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PER NON DIMENTICARE

Il bacio della morte: 40 anni fa nasceva il governo Andreotti con l'appoggio del Pci

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29 luglio 1976. Nasce il governo Andreotti con l'appoggio decisivo del Pci. Un evento che ci spiega molto della politica per come è arrivata fino a noi

andreotti IIIL'Italia degli anni '70 è ben documentata davanti a noi, oltretutto con miriadi di testimonianze. Non è certo poi, per capire quel periodo, problema di testimonianze dirette. Ma oggi la trasmissione generazionale della memoria ha difficoltà. Siamo, in fin dei conti, in una società che trova vecchissimo ed inutile ciò che ha appena quattro anni di vita. Eppure quanto accaduto nel 1976 e oggi dimenticato (per semplificare usiamo quell'anno come data simbolo), ci spiega molto della politica per come è arrivata fino a noi.

Ma andiamo, appunto, alla data: 29 luglio 1976. Tra i flash, in bianco e nero, dell'epoca e i servizi delle tv, sempre in bianco e nero (il colore arriverà stabilmente dal primo gennaio 1977), nasce il terzo governo Andreotti. Uno dei tanti presieduti dall'anima nera della politica italiana. C'è però una novità: quel governo Andreotti quel giorno nasce con i voti del Pci. Decisivi? Certamente. Basta vedere i risultati dello scrutinio alla Camera per il voto di fiducia: il governo Andreotti ottenne 258 voti a favore, 44 contro e 303 astensioni. Siccome il Pci dichiarò pubblicamente l'astensione, formula politica per garantire un governo di solidarietà nazionale, era evidente dal risultato della Camera che l'area del non voto era decisiva per garantire la sopravvivenza del governo Andreotti. I rapporti tra Pci ed Andreotti, tra l'altro, sono stati a lungo tutt'altro che burrascosi. Ben 27 volte, stando alle cronache, le camere non hanno dato l'autorizzazione a processare il noto leader democristiano con i voti decisivi del Pci in aula o in commissione. Questi sono i fatti, poi si può entrare nel piano dell'analisi con considerazioni magari molto diverse tra loro.

Certo, a scorrere la lista dei ministri di quel governo, che doveva giornalmente confrontarsi con il capo della diplomazia del Pci presso l'esecutivo (Giorgio Napolitano) si vede subito il dna di quell'esecutivo. C'è Franco Evangelisti, storico colonello di Andreotti, che ammise a suo tempo le tangenti ricevute dal palazzinaro Caltagirone (la cui famiglia ha poi fatto il bello e il cattivo tempo nella seconda repubblica sia nel centrodestra che nel centrosinistra passando dal Monte dei Paschi), personaggi che non hanno bisogno di presentazione come De Mita, Forlani, Cossiga e Scotti. Ministro della difesa, Vito Lattanzio, responsabile, un anno dopo, della scarsa vigilanza che permise la fuga di Kappler da Roma. Era una Dc che veniva da un periodo di scandali impressionante, su tangenti di ogni tipo dal petrolio alle forniture militari, rimessa in piedi e salvata dal Pci che era stato votato per esserne il maggiore antagonista. La linea di governo? Austerità, contenimento salariale, rigore e sacrifici. Fino ad arrivare alla parodia dell'abolizione di alcune feste, tra cui l‘Epifania (poi reintrodotta negli anni successivi), per incentivare la produttività. O a misure da simbolismo dell'austerità che fanno solo sorridere: Italia-Inghilterra dell'autunno 1976, allora sentitissima partita di qualificazione ai mondiali, fu giocata alle 14:30 di mercoledì senza diretta tv. Si voleva che il paese producesse, senza inutili distrazioni. Finì che il Parlamento andò allo stadio per vedere la partita mentre la gente, come negli anni '50, seguì la partita alla radio (per la cronaca vinse l'Italia 2-0).

