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PER NON DIMENTICARE

Tre anni di Ri-Maflow: il mutuo soccorso non si può arrestare

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Gigi Malabarba - tratto da http://www.communianet.org

Abbiamo festeggiato in questo inizio del 2016 il terzo anno di RiMaflow: il percorso di riappropriazione e di rimessa in funzione della produzione in autogestione da parte degli ex operai della Maflow di Trezzano sul Naviglio. Il progetto iniziale si fondava sul riuso e riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche in direzione di una scelta ecologista, frutto di una decisa scelta politica indubbiamente rafforzata dalla crisi economica e ambientale che stiamo vivendo.

Ma, come tutte le sperimentazioni – e in particolare per quelle che intendono costruire un’attività economica attraverso un risarcimento sociale da parte della proprietà e non attraverso l’indebitamento della lavoratrici e dei lavoratori licenziati – era necessario sottoporre a verifica la concreta possibilità di cimentarci con il ciclo di smaltimento dei rifiuti, perché di questo si tratta quando si vogliono recuperare le materie prime da elettrodomestici, pc e così via. In secondo luogo, andava (e va) contemperato il progetto di fondo con la produzione di reddito immediato in assenza di capitali alle spalle, sia per vivere (gli ammortizzatori sociali sono terminati da un pezzo), sia per pagare le utenze e tutto il fabbisogno quotidiano di un’area di 30mila metri quadrati.

È per questo che si era sviluppato il mercato dell’usato, come circuito virtuoso che consentisse a noi e a un altro centinaio di disoccupati di ‘far girare’ la piccola economia di sussistenza di RiMaflow: vendita di oggetti da svuotamento di cantine e uffici, piccole riparazioni, bar, ristorazione popolare e attività culturali e di spettacolo.
Questo meccanismo di autofinanziamento ha funzionato bene per oltre due anni, consentendoci di pianificare quelle attività di produzione in direzione ecologista che avevamo in programma: il riciclo (RAEE e bancali in legno), ma anche la distribuzione e trasformazione dei prodotti agricoli delle realtà contadine che si collocano in alternativa alla grande distribuzione (GDO), da SOS Rosarno al Parco agricolo Sud Milano.

I bastoni fra le ruote da parte di chi dovrebbe aiutare i cittadini

Tutto bene finché, più che la proprietà (UniCredit), l’amministrazione comunale di Trezzano, eletta nel 2014 dopo un periodo di commissariamento prefettizio (il Sud-Ovest milanese è ad altissima densità mafiosa), ha iniziato a comminare una raffica di denunce, accompagnate da sanzioni economiche in nome di una “legalità” del tutto arbitraria (come la presunta violazione del PGT per aver avviato attività commerciali in area industriale!). Provvedimenti che paradossalmente hanno colpito sia RiMaflow che la stessa proprietà, creando un cortocircuito infernale, mentre fino ad allora avevamo potuto destreggiarci tra quelle contraddizioni che si verificano sempre al momento della chiusura di uno stabilimento, con tutti gli strascichi legali che normalmente ne conseguono.

Ciò ha rappresentato un colpo gravissimo a tutto il progetto di recupero della fabbrica, da cui siamo riusciti ad uscire da una parte sacrificando il mercato dell’usato interno, il bar e il piccolo ostello per migranti (ritenuto “albergo abusivo”!), e dall’altra vincendo politicamente il braccio di ferro col Comune, grazie al forte appoggio di tutto o quasi l’associazionismo del territorio. In sede di Prefettura a Milano sono state ritirate denunce e sanzioni e si è posta formalmente sul tavolo la “regolarizzazione dell’occupazione” attraverso un contratto di comodato d’uso, come ci eravamo ripromessi fin da subito. Sulla base dell’esempio delle fabbriche recuperate argentine, la conquista del titolo giuridico per avviare un’attività economica con lavoratori in regola e non al nero è un punto imprescindibile.

Ora siamo nel pieno dell’attuazione di questa nuova fase. Il mercato dell’usato non è più all’interno del sito, ma il Comune ha dovuto concedere uno spazio fisso apposito in una zona centrale di Trezzano ai circa 50 espositori organizzati nell’Associazione Occupy Maflow, che da mesi ormai sviluppano un proprio progetto economico. Dopo mesi di gravi difficoltà materiali siamo ora ritornati al livello delle entrate precedenti, garantite un tempo dalla presenza del mercato interno, attraverso la realizzazione di numerosi laboratori artigianali raggruppati nella “Cittadella dell’altra economia”: tre falegnamerie (di cui una per recupero bancali), tappezziere, riparazione pc-cellulari-elettrodomestici, creazioni artistiche con riuso materiali, modellistica e restauro mobili.

