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PER NON DIMENTICARE

Milano. Nuove conferme sui legami tra fascisti, criminalità e traffico di droga

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Milano. Nuove conferme sui legami tra fascisti, criminalità e traffico di droga

A maggio dello scorso anno, a Milano, nella stessa macchina vengono fermati dalla polizia Domenico Bosa, conosciuto come Mimmo Hammer, noto esponente dei neofascisti milanesi, e Salvatore Geraci. Entrambi sono personaggi noti alle autorità investigative. Domenico Bosa è stato più volte fermato assieme a Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli, due neofascisti milanesi coinvolti nel 2004 nell’assalto armato al centro sociale Conchetta. Salvatore Geraci, invece, viene segnalato dalla polizia giudiziaria per essere “un pluripregiudicato per rapina, sequestro di persona, armi e droga”. I due vengono fermati in macchina, identificati e lasciati ripartire. Ma l'identificazione è il filo conduttore di un'inchiesta, anzi due, che hanno avuto sviluppi recenti e significativi nella conferma delle connessioni tra fascisti, criminalità organizzata e traffico di droga.

La prima inchiesta, condotta dal Gico della Guardia di Finanza, è stata, chiusa nel dicembre 2013, e certifica i rapporti tra Domenico Bosa (che però non è indagato nell'inchiesta) e il narcotrafficante montenegrino Milutin Todorovic. Quest'ultimo, a sua volta, è in contatto con la ‘ndrangheta del boss Pepè Flachi.

La seconda inchiesta, chiusa invece il 24 marzo 2014, ha portato in carcere Dragomir Petrovic detto Draga, un malavitoso serbo già noto per la strage al ristorante La Strega di via Moncucco (1979). Dall’ordinanza d’arresto firmata dal gip Chiara Valori emergono, netti, i rapporti tra Draga e lo stesso Salvatore Geraci (l'uomo fermato in macchina insieme a Domenico Bosa) nel pianificare partite da centinaia di chili di droga.

Le due inchieste hanno portato ad una ventina di arresti e squarciato il velo su una parte rilevante della nuova malavita milanese. Ma il traffico di armi e droga si incrocia in più punti con gli ambienti neofascisti di Milano. E qui tornano evidenti le connessioni del recente passato.

Secondo quanto riporta Saverio Ferrari su Osservatorio Democratico: “Il 16 dicem­bre scorso, pro­mosso da un coor­di­na­mento di sigle neo­fa­sci­ste per cele­brare il tren­ten­nale della scomparsa, per inci­dente stra­dale, di Carlo Ven­tu­rino, il fon­da­tore degli «Amici del vento», gruppo musi­cale di estrema destra, tenu­tosi al Music Hall Madi­son, una sto­rica disco­teca situata in via Gio­vanni da Udine, peri­fe­ria nord ovest di Milano.
Il locale era già finito sulle pagine di cro­naca nel dicem­bre 2006, nell’ambito dell’inchiesta «Soprano», che portò alla sua chiu­sura. Il Madi­son era allora gui­dato da Vin­cenzo Fal­zetta, detto «O’ banana», che l’aveva acqui­sito per conto della fami­glia cala­brese dei Coco Tro­vato per rici­clare denaro e spac­ciare cocaina. Ria­prì solo nel 2009. Attual­mente a gestirlo è la Par, par­te­ci­pa­zioni alber­ghiere e risto­ra­zioni, una società a respon­sa­bi­lità limi­tata che risulta essere di pro­prietà di tre soci, gli stessi che l’hanno con­cesso in affitto ai pro­mo­tori del con­certo. Uno di que­sti, Anto­nio Luca Biasi, detto «Lulù», è rima­sto coin­volto nel feb­braio 2011 nell’operazione «Carpe diem», con­dotta dal Gico e dalla Dire­zione distret­tuale anti­ma­fia di Salerno: 35 arre­sti per traf­fico inter­na­zio­nale di droga con rela­tivo sman­tel­la­mento del clan di Giu­seppe Alfano alias “Peppe o’ squalo”.

