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PER NON DIMENTICARE

È morto un rivoluzionario di prima grandezza

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Fidel omaggio

tratto da http://contropiano.org

La morte di Fidel Castro è arrivata, attesa ma dolorosa per tutti coloro che continuano ad agire affinchè vengano cambiati i rapporti sociali nel mondo sottoposto al dominio del capitalismo.

Il Comandante en Jefe si spegne a novanta anni, una vita lunghissima che ha attraversato la storia dell’umanità negli ultimi due secoli. E’ la storia di un leader rivoluzionario di prima grandezza, un gigante che si è spesso dovuto misurare con nani politici e passaggi storici che avrebbero piegato le ginocchia a molti di noi.

Fidel Castro, insieme a un pugno di rivoluzionari come Camilio Cianfuegos, Ernesto Che Guevara, Haydeè Santamaria, Melba Hernandez, l’italiano Gino Donè, scelsero di rompere nel 1953 con la coesistenza pacifica tra l’Urss post-stalinista di Kruscev e gli Stati Uniti. Passarono all’azione e rimisero in campo l’opzione rivoluzionaria. La realizzarono nel 1956 a Cuba e cercarono di estenderla, senza successo, nel resto dell’America Latina negli anni successivi. Resistettero eroicamente ad ogni tentativo imperialista di rovesciare il governo rivoluzionario di Cuba e diventarono il punto di riferimento per il Terzo Mondo, quell’Asia, Africa, America Latina dove i movimenti di liberazione sconfissero il colonialismo. I volontari cubani furono decisivi per la liberazione dell’Angola, della Namibia ed infine contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. In altri paesi come Congo e Etiopia le cose andarono meno bene. La Cuba di Fidel Castro è stata al centro di un ciclo rivoluzionario durato fino al luglio 1979 in Nicaragua.  I guerriglieri internazionalisti cubani non sono stati solo degli ottimi combattenti, sono stati medici, infermieri, agronomi, insegnanti.

Fidel Castro è stato il dirigente comunista che senza giri di parole disse ad un Gorbaciov sulla cresta dell’onda che la sua perestrojka in Urss sarebbe stata rovinosa per il socialismo. E aveva ragione. Scendemmo in piazza nel 1989 con uno striscione ammiccante con su scritto: “Fidel tieni duro!” e tante compagne e compagni non lo compresero e ci criticarono. I fatti diedero ragione a Fidel Castro e confortarono la scelta del nostro striscione.

Fidel Castro è stato l’anima della resistenza di Cuba nei durissimi anni Novanta, quelli del “periodo especial” dove all’aggressione statunitense si sommarono la scomparsa di ogni relazione e supporto economico da parte della dissolta Unione Sovietica. Siamo stati a Cuba più volte in quegli anni che avrebbero piegato qualsiasi popolo e qualsiasi governo. Ma la Cuba di Fidel Castro compì il miracolo di rimanere in piedi. “Nadie nos pondrà en rodilla”. Nessuno ci metterà in ginocchio! Questo era il messaggio potente che Cuba e Fidel hanno tenuto aperto ad un mondo ormai piegato dal dilagare della globalizzazione capitalista.

Proprio mentre il capitalismo si annetteva o disgregava Stati che erano stati per anni al di fuori della sua egemonia, Fidel Castro denunciò, spesso in solitudine, le crescenti contraddizioni ambientali e sociali che il suo modo di produzione stava introducendo sul pianeta. Alla Conferenza sull’Ambiente di Rio le sue parole graffiarono in profondità l’appagata arroganza dei potenti della terra. .

Ha combattuto contro otto Presidenti degli Stati Uniti che volevano rimettere Cuba sotto il tallone di ferro del loro “cortile di casa”. Ha incontrato tre Pontefici ed ha gestito con straordinaria capacità le relazioni con un apparato politico ed ideologico che ha annichilito altri paesi. Ha dialogato a tutto campo ma lo ha fatto senza mai rinnegare il socialismo.

Fidel Castro ebbe la lungimiranza di guardare all’America Latina offrendogli l’esempio di una piccola isola e di una grande rivoluzione che non aveva capitolato. Nel Foro di San Paulo la sinistra latinoamericana trovò la forza, la coesione e le idee per prepararsi al ciclo progressista che ha investito l’America Latina dalla fine degli anni Novanta: Venezuela, Bolivia, Ecuador ma anche, e diversamente, Uruguay, Brasile, Argentina, devono moltissimo a Cuba e a Fidel Castro se riuscirono a venir fuori dall’incubo neoliberista che aveva massacrato socialmente l’America Latina per anni.

