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PER NON DIMENTICARE

35 anni fa Ustica, il paradigma italiano

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Ustica fedeSTRAGE DI USTICA - Una storia di militari, alti ufficiali, uomini politici e agenti dei servizi segreti di tutto il mondo, di universi sconosciuti di cui non si conoscono regole e segreti, popolati di occhi minacciosi e invisibili che ti guardano e poi ti uccidono. La storia di 81 morti. La storia della strage di Ustica.

La sera di venerdì 27 giugno 1980 un aereo di linea DC-9della compagnia aerea italiana Itavia, decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a quello di Palermo,si squarcia improvvisamente in volo e precipita nel punto più profondo del Mar Tirreno, a 3.700 metri, tra le isoledi Ponza e Ustica. Nell’evento muoiono tutti gli 81 occupanti dell’aereo.

Un viaggio, quello del DC-9 Itavia, anomalo sin dal tratto Firenze-Lago di Bolsena: un transponder che invia segnali confusi all’aeroporto di Ciampino, un controllore di volo dello stesso aeroporto che “vede” una rotta diversa da quella che il DC-9 dovrebbe tenere e che sta realmente tenendo, un pilota che comunica a Roma di avere incontrato solo radiofari spenti fino all’Isola di Ponza compresa.

I depistaggi

Parallelamente al recupero di alcuni corpi e rottami dell’aereo, cominciato la mattina successiva alla caduta, iniziano i silenzi e i depistaggi. I radar delle basi della Difesa aerea italiana di Licola (Napoli) e Marsala vedono ma non “parlano”: l’air plot della prima sparisce e il radar della seconda viene spenta subito dopo l’incidente “perché è in corso un’esercitazione militare”. Ma non tornano i tempi tecnici, tanto che i magistrati il 14 luglio chiedono i nastri. Gli vengono consegnati il 3 ottobre, “puliti”, come se nessun incidente ci fosse mai stato.

Le ipotesi

Quattro le ipotesi fatte sin da subito: 1) un missile aria-aria sparato da un aereo militare; 2) una collisione sempre con un aereo militare; 3) un cedimento strutturale; 4) una bomba a bordo. Qualcuno inizia a parlare. Dice che è stato un missile, francese o americano. Qualcun altro parla invece di collisione con un aereo militare. Intanto escono i tracciati radar dell’aeroporto di Ciampino. I magistrati li portano a Washington da esperti indipendenti in grado di decifrarli. La risposta è chiara: un aereo ha seguito in parallelo la linea del DC-9 per poi attraversarne la rotta in velocità una volta che stava precipitando. La classica procedura di attacco di un caccia militare. Un responso avversato però dall’Aeronautica militare italiana, che liquida il tracciato come il risultato di un radar difettoso. La stessa Aeronautica e il Ministero della Difesa aggiungono che quella sera non c’era stata nessuna esercitazione militare (smentendo di fatto la giustificazione data dalla base di Marsala nei giorni immediatamente successivi al disastro).

Il Mig libico caduto sulla Sila (1)

Il 18 luglio due contadini calabresi sostengono di aver avvertito un gran boato seguito da una lunga striscia di fuoco. Sui monti della Sila viene ritrovata dalla Forestale la carcassa di un Mig libico. Accanto, sdraiato bocconi, un pilota in divisa col corpo spappolato. La zona viene messa sotto sequestro. Ma cosa ci fa un Mig libico sulla Sila? Niente, dicono le autorità libiche: il pilota ha avuto un malore ed ha perso il controllo del velivolo. Andava in Jugoslavia per essere revisionato – sostengono altri – con la complicità della nostra aeronautica militare che al paese africano, nostro amico, offre spazi aerei e basi militari. Il medico legale che effettua l’autopsia, sotto pressione delle autorità presenti, scrive che il corpo del pilota, seppur in evidente avanzato stato di decomposizione, risale al 18 luglio. Salvo poi, in un secondo momento, cambiare il referto e dire che il corpo del pilota libico era “in avanzatissimo stato di decomposizione” compatibile con un decesso risalente ad almeno 15-20 giorni prima. Il 31 luglio la Procura di Crotone archivia l’inchiesta e il cadavere del pilota e i resti dell’aereo rispediti frettolosamente in Libia.

Cala il silenzio

L’Aeronautica e i Servizi segreti militari (Sismi) cercano di dare forza all’ipotesi del cedimento strutturale. La compagnia Itavia, già pesantemente indebitata, non avrebbe fatto la debita manutenzione al velivolo. Falso: il DC-9 era stato recentemente ed adeguatamente revisionato e inoltre i cedimenti strutturali non provocano lo schianto immediato del mezzo. Poi, con la complicità dell’allora ministro per le Relazioni con il Parlamento, Carlo Giovanardi, Aeronautica e Sismi promuovono la versione della bomba. Anni dopo l’ambasciata statunitense dichiara che il ministro avrebbe espresso la sua volontà di “mettere a tacere” le altre ipotesi.

Molte voci, molti sospetti ma poche certezze. Per saperne di più si dovrebbe ripescare i resti dell’aereo ma i costi delle operazioni di recupero sono stati valutati 10 miliardi di lire. L’inchiesta si stoppa e segue un lungo silenzio interrotto solo dagli sporadici articoli di alcuni giornalisti che non intendono mollare la presa. Andrea Purgatori, del Corriere della Sera, conia l’espressione “muro di gomma”, divenuto ormai patrimonio condiviso della nostra lingua. “Per 6 anni – dice Purgatori in un’intervista tv – noi pubblicavamo importanti novità e nessuna autorità ci rispondeva o dava seguito alle nostre scoperte. Un muro di gomma”.

Nel 1982 l’apposita Commissione dichiara certa l’esplosione in volo. Restano in piedi, quindi, due sole ipotesi: il missile o la bomba.

Il recupero del DC-9

Nel 1986 vengono trovati i fondi per avviare il recupero dei resti del DC-9. Dopo un anno e mezzo l’impresa incaricata delle operazioni dichiara di aver recuperato tutti i pezzi, compresa la scatola nera. Ma la ditta, la francese Ifremer, si scoprirà essere collegata ai servizi segreti francesi. E sulla conduzione dell’operazione di recupero, che ha portato in superficie la maggior parte della cellula dell'aeromobile, scaturiscono molti dubbi, a cominciare dai filmati consegnati in copia e sul fatto che l’ispezione al relitto documentata dalla ditta francese fosse davvero stata la prima visto che sul fondale si vedono segni di “aratura”. Una ditta francese come il missile che si diceva aver abbattuto il DC-9.

Nel 1990 una nuova operazione di recupero, stavolta condotta da un’impresa indipendente inglese, porta a galla altri reperti tra cui il serbatoio supplementare di un caccia.

Qualcuno parla

Nel 1988, alla trasmissione Telefono Giallo di Rai 3 condotta da Corrado Augias, un militare interviene telefonicamente in forma anonima rivelando che quel giorno si trovava alla base di Marsala. “I radar – dice – hanno visto e registrato tutto ma il maresciallo responsabile ci disse di farci gli affari nostri”. Gli fa seguito giorni dopo un altro maresciallo sempre di stanza ai radar della base di Marsala con compiti operativi, che smentisce i propri superiori e aggiunge di aver notato distintamente, nei 9 minuti precedenti al disastro, due tracce all’altezza di Ponza che scendevano assieme, una delle quali si è poi affievolita fino a scomparire.

Intanto emerge che ad aver visto il tragitto del DC-9 non sono solo i radar di Marsala, Licola e Ciampino: ce ne sono altri 5. Tutti i registri presentano anomalie tipo pagine strappate proprio al giorno 27 giugno. Oppure sono stati distrutti.

Due caccia italiani lanciano l’allarme

È a questo punto che qualcuno si ricorda di un episodio già emerso poco dopo la caduta del DC-9 ma minimizzato dalla stessa Aeronautica e quindi accantonato: due F-104 italiani di ritorno da una missione di addestramento si trovarono in prossimità del DC-9 Itavia mentre effettuavano l’avvicinamento alla base aerea di Grosseto. Alle ore 20:24, all’altezza di Firenze-Peretola, uno dei due caccia emise per ben tre volte un segnale di allarme generale alla Difesa Aerea mentre era in prossimità dell'aereo civile. Su quell’F-104 c’erano i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. La loro testimonianza sarebbe utile anche in relazione agli interrogatori di un loro allievo che era in volo quella sera sull’altro F-104. Una persona che durante l’istruttoria – riferiscono i magistrati - è apparsa sempre terrorizzata.

Ingorgo nel cielo

Si viene a sapere che almeno altri 4 caccia italiani in quei minuti decollano da Grosseto spegnendo subito i transponder di bordo. Un generale dei Carabinieri all’epoca braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,Nicolò Bozzo, racconta ai magistrati: ”Ero in vacanza in Corsica a Solenzara e avevamo scelto un albergo vicino all’aeroporto militare. Affacciandomi dal balcone potevo vedere sulle piste i Mirage francesi e i Phantom della Nato. Sapevamo che ogni pomeriggio dopo le 17 terminavano le operazioni di decollo e atterraggio di quegli aerei. La sera del 27 giugno, però, non siamo riusciti a chiudere occhio fin dopo la mezzanotte tanto era il frastuono dovuto al via vai dei cacciabombardieri”. 