In altro passaggio Ferrari così ricostruisce le connessioni con la recente inchiesta milanese sui legami tra fascisti e n'drangheta calabrese: “E' emerso che la nuova sede, in zona Cer­tosa, tra via San Bru­none e via Pareto (gli stessi locali per qual­che tempo già di «Cuore nero»), appena inau­gu­rata da «Lealtà azione», ovvero l’associazione fian­cheg­gia­trice la rete neo­na­zi sta di Ham­mer­skin, sia stata data in «como­dato d’uso gra­tuito» nien­te­meno che da Miche­lan­gelo Tibaldi, citato nel rap­porto della Com­mis­sione anti­ma­fia del 2012 che portò allo scio­gli­mento, nell’ottobre dello stesso anno, del comune di Reg­gio Cala­bria, come l’emissario del boss mafioso Santo Crucitti. Tibaldi, attual­mente inda­gato, figura come socio unico della Milasl srl, pro­prie­ta­ria degli spazi, pre­ce­den­te­mente nelle mani di Lino Gua­glia­none che nel 2007 ven­dette tutte le quote a Tibaldi, pur rima­nendo ammi­ni­stra­tore unico fino al marzo 2010. Guarda caso la sede della società in un primo momento era pro­prio in via Durini 14 (ora è a Reg­gio Cala­bria), ovvero allo stesso indi­rizzo della Mgim, lo stu­dio di com­mer­cia­li­sti di cui Lino Gua­glia­none è socio. Stu­dio sotto il quale il 17 set­tem­bre 2009 lo stesso Gua­glia­none fu foto­gra­fato dai cara­bi­nieri in com­pa­gnia di Paolo Mar­tino, con­si­de­rato uno dei più influenti capi della ‘ndran­gheta a Milano.
Di Pasquale «Lino» Gua­glia­none, si è già scritto e detto molto: ex teso­riere dei Nar (i Nuclei armati rivo­lu­zio­nari fon­dati nel 1977 dal ter­ro­ri­sta nero Giu­sva Fio­ra­vanti), con­dan­nato con sen­tenza defi­ni­tiva per asso­cia­zione sov­ver­siva e banda armata, can­di­dato nel 2005 per Alleanza nazio­nale alle regio­nali, com­mer­cia­li­sta, curio­sa­mente, non iscritto all’albo a Milano ma a Reg­gio Calabria.Forse non così casuale il con­ti­nuo sovrap­porsi, anche recente, fra estrema destra e cri­mi­na­lità orga­niz­zata. Solo un dato di continuità”.

Continuità. Da questo occorre partire e questo va sempre tenuto bene in mente per non fare dell'antifascismo un fattore di liturgia ma è un fronte di lotta anche in tempi come questi. Ad esempio perchè Milano è la città dove un commando (misto?) uccise nel 1978 Fausto e Iaio, due giovani attivisti del Centro Sociale Leoncavallo che stavano conducendo una inchiesta proprio sui legami tra i fascisti e il boom dello spaccio di eroina nel territorio milanese. E anche su questo le date sono importanti. Il 1978 non è un anno qualsiasi.

Dai verbali della Commissione parlamentare antimafia della XI legislatura, presieduta da Luciano Violante, il boss mafioso Tommaso Buscetta, nella dodicesima seduta della Commissione riferisce che il traffico di stupefacenti in Italia era iniziato solo nel 1978, benché fosse risaputa sin dalla relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, della VI legislatura, l’attività di narcotraffico della mafia siciliana strutturata da anni da Lucky Luciano in direzione degli gli Stati Uniti (la sola New York, negli anni ’50, necessitava di almeno 100 kg di eroina  al giorno, fornita ai Gambino dai clan palermitani). La crescita del traffico di droga, rispetto al contrabbando, secondo Buscetta, costituì una vera e propria rottura epocale del sistema dei valori della mafia tradizionale, che implicò anche i principi dell’affiliazione, portando alla luce le famiglie più grosse e numerose, quelle che potevano contare su più parenti emigrati all’estero ed in Italia.

Il 1978 è dunque un anno decisivo, uno spartiacque temporale per il boom della diffusione dell'eroina nel nostro paese strettamente connesso alla storia dei movimenti e del conflitto sociale. L'anno prima, il 1977,un ampio e combattivo movimento si era diffuso in tutte le principali aree metropolitane contro la politica dei sacrifici e il governo del compromesso storico Dc-Pci. Decine di manifestazioni, scontri, morti nelle piazze, il comizio di Lama contestato all'università di Roma, i primi vagiti dei gruppi clandestini della sinistra. Contro quel movimento fu scatenata una controffensiva violenta in cui gli apparati dello Stato misero in campo tutto l'armamentario di cui disponevano, inclusi i gruppi neofascisti e malavitosi (non a caso a Roma sono gli anni della crescita della “Banda della Magliana”). Lo spaccio massiccio di eroina “a prezzi stracciati” nei quartieri popolari e nei settori giovanili è parte di questa controffensiva. L'idea era stata elaborata solo qualche anno prima. A rivelarlo è un fascista interrogato per la Strage di Brescia, Roberto Cavallaro. Arrestato ed inquisito dalla magistratura nell’ambito dell’indagine sul fallito golpe, riferì agli organi inquirenti che, nel 1972, mentre si trovava in addestramento in Francia, apprese dell’esistenza di una operazione segreta della CIA in Italia, denominata Blue Moon, con l’obiettivo della diffusione delle sostanze stupefacenti a base di oppiacei tra i giovani delle principali città italiane e per sviluppare disgregazione sociale, con l’obiettivo di diffondere il consumo di droga negli ambienti sociali vicini all’area della contestazione studentesca, fiaccandone le velleità rivoluzionarie ed esaltandone gli istinti individualisti ed anarcoidi, come già era stato sperimentato con successo negli USA. L’operazione Blue Moon “era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.”

