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PER NON DIMENTICARE

Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi. Un’analisi e alcune considerazioni

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Un ottimo articolo tratto da http://www.clashcityworkers.org che spiega la situazione turga dal punto di vista politico, economico e sociale e nel conflitto tra lavoro e capitale. Un lavoro ben fatto che va oltre piazza Taksime Gezi Park ma che con questi luoghi è legato a doppio filo con un'analisi puntuale. red. 13 giugno 2013

indice
1. Questioni di metodo / 2. La Turchia negli ultimi dieci anni / 3. Le contraddizioni dello sviluppo, le classi sociali, le mobilitazioni degli ultimi anni / 4. La situazione attuale, le possibili evoluzioni e cosa è lecito sperare / 5. Cosa c’entra la Turchia con noi? Alcune conclusioni

[a tutti i compagni scesi in strada, ai morti, ai feriti, agli arrestati]

Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet, Il mio secolo non mi fa paura

1. Questioni di metodo

Perché è importante conoscere meglio la Turchia e sapere quello che sta accadendo lì?
Perché questo paese rappresenta un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste, le stesse che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche da noi. In questo senso, capire quello che sta succedendo in Turchia vuol dire appropriarsi direttamente di strumenti che ci servono nelle nostre battaglie quotidiane, comprendere perché i destini dei nostri popoli sono così intrecciati. Materialmente, e non per motivi ideologici o “estetici”.

Cosa troverete in questo testo?
- Innanzitutto una ricostruzione della storia della Turchia degli ultimi dieci anni, una storia che ci fa imparare molto su come funziona la “crescita” economica nel modo di produzione capitalista e come la dimensione politica si modelli plasticamente sulle esigenze del profitto.
- Su questa base, più documentata possibile, tenteremo un’analisi delle classi sociali in Turchia e delle loro rappresentanze politiche, raccontando anche le mobilitazioni degli scorsi anni e i nuovi movimenti sindacali che si stanno delineando nel paese.
- Nel quarto paragrafo cercheremo poi di fare il punto su quest’ultima rivolta, individuandone i tratti di maggior interesse e gli insegnamenti che ci consegna.

Già alcuni giorni fa abbiamo scritto un breve articolo sulla Turchia: lo spunto che lanciavamo era completamente diverso dal dibattito che sta ancora imperversando in rete, ipnotizzato dalla cronaca dei fatti o dalle opposizioni semplici (del tipo “ambientalisti vs governo”, “laici vs islamici”, “movimenti vs neoliberismo”)1. Con quell’articolo, così come con questo documento, noi non intendevamo affatto dire: “ecco spiegato tutto” o peggio: “questa è la verità!”. Sappiamo che la realtà è sempre dinamica e complessa, che ci vuole molto studio e una capillare conoscenza dei fatti per poter avere un'interpretazione globale, che la contingenza politica è fatta di un coacervo di tensioni, motivi, cause, che gli stessi partecipanti alle proteste assumono in maniera variegata, a seconda della propria storia, sensibilità, contesto. Non ci sorprende affatto che chi sta in piazza dica di essere sceso perché non voleva un centro commerciale nel suo quartiere, o perché è diventato sempre più costoso e difficile bersi una birra, o ancora perché stufo dei soprusi della polizia: e non intendiamo affatto sostenere che questi motivi siano “falsi”, e che la gente non sappia perché sta in piazza per davvero. Ogni momento di rottura si situa all'incrocio di più traiettorie, è una congiuntura unica, in cui convergono insoddisfazioni individuali e rivendicazioni collettive, in cui si sollevano tante figure sociali diverse. Non è una novità dei nostri tempi: è sempre stato così – ed è questo quello che il pensiero postmoderno ignora, quando rappresenta schematicamente il passato e insegue il marketing della discontinuità ad ogni costo...

Il problema però è che per capire davvero un movimento non ci si può limitare a una sommatoria di impressioni o all'idea che questo si fa di sé. Qualcuno diceva: “Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione2.

Insomma, per capire un fenomeno nelle sue cause profonde, comparandolo ad altri, cercando di capire dove e come si può verificare ancora – questo per noi vuol dire un approccio “scientifico”, seppur di una scienza tutta particolare, com'è quella sociale e politica –, non basta fermarsi alla raccolta di opinioni dei partecipanti alle proteste, a un'analisi delle strategie dei partiti in causa, a una serie di constatazioni geopolitiche... Bisogna invece cercare di vedere cosa struttura nel profondo una società. Per noi partire dalla dimensione economica e dalla contraddizione capitale/lavoro che la informa non vuol dire affatto svalutare tutti gli altri fattori, ma semmai comprenderli sul terreno in cui si articolano. Vuol dire osservare come la dimensione economica plasma sotterraneamente e in continuazione tutta la società, come struttura e divide il campo sociale, quale dialettica apre fra le classi, come investe i bisogni individuali e collettivi.

Cercare di capire tutto questo, e soprattutto cercare di capire che farsene, è molto complicato, e quindi non ci sognavamo in un breve articolo di sintetizzare tutto quello che sta accadendo in Turchia. Semplicemente, come abbiamo fatto nel caso della Tunisia, dell'Egitto e della Libia, intendevamo lanciare un'ipotesi di lavoro, suffragata da una serie di documenti elaborati da analisti più esperti di noi, sperando che qualcuno la raccogliesse, la approfondisse, la motivasse meglio. Pensiamo infatti di essere solo un  tassello di un “intellettuale collettivo” fatto di migliaia di compagni sparsi per l'Italia e il mondo. Speriamo che le nostre riflessioni e i dati che abbiamo raccolto potranno essere utili e che gli elementi riscontrati nella vicenda turca vivranno anche nelle nostre pratiche e nelle nostre analisi della situazione italiana ed europea. Perché davvero quello che sta accadendo lì ci riguarda da vicino… Ma è tempo ormai di entrare nel merito.


2. La Turchia negli ultimi dieci anni

Per capire quello che sta succedendo, cerchiamo innanzitutto di conoscere la Turchia ricostruendo la sua storia recente. Con una premessa: prenderemo in esame il periodo che va dall'inizio degli anni Duemila in poi. Abbiamo scelto questo come punto di partenza perché in quegli anni avviene qualcosa che marca il paese in maniera significativa. Dal 2001 si producono infatti importanti cambiamenti destinati a trasformare la Turchia come non era mai accaduto nei decenni precedenti. Basta gettare un rapido sguardo ad alcuni grafici per capire che in quegli anni deve essere successo qualcosa di grosso: tutti gli indicatori macroeconomici (PIL, inflazione, debito pubblico, Investimenti Diretti all’Estero) subiscono uno scarto molto accentuato3. Guardate qui:

TASSO D’INFLAZIONE TURCO (GIALLO) DAL 1997 AL 2013 (fonte Eurostat)

INVESTIMENTI DIRETTI ALL’ESTERO (IDE), IN MILIARDI DI DOLLARI

Cosa è accaduto? Nel 2001 la Turchia versa in una condizione molto difficile4. La crescita del PIL segna un terribile -9,4%, e lo sviluppo economico è a dir poco stentato. L'inflazione viaggia intorno a un incredibile 68,5% annuo5, una cifra altissima se si pensa che nello stesso periodo in Italia è al 2,8% e la media UE è al 2,4%. Inoltre la Turchia ha un alto debito pubblico (77,9% del PIL), e un complesso produttivo arretrato, imperniato intorno ad alcune vecchie aziende dello Stato, che controlla ancora i maggiori settori strategici. Per il resto si tratta di un paese in parte ancora agricolo, in cui lo stesso comparto dei servizi, anche turistici, è arretrato.