L’orologio biologico del comandante Fidel Castro ha proseguito inesorabile. I suoi nemici più volte ne hanno annunciato la morte venendo smentiti e sbeffeggiati dallo stesso Fidel. Ogni leader latinoamericano o africano ha sentito l’esigenza di andarlo a trovare quando si è ritirato dalla vita politica, incluso Nelson Mandela che gli ha tributato il riconoscimento del contributo decisivo dato alla sconfitta dell’apartheid in Sudafrica. Fidel ha continuato a partecipare al dibattito politico a Cuba e nel mondo attraverso le sue lettere periodiche, l’ultima delle quali sottolineava come non ci si potesse fidare di Barak Obama e degli Stati Uniti ma ne indicava anche la debolezza. Un dato anche questo confermato dai fatti.

Ci ha sempre infastidito un certo romanticismo filocubano e abbiamo combattuto apertamente contro ogni visione eurocentrista sulla realtà cubana. Abbiamo praticato a tutti i livelli la solidarietà con Cuba e abbiamo conosciuto da dentro la Rivoluzione Cubana e i suoi dirigenti, incluso Fidel Castro, ne abbiamo sempre apprezzato e valorizzato la enorme capacità di analisi, lungimiranza, concretezza e azione nella realtà.

La scomparsa di Fidel Castro apre un vuoto non colmabile nel movimento rivoluzionario. Ma lascia una eredità non disperdibile: la dimostrazione che i processi rivoluzionari possono vincere, resistere, crescere, estendersi.

La storia ha già assolto il compagno Fidel Castro, le sue ceneri verranno accolte con amore dalla terra abitata da una umanità che gli deve molto.

26 novembre 2016

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Ultimo aggiornamento Sabato 26 Novembre 2016 17:19

Madre Teresa, il dolore come business

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La suora albanese era contraria perfino anche all’uso di antidolorifici per i malati terminali

madre teresa timeIl 4 settembre scorso in Vaticano è stata santificata la suora albanese Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, più nota come Madre Teresa di Calcutta, morta nel 1997 all’età di 87 anni, una delle icone religiose più note a livello internazionale.

Secondo le regole della Chiesa cattolica, per la beatificazione occorre che il candidato sia stato autore di un miracolo documentato, e altrettanto avviene per la santificazione.

Nel caso di Madre Teresa si tratta in entrambi i casi di stupefacenti miracoli a distanza: era stata beatificata da Karol Wojtyla nel 2003 grazie alla guarigione di tale Monica Besra, una donna indiana che risolse improvvisamente una forma di tubercolosi dopo aver appoggiato sull’addome un’immagine della suora. In base a un’indagine condotta dal governo indiano, il presunto miracolo si è rivelato falso. La donna è stata guarita dalle medicine ricevute in un ospedale, e i medici della struttura dov’è stata curata hanno denunciato pressioni subite dalle suore per tacere.

Per la santificazione è stata invece omologata la guarigione di un brasiliano affetto da un’infezione cerebrale: la moglie avrebbe pregato con un santino di Madre Teresa nelle mani. Quest’anno il miracolato ha raccontato la sua esperienza al meeting di CL a Rimini.

Madre Teresa, trasferitasi in India appena diciottenne, fondò nel 1950 la congregazione delle “Missionarie della carità”, dirigendola con estremo autoritarismo, e due anni dopo aprì un piccolo ospedale da 40 posti letto, il Nirmal Hriday, destinato ai moribondi che venivano respinti dagli ospedali pubblici.

Per quanto possa essere sorprendente, vista l’incredibile quantità di donazioni ricevute, si tratta dell’unica struttura sanitaria costruita da Madre Teresa. Questo ospedale l’ha resa famosa in tutto il mondo, ma ha attirato durissime critiche, provenienti anche da fonti molto autorevoli, inerenti la sua gestione e il trattamento dei malati.

Piuttosto esplicito il settimanale tedesco Stern, che nel 1998 titolò “Madre Teresa, dove sono i tuoi milioni?” I soldi delle donazioni finivano di solito nella costruzione di nuovi conventi, che in genere non forniscono alcuna assistenza alla popolazione ma hanno solo un ruolo di proselitismo.

