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PER NON DIMENTICARE

Csa Dordoni: 7 arresti, Emilio ai domiciliari

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cremantifaNuova operazione venerdì mattina a Cremona, dopo i due arresti di una decina di giorni fa: sette compagni del Csa Dordoni sono stati tratti in arresto alle prime ore del giorno, in relazione alla vile aggressione squadrista avvenuta il 18 gennaio davanti al centro sociale, quando Emilio fu lasciato in fin di vita dalle spranghe dei fascisti. Di seguito riportiamo un primo commento dei compagni e delle compagne del Dordoni, cui seguiranno ulteriori aggiornamenti nel corso della giornata.

L'antifascismo non si arresta, tutti liberi subito!

Questa mattina 5 compagni del CSA Dordoni (tra i quali lo stesso Emilio) sono stati tratti agli arresti domiciliari e 2 condotti in arresto al carcere 'Ca del Ferro' per i fatti relativi all'aggressione fascista al CSA Dordoni del 18 Gennaio 2015 che aveva lasicato Emilio in fin di vita.

Le accuse sono di rissa aggravata e le misure repressive sono giustificate con la possibilità di reiterare il reato, con l'aggiunta per i compagni in carcere di pericolosità sociale.

Viene detto esplicitamente che le misure cautelari sono funzionali ad impedire la partecipazione dei compagni alle manifestazioni del 25 Aprile a Cremona e del 1 Maggio a Milano.

Are, Alberto, Emilio, Gian, Roma, Jonny, Pippo liberi subito!

L'Antifascismo non si arresta!

Ascolta Michele, compagno del CSA Dordoni (RadioBlackOut)

11 aprile 2015

***

altQuesta mattina all'alba sono stati tratti in arresto sette militanti del CSA Dordoni e nove fascisti di CasaPound, questi ultimi protagonisti dell'aggressione del 18 gennaio ai danni del centro sociale cremonese.
Di seguito il comunicato dei compagni e delle compagne del CSA Dordoni.

Questa mattina, venerdì 10 aprile, sono stati tratti in arresto 2 compagni, Are e Alberto, che si trovano attualmente al carcere Ca' del Ferro di Cremona, e 5 compagni, Gian, Jonny, Pippo, Roma ed Emilio, che si trovano invece ai domiciliari, in merito all'aggressione fascista subita domenica 18 gennaio scorso, di fronte alla sede del C.S.A. Dordoni, nella quale lo stesso Emilio è rimasto gravemente ferito, rischiando di perdere la vita. Insieme ai nostri compagni sono stati posti in custodia anche vari esponenti di CasaPound, con accuse che vano dalla rissa al concorso in tentato omicidio.
"Il Dordoni ha organizzato l'agguato. Casa Pound ha poi oltrepassato il limite della legittima difesa": questa la fantasiosa ricostruzione dei fatti del questore Rossetto, un primo spunto dal quale comprendiamo la politicità dei provvedimenti posti in atto questa mattina nei confronti dei compagni del centro sociale che nel pomeriggio del 18 gennaio, dopo il derby Cremonese-Mantova, sono stati provocati e vigliaccamente aggrediti da una squadraccia di fascisti, sia cremonesi che loro camerati di altre città, assolutamente slegati dal tifo locale.
Durante la colluttazione Emilio è caduto sotto i colpi dei militanti di CasaPound, che si sono selvaggiamente accaniti su di lui, lasciandolo in fin di vita. Nonostante ciò, a tre mesi di distanza dai fatti, la questura pone sullo stesso piano aggressori e aggrediti, criminalizzando chi ha la sola colpa di essersi difeso e aver evitato il peggio.
Sin dall'apertura della sede di CasaPound ne denunciamo la pericolosità e nonostante i nostri continui richiami alle autorità locali e alle varie e reiterate provocazioni squadriste non è stato mosso un dito contro queste canaglie (basti pensare alle prevedibili menzogne del questore stesso che dopo i gravissimi fatti del 18 gennaio aveva dichiarato i locali che ospitano CasaPound chiusi e in vendita).
Non ci stupisce che chi con i fascisti è connivente e permette agibilità ad azioni squadriste simili abbia adottato quest'oggi delle misure che non esitiamo a definire "cilene" per reprimere compagni che da anni sono impegnati nelle lotte sociali, sia sul territorio cittadino che nazionale, con l'espressa volontà di impedirne la partecipazione a ricorrenze come il 25 aprile o mobilitazioni come il NoExpo di maggio.
Da qui emerge in modo chiaro e netto la posizione eminentemente politica che stanno svolgendo oggi la procura e la prefettura di Cremona, che con un accanimento senza precedenti tentano di reprimere le lotte, colpendone in modo scientifico gli animatori: perciò vogliamo il termine immediato delle misure cautelari e la liberazione istantanea di tutti i compagni.

