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PER NON DIMENTICARE

60 anni fa nasceva Hugo Chavez

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60 anni fa nasceva Hugo Chavez

tratto da http://contropiano.org

Le bombe che piovono su Gaza e sul Donbass non distruggono i legami di solidarietà.

Il 29 Giugno 2014 è nata la Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, un processo che ha ridato vita alle istanze di trasformazione e giustizia sociale, in controtendenza rispetto alle logiche dominanti nei paesi cosiddetto nord del mondo.

Ad un mese ed un giorno esatti dalla fondazione di questa rete si festeggia il compleanno di Hugo Chavez, presidente del Venezuela scoparso nel marzo 2013. La nostra Rete di Solidarietà ha voluto festeggiarne il compleanno dedicando al sogno che ha guidato i suoi passi l'impegno quotidiano per un nuovo mondo necessario e possibile.

***

Il 28 luglio del 1954 è nato a Sabaneta Hugo Rafael Chavez Frias, presidente del Venezuela, prematuramente scomparso il 5 marzo del 2013. Per certa stampa, un caudillo o un dittatore. Per i popoli del sud del mondo e per le classi popolari, un rivoluzionario e un grande statista, che ha incamminato il suo paese sulla via di un nuovo socialismo.

A 15 anni dalla prima vittoria elettorale di Hugo Chavez, il Venezuela ha realizzato importanti traguardi sociali e ha assunto un ruolo di primo piano negli organismi regionali del Latinoamerica: diritti economici sociali e culturali garantiti; partecipazione politica dei cittadini al controllo e alla gestione della cosa pubblica mediante il passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella partecipata: “Lo Stato – recita l'articolo 3 della costituzione – ha come finalità essenziale la difesa e lo sviluppo della persona e il rispetto della sua dignità, l'esercizio democratico della volontà popolare, la costruzione di una società giusta e amante della pace, la promozione della prosperità e il benessere del popolo e la garanzia della realizzazione di principi, diritti e doveri riconosciuti e istituiti da questa Costituzione. L'educazione e il lavoro sono i processi fondamentali per raggiungere detti fini”.

murales vene 010

In un mondo in cui l'1% possiede almeno il 40% delle ricchezze globali, il Venezuela socialista ha optato per un impiego delle risorse volto alla giustizia sociale e al “massimo della felicità possibile”: anche per quelli a cui le classi dominanti riservano solo fatica e dolore. Una preziosa e concreta indicazione di rotta per queste nostre sponde, che attirano e inghiottono, mettendo gli ultimi contro i penultimi, secondo gli schemi del grande capitale internazionale. Negli ultimi anni, tra gli Stati uniti, il Canada e l'Europa, circa 10.000 persone si sono tolte la vita per i problemi causati dalla crisi economica capitalista.

Le ultime parole di Chavez, pronunciate dal letto di ospedale, sono state per l'Africa eternamente rapinata. Nella lettera inviata al III Vertice Africa-America latina e Caraibi, che si è svolto nella Guinea Equatoriale a febbraio del 2013, ha scritto: “La strategia neocoloniale è stata, dall'inizio del XIX° secolo, quella di dividere le nazioni più vulnerabili del mondo per sottometterle a rapporti di dipendenza schiavistica. E' per questo che il Venezuela si è opposto, radicalmente e dall'inizio, all'intervento straniero in Libia, ed è per lo stesso motivo che il Venezuela reitera oggi il suo rifiuto più assoluto di ogni attività di ingerenza della Nato”. Con lo stesso spirito, il Venezuela di Nicolas Maduro ha levato con forza la voce contro l'aggressione israeliana all'eroico popolo di Palestina. Per decisione di Chavez, la Palestina riceve combustibile direttamente e a prezzi solidali.

Il Venezuela è ricco di petrolio e risorse naturali, che il governo socialista scambia con beni e servizi: da anni anche i poveri del Bronx ricevono combustibile mediante un progetto di solidarietà internazionale.

