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PER NON DIMENTICARE

A cinquanta anni dalla morte di Raniero Panzieri

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A cinquanta anni dalla morte di Raniero Panzieri

tratto da http://contropiano.org

Nell’Ottobre del 1964 moriva, a soli 44 anni, Raniero Panzieri: figura ispiratrice di molte delle idee degli anni sessanta, influenzò alquanto anche gli anni settanta. Fu dirigente del PSI in Sicilia e a Roma. Diresse la rivista Mondo operaio del PSI. In questo periodo tradusse il Capitale. Trasferitosi a Torino collaborò con la casa editrice Einaudi . Fondò la rivista Quaderni Rossi con altri, tra cui Mario Tronti e Toni Negri. Nella rivolta di piazza Statuto a Torino del 1962, intuì l'emergere della centralità della fabbrica e dell'operaio massa. Posizioni e ricerche che lo avevano fatto allontanare dal PSI e dalla sua corrente di sinistra nella quale aveva a lungo militato: un distacco che gli impedì anche di aderire, nel Gennaio 1964 pochi mesi prima della morte, allo PSIUP.

Attraverso l’elaborazione sviluppata su Quaderni Rossi, Panzieri riscoprì alcuni testi di Marx fino a quel punto largamente ignorati come la IV sezione del I libro del Capitale, il “frammento sulle macchine” dei Grundrisse, il Capitolo VI del Capitale (inedito), facendo emergere nel dibattito i concetti di sussunzione formale e di sottomissione reale del lavoro al capitale per indagare i processi di trasformazione economico – sociale e per analizzare l’organizzazione taylorista e fordista del lavoro.

Su queste basi Panzieri elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Panzieri considerava l’operaio massa, tecnicamente dequalificato rispetto all’operaio di mestiere, come portatore di una potenzialità conflittuale molto forte.

La composizione di classe indicava il nesso tra i connotati oggettivi della forza lavoro in un certo momento storico e i suoi connotati politici soggettivi.

Secondo Panzieri non esisteva alcune tendenza immanente al superamento della divisione del lavoro, così come non esisteva alcun limite allo sviluppo del capitale.

L’unica costante nel modo di produzione capitalistico era rappresentato dalla crescita (tendenziale) del potere del capitale sulla forza lavoro e l’unico limite al capitale è la resistenza della classe operaia.

Oggi c’è da domandarsi se quest’analisi, in una fase di articolazione ben diversa della forza – lavoro rispetto a quella del periodo fordista  possa essere considerata superata oppure di piena attualità.

Panzieri ipotizzava che, in ragione della crisi della teoria economica, il capitalismo avesse perduto il suo pensiero classico nell’economia politica e avesse ritrovato la sua scienza non volgare nella sociologia, la quale segnalava il passaggio del problema del funzionamento del meccanismo economico a quello dell’organizzazione del consenso.

Tale trasformazione corrispondeva a un mutamento del rapporto tra ricchezza e potere.

Il rapporto tra ricchezza e potere si trasformava in una concezione del potere inteso ad asservire la ricchezza, in una funzione del denaro utilizzato come mezzo per conseguire il dominio politico.

Una analisi che, anche in questo caso, può essere ben considerata come profetica e di fortissima attualità.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale tutta incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

Una tesi, quella del marxismo italiano “ufficiale” compresa tra la programmazione giolittiana e il sostegno al “capitalismo straccione” di Amendola,  che Panzieri contrastò vivacemente come altri  fecero in diverse sedi (a partire dal convegno dell’Istituto Gramsci sulle “tendenze del capitalismo italiano” svoltosi nel 1962).

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.

In ogni caso si trattò di un insieme di  intuizioni importantissime non sviluppate appieno a causa della sua prematura scomparsa e dal prevalere nel PSI della logica di utilizzo della leva del governo quale via “riformista” e nello PSIUP e nel PCI della linea di sovrapposizione “classica” della mediazione politica rispetto alla diretta rappresentanza operaia:  neppure l’avvento dei sindacato dei consigli, qualche anno dopo la scomparsa di Panzieri, avrebbe consentito di affrontare il tema ricorrente della rappresentanza politica dell’operaio massa e della composizione di classe che derivava dalla presenza di questo nuovo soggetto ben diverso, come si è visto, da quello rappresentativo dell’aristocrazia operaia fino a quel punto egemone.

