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PER NON DIMENTICARE

Un giornalista israeliano: "Israele verso il fascismo, questa volta ho paura"

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di Michel Warschawski

Durante gli ultimi 45 anni ho partecipato a numerosissime manifestazioni, da piccole concentrazioni di pochi irriducibili a manifestazioni di massa nelle quali eravamo più di 100.000; manifestazioni tranquillle, anche festose, e manifestazioni nelle quali venivamo attaccati da gruppi di destra o perfino dalla gente che passava. Mi hanno dato colpi e li ho resi, e mi è servito, soprattutto quando avevo delle responsabilità, essere nervoso. Però non ricordo di aver avuto paura.

Mobilitato, di fatto detenuto nella prigione militare per essermi rifiutato di unirmi alla mia unità che doveva andare in Libano, non partecipai, nel 1983, alla manifestazione durante la quale fu assassinato Emile Grunzweig. Di contro, fui il responsabile del servizio d'ordine della manifestazione che, un mese più tardi, attraversava Gerusalemme per commemorare questo assassinio. In quella manifestazione conoscemmo l'ostilità e la brutalità della gente che incrociavamo, ma neppure lì ebbi paura, cosciente del fatto che questa ostilità di una parte della gente che passava non avrebbe superato una certa linea rossa che però era stata attraversata un mese prima.

Questa volta ho avuto paura.

Pochi giorni fa eravamo qualche centinaio a manifestare nel centro della città di Gerusalemme contro l'aggressione a Gaza, convocati da "Combattenti per la pace". Ad una trentina di metri, e separati da un impressionante cordone della polizia, alcune decine di fascisti eruttano il proprio odio con slogan razzisti. Noi siamo qualche centinaio e loro solo qualche decina e comunque mi fanno paura: nel momento della dispersione, ancora protetti dalla polizia, torno a casa attaccato alle mura per non essere identificato come uno di quelli della sinistra che odiano.

Di ritorno a casa, cerco di identificare quella paura che ci preoccupa, ben lungi da essere io l'unico che la prova. Mi rendo conto del fatto che Israele nel 2014, non è più solo uno Stato coloniale che occupa e reprime la Palestina, ma anche uno Stato fascista, con un nemico al suo interno contro il quale prova odio.

La violenza coloniale è passata ad un livello superiore, come ha mostrato l'assassinio di Muhammad Abu Khdeir, bruciato vivo da tre coloni; a questa barbarie si aggiunge l'odio verso quegli israeliani che si rifiutano di odiare "l'altro". Se, per generazioni, il sentimento di un "noi" israeliani trascendeva dai dibattici politici e, salvo alcune rare eccezioni - come gli omicidi di Emile Grunzweig o poi di Yitshak Rabin - impedivano che le divergenze degenerassero in violenza criminale, siamo ora entrati in un periodo nuovo, una nuova Israele.

Questo non è il risultato di un giorno e così come l'assassinio del Primo Ministro nel 1995 fu preceduto da una campagna di odio e delegittimazione diretta principalmente da Benjamin Netanyahu, la violenza attuale è il risultato di una "fascistizzazione" del discorso politico e degli atti che genera: sono innumerevoli già le concentrazioni di pacifisti e anticolonialisti israeliani attaccati da criminali di destra.

I militanti hanno sempre più paura e dubitano se esprimersi o manifestarsi; e cos'è il fascismo se non seminare il terrore per disarmare coloro che considera illegittimi?

In un contesto di razzismo libero e assunto da una nuova legislazione discriminatoria verso la minoranza palestinese in Israele, e da un discorso politico guerrafondaio formattato dall'ideologia dello scontro di civiltà, lo Stato ebraico sta sprofondando nel fascismo.

*[Michel Warschawski (Estrasburgo, 1949) è un giornalista e militante pacifista dell'estrema sinistra israeliana nonchè cofondatore e presidente del Centro di informazione alternativa (http://www.alternativenews.org) di Gerusalemme.]
Fonte originale dell'articolo: http://www.lcr-lagauche.org/israel-vers-le-fascisme/

23 luglio 2014

vedi anche

Il fronte antisionista di Israele

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Luglio 2014 18:58

10 cose da sapere per comprendere la guerra in Palestina

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cartina palestina

tratto da http://www.dolcevitaonline.it

In questi giorni di tanto inchiostro versato sulla guerra in Palestina, quella che manca è spesso una visione delle cose basata sui fatti e sulle vicende storiche che hanno segnato oltre 65 anni di conflitti in terra santa. Per questo ci siamo posti dieci domande sulla questione palestinese ed abbiamo cercato dieci risposte, per provare a fornire una base che possa servire a comprendere un conflitto che ancora non vede fine, a partire dai fatti e non dalle opinioni.

1. GLI EBREI HANNO SEMPRE VOLUTO UN PROPRIO STATO IN PALESTINA?

La risposta è No. Ad affermare la volontà di costruire uno stato ebraico in terra santa è inizialmente una minoranza esigua di ebrei europei, raccolti nel “movimento sionista”, che nasce a fine ’800. Per dare un’idea di come questa ideologia non fosse comune a tutto il popolo ebraico basti pensare che erano proprio gli ebrei più ortodossi a rigettare l’idea come blasfema, in quanto sostenevano che il regno di dio non poteva essere costruito in terra, ma sarebbe arrivato come dono divino dopo il giudizio universale. Il Sionismo diventa maggioritario dopo le tragedie della II guerra mondiale, quando anche gli stati europei e gli Usa si convincono (un po’ per senso di colpa, e soprattutto perché nessuno voleva accogliere i profughi ebrei all’interno del proprio stato) ad accettare l’idea dell’Inghilterra, che è quella di creare una stato ebraico in Palestina, al fianco di uno stato palestinese con Gerusalemme città dallo status internazionale, a mandato Onu.