Questa repressione non basta a fermare la nostra progettualità politica e i nostri percorsi di lotta!

L'antifascismo non si processa!

Ad Are, Alberto, Gian, Jonny, Pippo, Roma ed Emilio la nostra piena vicinanza e solidarietà:
liberi tutti, liberi subito!

Le compagne ed i compagni

Per scrivere ai compagni attualmente in carcere i recapiti sono:

Michele Arena, Casa circondariale 'Ca del Ferro', via Palosca 2, Cremona

Alberto Birzi, Casa circondariale 'Ca del Ferro', via Palosca 2, Cremona

La solidarietà è un'arma, usiamola!

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Aprile 2015 08:40

È morto Eduardo Galeano, il cantore de "Le vene aperte dell'America Latina"

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E' morto Eduardo Galeano, il cantore de "Le vene aperte dell'America Latina"

Sergio Cararo - tratto da http://contropiano.org

Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano è morto questa mattina a Montevideo dopo essere stato ricoverato in ospedale alcuni giorni fa. Galeano si era aggravato la scorsa settimana, dopo aver combattuto negli ultimi anni contro il cancro al polmone. Lo scrittore che tra i primi ha denunciato "Le vene aperte dell'America Latina" in un libro memorabile, il 1 ° marzo scorso aveva ricevuto nella sua casa il presidente boliviano, Evo Morales, a testimonianza del debito che tutti gli uomini e le donne che hanno lottato per l'emancipazione latinoamericana avevano contratto con questo grande scrittore.

Eduardo Galeano è nato a Montevideo il 3 settembre 1940. Narratore, giornalista e saggista, è stato avviato nel giornalismo come fumettista e giornalista. I suoi disegni sono stati firmati con lo pseudonimo Gius. Da sempre interessato alla situazione politica contemporanea, è stato l'autotore di testi come Cronaca di una sfida (1964), Guatemala, chiave latino-americana (1967) e Stories (1967).

Tra le sue opere più direttamente segnate dall'approccio politico, "Sette immagini di Bolivia" (1971), "La violenza e lo smaltimento" e "Cronache Latina", ma soprattutto il suo saggio più famoso e ambizioso, a metà strada tra storia e giornalismo "Le vene aperte dell'America Latina", ripubblicato, tradotto in quasi 20 lingue, ammirato, applaudito, in vasti settori del continente latinoamericano e non solo.

Nel 1973, nel clima che preparava il colpo di stato militare in Uruguay, andò in esilio a Buenos Aires, dove ha fondato e diretto la rivista "Crisi" nei suoi primi 40 numeri. Poi, dopo il golpe militare anche in Argentina, è andato a vivere in Spagna nel 1976. Nel 1978 ha vinto ha vinto il premio la Casa de las Americas con "Giorni e notti di amore e guerra" (1978). Negli anni ottanta realizzò una trilogia di accento epico, Memoria del fuoco, di cui ogni volume è uscito con un sottotitolo: "Nascite" (1982), "Volti e Maschere" ( 1984) e "Il secolo del vento" (1986). Nei primi mesi del 1985, con il ripristino della democrazia è tornato in Uruguay dove ha scelto di vivere fino ad oggi. Con Eduardo Galeano è morto un grande della letteratura e della storia.