Sui legami tra fascisti e traffico di droga potremmo rammentare agli smemorati o ai poco informati episodi più recenti. A ottobre del 2008 i Carabinieri, hanno arrestato Angelo Manfrin, attivo in una rete di spaccio che aveva basi a Rovigo, Ferrara e Modena, oltre che a Verona, Padova e Milano . Angelo Manfrin, 64 anni, è un notissimo neofascista dei Nar, condannato nell'aprile 1990 dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia per associazione per delinquere, in concorso anche con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Ora e' risultato essere l'organizzatore di un vasto traffico di droga destinata ai mercati veneto, emiliano e lombardo, nonchè di una capillare rete distributiva con basi in vari città. Manfrin si avvaleva soprattutto della complicità di un altro personaggio, Roberto Frigato, anch’egli noto esponente della destra. ex Ordine Nuovo, recentemente – sembra - legato alla Fiamma Tricolore. “Il fatto che questa gente gravitasse nell'area della destra eversiva ci mette sull'avviso – dichiarò all'epoca ai giornalisti il capo della Dda di Venezia Vittorio Borraccetti a seguito dell'operazione - Vogliamo capire il senso della presenza di questi personaggi. Al momento siamo di fronte ad un gruppo che operava nel narcotraffico. Intendiamo comprendere se il ricavato di questa attività fosse destinato anche ad un impiego di carattere eversivo”. Oppure è difficile non rammentare l'arresto nel 2012 del noto esponente neofascista romano Emanuele Macchi Di Cellere (quello che in carcere veniva definito l'angelo custode di Concutelli) con una partita di ben 165 chili di cocaina proveniente dall'America Centrale.

Le reti degli “uomini neri” e il loro lavoro sporco dunque non si sono mai interrotti. I fascisti stanno provando in molti modi a rifarsi una verginità “politica”. Ma fatti come questi li inchiodano ad una realtà che neanche le indulgenti relazioni dei servizi segreti italiani possono omettere ancora a lungo. L'inchiesta prosegue.

vedi anche. Il lavoro sporco dei fascisti del terzo millennio

Federico Rucco

tratto da http://contropiano.org

18 aprile 2014

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In ricordo di Vik-Vittorio Arrigoni a 3 anni dalla sua morte

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Vik-Vittorio Arrigoni fu assassinato a Gaza il 15 aprile del 2011 da forze ignoranti e violente, al servizio di poteri più grandi di loro e certamente non della causa palestinese, di cui hanno fatto scempio, togliendo la vita a un uomo valoroso e coraggioso.

A Vittorio e alla sua famiglia va il ricordo della redazione di Infopal.

vedi anche

Gaza ricorda Vittorio (Nena News)

vittorio arrigoni 2014

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Ultimo aggiornamento Martedì 15 Aprile 2014 16:49

L'art 5 del piano casa di Renzi e Lupi e il diritto ad esistere

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Pubblichiamo un interessante intervento apparso sul sito del "Forum diritti e lavoro", che approfondisce gli effetti e la filosofia dell'ormai famigerato articolo 5 che dichiara guerra alle occupazioni e ai movimenti, colpendo gli ultimi con il suo segno marcatamente di classe.

Esattamente come accaduto per il lavoro (e cioè le “tutele progressive” e “gli 80 euro” in più in busta paga forse un domani mentre la precarietà e la fine di ogni diritto alla formazione subito con il decreto legge Renzi – Poletti n. 34 del 20 marzo) lo stesso ha fatto il Governo sul cd “piano casa” con il decreto legge gemello Renzi – Lupi n. 47 del 28 marzo.