2. DA CHI ERA ABITATA STORICAMENTE LA PALESTINA?

Secondo l’opinione dei sionisti israeliani il territorio della Palestina era pressoché disabitato fino all’inizio dell’immigrazione ebraica di inizio ’900, per questo affermano spesso che gli ebrei sono un “popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo”, ma è vero questo? La risposta è No. Secondo i dati dell’Impero Ottomano ad inizio ’900 la Palestina era abitata da circa 800mila persone: oltre 700mila arabi-musulmani, circa 80mila cristiani e non più di 20mila ebrei. La popolazione ebraica crebbe nei primi decenni del ’900 ma ancora nel 1914 non superava le 59mila unità. Altra affermazione piuttosto in voga e non vera è quella secondo cui i palestinesi non avessero alcuna identità nazionale e fossero “beduini arretrati che vivevano nelle tende ignorando la civiltà”. Per relegare questo altro cavallo di battaglia sionista tra le bufale della storia può bastare dare un’occhiata ad un archivio di vecchie foto (vi consigliamo questo), le quali testimoniano senza dubbio come già a fine ’800 la Palestina fosse una realtà urbanizzata, con una propria economia (ferveva la produzione e il commercio di agrumi) e alcune proprie istituzioni, come la scuola superiore di Stato.

3. PERCHE’ ANCORA NON ESISTE LO STATO PALESTINESE ANCHE SE ERA GIA’ PREVISTO NEL 1948?

Questo è un problema complesso. Inizialmente sono gli stati arabi confinanti a rifiutare la soluzione dei due stati in quanto questo avrebbe significato accettare anche lo stato di Israele ed una divisione territoriale che riservava allo stato ebraico la maggioranza del territorio palestinese, mentre a livello di popolazione gli ebrei in Palestina rappresentavano all’epoca un’esigua minoranza. Per questo già nel 1948 Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania dichiarano guerra ad Israele che però, forte dei migliori equipaggiamenti militari, vinse la guerra. Un nuovo conflitto si verifica nel 1967 (la “guerra dei sei giorni”) e vede ancora Israele vincere ed occupare nuove terre. Un accordo tra le parti viene firmato nel 1993 (“accordo di Oslo”) tra il leder dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Rabin. L’accordo avrebbe dovuto sancire la nascita dello stato di Palestina entro cinque anni, ma l’assassinio di Rabin da parte di estremisti ebrei contrari all’accordo e l’opinione diversa dei sui successori hanno fatto sì che l’accordo non sia mai stato messo in atto.

4. COME NASCE LA LOTTA ARMATA PALESTINESE?

Nel 1964 viene fondata l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che già dal 1974 è accettata dalla Lega Araba come unico rappresentante del popolo Palestinese. L’Olp ha come obiettivo nel proprio statuto “la liberazione della Palestina attraverso la lotta armata”, alla quale rinuncia solo nel 1993 dopo gli accordi di Oslo. Sono sempre esistite anche altre sigle che attuavano la lotta armata ed anche attentati suicidi, come ad esempio “Settembre Nero”, che nel 1972 si rese protagonista dell’assassinio di 11 atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco di Baviera.

5. LA LOTTA ARMATA PALESTINESE E’ UNA FORMA DI TERRORISMO ISLAMICO?

Islamico sicuramente no, o comunque non solo. L’Olp nasce come struttura laica con al suo interno correnti islamiche, cristiane, socialiste e comuniste. La radicalizzazione islamica delle organizzazioni palestinesi è una evoluzione recente e comunque maggioritaria solo a Gaza. Sulla questione del terrorismo, invece, a livello formale vi sono diverse interpretazioni. Mentre alcuni stati, seguendo le indicazioni degli Usa hanno sempre considerato l’Olp (ed ora Hamas) come organizzazioni terroristiche, l’Onu ha attuato invece delle risoluzioni che affermano principi diversi. In particolare l’Olp è stata riconosciuta dall’Onu nel 1975 come rappresentante del popolo palestinese, mentre nel 1977 venne approvata una modifica alla convenzione di Ginevra la quale riconosceva che, in linea generale “la lotta armata poteva essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione”. Per molti anni diversi stati europei hanno riconosciuto il diritto alla lotta armata dei palestinesi e tra questi anche l’Italia. A questo proposito vi consigliamo di guardare il video dell’intervento dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi nel 1985, quando afferma che “i palestinesi hanno il diritto di usare le armi per liberarsi dall’occupazione della loro terra”.

6. QUELLA DI HAMAS A GAZA E’ UNA DITTATURA?

Anche qui la risposta è: dipende. Più no che sì in realtà. Hamas arriva al potere nel 2006 vincendo le elezioni. A queste ottiene più voti del partito di Abu Mazen (Al Fatah) e la maggioranza dei seggi. Tuttavia a questi risultati segue uno sconto tra Al Fatah (maggioritario in Cisgiordania) e Hamas (maggioritario nella striscia di Gaza), che si conclude con l’eliminazione, anche fisica, dei rivali politici da parte di entrambe le fazioni in lotta ed un governo palestinese di fatto diviso in due: la Cisgiordania ad Al Fatah e Gaza ad Hamas. Negli anni successivi ci sono stati diversi tentativi per formare un governo di unità nazionale tra le due fazioni, l’ultimo accordo è di poche settimane fa ma la nuova offensiva militare lo ha bloccato.