Intanto l’ eredità teorica di Panzieri restava suddivisa tra i gruppi di ispirazione operaista e i partiti della nuova sinistra mentre, a partire dalla crisi petrolifera del 1974 andavano imponendosi nuove elaborazioni sul piano della programmazione dell’economia, della scomposizione sociale, della resistenza operaia, dell’intreccio tra nuove e vecchie contraddizioni.

L’eredità teorica di Panzieri rimase così sullo sfondo nell’elaborazione della sinistra italiana: oggi a cinquant’anni dalla morte, in una fase di fortissima scomposizione nel rapporto tra lavoro e società e ancora tra società, politica, concezione del potere,  alcune sue intuizioni appaiono  di straordinaria attualità.

Nell’assunzione di una  di una forte egemonia culturale e sociale da parte dei soggetti dominanti del capitalismo le lotte di massa non riescono più a contrapporsi in assenza di una organizzazione politica della soggettività di classe.

Una difficoltà che ci rimanda necessariamente allo studio della composizione del capitalismo (nazionale e sovranazionale) e della stessa nostra “classe” di riferimento: almeno sotto l’aspetto del metodo, ma non solo, la riscoperta di Raniero Panzieri potrebbe risultare davvero preziosa.

Per redigere questo testo sono stati utilizzati: Cristina Corradi “Storia dei marxismi in Italia” (“Manifestolibri 2005”); Raniero Panzieri “Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale” in “Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei Quaderni Rossi 1959 – 1964” scritti scelti a cura di Stefano Merli (Pisa, BPS, 1994), “L’altro Novecento, comunismo eretico e pensiero critico” secondo volume a cura di Pier Paolo Poggio (Jaca Book, Milano 2011), Lucio Magri “Le novità del neocapitalismo” (Les Temps Modernes, n.196-197, Parigi settembre – ottobre 1962), Raniero Panzieri e Lucio LIbertini "Sette tesi sul controllo operaio" (ed.Mondoperaio, 1956)

23 ottobre 2014

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Autunno 1993, l’ultimo sciopero generale del comprensorio che insegna molto alla Livorno di oggi

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sciopero generaleIl 1993 è un anno importante per Livorno. E non solo per le contronarrazioni che, alla lunga, hanno largamente contribuito alla disintegrazione del centrosinistra locale. Sull’importanza, nel profondo del tessuto sociale livornese, della rioccupazione del Godzilla e dell’occupazione del teatro delle commedie, è stato scritto e documentato e non c’è bisogno qui di tornare su quei passaggi. E’ stato scritto poco su un altro paio di contronarrazioni, la reazione all’omicidio Tortorici e i fatti di Pontedera-Livorno ma qui c’è un fattore naturale e positivo: data già molti anni dopo il collasso della memorialistica ufficiale della città operata da una sinistra mai ripresasi dall’ingessamento culturale anni ’50 e da un giornalismo agiografico e timoroso del potere. Ci sono quindi interi capitoli di storia sociale del territorio da riscrivere e, come sempre accade, si tratta di racconti e di materiale destinati solo ad emergere.

Lo sciopero generale del territorio dell’autunno del ’93 si inquadra invece sia nella storia di una Livorno ufficiale, comunque attraversata in prima persona dai soggetti delle contronarrazioni appena accennati, nella storia sociale del territorio ma anche in quella più direttamente politica. Quest’ultima, la storia politica del territorio, è stata talmente azzerata, e i processi di annichilimento che ha subito sono così radicali che meriterebbero una analisi a parte. Analisi che metta in luce come si sia provocata una assenza di esperienza e capacità di innovazione diffusa che ha condizionato, e caratterizzato, quasi tutte le ultime leve della politica locale. Già, perché, a meno di avere 120 anni con la freschezza mentale di un ventenne e l’expertise di chi fa ricerca accademica di livello globale, l’esperienza, fondamentale per innovare e progettare, in politica si tramanda sia per trasmissione generazionale che, per i processi astratti, tramite l’analisi della storiografia del politico territoriale. Da molto tempo questa trasmissione generazionale, assieme questo fondamentale processo di astrazione su sapere collettivo, è saltata. Non che sia irriproducibile, al contrario. Solo che da qualche parte bisogna pur ricominciare.

