebbero cancellare dal calendario, dalla Storia. Dei giorni che si vorrebbe non fossero mai esistiti, e invece diventano parte della nostra memoria, diventano un pezzo irrinunciabile dei nostri ricordi. E’ quello che succede ogni 4 di maggio. Perchè la memoria corre al 4 maggio del  1949. Il giorno in cui la memoria collettiva del calcio italiano dovette fare spazio alla più grande tragedia sportiva del calcio italiano. Il giorno in cui una collina e una Basilica si presero, per sempre, una delle squadre più forti di tutti i tempi. Perchè spesso abusiamo delle parole, spesso giochiamo a dire che giocatori e squadre così non torneranno mai più. Ma in questo caso è tutto assolutamente vero: una squadra come il Grande Torino non tornerà più, mai più.

Se ne andarono in un pomeriggio di nebbia. Un pomeriggio in cui la nebbia abbracciava il cielo di Torino e nascondeva ogni cosa. Nascondeva anche l’imponente Basilica di Superga, che improvvisamente si manifestò a pochi metri dall’aereo che riportava a casa il Torino. Il Torino che era andato, in pieno campionato italiano, a giocare un’amichevole a Lisbona. Si ritirava dal calcio Francisco Ferrera, stella della squadra lusitana, e aveva invitato il suo amico Valentino Mazzola per un’amichevole celebrativa.

Si, un’amichevole celebrativa con il campionato italiano ancora in corso. Ma si trattava di formalità, il Torino se lo poteva permettere. Era la squadra più forte d’Italia, e anche quel campionato era già in cassaforte. Potevano permettersi anche di andare a giocare un’amichevole in piena stagione.

gazzetta_torino

Se ne andarono per non andarsene mai più. Quando il Fiat G212 che trasporta la squadra granata si abbatte sul muraglione della Basilica di Superga, è subito chiaro a tutti che niente sarà più come prima. Dai rottami del velivolo si alza un fumo nero, denso. Dagli occhi di chi si reca, immediatamente, sul posto, scendono lacrime che non si possono trattenere.

Uno dei primi a giungere sul posto è Vittorio Pozzo, il leggendario allenatore della Nazionale italiana bicampione del mondo, al quale toccherà l’ingrato compito di riconoscere la gran parte delle vittime del disastro. E si, perchè quel Torino era talmente forte che erano la colonna portante dell’Italia. L’11 maggio del 1947, in una partita contro l’Ungheria del grandissimo Puskas, degli undici in campo, dieci erano granata. Solo Sentimenti IV, in porta, rappresentava l’altra metà del cielo su Torino, quella bianconera.

Il Torino era riuscito a diventare l’orgoglio dell’Italia intera. Un paese ancora in ginocchio, che stava ancora rimettendo a posto i cocci dopo i duri anni della guerra. Una squadra che seppe prendere per mano lo sport italiano e scriverne pagine indimenticabili. Regalavano sogni e spensieratezza in un momento difficile, erano motivo di lustro e onore per tutto il Paese, non solo per i tifosi granata. Erano diventati il simbolo dell’Italia che sa cadere e rialzarsi, rimboccandosi le maniche e faticando.

Il giorno dei funerali, Torino si stringe in massa attorno ai suoi ragazzi. La commozione è incredibile, le lacrime rigano i volti dei tantissimi che affollano le strade della città, venuti a dare l’ultimo saluto ai ragazzi. E’ il giorno più triste di tutti.

Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti, Schubert. E poi i tecnici ( Egri Erbstein, Leslie Levesley ),  dirigenti (Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri), giornalisti (Renato Casalbore, Renato Tosatti, Luigi Cavallero), membri dell’equipaggio. Andati via per sempre, senza appello. E’ la tragedia sportiva italiana peggiore di tutti i tempi.

E’ come se un improvviso colpo di spugna avesse cancellato passato e presente del calcio azzurro. E avesse condizionato per sempre il suo futuro. Tanto è vero che per la successiva edizione dei campionati del Mondo, la Nazionale azzurra decise di andare in Brasile in nave. Nessuno se la sentì di mettere piede su un aereo. Troppa la paura, troppo forte il ricordo di quella squadra sparita in un maledetto pomeriggio di nebbia.

funerale_grande_torino

Aveva vinto quattro scudetti consecutivi il Torino, prima che il destino arrivasse, improvviso, beffardo e spietato, a portarsi via 31 tra giocatori, tecnici, dirigenti, giornalisti in quel maledetto pomeriggio. Ne aveva vinti quattro, ne vincerà cinque in fila perchè lo Scudetto di quell’anno gli verrà assegnato a tavolino. E’ in quel pomeriggio maledetto che nasce la leggenda del Cuore Toro. Perchè solo chi ha perduto i suoi figli più amati sa cosa voglia dire continuare a lottare per loro.