Ed infatti le misure previste per fronteggiare l’emergenza abitative sono del tutto vaghe, future, senza investimenti pubblici e basate sulla solita fallimentare miscela di svendita del patrimonio immobiliare pubblico, costituzione di “fondi di garanzia” (pubblici) che andranno a finanziare programmi di edilizia popolare “in convenzione con cooperative edilizie”, un altro taglio delle tasse per i proprietari di immobili e la replica del cd “modello Bertolaso” per le grandi opere con la deregolamentazione della normativa urbanistica per l’Expo di Milano. Ma se sin qui siamo alla solita politica degli annunci che avrà quale risultato solo un ulteriore sostegno a costruttori e immobiliaristi e che ha accompagnato da sempre la politica sulla casa in Italia, l’aspetto veramente straordinario del decreto 47 è che sostanzialmente l’unica norma immediatamente operativa nel nostro ordinamento dal 28 marzo è quella prevista all’art. 5 che stabilisce come “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.”.

E – se si tiene conto di come notoriamente ad oggi decine di migliaia di famiglie impoverite siano costrette a vivere in immobili occupati abusivamente - non può non rilevarsi la beffarda ironia del Presidente Napolitano che ha immediatamente controfirmato il decreto rendendolo vigente con provvedimento che testualmente giustifica il ricorso straordinario ed eccezionale al decreto legge “considerata, in particolare, la necessità di intervenire in via d’urgenza per far fronte al disagio abitativo che interessa sempre più famiglie impoverite dalla crisi” (sic).

Ma per spiegare il “segno di classe” estremo a cui mai era giunto nessun governo repubblicano occorre qui brevemente ricostruire l’evoluzione del concetto giuridico di residenza.

E’ utile precisare infatti che l’ottenimento della residenza è un completo diritto soggettivo del cittadino che trova tutela e fondamento nei principi generali dell’ordinamento e nella Carta Costituzionale.

Il concetto giuridico di residenza è contenuto nell’art. 43 del codice civile il quale dispone “il domicilio di una persona è nel luogo in cui ha stabilito la sede dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. La distinzione operata dalla norma tra domicilio, inteso come sede degli affari, e residenza, intesa come dimora abituale, è meritevole di attenzione. Tale distinzione ha fatto il suo esordio nel 1865 con il primo codice civile dell’Italia Unita, con la volontà di riconoscere alla persona la possibilità di avere una sede personale – la residenza appunto – distinta dal luogo in cui esercita gli affari. Con tale scelta, confermata dal codice civile vigente che è stato approvato nel 1942 , si decise quantomeno di equiparare il profilo economico e quello personale ed affettivo, concependo il domicilio come luogo di imputazione delle situazioni patrimoniali e la residenza come luogo delle esigenze personali e di vita, dando a queste ultime una rilevante dignità giuridica. L’emergere nell’ordinamento del concetto di residenza va di pari passo cioè con il passaggio da una società fondata sugli status, ad una società caratterizzata dalla nozione di cittadinanza e dalla parità giuridica fra cittadini propria dello Stato di Diritto. Non a caso la prima legge anagrafica risale al 1791 nella Francia immediatamente post rivoluzionaria ed uno dei passaggi fondanti della nascita dello Stato Italiano è consistito proprio nella costruzioni di un ordinamento anagrafico. E’ evidente che tale distinzione presenta una dimensione qualitativa, poiché mentre il domicilio attiene ad una condizione giuridica (elettiva) del soggetto, la residenza qualifica una situazione di fatto, relativa alla dimora abituale del soggetto. Ma il diritto all’accertamento di tale fatto risulta di primaria importanza, poiché con il riconoscimento della residenza implica numerosi diritti – e anche degli obblighi - relativi alla condizione di cittadino.

In primo luogo, sancisce una sorta di diritto di affermazione dell’esistenza, ovverosia di registrazione quale cittadino residente ai fini di tutte le rilevazioni statistiche e alla distruzione delle risorse e all’imputazione delle imposte. Senza contare che il corretto censimento dei residenti è un aspetto dell’ordine pubblico (ad esempio se crolla un edificio occorre sapere chi potrebbe esservi sotto le macerie, ecc.)

In secondo luogo, la residenza è precondizione dell’esercizio dei diritti politici, con particolare riferimento all’iscrizione nelle liste elettorali e la possibilità di esercitare l’elettorato passivo. Senza la residenza non è possibile, poi, godere a pieno del diritto alla salute in quanto è condizione per ottenere l’assegnazione di un medico di famiglia e del diritto allo studio in quanto è condizione dell’accertamento dell’obbligo scolastico. Ed infine la “residenza legale” in Italia è necessario requisito per ottenere la cittadinaza italiana ai sensi dell’art. 9, lett. f), L. n. 91/92. Infine ogni sussidio, agevolazione o servizio viene presuppone la condizione – si ripete oggettiva - della residenza.

Alla luce di tali considerazioni appare evidente il legame che corre tra la residenza è l’esercizio di diritto fondamentali di portata Costituzionale.