Ricominciamo appunto da quell’autunno del 1993. Quando questi processi di trasmissione e produzione di sapere erano già sostanzialmente saltati lungo gli anni ’80 (periodo fondamentale per capire l’oggi, e non certo solo a Livorno, ma questa è un’altra storia). Pochi sanno che Livorno arriva a quel periodo con una base di disoccupati, calcolati statisticamente e definibili socialmente in maniera molto diversa da oggi, che dal 1980 al 1989 era passata da 4.000 a 25.000 unità. Si sa invece molto della vicenda dei decreti Prandini, che tolsero la riserva del lavoro portuale alla allora CLP; e si conosce, seppur a sommi capi, il fatto che in quel periodo il territorio stava subendo un lento ma deciso, poi inesorabile, processo di deindustrializzazione. Bisogna anche aggiungere, a questa storia, dei fattori più strettamente nazionali. Il 1992 è un anno drammatico per questo paese, anche sul piano economico-sindacale. Salta la scala mobile, e con lei la struttura del salario e della contrattazione collettiva (entrambe riviste al ribasso proprio nel ’93) il crollo dell’allineamento delle monete europee provoca la perdita di 70.000 miliardi di lire in pochi giorni, il governo Amato vara una manovra da 100.000 miliardi che colpirà le fasce più deboli. Una dozzina di anni dopo, un analista economico mainstream dirà che l’Italia non si era ancora ripresa, a livello di redditi, dallo choc del 1992. Poi c’è stata Lehman Brothers, ancora peggio del ’92, e il maremoto di chiacchiere inutili sulla “crescita” che ha seppellito, per adesso, la realtà. Si capisce così che la crisi di una nazione, e del nostro territorio, affonda le radici piuttosto lontano.

Livorno, all’inizio degli anni ’90, si trovava quindi all’incrocio di una doppia crisi: locale e nazionale. E, per la generazione di amministratori che la governava nel periodo, si trattava di una novità. Basti dire che in piena austerità metà anni ’70, il periodo che ha comunque formato il grosso della disastrosa leva di amministratori arrivata fino a noi, Livorno era nella ristretta cerchia delle città in testa agli indicatori di benessere dell’epoca.

Per rispondere a questa pessima novità, il ceto politico-sindacale della sinistra di governo dell’epoca indice uno sciopero territoriale, come si direbbe oggi, generalizzato. Proprio nell’ottobre 1993. A Livorno chiude per sciopero sostanzialmente tutto ciò che poteva e voleva chiudere. L’obiettivo, e lo schema, è evidentemente quello di ripetere ciò che era accaduto tra la fine anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. L’apertura di una vertenza nazionale complessiva su Livorno che, all’epoca, con regista il sindaco Badaloni finì per portare sul territorio quella filiera delle partecipazioni statali che, assieme al porto, completò un modello di sviluppo fordista che funzionò per un quindicennio resistendo poi fino alla fine degli anni ’80. Per una vertenza su Livorno dei primi anni ’90 il clima, all’epoca sembrava poi favorevole: un presidente del consiglio di origine livornese, il crollo della Dc che qualche pregiudizio verso il territorio ce l’aveva, un Pds che, già in maggioranza di governo, si avviava verso una stagione vissuta all’interno delle stanze nazionali dei bottoni. Ecco quindi che si presentano in piazza a Livorno, con ampie delegazioni della provincia, oltre 20.000 persone con vasta ed ecumenica presenza. Livorno come comunità, come si dice oggi in qualche pessima presa di posizione, dimenticando ovviamente che, dal punto di vista socio-antropologico, fortunatamente la nostra città non è mai stata una comunità allora e non lo è oggi. Ma l’esangue retorica della politica attuale è quello che è cioè poco.

Ma torniamo a noi, lo sciopero generalizzato riesce, Livorno è bloccata e soprattutto tesa verso l’obiettivo: rappresentare la voce di un territorio che si fa sentire per aprire una vertenza sul piano nazionale legata al modello città. Almeno è quello che i sindacati dicono dal palco in piazza della Repubblica durante la manifestazione, nonostante qualche lieve contestazione. Come andò a finire? I processi che si misero in moto allora sono molto utili per agire nel presente per cui qualche parola non fa male tirarla fuori. Prima di tutto saltò il modello, nonostante qualche inviato del governo a Livorno, del territorio che tratta su una nuova matrice di sviluppo con Roma. E non solo perché, come ha denunciato lucidamente Gallino, l’Italia manca di una programmazione industriale dalla fine degli anni ’70, e negli anni ‘90 non è in grado di offrire politica industriale possibile ai territori. Ma anche perché, proprio a partire da quel periodo, sono proprio gli istituti di politica industriale territoriale, quelli che comunque mancavano di strategie fin dalla fine degli anni ’70, ad essere stati smantellati. Inutile fare nomi basta tirar fuori il più illustre e importante, figuriamoci per i territori, strumento di politica industriale: l’Iri. Istituto del quale proprio un importante ex-presidente, Romano Prodi, si vantava gongolando proprio di aver operato per la sua completa dismissione. Lo stesso Prodi che nelle campagne elettorali si rallegrava visibilmente declamando “le privatizzazioni le abbiamo fatte noi” (il centrosinistra, ndr.) dismettendo player istituzionali fondamentali per la politica di sviluppo autonoma dei territori, fu accolto nel giubilo, come i francesi a Milano nel Rosso e Nero di Stendhal, proprio a Livorno durante le politiche del ’96.