7. I BOMBARDAMENTI ISRAELIANI AVVENGONO PER LEGITTIMA DIFESA?

Questo è da sempre l’argomento più controverso: secondo gli israeliani gli attacchi a Gaza sono sempre una risposta al lancio di razzi verso Israele, mentre secondo i Palestinesi sono i lanci di razzi ad essere di risposta alle aggressioni israeliane. In questo caso specifico, l’offensiva israeliana cominciata l’8 luglio è stata giustificata con l’assassinio di tre coloni israeliani da parte di Hamas. Tuttavia le prove che Israele dice di avere riguardo alla responsabilità del governo di Gaza non sono ancora state mostrate. In linea generale, secondo le statistiche pubblicate da un’inchiesta dell’Huffington Post la realtà è la seguente: il 79% di tutte le pause nel conflitto sono terminate quando Israele ha ucciso un Palestinese, mentre solo l’8% sono state interrotte da un attacco palestinese. Il rimanente 13% consiste di interruzioni provocate da uccisioni da ambedue le parti nel medesimo giorno. Nei 25 periodi di assenza di violenza di durata superiore alla settimana invece Israele ne ha unilateralmente interrotti 24, pari al 96%. Nei 14 periodi di tregua superiori ai 9 giorni le interruzioni unilaterali da parte di Israele arrivano al 100%

8. QUANTI SONO GLI ISRAELIANI E I PALESTINESI UCCISI NEL CONFLITTO?

Tra il 2000 ed il 2010 le vittime totali del conflitto sono state 6404 palestinesi e 1080 israeliani, calcolando sia i militari che i civili. Negli ultimi anni va però annotata una sempre più evidente sproporzione del conflitto, dettata dalla netta superiorità militare dello stato israeliano, che può vantare i più moderni armamenti (sempre più frequente l’utilizzo di droni). Dal 7 luglio ad oggi sono già stati uccisi 150 palestinesi, a fronte di nessun israeliano. Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie oltre 1/3 delle vittime sono donne e bambini.

9. QUALI DOVREBBERO ESSERE I CONFINI DELLA PALESTINA?

Il piano degli inglesi del 1948 prevedeva una suddivisione in parti quasi uguali tra stato palestinese (45%) ed Israeliano (55%), con Gerusalemme posta sotto mandato Onu come città internazionale. Dopo i due conflitti del 1948 e 1967 Israele ha ampliato sensibilmente i propri confini, giunti fino al 78% del territorio totale. Questa dovrebbe essere la base per stabilire l’accordo sui confini secondo gli Accordi di Oslo. Tuttavia ad oggi una soluzione del genere è assolutamente impensabile, a causa della continua espansione illegale del territorio sotto il controllo israeliano perpetuata attraverso l’istituzione delle colonie.

10. ESISTE UN’ALTERNATIVA POSSIBILE?

Tutti i tentati tavoli di dialogo avvenuti in questi anni si sono basati sul principio di “due stati per due popoli” e si sono costantemente arenati appena giungevano al punto in cui si doveva iniziare a parlare dei confini di questi due stati. Per questo vi è una corrente che, pur fortemente minoritaria, esiste sia tra i palestinesi che tra gli israeliani (principalmente tra pacifisti, anarchici e socialisti), che propone non più due stati differenti, ma un unico stato multinazionale e laico con pari diritti per tutti i suoi abitanti. Probabilmente è un’utopia, ma allo stato attuale, secondo i sostenitori di questa soluzione, “niente pare più utopico di un accordo di pace basato sui due stati”, e forse non hanno tutti i torti.

QUESTIONE SUPPLEMENTARE: visto che tanta circolazione sta avendo, anche nei commenti a questo articolo, la teoria secondo la quale la cartina da noi utilizzata per descrivere l’evoluzione della questione palestinese sarebbe una mappa non attendibile, vi invitiamo a leggere l’articolo seguente nel caso aveste dei dubbi sulla sua veridicità. Basta cliccare sull’immagine.

palestina e israele, quale sarebbe la mappa giusta?

15 luglio 2014

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Nicaragua: i 35 anni della Rivoluzione sandinista

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NicaraguaFrancisco X. Ramírez V.

Rebelión

In ricordo di Álvaro, Yuri, "Chapo", "Baquita", Gustavo e altri che oggi sono presenti



Quando si arriva a 35 anni, normalmente inizia una riflessione e un’introspezione su ciò che si è realizzato, e si tende a porci alcune sfide e obiettivi futuri. Ed è questo passo che intendo fare nel momento in cui si compie l’anniversario di un fatto storico che ha segnato in gran parte la storia dell’America Latina, qual è stata la cosiddetta "Rivoluzione Popolare Sandinista".

Il momento principale di questo avvenimento è stato quando il 19 luglio 1979, in Nicaragua, fu abbattuto un governo di natura dittatoriale, che per decenni aveva tenuto il Paese in un abisso di povertà sociale, guidato dalla famiglia Somoza. Questo gruppo familiare si arricchì con una sempre maggiore influenza militare e sfruttando a suo proprio nome tutti i beni che poteva avere il Paese centroamericano. Questa rivoluzione sociale fu guidata da un gruppo armato, che contava su un ampio appoggio popolare e anche sul beneplacito di diversi gruppi socioeconomici, e anche con ampi settori dell’imprenditoria messi ai margini dal governo uscente.

Questi erano i sandinisti, citati negli ambienti politici e conversazioni clandestine degli anni ‘80, eredi delle imprese di un guerrigliero nicaraguense chiamato Augusto C. Sandino, che negli anni ‘30, insieme al suo "piccolo esercito pazzo", nelle parole della nostra poetessa Gabriela Mistral, mentre liberali e conservatori del suo Paese facevano trattati con il Nordamerica, lottò contro l’intervento dei marines americani che occupavano il suo territorio.

Anche se si trattava in gran parte di un gruppo guerrigliero, nelle sue file si poteva trovare un buon numero di professionisti, intellettuali, scrittori e l’appoggio di un buon settore della Chiesa cattolica locale, cosa che permise di poter cominciare a governare il Paese in mezzo alle ceneri che erano rimaste; il fatto è che tra l’altro fuggendo i Somoza e compagnia si erano portati via la loro ricchezza personale, lasciando letteralmente vuote le casse dell’impoverita nazione centroamericana.

La Rivoluzione Sandinista si caratterizzò per tre principi fondamentali, che si cercò di rispettare pur con le difficoltà degli anni a venire; questi erano il non-allineamento, l’economia mista e il pluralismo politico. La prima, per le sue stesse necessità socio-economiche e l’embargo che le venne imposto dal suo principale e storico socio commerciale, quali erano gli Stati Uniti, sotto la politica del recentemente scomparso Reagan, dovette essere messa da parte per cercare il supporto nell’economia del cosiddetto blocco sovietico.