La residenza, anzitutto, è legata all’esercizio dei diritti fondamentali di cui agli artt. 2 e 16 Cost. della costituzione. L’art. 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia come singolo “sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e l’art. 16 stabilisce che “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”.

Inoltre, tenendo conto che con il decreto Renzi – Lupi viene negato anche il diritto alle utenze, la Costituzione tutela tutti i diritti per il cui esercizio è funzionale la residenza sopraelencati ( diritto alla salute : art. 32; diritto allo studio art. 34; il diritto alla distribuzione delle risorse e alla fruizione dei servizi di welfare: art. 3; diritto ad una vita libera e dignitosa: art. 36 ). Insomma con il piano caso di Renzi – Lupi non si esce solo dalla Costituzione ma si torna indietro all’Italia preunitaria.

Va al riguardo detto come – in effetti – norme simili negli effetti siano state adottate dalle giunte leghiste per escludere i non “nativi” presenti sul territorio ma tali provvedimenti sono sempre stati annullati dal T.a.r. in quanto “è opinione comune in giurisprudenza che la residenza di una persona è determinata dalla sua abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, ossia dall'elemento obiettivo della permanenza in tale luogo e da quello soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rilevata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali; pertanto, qualora la residenza anagrafica non corrisponda a quella di fatto, è di questa che bisogna tener conto con riferimento alla residenza effettiva, quale si desume dall'art. 43 c.c., e la prova della sua sussistenza può essere fornita con ogni mezzo, indipendentemente dalle risultanze anagrafiche o in contrasto con esse” (T.A.R. Lombardia Milano Sez. I, Sent., 20-12-2012, n. 3157, si veda anche Cons. Stato, sez. IV, 2 novembre 2010, n. 7730).

E ciò infatti discende direttamente dalla normativa nazionale pregressa (che, paradossalmente non è stata abrogata a riprova non solo dell’odio di classe dell’attuale Governo ma anche della sua totale impreparazione tecnica). Ed infatti la legge 1228/54 stabilisce che “è fatto obbligo ad ognuno di chiedere per sé e per le persone sulle quali esercita la patria potestà o la tutela, la iscrizione nell'anagrafe del Comune di dimora abituale”, senza contenere alcuna limitazione relativa alla condizione abitativa del richiedente. Il regolamento anagrafico (dpr 223/89) stabilisce che “per persone residenti nel comune si intendono quelle aventi la propri dimora abituale nel comune”. Nella stessa direzione si pone la Circolare del Ministero dell’Interno del 29/5/95 per cui “la richiesta di iscrizione anagrafica non appare vincolata ad alcuna condizione, né potrebbe essere il contrario, in quanto in tale modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Costituzione”. La circolare afferma, poi, che tale accertamento non implica una “discrezionalità dell’amministrazione”.

E del resto ciò spiega come la residenza sia stata sempre concessa in alloggi di fortuna, quali roulette, tende, camper e immobili senza titolo. E proprio perché la pubblica amministrazione si limita ad accertare un fatto – la dimora abituale – e non a concedere uno status che il dpr n 223/89 (regolamento anagrafico) all’art. 19 limita l’accertamento dell’ l’ufficiale di anagrafe “a verificare la sussistenza del requisito della dimora abituale”.

Ciò premesso, a seguito del decreto Renzi Lupi le “famiglie impoverite” costrette a vivere in immobili occupati “abusivamente”

• non potranno più votare,

• non potranno più iscrivere i figli a scuola,

• non potranno più accedere all’assistenza del servizio sanitario,

• non potranno più ottenere, se stranieri, la cittadinanza italiana

E per altro non potranno avere più l’allaccio alle utenze di acqua, luce e gas e il tutto SENZA CHE SIA PREVISTA PER ESSI NESSUNA ALTERNATIVA ALLOGGIATIVA se non, letteralmente, trasferirsi sotto un ponte (ove essi – nuovo amaro paradosso – continuerebbero ad avere il diritto alla residenza in base ai principi giurisprudenziali sopra richiamati).

E ciò non solo in contrasto con la nostra Costituzione – anzi con tutti i principi cardine dello stato di diritto liberale precedente – ma anche con la normativa comunitaria in materia prevedendo la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (cd Carta di Lisbona) che “con l’obiettivo di combattere povertà e esclusione sociale, l’Unione riconosce e rispetta il diritto alla casa e all’housing sociale, al fine di assicurare un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non siano in possesso delle risorse minime, in accordo alle regole stabilite dalla legislazione Comunitaria e dalla legislazione e pratiche internazionali” (Articolo 34.3 EUCFR). Ed essendo per altro tali principi già sanciti dall’Articolo 13 della Carta Sociale dell’Unione Europea e sugli Articoli 30 (che include l’obbligo a promuovere una serie di servizi, compreso l’abitare) e 31 (che promuove l’accesso a un’abitazione di standard adeguato per prevenire e ridurre il fenomeno della homelessness nella prospettiva della graduale eliminazione della stessa e l’accessibilità dei prezzi per coloro che non possiedano le risorse necessarie).