A seguito dello scoppio della bolla della new economy e della crisi finanziaria del 2001, si profila un serio rischio di bancarotta per la Turchia, incapace di trovare finanziatori sui mercati internazionali e di piazzare i propri titoli di Stato. Il paese si vede quindi costretto a chiedere un nuovo intervento del Fondo Monetario Internazionale. A condurre le trattative è Kemal Derviş, già vicepresidente della Banca Mondiale e nel 2001 Ministro dell'Economia turco. Praticamente un uomo dell’imperialismo al posto giusto al momento giusto. Ciononostante la trattativa non è semplicissima: la concessione del prestito è infatti subordinata al “principio di condizionalità”, ovvero all'approvazione di provvedimenti “lacrime e sangue” per la popolazione turca. I capisaldi delle riforme per l’FMI devono essere: la riduzione del debito pubblico, il rigore fiscale, la lotta all'inflazione, una fitta serie di riforme strutturali per il rafforzamento del settore privato, del sistema bancario e il miglioramento dell'investiment climate. In altre parole, “le riforme richieste puntano ad un aumento dell'efficienza e della produttività, attraverso un piano di liberalizzazioni e privatizzazioni. L'obbiettivo è un rapido aumento della produzione, incrementando la competitività del settore industriale orientato all'export, sostenuto da una politica di moderazione salariale”6.

Ovviamente Kemal Derviş accetta queste condizioni e l'FMI approva il finanziamento nel febbraio 2002: questa sarà l'operazione più grossa mai fatta dal Fondo. Parliamo di 16,5 miliardi di dollari, che portano a un'esposizione complessiva della Turchia verso il Fondo per ben 31 miliardi. Questo prestito segue la formula “Stand by”, cioè l'erogazione non avviene in un'unica soluzione ma, potremmo dire, a stato avanzamenti lavori: in altri termini i soldi vengono dati solo se vengono effettivamente eseguite le politiche prescritte dal Fondo.

L'investimento resta però pesante anche se è vincolato all'esecuzione di provvedimenti molto duri – l'FMI infatti non si sente di rischiare (lo dimostra il fatto che nello stesso periodo non concedeva facilmente aiuti a paesi sull'orlo della bancarotta come l'Argentina). È interessante allora capire perché la situazione si sblocchi. Qui entra in gioco la volontà politica degli Stati Uniti, molto rappresentativi dentro l'FMI, che fanno di tutto perché la Turchia non crolli. Sono gli anni della cosiddetta “guerra al terrorismo”, gli USA stanno investendo molto in quella zona, e si preparano ad attaccare l'Iraq. La Turchia deve servire da retroterra per le operazioni nell'area: non può quindi permanere in una situazione di instabilità7.

Ma c’è ancora un “piccolo” problema da risolvere: nel suo complesso la classe dirigente che fino a quel momento aveva guidato la Turchia non è credibile né agli occhi dei finanziatori internazionali, né agli occhi della popolazione che deve digerire una manovra di questa portata. C’erano infatti stati pesanti scandali di corruzione, che avevano portato alle dimissioni, nel maggio del 2001, del Ministro dell’Energia e, nel settembre dello stesso anno, di quello dei Lavori Pubblici.

È precisamente in questo momento che entra in scena Erdoğan.
Un personaggio complesso, di origini molto umili, addirittura incarcerato per le sue idee politico-religiose, legato a strati popolari islamici e agli abitanti delle periferie di Istanbul, città di cui era stato sindaco. Alle elezioni del novembre 2002 il suo partito, l'AKP – che appare una novità sullo scacchiere politico turco, visto che è stato fondato nel 1998 – prende il 34,3% di voti. Per il complesso sistema elettorale, un proporzionale con sbarramento al 10%, questo vuol dire andare direttamente al governo, visto che l'unico altro partito in lizza è il CHP, laico e di centrosinistra, che incassa un misero 19,4%.

Certo, l'eredità politica è pesante, “bisogna onorare gli impegni” con l'FMI, ma Erdoğan sembra il personaggio giusto. Qui si delinea quell'alleanza fra neoliberismo e islamismo che caratterizza gli ultimi dieci anni della vita politica turca: un’aggressiva politica economica antipopolare accompagnata però dalla costruzione di consenso e di unità nel corpo sociale grazie al richiamo religioso e ai suoi dispositivi di educazione, cura e contenimento. Fra il 2003 e il 2005 Erdoğan porta avanti con estrema determinazione il programma imposto dall'FMI. In particolare il suo Governo mette in campo:

a) una legge quadro sugli investimenti esteri (che ha come sottopunto una “protezione contro gli espropri”);
b) una normativa che disciplina la creazione di imprese;
c) la riforma del mercato del lavoro;   
d) la legge sul controllo della finanza pubblica;
e) la normativa sugli appalti pubblici;
f) le liberalizzazioni del mercato elettrico, del gas, degli alcolici, della telefonia fissa e mobile;
g) le privatizzazioni del comparto della TEKEL e delle raffinerie della TÜPRAS e della compagnia elettrica TEDAŞ;

Il carattere di classe di queste misure è evidente. Non c'è bisogno di dilungarsi per quanto riguarda le liberalizzazioni e le privatizzazioni: queste attirano subito capitali perché svendono pezzi importanti dello Stato e aprono nuovi settori di mercato, con conseguente aumento delle tariffe e un peggioramento delle condizioni di lavoro degli impiegati, che passano sotto padrone...

Prendiamo piuttosto la legge quadro, a cui peraltro si ispirano molte proposte che circolano anche da noi. Questa legge serve esplicitamente a incoraggiare gli stranieri a venire a investire in Turchia. Come lo fa? Innanzitutto diminuendo i vincoli burocratici: in altre parole per aprire una fabbrica non c'è più bisogno di permessi e di certificazioni ma bastano semplici “notifiche” – questo vuol dire che nei fatti spariscono molti controlli e tutele per chi lavora e per il territorio. In secondo luogo, le aliquote sui redditi da impresa scendono al 20%, assestandosi così fra le più basse d’Europa, e vengono anche previsti aiuti fiscali a chi investe, oltre all'esenzione da IVA in alcune zone.
Come se non bastasse, la legge quadro prevede anche la possibilità per i capitali esteri di controllare sino al 100% delle aziende turche, tranne quelle individuate da regolamenti speciali; la possibilità di fare ricorso agli arbitrati internazionali; addirittura la libertà per i capitali stranieri di rimpatrio dei profitti, dei dividendi e di ogni altro provento; l'esenzione delle imposte doganali per l'importazione di macchinari e attrezzature; l'esenzione da IVA rispetto all'acquisto di macchinari prodotti in loco.
Ciliegina sulla torta, vengono create anche delle “zone economiche speciali” in cui lo Stato dà incentivi economici, terreni gratuiti, alleviamento fiscale, alleviamento dei contributi pensionistici per i lavoratori (cioè i soldi non ce li mette il padrone, ma lo Stato), e viene anche data la possibilità di utilizzare le strutture universitarie pubbliche per effettuare ricerche e sviluppo a vantaggio di aziende private. In altre parole, il Governo turco regala il paese e la sua popolazione al capitale internazionale, subordinando l’uno e l’altro all’imperialismo.

Non va meglio in materia di lavoro. La prima cosa che fa il Governo di Erdoğan è istituzionalizzare la pratica del lavoro interinale: in altre parole nelle fabbriche turche si afferma legalmente il caporalato e forme di “lavoro in affitto”. Ancora, vengono introdotte misure di massima flessibilità della forza-lavoro, che in pochi anni faranno sì che la Turchia arrivi ad avere la settimana lavorativa media più alta d’Europa – ben 53 ore! –, il tasso più basso di assenze lavorative per malattia (solo 4,6 l'anno nel 2013), un numero impressionante di morti sul lavoro8, un salario minimo netto che nel 2013 è di miseri 409 dollari – poco più di 300€ al mese... Qualche grafico ci permette di capire intuitivamente cosa stiamo dicendo:


*Fonte: MERCER 2008 - Pan-European Employer Health Benefits Issues Survey
** Fonte: EUROSTAT 2011

Grazie all’estorsione del pluslavoro operaio, il paese in poco tempo cambia faccia: gli Investimenti Diretti all’Estero passano da 1,8 miliardi di dollari del 2003, ai 22 miliardi di dollari nel 2007. Nello stesso periodo l'inflazione – storico problema turco, e grosso problema soprattutto per il sistema bancario9 – viene abbattuta all’8,4%10. Erdoğan arriva così con i “compiti fatti” all'ulteriore revisione degli accordi con l’FMI alla fine del 2007.