Per questo, e non per culto della personalità – incongruo per chi tenga a una effettiva emancipazione delle classi popolari – vogliamo celebrare il compleanno di Hugo Chavez con i migliori auguri per i nostri ideali, dicendo, insieme alla rivoluzione socialista bolivariana: Tutti siamo Chavez, siamo tutti Chavez. Moltiplicatori di coscienza e di rivoluzione.

28 luglio 2014

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Fascisti e Folgore: il binomio continua

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folgore saluti romani 2È stato diffuso su internet un video girato nel cortile della Caserma Bardini, della Folgore di Siena. Un video che riprende di spalle Santo Pelliccia, uno dei cari vecchietti che spesso vengono onorati quando si commemora la battaglia di El Alamein. Santo Pelliccia è un novantunenne che combatté ad El Alamein quando aveva 19 anni. Nel video canta l'inno fascista "se non ci conoscete" insieme a molti altri militari della Folgore che si dilettano nel saluto romano e con il classico finale "A chi l'Italia? A noi!". Il clima è di grande allegria nell'intonare il coro fascista.

Inutile commentare il falso stupore dei vertici militari, come se non sapessero cosa avviene dentro le loro caserme. Se siete ufficiali dell'esercito e non sapete cosa vi accade a pochi metri di distanza, evidentemente non siete in grado neanche di dirigere il traffico di un piccolo paesino di montagna. Se lo sapete, siete complici e il vostro stupore potete tranquillamente risparmiarcelo.

Come abbiamo più volte denunciato, all'interno della Folgore sono molti i personaggi fascisti che continuano a nascondersi dietro a una divisa. A Livorno si vede chiaramente tutto questo in vista della commemorazione pubblica voluta dal Comune che negli ultimi anni aveva avuto la bella idea di far festeggiare in giro per la città la battaglia di El Alamein. Quella battaglia l'esercito fascista italiano la perse. Ma evidentemente non si è mai capito la fortuna di quella sconfitta. Altro che eroi!!!!

Redazione - 26 luglio 2014

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Ultimo aggiornamento Domenica 27 Luglio 2014 15:44

Un giornalista israeliano: "Israele verso il fascismo, questa volta ho paura"

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di Michel Warschawski

Durante gli ultimi 45 anni ho partecipato a numerosissime manifestazioni, da piccole concentrazioni di pochi irriducibili a manifestazioni di massa nelle quali eravamo più di 100.000; manifestazioni tranquillle, anche festose, e manifestazioni nelle quali venivamo attaccati da gruppi di destra o perfino dalla gente che passava. Mi hanno dato colpi e li ho resi, e mi è servito, soprattutto quando avevo delle responsabilità, essere nervoso. Però non ricordo di aver avuto paura.

Mobilitato, di fatto detenuto nella prigione militare per essermi rifiutato di unirmi alla mia unità che doveva andare in Libano, non partecipai, nel 1983, alla manifestazione durante la quale fu assassinato Emile Grunzweig. Di contro, fui il responsabile del servizio d'ordine della manifestazione che, un mese più tardi, attraversava Gerusalemme per commemorare questo assassinio. In quella manifestazione conoscemmo l'ostilità e la brutalità della gente che incrociavamo, ma neppure lì ebbi paura, cosciente del fatto che questa ostilità di una parte della gente che passava non avrebbe superato una certa linea rossa che però era stata attraversata un mese prima.

Questa volta ho avuto paura.

Pochi giorni fa eravamo qualche centinaio a manifestare nel centro della città di Gerusalemme contro l'aggressione a Gaza, convocati da "Combattenti per la pace". Ad una trentina di metri, e separati da un impressionante cordone della polizia, alcune decine di fascisti eruttano il proprio odio con slogan razzisti. Noi siamo qualche centinaio e loro solo qualche decina e comunque mi fanno paura: nel momento della dispersione, ancora protetti dalla polizia, torno a casa attaccato alle mura per non essere identificato come uno di quelli della sinistra che odiano.

Di ritorno a casa, cerco di identificare quella paura che ci preoccupa, ben lungi da essere io l'unico che la prova. Mi rendo conto del fatto che Israele nel 2014, non è più solo uno Stato coloniale che occupa e reprime la Palestina, ma anche uno Stato fascista, con un nemico al suo interno contro il quale prova odio.