Si capisce che Livorno, negli anni ’90, andava a contrattare a Roma quello che aveva ottenuto negli anni ’60 e non esisteva più: la costruzione di un modello di distretto economico territoriale entro una politica nazionale di programmazione industriale. Quello che è accaduto a Livorno va, di conseguenza, nella direttrice di una duplice privatizzazione. La prima, quella di usare la rete di relazioni generata da questo sforzo della città per costruire una rete di potere attorno alla formazione della nascente autorità portuale. Qui basterebbe seguire la carriera del primo presidente della Autorità Portuale, sindacalista poi manager pubblico poi privato, per capire come il tessuto di relazioni generato dalla sforzo della città, come quello dello sciopero generalizzato del ’93, sia stato speso in carriere personali, in sinergia con studi professionali e imprese, e privatizzazioni di beni pubblici. Poco male, l’economia e i territori cambiano, se tutto questo non fosse coinciso con un significativo e drammatico declino, in termini economici e di produzione di posti di lavoro, dello scalo livornese.

Ma l’aspetto forse più drammatico, che vale per il futuro è che il centrosinistra livornese ha provincializzato, in termini di vera e propria chiusura culturale a difesa di interessi a cortissimo respiro, il porto che è un preziosissimo cancello verso la globalizzazione. Respingendo istintivamente ogni politica di diffusione delle tecnologie, dei saperi, delle economie che la vicinanza ad un processo di globalizzazione, in uno snodo fondamentale come un porto, può e deve suggerire in positivo. Al contrario, nell’assenza di una vera politica industriale da Roma, che nel frattempo smantellava, a Livorno si è operato per garantire circuiti chiusi di interesse e una politica di dumping salariale e contrattuale prima lenta poi sempre più inesorabile.

Altra spontanea modalità dell’uso delle “relazioni con Roma” di quel periodo è la sinergia con il nesso mattone-moneta che è stato l’unico volano di sviluppo, ora finito, del ventennio 1990-2010. In assenza quindi di un vero referente romano, politico e sistemico assieme, sul territorio il centrosinistra a suo tempo ha reagito in questo modo: privatizzando il patrimonio di relazioni, sempre più residuale, stabilito nella capitale a seguito di vertenze e presenze istituzionali. Per una chiusura corporativa in porto e per lo sviluppo del modello mattone-moneta sul resto del territorio. Lo sciopero generalizzato dell’ottobre del 1993 fu quindi una non battaglia, di una non vertenza. Un qualcosa che si basava su schemi del passato e che si adattò presto alle dinamiche di privatizzazione del presente tra chiusura corporativa e mattone. Portando Livorno verso il collasso.