La politica di economia mista, nella quale le imprese produttive funzionavano sotto la supervisione dello Stato ma con amministrazione privata, in principio ben accolta, ebbe nel corso degli anni della rivoluzione come detrattori settori dell’imprenditoria che non videro aumentare i loro capitali fino ai limiti di ricchezza immaginati o perché non potevano sviluppare il loro processo produttivo per la mancanza di fondi stranieri, o macchinari tecnologici per la produzione, con il risultato in molti casi di un’interminabile lotta di potere con le imprese produttive che sostenevano il governo sandinista.

Inoltre il principio del pluralismo politico finì per sfidare il suo stesso sistema; da un lato la linea dura del socialismo criticava e rifiutava il permissivismo e le libertà concesse a differenti movimenti e partiti politici di esprimere liberamente il loro disaccordo con il processo rivoluzionario, senza una mano realmente dura sugli oppositori come molti volevano che ci fosse, d’altra parte questa stessa apertura portò a creare un blocco di opposizione che per il deterioramento del sistema, la situazione di guerra che venne vissuta e l’embargo economico imposto, si vedrà vincente nell’ambito del secondo processo democratico di elezioni svolte nel periodo del sandinismo nel febbraio del 1990.

Ma i principi che guidarono la rivoluzione sandinista riuscirono a raggiungere mete mai sognate prima nell’istmo centroamericano. Una delle prime grandi imprese fu la Cruzada Nacional de Alfabetización, alla quale si ebbe una partecipazione di massa e volontaria per portare i principi di fondamentali della lettura a una popolazione che aveva più del 50% di analfabetismo, arrivando a ridurre il tasso di analfabetismo a circa il 12%. Ci furono processi innovativi nella formulazione di politiche di riforma agraria, con una redistribuzione e la restituzione di migliaia di ettari ai piccoli produttori. Inoltre si ridussero a più della metà tutte quelle malattie ad alto indice di rischio di mortalità per la popolazione, solo per citare alcune delle politiche sociali rivolte a instaurare una giustizia sociale che mai c’era stata.

Tutto questo processo ebbe un asse comune, che fu l’alta partecipazione dei giovani fin dall’inizio. Ebbe l’opportunità di vedere un alto numero di giovani che si sollevarono in un movimento guerrigliero contro la dittatura somozista, e inoltre fu un motore importante la partecipazione giovanile nell’alfabetizzazione della popolazione, così come erano presenti nei processi di mobilitazione per le giornate produttive agricole, dirette a diventare un supporto produttivo del Paese, e di grande importanza fu l’impegno della popolazione giovanile nel conflitto bellico che fu vissuto negli anni ‘80.

Conflitto bellico che fu motore delle conseguenze del deterioramento economico e sociale del Paese, in cui non ci fu solo una guerra di movimenti controrivoluzionari o di opposizione al sandinismo, ma fu una campagna bellica apertamente finanziata dagli interessi degli Stati Uniti, e basta spendere un po’ di tempo per rileggere gli emendamenti approvati dal governo di Reagan per il suo finanziamento e tutta la copertura dell’operazione Iran-Contras. Fu così che un processo che in un primo momento si verificò volontariamente tra i giovani, dovette trasformarsi in una legge sull’obbligatorietà del Servizio Militare, per poter contare sulla forza attiva per affrontare il conflitto, processo dove i giovani furono partecipi dei combattimenti e nel processo di pace che ebbe inizio molto prima del ‘90, e furono molti di questi giovani i protagonisti della difesa delle loro convinzioni e che morirono per loro.

Non fu solo una lotta militare quella che fu vissuta in quegli anni: molte volte la storia non riconosce la ricerca della strada del dialogo, che è sempre stata presente nel sandinismo, con i gruppi che si trovavano nella resistenza armata. Con un gran sostegno di varie nazioni latinoamericane vennero svolti gli incontri di Esquipulas, Manzanillo, Contadora o Sapoá, per citare i principali, dove si raggiunsero accordi, in particolare quest’ultimo realizzato nell’anno ‘88, che portarono al termine del conflitto.

Mi piacerebbe mettere in rilievo un punto fondamentale già menzionato in precedenza, cioè il fatto che molto di quello che mosse gli anni della rivoluzione sandinista furono le convinzioni e la fede negli ideali che erano alla base del processo, e questo si può dimostrare con la differenza di voti percentuale minima con la quale fu sconfitto il governo sandinista, e questo fu un riconoscimento del modello, da cui provenne la sua grande forza morale ed etica nel momento di difendersi in tribune internazionali e nelle zone belliche, e in particolare nel momento successivo alla sua sconfitta di rivendicare gli obiettivi e i benefici raggiunti con il governo rivoluzionario.

Sì, il processo, riconosciuto come sperimentale, pragmatico e anche innovativo da diversi osservatori e partecipanti, ebbe anche le sue mancanze ed errori. La visione distorta di molti di imporre un sistema unico a un popolo chiaramente multiculturale, portò alla sua divisione e alla rottura di processi nazionali, e anche alla pericolosa obbligatorietà e al carattere coercitivo di politiche di potere, trasformando le ambizioni popolari in ambizioni personali, riducendo l’ambizione di una nazione con l’ambizione di ostentare il potere.

Pochi minuti dopo aver conosciuto il risultato elettorale di fronte al quartier generale elettorale sandinista, per alcuni la rabbia del pianto tendeva a confondere e a recriminare per le morti in combattimento dei tanti che avevano difeso questa rivoluzione, ma oggi queste vite fanno riflettere sull’importanza che ebbe per l’America Latina questo processo dove i sogni erano validi.