Ma cosa aveva spinto il Pci a salvare la peggior Democrazia Cristiana di sempre, quella che finirà di saccheggiare il paese con Tangentopoli? Gladio, la minaccia di golpe o simili? No, nel 1976 sarebbero stati tutti tentativi falliti vista la forza militante delle sinistre dell'epoca. Gli Usa venivano poi dal Vietnam, guerra persa appena l'anno prima, quindi non avevano la forza politica per star dentro ad una eventuale crisi militare di prima grandezza in Italia. Viene da dire che la risposta la dovrebbero dare tutti quelli che tramandano, a sinistra, una mitologia delle mani pulite, di questo o quel big della politica di allora. Qui più che una risposta si può dare una indicazione storiografica. Già all'epoca dell'invasione di Praga, benedetta obtorto collo dal Pci, la rivista del Manifesto accusava il Pci di preparare un percorso di solidarietà nazionale come poi concretizzatosi nel 1976. Era il sessantotto, eppure il Pci era già da un'altra parte rispetto alla sinistra nata con la contestazione generale. Questo per andare verso il bacio della morte delle larghe intese con la Dc. Che preparò la fine del Pci ma anche la concertazione sindacale successiva e la politica per come l'abbiamo conosciuta all'epoca di Berlusconi. Con il governo di solidarietà nazionale, infatti, la sinistra da antisistemica era diventata sistemica. E così è rimasta. Fino alla consumazione di se stessa e del paese.

Terry McDermott - tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Settembre 2016 13:14

16-18 settembre 1982 Sabra e Shatila: "Ce lo dissero le mosche"

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REMEMBER SABRA AND SHATILA

Dia al-Azzawi, Sabra and Shatila Massacre, 1982-3, Inchiostro e pastello a cera su carta montata su tela, 300x750 cm, Londra, Tate Museum.

Questa a fianco è l'opera dell'artista Dia al-Azzawi dal titolo Sabra and Shatila Massacre, eseguita pochi mesi dopo il massacro messo in atto dalle Falangi Libanesi con la complicità dell'esercito israeliano, che a Beirut, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, uccisero barbaramente oltre 3.000 civili palestinesi e sciiti libanesi. Vi proponiamo un articolo del 1982 di Robert Fisk, primo giornalista che arrivò sul posto.

 

di Robert Fisk – settembre 1982 tratto da Nena News

Roma, 17 settembre 2014, Nena News – “Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»sabra-et-shatila

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?»

Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all’attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l’avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n’erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po’. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani – gli assassini della ragazza – avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l’americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all’entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese – un collega di Ane-Karina Arveson – aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati – i falangisti o i miliziani di Haddad – erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo – il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo – della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c’erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant’anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C’erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un’arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c’era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

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Ultimo aggiornamento Domenica 18 Settembre 2016 11:00

Le socialdemocrazie per 30 anni al servizio dei capitali finanziari

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A metà anni ’80 le socialdemocrazie europee iniziano a sostenere il sistema che oggi ci ha portato alla rovina. L’invasione del finanzcapitalismo è stata favorita anche dai governi di centrosinistra con atti e leggi di matrice liberista. 

delors mitterand de mita g7 1988Ci sono due luoghi comuni che sono veicolati anche in molti salotti buoni europei e nordamericani. Sono luoghi comuni che servono per nascondere le responsabilità politiche di chi ha spalancato le porte, attraverso atti e leggi, alla libera circolazione dei capitali e alla invasione dei capitali finanziari in ogni aspetto della nostra vita. Il primo luogo comune è che in questi anni la politica è stata sopraffatta dal sistema finanziario perché sono stati sviluppati nuovi strumenti di risparmio, investimento e gestione dei patrimoni e perché le tecnologie dell’informazione hanno permesso di spostare capitali immensi da un paese all’altro con un semplice tocco di tastiera. Luciano Gallino, uno dei più importanti sociologi italiani, non la pensa così e riassume in termini molto chiari in un’intervista a Micromega nel 2012 perché siamo arrivati a questo punto

“Perché la finanza ha preso tutto questo potere? Perché non ha avuto opposizione. Non certo dai partiti, che a partire dagli anni 80 si sono adoperati per la finanziarizzazione, la liberalizzazione di movimenti di capitale, la produzione a valanga dei titoli come i derivati strutturati. Tra questi i partiti di sinistra e di centro-sinistra, che hanno ispirato molti documenti degli anni 80 in quella direzione, spinti da illustri personaggi della sinistra come i francesi Mitterand, Delors e Camdessus, il tedesco Schröder”.

Il secondo luogo comune, infatti, è che questo sistema economico di ispirazione totalmente liberista, disumano, antidemocratico e accentuatore di disuguaglianze sia un prodotto tutto anglosassone, di esportazione nordamericana e imposto alla povera europa da aguzzini come Milton Friedmann, i Chicago boys, Ronald Reagan e Margharet Thatcher. Che questi siano aguzzini non vi è dubbio ma la verità storica dell’invasione del “finanzcapitalismo” è molto più vasta e complessa.