La violenza coloniale è passata ad un livello superiore, come ha mostrato l'assassinio di Muhammad Abu Khdeir, bruciato vivo da tre coloni; a questa barbarie si aggiunge l'odio verso quegli israeliani che si rifiutano di odiare "l'altro". Se, per generazioni, il sentimento di un "noi" israeliani trascendeva dai dibattici politici e, salvo alcune rare eccezioni - come gli omicidi di Emile Grunzweig o poi di Yitshak Rabin - impedivano che le divergenze degenerassero in violenza criminale, siamo ora entrati in un periodo nuovo, una nuova Israele.

Questo non è il risultato di un giorno e così come l'assassinio del Primo Ministro nel 1995 fu preceduto da una campagna di odio e delegittimazione diretta principalmente da Benjamin Netanyahu, la violenza attuale è il risultato di una "fascistizzazione" del discorso politico e degli atti che genera: sono innumerevoli già le concentrazioni di pacifisti e anticolonialisti israeliani attaccati da criminali di destra.

I militanti hanno sempre più paura e dubitano se esprimersi o manifestarsi; e cos'è il fascismo se non seminare il terrore per disarmare coloro che considera illegittimi?

In un contesto di razzismo libero e assunto da una nuova legislazione discriminatoria verso la minoranza palestinese in Israele, e da un discorso politico guerrafondaio formattato dall'ideologia dello scontro di civiltà, lo Stato ebraico sta sprofondando nel fascismo.

*[Michel Warschawski (Estrasburgo, 1949) è un giornalista e militante pacifista dell'estrema sinistra israeliana nonchè cofondatore e presidente del Centro di informazione alternativa (http://www.alternativenews.org) di Gerusalemme.]
Fonte originale dell'articolo: http://www.lcr-lagauche.org/israel-vers-le-fascisme/

23 luglio 2014

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Il fronte antisionista di Israele

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Luglio 2014 18:58

10 cose da sapere per comprendere la guerra in Palestina

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cartina palestina

tratto da http://www.dolcevitaonline.it

In questi giorni di tanto inchiostro versato sulla guerra in Palestina, quella che manca è spesso una visione delle cose basata sui fatti e sulle vicende storiche che hanno segnato oltre 65 anni di conflitti in terra santa. Per questo ci siamo posti dieci domande sulla questione palestinese ed abbiamo cercato dieci risposte, per provare a fornire una base che possa servire a comprendere un conflitto che ancora non vede fine, a partire dai fatti e non dalle opinioni.

1. GLI EBREI HANNO SEMPRE VOLUTO UN PROPRIO STATO IN PALESTINA?

La risposta è No. Ad affermare la volontà di costruire uno stato ebraico in terra santa è inizialmente una minoranza esigua di ebrei europei, raccolti nel “movimento sionista”, che nasce a fine ’800. Per dare un’idea di come questa ideologia non fosse comune a tutto il popolo ebraico basti pensare che erano proprio gli ebrei più ortodossi a rigettare l’idea come blasfema, in quanto sostenevano che il regno di dio non poteva essere costruito in terra, ma sarebbe arrivato come dono divino dopo il giudizio universale. Il Sionismo diventa maggioritario dopo le tragedie della II guerra mondiale, quando anche gli stati europei e gli Usa si convincono (un po’ per senso di colpa, e soprattutto perché nessuno voleva accogliere i profughi ebrei all’interno del proprio stato) ad accettare l’idea dell’Inghilterra, che è quella di creare una stato ebraico in Palestina, al fianco di uno stato palestinese con Gerusalemme città dallo status internazionale, a mandato Onu.