Il buon rapporto costruito con il territorio è stato ed è fondamentale per il consolidamento dell’esperienza. Tra le tante iniziative, sicuramente la donazione di 30 pc da parte del nostro laboratorio alle scuole di Trezzano ha creato una fortissima simpatia da parte degli insegnanti e delle famiglie, ricambiata da visite reciproche e gesti di solidarietà concreta. Così come le attenzioni alle esigenze dei Comitati di quartiere, alle cooperative sociali dei disabili, all’Anpi, ai boy scout dell’Agesci e alle attività antimafia promosse dalla sede regionale di Libera, insediatasi in uno dei numerosi beni confiscati alla ‘ndrangheta a poca distanza da RiMaflow.

È su questa onda che si è arrivati a dar vita a una ATS, associazione temporanea di scopo, dal significativo nome di “Casa del Mutuo soccorso”, tra la Cooperativa RiMaflow, la Cooperativa I.E.S. della Caritas e l’Associazione Libera: sarà RiMaflow in qualità di capofila dell’ATS a stipulare il contratto di comodato d’uso con Unicredit al tavolo prefettizio. Lo scopo dell’ATS ripropone la stessa iniziale ambizione dell’avvio dell’occupazione: dar vita a una rete di economia sociale e solidale per ricreare 300 posti di lavoro a regime: un numero uguale o anche superiore a quello dei licenziati con la chiusura della fabbrica.

Nuovo rapporto città-campagna e riciclo del RAEE

Due importanti momenti di incontro ci hanno consentito di mettere a punto alcuni altri aspetti del piano di lavoro. A fine ottobre 2015 si è tenuta in RiMaflow l’assemblea nazionale della rete di Genuino Clandestino: circa 350 partecipanti si sono confrontati per tre giorni sulle strategie del mondo rurale ‘fuorimercato’, attraverso un rinnovato rapporto tra città e campagna. In particolare, uno dei tavoli ha discusso della proposta nata a Trezzano di costruire una “distribuzione autogestita”, sulla base dell’esperienza ormai triennale realizzata con SOS Rosarno, Mondeggi Bene Comune, Sfrutta Zero di Bari e altre realtà di Genuino Clandestino.

RiMaflow, in collaborazione con gli spazi sociali milanesi, sta già realizzando infatti un’embrionale alternativa alla GDO per una serie di prodotti a “garanzia partecipata”, mettendo in connessione i produttori con un circuito di circa 60 gas e costituende cucine popolari. Non si tratta di realizzare in piccolo una GDO, ma di superare diseconomie e costruire relazioni sociali con l’obiettivo di muoversi in direzione di alternative economiche più generali, fondate sul mutuo soccorso.

In questo ambito abbiamo allo studio, insieme a una delle realtà di Campi Aperti di Bologna, la realizzazione di micromalterie per birrifici artigianali: sarebbe un bel contributo metalmeccanico alla realizzazione di filiere complete di produzione e distribuzione, che si affiancherebbe alle produzioni agroalimentari già sperimentate in questi anni.

Negli ultimi tempi, grazie a un contatto del collettivo di Attac, si è riaffacciata concretamente la possibilità di rimettere in moto il percorso iniziale sul riuso-riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche, finalizzato al recupero delle materie prime. L’opportunità ci è data dal Consorzio Equo di Leinì, che da anni porta avanti un lavoro di recupero di metalli regolarizzando l’attività di numerosi ragazzi della comunità Rom e Sinto. Dai primi incontri è apparsa un’immediata convergenza politico-sociale e una possibile sinergia attraverso la costruzione di un polo di recupero per il nostro territorio. Le esperienze accumulate e le autorizzazioni già presenti in Equo per il trasporto e lo smaltimento potrebbero consentire a RiMaflow di accelerare i tempi per rilanciare l’intervento sul RAEE, affiancando altre lavoratrici ed altri lavoratori oltre a quelli attualmente impiegati.