 Come altri intellettuali latinoamericani, in questi anni si è schierato a sostegno dei processi rivoluzionari a Cuba e più recentemente in Venezuela ma anche a difesa di Gaza bombardata e della Palestina.

13 aprile 2015

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Ultimo aggiornamento Lunedì 13 Aprile 2015 18:01

Kiev: «Nazismo e comunismo sono uguali»

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Passa la legge: vietata l'ideologia comunista. E il leader di Settore Destro diventa consigliere del capo di Stato maggiore

Simone Pieranni - tratto da http://ilmanifesto.info/

E alla fine arrivò la legge: per l’Ucraina nazi­smo e comu­ni­smo sono la stessa cosa. La Rada, il par­la­mento ucraino ha appro­vato a larga mag­gio­ranza (254 a favore su 307 pre­senti) un pro­getto di legge gover­na­tivo che mette sullo stesso piano comu­ni­smo e nazi­smo vie­tando i loro sim­boli, la loro pro­pa­ganda e la nega­zione del loro carat­tere «cri­mi­nale». Chi tra­sgre­di­sce, può finire in car­cere, per 5 anni.

Non solo, per­ché il par­la­mento ha anche deciso di com­me­mo­rare uffi­cial­mente i com­bat­tenti dell’Upa. Si tratta di quell’«armata insur­re­zio­nale ucraina» che col­la­borò con i nazi­sti durante la seconda guerra mon­diale. Il loro capo era Ban­dera, cele­brato ogni anno come eroe nazio­nale da gran parte dei gruppi che hanno dato vita alla Majdan.

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Quello appena effet­tuato da Kiev è un pas­sag­gio pre­ve­di­bile (era già stato messo fuori legge il par­tito comu­ni­sta), frutto dell’avvicinamento dell’Ucraina a Europa e Nato, del con­flitto con le regioni orien­tali, e sin­tomo di un revi­sio­ni­smo sto­rico che ha col­pito da tempo molti paesi ex repub­bli­che sovietiche.

Que­sta deci­sione ha creato un’immediata rea­zione da parte del cen­tro Wie­sen­thal in Israele. Il diret­tore del Cen­tro, Efraim Zuroff, l’ha defi­nita «misti­fi­ca­to­ria e oltrag­giosa»; una legge con la quale i «i nazio­na­li­sti ucraini –come quelli bal­tici– pren­dono in giro il mondo», con l’intento di tra­sfor­mare i «car­ne­fici in vittime».

Chi invece appro­verà senz’altro è la Polo­nia, che dal 2010 ha messo al bando «la sim­bo­lo­gia comu­ni­sta». Ieri il pre­si­dente polacco Bro­ni­slaw Komo­ro­w­ski ha pro­messo in un inter­vento al par­la­mento ucraino che Var­sa­via con­ti­nuerà ad aiu­tare Kiev e «farà tutto il pos­si­bile affin­ché altri stati e popoli del libero mondo occi­den­tale ten­dano le pro­prie mani verso l’Ucraina». Komo­ro­w­ski — che ieri ha incon­trato il pre­si­dente ucraino Petro Poro­shenko — ha inol­tre dichia­rato che com­bat­tendo i sepa­ra­ti­sti filo­russi del sud-est ucraino, l’esercito di Kiev difende non solo il ter­ri­to­rio del pro­prio paese ma l’intera Europa dal «risve­glio del pen­siero imperialista».

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La Rada, per altro, ha anche deciso di ren­dere pub­blici gli archivi segreti dal 1911 al 1991, che ora saranno acces­si­bili al pub­blico, men­tre è stato bloc­cato il ten­ta­tivo dei gruppi più a destra del par­la­mento, di far pas­sare una legge sulla nazio­na­liz­za­zione delle pro­prietà russe.