Solo chi ha vissuto il dolore fino in fondo, dentro al cuore, ha la forza di continuare a crederci sempre. Perchè da quel pomeriggio, il Torino sarà una squadra speciale. Una squadra a cui sul campo succederà di tutto, una squadra che vivrà retrocessioni, momenti bui, rischierà di fallire. Ma che continuerà a lottare, con orgoglio, con nel cuore il ricordo di un passato che non si potrà mai cancellare.

Ogni anno, il 4 maggio, migliaia di tifosi granata, scalano la collina di Superga, e salgono lì a rendere omaggio ai loro eroi. La messa delle 17.03, l’orario del tragico schianto che in pochi minuti distrusse l’epopea di quella squadra mitica. Il Capitano del Torino che legge, solennemente, i nomi delle vittime di quel 4 maggio del 1949. Gli applausi, le lacrime, le sciarpe che si levano al cielo. E il pensiero, triste ma carico di orgoglio, che una squadra  come il Grande Torino non tornerà mai più su questa Terra. Ma continuerà a vivere nella leggenda del calcio.

4 maggio 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Maggio 2015 20:31

Pd, candidato revisionista nelle Marche: “25 Aprile? Sciacalli e traditori”

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Continua la "mutazione genetica" del partito renziano. Nella regione "rossa" è in lista l'ex sindaco di Fermo Saturnino Di Ruscio (ex An, poi berlusconiano, tosiano e infine approdato all'Udc). Nel 70esimo della Liberazione ha condiviso su Facebook il post di stampo fascista "Io non festeggio". E il locale circolo dem insorge

Fabrizio d'Esposito - tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

La mutazione genetica del Pd in Partito della Nazione pigliatutto, ma proprio tutto, procede di pari passo dal centro (Parlamento) alla “periferia” delle prossime elezioni regionali del 31 maggio. Si vota in sette regioni e in queste ore un po’ ovunque il Partito democratico renziano sta imbarcando ex berlusconiani e riciclati di destra in generale (eclatante il caso degli ex cosentiniani in Campania). Ma l’ultimo clamoroso acquisto riguarda le tranquille Marche, per decenni etichettata tra le regioni rosse. Qui il candidato del centrosinistra è Luca Ceriscioli, che ha anche l’appoggio dell’Udc. Ed è proprio nelle file del partito centrista di Casini che è scoppiato il caso di Saturnino Di Ruscio, ex sindaco di Fermo.

di ruscio-300

Già aennino e berlusconiano, Di Ruscio a febbraio stava organizzando nelle Marche il movimento di Flavio Tosi, scissionista leghista. Poi la virata sull’Udc e la candidatura alle regionali per il 31 maggio. Ma il 25 aprile scorso, in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione, Di Ruscio l’ha fatta davvero grossa e su Facebook ha condiviso un post fascista e revisionista che si apre così: “Io non festeggio, l’Italia non è libera. Il 25 aprile 1945 è iniziata l’occupazione. Siamo una colonia americana”. Poi tutta una serie di contumelie contro gli “Sciacalli Traditori della Patria” di oggi, dall’Unione Europea alla Bce e alle banche in generale.

L’uscita di Di Ruscio, in linea con le accuse di “fascismo renziano” lanciate alla Camera dal berlusconiano Renato Brunetta, ha provocato la rivolta del Pd di Fermo. Un altro segnale d’allarme per la linea pigliatutto del premier. Dice Sonia Marozzino, segretario del circolo Fermo est del Pd: “Se non si risolve la questione della candidatura Di Ruscio a sostegno di Ceriscioli qui i rappresentanti del partito dovrebbero procedere nell’ordine: dimissioni loro, non consegnare le firme, ritiro delle candidature del Pd in provincia di Fermo”. Anche nelle Marche il trasformismo della peggiore specie sembra il leitmotiv delle prossime regionali, come testimonia la candidatura nel centrodestra del governatore uscente di centrosinistra, Gianmario Spacca.

30 aprile 2015

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Ultimo aggiornamento Sabato 02 Maggio 2015 17:10

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