Oggi, nel momento in cui evocano scenari di trattativa “con Roma” per il residuo dei modello industriale presente sul territorio devono essere chiare alcune cose. Prima di tutto che non esiste alcuna cabina di regia, o strumento di politica industriale, che possa fare come negli anni ’60. E che quindi vanno separati i tavoli sulle singole vertenze, che invece sono attivi, dalla vertenza di modello. Mica per altro, per non perdere tempo. Poi è importante capire la tendenza istituzionale: il governo centrale privilegia le economie di scala, specie in vista delle prossime ondate di privatizzazioni, piuttosto che le economie territoriali (quelle legate alla specificità del territorio e delle sue istituzioni). E non a caso, dopo l’abolizione delle province (invece di ripulirle e ristrutturarle come strumento della politica territoriale) prevede accorpamenti e dismissioni delle partecipate. E anche accorpamenti e dismissioni dei comuni. Rafforzando invece aree metropolitane, invece delle Regioni (che devono agire in una complessità di territori, non solo i capoluoghi) e decisionismo, senza investimenti pubblici, del potere centrale. Deve essere chiaro che andare a trattare con un governo centrale, che privilegia le economie di scala e le offre a privati (ultimi, gli imprenditori cinesi recentemente a Roma col premier), con la bandiera dell’economia territoriale è uno scontro duro e assai complesso. Non solo, è uno scontro che si gioca non prima di aver stabilito, anche in maniera fortemente simbolica, ponti a Bruxelles e Strasburgo. Bypassando un governo che della mediazione internazionale, e del “non possiamo perché ce lo dice l’Europa, fa un punto di vanto e di forza. La geometria dei poteri, e anche dei rapporti tra istituzioni, è molto cambiata con la crisi. I nostalgici delle liturgie anni ’60, che abbondano in partiti e persone che non solo col Pci ma anche con il Pd non hanno a niente che vedere, deve essere chiaro: guadagneranno tempo, magari spunteranno qualche concessione simbolica ma non andranno da nessuna parte. E’ da oltre 20 anni che è il finale della liturgia della trattativa del territorio “con Roma” è scritto a questo modo. Si tratta invece di capire sul serio che non solo con la crisi, ma anche con la governance multilivello, non solo sono cambiate le geometrie istituzionali. Ma che se una istituzione locale riconosce come centrale il rapporto con Roma, è destinata ad essere o schiacciata dai processi di globalizzazione, attivati in Europa tramite la governance continentale, o liquidata delle politiche di austerità dello stato nazionale. Dare poi per scontato che dallo stato centrale si voglia preservare la vita politica municipale sarebbe poi un atto di ottimismo: le economie di scala, magari governati da soggetti privati post-nazionali, non intendono avvalersi dell’autonomia dei poteri pubblici locali. E il governo Renzi, come qualsiasi altro promosso dal centrosinistra, esiste per supportare questi poteri.

Se Livorno vuol praticare un modello sardo, andare nella capitale essere gentilmente accompagnati nei binari morti o per prendere magari qualche legnata, la strada c’è già. Inaugurata nel 1993. Altrimenti si tratta di abbandonare la timidezza di chi indugia, sperando che il vecchio in qualche modo ritorni, per dare una rotta a questa città navigando sul serio nel mare della politica.

redazione, 19 ottobre 2014


 

Leggi anche:

1993: Odissea nello spazio. Un percorso a ritroso di 20 anni per ricordare un anno cruciale per la città.

20 aprile 1993: Maurizio Tortorici non lo dimentichiamo

Ottobre 1993: Oscurati dalle nuvole

Dicembre '93: C'era una volta il Teatrino Occupato


 

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 19 Ottobre 2014 16:40

35 anni fa moriva Demetrio Stratos: "Il mio mitra è un contrabbasso"

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Il 13 giugno 1979 moriva Demetrio Stratos, la straordinaria voce degli Area

demetrio 300

Il 14 giugno 1979 si svolse all’Arena di Milano, di fronte a settantamila persone, il concerto che era stato organizzato per raccogliere fondi a favore di Demetrio Stratos, il cantante degli Area colpito da una grave forma di anemia.

Troppo tardi: Demetrio era morto due giorni prima in una clinica di New York, e il concerto si trasformò in un omaggio a uno dei più grandi cantanti della scena progressive. Vi parteciparono i più popolari musicisti italiani di quell’epoca, come Eugenio Finardi, Angelo Branduardi, gli Skiantos, Tullio De Piscopo, il Banco del Mutuo Soccorso, la PFM, Francesco Guccini e tanti altri. Anche Adriano Celentano si propose ma gli fu sconsigliato di partecipare.

Eustratiou Demetriou (questo il suo vero nome) nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1945 da genitori greci e crebbe ad Atene. Le sue prime influenze musicali furono la musica tradizionale araba e la musica religiosa bizantina. All’età di diciassette anni si trasferì a Milano, dove si unì alla band dei Ribelli caratterizzando i loro brani (come Pugni chiusi), con la sua inconfondibile voce.

Nel 1972 fondò il gruppo degli Area – International Popolar Group, che diventerà l’esperienza musicale più originale ed amata di quegli anni dove certamente non mancavano le sperimentazioni.

Gli Area si propongono il raggiungimento di una musica “totale”, rifiutando il predominio delle influenze anglosassoni tipica dei gruppi rock dell’epoca. I loro suoni sono tipicamente mediterranei, (talvolta usano il greco nei loro testi), con influenze jazz, e le loro trame musicali, per quanto immediate e potenti, sono spesso estremamente complesse grazie anche all’ottima tecnica dei musicisti, il tastierista Patrizio Fariselli, il chitarrista Paolo Tofani, il bassista Ares Tavolazzi e il batterista Giulio Capiozzo, anche lui prematuramente scomparso.