Nel frattempo anche il bar e la piccola ristorazione per fornire 40-50 pasti al giorno sono di nuovo tornati in funzione, regolari al di là delle diffide, in quanto mensa aziendale della Cooperativa e somministrazione riaperta come Cral “RiMaflow Fuorimercato – Casa del Mutuo soccorso”. E non meravigliatevi di ritrovare a breve anche lo “spaccio” dei prodotti agricoli, perché anche il mutuo soccorso non si può arrestare

*Fonte: http://www.italia.attac.org/joom-attac/

4 febbraio 2015

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1 febbraio 1945: lo storico voto alle donne

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donne

tratto da https://wunderbarsi.wordpress.com/2013/02/01/1-febbraio-1945-lo-storico-voto-alle-donne-di-filippo-secciani/

Il primo febbraio del 1945 l’Italia si unisce al club delle nazioni democratiche che hanno riconosciuto il diritto di voto alle donne.
La proposta bipartisan De Gasperi-Togliatti fu posta in essere attraverso il decreto luogotenziale firmato da Umberto I e dal Consiglio dei Ministri allora presieduto dal socialista Bonomi: riconoscere a tutti gli italiani (uomini e donne) che avessero compiuto il ventunesimo anno di età il diritto di voto (Decreto Legislativo nr. 23 “Estensione alle donne del diritto di voto”). Sebbene le donne avessero votato già per le elezioni amministrative del 1946, venendo anche elette in numero discreto nei vari consigli comunali, la vera occasione – storica per la nazione – cadde con il voto che sancì la scelta tra la Repubblica o la Monarchia il 2 giugno del 1946, insieme la nomina dei membri dell’Assemblea Costituente (le donne che sedettero tra i banchi del parlamento furono composte da nove membri DC, nove PCI ed altre appartenenti a formazioni minori).

Il voto femminile in Italia fu riconosciuto per la verità già nel 1924, senza tuttavia venir mai praticato; si trattò fondamentalmente di pura e semplice propaganda, poiché in seguito all’emanazione delle cosiddette “leggi fascistissime” tra il 1925 ed il 1926 le elezioni per le nomine comunali furono proibite. Il regime fascista infatti sostituì l’elezione alla carica di sindaco con la nomina governativa del podestà e del governatore.

Ma come siamo arrivati al voto femminile?

Nonostante già nel corso della Rivoluzione francese fossero sorti movimenti di emancipazione femminile, immediatamente repressi da Robespierre bisognerà attendere la metà del XIX secolo perché il tema del suffragio acquisisca valore sociale.
Ovunque in Europa si costituivano associazioni favorevoli al voto per le donne, ma fu in Inghilterra che la corrente si “radicalizzò”: nel 1897 si costituì il National Union of Women’s Suffrage Societies, alle cui associate fu attribuito comunemente il nome dispregiativo di Suffragette.

Si trattò del primo vero movimento strutturato favorevole al voto femminile.

Attraverso un’intensa campagna fatta di conferenze, di cortei, marce spesso violente, alla fine il voto alle donne in Gran Bretagna venne riconosciuto nel 1928.

A parte pochi casi, Australia (1903) e Scandinavia (tra il 1905 e il 1915), il voto femminile fu esteso nei vari paesi a partire dal 1918, quando oramai gli stili di vita e i costumi furono radicalmente cambiati dal Primo Conflitto Mondiale, sdoganando il ruolo marginale della donna all’interno della vita politico-sociale di un paese.
In Italia il movimento impiegò più tempo ad espandersi a causa del processo di unificazione della penisola; per cui la prima associazione per così dire femminista si costituì a Roma nel 1903, seguendo il modello anglosassone delle Suffragette, a cui fecero seguito altre cellule sparse per il territorio, appoggiate pubblicamente sia dalle forze progressiste sia da quelle socialiste della nazione.

Nove anni dopo quando il governo Giolitti introdusse il suffragio universale maschile (ammessi al voto gli uomini senza distinzione di censo, che avessero sostenuto il servizio militare o compiuto trent’anni), si iniziò a supporre sempre più calorosamente l’allargamento del voto anche alle donne; nel 1919 tra le proposte del governo Nitti vi fu anche il suffragio femminile, ma la crisi di governo e la caduta dello stesso ne impedirono la messa in opera.
Questa, come abbiamo visto brevemente, è la storia del processo che ha portato le donne al voto, processo transnazionale costituito da un profondo movimento di riforma politico, economico e sociale che portò la donna al riconoscimento e soprattutto alla possibilità di partecipazione alla cittadinanza attiva.