Uno dei lea­der dei nazio­na­li­sti in par­la­mento, Oleg Lia­shko aveva moti­vato la sua ini­zia­tiva con il fatto che Mosca è con­si­de­rato «Paese aggres­sore». Dopo essere stata messa al voto per tre volte, la pro­po­sta ha otte­nuto al mas­simo 190 voti, sotto il quo­rum di 226 voti.

Tutto que­sto è acca­duto nei giorni in cui la nomina del capo di Set­tore Destro, Dimi­tri Yarosh, a con­si­gliere del capo di Stato mag­giore dell’esercito ucraino, pare pre­oc­cu­pare molti, com­presi alcuni media inter­na­zio­nali. Nei giorni scorsi la Bbc si è inter­ro­gata al riguardo: la nomina di un espo­nente, il lea­der, di un gruppo dichia­ra­ta­mente neo nazi, può essere un pro­blema per l’Ucraina? Domanda reto­rica, per­ché – men­tre si dif­fon­dono le voci circa i pre­pa­ra­tivi per una nuova offen­siva in Don­bass da parte dell’esercito di Kiev – lo spet­tro iper­na­zio­na­li­sta politco ucraino è sem­pre più saldo.


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E men­tre si con­suma la guerra tra oli­gar­chi, le posi­zioni dei com­bat­tenti, sul mer­cato dei miliar­dari desi­de­rosi di avere, come i veri signori della guerra, un eser­cito a pro­pria dispo­si­zione, cre­sce d’importanza. La mossa di Kiev su Yarosh potrebbe essere un chiaro sin­tomo di una dif­fi­coltà da parte del governo di gestire even­tuali pro­te­ste, con­tro una pre­sunta «mano mor­bida» di Kiev sul Don­bass. Intrup­pare uno dei bat­ta­glioni più feroci e più «cele­bri», potrebbe dun­que rap­pre­sen­tare il ten­ta­tivo di fare pro­pria anche l’istanza più «patriottica».

Si tratta di una cosmesi poli­tica di dif­fi­cile rea­liz­za­zione: lo stesso Yarosh, così come Set­tore Destro, si è sem­pre espresso anche con estremo scet­ti­ci­smo nei con­fronti dell’Europa, segnale che non tutto il fronte Maj­dan, come ampia­mente regi­strato in que­sto anno e mezzo di guerra civile, non è alli­neato sulle stesse posizioni.

Il pro­blema è — sem­mai — poste­riore: come assi­cu­rarsi che Set­tore Destro operi all’interno di deci­sioni dav­vero prese dallo stato mag­giore dei mili­tari ucraini. I mem­bri del gruppo, infatti, avreb­bero già fatto sapere che nono­stante la nomina di Yarosh, con­ti­nue­ranno a godere di mas­sima indipendenza.

9 aprile 2015

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Strage del Moby Prince. Un appello per il 24° anniversario

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Dopo l'appello di Loris Rispoli alla partecipazione dei concittadini alla commemorazione della strage del Moby Prince dove persero la vita 140 persone e dopo la lettera aperta all'armatore Onorato, pubblichiamo altri appelli di organizzazioni politiche e gruppi di concittadini.
 
 
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10 aprile 1991 – 10 aprile 2015
 
Il 10 Aprile del 1991 la nave traghetto Moby Prince dell'armatore Onorato, partita dal porto di Livorno e diretta ad Olbia in Sardegna, entra in collisione a pochi minuti dalla partenza con la petroliera AGIP Abruzzo e viene avvolta dalle fiamme.
140 persone tra equipaggio e passeggeri persero la vita sul Moby Prince. 140 persone che furono vittime di una strage.
 
Non fu una fatalità. La nave traghetto Moby Prince non era in condizioni di sicurezza, infatti viaggiava con l’impianto antincendio splinter spento, con un solo radar funzionante dei tre presenti a bordo e con un’apparecchiatura radio che presentava continui cali di frequenza, problema che rese impossibile comunicare una chiara richiesta di soccorso dopo la collisione.
I soccorsi
 
La ricerca di verità e giustizia da parte dei familiari non ha finora trovato alcuna risposta nelle aule di tribunale. Le autorità giudiziarie decisero di procedere nei confronti di persone che avevano avuto solo un ruolo marginale nella vicenda, per reati prescrivibili, senza mai prendere seriamente in considerazione il reato di strage e senza mai andare a scavare dove stavano le responsabilità, ossia verso l'armatore e la Capitaneria.
 