Il sandinismo, nelle sue origini nel pensiero e nell’azione di Sandino, ha radici integrazioniste e latinoamericaniste di unione, di una ricerca di identità nazionale e di rifiuto di politiche esterne, così come la valorizzazione della ricchezza sociale e culturale dei popoli. I movimenti sociali dell’America Latina si sono impadroniti in molti momenti della causa nicaraguense e l’hanno fatta propria, adattandola alla loro realtà. Molti movimenti sociali latinoamericani hanno mantenuto accesa la speranza con i loro occhi su quello che poteva succedere in Nicaragua, e anche questo ha ravvivato le stesse lotte contro le dittature militari e i governi conservatori di destra che dominavano la regione.

L’esperienza vissuta in Nicaragua è un capitolo della storia latinoamericana che non dobbiamo chiudere, perché è stato un processo fondamentale nell’epoca dell’effervescenza dei movimenti popolari negli anni ‘80, il che non dev’essere ignorato dalle organizzazioni sociali e latinoamericanisti del nostro territorio una volta iniziato il XXI secolo.

Sebbene sia vero che gli anni ’80 si sono caratterizzati per la maggior frattura esistente tra i grandi blocchi ideologici e politici, così come per il loro smantellamento, anche oggi abbiamo un blocco globalizzato, che si confronta con le realtà nazionali e soprattutto locali. Le caratteristiche che ha preso il processo rivoluzionario nicaraguense, nei suoi principi fondamentali, furono conformi alla sua stessa storia e realtà nazionale. Questo è un approccio di cui tenere conto da parte dei movimenti locali di oggi in Latinoamerica.

Uno degli errori, riconosciuti nell’autoflagellazione di molti dirigenti della Rivoluzione Popolare Sandinista, è stato il dogmatismo e il cacicchismo in cui finirono diversi settori interni al sandinismo. Da un lato si etichettava come controrivoluzionarie le critiche al sistema, senza considerare se avessero un carattere costruttivo, riformista o distruttivo; d’altra parte la concessione ad alcuni personaggi della rivoluzione di una leadership messianica, che ha comportato la rottura e la distruzione del sandinismo come movimento e partito politico.

Lo smembramento di quello che era uno dei movimenti più rappresentativi dell’America Latina serve per riflettere su come la lotta di potere all’interno di un’organizzazione comporta la sua decadenza, esempio chiaro di quello che succede oggigiorno nel Fronte Sandinista, che si trova diviso in innumerevoli partiti politici e movimenti sociali, che si sono allontanati dai loro principi e radici storiche e ideologiche; frattura che deve servire per una meditazione sull’importanza di agire all’insegna dell’unità e della coesione per confrontarsi con fenomeni sociali come quelli nei quali come latinoamericani ci troviamo coinvolti tutti i giorni.

Questa esperienza di 35 anni di vita ci lascia un insegnamento basato sulla ricerca di un’ideologia fondata sui principi del sandinismo, che è lontana dagli errori verificatisi nel governo sandinista e dalla sua cupola di partito, quei principi che ci parlavano di processi di solidarietà umana e di giustizia sociale come base di sviluppo di una società.

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=187458&titular=cuando-35-a%F1os-son-una-vida-

Traduzione per Senzasoste di Andrea Grillo, 19 luglio 2014

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 20 Luglio 2014 12:13

La CIA complice di Pinochet

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di Michele Paris

tratto da http://www.altrenotizie.org

Questa settimana, un tribunale cileno ha ufficialmente riconosciuto la responsabilità dei servizi segreti degli Stati Uniti nella morte nell’autunno del 1973, per mano del neo-installato regime golpista di Augusto Pinochet, di due giornalisti americani. Secondo il giudice Jorge Zepeda, “l’intelligence statunitense ha avuto un ruolo fondamentale nell’omicidio dei due cittadini americani… fornendo ai vertici militari del Cile le informazioni che hanno portato alla loro morte”.

Lo stesso giudice ha individuato nel capitano americano Ray Davis la persona che passò le informazioni sui due sostenitori del governo socialista di Salvador Allende - il 31enne Charles Horman e il 24enne Frank Teruggi - al suo contatto all’interno del regime cileno, Raúl Monsalve.Grazie a queste informazioni, Horman e Teruggi furono arrestati pochi giorni dopo il colpo di stato contro Allende dell’11 settembre 1973, portati allo stadio Nazionale di Santiago, trasformato dai militari in centro di detenzione, e successivamente torturati e uccisi.Il giudice Zepeda ha anche confermato una precedente sentenza che ordinava l’incriminazione del colonnello cileno in pensione Pedro Espinoza per i due omicidi e dell’ex agente del controspionaggio Rafael Gonzalez per complicità nell’omicidio di Charles Horman.

I due giovani giornalisti americani erano giunti in Cile dopo l’elezione di Allende e lavoravano per una pubblicazione di sinistra nella capitale, Santiago. Horman, inoltre, stava indagando sul ruolo svolto dal governo americano nel golpe e, con ogni probabilità, era entrato in possesso di informazioni sensibili visto che alla vigilia dell’azione dei militari cileni si trovava a Vina del Mar, di fatto quartier generale dei golpisti e degli agenti degli Stati Uniti con cui stavano organizzando il rovesciamento del governo legittimo.

Un’amica di Horman che si trovava in vacanza a Vina del Mar - Terry Simon - avrebbe in seguito rivelato che lei e il giornalista avevano visto navi da guerra degli Stati Uniti nella località vicina a Valparaiso e parlato con ufficiali americani, chiaramente euforici per gli eventi in corso a Santiago.Horman e Terry Simon ottennero poi un passaggio in auto per la capitale dal capitano Davis, all’epoca capo del cosiddetto “Gruppo Militare” presso l’ambasciata americana, il quale aveva ultimato la sua visita settimanale al porto di Valparaiso. Due giorni più tardi, nel pieno dell’ondata di arresti di militanti di sinistra e sostenitori del governo Allende scatenata da Pinochet, i militari cileni rapirono Charles Horman.Quasi contemporaneamente, la stessa sorte toccò anche a Frank Teruggi e al suo coabitante, David Hathaway. Teruggi scomparve dopo il secondo interrogatorio sostenuto all’interno dello stadio di Santiago, mentre Hathaway venne rilasciato e potè rientrare negli Stati Uniti.