Con il decreto Renzi – Lupi i poveri vengono espulsi dallo stato diritto e privati del diritto basilare all’esistenza (in nessun altro modo è definibile venire deprivati di acqua, luce, riscaldamento, diritti di elettorato, assistenza medica, diritto all’istruzione e alla cittadinanza italiana per gli stranieri). E questo francamente non può essere accettato.

Il Forum Diritti Lavoro

• chiede quindi che venga messo nella piattaforma della manifestazione del 12 aprile - come parte integrante alla lotta al Jobs act di cui al decreto legge 34 del 20 marzo 2014 – anche l’art. 5 del decreto legge n. 47 del 28 marzo.

• E si dichiara disponibile, nei propri modesti limiti, ad affiancare le famiglie che vivono in alloggi abusivi nella lotta giudiziaria per affermare il proprio basilare diritto ad esistere.

Bartolo Mancuso e Carlo Guglielmi (avvocati del Forum diritti lavoro)

tratto da http://www.dinamopress.it/

10 aprile 2014

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Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Aprile 2014 11:19

Su via Fani un’onda di dietrologia

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Su via Fani un’onda di dietrologia

Il documento che segue, pubblicato su http://insorgenze.wordpress.com, è stato redatto da Marco Clementi, docente di storia, autore di numerosi saggi tra cui "La pazzia di Aldo Moro" e "Storia delle Brigate Rosse", entrambi editi da Odradek. Paolo Persichetti, da giovane militante dell'"Unione comunisti combattenti", arrestato e condannato, poi esule in Francia, a sua volta docente a Paris VIII e infine "rapito" con una accordo sottobanco tra servizi italiani e francesi, nella più anomala "procedura di estradizione" che la storia ricordi.Due persone dunque molto diverse per età, storia personale e presente professionale. In comune hanno soltanto l'esperienza della docenza universitaria e una conoscenza profonda - una scientifica, l'altra esperienziale - della realtà della guerriglia di sinistra nell'Italia degli anni '70-'80. Non basterà neppure questo ad ammutolire i fabbricanti di "misteri", lo sapppiamo; ma ci fa naturalmente piacere poter condividere con altri la battaglia in difesa della "verità storica".Nell'epoca dei falsari, ci sembra addirittura molto. tratto da http://www.contropiano.org
3 aprile 2014
 
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Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.

cb500fk2b2Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato “Contropiano” la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

lettera-honda-copia

Si potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani - l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

drulov-copia

3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

 

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

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L'uomo dell'apparato

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Non si sfugge al marketing delle ricorrenze. Ci si improvvisa persino registi pur di vendere una "merce" sul mercato della politica. Il regista è Walter Veltroni e la "merce" è Enrico Berlinguer. A trent'anni dalla morte di Berlinguer si sprecano libri, articoli, ricordi, gadget, richiami sulle tessere di partito ed ora anche un docu-film. Uno sforzo, in gran parte ad opera di un ceto politico ormai in disarmo, destinato al fallimento perché non esce dai binari, ben che vada, di una nostalgia inconcludente. Non si guarda Berlinguer alla luce politica dell'oggi ma si eleva la propria interpretazione di Berlinguer a bussola per orientarsi nell'attualità politica. Un'operazione di corto respiro, che svanirà tra qualche mese dopo la celebrazione dell'anniversario della morte.

La fulminante battuta attribuita a Giancarlo Pajetta "Berlinguer si iscrisse giovanissimo... alla segreteria del Pci" probabilmente, in modo non del tutto consapevole, individua più di tante agiografie la natura e il ruolo di un dirigente del Pci che è stato segretario del partito per dodici anni, dal '72 al '84 - cioè negli anni cruciali del conflitto di classe in questo paese - dopo esserne stato vicesegretario, con ampi poteri, nei tre anni precedenti.