Le registrazioni audio

Ma sul Mar Tirreno quella sera ci sono anche almeno due aerei militari statunitensi: il primo decollato dalla base di Sigonella, il secondo è un velivolo-radar che se ne sta sull’appennino tosco-marchigiano. Ed emergono alcune importantissime registrazioni audio. La prima è tra due militari delle basi di Martina Franca e Ciampino che discutono di quanti aerei militari Usa affollassero quella sera il cielo italiano. La seconda riporta un dialogo avvenuto alle 20:58 della sera dello schianto tra due operatori radar a Marsala, seduti di fronte allo schermo: “... Sta' a vedere che quello mette la freccia e sorpassa!”. “…Quello ha fatto un salto da canguro!”. La terza una conversazione di due operatori radar della base di Grosseto che lasciano inavvertitamente il contatto radio con Ciampino aperto: “... Qui, poi... il governo, quando sono americani...”. “Tu, poi... che cascasse...”. “È esploso in volo!”. Alle 22:05, a Ciampino, gli operatori, parlando del radar di Siracusa, dicono: “...Stavano razzolando degli aerei americani... Io stavo pure ipotizzando una collisione in volo”. E anche: “Sì, o... di un'esplosione in volo!”

Le perizie

Il giudice Priore, che conduce le indagini, ottiene i primi responsi dell’apposita commissione d’indagine che nel frattempo ha analizzato i resti del DC-9. Una commissione spaccata a metà: dei 5 periti che la compongono tre concludono che l’aereo è stato colpito da un missile, due che è esploso per una bomba. Priore dispone una nuova indagine e la affida ad un’altra commissione. E il responso è univoco: l’aereo Itavia sarebbe stato sfiorato da un aereo che ne avrebbe provocato la caduta. Ma l’Aeronautica Militare insiste per l’ipotesi della bomba.

Una lunga scia di morti “collaterali”

Una lunga serie di persone che potrebbero sapere, e quindi parlare, muoiono in circostanze sospette. A cominciare proprio da Naldini e Nutarelli. È il 28 agosto 1988 quando i due colonnelli, a bordo delle loro Frecce Tricolori, si schiantano tra loro in volo nella base Nato di Ramstein, in Germania Ovest, piombando sulla folla e causando 67 morti e 346 feriti. La morte avviene in dinamiche che sembra difficile possano essere state provocate, ma nella storia della Strage di Ustica tutto sembra diventare verosimile. Ad esempio, da una visione accurata del filmato l’ipotesi della collisione in volo non sembra così certa. Lo scoppio e la fiammata si verificano successivamente all’incrocio tra le due pattuglie e sarebbe quindi da escludere l’ipotesi della collisione. Un filmato amatoriale riprende anche la presenza sospetta, su una terrazza, di due persone non identificate che, rimanendo appartate, maneggiano un telecomando. Nutarelli e Naldini avrebbero dovuto comparire davanti al giudice Priore solo pochi giorno dopo.

Il Maresciallo Mario Alberto Dettori, invece, viene trovato impiccato ad un albero in campagna il 31 marzo 1987 in un modo che la stessa Polizia Scientifica definisce “innaturale”. Mesi prima, preoccupato, aveva rovistato tutta la casa alla ricerca di presunte microspie. La sera del disastro è in servizio presso il radar di Poggio Ballone e nei giorni successivi confida a moglie e cognata che era successo “un casino di dimensioni colossali”, che sarebbero andati “tutti in galera” e che “siamo stati a un passo dalla guerra”. Una morte pressoché identica a quella di un altro maresciallo, Franco Parisi. anch’esso controllore di sala operativa in un centro radar. Il 21 dicembre 1995 viene trovato impiccato nel giardino di casa sua, fuori Lecce, ad un’altezza inferiore alla sua. Nel 1980 Parisi è controllore di difesa aerea presso la base di Otranto. Il 27 giugno non è in servizio, ma lo è il 18 luglio, giorno del presunto ritrovamento del Mig libico. Interrogato nel 1995, il suo racconto è pieno di contraddizioni. La sua morte avviene pochi giorni prima di un nuovo interrogatorio.

Ma a destare più di un sospetto ci sono molti altri decessi, almeno una quindicina. Si tratta di strani incidenti stradali ed aerei, improbabili suicidi, perfino un attentato, quello del Generale Ispettore dell’Aeronautica Militare Licio Giorgieri, ucciso (dirà la verità processuale) dalle Brigate Rosse. Solo tre mesi prima aveva segnalato di essere stato il bersaglio di un fallito attentato nei suoi confronti. Aveva chiesto protezione allo Stato ma non gli era stata concessa. “Un attentato anomalo”, lo definirono gli esperti di terrorismo.

Loro e tutti gli altri morti sospetti avevano avuto a che fare, in qualche modo, con la caduta del DC-9, vuoi per un coinvolgimento diretto, vuoi per essere venuti a conoscenza di verità troppo scomode.

La verità

Grazie alla tenacia del giudice Priore, dell’associazione dei familiari delle vittime e di un manipolo di giornalisti coraggiosi è adesso possibile avere un quadro generale di cosa verosimilmente è successo la sera del 27 giugno 1980. Un primo aereo militare avrebbe seguito il DC-9 da vicino e di nascosto. Un secondo aereo avrebbe affiancato parallelamente l’aereo di linea fino ad effettuare un’improvvisa virata. Una tipica manovra di attacco. L’aereo che seguiva il DC-9 avrebbe accelerato saltando di fatto il velivolo dell’Itavia, compiendo quindi quello che dalla base di Marsala definirono “il salto del canguro”. E quindi sono tre le ipotesi sul disastro: 1) il missile sparato dall’aereo in offensiva, diretto a quello in difensiva dietro il DC-9, colpisce quest’ultimo. 2) Il missile sparato dall’aereo in offensiva colpisce sia quello in difensiva che il DC-9 a causa dell’assoluta prossimità dei due velivoli. 3) Uno dei due aerei in combattimento compie una virata vicino al DC-9 staccandogli un’ala.

Il Mig libico caduto sulla Sila (2)

La circostanza secondo cui il Mig libico rinvenuto nel territorio di Castelsilano non sia precipitato il 18 luglio 1980 ma la notte stessa della strage viene evocata dalla testimonianza resa da un avvocato catanzarese che dice di aver visto un aereo militare in caduta libera sorvolare la città di Catanzaro a bassa quota la sera della caduta del DC-9. Interrogato dal giudice, l’avvocato afferma che l’aereo da guerra in questione non corrispondeva al Mig libico, bensì ad un Dassault Mirage francese o un Kfir israeliano.
Il Sismi, all'epoca comandato dal generale Giuseppe Santovito, avrebbe avvertito gli aviatori libici di un progetto franco-statunitense di attaccare quella sera sul Mar Tirreno l’aereo nel quale Gheddafi andava in Unione Sovietica. In seguito alla soffiata del Sismi, l’aereo che trasportava Gheddafi, arrivato su Malta, torna indietro, mentre altri aerei libici proseguono la rotta per motivi sconosciuti.
L’ipotesi più plausibile è che qualcuno abbia attuato un depistaggio volto a postdatare l'evento, preceduto dal preliminare recupero dell’aereo effettivamente caduto e dalla sua sostituzione con un diverso tipo di velivolo. A suffragare l’ipotesi che il Mig sia caduto contemporaneamente al DC-9 Itavia ci sono le testimonianze di militari in servizio presso la caserma Settino di Cosenza; questi dichiarano che il giorno successivo alla caduta del DC-9 sono stati inviati nella zona di Castelsilano dove era caduto un aereo da guerra che avrebbero dovuto piantonare. Deposizioni identiche a quelle di alcuni del battaglione “Sila”, del 67º battaglione Bersaglieri “Persano” e del 244º battaglione fanteria “Cosenza” sostenenti di aver effettuato servizi di sorveglianza al MiG-23 non a luglio, bensì a fine giugno 1980. Testimonianze che si affiancano a quelle di due sottufficiali secondo cui la fusoliera del Mig era foracchiata come se fosse stata mitragliata. Forse il caccia libico era di scorta al colonnello, forse è stato usato da Gheddafi come “abbocco”. Forse è sfuggito in un primo momento al missile che ha colpito l’aereo di linea italiano ma non all’inseguimento conclusosi con la caduta sulla Sila. 

Insomma, quale che sia la verità sull’incidente di Castelsilano - che l’aereo caduto sia stato sostituito o meno - una cosa sembra certa: il caccia libico è stato protagonista, diretto od indiretto, degli eventi che hanno portato alla caduta del DC-9. Come disse Spadolini: “Scoprite la verità sul Mig libico e avrete trovato la chiave della strage di Ustica”.

Il processo

Eppure (ma del resto siamo in Italia), circa le cause e gli autori della strage, non si è giunti mai a processo in quanto l’inchiesta del giudice istruttore si è chiusa nel 1999 lasciando “ignoti gli autori della strage". Nel diritto penale italiano il reato di strage non cade mai in prescrizione per cui, nell’eventualità che dovessero emergere nuovi elementi, l’istruttoria potrebbe in qualunque tempo riaprirsi ed eventualmente condurre a processo laddove si ipotizzassero estremi di responsabilità penale.
Si è giunti invece a dibattimento per ipotesi di reato relative al depistaggio ascritte ad alti ufficiali dell'Aeronautica Militare. Il relativo processo si è concluso nel 2007 quando la Cassazione ha assolto gli imputati, mentre un procedimento civile presso il foro di Palermo ha visto la condanna dei ministeri dell’Interno e della Difesa al pagamento di 100 milioni di euro a titolo di risarcimento ai familiari delle 81 vittime della strage.

Le dichiarazioni di Cossiga: apertura di una nuova inchiesta

A 28 anni dalla strage, la procura di Roma ha deciso di riaprire una nuova inchiesta a seguito delle dichiarazioni rilasciate nel febbraio 2007 da Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all’epoca della strage, secondo cui ad abbattere il DC9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato da un velivolo della Marina militare francese decollato dalla portaerei Clemenceau. L’informativa sarebbe stata data a lui e all'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato direttamente dai servizi segreti italiani. Una dichiarazione che conferma, e specifica, il 24 maggio 2010 quando aggiunge che, per non essere visto dall’aereo libico che avrebbe dovuto trasportare Gheddafi, un aereo francese viaggiava sotto uno italiano. “Partì un missile – dirà Cossiga – che voleva colpire l’aereo del presidente libico ma che per sbaglio colpì il DC-9”.
Dichiarazioni che sortiscono l’effetto di spingere la Procura della Repubblica, attraverso i procuratori Amelio e Monteleone, ad aprire una nuova inchiesta sulla strage di Ustica, ancora in pieno svolgimento. Benché coperta da segreto istruttorio, indiscrezioni riportano che l’indagine starebbe attualmente vertendo sulle rogatorie inviate a Stati Uniti, Francia e altri alleati della NATO, alle quali non è mai stata data, fino ad oggi, alcuna risposta.