2. DA CHI ERA ABITATA STORICAMENTE LA PALESTINA?

Secondo l’opinione dei sionisti israeliani il territorio della Palestina era pressoché disabitato fino all’inizio dell’immigrazione ebraica di inizio ’900, per questo affermano spesso che gli ebrei sono un “popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo”, ma è vero questo? La risposta è No. Secondo i dati dell’Impero Ottomano ad inizio ’900 la Palestina era abitata da circa 800mila persone: oltre 700mila arabi-musulmani, circa 80mila cristiani e non più di 20mila ebrei. La popolazione ebraica crebbe nei primi decenni del ’900 ma ancora nel 1914 non superava le 59mila unità. Altra affermazione piuttosto in voga e non vera è quella secondo cui i palestinesi non avessero alcuna identità nazionale e fossero “beduini arretrati che vivevano nelle tende ignorando la civiltà”. Per relegare questo altro cavallo di battaglia sionista tra le bufale della storia può bastare dare un’occhiata ad un archivio di vecchie foto (vi consigliamo questo), le quali testimoniano senza dubbio come già a fine ’800 la Palestina fosse una realtà urbanizzata, con una propria economia (ferveva la produzione e il commercio di agrumi) e alcune proprie istituzioni, come la scuola superiore di Stato.

3. PERCHE’ ANCORA NON ESISTE LO STATO PALESTINESE ANCHE SE ERA GIA’ PREVISTO NEL 1948?

Questo è un problema complesso. Inizialmente sono gli stati arabi confinanti a rifiutare la soluzione dei due stati in quanto questo avrebbe significato accettare anche lo stato di Israele ed una divisione territoriale che riservava allo stato ebraico la maggioranza del territorio palestinese, mentre a livello di popolazione gli ebrei in Palestina rappresentavano all’epoca un’esigua minoranza. Per questo già nel 1948 Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania dichiarano guerra ad Israele che però, forte dei migliori equipaggiamenti militari, vinse la guerra. Un nuovo conflitto si verifica nel 1967 (la “guerra dei sei giorni”) e vede ancora Israele vincere ed occupare nuove terre. Un accordo tra le parti viene firmato nel 1993 (“accordo di Oslo”) tra il leder dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Rabin. L’accordo avrebbe dovuto sancire la nascita dello stato di Palestina entro cinque anni, ma l’assassinio di Rabin da parte di estremisti ebrei contrari all’accordo e l’opinione diversa dei sui successori hanno fatto sì che l’accordo non sia mai stato messo in atto.

4. COME NASCE LA LOTTA ARMATA PALESTINESE?

Nel 1964 viene fondata l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che già dal 1974 è accettata dalla Lega Araba come unico rappresentante del popolo Palestinese. L’Olp ha come obiettivo nel proprio statuto “la liberazione della Palestina attraverso la lotta armata”, alla quale rinuncia solo nel 1993 dopo gli accordi di Oslo. Sono sempre esistite anche altre sigle che attuavano la lotta armata ed anche attentati suicidi, come ad esempio “Settembre Nero”, che nel 1972 si rese protagonista dell’assassinio di 11 atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco di Baviera.

5. LA LOTTA ARMATA PALESTINESE E’ UNA FORMA DI TERRORISMO ISLAMICO?

Islamico sicuramente no, o comunque non solo. L’Olp nasce come struttura laica con al suo interno correnti islamiche, cristiane, socialiste e comuniste. La radicalizzazione islamica delle organizzazioni palestinesi è una evoluzione recente e comunque maggioritaria solo a Gaza. Sulla questione del terrorismo, invece, a livello formale vi sono diverse interpretazioni. Mentre alcuni stati, seguendo le indicazioni degli Usa hanno sempre considerato l’Olp (ed ora Hamas) come organizzazioni terroristiche, l’Onu ha attuato invece delle risoluzioni che affermano principi diversi. In particolare l’Olp è stata riconosciuta dall’Onu nel 1975 come rappresentante del popolo palestinese, mentre nel 1977 venne approvata una modifica alla convenzione di Ginevra la quale riconosceva che, in linea generale “la lotta armata poteva essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione”. Per molti anni diversi stati europei hanno riconosciuto il diritto alla lotta armata dei palestinesi e tra questi anche l’Italia. A questo proposito vi consigliamo di guardare il video dell’intervento dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi nel 1985, quando afferma che “i palestinesi hanno il diritto di usare le armi per liberarsi dall’occupazione della loro terra”.