Il primo album degli Area esce nel 1973, con il titolo “Arbeit macht frei”, e il brano più popolare è “Luglio Agosto Settembre Nero”, un omaggio al gruppo armato palestinese responsabile della strage alle Olimpiadi di Monaco dell’anno precedente.

Due anni dopo Demetrio dirà: “In radio non ci hanno mai trasmessi, chiaramente tutti avevano dei blocchi morali, si scandalizzavano perché abbiamo fatto un pezzo che si chiamava 'Settembre Nero'. Non c'è bisogno oggi di spiegare questo tipo di musica: ci sono solo cinque musicisti che hanno una rabbia repressa perché hanno suonato per tanti anni quello che volevano i padroni".

Poi escono “Caution Radiation Area” (1974), “Crac” (1975), “Maledetti” e il live “Are(a)zione)” (1976), e nel 1978 infine “Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano”.

Nessuno come gli Area riesce a tradurre in musica la cultura del movimento giovanile dell’epoca, e più di ogni altro gruppo rappresentano l’autentica colonna sonora di quegli anni. Sono presenti in tutti gli eventi organizzati dai movimenti, primo tra tutti il famoso festival del Parco Lambro nel 1976, che segna l’inizio della crisi del “proletariato giovanile”.

Gli Area eseguono “Caos parte II”: srotolano in mezzo al pubblico due cavi collegati al sintetizzatore che se toccati interagiscono con le frequenze dello strumento. E poi “L’Internazionale”…

Demetrio aveva un’estensione vocale quasi incredibile ed era in grado di emettere più suoni contemporaneamente, tanto che la sua voce fu studiata da ricercatori universitari come quelli del Centro di Fonetica del CNR di Padova.

Nel 1978 lascia il gruppo per approfondire la sua ricerca e le sue sperimentazioni, iniziate già nel 1974 con il grande compositore di musica contemporanea John Cage.

Purtroppo non avrà molto tempo per le sue ricerche… La sua morte segna simbolicamente anche la fine del decennio d’oro dei nuovi soggetti sociali. All’orizzonte ci sono già gli orribili anni ’80.

Nello Gradirà

Tratto da Senza Soste cartaceo n. 94 (giugno-luglio 2014)

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Ottobre 2014 11:05

Monika Ertl. La donna che vendicò Che Guevara

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Monika Ertl. La donna che vendicò Che Guevara

Nina Ramon -  Da Cubadebate.cu, traduzione di Ida Garberi

Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta.

Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.

Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl. Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo, il personaggio più odiato dalla sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira.

Lei, a partire da quel momento, si trasformò nella donna più ricercata del mondo. Accaparrò le facciate dei giornali di tutta l’America. Ma quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Ritorniamo al 3 marzo 1950, data in cui Monica era arrivata in Bolivia con Hans Ertl –suo padre–attraverso quello che sarebbe stata conosciuta come la rotta dei topi, cammino che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sud-America, terminato il conflitto armato più grande e sanguinonso della storia universale: la II Guerra Mondiale.

La storia di Monica si conosce grazie all’investigazione di Jürgen Schreiber. Quello che io vi presento è appena una piccola parte di questa appassionante storia che include molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e materializzatore di sogni, agricoltore, ideologico convertito, cineasta, antropologo ed etnografo affezionato. Molto presto ha raggiunto la notorietà ritraendo i dirigenti del partito nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e le destrezze atletiche dei partecipanti nei Giochi Olimpici di Berlino (1936), con la direzione della cineasta Leni Riefenstahl, che glorificò i nazisti.

Tuttavia, ebbe l’infortunio di essere riconosciuto dalla storia (e a sua posteriore disgrazia), come il fotografo di Adolf Hitler, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman dello squadrone di difesa. Secondo alcune fonti Hans era assegnato a documentare le zone di azione del reggimento del famoso maresciallo di campo, soprannominato la “Volpe del Deserto” Erwin Rommel, nella sua traversata per Tobruk, in Africa.