Ma, nonostante questi dati strabilianti (per i padroni, ça va de soi!), resta nell'economia turca un neo che la turba ancora oggi: il saldo negativo della bilancia dei pagamenti. Detto semplicemente, la Turchia continua a importare più di quanto esporti, e la sua economia cresce solo grazie all'afflusso di capitali freschi sotto forma di IDE. L’Economist lo dice chiaramente: quella turca sarebbe un’economia “estremamente vulnerabile”. Infatti “quando l’economia, a livello globale, attraversa una fase positiva c’è un forte afflusso di denaro verso la Turchia che offre alti tassi di profitto e la lira turca acquista valore, aumentano gli import e il disavanzo nella bilancia commerciale. Ma quando gli investitori hanno paura allora i capitali escono dal mercato turco più rapidamente rispetto ad altri paesi, spingendo in basso la lira turca e provocando una riduzione della domanda interna”11.

Ma siamo nel 2007, nel momento di maggiore espansione dei mercati mondiali. Così la campagna elettorale di quell’anno si gioca sulla possibilità di non rinnovare i prestiti con l'FMI. Erdoğan fa cioè ventilare l'ipotesi di non voler ancora “aiuti”, e d’altronde tutti i partiti sembrano concordare in nome di una sorta di “orgoglio nazionale”. In realtà ben presto tutti si accorgeranno che sono necessari, perché se per una qualsiasi ragione dovessero venire meno gli IDE (e a fine 2007, a crisi ormai conclamata, è possibile che ci sia una diminuzione di questi capitali), tutto il castello crollerebbe.

E in effetti Erdoğan, che ha ormai vinto trionfalmente con il 46,6% promettendo la fine delle politiche di austerità, opta nel maggio 2008 per un rinnovo degli accordi con l'FMI, che vuol dire nuova tranche di riforme massacranti. Si procede così ad altre privatizzazioni: di autostrade e ponti, di porti e aeroporti, ma anche di quel poco che rimane sotto il controllo pubblico, dalle dighe al settore delle lotterie12. Ma non è finita qui: il governo di Erdoğan procede anche con la riforma delle pensioni fortemente voluta proprio dall’FMI, che porta l'età pensionabile a 65 anni, in un paese la cui aspettativa di vita è meno di 72 per gli uomini (per le donne questa riforma è ancora più penalizzante perché l’età pensionabile passa dai 58 ai 65 anni!). Il Governo mette in campo nel 2008 anche una riforma che istituisce l'Assicurazione Sanitaria Unificata, una sorta di privatizzazione dei sistema sanitario, che solleva molte proteste.

Nel 2009 Erdoğan deve anche fare i conti con gli effetti della crisi: il PIL crolla al -4,8%, e gli IDE, che per la maggior parte provenivano dall'Unione Europea ora in recessione, continuano ad affluire solo da Est. Questo segna un cambiamento nelle politiche estere della Turchia: di fatto si blocca il processo di adesione alla UE, iniziato con i negoziati del 2004. D'altra parte sarà lo stesso Erdoğan, sfruttando la ripresa del 2010, a cercare un proprio spazio di azione, anche militare, dal Medio Oriente al Nord Africa, intervenendo in Libia e in Siria, rinvigorendo il mito della Turchia Ottomana e presentandosi – per un breve periodo – addirittura come paladino di tutti gli arabi contro Israele (ricordate l’affaire della nave Mavi Marmara, assalita da un commando israeliano che fece ben nove morti fra gli attivisti pro-palestinesi?)...

D’altronde, dopo lo stop elettorale della amministrative del 2009 in cui l’AKP prende “solo” il 38,9%, è proprio il +8,9% del PIL del 2010 che incoraggia Erdoğan a procedere nel rafforzamento del suo potere politico e delle sue reti clientelari. Lo testimonia innanzitutto il Referendum Costituzionale di quell’anno, che serve al leader islamico per ridimensionare l'azione di altri corpi o settori dello stato, come la magistratura, che prova a mettere sotto controllo politico, e l'esercito, che rappresenta un vero e proprio concorrente, visto che non è solo il “garante in ultima istanza dell'ordine democratico”, ma controlla anche posti di lavoro e quote di ricchezza, restando però espressione di una borghesia laica e kemalista.

I buoni risultati economici spingono Erdoğan anche ad “alzare la testa” nei confronti dell'FMI, e a non chiedere ulteriori finanziamenti, come pure era stato suggerito dal Fondo nel 2009. Questo gli attira le antipatie di alcuni settori del capitale internazionale: non è un caso che alla vigilia delle elezioni politiche del 2011 l'Economist e il Financial Times appoggeranno apertamente l'opposizione del CHP, paventando un "eccesso di potere" del primo ministro islamico. Ovviamente l’Economist e il Financial Times, così come oggi gli USA e l’ONU, non sono mica sensibili a questioni democratiche: semplicemente ai capitali internazionali conviene sempre non avere a che fare con leadership troppo forti...
Ciononostante l'AKP fa a questo giro il miglior risultato di sempre: il 49,83%. Ma siccome stavolta due partiti superano la soglia di sbarramento (l'opposizione laica di centrosinistra del CHP al 25,98% e i nazionalisti dell'MHP al 13,01%) Erdoğan perde seggi, e con 327 seggi sui 330 necessari, non può cambiare la costituzione da solo. In ogni caso può continuare a imperniare intorno a lui reti di potere e a sostenere i nuovi strati sociali di borghesia islamica, e in particolare l'associazionismo religioso che gli permette di intercettare i ceti popolari.

Anche per questo si arriva alla riforma della scuola nel 2012, che punta sia a favorire gli istituti islamici, sia a facilitare l'evasione dell'obbligo scolastico, in uno dei paesi più famosi al mondo per il lavoro minorile (parliamo di 1,6 milioni di bambini al lavoro13), perché se pure si aumenta l’obbligo scolastico di quattro anni, è solo per spezzettarlo in tre diversi momenti, favorendo così la dispersione in ogni cambio di scuola.


3. Le contraddizioni dello sviluppo, le classi sociali, le mobilitazioni degli ultimi anni

Come si vede, nonostante la sostenuta crescita del PIL dal 2002 al 2013 (in media il 5%, nonostante la crisi mondiale), per Erdoğan non sono tutte rose e fiori. Basta gettare uno sguardo ad alcuni dati dell’OCSE per capire quante contraddizioni si siano accumulate, non solo dal punto di vista macroeconomico (ricordate il problema accennato prima della bilancia dei pagamenti e della dipendenza della Turchia dai capitali esteri?), ma soprattutto dal punto di vista sociale. È ancora l’OCSE, fra i templi del liberismo mondiale, a inserire la Turchia tra i primi cinque paesi al mondo con il più profondo gap tra il 10% della popolazione più ricca e il 10% della popolazione più povera (assieme a Cile, Messico, Stati Uniti e Israele, ovvero i paesi all’avanguardia nelle politiche neoliberiste)14.

In altri termini, contro il mantra ripetuto sia dai liberisti che dai socialdemocratici anche italiani, il cui postulato intoccabile è che della crescita economica finiscono prima o poi per beneficiare tutti, e quindi bisogna “sviluppare l’economia e sostenere le imprese”, interi strati della popolazione sono rimasti tagliati fuori dallo sviluppo, anzi, hanno visto persino la loro condizione peggiorare.