Tutto questo meccanismo ha portato in realtà ad un riconoscimento di pieni diritti politici alle donne, ma eravamo ancora lontani al riconoscimento dei diritti civili.

Il caso più emblematico di questa discriminazione fu il divieto per il sesso femminile di accesso alla magistratura fino al 1956, quando alle donne fu concessa la sola partecipazione a giurie popolari e ai tribunali minorili.
Famiglia, morale comune, società, hanno posto la donna in un ruolo di subalternità rispetto all’uomo, nonostante che la neonata Costituzione riconoscesse a entrambi uguaglianza ed equità. Per ottenere pari diritti civili sarà necessario per la donna attendere i nuovi movimenti di emancipazione femminile degli anni ’70.

1 febbraio 2016

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Il documento shock del ministero dell’Interno, «CasaPound? Solo bravi ragazzi»

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Rivelazioni – La sconcertante nota informativa della Polizia di prevenzione che sdogana i “fascisti del III Millennio” di CasaPound

tratto da da insorgenze.net

Una organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinatii, con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». Chi scrive non è uno storico ma un funzionario della polizia di Stato. Si tratta di un documento (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della Direzione centrale della Polizia di prevenzione che porta la data dell’11 aprile 2015, con sigla in calce del direttore centrale, prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in una causa civile che vede coinvolta l’organizzione dei “fascisti del terzo millennio”, sulla base di una ordinanza emessa dal giudice.

Il testo della informativa che potete leggere in integrale qui sotto fa ricorso ad un’abile strategia linguistica che tende ad eufemizzare i passaggi più scomodi. Non viene opportunamente mai citato il termine fascismo, né tantomeno si precisa che fu una dittatura, al suo posto si usa un sinonimo neutralizzante come «ventennio», di cui si da acriticamente atto della possibilità di rivalutarne «gli aspetti innovativi di promozione sociale».

La prosa, del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di Polizia, lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo «facilitato dalla concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound si è dimostrata pronta ad occupare». Il passaggio successivo è piaggeria pura: «Il risultato è stato conseguito anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico».

Ma il meglio deve ancora venire. L’autore del testo nel periodo che segue valorizza la «progettualità» chiaramente xenofoba del gruppo «tesa al conseguimento di un’affermazione del sodalizio al di là dei rigidi schemi propri delle compagini d’area», come se in passato tra le “compagini d’area“ non ci fossero state allenze politico-elettorali con il centrodestra. Prova ne sarebbero – prosegue la nota – «le recenti intese con la Lega Nord, di cui si condividono le istanze di sicurezza e l’opposizione alle politiche immigratorie, con la creazione della sigla “Sovranità – Prima gli Italiani” a sostegno della campagna elettorale del leader leghista».

Dal punto di vista politico è questo il fulcro della informativa, redatta in prossimità di quello che i giornali hanno definito il «patto del Brancaccio», al momento della venuta di Salvini a Roma.
Precauzioni semantiche di un funzionario che guarda avanti e non vuole avere guai in futuro? Operazione di restyling preparata a tavolino?

Forse qualcuno tra i banchi del parlamento e sui giornali dovrebbe chiedere al ministro dell’Interno Alfano una spiegazione in proposito.

Non è finita qui!

La nota informativa ci riserva altre sorprese quando l’estensore, quasi immerso in un brodo di giuggiole, descrive «l’impegno primario» di CasaPound volto alla «tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”».

E se non li conoscete: «L’attenzione del sodalizio è stata rivolta anche alla lotta al precariato ed alla difesa dell’occupazione attraverso l’appoggio ai lavoratori impegnati in vertenze occupazionali e le proteste contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche».

La strategia dissimulativa e imitativa di CasaPound viene descritta nella nota come un ampliamento delle tematiche di intervento «in passato predominio esclusivo della contrapposta area politica, quali il sovraffollamento delle carceri, o la promozione di campagne animaliste contro la vivisezione e l’utilizzo di animali in spettacoli circensi» e per finire ci sono pure gli aspetti ludici. Davvero non manca nulla!