Il cadavere di Teruggi - con la gola tagliata e i segni di due colpi di arma da fuoco alla testa - venne identificato da un amico in un obitorio, mentre quello di Horman - murato in una struttura dello stadio – sarebbe stato ritrovato solo un mese più tardi.Dopo la sparizione, il padre di Horman si recò in Cile per cercare il figlio e, formalmente, l’ambasciata USA gli fornì una qualche assistenza. Edmund Horman e Joyce, la moglie di Charles, dubitavano però dei diplomatici americani, tanto che declinarono la richiesta di questi ultimi di fornire all’ambasciata un elenco con i nomi degli amici del giornalista scomparso.

La vicenda di Horman e Teruggi e, soprattutto, le ricerche del padre e della moglie del primo in Cile sono state raccontate nel famoso film Missing del 1982 di Costa-Gavras.

Come era risaputo, la sentenza di questa settimana ha confermato che gli Stati Uniti all’epoca del golpe in Cile erano impegnati in un’operazione di intelligence per raccogliere informazioni sulle attività politiche dei cittadini americani presenti nel paese sudamericano. Il lavoro di uomini come il capitano Ray Davis veniva svolto con la piena consapevolezza che la denuncia ai militari cileni dei loro connazionali sarebbe equivalsa ad una condanna a morte.Inoltre, come ha spiegato in questi giorni un avvocato della famiglia Horman, “i militari cileni non avrebbero mai agito di propria iniziativa”, dal momento che “non avevano particolare interesse in Horman o Teruggi, né disponevano di prove di attività politiche compromettenti che facessero dei due americani un obiettivo dell’intelligence domestica”.

Per quanto riguarda Ray Davis, la giustizia cilena aveva richiesto già in passato l’estradizione agli Stati Uniti, credendo che l’ex ufficiale vivesse in Florida. Invece, il capitano americano viveva segretamente proprio in Cile, dove sarebbe deceduto lo scorso anno in una struttura di ricovero di Santiago.

Sulla vicenda di Horman e Teruggi, il governo americano era stato costretto a pubblicare alcuni documenti già nel 1980 in seguito ad una richiesta sottoposta in base al "Freedom of Information Act". Le carte erano però censurate in maniera pesante, coerentemente con i tentativi di Washington e Santiago di nascondere le proprie responsabilità negli omicidi.

Nel 1999, in seguito all’arresto dell’anno precedente a Londra di Pinochet, l’amministrazione Clinton decise di rivelare il contenuto degli omissis, portando alla luce per la prima volta le ammissioni del Dipartimento di Stato che il regime cileno non avrebbe agito nei confronti dei due cittadini americani senza il via libera di Washington.

Già nel 1976, le dichiarazioni dell’ex agente dell’intelligence di Pinochet, Rafael Gonzalez, avevano peraltro costretto il Dipartimento di Stato USA ad avviare due indagini interne sulla morte di Horman e Teruggi. Gonzalez aveva tra l’altro rivelato che i suoi superiori avevano in un’occasione comunicato a “un americano” che Horman “doveva sparire perché sapeva troppo”.

Lo stesso Gonzalez aveva anche descritto la stretta collaborazione tra i servizi segreti cileni e quelli americani nella destabilizzazione del governo Allende. Gli USA, inoltre, avevano fornito ai militari una lista di militanti di sinistra da arrestare nei giorni successivi al colpo di stato.

Entrambe le indagini sarebbero giunte alla conclusione che il regime di Pinochet era responsabile dell’assassinio dei due americani, citando allo stesso tempo l’assenso di Washington, sia pure in termini molto cauti. La seconda indagine, soprattutto, sollecitava il coinvolgimento della CIA per fare chiarezza sulla vicenda ma, com’è ovvio, non venne presa nessuna iniziativa in questo senso.Il risultato ottenuto con la sentenza di questa settimana è arrivato soltanto grazie alla perseveranza delle famiglie Horman e Teruggi. In particolare, di fronte all’ostilità del governo americano, la vedova di Charles Horman nel 2000 aveva denunciato in Cile Pinochet e i suoi subordinati, citando come testimoni l’ex consigliere per la sicurezza nazionale ed ex segretario di Stato, Henry Kissinger, e i membri del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Nixon.

A seguito del pronunciamento del giudice cileno, Joyce Horman ha dichiarato: “dopo più di 40 anni dall’uccisione di mio marito e dopo 14 anni dall’inizio del procedimento giudiziario in Cile, sono lieta che i casi di Charles Horman e Frank Teruggi stiano avanzando nei tribunali di questo paese. Allo stesso tempo, resto sconvolta dal fatto che… un ufficiale americano indagato, il capitano Ray Davis, sia potuto sfuggire alla giustizia”.

Ciononostante, ha concluso la vedova del giornalista, “la sentenza del giudice Zepeda ha implicato e incriminato agenti dell’intelligence degli Stati Uniti per il ruolo oscuro che hanno svolto nell’assassinio di mio marito”.

3 luglio 2014

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Viaggio nella galassia nera che ruota attorno all’omicidio del tifoso del Napoli

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di Pierre Cambronne, tratto da http://www.qcodemag.it

Neofascisti ed estrema destra, destra in doppiopetto e partiti nelle istituzioni.

6 luglio 2014 - Cinque motociclette della polizia locale di Napoli, insieme al sindaco, hanno scortato il rientro a Scampia della salma di Ciro Esposito, il tifoso ventinovenne ferito a morte a Tor di Quinto, quartiere di Roma, poco prima dell’inizio della finale di coppa Italia avvenuta il 3 maggio.