Tito Sommartino

pubblicato su Senza Soste n.105, attualmente in distribuzione

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Jobs Act: la fine del diritto del lavoro in Italia

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tratto da http://www.clashcityworkers.org

Cosa sia e a cosa serva il Jobs Act lo abbiamo detto e ridetto: è la misura che più caratterizza e più è stata voluta dal Governo Renzi, attraverso cui vengono ridefiniti i rapporti tra padroni e lavoratori italiani, sancendo la totale subordinazione dei primi ai secondi.

Gli ultimi decreti attuativi della legge delega di Dicembre, di cui tanto si sta parlando in questi giorni, lo dimostrano definitivamente: dopo essere intervenuto nella fase di accensione del rapporto di lavoro attraverso il decreto del 2014, aumentando la “flessibilità in entrata”, cioè la possibilità per i padroni di assumere come meglio credono; dopo aver aumentato quella “in uscita”, intervento nella fase di chiusura del rapporto di lavoro eliminando l'articolo 18 e rendendo possibile il licenziamento senza giusta causa a Marzo di quest'anno; ora questi ultimi decreti attuativi intervengono nel rapporto di lavoro stesso nell'ambito della cosiddetta “flessibilità funzionale”, rendendo possibile il demansionamento e il controllo a distanza del lavoratore. In questo quadro essere flessibili significa quindi essere alla totale mercé del padrone e a poco servono le rassicurazioni del Governo e della stampa allineata sul rispetto della privacy del lavoratore o sul fatto che in vari casi dovrà essere chiesto previamente il consenso al lavoratore stesso: come ha spiegato bene l'avvocato del lavoro Giovanni De Francesco ai microfoni di Corrispondenze Operaie, a fronte di sempre meno tutele e sempre più grandi ricatti queste formalità sono solo chiacchiere.
Abbiamo provato a riassumere questo pericoloso quadro in un video, proprio perché possa crescere la consapevolezza e l'opposizione a questa misura tanto voluta da Renzi, motivo per cui siamo anche andati in giro per l'Italia a spiegarla e raccontarla. Ci sembra che comunque sempre più lavoratori si rendano conto di quali interessi difenda realmente il Governo, come dimostra il recente crollo della sua popolarità!

Sappiamo però che questa ed altre leggi analoghe vengono da lontano, dalla crisi globale del capitalismo, da istituti internazionali come l'OCSE e la BCE e soprattutto dal modo in cui i lavoratori sono stati messi in concorrenza tra loro a livello mondiale negli ultimi trent'anni. Per questo abbiamo pensato fosse importante spiegare quanto sta succedendo in Italia anche al pubblico straniero, scrivendo un'analisi in inglese che prova ad allargare la sguardo ed inserire l'operato del Governo in una prospettiva più ampia. 

Proprio per questo, ripubblichiamo sotto la versione italiana del testo, nella speranza che possa essere utile a maturare gli strumenti necessari a rispondere a quest'ennesimo attacco.

JOBS ACT: LA FINE DEL DIRITTO DEL LAVORO IN ITALIA

Con il Jobs Act, approvato in due parti a Maggio e a Dicembre 2014, il governo Renzi ha realizzato la più importante riforma del mercato del lavoro degli ultimi anni in Italia. Con questo provvedimento il Governo sostiene di voler superare l’ “Apartheid” tra lavoratori precari e garantiti, come ha detto il Premier nel suo discorso alla Camera a Dicembre. In realtà la riforma porta avanti e accelera il processo di flessibilizzazione del lavoro cominciato quasi un ventennio fa, estendendo e generalizzando la condizione di precarietà che sostiene di voler superare. Si cancellano di diritti dei lavoratori conquistati con decenni di lotte, attraverso un duro attacco a tutto il proletariato che vive in Italia.
In questo modo si recepiscono le politiche sociali ed economiche richieste dalla BCE che con la crisi dell’Eurozona è stata costretta ad interventi di politica monetaria molto espansivi per stabilizzare i mercati e assicurare i debiti sovrani dal rischio default, chiedendo in cambio ai governi misure estremamente restrittive per quanto riguarda Welfare e diritti sociali. In Italia, è stata proprio la lettera inviata dalla Bce al governo Berlusconi il 5 agosto 2011 ad aver accelerato una crisi istituzionale che poi portò all’instaurarsi del governo ‘tecnico’ di Monti, a cui sono state appaltate misure durissime, quali l’anticipo del raggiungimento del pareggio di bilancio al 2013, il taglio della spesa pubblica, la riforma delle pensioni e, soprattutto, del mercato del lavoro.
Ma sia il governo Monti, che quello Letta ad esso successivo, sono solo in parte le richieste del grande capitale europeo. Con il recente Governo Renzi i padroni, sia italiani che europei, si sono finalmente giocati una carta importante per tutelare e rinforzare i loro interessi. Renzi è stato il nome, giovane e accattivante, su cui le diverse classi dominanti del paese si sono accordate per sbloccare l’impasse, fare un salto di qualità complessivo e dare una nuova accelerazione ai processi di ristrutturazione del mercato del lavoro già abbozzati negli anni passati.

PICCOLA STORIA DELLE RIFORME DEL LAVORO

Si è cominciati con l’introduzione del Pacchetto Treu (24 Giugno 1997), con cui si sono regolamentati i contratti di apprendistato, introdotto l’istituto del tirocinio e del lavoro interinale (unica forma d’interposizione di manodopera ammessa, dopo che la legge del 1960 le rese illegali). Si è proseguito con le leggi dei governi di centrodestra, a partire dalla liberalizzazione del contratto a tempo determinato (2001) e quindi con la legge Biagi (14 Febbraio 2003) che che interveniva anche sull’apprendistato ed applicava cambiamenti peggiorativi a varie forme contrattuali (part-time, interinale, a progetto). Per poi arrivare alla Legge Fornero (2012) che modifica drasticamente il contratto d’apprendistato (durata massima 6 anni, livelli retributivi più bassi, aumento numero massimo per azienda), elimina del tutto la causale per la stipula del primo contratto a tempo determinato e limita il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo.

LA RETORICA DEL JOBS ACT

Adesso il governo Renzi, perfettamente in linea con i governi del passato, continua e accelera nell’imprimere con forza gli interessi del capitale internazionale a discapito della condizione dei lavoratori. La retorica con cui il governo ammanta la nuova riforma è molto chiara: in un’epoca di mercati globalizzati e competitivi, le aziende devono essere libere di allocare istantaneamente e come meglio credono le risorse produttive, come la forza lavoro. Il sistema ha quindi bisogno di flessibilità. Un mercato del lavoro troppo rigido disincentiva le imprese ad assumere, aumenta la disoccupazione ed ha un effetto negativo sulla competitività dell’intero sistema-paese; inoltre le aziende finiscono per ricorrere alla flessibilità di cui hanno bisogno attingendo ad un bacino di “esclusi”, perennemente penalizzati rispetto ai “garantiti” ed alle loro tutele, tanto da portare l’intero peso della flessibilità di cui il sistema avrebbe bisogno.
Se questa è la premessa, in linea con la retorica di Governo e padroni, questa la soluzione: eliminando le rigidità e lasciando così il mercato libero di agire si contribuirebbe a risolvere non solo il problema della competitività del sistema-paese, ma anche quello della disoccupazione e dell’iniqua divisione tra lavoratori garantiti e precari, o anche l’“apartheid” tra “core e periphery workers” (usando il lessico del Senatore Ichino, tra i principali promotori del Jobs Act).

LA LEGGE RENZI

Ma cosa prevede la nuova riforma del lavoro? Andiamo ad analizzarne i punti salienti:

Contratto a tempo indeterminato a “tutele crescenti”:
Se prima, con un contratto a tempo indeterminato il lavoratore aveva diritto al reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (il famoso art.18 dello statuto dei lavoratori), adesso, salvo nei casi di licenziamento discriminatorio (che però non si sono mai verificati), questo diritto sparisce! Il nuovo contratto prevede soltanto un indennizzo che cresce proporzionalmente agli anni di lavoro e che comunque non può superare l’equivalente di 24 mensilità. E questo solo nel caso, reso sempre più difficile da provare, che il licenziamento risulti illegittimo in sede giudiziaria!
In sostanza il contratto a tempo indeterminato adesso gode dalla stessa instabilità tipica dei contratti precari: potendo essere licenziato da un momento all’altro ed avendo in cambio al massimo una piccola indennità, nell’eventuale e sempre più improbabile vittoria nella costosa sede processuale, ogni lavoratore si troverà in uno stato di ricatto permanente.

Riforma degli ammortizzatori sociali:
Si procede con poi con la sostituzione delle indennità di disoccupazione con la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego che se allarga la platea dei potenziali beneficiari, ne diminuisce l’importo, la durata e il valore contributivo a fini pensionistici e che lega l’erogazione al giudizio dello Stato, che deve verificare se veramente il lavoratore è disoccupato involontario o no. Questo significa la possibilità di interrompere il versamento della NASPI se il disoccupato rifiuta le proposte di lavoro o di formazione professionale che gli gira il suo centro per l'impiego, finendo a fare lavori lontani da casa o pagati male (se non meno della stessa indennità di disoccupazione) per non restare a casa senza né lavoro né NASPI.