Le note riviste mediche “Lancet” e “British Medical Journal” hanno puntato l’indice sulle terapie praticate, giudicate assolutamente insufficienti ed inefficaci. Si parlava di scarsa professionalità, diagnosi molto superficiali, carenti condizioni igieniche, riutilizzo di aghi con pericolo di contagio, mancanza di acqua calda, pessima qualità del cibo: «Tra i malati incurabili finivano spesso anche poveracci che sarebbero potuti guarire con le cure appropriate, ma che finivano anche loro per morire a causa delle infezioni e dell’inedia».

Qualche giornalista addirittura ha paragonato i malati di Madre Teresa agli internati nei lager. E “Le Monde” scriveva: «La suorina albanese era interessata a promuovere i suoi disumani principi dottrinali su sventurati moribondi che finivano nel suo ospizio, destinati a non uscirne più e a morire nella sofferenza, giacché la missionaria non permetteva l’uso di antidolorifici”.

Madre Teresa si opponeva esplicitamente alle cure mediche: «Se accetti la sofferenza e la offri a Dio, ti darà gioia. La sofferenza è un grande dono di Dio. Il dolore avvicina a Gesù».

Lei probabilmente era già abbastanza vicina a Gesù, tanto è vero che quando ha avuto bisogno di cure non ha esitato a procurarsele in strutture private di alto livello situate all’estero, come la Mayo Clinic di Jacksonville (Florida).

Uno studio canadese del 2013 parlava di “metodo opinabile nella gestione dei malati, controversa gestione dell’enorme quantità di soldi ricevuti, strani agganci politici”.

Dal punto di vista politico, Madre Teresa si caratterizzava per un assoluto fondamentalismo, e considerava un tradimento le riforme del Concilio vaticano secondo. Ha sempre manifestato posizioni ultraconservatrici: contraria all’aborto, alla contraccezione e al divorzio. E naturalmente «L’Aids è semplicemente una giusta retribuzione per una condotta sessuale impropria».

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 119 (ottobre 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Rossi apre le porte della Regione all'estrema destra mascherata

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dinamo regioneOggi vogliamo parlare dei rapporti tra il “comunista democratico” – così pare piaccia definirsi Enrico Rossi – e associazioni che richiamano l’estrema destra.

Se è forse vero che Rossi possiamo collocarlo più a sinistra di Renzi (ma questo è un po’ troppo facile), nutriamo seri dubbi sul suo “comunismo” la cui autodefinizione è interessante ma soprattutto utile sbandierare in funzione antirenziana, quanto difficile da applicare quando si governa. Ma oggi vogliamo concentrarci sui suoi rapporti con le organizzazioni di estrema destra quindi è inutile soffermarci su tutte le politiche di stampo liberista o le privatizzazioni avallate durante il suo mandato.

Detto questo, se Enrico Rossi vuole avvicinarsi, sponsorizzare o presenziare a iniziative di associazioni vicine all’estrema destra, è liberissimo di farlo. Un po’ più di malumore viene se queste iniziative sono a nome della Regione Toscana che in realtà dovrebbe rappresentare tutti. Già, perché se circa sei mesi fa ci fu una grossa polemica per le foto fra uno degli esponenti più in vista di CasaPound e diversi assessori/consiglieri fiorentini del PD ed il tutto fu sbrigativamente spiegato con scuse e imbarazzi parlando di casualità e che non sapevano chi fosse Saverio Di Giulio (uno dei leader della formazione di estrema destra, e non l’ultimo iscritto…), oggi dobbiamo tornare a parlare di commistione tra Regione Toscana e quegli ambienti.

Il Progetto Firenze Dinamo ha molti legami con l’estrema destra (anche se cerca di mascherarlo smentendo chi lo dice e nascondendosi dietro la verginità di una nuova associazione che poi commemori Ramelli o la protezione del patrimonio artistico italiano nella Repubblica Sociale sono solo dettagli…), come scritto in questo articolo e altri, ma si vede anche dal banner sulla destra del loro sito, che chiede di sostenere l’associazione definita in questo e altri articoli, legata all’estrema destra “I lupi danno la zampa”.