Come sottolinea Sevket Pamuk, storico dell’economia di fama mondiale e Presidente del Dipartimento di studi sulla Turchia della London School of Economics, “la condizione di operai, lavoratori non qualificati e dipendenti pubblici in Turchia non è migliorata di molto. Inoltre a un aumento seppur ridotto dei loro stipendi, fa da contraltare l’aumento del costo della vita nelle città e un'inflazione all'8,9% che rende impercettibile questo cambio”15. Pamuk si mantiene prudente, ma la realtà è anche peggiore delle sue supposizioni. Non solo perché i salari hanno perso potere d’acquisto, non solo perché si lavora di più e in condizioni peggiori, con una copertura sanitaria e pensionistica scarsissima. Ma anche perché, nonostante la ripresa economica, la disoccupazione resta comunque all'8,8%, mentre persiste una consistente fascia di NEET16, per non parlare della situazione ancora arretrata delle campagne, rimaste estranee all'accelerazione dell’economia.

Ma chi ha beneficiato allora delle politiche di Erdoğan? Qual è il profilo delle classi in Turchia? Su quali blocchi sociali i vari raggruppamenti politici costruiscono il loro potere? Se non capiamo questo, non possiamo capire nulla delle rivolte che si stanno sviluppando e dell’esito che possono prendere.

Chi sia stato il grande vincitore della lotta di classe nell’ultimo decennio è evidente. Ce lo dice ancora una volta Pamuk: “Il tenore di vita e il livello di ricchezza delle famiglie dell’alta borghesia è sicuramente aumentato. Allo stesso tempo è nata una nuova piccola borghesia, formata da coloro che sono emigrati dalle campagne dell’Anatolia verso le grandi metropoli turche come Istanbul, Ankara e Smirne per cercare un futuro migliore. Divenuti principalmente commercianti e piccoli imprenditori si sono arricchiti grazie alle politiche del AKP di Erdoğan di cui sono i più forti sostenitori”. Proviamo a specificare meglio.

Erdoğan può contare su un blocco sociale di tutto rispetto. Ha innanzitutto il sostegno di alcune famiglie della grande borghesia, di grandi costruttori e delle “tigri anatoliche”, direttamente legate a lui da vincoli di amicizia e parentela. Ma non solo: le sue politiche economiche hanno creato quasi dal nulla una nuova borghesia islamica, fondata sulla piccola e media impresa (chiamata KOBI, quella in cui si registrano più morti sul lavoro, meno presenza dei sindacati, più sfruttamento etc). Queste reti economiche, spesso tirate su da abitanti delle periferie, prosperano sul sommerso, che continua a rappresentare il 50% dell'economia turca, e sono capillarmente presenti sui territori. Ma Erdoğan riesce anche a penetrare negli strati popolari e nelle campagne, grazie al richiamo all'islamismo e al suo materiale supporto a scuole, centri di assistenza e di volontariato a sfondo religioso, che agiscono come raccoglitori di voti e pilastri del consenso per l’AKP.

Ma Erdoğan non riesce a coprire tutto il fronte borghese. Che è rappresentato anche dalle grandi famiglie della borghesia laica, i “vecchi padroni del vapore”, come li chiama il Sole 24 Ore17, che in quest’ultimo decennio hanno perso progressivamente quote di potere. Il ruolo di questa frazione borghese non è affatto da trascurare: non solo perché gode di posizioni acquisite negli ultimi cento anni, non solo perché ha forti legami internazionali, ma anche perché continua ad essere interna all'esercito e a rappresentare, attraverso lo strumento politico del CHP, la maggiore opposizione del paese. Inoltre gode anche di un largo sostegno popolare legittimato dal richiamo ai valori della secolarizzazione e alla figura di Ataturk.
Punta invece tutto sul nazionalismo, sul tradizionalismo di matrice laica e sull’opposizione alle minoranze curde e armene, il terzo partito turco, l’MHP.

Ma, se questi sono i blocchi sociali egemonizzati dalla borghesia, qual è la situazione materiale e la percezione di sé del nostro soggetto di riferimento, cioè il proletariato? Con chi sta, dove sta, che fa e come partecipa alla vita politica turca?

Iniziamo con alcune constatazioni, banali. In questi ultimi dieci anni c’è stata una crescita del proletariato in termini assoluti. Lo sviluppo turco si è infatti contraddistinto per l’espansione della manifattura, dell’industria e del settore “arretrato” dei servizi. Questo ha portato ad un aumento dei lavoratori dipendenti, e in particolare degli operai e degli addetti al turismo: è stata cioè messa più gente a lavoro, molti sono stati strappati dalle campagne, dalle forme di sussistenza e di riproduzione quasi individuale, e sono pienamente entrati nel rapporto di sfruttamento capitalistico.

Eppure, a fronte di questa crescita numerica, almeno in prima battuta il ruolo e l’azione di questo soggetto sociale non è stato particolarmente visibile. Uno dei motivi è presto spiegato: la difficoltà di organizzarsi, sia sui posti di lavoro che a livello politico generale. Partiamo da quest’ultimo livello, per certi aspetti meno complesso: i partiti di sinistra e in particolare i comunisti, gli studenti, gli intellettuali dissidenti in Turchia sono stati costantemente repressi. Negli anni di Erdoğan questa repressione si è fatta particolarmente spietata: si pensi al caso dei Grup Yorum, gruppo rock folk turco della sinistra radicale le cui cantanti nel settembre del 2012 furono arrestate e torturate, o ancora di più alla gigantesca operazione contro la sinistra di questi ultimi mesi, che ha portato all’arresto di circa 8mila persone tra cui numerosi sindaci, docenti universitari, giornalisti, sindacalisti, militanti di base…
Se consideriamo poi che la soglia di sbarramento per ottenere una rappresentanza politica in Parlamento è fissata al 10%, si capisce come la sinistra di classe non riesca a “farsi vedere” su una dimensione nazionale, pur essendo affollata di gruppi, di micropartiti, di organizzazioni anche molto combattive e capaci.

Ma perché i lavoratori, pur essendo tanti e sperimentando forme disumane di sfruttamento, non sono riusciti a irrompere significativamente nella vita sociale e politica turca e a contrastare questa spietata lotta di classe portata avanti da Erdoğan?
Innanzitutto c’è un problema materiale: una parte cospicua della forza lavoro è legata a dimensioni di piccola e media impresa, dove il controllo padronale è più forte, e la concentrazione operaia è significativa solo in alcuni distretti. Ma basta gettare un colpo d’occhio per vedere come funzionano i sindacati in Turchia, di quali diritti beneficiano i lavoratori, come si convoca uno sciopero, per capire che la situazione è effettivamente difficilissima. Facciamo qualche esempio18.

Iscriversi a un sindacato è una vera impresa. C’è tutta una complessa procedura burocratica che prevede l’autentificazione della richiesta presso un notaio di ben cinque copie, che vengono poi inoltrate a diversi uffici, anche governativi. Inoltre il sindacato non è presente ovunque. Chiamare uno sciopero è poi davvero arduo: c’è un lungo iter di avviso alla controparte, dopodiché in qualsiasi momento le autorità possono sospendere la precettazione. Peraltro, prima del Referendum Costituzionale del 2010, era possibile scioperare solo nel settore privato, e comunque non nelle industrie strategiche come quelle di produzione di carbone, le centrali idroelettriche, elettriche, a gas e a carbone, nel settore bancario e dei notai. Dopo una lunga lotta ora è possibile scioperare anche nel pubblico impiego, ma con norme molto rigide. Ancora, la costituzione turca vieta, almeno nel settore privato, gli scioperi politici e di solidarietà – ovvero quelli che più costruiscono legami di classe ed elementi di coscienza fra lavoratori.