Come dato curioso, Hans non appartenne al partito nazista però, malgrado odiasse la guerra, esibiva con orgoglio la giacca progettata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta in altri tempi, ed il suo garbo ariano. Detestava che lo chiamassero “nazista”, non aveva nulla contro di loro, ma neanche contro gli ebrei. Per ironico che sembri fu un’altra vittima della Schutzstaffel.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Terzo Reich crollò, i gerarchi, i collaboratori e parenti del regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, tra cui, quelli del continente latinoamericano, col beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che fosse una persona molto pacifica e non aveva nemici, cosicché optò per rimanere in Germania per un periodo, lavorando in assegnazioni minori al suo status, fino a che emigrò con la sua famiglia. Prima di tutto in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernandez, “affascinante paradiso perduto”, dove realizzò il documentario Robinson (1950), prima di altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl si stabilisce nel 1951 a Chiquitania, a 100 chilometri della città di Santa Cruz. Arrivò fino a lì per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistatore del XV secolo, tra la spessa ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana. Una proprietà di 3.000 ettari dove avrebbe costruito con le sue proprie mani e con materia autoctona quella che è stata la sua casa fino ai suoi ultimi giorni; “La Dolorida.”

Il vagabondo della montagna, come era conosciuto dagli esploratori e ricarcatori, deambulava col suo passato in spalla, nell’immensa natura con la visione avida di sviscerare e catturare con la sua lente tutto quello che percepiva nel suo ambiente magico in Bolivia, mentre cominciava una nuova vita accompagnato da sua moglie e le sue figlie. La maggiore si chiamava Monica, aveva 15 anni quando è incominciato l’esilio e, qui incomincia la sua storia…

Monica aveva vissuto la sua infanzia in mezzo all’effervescenza dei nazisti della Germania e quando emigrarono in Bolivia imparò l’arte di suo padre, fatto che le è servito per lavorare poi col documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò in Bolivia vari film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monica la passione per la fotografia. Certamente possiamo considerare Monica come una pioniera, la prima donna a realizzare documentari nella storia del cinema.

Monica è cresciuta in un circolo tanto chiuso quanto razzista, nel quale brillavano tanto suo padre come un altro sinistro personaggio che ella si abituò a chiamare affettuosamente “Lo zio Klaus”. Un impresario germanico (pseudonimo di Klaus Barbie (1913-1991) ed ex capo della Gestapo a Lyon, in Francia, meglio conosciuto come il “Macellaio di Lyon.”

Klaus Barbie, cambiò il suo cognome per “Altmann” prima di invischiarsi con la famiglia Ertl. Nello stretto circolo di personalità a La Paz,  quest' uomo guadagnò sufficiente fiducia da fare si che, lo stesso padre di Monica, sia riuscito a fargli ottenere il suo primo impiego in Bolivia come cittadino Ebreo Tedesco, ma poi si dedicò ad essere "consigliere" delle dittature sud-americane.

La celebre protagonista di questa storia, si sposò con un altro tedesco a La Paz e visse vicino alle miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì ed ella si trasformò in una militante politica attiva che appoggiò cause nobili. Tra le altre cose aiutò a fondare una casa per orfani a La Paz, ora convertita in ospedale.

Visse in un mondo estremo, circondata di vecchi lupi torturatori nazisti. Qualunque indizio perturbatore non gli risultava strano. Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre del 1967) aveva significato per lei lo spintone finale per i suoi ideali. Monica –secondo sua sorella Beatriz–“adorava il “Che” come se fosse un Dio.”

A causa di questo, la relazione padre e figlia diventò difficile per questa combinazione: un fanatismo aderito ad un spirito sovversivo; chissà quali fattori detonanti generarono una posizione combattiva, idealistica, perseverante. Suo padre fu il più sorpreso e, con il cuore rotto, la cacciò dalla tenuta. Forse questa sfida produsse in lui una certa metamorfosi ideologica negli anni 60, fino a trasformarlo in un collaboratore e difensore indiretto della Sinistra in Sud-America.

“Monica fu la sua figlia favorita, mio padre era molto freddo verso di noi e lei sembrava essere l’unica che amava. Mio padre nacque come risultato di una violenza, mia nonna non gli mostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre. L’unico affetto che mostrò fu per Monika”, ha detto Beatriz in un’intervista per la BBC News.

Alla fine degli anni sessanta, tutto cambiò con la morte del Che Guevara, Monica ruppe con le sue radici ed ebbe un drastico cambiamento, fino ad entrare in pieno nella milizia con la Guerriglia di Ñancahuazú, come aveva fatto il suo eroe in vita, per combattere la disuguaglianza sociale.

Monica smise di essere quella ragazza appassionata per la macchina fotografica per convertirsi in “Imilla la rivoluzionaria” rifugiata in un accampamento delle colline boliviane. Man mano che sparivano dalla faccia della Terra la maggior parte dei suoi membri, il suo dolore si trasformò in forza per reclamare giustizia, trasformandosi in una chiave operativa per l’ELN.