Ebbene si dunque, venerdì 21 ottobre alle ore 17 questa associazione dal nome Progetto Firenze Dinamo, organizza nel Salone delle Feste di Palazzo Bastogi, alla presenza del presidente nazionale di Identità Europea con tanto di bollino ufficiale della REGIONE TOSCANA – CONSIGLIO REGIONALE un'iniziativa sulla rivoluzione ungherese dal sottotitolo “Quando il popolo si ribellò al comunismo” che non sappiamo se sia un esplicito invito a ribellarsi al “comunista democratico” Enrico Rossi, o soltanto una presa per il culo. Se volete ci sarà anche “sua eminenza” l’ambasciatore ungherese del simpaticissimo governo Orban. Un'iniziativa ed una commemorazione che è sempre stata patrimonio dell'estrema destra con tanto di canzoni tanto care ai fascisti sui ragazzi e Buda e di Pest.

dinamo screenComunque certo, una foto per errore una volta tanto ci sta, ma due nel giro di sei mesi... Il bello è che questi stessi politici del PD che siedono in consiglio regionale, dei quali alcuni anche livornesi, si mettono sul pulpito a sindacare che chi vota NO al referendum costituzionale vota come CasaPound, come se fosse un argomento interessante o utile, quando loro sono i primi a sostenere iniziative di un certo tipo o a dire che chi al ballottaggio ha votato per il Movimento 5 stelle ha votato come l’Amadio.

Insomma il dubbio rimane se quel bollino sia stato messo ad arte dagli organizzatori contando sul fatto che in effetti un consigliere che va alla loro iniziativa esiste e ovviamente non poteva che essere un esponente della Lega Nord (Jacopo Alberti), ma questa non è una novità, il legame tra CasaPound e Lega Nord è ormai abbastanza ufficiale anche se in momenti scomodi si tende a nasconderlo. Non a caso proprio la Lega Nord li ha sdoganati in Regione Toscana con una serie di iniziative congiunte. Il problema come detto è l’avallo della Regione Toscana e del Consiglio Regionale. Comunque per confondere un po’ le acque i nostri cari organizzatori hanno pensato di far girare due manifesti diversi, uno con il simbolo della Regione Toscana, ma la scritta in basso Gruppo Lega Nord e un altro invece proprio con soltanto la scritta Regione Toscana.

Ora non resta che attendere gli eventi, gli scenari come al solito sono diversi e cioè che non c’è niente di male in quell’iniziativa e che anzi ne avevano già sponsorizzate altre (sdoganamento), che in Regione non ne sapevano niente (scaricabarile), oppure una bella condanna e sdegno sui giornali, e per il resto pazienza, tanto potranno dire me ne frego…

Link al manifesto con sponsor della Regione Toscana (13 ottobre alle ore 14.19).

https://www.facebook.com/events/1690176397966011/permalink/1698579470459037/?ref=1&action_history=null

link a manifesto con solo Lega Nord Regione Toscana (30 settembre alle ore 12.28).

https://www.facebook.com/events/1690176397966011/permalink/1690178751299109/?ref=1&action_history=null

redazione, 19 ottobre 2016

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Ottobre 2016 11:59

Žižek e l'antifascismo necessario

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Il pamphlet di Slavoj Žižek, La nuova lotta di classe. Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini, ha sicuramente un merito. Alla domanda cruciale – “di che cosa abbiamo bisogno, dunque, in una situazione così disperata? Che dovrebbe fare l'Europa?” ­– dà una risposta che, se è confusa nel versante propositivo, è assolutamente precisa nella sua pars destruens. Ciò di cui l'Europa non ha più bisogno è la sinistra. La sinistra è bête, la sinistra è stupida perché con la sua retorica umanitaria è divenuta un'inconsapevole alleata dell'ondata xenofoba e fascista che sta sommergendo l'Europa. Žižek non lo cita, ma sembra qui avere in mente un passo del seminario di Jacques Lacan sull'Etica della psicoanalisi in cui lo psicoanalista francese distingueva destra e sinistra assegnando alla prima la palma della canaillerie e alla seconda, appunto, quella della stupidità. L'anno era il 1960 e l'Europa stava vivendo un momento altrettanto difficile, stretta com'era nella morsa della guerra fredda e ossessionata dall'incubo nucleare. Il “cynisme de droite”, spiegava Lacan ai propri ascoltatori, non è altro che una maschera della knavery mentre l' “angélisme de gauche” è solo foolish