Ciononostante sarebbe falso affermare che in Turchia sui posti di lavoro vige la pace sociale. Al contrario. Quello che si riesce a sapere (infatti, data la difficoltà di organizzarsi stabilmente spesso le tensioni scoppiano in maniera autorganizzata e locale, dunque non vengono registrate), dimostra che è proprio nelle proteste degli operai, dei lavoratori dipendenti e in generale dei ceti popolari, che un filo rosso fra le lotte non si è mai spezzato. È in questo “fondo” che sono state attinte le risorse per mobilitarsi, tenere le piazze, comunicare, estendere l'opposizione, e da questo dipende sia il carattere marcatamente sociale che hanno subito assunto, nelle forme e nei tempi, le proteste, sia la loro generalizzazione anche fuori Istanbul, l’estensione quasi simultanea in tutte le città e gli insediamenti industriali (mentre non a caso la campagna è restata in massima parte estranea al “contagio”, come di vede dalla cartina qui sotto19). A dimostrazione che le rivolte non nascono dal nulla ma, per quanto possano apparire agli osservatori come un Evento, sono in realtà il prodotto di un’accumulazione di forze, di una sedimentazione continua.

Proviamo quindi a ricostruire questo filo rosso. Se in un primo momento la crisi economica del paese all’inizio degli anni Duemila pesa sulla possibilità di avviare mobilitazioni, la stessa crescita economica genera a un certo punto anche elementi di consapevolezza nei lavoratori. Nel 2004 arrivano i primi scioperi nel settore della produzione dei pneumatici, che sono così forti e inquietanti da portare il Governo a varare apposta una legge per vietare questo tipo di mobilitazioni. Gli scioperi aumentano costantemente fino al 200720, anno in cui c'è un fortissima mobilitazione contro la privatizzazione della Turk Telecom. Parliamo di circa 26.000 lavoratori coinvolti, pochi se pensiamo in termini astratti, ma tantissimi se pensiamo che sono 20 volte di più che pochi anni prima, e se riflettiamo sul dato che la sindacalizzazione in Turchia riguarda nemmeno tre milioni di lavoratori su 23...
Nel 2007 saranno oltre 1 milione le giornate complessive di lavoro sottratte al padrone. Questi temporanei exploit, che arrivano anche a scontri con le forze dell’ordine e che trovano momenti di aggregazione intorno a un Primo Maggio da sempre vissuto come giornata di lotta, dimostrano che una conflittualità c'è sempre stata, e che i movimenti non si generano dal nulla, ma vivono di continuità magari sotterranee, ma forti.

Il 2008 è caratterizzato da grosse mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e la riforma sanitaria, che com’è ovvio toccano in primo luogo proprio i lavoratori. Ma la situazione esplode davvero nell'ottobre del 2009, quando a Istanbul c'è il vertice dell'FMI e della Banca Mondiale. Per giorni in città si succedono scontri anche molto duri, ci sono tanti arresti e feriti. Non a caso il 2009 è anche l’anno di nascita di Resistanbul, una delle sigle che ha caratterizzato anche questi giorni di mobilitazione.

Questo flusso prosegue imperterrito per tutto il 2010, anno in cui scendono in piazza, con relativi scontri, gli operai della TEKEL, avvengono le proteste contro il Referendum Costituzionale del 2010 e la riforma della scuola del 2012, che fra le altre cose lascia senza lavoro ben 300.000 insegnanti che si iniziano a organizzare. Nello stesso tempo il pubblico impiego si mobilita per il rinnovo del contratto: migliaia di lavoratori chiedono addirittura aumenti salariali… Insomma, sembra davvero il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di questo nuovo movimento sindacale.

Da questo punto di vista la lunga lotta della TEKEL, una delle aziende di tabacchi e alcolici di vecchia proprietà dello stato “regalata” da Erdoğan alla British American Tobacco, è emblematica. Il caso della TEKEL ha riscosso molta attenzione a livello internazionale21, non solo perché la tenacia dei lavoratori nel resistere per mesi ai processi di flessibilizzazione e al taglio dei salari ha fatto sì che si creassero le condizioni per una delle più grandi manifestazioni recenti in Turchia (ben 100.000 persone nelle strade di tutto il paese), ma perché la mobilitazione è stata fortemente spinta e organizzata dai lavoratori stessi, anche contro le burocrazie dei sindacati di sinistra, ovvero DISK e KESK. La stessa forma che si è data la lotta, quella della “Comune di Sakarya”, ovvero di un insieme di tende organizzate in un quartiere nel cuore di Ankara, è un momento di snodo per la storia dei movimenti turchi contemporanei.
Come scrive Sungur Savran, giornalista radicale di Istanbul, nel descrivere l’impatto di quella vicenda sui tanti visitatori, militanti socialisti e comunisti che si recavano lì per dare una mano, lavoratori che andavano a fraternizzare, “l’accampamento di Sakarya diventò presto una Mecca per tutti i movimenti di opposizione e creò un impeto per il risveglio della coscienza di classe in tutti quanti, nei lavoratori TEKEL e nei visitatori”. Come non legare questa vicenda, a cui parteciparono tanti compagni di Istanbul, a quella del Gezi Park? E come non pensare che nella protesta di Ankara, per certi aspetti anche più violenta di quella di Istanbul, non c’entri la memoria di questa lotta? Non si siano anzi mobilitati proprio questi nuclei di lavoratori?

Ma facciamo un altro esempio. Nel settembre 2006 ad Antalya a ribellarsi sono le lavoratrici della SUPRAMED, una fabbrica della multinazionale tedesca Prescription Medical Corp22: per quanto la lotta abbia riguardato numeri trascurabili (parliamo di 83 lavoratrici su 85) ha segnato un momento importante. Innanzitutto perché è stata condotta in prima persona da donne, che hanno avuto il coraggio di resistere per ben 448 giorni di sciopero, in secondo luogo perché alla fine è risultata vincente, riuscendo persino a strappare miglioramenti contrattuali, e in terzo luogo perché è riuscita a introdurre per la prima volta il sindacato nelle famigerate Zone Economiche Speciali aperte da Erdoğan (in questo senso quest’esperienza ha molti punti di contatto con quella dei lavoratori della Chung Electronics in Polonia)23.

Estremamente interessante sembra poi la lotta di un anno fa dei lavoratori della Turkish Airlines24. La compagnia aveva infatti deciso di licenziare ben 305 dipendenti, “colpevoli” di aver cercato di fermare con iniziative e proteste una proposta di legge governativa mirante a vietare gli scioperi nel trasporto aereo. Il 3 giugno 2012 la norma è stata comunque pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale mentre i lavoratori si sono ritrovati disoccupati. Ma anche per il suo forte impatto mediatico e sociale, la vertenza si è trasformata nel simbolo della nuova stagione del sindacalismo turco, tanto che a mediare è arrivato nientemeno che il Ministro del Lavoro di Erdoğan, che pure aveva approvato l’operato della Turkish Airlines.
Le dichiarazioni dei sindacalisti coinvolti sono estremamente interessanti per capire quello che sta succedendo nel paese negli ultimi anni, e ci forniscono la chiave per afferrare anche il senso delle ultime proteste: “La questione è semplice: se la Turchia sta crescendo, vogliamo la nostra parte di questa crescita”, spiega infatti il Presidente della Confederazione dei sindacati del settore pubblico Memur-Sen. “Il governo ha preferito stare dalla parte dei ricchi, cioè con il capitale”, gli ha fatto eco il leader della Confederazione dei sindacati del pubblico impiego KESK.