6. QUELLA DI HAMAS A GAZA E’ UNA DITTATURA?

Anche qui la risposta è: dipende. Più no che sì in realtà. Hamas arriva al potere nel 2006 vincendo le elezioni. A queste ottiene più voti del partito di Abu Mazen (Al Fatah) e la maggioranza dei seggi. Tuttavia a questi risultati segue uno sconto tra Al Fatah (maggioritario in Cisgiordania) e Hamas (maggioritario nella striscia di Gaza), che si conclude con l’eliminazione, anche fisica, dei rivali politici da parte di entrambe le fazioni in lotta ed un governo palestinese di fatto diviso in due: la Cisgiordania ad Al Fatah e Gaza ad Hamas. Negli anni successivi ci sono stati diversi tentativi per formare un governo di unità nazionale tra le due fazioni, l’ultimo accordo è di poche settimane fa ma la nuova offensiva militare lo ha bloccato.

7. I BOMBARDAMENTI ISRAELIANI AVVENGONO PER LEGITTIMA DIFESA?

Questo è da sempre l’argomento più controverso: secondo gli israeliani gli attacchi a Gaza sono sempre una risposta al lancio di razzi verso Israele, mentre secondo i Palestinesi sono i lanci di razzi ad essere di risposta alle aggressioni israeliane. In questo caso specifico, l’offensiva israeliana cominciata l’8 luglio è stata giustificata con l’assassinio di tre coloni israeliani da parte di Hamas. Tuttavia le prove che Israele dice di avere riguardo alla responsabilità del governo di Gaza non sono ancora state mostrate. In linea generale, secondo le statistiche pubblicate da un’inchiesta dell’Huffington Post la realtà è la seguente: il 79% di tutte le pause nel conflitto sono terminate quando Israele ha ucciso un Palestinese, mentre solo l’8% sono state interrotte da un attacco palestinese. Il rimanente 13% consiste di interruzioni provocate da uccisioni da ambedue le parti nel medesimo giorno. Nei 25 periodi di assenza di violenza di durata superiore alla settimana invece Israele ne ha unilateralmente interrotti 24, pari al 96%. Nei 14 periodi di tregua superiori ai 9 giorni le interruzioni unilaterali da parte di Israele arrivano al 100%

8. QUANTI SONO GLI ISRAELIANI E I PALESTINESI UCCISI NEL CONFLITTO?

Tra il 2000 ed il 2010 le vittime totali del conflitto sono state 6404 palestinesi e 1080 israeliani, calcolando sia i militari che i civili. Negli ultimi anni va però annotata una sempre più evidente sproporzione del conflitto, dettata dalla netta superiorità militare dello stato israeliano, che può vantare i più moderni armamenti (sempre più frequente l’utilizzo di droni). Dal 7 luglio ad oggi sono già stati uccisi 150 palestinesi, a fronte di nessun israeliano. Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie oltre 1/3 delle vittime sono donne e bambini.

9. QUALI DOVREBBERO ESSERE I CONFINI DELLA PALESTINA?

Il piano degli inglesi del 1948 prevedeva una suddivisione in parti quasi uguali tra stato palestinese (45%) ed Israeliano (55%), con Gerusalemme posta sotto mandato Onu come città internazionale. Dopo i due conflitti del 1948 e 1967 Israele ha ampliato sensibilmente i propri confini, giunti fino al 78% del territorio totale. Questa dovrebbe essere la base per stabilire l’accordo sui confini secondo gli Accordi di Oslo. Tuttavia ad oggi una soluzione del genere è assolutamente impensabile, a causa della continua espansione illegale del territorio sotto il controllo israeliano perpetuata attraverso l’istituzione delle colonie.

10. ESISTE UN’ALTERNATIVA POSSIBILE?

Tutti i tentati tavoli di dialogo avvenuti in questi anni si sono basati sul principio di “due stati per due popoli” e si sono costantemente arenati appena giungevano al punto in cui si doveva iniziare a parlare dei confini di questi due stati. Per questo vi è una corrente che, pur fortemente minoritaria, esiste sia tra i palestinesi che tra gli israeliani (principalmente tra pacifisti, anarchici e socialisti), che propone non più due stati differenti, ma un unico stato multinazionale e laico con pari diritti per tutti i suoi abitanti. Probabilmente è un’utopia, ma allo stato attuale, secondo i sostenitori di questa soluzione, “niente pare più utopico di un accordo di pace basato sui due stati”, e forse non hanno tutti i torti.