Depistaggi, insabbiamenti, minacce, ricatti, manomissione delle prove, menzogne. In questi 24 anni chi voleva che non si facesse luce sulla strage del Moby Prince ha provato in ogni modo ad ostacolare chi ancora oggi continua a portare avanti la battaglia per la verità e la giustizia. Sono metodi ben noti, gli stessi usati per coprire le responsabilità delle stragi di stato e delle bombe fasciste. Sono gli stessi metodi usati per coprire le responsabilità di industriali, speculatori e politici che per fare affari avvelenano i cittadini e uccidono i lavoratori, una strage quotidiana causata dall'imposizione di sempre peggiori condizioni di vita e di lavoro alla maggioranza della popolazione per il profitto di pochi.
 
A distanza di 24 anni vicende simili continuano ad accadere: La strage di Viareggio del 2009, quando l'esplosione del gas fuoriuscito da un vagone cisterna di un convoglio ferroviario uccise 33 persone, è stata causata dalla mancanza di sicurezza sulla linea, una situazione che gli stessi lavoratori delle ferrovie avevano già segnalato; La strage del traghetto Norman Atlantic, di proprietà dell'armatore Visentini, in cui lo scorso 28 dicembre sono morte 11 persone mentre altre 19 sono risultate disperse, è stata causata dalla mancanza di sicurezza sulla nave. Il traghetto necessitava di essere riparato e viaggiava sovraccarico.
 
Il 10 Aprile a Livorno, come ogni anno nell'anniversario della strage del Moby Prince, nel quadro delle commemorazioni ufficiali, si terrà il corteo dal Municipio in Piazza Civica fino alla lapide dedicata alle vittime all'Andana degli Anelli.
È importante essere presenti anche quest'anno alla commemorazione in Comune e in piazza, al fianco dei familiari delle vittime.
Perché la verità e la giustizia non arrivano dalle aule di tribunale o dai vertici della politica, ma dalle lotte dei cittadini per la salute, dalle lotte dei lavoratori per la sicurezza sui posti di lavoro, dalla lotta di tutte e tutti perché fatti simili non si ripetano più.
 
Livorno vuole verità e giustizia
6 aprile 2015
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#‎noisiamo141‬

mobyprincepozziIl 5 maggio 2010 è stata presentata dalla Procura della Repubblica di Livorno e accolta dal GIP di Livorno la richiesta di archiviazione in merito al nuovo processo richiesto dai figli del comandante Chessa. Questo atto formale, che i giudici motivano affermando che “ le ricostruzioni proposte dai Chessa sono risultate fantasiose e non rispondenti in alcun modo alla veridicità dei fatti ormai ampiamente ricostruiti”, mette la parola fine alla storia processuale.

Una parola ricorrente nella tragedia del Moby Prince è “nebbia”; ha grande importanza quando non c’è, come nei minuti in cui la tragedia ha inizio, e anche quando c’è, almeno metaforicamente, pensando agli innumerevoli ostacoli incontrati lungo il cammino verso una ricostruzione completa e univoca dei fatti accaduti, nel caso dei depistaggi, delle manomissioni operate anche da emissari dell’armatore, come dimostrato dagli atti processuali.

Moby Prince, rada del porto di Livorno: 140 persone morte, senza sapere il perché ancora dopo ventiquattro anni. Nessuno ha pagato per questa terribile strage. Nessuno si è assunto la responsabilità dei ritardi dei soccorsi, della loro palese inefficienza e della altrettanto palese mancanza di coordinamento degli stessi.