Sfoltimento dei contratti atipici:
Lo sfoltimento della giungla di contratti atipici, è una grande bufala: delle 47 figure contrattuali viene eliminato solo quella di collaborazione ‘autonoma’ a progetto, che tra l’altro era una di quelle con maggiori garanzie. Viene invece incentivato l’uso del voucher (ulteriore aumento del limite dei compensi annui), una degli strumenti che prevede meno tutele in assoluto e favorisce abusi.

Contratto a tempo determinato e apprendistato:
Nella prima parte del Jobs Act, approvata a Maggio 2014, il contratto a tempo determinato, viene incentivato, essendo eliminato definitivamente l’obbligo di giustificarne l’utilizzo, aumentato il numero di proroghe possibili, ed estesa la durata. Stesso discorso per l’apprendistato, per il quale viene drasticamente aumentato il limite massimo di apprendisti che una azienda può assumere.

Attività ispettiva:
Infine, con il pretesto di ‘razionalizzarla’, viene anche indebolita l’attività ispettiva, fondando un’unica Agenzia di Ispezione del Lavoro (frutto della fusione di quella del Ministero, dell’Inps e dell’Inail) con lo scopo dichiarato di risparmiare!
Inoltre, come se non bastasse non sono stati ancora resi noti possibili futuri decreti attuativi, che, per completare il quadro di perenne minaccia nei confronti dei lavoratori, potrebbero prevedere il dimensionamento e addirittura meccanismi di telecontrollo!

L'ULTIMA CARTA DELLA BORGHESIA ITALIANA

Al di là della retorica spicciola della “rottamazione” e del “nuovo”, il Governo Renzi non ha quindi niente a che vedere con le esigenze di noi lavoratori. Ha invece un compito ben preciso: portare a termine l’agenda di coloro che l’hanno preceduto. Questi non erano riusciti, sia per contrasti interni alla borghesia e ai vari partiti politici che la rappresentano, sia per paura di generare una risposta sociale di massa, a fare tutte quelle “riforme” che servono al capitalismo italiano per ricominciare a fare profitti e uscire dalla crisi.
Renzi ci sta finalmente riuscendo. Ad esprimere soddisfazione per la riforma è infatti proprio chi per anni ha provato a modificare lo Statuto dei Lavoratori con risultati soltanto parrziali: come l’ex-ministro Sacconi, tra i principali artefici di quella selva di contratti “atipici” in cui è intrappolato l’esercito di precari che poi diventano la scusa per eliminare le tutele di tutti i lavoratori! Così la classe dirigente italiana riesce a fare leva su di una situazione drammatica che ha contribuito a creare per aggravarla e generalizzarla.
Nonostante tutta l’arroganza che la borghesia è in grado di mettere in scena, dietro le quinte si può leggere la preoccupazione di chi però sa di star giocando una carta molto importante e potenzialmente incendiaria. Perché non passerà molto tempo prima che milioni di lavoratori capiscano sulla propria pelle in cosa si traducano realmente le promesse fatte con il Jobs Act. A quasi vent’anni dall’introduzione dei primi “contratti precari” vediamo che questi sono serviti solamente a tagliare i salari e a peggiorare le condizioni di lavoro, senza creare neppure un posto in più! Hanno prodotto invece una massa di persone non tutelate, a totale disposizione dei padroni, che entrano con molta più fatica nel mondo del lavoro e ne escono più facilmente… Come dimostra un recente studio sulla disoccupazione in Italia, poi, non c’è alcuna evidenza per cui la disoccupazione giovanile, quella cioè che più rifletterebbe le eccessive tutele dei lavoratori “garantiti”, sia dovuta alla rigidità del mercato del lavoro, mentre quello che è certo è che questa cresce quando cresce la disoccupazione generale. Questo significa che non sono i diritti di chi già lavora a rendere difficile ad un giovane trovare lavoro, ma che è l’andamento complessivo della disoccupazione a rendere più o meno facile un nuovo inserimento.
E che la disoccupazione cali è soltanto una speranza – retorica – del Governo e degli interessi che esso rappresenta. Come ammette O. Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, dopo uno studio comparato sul mercato del lavoro in Europa: “le differenze nei regimi di protezione del lavoro appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi”. D’altronde proprio lo stesso OCSE, che pure ne è tra i principali promotori, ha recentemente messo in dubbio le doti della flessibilità nel generare occupazione e crescita. In effetti, una manodopera docile e ricattata può di certo essere ben più “produttiva”, ma questo può rappresentare un motivo per i padroni di investire ancor meno in macchinari e tecnologia, così che, nel complesso, la produttività del lavoro potrebbe addirittura calare.
Così la classe dirigente italiana è costretta a scommettere ancora una volta che una ripresa economica ci sarà. Nonostante però le ‘autorevoli’ previsioni di chi, come l’OCSE, le ha sempre sbagliate negli ultimi anni, difficilmente verrà rilanciata da misure come questa. Anzi! Se è vero che la borghesia sta approfittando alla grande delle condizioni materialmente sempre più disastrose in cui versa il proletariato italiano e della confusione e lo sconforto che regnano tra molti lavoratori, dall’altra parte è anche vero che è costretta a misure come questa proprio per scaricare su di essi i costi di una crisi che non riesce a controllare e che, con queste stesse misure, potrebbe finire addirittura per acuire.
L’unica crisi da cui provano uscire i padroni italiani è quindi la loro crisi. Per noi, per il proletariato di tutta l’Italia, la crisi non potrà che esacerbarsi. La “crescita” di cui parlano è solo quella dello sfruttamento! 

LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO... MASSACRATEVI!

Quella del Jobs Act non è solo una storia italiana, ma si inserisce in un quadro internazionale di ridefinizione dei rapporti di classe che mira a far fronte alla crisi strutturale del capitale, oggi più manifesta che mai, e che ha nell’attacco al lavoro uno dei suoi strumenti principali. Pur da diverse situazioni di partenza, i lavoratori europei, chi prima e chi dopo, si trovano costretti a subire le manovre padronali di aumento della flessibilità/precarietà, aumento della produttività (e cioè dello sfruttamento), azzeramento delle rappresentanze sindacali, ecc. attraverso un attacco al lavoro che non è azzardato dire coordinato a livello europeo.
Per capirlo torniamo a parlare delle politiche della BCE, ed in particolare di un vecchio intervento che Mario Draghi fece due anni fa presso il Consiglio dell’Unione Europea. In quell’occasione il presidente della BCE mostrava come il segreto dei paesi “virtuosi”, cioè quelli che come la Germania registravano un avanzo nel bilancio, fosse che la crescita dei salari nominali fino al 2008 è stata pari al pari, o addirittura al di sotto, della produttività del lavoro. Negli altri paesi, come l’Italia, i salari sarebbero invece cresciuti “un po’ troppo”. La soluzione per essere “tutti virtuosi” e scongiurare definitivamente la crisi del debito dei paesi dell’Eurozona, sarebbe quindi quella di allineare i salari nominali all’andamento della produttività. Insomma il prezzo della crescita sarebbe una gigantesca decrescita dei salari, soprattutto considerato che a conformarsi all’andamento della produttività sono i salari nominali, cioè quelli che non tengono conto dell’inflazione, perché quelli reali sono già da tempo dappertutto più bassi della produttività! La soluzione proposta sarebbe quindi quella di continuare e accentuare quel lungo processo che negli ultimi trent’anni ha portato ad un gigantesco trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti.
Gli effetti delle le politiche deflattive della Germania (e non solo) diventano lo strumento attraverso cui aggredire le condizioni di lavoro degli altri paesi. Dietro il famoso ‘modello tedesco’ infatti, si nasconde, in realtà, proprio una politica dei bassi salari. Questi sono alla base di un modello di capitalismo di tipo “mercantilista” trainato dalla domanda estera: con l’entrata in vigore nel 2003 della riforma Hartz, si è avviato un processo di liberalizzazione del mercato del lavoro che ha agito a diversi livelli, accelerando gradualmente, tra il 2003 e il 2007, le tendenze di allungamento degli orari lavorativi e di riduzione del salario diretto (con il conseguente allargameno del segmento dei bassi salari), e indiretto, attraverso sostanziali e pesanti tagli al welfare e la riduzione della durata e dell’entità dei sussidi di disoccupazione. Stando alle statistiche si può vedere che i salari medi sono cresciuti più dell'inflazione e della produttività solo nel 2012, dopo oltre dieci anni di ristagno! Un lavoratore su cinque in Germania lavora tuttora per meno di 9 euro l'ora: è la quota maggiore di salari bassi, rispetto al reddito medio nazionale, in tutta l'Europa occidentale. Insomma, il miracolo tedesco, il boom delle esportazioni, il gap di competitività aperto con gli altri paesi, dalla Francia in giù, di cui tanto spesso sentiamo parlare è stato in realtà pagato dai lavoratori!
Il più avanzato sistema produttivo ha permesso alla Germania di mantenere delle condizioni di lavoro migliori di quelle di altri paesi senza dover intaccare la competitività delle proprie merci. Intanto procedeva verso una diminuzione relativa dei salari e peggioramento nelle condizioni di lavoro. Così un paese più avanzato è stato in grado di fare dumping salariale verso paesi, come l’Italia e la Grecia, in cui si lavora di più e con salari più bassi per poi rinfacciargli di “vivere al di sopra delle proprie possibilità”! 
Se tutto ciò sta permettendo al momento alla Germania ed altri paesi forti di resistere alla crisi e anzi approfittarne, concedendo anche qualche miglioramento ai propri lavoratori (vedi l’aumento del salario minimo), l’avanzare della crisi ed il peggioriamento drammatico delle condizioni di lavoro negli altri paesi, presto colpirà anche i paesi del centro ed i loro lavoratori. Le imprese potranno spostarsi nei paesi periferici per approfittare della manodopera a prezzo sempre più basso o i lavoratori di questi paesi potranno spostarsi in quelli del centro disposti a lavorare a salari più bassi di quelli dei lavoratori autoctoni.