Insomma, basta consultare qualche rivista specializzata25 o fare una ricerca in rete, per scoprire che in Turchia non c’è mai stata pace sociale. D’altronde non è possibile, in un modo di produzione capitalistico, abolire la conflittualità di classe: prima o poi i problemi sono destinati a venire a galla. Certo, lo sviluppo di queste lotte incontra tante barriere, fra cui la repressione dei padroni e dello stato è solo una, e forse la più trascurabile.
Il proletariato turco sembra infatti risentire anche dell’impatto “classico” dei processi di globalizzazione su un paese periferico, e in particolare della creazione di quella linea di frattura (individuata da alcuni scritti di Robert Cox nel 1981 e di Andreas Bieler nel 2000) fra un lavoro orientato verso la produzione nazionale e un altro orientato verso la produzione internazionale26. Questi legami con capitali di diversa provenienza sembrano generare apparenti differenze di interessi all’interno della stessa classe, e quindi anche due approcci differenti: uno più corporativo, ed è il caso degli impiegati pubblici e degli addetti all’agricoltura, e uno più “solidale” e “internazionalista”, ed è il caso degli operai del tessile e delle automobili. Questo conflitto interno al proletariato consente alla borghesia nel suo complesso un più facile controllo della situazione, perché è un fattore di divisione costante fra i sindacati e persino fra segmenti diversi della forza lavoro, ad esempio fra quella legata all’economia formale e quella legata all’economia informale.
In tutto questo bisogna poi aggiungere che l’AKP approfitta di veri e propri sindacati “gialli”, ovvero filopadronali, per sviluppare meccanismi di partnership e di compensazione fra capitale e lavoro (immaginate a vantaggio di chi!).

D’altra parte è proprio questa compressione sui posti di lavoro che fa sì che le proteste, quando esplodono, siano poi molto accese. E quello che è accaduto a Istanbul nel 2009 in occasione della “visita” dell’FMI, o che sta avvenendo in questi giorni in tutte le città turche, dimostra che si può solo spostare il luogo della conflittualità: se la si disarticola sui posti di lavoro è per poi trovarsela spalmata nella metropoli, concentrata intorno alla difesa di un luogo che l’intelligenza di un movimento individua come centrale.

Per concludere, si vede bene che, in questo contesto di decennale sviluppo, ma di cruda disuguaglianza, problemi come quello della gentrificazione – che non ha tanto a che vedere con gli alberi del Gezi Park, ma riguarda i ben più materiali sfratti di proletari e minoranze dalla zona, oltre alla distruzione di una piazza ad alta valenza simbolica per i movimenti –, per quanto importanti, non ci aiutano a capire la globalità dell’avvenimento, il fatto che sia stato fatto proprio da tutta una fascia di esclusi dal trionfale progresso dell’economia capitalistica.
Insomma, non dobbiamo stupirci del perché tutto questo sia successo, semmai al contrario ci dovremmo chiedere perché non è successo prima… In ogni caso quello che è certo, e che ci dà speranza anche per la situazione italiana, è che quando intorno c’è del materiale infiammabile basta una scintilla perché tutto prenda fuoco.


4. La situazione attuale, le possibili evoluzioni e cosa è lecito sperare

Proviamo ora ad azzardare qualche riflessione sullo stato della mobilitazione turca, cercando di sottrarci alla cronaca che ci bombarda momento per momento e che ci invia segnali contraddittori. Tentiamo cioè di ragionare oltre il Gezi Park, sulle tendenze di medio e lungo periodo, che sono quelle che sono state messe in evidenza finora.

Nel breve periodo, Erdoğan ha ancora molte carte da giocare, e la repressione poliziesca forse non è nemmeno la principale. Innanzitutto il suo partito, per quanto abbia al suo interno una frazione più “dialogante” (in parte perché teme un’eccessiva gestione familistica degli affari, in parte perché vuole strumentalmente ricavarsi spazi di visibilità magari in vista di future operazioni elettorali), resta di gran lunga il più rappresentativo nella società turca. Inoltre, grazie anche alla mediazione dell’apparato islamico, può contare di un certo sostegno popolare, utile quando si tratta di far scendere in campo mazzieri e squadristi da gettare contro i manifestanti, per poi far intervenire in seconda battuta lo stato come garante dell’ordine (è una mossa classica, dall’Italia fascista alla Grecia di Alba Dorata, e che è stata sperimentata già in questi giorni). 
Ma soprattutto Erdoğan è stato per oltre dieci anni il garante degli interessi dell'imperialismo in Turchia, un interlocutore credibile non solo per il capitale europeo o statunitense, ma per tutti. Di fatto è stato il primo leader della turbolenta Turchia contemporanea che abbia stabilmente garantito condizioni di profittabilità, e di questo lui stesso ne è assolutamente consapevole, come ha dimostrato in tutti i suoi ultimi interventi. Difficile che venga “scaricato” dai suoi ricchi sostenitori o dagli investitori stranieri senza che prima si sia trovato un degno successore. Uno che possa fare quello che la borghesia nel suo insieme deve sempre fare: bastonare il proletariato, perché se alza la testa son problemi per tutti, non solo per i padroni turchi.

Questi i punti di forza di Erdoğan. Ma quelli dell’opposizione? Li abbiamo visti: la potenza di queste mobilitazioni è stata data proprio dalla saldatura fra un largo malessere sociale, ora si può capire perché così diffuso, con militanti della sinistra – pochi ma combattivi, formati nel corso delle lotte degli ultimi dieci anni – e con larghe fette di popolazione fedele agli ideali del kemalismo e preoccupata dal rafforzamento dell’islamismo (appunto perché storicamente in Turchia la questione del laicismo è una linea di frattura politica e forte, non solo ideologica, ma materiale).

In questo senso la presenza negli scontri degli ultras del Fenerbahce, del Besikitas e del Galatasaray, per restare alla sola Istanbul, è estremamente emblematica, perché questi ultras si situano proprio su quel crinale del lavoro/non-lavoro di ampie fette di proletariato metropolitano, hanno al loro interno attivisti politici e sindacali, e riescono a portare in piazza una certa consapevolezza tattica nello scontro con le forze dell’ordine. È qualcosa che abbiamo visto anche in Egitto e che, al di là della confusione politica iniziale (si pensi alla tifoseria “anarchica” del Carsi che brandisce bandiere di Ataturk), può in prospettiva essere estremamente produttiva. Anche perché, come l’Egitto, la Turchia è un paese giovane: la fascia più attiva della popolazione, quella fra i 18 e i 40 anni, è composta da ben 20 milioni di persone!

Ovviamente a patto che fallisca l’opzione di “recupero” del movimento da parte degli altri due partiti centrali nella vita turca: il centrosinistra laico del CHP e la destra dell’MHP. Come molti giovani, lavoratori e oppositori di Erdoğan sono scesi in piazza stufi della sua gestione della cosa pubblica, e vogliosi di rivendicare per loro spazi di decisione e parte di quella ricchezza ormai messa in circolo negli ultimi dieci anni, così questi due partiti che dietro hanno capitalisti esclusi dalla gestione di importanti appalti, cavalcano le proteste per cercare di rientrare in posizioni di potere27.
Il CHP per esempio sa che Erdoğan non è ben visto dai capitali europei, perché queste frazioni della borghesia internazionale temono la presenza di ingenti capitali “orientali” così vicino all'Europa, e non sono contente del fatto che il suo Governo abbia favorito nelle ultime privatizzazioni proprio i fondi provenienti dall’Est. D’altronde, se si leggono gli editoriali inglesi e tedeschi che hanno dato la linea a tutta l’Europa, si vede facilmente come le proteste non siano state viste male da certi gruppi del continente28. Il CHP lo sa, e per questo punta a un generale riequilibro dei poteri, constatando che nel suo complesso l'opposizione rappresenta comunque oltre il 40% del Parlamento, e che si potrebbe arrivare presto a nuove elezioni, che nell’immediato ridimensionerebbero il leader islamico. Se le proteste nelle piazze dovessero poi continuare, lo scenario per quest’opposizione sarebbe perfetto: si potrebbe puntare addirittura a una sorta di governo “tecnico” o di “unità nazionale” per superare la crisi e andare a rinegoziare gli interessi delle differenti frazioni borghesi.