Dal compromesso storico alla classe operaia che deve farsi Stato

Un uomo dell'apparato di partito investito, dopo una lotta interna senza esclusione di colpi, della missione pedagogica, più o meno riformatrice, di portare le masse all'interno di un quadro politico, istituzionale ed economico considerato nella sostanza non modificabile, non superabile. Passa poco tempo da quando Berlinguer diventa ufficialmente segretario del Pci e l’uso strumentale che fa, ai fini di politica interna, del colpo di stato in Cile (settembre '73). E' il lancio della politica del "compromesso storico" con la Democrazia Cristiana a livello nazionale e delle "larghe intese" nelle amministrazioni locali. In realtà non è il colpo di stato in Cile che modifica la linea politica del Pci. Già nel congresso del ’72 la proposta uscita era infatti quella di “un programma di rinnovamento e risanamento nazionale” che per realizzarsi richiedeva l’incontro delle tre forze principali, quella comunista, socialista e cattolica. Un disegno politico che faceva leva anche sul Patto federativo, sottoscritto lo stesso anno, dei vertici sindacali di Cgil-Cisl-Uil. La linea politica del compromesso storico, che non trova alcuna significativa opposizione interna, è perseguita con determinazione mobilitando migliaia di funzionari di partito e assegnando un valore strategico alle scadenze elettorali. L’avanzata elettorale del Pci alle amministrative del ’75 e alle politiche del ’76 sembra confermare la linea di Berlinguer ma, guardando più in profondità, mette a nudo tutto il politicismo e la subordinazione istituzionale del partito. Il conflitto sociale è visto come elemento da gestire, controllare ed eventualmente neutralizzare. Dopo le elezioni del ’76 e lo sdoganamento del Pci da parte di Gianni Agnelli, presidente della Fiat e di Confindustria, sulle colonne del Corriere della Sera la strategia berlingueriana può dispiegarsi completamente. E quindi in successione ravvicinata si ha il governo delle astensioni, delle convergenze programmatiche e infine di unità nazionale. Uno schema che vede al centro il ruolo e l’azione dei partiti e non della mobilitazione sociale, puntando a riprodurre l’alleanza delle componenti politiche che hanno dato vita alla Costituzione repubblicana. Una strategia che necessita nell’Italia della metà degli anni 70, attraversata da un turbolento conflitto di classe, di un surplus di verticismo e autoritarismo per metterla in pratica. L’ideologia berlingueriana sull’austerità, sui sacrifici necessari prefigurava la subordinazione del movimento operaio, concepito sempre dentro i confini del partito, allo Stato. Con queste premesse lo scontro con il movimento del ’77 è frontale. Per Berlinguer e il gruppo dirigente del Pci non era tollerabile che si sviluppassero forme di conflitto radicale che potevano mettere in discussione il loro ruolo e la loro collocazione istituzionale. Le lotte del movimento soprattutto a Bologna, città icona del sistema di potere del Pci e del cosiddetto modello emiliano, nei primi mesi del ’77 sono contrastate duramente facendo ricorso alla repressione ad opera degli apparati dello Stato e dell’esercito. Quel movimento sociale è definito da Berlinguer come fascista, squadrista, composto da mercenari suscitando la contrarietà perfino di Norberto Bobbio. La coppia Cossiga-Pecchioli, il primo ministro dell’interno e il secondo ministro ombra del Pci, è stata l’esemplificazione del salto di qualità della politica del compromesso storico. Più che la classe operaia che si fa Stato è lo Stato che espropria completamente la classe operaia e azzera le libertà formali in teoria garantite dalla Costituzione. Si assiste al tragico paradosso della strategia berlingueriana: per applicare completamente la Costituzione e dare vita alla seconda rivoluzione democratica dopo la Resistenza si deve far uso degli apparati dello Stato per reprimere il conflitto sociale e di classe negando gli stessi principi democratici scritti nella Costituzione.