La liberalizzazione dei movimenti dei capitali finanziari prende l’avvio dagli anni ’80 proprio con la Presidenza Mitterand, non solo cancellando norme precedenti, ma producendo nuove norme che hanno reso possibile l’invasione di nuovi strumenti finanziari come i derivati e gli Swaps. Gli uomini provenivano tutti dai socialisti francesi, da Mitterand a Delors, che poi esporterà il modello in sede di Commissione Europea, di cui divennne Presidente. E poi Camdessus nominato da Mitterand governatore della Banca di Francia e da lì transitato alla testa dell’FMI oltre che Chavransky, presidente dal 1982 al 1994 del Comitato per i movimenti di capitale e le “transazioni invisibili“ dell’Ocse. Gli atti di liberalizzazione del sistema finanziario prodotti dagli USA in effetti seguirono quelli francesi ed europei. Anche laggiù fu un presidente ammirato dai socialdemocratici europei, Bill Clinton, a iniziare lo smantellamento di quella che era la normativa di protezione dai rischi finanziari, la seconda legge Glass-Steagall, che risaliva al giugno 1933 e alla presidenza di F.D.Roosvelt, che aveva indotto i sistemi creditizi di mezzo mondo, tra cui l’Italia, a separare nettamente l’attività commerciale degli Istituti di credito (in diretta relazione con i clienti nella gestione dei loro depositi) da quella di intermediario finanziario ed agente speculativo. Questo per impedire le distorsioni che nel decennio precedente, assieme alla relazione troppo stretta tra imprese e banche, aveva posto le basi per il crack del 1929. L’Italia si adeguerà a questa nuova ondata liberalizzatrice con altri due personaggi sempre organici al centro sinistra dell’epoca. Nel 1990, Carlo Azeglio Ciampi governatore della Banca d’Italia (1979-1993, prima di diventare presidente del Consiglio per continuare le opere di privatizzazione) inizia il processo di privatizzazione delle banche pubbliche italiane tramite l’emanazione del decreto legge 218 del 30 luglio, anche noto come decreto Amato-Ciampi.

Negli USA, e poi in europa, iniziava anche a diffondersi quel sistema delle cosiddette “ porte girevoli “, cioè del passaggio di uomini da postazioni chiave della finanza a quelle della politica, e viceversa. La politica, quindi, anzichè prefiggersi l’obiettivo di regolare l’economia per adattarla alla società, si è impegnata ad adattare la società all’economia con i risultati disastrosi che sono davanti ai nostri occhi. Dal 2010 la crisi delle banche è stata travestita da crisi del debito pubblico che è aumentato in media in europa del 20%. E quando i bilanci pubblici sono esangui non ce la fanno più, e scattano i tagli e peggiorano le vite delle persone.

Pubblicato sul numero 89 (gennaio 2014) dell'edizione cartacea di Senza Soste 

Alcuni contenuti tratti da “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi” di Luciano Gallino

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Settembre 2016 15:38

Nicaragua trent’anni dopo: memoria, omaggio e solidarietà

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Nicaragua 1di Sergio Ferrari, al rientro dal Nicaragua

Da Somotillo a La Dalia, passando per Matagalpa e percorrendo San Marcos, La Trinidad. Managua e tanti altri luoghi legati al movimento svizzero di solidarietà. Lo scorso mese di luglio più di 50 militanti di associazioni hanno visitato il Nicaragua per rendere omaggio ai cooperanti internazionalisti assassinati tre decadi fa e alle migliaia di vittime locali, conseguenza dell’estenuante guerra di aggressione (1984-1989). La Brigata commemorativa “30 años, homenaje y solidaridad” é stata organizzata, tra gli altri, dal Comitato Nicaragua-El Salvador di Ginevra; i gemellaggi Delémont - La Trinidad e Biel - San Marcos; AMCA e l’ONG E-CHANGER.

Frontiera con l’Honduras

L’esplosione di una mina antiuomo fu seguita da uno scontro a fuoco unidirezionale contro un furgone civile che trasportava un gruppo di donne contadine e alcuni minorenni. Erano le prime ore della notte di domenica 16 febbraio 1986 nella periferia della località di Somotillo, nel nord-ovest del Nicaragua, a circa cinque chilometri dall’Honduras.

Durante l’attacco del gruppo della contra – che era appena entrato nel paese dalla sua base operativa nell’altro lato della frontiera – morì sul colpo Maurice Demierre, cooperante svizzero dell’organizzazione Frères Sans Frontières (oggi E-CHANGER), che era alla guida del veicolo. Con lui morirono anche cinque donne contadine che rientravano alle loro comunità dopo aver visitato i loro familiari mobilitati nell’esercito sandinista.