Un'affermazione così radicale può essere ripresa oggi solo da chi abbia le carte in regola per farla, un po' come avviene con le critiche ad Israele, ormai ammissibili sui media solo se formulate da ebrei... E Žižek, essendo un intellettuale, a suo modo, “comunista”, se la può permettere. Un altro filosofo “comunista” Alain Badiou, ragionando sulla vicenda della Comune di Parigi, lo aveva anticipato (il saggio è del 2003): a differenza dei loro massacratori che si professavano buoni repubblicani, i comunardi, scrive Badiou, non erano di “sinistra”. La dichiarazione del Comitato centrale della guardia nazionale del 19 marzo del 1871 può anzi, secondo Badiou, essere così sintetizzata: “è una dichiarazione di rottura con la sinistra". "Evidentemente", continua, "è proprio questo che si è fatto pagare con il sangue ai comunardi”. Il comunismo, del resto, come metodo scientifico, si era generato proprio da una critica radicale del socialismo umanitario e utopistico. Anche il comunismo marxiano, insomma, non è “di sinistra”. Il comunismo per Marx non è nient'altro che la filosofia classica tedesca realizzata. Karl Marx non faceva sconti ai suoi colleghi della sinistra hegeliana: ai suoi occhi speculativi rappresentavano la più compiuta espressione dell'ideologia borghese che andava smantellata. 

Un'analoga dichiarazione di rottura con la sinistra è necessaria oggi per una triplice serie di ragioni: per dare una risposta positiva all'emergenza profughi, per combattere il terrorismo islamista e per tacitare il populismo xenofobo. Le tre questioni vanno insieme ed hanno una soluzione comune. La sinistra paternalista, relativista, tollerante fino al giustificazionismo è, secondo Žižek, parte del problema e non la sua soluzione. Di fronte a una simile tesi, si possono quasi sentire gli ululati di approvazione provenienti dal fronte avverso, quello della canaille: Žižek avrebbe finalmente capito che con il “buonismo” non si va da nessuna parte. Ed effettivamente non sono pochi i passi del libro che potrebbero legittimare una lettura cinica del pamphlet, ma le cose non stanno affatto così perché l'urgenza di Žižek è un'urgenza di tutt'altra natura, anche se la sua portata non è ben chiara nemmeno al filosofo sloveno. La definirei piuttosto un'urgenza antifascista. La dichiarazione di rottura con la sinistra è, insomma, necessaria perché il fascismo minaccia l'Europa dentro i suoi fluidi confini come fuori da essi. 

Žižek è ancora timido a questo proposito. Fa le pulci alla sinistra “empatica” delle anime belle, per lo più borghesi dei ceti medio-alti che vivono situazioni di privilegio moraleggiando sul mondo (per intenderci, in Italia sarebbe la sinistra PD) e risparmia i compagni di strada della sinistra radicale di cui ammira, dice, il coraggio che nascerebbe dalla disperazione (i vari Podemos, Syriza, la sinistra dei “beni comuni” ecc.). E quando deve indicare l'avversario da combattere chiama in causa il “capitalismo globale” di cui il fascismo sarebbe un'appendice. Fosse stato però fedele fino in fondo alle proprie premesse filosofiche, avrebbe dovuto lasciare perdere anche questa residua distinzione perché a caratterizzare in toto la sinistra in Europa è l'idealismo, non quello lucido e spietato di un Hegel, filosofo assai poco di sinistra (come Marx del resto...), ma un idealismo morale, verboso, massimalista e in ultima analisi impotente. 

In una poesia Brecht racconta dello sdegno che le esitazioni dello scalatore sulla montagna suscitano negli spettatori a fondo valle. Per loro, che si limitano ad osservare e a giudicare, la linea retta resta ovviamente la via più breve tra due punti, ogni arretramento è un tradimento e non un indiretto avvicinamento alla meta richiesto dalla situazione...