Il rischio che la mobilitazione dei settori popolari venga recuperata da soggetti conservatori, che in sostanza propongono il classico “si stava meglio quando si stava peggio” è certamente esistente e non deve affatto sorprenderci: in fondo una protesta così scomposta ed eterogenea è facilmente manovrabile. In un contesto in cui le organizzazioni e le rappresentanze di classe sono così frammentate non può darsi a vedere alcun Proletariato in marcia verso la Rivoluzione… Anzi, com’è “ovvio” che sia, i lavoratori dipendenti, gli operai, gli abitanti dei distretti produttivi, alcuni gruppi tagliati fuori dallo sviluppo sono sì antagonisti al Governo, ma perché sperano innanzitutto che un qualsiasi cambiamento politico migliori anche le loro condizioni, li faccia partecipare della crescita economica, gli conceda una sorta di “ascensore sociale” che in questo momento per questi gruppi sembra non funzionare.
Il resto del “nostro” blocco sociale è poi formato dalle minoranze armene e curde che in questo momento hanno un’effettiva difficoltà a intervenire. Soprattutto i curdi sono impegnati con la complessa fase di transizione e di “soluzione democratica” di un conflitto secolare e, per quanto abbiano pure partecipato in massa alle proteste e persino lanciato qualche piccolo attacco in Kurdistan, sanno che se si gettassero nel conflitto con il loro peso militare non farebbero che rinforzare le tendenze nazionaliste e persino bloccare l’evolversi della protesta. D’altra parte i curdi, che in decenni di lotta hanno accumulato una certa esperienza dei “tempi” della rivolta e delle loro sconfitte, sanno che questo tipo di proteste possono dileguarsi anche velocemente, e pondereranno bene prima di intervenire negli “affari interni turchi” mettendo a rischio il loro percorso indipendentista.

Ma se l’analisi condotta nelle precedenti pagine è corretta, è difficile che Erdoğan se la possa cavare nel medio periodo solo con il manganello e le blande aperture di facciata. Le contraddizioni della società turca non saranno certo sciolte con qualche rimpasto di governo, e la situazione resta precaria, anche senza attendere che un calo degli investimenti esteri metta di nuovo in crisi l’economia, o che faccia risalire il debito pubblico e la disoccupazione. È proprio la situazione sociale a essere già ora tanto grave da meritare un altri tipo di approccio: e in questo senso è più probabile che se il Governo vuole vincere le prossime consultazioni, dovrà dividere il fronte della protesta concedendo qualcosa in termini salariali, alleviando qualche situazione di particolare disagio, mettendo in cantiere qualche misura popolare.

Qui ci fermiamo con le speculazioni, perché per poter prevedere cosa succederà, bisognerebbe quantomeno essere lì: sapere cosa si sta muovendo in ogni situazione lavorativa, se in questi giorni di protesta si sono create relazioni fra lavoratori, strutture informali di relazioni sindacali (come accaduto in Egitto proprio durante la sollevazione). Tutto questo non siamo riusciti a saperlo, forse nel marasma di questi giorni è anche difficile saperlo.  E ovviamente speriamo che questo diventi un terreno di ragionamento fra compagni, che su questo punto si possano raccogliere materiali e condividere dibattito.

Di certo però sappiamo quello che possiamo sperare per i compagni turchi. Che riescano a prendere il potere in questo contesto è davvero impossibile, dato l’assetto della controparte e il grado di frammentazione delle forze di classe (in questo senso basta vedere l’evoluzione della situazione nella Tunisia o nell’Egitto post-rivoluzionari, in cui l’elemento organizzativo è stato centrale). Ma possiamo sperare che spingano al massimo la mobilitazione per trovare quel punto di rottura politico che ne accrediti il ruolo presso larghi strati della popolazione. E possiamo anche sperare che questa rivolta sia il momento germinale di nuove forme di organizzazione di classe, o anche solo del rafforzamento (cioè aggregazione) e del coordinamento (cioè maggiore unità) di quelle già esistenti. Solo a queste condizioni ci potranno essere evoluzioni importanti nel medio periodo.


5. Cosa c’entra la Turchia con noi? Alcune conclusioni

Detto questo, è tempo di venire a noi. Non possiamo infatti limitarci a guardare le cose dall’esterno e metterci a tifare i compagni turchi perché tengano la piazza o facciano il “lavoro sporco” per noi. Esaltarci su social network per i sacrifici altrui non ci porterà lontano. Né ci porterà lontano la generosità dei presidi di solidarietà, che pur irrinunciabili, spesso si riducono a mera testimonianza. Bisogna invece essere pazienti e dirsi che la prima cosa che c’è da fare è imparare. Imparare, cioè mettersi a capire quale storia abbiamo in comune con il popolo turco, quali sono le possibili connessioni fra quello che vivono i turchi e quello che viviamo noi ogni giorno, e come trasferire qui Piazza Taksim. Solo a queste condizioni è possibile agire efficacemente, non deprimersi se la rivolta sarà schiacciata, e soprattutto evitare di abbandonarla quando “naturalmente” la Turchia scomparirà dai media.

Il primo punto è allora capire che la Turchia non è un paese distante o arretrato, ma che, al contrario, nella Turchia possiamo leggere la storia del nostro futuro.
Tutte le riforme che il paese ha implementato dal 2002 in poi sono quelle che prima Monti e poi Letta hanno realizzato o stanno provando a realizzare qui. Si è concretizzato quello che propongono da noi: in quest’ottica capire il caso turco, e vedere quanta miseria abbia prodotto, ci serve per mettere direttamente in discussione, e con più forza, le misure che il nostro Governo ci propone.

Volete un esempio? Pensiamo a come funzionano i licenziamenti in Turchia: un po’ di preavviso, un’indennità di qualche mensilità calcolata in base all’anzianità, e poi via. È esattamente quello di cui parlavano i nostri padroni quando spingevano per cancellare l’articolo 18, o quello di cui parlano le agenzie internazionali quando “suggeriscono” ai nostri governanti di “agevolare la flessibilità in uscita”!
E ancora, pensiamo al sistema di contrattazione fra imprese e lavoratori: non esiste in Turchia un vero e proprio sistema di contrattazione collettiva nazionale. La contrattazione avviene solo a livello aziendale e non a livello di settore. Questo vuol dire che i lavoratori sono più ricattabili perché sono di meno a trattare, che sono più divisi fra di loro perché si creano contratti e salari diversi azienda per azienda e quindi che non riescono a strappare accordi migliori. È esattamente quello a cui puntano da anni i padroni italiani, Marchionne in primis, quando cercano di spostare sul secondo livello, aziendale e territoriale, tutto il rapporto fra capitale e lavoro.  
Potremmo continuare, ma ci concediamo solo un’ultima analogia. In queste settimane avrete sentito parlare dell’accordo sulla rappresentanza, sottoscritto da Confindustria e da tutti i sindacati confederali, il cui scopo è quello di “blindare” l’accettazione degli accordi, limitando la loro discussione ai soli firmatari di contatto, e impedendo così che prendano spazio i sindacati di base o nuove forme di autorganizzazione dei lavoratori. Ora, indovinate cosa è successo un anno fa in Turchia? Il Parlamento ha cominciato a discutere una proposta di legge che concede il diritto di accedere al tavolo delle trattative solo ai sindacati che superano una soglia di rappresentanza del 3%, calcolata sul totale dei lavoratori di quel settore. Se a questo aggiungiamo che il Governo sta rivedendo al ribasso le statistiche sui lavoratori sindacalizzati, sembra che appena 20 delle 51 organizzazioni sindacali attuali potrebbero mantenere il proprio status negoziale. È esattamente quello che potrebbe succedere fra poco in Italia, visto che da noi la soglia è stata fissata anche più in alto, al 5%...