“Maurice, nel momento in cui fu colpito, col suo grande corpo servì da protezione a me e a mio figlio di un anno, eravamo al suo fianco nell’abitacolo del furgone”, racconta María Lidia Betancourt Ruiz, una delle sopravvissute a questo massacro nel quale perse la vita sua madre.

María Lidia Betancourt, fu una delle centinaia di persone presenti che il 22 luglio, assieme ai visitatori svizzeri, si sono recate nella piazza centrale di Somotillo, partecipando alla cerimonia di omaggio davanti alla tomba dove è sepolto il cooperante svizzero originario di Bulle (Friborgo).

“Quando penso a quel giorno, non posso trattenere le lacrime, per noi Mauricio, che lavorava nella pastorale sociale e come tecnico agricolo, era uno della nostra comunità. Era un fratello.” sottolinea Pedro Velázquez Díaz, dirigente contadino della regione e testimone dei fatti del 1986, che a 80 anni compiuti continua a lavorare nel Bloque Intercomunitario, l’organizzazione partner del cooperante svizzero. “ Per noi Mauricio continua a vivere”, ricorda emozionato.

“L’obiettivo della Brigata è di commemorare tutti i nostri compagni internazionalisti caduti in Nicaragua, sia a Somotillo che, mesi più tardi, a La Zompopera”, nella regione boschiva del nord del Dipartimento di Matagalpa, osservaGerald Fioretta, militante ginevrino, uno dei principali promotori della Brigata, che visse con la sua famiglia durante gran parte degli anni ottanta nella regione di questo paese centroamericano.

E aggiunge: “Senza dimenticare il nostro omaggio commosso e concomitante alle migliaia di vittime nicaraguensi. Fu il popolo di questo paese che pagò il prezzo più alto in questa guerra di aggressione impari e ingiustificata”, sostiene Fioretta.

La Dalia, Matagalpa, una guerra impari

I brigatisti svizzeri – con i loro compagni italiani e francesi – hanno segnato la loro presenza il 28 luglio in altre due commemorazioni, una nel Dipartimento di Matagalpa, dove esattamente 30 anni prima furono assassinati in un’imboscata della contra gli internazionalisti Yvan Leyvraz (svizzero), Joël Fieux (francese) e Berndt Koberstein (tedesco), assieme a due tecnici e militanti sandinisti che viaggiavano sullo stesso convoglio. La mattina la cerimonia si è svolta a La Dalia, e nel pomeriggio all’interno del cimitero matagalpino, dove sono sepolti gli internazionalisti europei.

“Ricordare i compagni, che sono come i miei fratelli, mi tocca profondamente il cuore. A distanza di tre decadi loro continuano a camminare con noi, vivono in noi, nelle nostre attività, nelle nostre lotte e nei nostri sogni”, enfatizza Orlando Blandón, che in quel periodo fu l’autista di Yvan Leyvraz e che “per un caso del destino” – come lui sottolinea – non prese parte a questo ultimo viaggio del suo compagno svizzero.

Questi internazionalisti erano pieni di coraggio, ricorda Blandón. “In quel momento, nella zona boschiva di Matagalpa, circolavano non meno di 7 mila effettivi della contra, con le migliori armi ed equipaggiamenti che esistevano allora, grazie al sostegno dei nordamericani”.

Tutti sapevano di correre dei rischi enormi in ogni movimento, in ogni viaggio... però non smisero mai di compiere il loro lavoro. “In quei giorni Yvan era ossessionato di andare a controllare l’arrivo di alcuni materiali da costruzione che dovevano essere utilizzati per diverse opere e non riuscimmo a convincerlo di posticipare il viaggio a causa dell’alto rischio militare che incombeva in quella zona”, racconta emozionato Blandón.

La pagina del dolore degli anni ottanta non toglie la convinzione ai più di 200 contadini che partecipano alla commemorazione in questo 28 luglio a La Dalia. Nemmeno alle centinaia di persone che assieme ai brigatisti svizzeri invadono il cimitero di Matagalpa, nel pomeriggio dello stesso giorno, per rendere omaggio alle vittime de La Zompopera, durante il secondo appuntamento della giornata, organizzato in quest’occasione dal Municipio di Matagalpa, dall’organizzazione partnerODESAR e dalla stessa brigata elvetica.

Come esprimere la solidarietà con tutto un popolo che ha sofferto per questa guerra? Lo domandiamo a Philippe Sauvin, un altro degli organizzatori della brigata e responsabile durante anni delle Brigadas Internacionalistas Obreras che arrivavano in questo paese.