Non si trattava di una spedizione per terre inesplorate, in condizioni estreme, foriera di rischi incalcolabili. Quelle persone erano salite su un traghetto di linea, si apprestavano a compiere un viaggio non qualitativamente diverso da quello che possiamo compiere una mattina qualunque scendendo di casa e montando su un autobus o su una metropolitana per spostarci in relazione alle nostre attività più comuni, Quelle persone facevano una cosa banale. Prendevano un traghetto. Molte di quelle persone lo facevano per lavoro, e sono morte sul lavoro.

Il mondo è molto diverso da quel 10 aprile 1991. Davanti ai nostri occhi sono passate immagini atroci, a volte insostenibili. Le Torri Gemelle, le infinite guerre in Africa, l’Iraq, l’Afghanistan. Abbiamo visto uccidere in nome di dei, di affari, di ideologie. La nostra soglia di sopportazione si è inevitabilmente alzata, la Rete ha uniformato i linguaggi e convogliato una quantità di informazioni che ha finito per offuscarne la comprensione. I contenitori dell’informazione televisiva appiattiscono la realtà e tutto assume un significato nebuloso. Riecco la nebbia.

Molti familiari delle 140 vittime si ritrovano una volta all’anno a Livorno per commemorare la tragedia: vengono da molte parti d’Italia. Essi si sono raccolti in due associazioni che, una volta divise, da alcuni anni hanno trovato un terreno comune di azione. Quattro anni fa venne realizzato un bellissimo progetto filmico, “Vent’anni.Storia privata del Moby Prince”, da parte di Francesco Sanna, un coraggioso filmaker. Il documentario, a cui seguì la realizzazione di un libro altrettanto bello e struggente (Verità privata del Moby Prince), contribuì al riavvicinamento delle due associazioni presiedute da Loris Rispoli (“140”) e Angelo Chessa.(“10 Aprile”). Dal 2013 l’appuntamento del 10 Aprile a Livorno è diventato comune alle due associazioni. Nel nostro Paese occorre agire politicamente, costituirsi in associazione, per sperare di vedere garantiti diritti che la Costituzione dichiara essere fondamentali, come la giustizia.

La città di Livorno, come spesso ed efficacemente ha osservato Loris Rispoli, sembra aver inglobato il ricordo di queste 140 vittime come un enorme blob ingoia tutto ciò che incontra sul suo cammino. Siamo riusciti a inglobare anche il dolore inestinguibile dei familiari di questi 140 morti e a neutralizzarne gli effetti sulle nostre vite. Non basta a spazzare questo torpore, come l’impetuoso libeccio spazza il lungomare, la banale constatazione che su quella nave potevamo esserci tutti, potevano esserci nostri familiari. Gli appuntamenti di ogni 10 Aprile sono vissuti con tranquilla indifferenza dai cittadini livornesi. E’ la constatazione amara di un fatto dolorosamente evidente.

#BuongiornoLivorno è al fianco dei familiari delle 140 vittime del Moby Prince, morte senza un perché in rada a Livorno la sera del 10 Aprile 1991. Ventiquattro anni fa. Invitiamo tutta la cittadinanza a stringersi attorno a loro, partecipando alle iniziative che si svolgeranno in città il 10 Aprile prossimo.

Ivano Pozzi - Direttivo #Buongiornolivorno

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Aprile 2015 10:39

Dalla “giornata del ricordo” al ricordo dei repubblichini, con tanto di medaglia

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tratto da http://www.militant-blog.org