Dopo anni di manovre di austerity fallimentari è difficile infatti credere che queste politiche siano veramente destinate a far terminare la crisi. La borghesia non ne sa uscire e prova semplicemente ad approfittarne. L’unica fiducia che gli interessa ristabilire è quella di poter sfruttare a proprio piacimento i lavoratori. Di fronte a questa necessità tutto il resto è secondario. Come scriveva l’economista polacco Kalecki a proposito degli “effetti politici della piena occupazione”: “la "disciplina nelle fabbriche" e la "stabilità politica" sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti. L'istinto di classe dice loro che una continua piena occupazione non è "sana" dal loro punto di vista perché la disoccupazione è un elemento integrale di un sistema capitalistico normale.”
Se quindi si impegna in manovre che sembrano irrazionali o assurde, è solo perché sono il frutto irrazionale e assurdo, ma inevitabile, della logica di un “modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale per i bisogni di sviluppo dell’operaio” ed in cui di conseguenza l’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto, come diceva Marx.
Se, infatti, in un periodo di così grave crisi i capitalisti non hanno di certo il problema di combattere la minaccia della piena occupazione, hanno comunque l’opportunità di approfittare al massimo della dilagante disoccupazione. Quella disoccupazione il cui principale effetto politico è quello di mettere in concorrenza disperata i proletari, condannati a farsi la guerra gli uni contro gli altri per ottenere le poche briciole a disposizione. Mettendo i “precari” contro i “garantiti”, i giovani contro i vecchi, le donne contro gli uomini, la riforma del lavoro in Italia fa leva sugli interessi (e la disperazione) dei singoli individui contro gli interessi della classe a cui appartengono. Lo scenario che si apre è quello di una competizione al ribasso tra lavoratori sempre più ricattabili, controllati, minacciati… uno scenario in cui ogni proletario finirà per fare la guerra all’altro pur di guadagnare le poche briciole concesse dal padrone di turno. Il Jobs Act ratifica giuridicamente questa situazione di fatto, contribuendo allo stesso tempo a rafforzarla. 
Recepisce inoltre e rafforza, anche quelle politiche europee che a livello continentale mettono gli interessi dei lavoratori di alcuni paesi contro quelli degli altri.
Si tratta della solita vecchia strategia della borghesia, che pare urlare: proletari di tutto il mondo, scannatevi!

CHE FARE?

L’Italia, come altri paesi d’Europa, è stata interessata da numerose mobilitazioni sin dallo scoppiare della crisi: a partire dal 2008 con il movimento studentesco che coinvolse centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia contro i tagli all’Università pubblica previsti dal Governo. Seguito e accompagnato poi dalle lotte dei metalmeccanici della FIAT nel 2010 contro il piano del CEO Marchionne (che in qualche modo anticipava le misure dell’attuale Governo), in grado di raccogliere la solidarietà e coinvolgere centinaia di migliaia di lavoratori e cittadini. A dimostrazione del livello di mobilitazione, basti dire che il 15 Ottobre 2011, nella giornata mondiale di protesta convocata dal movimento spagnolo, Roma era la seconda piazza del mondo per numero di partecipanti.
Anche in virtù delle proprie contraddizioni interne, quel movimento non ha saputo però fare fronte all’inasprirsi della crisi ed alle improvvise e profonde trasformazioni istituzionali che questa ha portato con sé: la fine del ventennio Berlusconiano, l’insediarsi di un Governo tecnico ed infine l’ascesa di Renzi.
Un segnale importante è sembrato arrivare poi il 19 Ottobre 2013, quando il crescente movimento di lotta per la casa, protagonista di numerose occupazioni in tutta Italia, unito ai sindacati di base, portò nuovamente decine di migliaia di persone in piazza unite da una prospettiva anticapitalista. Anche in questo caso però il movimento non è stato in grado di trovare un’adeguata traduzione politica alle proprie istanze. La scena sembra quindi dominata unicamente dal procedere inesorabile della crisi verso una progressiva svalorizzazione della forza-lavoro e dai piani neoliberisti di un Governo che ne è diretta espressione giuridica.
Sotto la superficie calma e inamovibile di questa situazione, rimane il potenziale incendiario rappresentato da chi quotidianamente sul posto di lavoro paga gli effetti di questa crisi. Come abbiamo detto, la recente riforma del lavoro è destinata soltanto a gettare benzina sul fuoco. Ed infatti, appena se ne è cominciato a parlare, si è assistito ad un’imponente reazione: il 25 Ottobre 2014 quasi un milione di lavoratori scendono in piazza con la CGIL, il principale sindacato italiano, proprio contro il Jobs Act; il 14 Novembre scioperano anche i metalmeccanici della FIOM ed i lavoratori della logistica del SICOBAS, proprio nello stesso giorno in cui alcuni movimenti sociali e sindacati di base avevano chiamato una mobilitazione nazionale contro il Governo e le sue politiche; il 12 Dicembre, poco dopo l’approvazione in parlamento della riforma, arriva finalmente il giorno dello sciopero generale.
Certo, molte di queste mobilitazioni sono state organizzate da un sindacato, la CGIL, che negli ultimi anni non ha mai posto un reale ostacolo ai piani dei capitalisti ed anzi ne è stato spesso alleato se non promotore, e che è sembrato preoccupato fondamentalmente di uscire dall’isolamento a cui lo sta condannando il Governo Renzi e riguadagnare spazio nei tavoli negoziali, piuttosto che salvaguardare realmente gli interessi dei lavoratori. Forse il motivo per cui la mobilitazione è stata debole proprio nel momento in cui doveva essere più forte, cioè subito dopo lo sciopero generale e prima dell’approvazione dei decreti attuativi del Jobs Act a Marzo, è che il sindacato ancora sperava di avere una qualche sponda politica all’interno dell’ala “critica” del partito di maggioranza (PD).
Nonostante questo però, rimane importante la dimensione e la forza di queste mobilitazioni, che sono state in grado di raccogliere anche molto consenso tra l’opinione pubblica, ormai sempre più disaffezionata al Governo. E soprattutto è da segnalare la presenza in queste giornate non solo dei movimenti, ma anche di alcuni segmenti di forza lavoro particolarmente combattiva e per niente allineata alle posizioni della CGIL, in primis i facchini della logistica. Un segnale importante verso l’identificazione di parole d’ordine politiche comuni ed il superamento di quelle divisioni tra lavoratori precari e garantiti che tanto hanno pesato nelle sconfitte degli ultimi anni. Un portato inevitabile, ed involontario, dell’omogeneizzazione al ribasso delle recenti misure governative.
Certo, il capitale ha ancora tante armi in mano, attraverso le frontiere dei suoi stati limita il movimento dei lavoratori e mette quelli autoctoni contro quelli stranieri; attraverso la minaccia della delocalizzazione, riesce a far accettare condizioni di lavoro sempre peggiori. Questo significa soltanto che sviluppare un piano internazionale di lotta rappresenta un compito sempre più urgente e necessario.
Non è facile, ma è possibile. Dipende solo da noi.

22 giugno 2015

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Ultimo aggiornamento Sabato 27 Giugno 2015 12:08

65 anni fa iniziava la Guerra di Corea

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38th parallelNell’estate del 1945, prima ancora delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, le sorti della guerra in Asia erano ormai segnate.

La Corea, che era stata annessa dal Giappone nel 1910 e sottoposta a un brutale regime di occupazione, fu liberata dalle truppe sovietiche, che attraversarono il confine con la Cina, a Nord, e arrivarono fino al 38° parallelo, mentre le truppe americane sbarcarono a Incheon, nel sud, l’8 settembre.

Il giorno dopo nel Nord fu istituita la repubblica popolare di cui fu nominato primo ministro Kim Il Sung, che aveva combattuto i giapponesi in Cina e poi si era unito all’Armata Rossa.

Nel sud gli statunitensi misero a capo del governo provvisorio Syngman Rhee, un aristocratico nazionalista. Scoppiarono diverse rivolte contro l'occupazione militare americana e il governo che ne era espressione, dove in chiave anticomunista erano stati inseriti molti collaborazionisti filo-giapponesi.

Eletto presidente il 20 luglio 1948, Syngman Rhee scatenò una feroce repressione contro i movimenti popolari. Il suo governo si rese responsabile di numerosi massacri, il più grave dei quali avvenne nell'isola di Jeju, dove furono trucidate 30mila persone.

Il 19 agosto 1949 i sovietici effettuarono il loro primo esperimento con una bomba al plutonio: gli Stati Uniti non erano più l’unica superpotenza atomica e crebbe la paranoia anticomunista: il 9 febbraio 1950 iniziò l’epoca del maccartismo.

In Corea del Sud il governo di Rhee accentuò il suo carattere repressivo con esecuzioni di massa di militanti di sinistra.

Dopo una serie di provocazioni reciproche sul confine, il 25 giugno 1950 dieci divisioni dell’esercito nord-coreano attraversarono il 38° parallelo e invasero la Corea del Sud, occupandone l’intero territorio tranne il piccolo quadrilatero di Pusan dove si asserragliarono le forze nemiche.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condannò l’invasione e dette mandato di costituire una forza multinazionale di intervento. L’URSS avrebbe potuto esercitare il diritto di veto, ma non partecipava alle riunioni per protesta contro il mancato riconoscimento della Cina Popolare.

La controffensiva della coalizione internazionale tra il settembre e il novembre del 1950 portò all’occupazione di quasi tutta la penisola, ma con l’intervento di 300mila soldati cinesi ci fu una nuova avanzata delle truppe del Nord, che ripresero Seul nel gennaio 1951.

Poi il fronte si stabilizzò sul 38° parallelo e il conflitto si trasformò in una sanguinosa guerra di posizione fino all’armistizio di Panmumjeon del 27 luglio 1953. Armistizio che dura tuttora dato che un vero e proprio trattato di pace non è mai stato firmato.

Intanto, circa un mese prima, negli USA i coniugi Rosenberg erano stati messi a morte con l’accusa di aver passato all’URSS informazioni sulle tecnologie nucleari.