QUESTIONE SUPPLEMENTARE: visto che tanta circolazione sta avendo, anche nei commenti a questo articolo, la teoria secondo la quale la cartina da noi utilizzata per descrivere l’evoluzione della questione palestinese sarebbe una mappa non attendibile, vi invitiamo a leggere l’articolo seguente nel caso aveste dei dubbi sulla sua veridicità. Basta cliccare sull’immagine.

palestina e israele, quale sarebbe la mappa giusta?

15 luglio 2014

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Nicaragua: i 35 anni della Rivoluzione sandinista

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NicaraguaFrancisco X. Ramírez V.

Rebelión

In ricordo di Álvaro, Yuri, "Chapo", "Baquita", Gustavo e altri che oggi sono presenti



Quando si arriva a 35 anni, normalmente inizia una riflessione e un’introspezione su ciò che si è realizzato, e si tende a porci alcune sfide e obiettivi futuri. Ed è questo passo che intendo fare nel momento in cui si compie l’anniversario di un fatto storico che ha segnato in gran parte la storia dell’America Latina, qual è stata la cosiddetta "Rivoluzione Popolare Sandinista".

Il momento principale di questo avvenimento è stato quando il 19 luglio 1979, in Nicaragua, fu abbattuto un governo di natura dittatoriale, che per decenni aveva tenuto il Paese in un abisso di povertà sociale, guidato dalla famiglia Somoza. Questo gruppo familiare si arricchì con una sempre maggiore influenza militare e sfruttando a suo proprio nome tutti i beni che poteva avere il Paese centroamericano. Questa rivoluzione sociale fu guidata da un gruppo armato, che contava su un ampio appoggio popolare e anche sul beneplacito di diversi gruppi socioeconomici, e anche con ampi settori dell’imprenditoria messi ai margini dal governo uscente.

Questi erano i sandinisti, citati negli ambienti politici e conversazioni clandestine degli anni ‘80, eredi delle imprese di un guerrigliero nicaraguense chiamato Augusto C. Sandino, che negli anni ‘30, insieme al suo "piccolo esercito pazzo", nelle parole della nostra poetessa Gabriela Mistral, mentre liberali e conservatori del suo Paese facevano trattati con il Nordamerica, lottò contro l’intervento dei marines americani che occupavano il suo territorio.

Anche se si trattava in gran parte di un gruppo guerrigliero, nelle sue file si poteva trovare un buon numero di professionisti, intellettuali, scrittori e l’appoggio di un buon settore della Chiesa cattolica locale, cosa che permise di poter cominciare a governare il Paese in mezzo alle ceneri che erano rimaste; il fatto è che tra l’altro fuggendo i Somoza e compagnia si erano portati via la loro ricchezza personale, lasciando letteralmente vuote le casse dell’impoverita nazione centroamericana.

La Rivoluzione Sandinista si caratterizzò per tre principi fondamentali, che si cercò di rispettare pur con le difficoltà degli anni a venire; questi erano il non-allineamento, l’economia mista e il pluralismo politico. La prima, per le sue stesse necessità socio-economiche e l’embargo che le venne imposto dal suo principale e storico socio commerciale, quali erano gli Stati Uniti, sotto la politica del recentemente scomparso Reagan, dovette essere messa da parte per cercare il supporto nell’economia del cosiddetto blocco sovietico.

La politica di economia mista, nella quale le imprese produttive funzionavano sotto la supervisione dello Stato ma con amministrazione privata, in principio ben accolta, ebbe nel corso degli anni della rivoluzione come detrattori settori dell’imprenditoria che non videro aumentare i loro capitali fino ai limiti di ricchezza immaginati o perché non potevano sviluppare il loro processo produttivo per la mancanza di fondi stranieri, o macchinari tecnologici per la produzione, con il risultato in molti casi di un’interminabile lotta di potere con le imprese produttive che sostenevano il governo sandinista.