Trecento fascisti, in molti casi acclarati (persino per l’Italia!) criminali di guerra, nel corso di questi dieci anni hanno visto la propria memoria rivalutata e i propri parenti medagliati dalla Repubblica (antifascista, nata dalla Resistenza, etcblabla). Ecco a cosa porta lo sdoganamento politico del fascismo attuato tramite la “giornata del ricordo”, il segno duraturo dell’azione svolta da AN nei vari governi Berlusconi a cui partecipò da protagonista. Come abbiamo innumerevoli volte cercato di dire, e insieme a noi pochi altri militanti, commentatori e storici, l’istituzione della “giornata del ricordo” altro non fu che la certificazione di un rapporto politico finalmente ribaltato. Dalla Repubblica antifascista si è passati prima ad una Repubblica a-fascista, per sostituire il carattere a-fascista con quello anticomunista. Oggi il terreno della politica “ufficiale” è caratterizzato da una sola e definitiva conventio ad excludendum: l’anticomunismo. L’ultimo appunto sarà quando la Ue stabilirà definitivamente il reato di “negazionismo”, che oggi, tramite le mille trasmutazioni politiche e i traslitteramenti semantici, significherebbe unicamente reato di comunismo, vista la più che sostanziale equiparazione storico-politica delle vicende dei vari “totalitarismi” novecenteschi.

Più del protagonismo della fu Alleanza Nazionale poterono le varie rimodulazioni del PCI, dai Ds al Partito Democratico, veri tutori della “giornata del ricordo” attraverso la promozione delle retoriche sull’equiparazione delle ragioni dei combattenti, fatta in primo luogo da Napolitano e a scendere da tutto il restante ceto politico oggi renziano. Non solo. Anche una certa impostazione neo-coloniale continua a spingere per la difesa delle “ragioni degli italiani” nelle vicende che caratterizzarono il confine orientale e in particolare nei rapporti tra Italia, Slovenia e Croazia. Tra i medagliati, gente di tale calibro, come riporta stupefatto addirittura il Corriere della Sera (23 marzo 2015), e in questo caso la parola “addirittura” non fa giustizia del senso di stupore, visto che il principale organo della borghesia nazionale da sempre ha lottato per tale processo storico di equiparazione:

Il carabiniere Bergognini – era l’8 agosto 1942 – partecipò a un raid nell’abitato di Ustje, in Slovenia. Case incendiate, famiglie radunate nel cimitero, picchiate. Sino a che 8 uomini «vennero presi, torturati di fronte a tutti e uccisi con il coltello o con il fucile». Il finanziere Cucè spedì nei lager e fece fucilare «diversi patrioti antifascisti» torturando gente così come fecero l’agente Luciani e i militi Privileggi e Stefanutti. Testimonianze (che sono riferite ai loro reparti) raccontano di «occhi cavati, orecchie tagliate, corpi martoriati, saccheggi nelle case». Serrentino, tenente nella Grande guerra, fiumano con D’Annunzio, fece fucilare decine di persone nella città di Zara, di cui era prefetto.

Questa la gente che lo Stato oggi celebra come martiri di una presunta e storicamente non verificata “pulizia etnica”, per di più attraverso azioni, quali l’infoibamento, anche qui storicamente non provate e in ogni caso numericamente irrilevanti nella vicenda più generale della guerra di Liberazione italo-jugoslava dal nazifascismo. I fascisti di ieri vengono oggi descritti unicamente come “italiani”. Salvo poi accusare le popolazioni slave di ieri di aver indebitamente accomunato ogni italiano ad un fascista. Identificazione perfettamente logica, dopo un ventennio di italianizzazione e fascistizzazione forzata delle terre istriane, giuliane e dalmate.

Lo Stato che premia i combattenti fascisti della Rsi specifica qual è il suo principale nemico, e cioè quella memoria storica capace di contestualizzare gli eventi a cavallo del conflitto bellico. Non c’erano “italiani” e slavi”, ma fascisti, italiani, tedeschi e anche slavi, contro antifascisti, anch’essi italiani, tedeschi e anche slavi. E le ferite che quelle vicende produssero non nascono nel ’45, ma da una visione politica che oggi viene premiata dallo Stato e soprattutto dai governi di centrosinistra. A settant’anni dalla Liberazione, l’ennesimo oltraggio alle ragioni della Resistenza partigiana, l’ennesimo passo verso una Repubblica libera da ogni riferimento politico costituente che non sia la gestione economica di un territorio.

5 aprile 2015

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Ultimo aggiornamento Martedì 07 Aprile 2015 12:36

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