La guerra di Corea, oltre a radicalizzare la Guerra Fredda tra URSS e USA, aggravò anche i dissidi interni al campo socialista: i sovietici, fedeli alla logica di Yalta, sulla partecipazione al conflitto erano stati molto più tiepidi dei cinesi e non condividevano la ricerca dello scontro con il blocco imperialista. Si dice che Stalin avesse rampognato Kim Il Sung dicendogli: "Se gli americani ti cacceranno via - come credo - a calci nei denti, gli aiuti vai ad implorarli da Mao!"

In tre anni di guerra erano morte più di tre milioni di persone, di cui due milioni di civili. Entrambi i contendenti ne uscirono estremamente impoveriti: la Corea del Sud fino al 1960 fu governata da Rhee e poi da militari golpisti. Nel maggio 1980 la rivolta popolare di Kwangju fu repressa nel sangue, con centinaia tra morti e feriti. Crisi economiche e corruzione dilagante sono tuttora la vera realtà del Paese dietro i luoghi comuni sul miracolo delle “tigri asiatiche”.

Nel Nord, Kim il Sung governò fino al 1994. Gli sono succeduti prima il figlio Kim Jong Il (fino al 2011) e poi il nipote Kim Jong Un in una sorta di singolare “socialismo ereditario” basato su un forte culto della personalità.

Il crollo del blocco socialista e il timore di un’invasione hanno favorito un sempre maggiore isolamento, che si esprime nell’ideologia “juche”, cioè “l’autosufficienza”.

Negli anni ’90 è stato adottato il principio del principio del “songun” (“prima l’esercito”) che ha rafforzato la centralità delle forze armate nella vita politica del Paese.

Per Senza Soste, Nello Gradirà - 25 giugno 2015

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Ultimo aggiornamento Sabato 27 Giugno 2015 12:06

Destre estreme: in atto un processo di unificazione in Europa?

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estrema-destra-caldirontratto da radiondadurto

Venerdi 12 giugno presso l’Arci Dallo’ di Castiglione delle Stiviere si è tenuto un incontro con Saverio Ferrari dell’Osservatorio Democratico sulle nuove destre per approfondire la conoscenza delle, nuove e storiche, organizzazioni di estrema destra.

Saverio ha iniziato il suo intervento sottolineando come sia in atto un ridisegno complessivo di tutte le destre presenti nel nostro paese: all’interno di un quadro piu’ generale dettato anche dalla crisi economica che stiamo vivendo e da un fenomeno migratorio di ” dimensioni bibbliche ” la Lega Nord si candida ad assumere il ruolo di guida e di punto di riferimento di tutta questa area.

Ma perche’ la Lega è riuscita a porsi in una situazione privilegiata nei confronti della destra moderata? Innanzitutto perche’ ha recuperato tutto il DNA razzista delle origini rispolverando testi e documenti ideologici del congresso di Assago quando vennero presentati i libri delle case edizioni della destra radicale e neofascista come la Edizioni di AR di Franco Freda fondatore del Fronte Nazionale. Freda ed il suo movimento sottolineano l’esigenza di difendere ” l’omogeneità etnica italiana ed europea ” individuando nei crescenti flussi migratori una minaccia alla ” civilta’ cristiana “. Inoltre la Lega inizia a porsi come partito nazionale ( nazionalista ? ) . Guarda a tutto il territorio e benche’ non sfondi ancora a sud ottiene ottimi risultati nel centro Italia.

Proprio questa svolta è all’origine del suo incontro con Casa Pound. Le piazze dove Salvini è andato a parlare da Roma in giu’ erano ” riempite da militanti di Casa Pound. Associazione che ha l’ambizione di creare un movimento di estrema destra giovanile diffuso su tutto il territorio nazionale. Per fare questo Casa Poundo ” copia ” quello che ha fatto l’antagonismo di sinistra : occupa case , spazi sociali, organizza feste e concerti, fa militanza di strada , aggrega . Ma è andata anche oltre: esistono infatti diversi gruppi collaterali che si occupano dei temi piu’ svariati: i motociclisti, i paracadutisti, quelli che organizzano le escursioni in montagna, la Foresta che avanza si occupa di ecologia e ambiente, poi ci sono gli animalisti , fino ad arrivare alla Salamandra che si occupa di aiutare le popolazioni colpite da calamita’ naturali piuttosto che raccogliere pacchi alimentari per le famiglie ” italiane ” in difficolta’. Disegno non stupido che sta’ dando consenso e anche risultati elettorali importanti come l’elezione del consigliere comunale a Bolzano o il 6% preso a Lamezia Terme. Non a caso Casa Pound sta’ facendo scuola a livello europeo e i suoi militanti sono chiamati a partecipare a dibattiti e incontri da tutte le maggiori formazioni di estrema destra del continente.

Forza Nuova ha una storia completamente differente e cerca di rappresentarsi ponendosi a destra della Lega Nord e strizzando l’occhio alle organizzazioni dell’integralismo cattolico.Cerca ora di presentarsi con una nuova sigla, l’ Associazione Evita Peron che opera con sportelli di ascolto per le donne vittima di violenza, aiuta le famiglie italiane in difficolta’ economica , organizza servizi di babysitteraggio e dopo scuola fino alle colonie e campi estivi.

Astro nascente nel panorama dell’estrema destra è Lealta’ e Azione presente con proprie sedi a Milano, Monza, Lodi e che sta’ cercando di espandersi anche alle regioni vicine. Recentemente ha tenuto iniziative a Firenze e nel vicentino. Nasce come associazione all’interno del circuito degli Hammer Skin . Nel centro di Monza hanno una sede con sala dibattiti e convegni molto grande che costa circa 50.000 euro di affitto all’anno. Una delle loro attivita’ principali è quella di prendersi cura delle tombe dei ” martiri ” , fascisti uccisi da polizia o militanti di sinistra nel corso di manifestazioni o azioni squadriste.

Intanto si è formato ufficialmente martedi 16 giugno, il gruppo di estrema destra al Parlamento Europeo “Europa delle nazioni e della libertà – ENF “. Il gruppo comprende 40 deputati di diversi partiti provenienti da sette Stati membri: uno inglese della UK Independence Party (Ukip), quattro deputati provenienti dai Paesi Bassi dal partito per la Libertà PVV, 4 austriaci dell’FPÖ, 5 italiani della Lega Nord, un belga del Vlaams Belang, 23 francesi del Front national. I co-presidenti sono Le Pen e l’olandese Marcel De Graaff. A permettere di raggiungere le sette diverse nazionalità richieste, anche due eurodeputati del Congresso della nuova destra polacco, partito su posizioni di estrema destra, anti euro, anti immigrazione, a favore della reintroduzione della pena di morte. Il gruppo , il terzo alla destra del Partito Popolare di cui fa parte Forza Italia,  si è cosi’ assicurato un bilancio comune annuale di 20 milioni di euro (per un quinquennio, quindi 100 milioni in totale ), oltre al finanziamento di una segreteria di gruppo, vari benefici amministrativi, maggior tempo per intervenire nei dibattiti e maggiore esposizione mediatica.

Le situazioni da paese a paese sono spesso estremamente diverse. Diversa è anche l’incidenza della crisi economica sulle realtà nazionali. E’ simile, invece, la scelta da parte dei partiti o movimenti della destra estrema scagliarsi, in primo luogo, contro un nemico esterno, di volta in volta identificato nei rom, nei gay, negli ebrei, nei musulmani o negli stranieri in genere. C’è sempre un’“invasione” contro la quale riscoprire e rilanciare presunti valori patriottici attraverso un acceso nazionalismo o velleità separatiste. Un unico fenomeno dunque con mille sfaccettature. Ma come detto anche nella conferenza stampa di presentazione del gruppo di difendere ” la nostra sovranita’ nazionale e i nostri soldi “.

Ascolta Guido Caldiron giornalista e autore di libri sull’estrema destra europea

20 giugno 2015

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Aggressione fascista a Firenze: i comunicati

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Buongiorno Livorno condanna l'aggressione fascista di Firenze

Stavolta non hanno contato sulla preponderanza numerica, come spesso fanno, ma sulla verde età dei loro bersagli. Ieri sera a Firenze alcuni giovanissimi, toscani e umbri, appena usciti da un incontro sul lavoro, organizzato dalla CGIL con Susanna Camusso, si sono trovati davanti un energumeno quarantenne che ha ferito una ragazza lanciandole un bicchiere e ha iniziato a picchiare altri ragazzi, contando sulla sorpresa. Immediatamente sono usciti altri cinque aggressori che si sono uniti al primo. Urlavano il solito repertorio, insultando i rossi e la Resistenza. Dopo il blitz sono scappati ma, mentre i ragazzi venivano curati all’Ospedale, la Digos identificava e fermava due dei presunti responsabili, di 21 e 24 anni, riconducibili a movimenti di destra.

Fa rabbia che questo grave fatto non abbia ricevuto la giusta considerazione mediatica, quasi che lo si voglia rubricare alla solita “rissa” tra estremisti. Del resto i media hanno considerato normale che Matteo Salvini si sia fatto scortare nella sua tournée a base di ruspe proprio da persone appartenente a formazioni politiche di area neofascista o, come preferiscono essere definiti, da “fascisti del terzo millennio”. Si è abbassata la soglia di tolleranza, il fascismo e le sue abominevoli pratiche sono completamente sdoganate. Cosa occorre ancora per svegliare dal torpore la brava gente? Un ragazzino di quattordici anni che perde la vita per un’aggressione da parte di un quarantenne skinhead? Per il fascismo non ci deve essere agibilità politica nell’Italia di oggi e, soprattutto, di domani. Istituzioni, forze politiche, media e cittadini: ognuno faccia il suo. Da parte nostra, la massima solidarietà ai ragazzi vittime dell'aggressione fascista.