Simbolicamente, risponde Sauvin, “ricordando le 16 vittime della cooperativa di Yale”, situata nelle vicinanze di La Dalia nel dipartimento di Matagalpa. “Questa cooperativa, sostenuta e costruita dalla solidarietà svizzera, fu presa d’assalto dalla controrivoluzione e venne distrutta il 31 maggio 1986. Il nostro omaggio e la nostra solidarietà globale si concreta oggi in quei volti dei fratelli nicaraguensi di Yale con cui lavoriamo e conviviamo con la speranza in comune per una vita migliore nel Nicaragua libero”.

Inviato a Senza Soste da Associazione Italia-Nicaragua di Liuvorno

agosto 2016

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8 agosto 1956: 60 anni fa la strage di Marcinelle

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marcinelle

Al termine della seconda guerra mondiale il Belgio aveva mantenuto quasi intatta la sua infrastruttura industriale ma non aveva la quantità di manodopera che gli sarebbe stata necessaria. Inizialmente il governo belga pensò di utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi o i profughi interni, poi incentivò l’immigrazione di lavoratori dall’estero. In Italia la situazione era del tutto opposta: c’era la necessità di una totale ricostruzione delle fabbriche e un alto tasso di disoccupazione.

Nel 1946 i due paesi conclusero quindi un trattato (chiamato “uomo-carbone”) secondo il quale l’Italia si impegnava a inviare in Belgio 50mila minatori (2mila ogni settimana) e il Belgio a vendere all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone mensili ogni 1.000 lavoratori immigrati. In Italia ci fu una campagna pubblicitaria martellante per invogliare i disoccupati ad andare in Belgio: accattivanti manifesti rosa parlavano di salari molto buoni, contributi, assegni familiari… I candidati dovevano avere al massimo 35 anni e godere di buona salute.

Gli aspiranti minatori erano concentrati alla stazione centrale di Milano e di lì partivano in treno: un viaggio che poteva durare tre giorni e tre notti.

I belgi non volevano piantagrane e c’era una rigida selezione politica: nei paesi erano i parroci a “raccomandare” i lavoratori, e durante il viaggio questi erano spiati da agenti in incognito incaricati di individuare i potenziali agitatori.All’inizio c’erano dei forti pregiudizi sui meridionali, ma poi i belgi si resero conto che i lavoratori provenienti dall’agricoltura o da ex regioni minerarie, come la Sicilia, la Sardegna e le Marche, si adattavano di più rispetto a molti settentrionali che avevano avuto esperienze nell’industria. Una volta arrivati in Belgio, gli emigranti venivano alloggiati nelle baracche che avevano ospitato i prigionieri di guerra e il giorno dopo venivano portati alla miniera. Quando si rendevano conto delle condizioni di lavoro, molti si rifiutavano di scendere nei pozzi, oppure dopo la prima volta rinunciavano (quasi il 50%). Ma il contratto che avevano firmato prevedeva l’arresto in caso di mancato rispetto dell’impegno assunto. Non ricevevano alcuna formazione e i salari erano molto inferiori a quelli promessi perché quasi nessuno era un operaio qualificato. Con tutto ciò, dieci anni dopo la firma dell’accordo del 1946, su 142mila minatori presenti in Belgio 44mila erano italiani.      

L’8 agosto di quell’anno, alle 8:10 del mattino, nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, presso Charleroi, un errore nella manovra di un montacarichi provoca un terribile incidente: vengono tranciati i cavi telefonici ed elettrici, e la scintilla incendia l’olio fuoriuscito da una condotta. Il fumo invade immediatamente i condotti dell’aria e 262 minatori su 274 che si trovano nei pozzi muoiono soffocati. 136 sono italiani, 95 belgi, gli altri di dieci diverse nazionalità. Fu solo dopo quella tragedia che nelle miniere belghe venne introdotto l’uso della maschera antigas.

Nel 1959 al processo gli amministratori e i dirigenti vennero assolti, vi fu solo una condanna a sei mesi per il progettista della galleria. La vicenda destò enorme impressione in Italia e l’emigrazione verso il Belgio rallentò. I belgi attinsero allora da altre nazioni povere, prima Spagna e Grecia, poi Marocco e Turchia, ma il settore minerario ormai si reggeva solo sulle sovvenzioni statali ed era privo di ogni competitività. Alla fine degli anni ’50, quando il prezzo del carbone crollò sul mercato internazionale, entrò in una crisi profonda. Fu un ulteriore dramma per le decine di migliaia di lavoratori che erano arrivati dall’estero. La miniera di Marcinelle, che aveva riaperto l’anno dopo l’incidente, chiuse definitivamente nel 1967.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 117 (luglio-agosto 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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