Durante i quattro anni che rimase reclusa nell’accampamento, scrisse a suo padre solamente una volta all’anno, per dire testualmente; non vi preoccupate per me… sto bene. Tristemente, non l’ha potuta vedere mai più; né viva, né morta.

Nel 1971 attraversa l’Atlantico e torna alla sua Germania natale, ed ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo avere compiuto il suo obiettivo, cominciò una battuta di caccia che attraversò paesi e mari e che trovò la sua fine solo quando Monica cadde uccisa nel 1973, in un’imboscata che, secondo alcune fonti degne di fede, gli tese il suo traditore “zio” Klaus Barbie.

Dopo la sua morte, Hans Erlt continuò a vivere ed a filmare documentari in Bolivia, dove morì all’età di 92 anni (anno 2000) nella sua tenuta ora convertita in museo grazie all’aiuto di alcuni istituzioni della Spagna e della Bolivia. Lì rimane sepolto, accompagnato dalla sua vecchia giacca militare tedesca, la sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro rimane tra due pini e terra della sua Bavaria natale. Lui stesso si incaricò di prepararlo e sua figlia Heidi di rendere realtà il suo desiderio. Hans aveva affermato in un’intervista concessa all’agenzia Reuters: “Non voglio ritornare al mio paese. Voglio, perfino da morto, rimanere in questo nuova mia terra”.

In un cimitero di La Paz, si dice che riposano “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità. Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome, senza una benedizione di suo padre.

Così fu la vita di questa donna che in un periodo, secondo la destra fascista di quegli anni, praticava “il comunismo” e per conseguenza “il terrorismo” in Europa. Per alcuni il suo nome rimane inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o chissà terrorista, per altri come una donna coraggiosa, che ha compiuto una missione. Secondo me, è una parte femminile di una rivoluzione che lottò per le utopie della sua epoca, e che alla luce dei nostri occhi ci obbliga a riflettere, un’altra volta su questa frase: “Non sottovaluti mai il valore di una donna.”

ottobre 2014

http://contropiano.org/articoli/item/26827

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Sentinelle in Piedi: apartitico e aconfessionale, tra Forza Nuova e Alleanza Cattolica

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sentinelle in piedi

tratto da http://www.articolotre.com

Sentinelle in piedi si presenta come un movimento apartitico e apolitico, oltre che aconfessionale.

Già suonerebbe strano, dal momento che è noto l’appoggio di Forza Nuova, Fratelli d’Italia e varie realtà religiose.

Il loro manifesto recita “ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d'espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull'unione tra uomo e donna”.

 E ancora  “ Ci battiamo per la libertà d'opinione; i diritti dei bambini ad avere un padre e una madre; la famiglia naturale”.

Ma "Sentinelle in Piedi®” è anche un marchio depositato il 25 ottobre 2013 presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi da tale Emanuele Rivarossi, con sede legale alla Jacobacci & Partners spa di Torino.

E qui ci si imbatte in Massimo Introvigne, reggente vicario di Alleanza Cattolica, a proposito di aconfessionalità.

Forza Nuova spiega nel suo sito come il manifesto di Sentinelle in piedi sia stato “redatto da Alleanza Cattolica, i cui esponenti sono i principali responsabili del movimento”.

Il gruppo di estrema destra sferra un attacco al movimento di Introvigne, accusandolo di “uno strano sodalizio capace di compiere nel corso degli anni un fantastico trasbordo ideologico, passando dalle posizioni controrivoluzionarie e lefevriane d'origine alla difesa ad oltranza del Vaticano II, al liberismo, al filo-americanismo ed al filo-sionismo. Alla luce di ciò sembra, dunque, probabile il tentativo di controllare e addomesticare la reazione anti-omosessualista, ostacolando di fatto la presenza e l'azione di chi non accetta compromessi con l'errore e la menzogna”.

E’ palese la lotta egemonica tra Forza Nuova e Alleanza Cattolica, e non va dimenticato che il partito di Roberto Fiore ha fondato un proprio gruppo
Se una lotta per l'egemonia antiomosessualista fra il partito di estrema destra e il movimento cattolico appare palpabile, va anche sottolineato come Forza Nuova abbia fondato un proprio gruppo denominato "Le Sentinelle – Cattolici in Piedi" fotocopia delle Sentinelle in Piedi.

Il nuovo gruppo si presenta come “giovani cattolici che spontaneamente e silenziosamente presenziano contro la legislazione omosessualista”.

Di apolitico e apartitico veramente poco.

6 ottobre 2014

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