Mi verrebbe da dire che la sinistra, dopo la fine del comunismo, è andata a occupare stabilmente quella posizione privilegiata. Ridotta a grande movimento di opinione, per lei valgono i principi mentre ogni azione è già di per sé, in quanto azione, una corruzione... La sinistra osserva, giudica, critica e, soprattutto, si oppone indignandosi. “Nessuno deve essere escluso”, si dice, ad esempio, e ci si compiace della propria grandezza d'animo. Si consideri, però, la conclusione che si deve infallibilmente trarre da quella premessa universale: ogni inclusione, comunque essa avvenga, essendo per sua stessa natura parziale (una inclusione di tutto non sarebbe, infatti, inclusione di niente), risulta ancora più che mai soltanto una esclusione mascherata, peggiore, se possibile, a causa della sua “ipocrisia”, del filo spinato messo a difesa di un confine. Eppure proprio di inclusione parziale c'è bisogno. C'è bisogno, cioè, di “governo” se, brechtianamente, si assume il punto di vista del profugo – e non quello universale della morale – come principio regolativo dell'azione politica europea. Niente è però più inviso alla sinistra della “impossibile” arte di governare (così la definiva Freud, associandola all' educazione e cura).

Se Angela Merkel tenta la più grande operazione di inclusione e integrazione del dopoguerra europeo, facendo entrare in Germania centinaia di migliaia di profughi siriani e assicurando loro livelli minimi di sussistenza (e di salario), si dirà che lo fa per dare forza-lavoro all'industria tedesca e pensioni pagate per i propri anziani. Se le burocrazie europee (per definizione “cattive” e al soldo del capitale, ma sarà vero?) fanno appello all'acquis di Schengen che garantisce la libera circolazione, vi si scorge solo la riduzione dell'essere umano a merce... Quando si tratta di denunciare le cause ultime di un fenomeno che la destra chiama invasione e che la sinistra considera un banco di prova per l'umanità dell'Europa, le diagnosi tendono a sovrapporsi fino a diventare indiscernibili. C'è un pensiero unico del capitale mondiale, ma c'è un pensiero altrettanto unico della critica del pensiero unico (e Žižek quando si avventura nella disamina delle cause non si discosta, ahimé, dal coro).

In Italia, poi, l'ostilità ad ogni azione che provi a governare il cambiamento raggiunge livelli parossistici. Ciò si deve probabilmente alla storia di un paese che è entrato nella modernità dalla porta della Controriforma cattolica e non ne è mai più uscito. Si formano così fronti compatti che mettono assieme le più svariate ed eterogenee forze tutte accomunate dalla purezza di un imperativo categorico che non tollera mediazioni. Essenziale è infatti che non si faccia, perché l'impotenza, segno indiscutibile di purezza, regni sovrana. Naturalmente nel grembo di questa rivendicata purezza morale covano tutti i peggiori inciuci – le acque eternamente stagnanti sono le più putride – ma la critica morale della politica (la celebrata “indignazione”), nella quale sembra ormai esaurirsi il senso della sinistra, permette ad una società civile intimamente corrotta di scaricare su di un “altro” immaginario (i famigerati “politici”) la responsabilità del proprio stato di abiezione.

Žižek è prudente anche nell'identificare il nemico con cui l'Europa deve confrontarsi. Meglio infatti dargli il volto abbastanza generico del “capitalismo globale”, le cui malefatte sono accertate e universalmente stigmatizzate (basta puntare il dito sulle “banche”), piuttosto che chiamarlo con un nome proprio, cosa che obbligherebbe ad un'azione mirata, mentre di fronte al “capitalismo globale” non resta altro che la rassegnazione impotente o quel volontarismo rivoluzionario votato al fallimento che ancora seduce il romantico Žižek. Se il nemico infatti diventasse riconoscibile bisognerebbe scendere in campo e lottare, stabilendo alleanze con tutti i suoi nemici, per quanto poco gradevoli d'aspetto essi siano (anche il “capitalismo globale” potrebbe stare allora dalla parte giusta, perché non è detto che anch'esso non abbia tremato di fronte a qualcosa che, da lui generato, sfugge al suo controllo). 

Per il nemico azzardo il nome, invero un po' retrò, di “fascismo”. Il fascismo è una categoria politica che sembra irrimediabilmente legata a un periodo storico determinato. Appiccicarla all'Isis pare un anacronismo, ritrovarlo agente nei populismi xenofobi sembra poi una scorciatoia per ridurre al noto l'ignoto. Fare poi dell'antifascismo, come auspico, la famosa “radice spirituale” della stessa Europa, a dispetto di religioni secolari e di illustri movimenti filosofici di razionalizzazione e laicizzazione (l'illuminismo ecc.), suona quasi come una bestemmia. Eppure una dichiarazione di rottura con la sinistra ha senso se e solo se assume come stella polare e principio regolativo di ogni azione l'antifascismo. Altrimenti è una riproposizione di quel “né di destra né di sinistra” che, come tutti sanno, vuol dire solo “di destra”, e, spesso della peggior specie. 