A questo punto vorremmo sapere se esiste una analoga nota informativa che descrive con le stesse modalità linguistiche la pluiridecennale attività dei movimenti di estrema sinistra e dei Centri sociali in favore della lotta per la casa, delle occupazioni di immobili abbandonati, contro la speculazione edilizia, contro tutte le forme di precariato, le carceri, ecc. Attività duramente perseguite con accuse addirittura di racket e richiamo di reati associativi. E sì,  perché comunque la si voglia mettere dal punto di vista del codice penale si tratta di azioni illegali, che tuttavia se commesse da CasaPound perdono questa connotazione per divenire unicamente esempi di azioni verso il prossimo.

E la violenza? Le azioni squadristiche, le spedizioni punitive che hanno visto coinvolti non solo i militanti ma soprattutto i quadri dirigenti, centrali e locali, del gruppo?

Anche qui la tecnica narrativa è quella di ridimensionare e scindere le responsabilità individuali da quelle organizzative. In sostanza CasaPound, associazione «rigorosa nel rispetto delle gerarchie interne», non c’entra. La colpa è di alcuni suoi militanti indisciplinati (e le gerarchie?), in particolare quelli infiltrati «nel mondo delle tifoserie ultras calcistiche, ambito in cui l’elemento identitario si coniuga a quello sportivo divenendo spesso il pretesto per azoni violente nei confronti di esponenti di opposta ideologia anche fuori dagli stadi».

Dunque «anche fuori dagli stadi», il lapsus è sfuggito alla penna dell’estensore che subito corre ai ripari: «il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico».

Purtroppo ci sono delle mele marce che rovinano il cesto e l’estensore del testo deve rilevare «che all’interno del movimento militano elementi inclini all’uso della violenza, intesa come strumento ordinario di confronto e di affermazione politica oltre che quale metodo per risolvere controversie di qualsiasi natura».

Come possano degli individui, che le cronache spesso ci raccontano posti ai vertici delle strutture centrali e locali, agire così indisciplinatamente all’interno di una organizzazione descritta per la sua apicalità, e «rispetto delle gerarchie interne», vorremmo capirlo?

La contraddizione nel testo è palese ed esplode perché tutti i tentativi di eufemizzazione alla fine devono confrontarsi con i fatti. E i fatti urlano!

30 gennaio 2016

http://www.osservatoriorepressione.info/il-documento-shock-del-ministero-dellinterno-casapound-solo-bravi-ragazzi/

Pol prev CasaPound

Pol prev CasaPound 2

Pol prev CasaPound 3

 

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Agamben: "Contro lo stato di diritto"

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francia esercito eiffelGiorgio Agamben - tratto da http://www.ilsole24ore.com

Non si può comprendere la reale posta in gioco nella proroga di tre mesi dello stato d’emergenza in Francia, se non la si situa nel contesto d’una trasformazione radicale del modello statale cui siamo avvezzi. Occorre innanzitutto smentire le affermazioni di politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di eccezione sarebbe un baluardo per la democrazia. Gli storici sanno perfettamente che è vero il contrario. Lo stato di eccezione è il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si sono insediati in Europa. Negli anni che hanno preceduto l’ascesa al potere di Hitler, i governi socialdemocratici di Weimar si erano avvalsi così spesso dello stato di eccezione che si può affermare che la Germania aveva già smesso d’essere una democrazia parlamentare ancor prima del 1933. Dopo la sua nomina, il primo atto di Hitler fu la proclamazione di uno stato di eccezione, che non venne più revocato. Quando ci si stupisce dei crimini commessi impunemente in Germania dai nazisti, si dimentica che si trattava di atti perfettamente legali, poiché il Paese si trovava in stato d’eccezione e le libertà individuali erano sospese. Non c’è ragione di credere che un tale scenario non possa riproporsi in Francia: non è difficile immaginare un governo di estrema destra sfruttare ai propri fini uno stato d’emergenza cui i cittadini sono già stati abituati dai governi socialisti. In un Paese che vive in uno stato d’emergenza prolungato, in cui le operazioni di polizia si sostituiscono progressivamente al potere giudiziario, ci si deve aspettare una disgregazione rapida e irreversibile delle pubbliche istituzioni.