Tale premura istituzionale l’ex sindaco di Napoli Rosa Russo Jervolino l’aveva avuta solo per la salma di un militare napoletano ammazzato a Kabul. La mistificazione semantica voleva il militare in missione di pace, il cerimoniale istituzionale lo elevava al rango di martire. Una fenomenologia dell’eroismo sentita più dalle istituzioni che dal popolo.

L’attuale sindaco de Magistris invece ha speso la sua facoltà di decretare il lutto cittadino e di accogliere personalmente la salma per un tifoso di calcio ucciso da un agguato neofascista. Una scelta poco comprensibile per chi non vive a Napoli, ma estremamente sentita in città. Dato che spiega, ancora una volta, come tale città viva in una dialettica diversa da quella nazionale. Pratica questa riscontrabile nella diversa narrazione che si nota, sul medesimo evento, tra i quotidiani nazionali e le pagine locali.

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Disfonia non solo narrativa, inerente la pubblicistica, ma anche istituzionale e rappresentativa. Al funerale evangelico dei ventimila nella piazza di Scampia latitava il governo. I gonfaloni di Regione e Provincia mantenevano posizioni defilate. A rappresentare il rammarico collettivo oltre ai parenti di Ciro vi erano in maggioranza istituzioni informali: il presidente del Napoli calcio De Laurentiis, il dirigente della Fgci Malagò, il cantante Nino D’Angelo. Il sottosegretario Alfano era in qualità di amico di Napoli e della famiglia, mantra questo ripetuto ossessivamente. A chiedere la rimozione del Prefetto e del Questore di Roma per la pessima gestione dell’ordine pubblico il Sindaco, seduto, con la fascia tricolore, in una piazza gestita dagli ultras e non dalla forza pubblica.

Le relazioni pericolose

A uccidere Ciro “un fascista; e poco importa se sei tifoso della Roma, del Napoli o chissà di quale altra squadra”, ci tiene a precisare un tifoso giallorosso che come tutti i frequentatori delle curve raccomanda a chi lo interroga l’anonimato. “Ciro è stato ucciso da un fascista con modalità fasciste. Non può passare l’idea che la tifoseria della Roma è di estrema destra mentre quella del Napoli sarebbe di sinistra”.

Elemento di chiarezza indispensabile per un fattaccio che vede negligenze in ogni dove. Il fascista in questione è Daniele De Santis, altrimenti noto come Gastone, non sappiamo se per il personaggio dandy della Disney o per il santo vescovo francese del Cinquecento che convertì al cristianesimo il re pagano Clodoveo. Sulla seconda ipotesi nutro qualche dubbio considerando l’ignoranza che caratterizza l’estrema destra capitolina.

Ma con il vescovo convertitore De Santis ha qualcosa in comune: nel 2008 fu candidato in una lista collegata al candidato sindaco Gianni Alemanno nell’allora XX (oggi XV) Municipio. La lista aveva il nome Il Popolo della Vita per Alemanno e De Santis prese solo 44 voti di preferenza. Tale lista appartiene all’associazione Il Popolo della vita, sodalizio di antiabortisti legati a doppio filo con Militia Christi, volto presentabile, ecumenico e rassicurante dell’ultra destra romana.

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Tale associazione ha come simbolo il trifoglio. Ed è proprio il trifoglio uno dei nomi che ha caratterizzato lo spazio prima occupato, poi sede di un centro sportivo, poi di una discoteca abusiva e poi covo dell’assassino De Santis. Il tifoso della Roma aiuta a far chiarezza sulla storia di quel terreno: «Al 57b di via Tor Di Quinto ci sono questi campetti del Coni, occupati dall’estrema destra e mai reclamati dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Il primo nome dato fu SpazioZero, in continuazione con quella tradizione di autonomia di estrema destra che parte all’inizio degli anni ’90 con il gruppo Meridiano Zero. Questi sempre nei primi anni ’90 strinsero alleanza con un’altra organizzazione di estrema destra, Movimento Politico, animato da Maurizio Boccacci, compagno di scuola di Giusva Fioravanti e come Gastone De Santis animatore del tifo con lame e pistole”.

Infatti Maurizio Boccacci lo troviamo mischiato tra i romanisti la domenica 20 novembre del 1994 allo stadio di Brescia durante gli scontri tra tifosi e polizia che portarono al ferimento del vicequestore Giovanni Selmin. Condannato a 4 anni e 2 mesi nel 1997 è all’interno del palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio intento ad aggredire un brigadiere per protestare contro il processo ai fratelli Ovidi. Nella notte fra l’10 e 11 dicembre 1995 viene fermato dalle forze dell’ordine mentre affigge manifesti con la scritta “Liberate Priebke”.

Oggi che il fisico non lo accompagna più come una volta, Boccacci è leader di Militia Christi è all’associazione dal volto ecumenico ha come logo quel trifoglio che è anche il nome del covo di De Santis dopo essersi chiamato Spazio Zero. Ultimo nome del luogo da dove De Santis e i suoi camerati sono partiti per uccidere Ciro Esposito è Ciak Village, discoteca frequentata nelle estati romane del quinquennio di Alemanno oltre che dall’ex sindaco e consorte e figlio Manfredi anche da Gasparri, La Russa, Meloni.

Una discoteca completamente abusiva ma che sotto l’amministrazione Alemanno non ha avuto nessun controllo ma che è stata poi chiusa quando al Campidoglio è arrivato Ignazio Marino. Una discoteca non proprio tranquilla che salì agli onori della cronaca nel 2012 per un pestaggio, durante la festa di Halloween, ai danni di un ragazzo omosessuale. Nonostante i sigilli dei carabinieri messi il 25 marzo del corrente anno il luogo continuava ad essere frequentato, tolta la patina di discoteca e di associazione dal volto presentabile rimanevano solo i neofascisti, nudi e crudi nella loro estetica delirante.