Ivano Pozzi
Direttivo di BuongiornoLivorno

[Immagine di //www.flickr.com/photos/45149450@N00/473375722/">Pino, licenza CC BY-SA]

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COMUNICATO DEL CENTRO POLITICO 1921 RIGUARDO ALL'AGGRESSIONE FASCISTA AVVENUTA DOMENICA A FIRENZE

Domenica un’ennesima azione squadrista è avvenuta nelle strade fiorentine. Alcuni ragazzi appartenenti alla “rete degli studenti”, dopo aver partecipato alle “giornate del lavoro” (un’iniziativa della CGIL), sono stati raggiunti, circondati e aggrediti da 5 individui con svastiche e simboli fascisti in bella mostra. I fascisti dopo aver colpito con un bicchiere di vetro una ragazza si sono scagliati sugli altri studenti, di cui alcuni minorenni, picchiandoli con un asta. Fortunatamente l’aggressione ai giovani studenti, non ha riportato gravi conseguenze, sicuramente poteva andare molto peggio,basti ricordare cos’è successo a Emilio, militante antifascista cremonese, lo scorso Gennaio, quando è stato brutalmente aggredito da soggetti di Casa Pound e mandato in coma. Purtroppo quella di domenica è l’ennesima aggressione subita per mano di fascisti riconducibili a Casa Pound, come non ricordare, nel 2011 sempre a Firenze, l’uccisione di due senegalesi per mano del loro dirigente Casseri? Questi sono i “fascisti del terzo millennio” oramai sdoganati sia da destra che da “sinistra”. Chiunque si dica democratico e antifascista non può più tollerare in nessuna città che siano aperti questi covi dove viene fomentato odio verso l’immigrato, il diverso o l’antifascista,tantomeno legittimarli e vedere questi sporchi individui comparire in molte liste regionali a braccetto con la lega nord del fomentatore d’odio Salvini.

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INTERVENTO SULL’AGGRESSIONE FASCISTA DEGLI STUDENTI A FIRENZE 

ALBA Livorno apprende con indignazione quanto è avvenuto a Firenze domenica sera. E’ ancor più intollerabile che ciò accada nel 70 anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Ma l’indignazione non basta. Occorre prendere atto che il sistema politico nazionale ha sottovalutato gli effetti perniciosi del lento oblio in cui ha lasciato che si annebbiassero i valori della Resistenza fondamento della Repubblica. Le interviste di studenti delle superiori, anche livornesi, passate nel corso della trasmissione Ballarò nel 2014 rivelano una sconcertante ignoranza della storia patria repubblicana. E’ ignoranza che è frutto anche della riforma Moratti che dal 2003 limita lo studio della Storia nella scuola elementare alle civiltà antiche fino ai Romani.

Nell’età più fertile per l’apprendimento si trascura colpevolmente di radicare i valori fondamentali della democrazia e dell’antifascismo ed oggi se ne raccolgono i frutti nefandi. Occorre ripristinare l’educazione al civismo, alla intercultura, alla storia risorgimentale e resistenziale se vogliamo garantire la tenuta democratica del popolo italiano che spinte alla xenofobia, all’intolleranza, alla competizione individualistica, basata esclusivamente sul denaro, sulla mercificazione di ogni valore, sul consumismo scellerato, trascinano in un vortice incivile di tutti contro tutti verso una nuova barbarie. Occorre un Rinascimento che passi attraverso la scuola, fin da quella primaria, e che si diffonda nel tessuto sociale ad ogni livello con investimenti che puntino a costruire il cittadino e la persona prima che il lavoratore. La Controriforma renziana della scuola va in direzione opposta e proprio per lottare contro di essa gli studenti aggrediti manifestavano domenica a Firenze. Non è dunque casuale quella vile aggressione.

Livorno 16 giugno 2015 

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 L’ ANPI di Livorno esprime profondo sdegno e condanna per il vile attentato fascista compiuto da soggetti di Casa Pound a Firenze nei confronti di alcuni ragazzi livornesi della Rete degli studenti, che tornavano da una manifestazione della CGIL . Alla squallida simbologia delle teste rasate , delle svastiche e dei teschi , si è accompagnata la vigliaccheria tipica di questi figuri, che hanno preso di mira un piccolo gruppo di ragazzi e ragazze che tranquillamente andavano alla stazione e non si aspettavano certo di essere aggrediti nella civilissima Firenze. Questo episodio è il frutto del clima di odio e di violenza che si sta tentando di alimentare e che crea una miscela esplosiva in personalità psichicamente labili e culturalmente inesistenti, che cercano l’ affermazione di sé nei richiami ad un passato funesto di distruzione e di morte.

Siamo vicini ai nostri ragazzi e alle loro famiglie e confermiamo il nostro impegno quotidiano per la difesa della democrazia, della libertà e della pace, che sono le uniche e vere risposte ai drammi che ogni giorno gli uomini vivono.

ANPI - Comitato Provinciale Livorno

Livorno li.16/06/2015

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COMUNICATO SULL’AGGRESSIONE DEGLI STUDENTI DA PARTE DI FASCISTI AVVENUTA A FIRENZE

Come Sinistra Anticapitalista esprimiamo la massima solidarietà ai compagni e alle compagne della “rete degli Studenti”, fra questi anche giovani di 15 anni, che ieri sera sono stai aggrediti nel centro di Firenze.Quello che è accaduto è il segno che il fascismo in Italia sta rialzando la testa.Lega, Casapound, Forza Nuova, sono tutte formazioni politiche che fanno dell’odio razziale e contro le organizzazioni del movimento operaio il loro fondamento.E’ necessario quindi che l’antifascismo torni ad essere punto fondamentale della sinistra e un valore ed una pratica quotidiana, contro chi alimenta le spinte reazionarie e razziste come fanno i partiti della destra con Salvini in testa.Ma questo non può bastare: contro le paure dei ceti popolari e della piccola borghesia di fronte ai percoli di regressione sociale di fronte ad una crisi economica devastante, è necessario rilanciare le lotte per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro di tutti e tutte, autoctoni e migranti, a partire dal rifiuto del Jobs Act e delle politiche di austerità del Governo Renzi e del PD.Riteniamo preoccupante che anche qui in Toscana partiti xenofobi come la Lega abbiano ottenuto ampi consensi alle ultime elezioni, per questo dobbiamo tornare nelle piazze, nei quartieri portando le nostre idee contro le menzogne della Lega e dei fascisti.

ANTIFASCISTI SEMPRE, SINISTRA ANTICAPITALISTA LIVORNO

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La federazione livornese del partito della Rifondazione Comunista esprime la propria solidarietà ai ragazzi che il 14 giugno, dopo aver partecipato ad uniniziativa sindacale a Firenze, sono stati vittime di unaggressione fascista.
E' un evento che addolora ma purtroppo non stupisce: la presenza in diverse città toscane di sedi di movimenti che si richiamano al fascismo, una ideologia basata su violenza e sopraffazione, e la tolleranza nei loro confronti da parte delle istituzioni, non può che produrre questi frutti avvelenati. Di fronte allevidenza dellinsostenibilità globale del capitalismo, forse tra chi vuole mantenere lo status quo cè chi pensa che la presenza di gruppetti di picchiatori fascisti possa tornare utile per intralciare e minacciare chi vuole costruire un sistema basato su uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale; da parte nostra non ci stancheremo mai di mettere in luce il ruolo di "utili idioti" del capitale svolto da fascisti e razzisti di ogni risma.

La segreteria della federazione livornese di Rifondazione Comunista

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SEL Livorno esprime una decisa condanna per il grave episodio di violenza e la massima solidarietà agli studenti, a Firenze per assistere alla conclusione delle “Giornate del lavoro”, aggrediti, insultati e picchiati e feriti da un gruppetto di militanti fascisti. Si tratta di un atto gravissimo che ferisce la coscienza e le tradizioni democratiche ed antifasciste della nostra Regione e che rappresenta un segnale importante di un clima di intolleranza che ci preoccupa notevolmente.
Quanto accade è frutto di una politica nazionale governativa di "disattenzione" verso lantifascismo inaugurata da Berlusconi attraverso la collusione con i neo fascisti , poi proseguita da gli altri governi con "riforme" con il Governo Renzi del PD come per esempio quella della scuola, che ignorano e così distruggono, lidentità storica e antifascista del nostro Paese.
SEL  augura pronta guarigione ai giovani aggrediti e chiede che con fermezza e al più presto siano individuati  e consegnati alla giustizia i responsabili della violenta aggressione fascista e che vengano attuate misure preventive al fine che tali episodi non debbano ripetersi. 

Sinistra Ecologia Libertà Federazione Provinciale di Livorno

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Aggressione fascista in centro: il comunicato della Rete dei Collettivi Fiorentini

Poche sere fa, in pieno centro, un gruppo di ragazzi appartenenti alla rete degli studenti medi è stato aggredito da alcuni nostalgici del ventennio. I ragazzi si stavano dirigendo da Palazzo Vecchio, dove avevano assistito ad una conferenza, in Piazza Santissima Annunziata, quando da un bar cominciavano ad arrivare grida di offese e lanci di bicchieri. In men che non si dica, un gruppo di teste rasate, tutti uomini adulti, gli si avventava contro sottraendo ai ragazzi le loro bandiere e aggredendoli con le stesse.

Controprova della natura dell’aggressione, oltre a una svastica tatuata sul corpo di uno degli aggressori, sono elementi come alcune offese quali “merde rosse” o “il 68 è finito”. Si parla, ricordiamoci, degli stessi soggetti che hanno aperto nuove sedi nella nostra città negli ultimi tempi (http://www.inventati.org/…/la-questura-blinda-coverciano-p…/ & http://www.inventati.org/…/05/08/altra-sede-fascista-nel-q2/ ).