Tutto ciò è ancor più vero in quanto lo stato di eccezione s’iscrive oggi nel processo che sta trasformando le democrazie occidentali in qualcosa che bisogna ormai chiamare “Stato di sicurezza” (Security State, per dirla con i politologi americani). Il termine “sicurezza” si è talmente integrato nel discorso politico che possiamo affermare che le “ragioni di sicurezza” hanno stabilmente preso il posto di quel che una volta s’intendeva per “ragion di Stato”. Benché questa nuova forma di governo non possa più essere spiegata nei termini del moderno Stato di diritto, un’analisi della sua struttura è tuttora mancante. Proveremo pertanto a fissare qualche punto in vista di una possibile definizione

Nel modello di Thomas Hobbes, che così profondamente ha influenzato la nostra filosofia politica, il contratto che consente di trasferire i poteri al sovrano presuppone la reciproca paura e la guerra di tutti contro tutti e lo Stato è ciò che mette fine alla paura. Nello Stato di sicurezza, questo schema s’inverte: lo Stato si fonda stabilmente sulla paura e deve ad ogni costo mantenerla, perché trae da essa la sua funzione essenziale e la sua legittimità. Foucault aveva già dimostrato che, quando il termine sicurezza appare per la prima volta nel discorso politico francese con i governi fisiocratici prima della Rivoluzione, non si trattava di prevenire le catastrofi o le carestie, ma di lasciarle accadere per poterle poi guidare e orientare verso la direzione ritenuta più conveniente. Parimenti, la sicurezza di cui si parla oggi non mira a prevenire gli atti terroristici (cosa del resto assai difficile, se non impossibile, poiché le misure di sicurezza sono efficaci solo ad attacco avvenuto e il terrorismo è per definizione una serie di attacchi improvvisi), ma a stabilire un controllo generalizzato e senza alcun limite sulla popolazione (di qui, la concentrazione sui dispositivi che permettono il controllo totale dei dati informatici dei cittadini, compreso l’accesso integrale al contenuto dei computer).

Il rischio è qui la deriva verso la creazione d’una relazione sistemica tra terrorismo e Stato di sicurezza: se lo Stato ha bisogno della paura per potersi legittimare, si deve allora produrre il terrore o, quanto meno, non impedire che si produca. Vediamo così degli Stati perseguire una politica estera che alimenta quello stesso terrorismo che devono poi combattere all’interno e intrattenere relazioni cordiali, se non addirittura vendere armi a Paesi che risultano finanziare le organizzazioni terroristiche.

Un secondo punto che è importante definire è il cambiamento nello statuto politico dei cittadini e del popolo, che era un tempo il depositario della sovranità. Nello Stato di sicurezza si assiste a una tendenza inarrestabile verso una depoliticizzazione progressiva dei cittadini, la cui partecipazione alla vita politica si riduce ai sondaggi elettorali. Questa tendenza è tanto più inquietante, in quanto era stata teorizzata dai giuristi nazisti, che definivano il popolo come un elemento essenzialmente impolitico cui lo Stato doveva garantire protezione e crescita. Secondo questi giuristi, c’è solo un modo per politicizzare questo elemento impolitico: attraverso l’uguaglianza di stirpe e di razza, che deve distinguerlo dallo straniero e dal nemico. Non si tratta qui di confondere lo Stato nazista con lo Stato di sicurezza contemporaneo: bisogna però capire che se si depoliticizzano i cittadini, questi potranno uscire dalla loro passività solo se li si mobilita attraverso la paura di un nemico straniero non solo esterno (gli ebrei per la Germania nazista, i musulmani nella Francia di oggi). È in questo contesto che bisogna inquadrare il sinistro progetto di revoca della cittadinanza a coloro che posseggono una doppia nazionalità, che ricorda la legge fascista del 1926 sulla denazionalizzazione dei «cittadini indegni della cittadinanza italiana» e le leggi naziste sulla denazionalizzazione degli ebrei.

23 gennaio 2016

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Saddam, Bellini e Cocciolone: 25 anni fa iniziava la Guerra del Golfo

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cocciolone

Poche guerre come quella del Golfo, che gli occidentali hanno cominciato nel gennaio di 25 anni fa bombardando Baghdad tra il quindici e il sedici di quel mese del 1991, mescolano in modo così stretto tragedia e farsa. La tragedia di una serie di bombardamenti che massacrarono la popolazione civile irachena, di un embargo che la privò di risorse elementari, la farsa di una vicenda tutta italiana tra blob, Emilio Fede e Cocciolone.