È il fascismo che tiene insieme islamisti e razzisti nostrani, omofobi e sessuofobi di varia e opposta natura. Il discorso che Hilary Benn ha tenuto alla House of Commons il 2 Dicembre 2015 in occasione del voto per l'intervento in Siria è da questo punto di vista esemplare. Per essere un buon europeo e un vero antifascista Benn si è reso conto che doveva prendere congedo dalla sinistra idealista del suo amico Corbyn. Proprio come il filosofo Žižek, Benn si è chiesto di che cosa abbiamo bisogno e che cosa dobbiamo fare e ha risposto che per essere all'altezza di una situazione disperata bisognava tracciare una linea che andasse dalle Brigate Internazionali che negli anni Trenta combatterono Franco alla resistenza europea al nazi-fascismo e di lì, senza soluzione di continuità, arrivasse all'oggi della guerra all'Isis e della resistenza al neofascismo populista: “ci troviamo ad affrontare dei fascisti (…) Quello che sappiamo dei fascisti è che devono essere sconfitti”. L'antifascismo sarà forse retrò ma ci fornisce quello che più di manca. Ci offre un criterio per distinguere, per valutare e per agire in modo efficace in situazioni determinate, un criterio, per giunta, che permette di serrare le fila raccogliendo dalla stessa parte della barricata anche quanti praticamente hanno interessi materiali differenti.  

Il relativismo culturale, che è la sola posizione filosofica della sinistra europea, non è invece altro che un'attiva paralisi sublimata in morale. Ci permette di opporci, è vero, ma impedisce di agire. La sua magia negativa consiste nel dissolvere uno dopo l'altro, come neve al sole, tutti i criteri che renderebbero possibile l'azione, prima fra tutte l'azione più difficile e più necessaria alla comunità politica, quella del “governare”. L'antifascismo, al contrario, accende una luce e ci mostra una direzione. L'antifascismo è, infatti, un metodo per orientarsiÈ una specie di forma a priori dell'azione politica dalla quale discendono i contenuti dell'azione stessaNon presuppone una morale ma la realizza nella prassi (e a livello di prassi tutta una serie di problemi apparentemente insolubili, ad esempio i problemi relativi al conflitto tra sistemi valoriali, si dissolvono come pseudo-problemi). 

Non a caso l'antifascismo è stato il vero fondamento dell'edificio europeo come della costituzione dell'Italia repubblicana, quando si trattava di mettere d'accordo forze politiche ideologicamente inconciliabili. In quanto metodo, l'antifascismo non ha perciò bisogno della stampella dell'utopia, che è invece l'ultima parola evocata da Žižek nel suo pamphlet, a riprova del carattere sfrenatamente romantico del suo pensiero politico. Non ne ha bisogno perché è pragmatico, democratico e riformista, perché crede nella virtù dell'azione, soprattutto in quella difficilissima del governare, proprio come avrebbe dovuto fare, secondo Nietzsche, una “grande politica” capace di restituire ad una Europa malata di nichilismo una “grande salute”.

31 maggio 2016

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Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Ottobre 2016 16:13

Il bacio della morte: 40 anni fa nasceva il governo Andreotti con l'appoggio del Pci

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29 luglio 1976. Nasce il governo Andreotti con l'appoggio decisivo del Pci. Un evento che ci spiega molto della politica per come è arrivata fino a noi

andreotti IIIL'Italia degli anni '70 è ben documentata davanti a noi, oltretutto con miriadi di testimonianze. Non è certo poi, per capire quel periodo, problema di testimonianze dirette. Ma oggi la trasmissione generazionale della memoria ha difficoltà. Siamo, in fin dei conti, in una società che trova vecchissimo ed inutile ciò che ha appena quattro anni di vita. Eppure quanto accaduto nel 1976 e oggi dimenticato (per semplificare usiamo quell'anno come data simbolo), ci spiega molto della politica per come è arrivata fino a noi.