Sono gli stessi che hanno mandato in coma un compagno a Cremona in seguito ad un’aggressione al CSA Dordoni pochi mesi fa (http://www.infoaut.org/…/13707-aggressione-fascista-al-csa-…) , la stessa feccia che due anni fa proprio nella nostra città, con la codardia che li contraddistingue, aggrediva 8 contro 2, ragazzi riconosciuti come antifascisti, sempre in pieno centro davanti ad una polizia ignava se non complice (http://www.inventati.org/…/aggressione-neofascista-sabato-…/). Gli stessi che nelle loro schiere avevano Gianluca Casseri, autore della strage di piazza Dalmazia.

Però ricordiamoci che sono anche gli stessi che quando si presentano davanti alle scuole e, come di consuetudine vengono cacciati, sono difesi/ignorati da una parte di quegli studenti che per le “giornate del lavoro” sono scesi in piazza con la CGIL e si trovavano, appena prima dell’aggressione, ad assistere ad un’intervista a Susanna Camusso.
Come studenti antifascisti vogliamo esprimere la nostra totale solidarietà agli studenti aggrediti, ribadendo però quello che per noi è antifascismo: non una targa di cui fregiarsi un giorno l’anno, non un ricordare nostalgicamente e idealmente la resistenza; è una militanza quotidiana, un impegno concreto che non può emergere solo quando avvengono episodi di questo genere.

Dalle nostre scuole alle piazze alle strade, in ogni momento e con ogni mezzo necessario.

ANTIFASCISTI OGNI GIORNO

Rete dei Collettivi Fiorentini

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Aggressione fascista: alcune precisazioni su antifascismo e ipocrisie della sinistra

Mentre Susanna Camusso si faceva intervistare dal direttore del quotidiano di Confindustria Il Sole24Ore, quattro studenti tra i 15 e i 21 anni, militanti della Rete degli Studenti Medi e dell’Unione degli Universitari, venivano aggrediti in pieno centro da un gruppo di fascisti.

Non possiamo non esprimere piena solidarietà agli studenti vittime di questo ennesimo episodio di violenza squadrista nella nostra città, che non solo testimonia la vigliaccheria dei suoi autori ma, mai come in questo caso, evidenzia almeno due questioni politiche sulle quali, al netto di polemiche e strumentalizzazioni, è bene prendere chiaramente posizione.

1. L’antifascismo non si delega.
Questa aggressione, come le altre che l’hanno preceduta, è il risultato diretto della presenza di ben tre covi fascisti a Firenze: il sedicente “centro sociale di destra” Casaggì, la sede politica dei “fascisti del terzo millennio” di Casapound, camuffata da innocua libreria di quartiere e, infine, la sede del gruppo neonazista La Fenice, anch’essa mascherata da circolo culturale. 
Una presenza evidentemente più che tollerata dalle istituzioni – democraticamente impegnate a garantire il diritto di espressione anche a gruppi dichiaratamente fascisti – ma accettata anche da una certa “sinistra democratica” che ha abbandonato, ormai da tempo, il terreno dell’antifascismo. Emblematico è il commento di uno dei ragazzi aggrediti, stupito perché a Firenze «di solito queste cose non accadono», dimenticando forse che nel 2011, proprio nella nostra città, il militante di Casapound Gianluca Casseri sparava e uccideva Samb Modou e Diop Mor, ferendo altri due lavoratori senegalesi. Una strage ricca di interrogativi ancora irrisolti a causa del pronto insabbiamento dell’inchiesta giudiziaria e del rifiuto da parte delle autorità di riconoscere la chiara e diretta responsabilità politica di Casapound. Forse non ci accorgiamo che gesta di questo tenore sono all’ordine del giorno a Firenze come in tutta Italia. Probabilmente ce ne accorgeremmo, se solo si avesse il coraggio di guardare oltre le anguste mura di certezze illusorie dentro cui ci rinchiudono i media ufficiali. Si pensi, inoltre, a quanto accaduto il 9 maggio 2013 quando un gruppo di compagni fu aggredito in piazza della Repubblica dai partecipanti a un’iniziativa indetta sempre da Casapound.
Ai fascisti viene garantita protezione, impunità ed un’ampia agibilità politica; come è emerso dalle inchieste romane, questo avviene spesso oltrepassando anche i canoni, già disgustosi, del sodalizio meramente politico con le forze parlamentari, arrivando a creare un substrato mafioso – l’ormai famoso “mondo di sotto” – capace di ritagliarsi spazi di profitto pilotando gli appalti pubblici e orchestrando la gestione dei migranti/carne-da-macello in campagna elettorale, incassando cifre a parecchi zeri nei conti correnti grazie alla speculazione sull’accoglienza. La “sinistra” istituzionale si limita a vuote celebrazioni di facciata, asserragliandosi dietro la retorica degli opposti estremismi e della difesa della legalità pur di non prendere posizione, mentre alcuni suoi esponenti di spicco partecipano al luculliano banchetto a base di mazzette, favori e promesse. 
Invece, chi pensa alla lotta contro il fascismo come una pratica militante quotidiana, mobilitandosi concretamente per la chiusura dei loro covi, subisce la gogna della criminalizzazione, le denunce, i processi e le cariche della polizia. Non è un caso che proprio in occasione della contestazione da parte dei collettivi studenteschi autorganizzati all’ex magistrato Giancarlo Caselli – ospite di un’iniziativa elettorale di Udu-Sinistra Universitaria al Polo di Novoli – il Direttore della Scuola di Giurisprudenza prof. Paolo Cappellini abbia dichiarato che in democrazia anche il capo di Casapound deve avere la possibilità di esprimersi in un’aula universitaria (vedi:http://video.corrierefiorentino.corriere.it/caselli-novoli-proteste-bavagli/89ba9f8a-c801-11e4-b977-76e0ff11fc6e). Ecco, la violenza squadrista per le strade è anche responsabilità di chi intende tollerare gli intolleranti in virtù di un illuminismo del tutto fuori luogo. Noi non ascoltiamo questi cattivi maestri e crediamo che sia necessario negare con ogni mezzo necessario qualsiasi agibilità politica a chi predica violenza, razzismo e odio contro il diverso.

2. Antifascismo è anticapitalismo.
Il ruolo storico del fascismo, oggi come ieri, è quello di braccio armato della classe dominante. A maggior ragione in un contesto di crisi come quello attuale, concedere agibilità politica ai fascisti risulta particolarmente utile per aggredire i movimenti sociali e per depistare la rabbia delle classi popolari contro il falso nemico del lavoratore immigrato, trascinandole in una guerra tra poveri a tutto vantaggio delle politiche di macelleria sociale volute dai padroni. Pertanto, non è pensabile combattere il fascismo senza fare una netta scelta di campo anticapitalista. Ed è proprio su questo terreno che le contraddizioni, le ambiguità e i nodi della “sinistra” istituzionale vengono al pettine. Proprio mentre i suoi militanti di base subivano la vile aggressione, la Camusso strizzava l’occhio a Confindustria, mostrandosi disponibile a trattare un nuovo modello contrattuale basato sul famigerato “Modello Marchionne” (vedi:http://sindacatounaltracosa.org/2015/06/15/la-cgil-dice-si-a-squinzi/). Non bastavano i due precedenti Accordi di Rappresentanza, con cui le dirigenze dei sindacati confederali già avallavano nella sostanza tale modello, impedendo ai lavoratori di scegliere i propri rappresentanti sul posto di lavoro, limitando il diritto di sciopero ed emarginando il sindacalismo di base con la sua alternativa conflittuale. Non bastava la totale assenza di un’opposizione reale, nonostante le pressioni dal basso degli iscritti al sindacato, contro le riforme del lavoro e la macelleria sociale in questi lunghi anni di crisi, austerità, disoccupazione e precarizzazione. Né bastava, evidentemente, l’avallo sindacale della vergogna del contratto di lavoro gratuito ad Expo 2015.
Infine, come si può non ricollegare l’aggressione di domenica con un altro episodio di squadrismo ben più grave, avvenuto il 19 maggio, quando il picchetto dei facchini iscritti al S.I. Cobas, in sciopero davanti ai cancelli dell’SDA di Roma, è stato attaccato a colpi di spranghe, caschi e bottiglie da una squadraccia capeggiata da alcuni caporali e dirigenti aziendali, con la complicità delle forze di polizia presenti. La reazione dei dirigenti confederali (FILT-CGIL, FIT-CISL e UIL Trasporti) di giustificare l’accaduto, bollando come «atto squadrista» non l’aggressione a mano armata ma il picchetto degli iscritti ad un sindacato “rivale”, è paradossale solo in apparenza (vedi:http://clashcityworkers.org/documenti/analisi/2009-sda-roma-fascismo-sindacato.html).
Infatti, dopo decenni di concertazione, le burocrazie dei sindacati confederali hanno preferito barattare la difesa dei diritti del lavoro e dei propri iscritti con la gestione di sacche residue di potere burocratico, ritagliandosi un ruolo di cinghia di trasmissione delle politiche padronali. Non stupisce, allora, che gli ospiti d’onore delle “Giornate del Lavoro” fiorentine fossero personaggi del calibro di Oscar Farinetti e del ministro Poletti… Un altro passo in avanti verso la costruzione di un sindacato autoritario e neo-corporativo, che trova proprio nel ventennio fascista il suo precedente storico.

Appaiono, allora, sterili e vuoti gli accorati appelli a «mantenere alta la bandiera dell’antifascismo» da parte di chi, nei fatti, opera per dividere la classe lavoratrice e per avallare l’autoritarismo e il fascismo che avanza nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nella società tutta. Al contrario, nel ribadire la nostra solidarietà agli studenti aggrediti domenica, così come a tutte le vittime della violenza squadrista, invitiamo tutti a mantenere alta la vigilanza su questi problemi, con la consapevolezza che per sconfiggere il fascismo è necessario lottare contro il sistema economico e sociale che lo ha generato.

COLLETTIVO POLITICO SCIENZE POLITICHE

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Giugno 2015 19:01

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