Cominciamo da una retrospettiva biografica: lo scrivente, assieme ad un noto (e benemerito) mediattivista livornese, alla vigilia dell’attacco occidentale in Iraq si trovò a fare la spesa, in un noto supermercato, per una iniziativa degli spazi sociali. Ebbene, nel primo pomeriggio la sorpresa fu di trovare gli scaffali vuoti di beni di prima necessità (pasta, farina, pomodori). Era la testimonianza, non solo livornese, di un paese impaurito di fronte alla prima esperienza collettiva di guerra dal 1945. Impaurito anche da uno spettacolo televisivo che, per la prima volta, portava nelle case la guerra in diretta, minuto per minuto.

Ma cosa era accaduto? L’Iraq, indebolito da 8 anni di guerra contro l’Iran (fatti per motivi di supremazia regionale ma anche con l’esplicito incoraggiamento degli Usa), alla fine degli anni ’80 cerca soluzioni di riscatto. Le trova invadendo, nell’agosto del 1990, il confinante Kuwait. È una mossa con il classico doppio valore: geopolitico ed economico. Permetterebbe all’Iraq di posizionarsi come potenza dell’area, nonostante l’indebolimento causato dalla guerra con l’Iran, ma anche di acquisire il mare di petrolio che sta sotto il Kuwait. Gli iracheni ritengono inoltre di avere perlomeno il silenzio-assenso degli Usa per l’operazione. Non è così. I legami kuwaitiani e sauditi dei Bush, petrolieri storicamente in affari nell’area, si fanno subito sentire. Oltretutto per gli Usa, dopo la caduta del muro di Berlino, la crisi in Kuwait è l’occasione (come sappiamo mancata) per ridefinire i rapporti nell’area.

Comincia quindi una lunga fase di condanne, avvertimenti diplomatici, risoluzioni dell’Onu, embarghi diretti dagli Usa contro l’Iraq con uno scopo ben preciso: far ritirare le truppe di Baghdad dal Kuwait. Si parla di una tensione internazionale accresciuta per mesi, che occupò quotidianamente i media allargando come mai prima di allora gli spazi dell’informazione (ad esempio, è a partire da allora che il televideo funziona 24 ore su 24, che si cominciano a vedere le tv straniere mirrorate dalle tv private prima dei satelliti etc.). Investendo una opinione pubblica globale maggiore, dal punto di vista numerico, persino di quella del Vietnam. Fu formata una coalizione internazionale, alla quale partecipò l’Italia, pronta all’invasione del Kuwait per cacciare gli iracheni. E tornò il movimento pacifista, con ceri e veglie, ad accompagnare i preparativi dell’invasione, con manifestazioni in ogni città (senza una manifestazione centrale nazionale).

Nel gennaio del 1991, dopo mesi di crisi degli ostaggi occidentali (liberati) di preparazione della coalizione, di diniego degli iracheni a ritirarsi, cominciarono nella notte tra il 15 e il 16 gennaio i bombardamenti americani per preparare l’invasione. E cominciò anche l’avanspettacolo televisivo, con la diretta di tutti i tg tra cui Studio Aperto, diretto allora da Emilio Fede, che fu il primo ad annunciare la notizia del bombardamento Usa. L’inizio dell’attacco occidentale fu infatti anche una grande occasione di spettacolarizzazione: tra Emilio Fede, Blob e Striscia la notizia quella guerra ha costituito forse la più grande rappresentazione quotidiana e collettiva di satira della storia della tv italiana. Infatti, la vicenda della prigionia dei piloti Bellini e Cocciolone, raccontati da Emilio Fede dal campo di concentramento fino al successivo matrimonio dopo la liberazione, è forse uno dei più convincenti reality, fatto poi senza ombra di finzione, mai girato e commentato in Italia.

Nel febbraio 1991 la guerra finì, il Kuwait fu tolto all’Iraq (con poche centinaia di morti occidentali e decine di migliaia di iracheni). Gli americani, che rimasero nei limiti del mandato della coalizione di allora, si fermarono ai confini iracheni senza andare a Baghdad. Quella della invasione dell’Iraq, marzo 2003, è infatti oggetto di tragedia successiva, seguita dai media di nuova generazione. Quanto all’Italia, l’epoca della ricreazione era finita. E con lei la voglia di fare reality sulle tragedie. Nel febbraio 1991 infatti, nel silenzio generale, l’Italia firmerà il trattato di Maastricht. Il paese da allora si avviterà in una spirale di austerità e rigore, e di impoverimento, dalla quale non è ancora uscito.

Terry McDermott

Pubblicato sul numero 111 (gennaio 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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