Inoltre il principio del pluralismo politico finì per sfidare il suo stesso sistema; da un lato la linea dura del socialismo criticava e rifiutava il permissivismo e le libertà concesse a differenti movimenti e partiti politici di esprimere liberamente il loro disaccordo con il processo rivoluzionario, senza una mano realmente dura sugli oppositori come molti volevano che ci fosse, d’altra parte questa stessa apertura portò a creare un blocco di opposizione che per il deterioramento del sistema, la situazione di guerra che venne vissuta e l’embargo economico imposto, si vedrà vincente nell’ambito del secondo processo democratico di elezioni svolte nel periodo del sandinismo nel febbraio del 1990.

Ma i principi che guidarono la rivoluzione sandinista riuscirono a raggiungere mete mai sognate prima nell’istmo centroamericano. Una delle prime grandi imprese fu la Cruzada Nacional de Alfabetización, alla quale si ebbe una partecipazione di massa e volontaria per portare i principi di fondamentali della lettura a una popolazione che aveva più del 50% di analfabetismo, arrivando a ridurre il tasso di analfabetismo a circa il 12%. Ci furono processi innovativi nella formulazione di politiche di riforma agraria, con una redistribuzione e la restituzione di migliaia di ettari ai piccoli produttori. Inoltre si ridussero a più della metà tutte quelle malattie ad alto indice di rischio di mortalità per la popolazione, solo per citare alcune delle politiche sociali rivolte a instaurare una giustizia sociale che mai c’era stata.

Tutto questo processo ebbe un asse comune, che fu l’alta partecipazione dei giovani fin dall’inizio. Ebbe l’opportunità di vedere un alto numero di giovani che si sollevarono in un movimento guerrigliero contro la dittatura somozista, e inoltre fu un motore importante la partecipazione giovanile nell’alfabetizzazione della popolazione, così come erano presenti nei processi di mobilitazione per le giornate produttive agricole, dirette a diventare un supporto produttivo del Paese, e di grande importanza fu l’impegno della popolazione giovanile nel conflitto bellico che fu vissuto negli anni ‘80.

Conflitto bellico che fu motore delle conseguenze del deterioramento economico e sociale del Paese, in cui non ci fu solo una guerra di movimenti controrivoluzionari o di opposizione al sandinismo, ma fu una campagna bellica apertamente finanziata dagli interessi degli Stati Uniti, e basta spendere un po’ di tempo per rileggere gli emendamenti approvati dal governo di Reagan per il suo finanziamento e tutta la copertura dell’operazione Iran-Contras. Fu così che un processo che in un primo momento si verificò volontariamente tra i giovani, dovette trasformarsi in una legge sull’obbligatorietà del Servizio Militare, per poter contare sulla forza attiva per affrontare il conflitto, processo dove i giovani furono partecipi dei combattimenti e nel processo di pace che ebbe inizio molto prima del ‘90, e furono molti di questi giovani i protagonisti della difesa delle loro convinzioni e che morirono per loro.

Non fu solo una lotta militare quella che fu vissuta in quegli anni: molte volte la storia non riconosce la ricerca della strada del dialogo, che è sempre stata presente nel sandinismo, con i gruppi che si trovavano nella resistenza armata. Con un gran sostegno di varie nazioni latinoamericane vennero svolti gli incontri di Esquipulas, Manzanillo, Contadora o Sapoá, per citare i principali, dove si raggiunsero accordi, in particolare quest’ultimo realizzato nell’anno ‘88, che portarono al termine del conflitto.

Mi piacerebbe mettere in rilievo un punto fondamentale già menzionato in precedenza, cioè il fatto che molto di quello che mosse gli anni della rivoluzione sandinista furono le convinzioni e la fede negli ideali che erano alla base del processo, e questo si può dimostrare con la differenza di voti percentuale minima con la quale fu sconfitto il governo sandinista, e questo fu un riconoscimento del modello, da cui provenne la sua grande forza morale ed etica nel momento di difendersi in tribune internazionali e nelle zone belliche, e in particolare nel momento successivo alla sua sconfitta di rivendicare gli obiettivi e i benefici raggiunti con il governo rivoluzionario.