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Ma De Santis non era il solo in quell’attentato che un tifoso del Napoli presente sul luogo del delitto spiega in maniera dettagliata: “Non vi erano vessilli della Roma in chi attaccava i pullman dei supporter napoletani carichi di famiglie. L’obbiettivo era scatenare una reazione contro i fiorentini e così far pervenire ai napoletani quanti più daspo possibili e la chiusura delle curve”. Ciro Esposito, disarmato, intervenne per dare riparo e protezione a chi nei pullman veniva attaccato. Per questo a Scampia e a Napoli lo chiamano eroe.

Ma De Santis non era il solo, ad accompagnarlo, e forse i fermi dei prossimi giorni ne daranno conferma, Giuliano Castellino, animatore dell’organizzazione di estrema destra Movimento Sociale Europeo, un breve passato in Casa Pound prima di qualche divergenza con il capo Iannone, una candidatura ne La Destra di Storace che manco a farlo apposta supportava Gianni Alemanno, ma anche qualcosa in più, l’assidua frequentazione con il figlio dell’ex sindaco di Roma Manfredi Alemanno.

Qualcuno dice che intorno allo stadio Olimpico, il pomeriggio del 3 maggio, ci possa essere stato anche lui. Frequentazione che non si è limitata solo alla generazione di giovani balordi, ma intergenerazionale se è vero come è vero che Castellino accompagnava in alcune uscite pubbliche proprio l’allora sindaco Gianni Alemanno. Un antifascista napoletano abbonato alla curva B dello stadio San Paolo spiega il profilo di Castellino: “E’ una figura di frontiera tra la destra in doppiopetto e quella militante mazziera. Collante tra la base spesso non interessata a divenire mercé di un politico di destra e i politici stessi”.

Il tifoso antifascista del Napoli non fa un ragionamento assai diverso dal tifoso della Roma: “Il dato interessante della biografia di De Santis non è solo il suo essere un fascista convinto, questo è un codice comportamentale e pseudo culturale che facilita lo scivolamento volto ad accreditare il pasticciaccio di Tor di Quinto come una rivalità di ultras in odio razzista. Ma la sua biografia rimette insieme i tasselli di quello che è successo il 3 maggio. De Santis ha fatto negli anni politica attiva nella curva, connotando, come con Boccaccio e Castellino, un periodo di egemonia culturale dell’estrema destra nella curva Sud. Ultimamente viveva posizione non più egemoniche, ma questo non basta a capire il ridimensionamento di attenzione che avrebbe suscitato nel controllo esercitato da polizia e prefettura”.

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Ed è proprio questo il punto. Un altro tifoso racconta: “Due anni prima eravamo sulla medesima strada di via di Tor di Quinto per la finale tra Napoli e Juventus. Ricordo come fosse ieri il dispiegamento enorme di camionette e di celere dinanzi l’allora Ciak Village. Come è possibile che il 3 maggio del 2014 non ci fosse nessuno?”. Quesito posto in forma dubitativa che varrebbe l’immediata rimozione del questore di Roma Massimo Maria Mazza e del prefetto Giuseppe Pecoraro. Ma l’Italia non è la Francia. Noi ci abbiamo messo tempo a licenziare Domenech, voi prendete troppo tempo per rimuovere chiunque appartenga alle istituzioni sicuritarie.

Ma le relazioni pericolose non sono finite. A mistificare l’accaduto c’è tutta la destra istituzionale parlamentare italiana. Non solo il ministro Angelino Alfano che, dopo il funerale di Ciro Esposito, ha avuto l’ardire ribadire la versione che il pasticciaccio è riconducibile a violenza tra frange opposte di tifosi, ma quello che più inquieta è la lettera che Marcello Taglialatela, esponente dei Fratelli d’Italia, ha spedito al sindaco di Napoli e alla stampa locale al fine di redarguire un suo componente di segreteria, Alessio Postiglione, che sull’Huffington Postaveva denunciato la matrice neofascista dell’omicidio a Ciro Esposito.

Altrettanto inquietante, se non di cattivissimo gusto la presenza nella camera ardente e al funerale di Ciro di Luciano Schifone. Entrambi appartengono al medesimo partito di Alemanno, Schifone era anche lo sponsor napoletano dell’ex sindaco di Roma alle ultime europee. I due fanno parte della precedente generazione di mazzieri fascisti che hanno dato poi il cambio a De Santis e camerati.

Ricorda un ormai anziano militante di sinistra: «Schifone abitava al Cavone, in via Francesco Saverio Correra, sopra la sede di Avanguardia Operaia. Allora militava nell’ Msi e quotidiane erano le sue provocazioni. Taglialatela, invece, nel 1973 durante un mio attacchinaggio in piazza San Vitale tento un accoltellamento”. Mazzieri ieri e fiancheggiatori dei mazzieri di oggi. Un altro antifascista napoletano racconta: “Quando liberammo il convento di San Raffaele a Materdei dall’occupazione di Casa Pound trovammo un quaderno dove erano trascritte le sottoscrizioni per l’occupazione fascista. I primi contribuenti? Amedeo Laboccetta, Luciano Schifone, Marcello Taglialatela”. Legami mai interrotti quindi.

Le domande sul pasticciaccio di Tor di Quinto.

Un testimone oculare intervistato da Sandro Ruotolo per Servizio Pubblico parla di una squadraccia composta da una ventina di persone. Quando sapremo i nomi dei restanti 19? Dobbiamo andare a intuito e per ricostruzione giornalistica?

L’omicidio di Ciro Esposito è avvenuto dopo l’osceno applauso rivolto dalla platea di un sindacato di polizia agli assassini di Aldrovandi. Serviva un incidente di ordine pubblico per giustificazione all’opinione pubblica un modus operandi della polizia che trova sempre meno legittimità? Perché una sede così sensibile come lo SpazioZero / Trifoglio / Ciak Village è rimasto scoperto? Veramente la polizia non sapeva che nonostante i sigilli il luogo era frequentato da neofascisti già abbondantemente attenzionati dalle stesse forze dell’ordine? Tutte domande in attesa di risposta.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Luglio 2014 11:51

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