Ma andiamo, appunto, alla data: 29 luglio 1976. Tra i flash, in bianco e nero, dell'epoca e i servizi delle tv, sempre in bianco e nero (il colore arriverà stabilmente dal primo gennaio 1977), nasce il terzo governo Andreotti. Uno dei tanti presieduti dall'anima nera della politica italiana. C'è però una novità: quel governo Andreotti quel giorno nasce con i voti del Pci. Decisivi? Certamente. Basta vedere i risultati dello scrutinio alla Camera per il voto di fiducia: il governo Andreotti ottenne 258 voti a favore, 44 contro e 303 astensioni. Siccome il Pci dichiarò pubblicamente l'astensione, formula politica per garantire un governo di solidarietà nazionale, era evidente dal risultato della Camera che l'area del non voto era decisiva per garantire la sopravvivenza del governo Andreotti. I rapporti tra Pci ed Andreotti, tra l'altro, sono stati a lungo tutt'altro che burrascosi. Ben 27 volte, stando alle cronache, le camere non hanno dato l'autorizzazione a processare il noto leader democristiano con i voti decisivi del Pci in aula o in commissione. Questi sono i fatti, poi si può entrare nel piano dell'analisi con considerazioni magari molto diverse tra loro.

Certo, a scorrere la lista dei ministri di quel governo, che doveva giornalmente confrontarsi con il capo della diplomazia del Pci presso l'esecutivo (Giorgio Napolitano) si vede subito il dna di quell'esecutivo. C'è Franco Evangelisti, storico colonello di Andreotti, che ammise a suo tempo le tangenti ricevute dal palazzinaro Caltagirone (la cui famiglia ha poi fatto il bello e il cattivo tempo nella seconda repubblica sia nel centrodestra che nel centrosinistra passando dal Monte dei Paschi), personaggi che non hanno bisogno di presentazione come De Mita, Forlani, Cossiga e Scotti. Ministro della difesa, Vito Lattanzio, responsabile, un anno dopo, della scarsa vigilanza che permise la fuga di Kappler da Roma. Era una Dc che veniva da un periodo di scandali impressionante, su tangenti di ogni tipo dal petrolio alle forniture militari, rimessa in piedi e salvata dal Pci che era stato votato per esserne il maggiore antagonista. La linea di governo? Austerità, contenimento salariale, rigore e sacrifici. Fino ad arrivare alla parodia dell'abolizione di alcune feste, tra cui l‘Epifania (poi reintrodotta negli anni successivi), per incentivare la produttività. O a misure da simbolismo dell'austerità che fanno solo sorridere: Italia-Inghilterra dell'autunno 1976, allora sentitissima partita di qualificazione ai mondiali, fu giocata alle 14:30 di mercoledì senza diretta tv. Si voleva che il paese producesse, senza inutili distrazioni. Finì che il Parlamento andò allo stadio per vedere la partita mentre la gente, come negli anni '50, seguì la partita alla radio (per la cronaca vinse l'Italia 2-0).

Ma cosa aveva spinto il Pci a salvare la peggior Democrazia Cristiana di sempre, quella che finirà di saccheggiare il paese con Tangentopoli? Gladio, la minaccia di golpe o simili? No, nel 1976 sarebbero stati tutti tentativi falliti vista la forza militante delle sinistre dell'epoca. Gli Usa venivano poi dal Vietnam, guerra persa appena l'anno prima, quindi non avevano la forza politica per star dentro ad una eventuale crisi militare di prima grandezza in Italia. Viene da dire che la risposta la dovrebbero dare tutti quelli che tramandano, a sinistra, una mitologia delle mani pulite, di questo o quel big della politica di allora. Qui più che una risposta si può dare una indicazione storiografica. Già all'epoca dell'invasione di Praga, benedetta obtorto collo dal Pci, la rivista del Manifesto accusava il Pci di preparare un percorso di solidarietà nazionale come poi concretizzatosi nel 1976. Era il sessantotto, eppure il Pci era già da un'altra parte rispetto alla sinistra nata con la contestazione generale. Questo per andare verso il bacio della morte delle larghe intese con la Dc. Che preparò la fine del Pci ma anche la concertazione sindacale successiva e la politica per come l'abbiamo conosciuta all'epoca di Berlusconi. Con il governo di solidarietà nazionale, infatti, la sinistra da antisistemica era diventata sistemica. E così è rimasta. Fino alla consumazione di se stessa e del paese.

Terry McDermott - tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Settembre 2016 13:14

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