La svolta che non c’è stata

Nel febbraio del '78 la Conferenza di Cgil-Cisl-Uil all'Eur di Roma, preceduta da alcune interviste di Lama, segretario della Cgil, in cui dichiara: "La Cgil è pronta a impegnarsi per sacrifici sociali non formali, ma sostanziali" viene vista da Berlinguer come il passaggio decisivo verso la stabilizzazione del quadro sociale. L’idea di fondo era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso di rilanciare il processo di accumulazione del capitale necessario per gli investimenti produttivi. A questo si aggiunga il sodalizio con la Dc nel cosiddetto "partito della fermezza", contrario a ogni trattativa durante il sequestro di Moro, e le tessere del puzzle politico prefigurato nella testa di quasi tutto il gruppo dirigente del Pci sembra essere risolto. Invece è l'inizio della sconfitta della politica berlingueriana. La stagione dei governi di unità nazionale si chiude perché la Democrazia Cristiana ha avuto il tempo e le occasioni per riconsolidare le relazioni con i settori sociali di riferimento e gli apparati dello Stato, con l'azione decisiva del Pci, hanno riconquistato un margine di credibilità. In più si assiste all’emergere di preoccupanti sintomi di corruzione nelle stesse amministrazioni locali a guida Pci, il caso di Milano su tutti, e all’ascesa del craxismo nel Psi che si pone in termini concorrenziali al Pci. L'insieme di questi elementi decretano la fine dei governi di unità nazionale e il completo fallimento del compromesso storico. La supposta “diversità comunista” anche nel governo della cosa pubblica, presentata quasi fosse un tratto antropologico, si rivela ormai solo un’ideologia consolatoria. Con il peso di una grave sconfitta politica sulle spalle e un partito che sta cambiando velocemente composizione sociale, e gerarchie interne - il potere delle decine di migliaia di amministratori locali è in forte ascesa - Berlinguer si presenta, nell'autunno del 1980, davanti ai cancelli della Fiat in lotta facendo un comizio radicale, tenendo conto del personaggio, nei toni ma molto vago e ambiguo nei contenuti. E qualche mese dopo opera lo "strappo" con Mosca cogliendo l'occasione del colpo in Stato in Polonia: "Si è esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre". Non era la prima volta che Berlinguer usava il metodo di dettare la linea politica del partito attraverso le interviste ai giornali. Era già successo una settimana prima delle elezioni del giugno del '76 con un'intervista al Corriere della Sera in cui manifestava la sua preferenza per "l'ombrello della Nato" piuttosto che per il Patto di Varsavia. Un metodo che ha anticipato il comportamento di molti leader della sinistra, radicale e governativa, venuti dopo di lui. Si è sempre trattato, a suo dire come per gli altri dopo, della necessità di intervenire tempestivamente nella situazione politica. In verità si trattava del tentativo di fermare il declino del partito ormai in atto. E' in questo contesto che nasce la proposta politica dell'alternativa democratica, interpretata non da pochi anche a sinistra del Pci come una svolta. A prima vista appare come una radicalizzazione della critica al potere democristiano e socialista tutta giocata però su un piano etico (la questione morale). Nella concretezza dei fatti e dei comportamenti è invece una spinta alla razionalizzazione del quadro politico come condizione necessaria per fare una timida redistribuzione del reddito ed evocare le solite "leggendarie" riforme. Infatti non avviene alcuna svolta. Resta centrale l'idea dell'insostituibilità dei partiti realmente esistenti e delle loro relazioni reciproche come unico ambito di possibili cambiamenti. Un'ipotesi duramente smentita qualche anno dopo. Ancora una volta la concezione di Berlinguer della politica resta chiusa all'interno del sistema della rappresentanza istituzionale, i movimenti sociali e i conflitti di classe non sono mai visti come i momenti e i luoghi della trasformazione della società. La vera svolta, verso la dissoluzione del Pci, avviene nel '85, dopo la morte di Berlinguer, la sconfitta nel referendum sulla scala mobile, il forte calo di voti nelle elezioni amministrative e la convocazione anticipata del congresso che hanno l'effetto di far esplodere le contraddizioni interne e scoperchiare il vaso di pandora. La proposta politica dell'"alternativa democratica" di Berlinguer era più rivolta all'interno che all'esterno del partito. E' stata il tentativo disperato, l'ultimo, di mantenere e consolidare un assetto politico-organizzativo del partito ormai attraversato da fortissime tensioni. In altre parole, l'uomo dell'apparato di fronte crisi del partito non poteva che rispondere con gli strumenti tipici dell'apparato.

Il vintage postmoderno di Veltroni

Il recente film-documentario "Quando c'era Berlinguer" diretto da Veltroni si potrebbe liquidare con una battuta: dietro il glamour, il nulla. L'insistente ricerca dell'immagine che potrebbe creare emozione genera il fastidio di quando il gioco si fa troppo smaccato. Il film, in gran parte, con le testimonianze, i video d'epoca, i commenti fuori campo dello stesso Veltroni ruota attorno agli ultimi giorni e i funerali di Berlinguer. Come un oggetto vintage Berlinguer interessa ancora e ha un certo fascino perché sorpassato e démodé. Non c'è nulla che inquadri il periodo storico, niente sulle ragioni degli acuti conflitti sociali negli anni che hanno coinciso con la segreteria di Berlinguer. Ma questo c'era da aspettarselo. Il regista del film non ha mai brillato per profondità analitica dei fenomeni politici. Se leggerezza narrativa doveva essere avrebbe potuto, quanto meno, risparmiare allo spettatore il sermone finale di Napolitano.

Gresbek

tratto da http://www.communianet.org

30 marzo 2014

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