Sì, il processo, riconosciuto come sperimentale, pragmatico e anche innovativo da diversi osservatori e partecipanti, ebbe anche le sue mancanze ed errori. La visione distorta di molti di imporre un sistema unico a un popolo chiaramente multiculturale, portò alla sua divisione e alla rottura di processi nazionali, e anche alla pericolosa obbligatorietà e al carattere coercitivo di politiche di potere, trasformando le ambizioni popolari in ambizioni personali, riducendo l’ambizione di una nazione con l’ambizione di ostentare il potere.

Pochi minuti dopo aver conosciuto il risultato elettorale di fronte al quartier generale elettorale sandinista, per alcuni la rabbia del pianto tendeva a confondere e a recriminare per le morti in combattimento dei tanti che avevano difeso questa rivoluzione, ma oggi queste vite fanno riflettere sull’importanza che ebbe per l’America Latina questo processo dove i sogni erano validi.

Il sandinismo, nelle sue origini nel pensiero e nell’azione di Sandino, ha radici integrazioniste e latinoamericaniste di unione, di una ricerca di identità nazionale e di rifiuto di politiche esterne, così come la valorizzazione della ricchezza sociale e culturale dei popoli. I movimenti sociali dell’America Latina si sono impadroniti in molti momenti della causa nicaraguense e l’hanno fatta propria, adattandola alla loro realtà. Molti movimenti sociali latinoamericani hanno mantenuto accesa la speranza con i loro occhi su quello che poteva succedere in Nicaragua, e anche questo ha ravvivato le stesse lotte contro le dittature militari e i governi conservatori di destra che dominavano la regione.

L’esperienza vissuta in Nicaragua è un capitolo della storia latinoamericana che non dobbiamo chiudere, perché è stato un processo fondamentale nell’epoca dell’effervescenza dei movimenti popolari negli anni ‘80, il che non dev’essere ignorato dalle organizzazioni sociali e latinoamericanisti del nostro territorio una volta iniziato il XXI secolo.

Sebbene sia vero che gli anni ’80 si sono caratterizzati per la maggior frattura esistente tra i grandi blocchi ideologici e politici, così come per il loro smantellamento, anche oggi abbiamo un blocco globalizzato, che si confronta con le realtà nazionali e soprattutto locali. Le caratteristiche che ha preso il processo rivoluzionario nicaraguense, nei suoi principi fondamentali, furono conformi alla sua stessa storia e realtà nazionale. Questo è un approccio di cui tenere conto da parte dei movimenti locali di oggi in Latinoamerica.

Uno degli errori, riconosciuti nell’autoflagellazione di molti dirigenti della Rivoluzione Popolare Sandinista, è stato il dogmatismo e il cacicchismo in cui finirono diversi settori interni al sandinismo. Da un lato si etichettava come controrivoluzionarie le critiche al sistema, senza considerare se avessero un carattere costruttivo, riformista o distruttivo; d’altra parte la concessione ad alcuni personaggi della rivoluzione di una leadership messianica, che ha comportato la rottura e la distruzione del sandinismo come movimento e partito politico.

Lo smembramento di quello che era uno dei movimenti più rappresentativi dell’America Latina serve per riflettere su come la lotta di potere all’interno di un’organizzazione comporta la sua decadenza, esempio chiaro di quello che succede oggigiorno nel Fronte Sandinista, che si trova diviso in innumerevoli partiti politici e movimenti sociali, che si sono allontanati dai loro principi e radici storiche e ideologiche; frattura che deve servire per una meditazione sull’importanza di agire all’insegna dell’unità e della coesione per confrontarsi con fenomeni sociali come quelli nei quali come latinoamericani ci troviamo coinvolti tutti i giorni.

Questa esperienza di 35 anni di vita ci lascia un insegnamento basato sulla ricerca di un’ideologia fondata sui principi del sandinismo, che è lontana dagli errori verificatisi nel governo sandinista e dalla sua cupola di partito, quei principi che ci parlavano di processi di solidarietà umana e di giustizia sociale come base di sviluppo di una società.

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=187458&titular=cuando-35-a%F1os-son-una-vida-

Traduzione per Senzasoste di Andrea Grillo, 19 luglio 2014

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 20 Luglio 2014 12:13

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