In secondo luogo, il caso turco ci serve per mettere in questione tutti gli assunti sia degli economisti di destra che di sinistra, sia di quelli che chiedono più crescita, sia di quelli che vogliono l’austerity.
E persino di essere critici con alcune formulazioni della sinistra, anche radicale e di movimento, italiana. La Turchia infatti ci dimostra che non ha alcun senso l’opposizione fra crescita e austerity, se non si spiega preliminarmente “crescita per chi e come”. Infatti la Turchia ha avuto sia la crescita che l’austerity, lì si è realizzato quello che oggi chiede il Presidente di Confindustria Squinzi quando, sembrando intercettare il desiderio dei giovani e di larghe fette di popolazione, afferma che ci serve più “lavoro”… non dicendo però (o dicendo in altre sedi) a che prezzo, con che contratti, con che salari. Squinzi è criminalmente seguito dalla CGIL e dagli altri sindacati confederali, e stupidamente anche da alcuni compagni che parlano di “rilanciare l’economia del paese”, senza manco accennare che in un modo di produzione capitalista la crescita è sempre crescita dello sfruttamento, e che non esiste nessun “paese” in comune fra “noi”, che attraverso il lavoro e la fatica produciamo la ricchezza, e “loro”, che se ne appropriano e pensano solo ai profitti.

In terzo luogo, il caso turco ci permette di capire come funziona un’economia globalizzata e quali sono i legami materiali e niente affatto retorici fra i lavoratori di tutto il mondo. Facciamo un esempio, pescandolo proprio dalla cronaca di questi giorni. A Fabriano e a Teverola, in provincia di Caserta, la storica fabbrica INDESIT vuole chiudere, licenziare gli operai e trasferire la produzione… sapete dove? O in Polonia o in Turchia. E sapete perché? Perché in entrambi i paesi ci sono queste maledette Zone Economiche Speciali, in cui il livello dello sfruttamento del lavoro è vertiginoso. D’altronde, finché il capitale si può spostare dove la sua valorizzazione è più redditizia (e gran parte della sua valorizzazione dipende dal costo del lavoro vivo!), perché non dovrebbe farlo?29 L’unica cosa che può impedirlo è che i disordini in Turchia continuino, e i padroni dell’INDESIT debbano rifarsi i calcoli e mantenere la produzione in Italia! E questo ci porta a una conclusione finale.

Le proteste turche, a ennesima dimostrazione che non siamo di fronte alle convulsioni di un paese povero e in crisi, hanno assunto una forma molto simile a quelle che si verificano nei paesi a capitalismo avanzato. Una forma spontanea, mista, molto lontana dalle grandi mobilitazioni pianificate e organizzate di venti anni fa. Se i compagni che vi sono dentro riusciranno a evitare il doppio rischio della sconfitta per mano di Erdoğan e del recupero per mano del CHP, e riusciranno a costruire un fronte progressista, che si radichi nei gangli della vita sociale, avranno segnato un punto importantissimo anche per noi.

In altri termini, se questa rivolta dovesse avere, com’è stato in Tunisia e in Egitto, una ricaduta sui posti di lavoro, se gli operai riusciranno a strappare ad esempio salari più alti e migliori diritti, allora i capitali avranno più difficoltà a spostarsi, più difficoltà a delocalizzare le fabbriche e dunque ad avviare processi di competizione al ribasso fra gli operai europei. È lo stesso motivo per cui ai lavoratori turchi “conviene” che noi continuiamo a lottare per tenere i salari italiani più alti dei loro, perché così possono chiedere di più…   

In questo senso si può ben dire che la lotta dei turchi è la nostra lotta, e la nostra lotta è la lotta dei turchi.
E possiamo affermare lo stesso per quello che accade in Polonia, in Egitto o in Cina: noi ci avvantaggiamo di tutto quello che succede di buono ai proletari di tutti i paesi. Non è un caso che gli eventi turchi sono stati capiti e sostenuti proprio in quei paesi che hanno conosciuto forti mobilitazioni rivoluzionarie – pensiamo ai comunicati di solidarietà con la rivolta turca che hanno lanciato i sindacati indipendenti egiziani30. Ogni avanzamento del proletariato, in qualsiasi parte del mondo avvenga, è direttamente un rallentamento dell'attacco che arriva a noi, perché la leva della competizione e della concorrenza fra forza-lavoro, che è il primo strumento del capitale per dominarci, viene disarticolata.
E questo dimostra nei fatti il valore, ancora più necessario oggi, dell'internazionalismo.

14. Cfr. il report dell’OCSE, Growing risk of inequality and poverty as crisis hits the poor hardest, del 15 maggio 2013 http://www.oecd.org/social/growing-risk-of-inequality-and-poverty-as-crisis-hits-the-poor-hardest-says-oecd.htm

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I referendum per l'acqua pubblica compiono 2 anni, i comitati chiedono il rispetto della democrazia referendaria in Toscana

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Il 12 e 13 Giugno 2011, dopo molti anni, i referendum hanno di nuovo raggiunto il quorum e sono tornati ad essere lo strumento di democrazia diretta che la Costituzione garantisce. La maggioranza assoluta delle italiane e degli italiani si è espresso a favore della fuoriuscita dell'acqua e dei servizi pubblici locali da una logica di mercato e di profitto.

Le iniziative messe in campo in questi due anni per l'attuazione dei referendum, a partire dalla Campagna di Obbedienza Civile, passando per le manifestazioni nazionali del 26 novembre 2011, quella del 2 giugno e del 15 dicembre 2012, per finire ai diversi percorsi di ripubblicizzazione aperti nei territori, oltre al fatto che la lotta per l'acqua si è sempre più intrecciata con le altre vertenze per la difesa dei beni comuni e contro le speculazioni, dimostrano la persistenza del movimento dell'acqua e le ragioni profonde che hanno portato alla vittoria refendaria del 2011. Il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua da sempre sostiene che il rispetto dell'esito referendario non può essere in nessun caso considerata mero adempimento tecnico, bensì elemento sostanziale di rispetto del voto democratico della maggioranza assoluta del popolo italiano.

Su questa base in occasione del 2° anniversario dei referendum, oltre a mettere in campo diverse iniziative diffuse sui territori, abbiamo deciso di sollecitare i parlamentari affinchè s'impegnino in un'iniziativa politica per costruire un “intergruppo dei parlamentari per l'acqua bene comune” che si ponga l'obiettivo di intraprendere un percorso legislativo per giungere ad una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato e a garantire il diritto all'acqua. In merito il primo atto che dovrà intraprendere tale intergruppo è la sottoscrizione e il deposito del testo della proposta di legge d'iniziativa popolare promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

La costituzione dell'intergruppo dei parlamentari per l'acqua bene comune avverrà il 12 giugno a partire dalle ore 11.00 con un'assemblea pubblica in Piazza Montecitorio promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua la quale si pone l'obiettivo di dare un segnale forte affinchè si dia seguito al mandato ricevuto dalle elettrici e dagli elettori a due anni dai referendum.

L'invito a tutte e tutti è quello di partecipare alle iniziative in programma in occasione del 2° anniversario dei referendum e alle attività dei comitati territoriali, perchè oggi ancor più di ieri, si scrive acqua e si legge democrazia!

Per approfondimenti clicca qui

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Le iniziative in programma

Abruzzo

Lanciano (CH) - Giovedì 13, ore 11. Presidio di protesta contro i distacchi "autoritari” operati dalla SASI. Lanciano, di fronte alla sede della SASI. Leggi tutto...

Calabria

Lamezia Terme - Domenica 16 giugno, ore 19.00. Evento-mostra ARTI PER L’ACQUA, per festeggiare il secondo compleanno dei referendum e la chiusura della campagna di raccolta firme per la proposta di legge regionale. L.S.O.A. Ex Palestra di vico Belvedere II. Leggi tutto...

Campania

Caserta - Il Comitato acqua bene comune chiama la cittadinanza ad esprimere simbolicamente un altro sonoro “no” ad ogni manovra antireferendaria e a festeggiare il compleanno del referendum del 2011 al Monumento ai Caduti di Caserta ore 19.30 del 13 giugno, con una foto ricordo di gruppo che celebri l'anniversario di quella vittoria. Leggi tutto ...

Salerno - Giovedi' 13 giugno assemblea pubblica in piazza G. C. Gloriosi - Torrione. Leggi tutto...

Sarno (Na) - Domenica 16 giugno pedalata per richiamare l'attenzione sul problema ACQUA, sul referendum disatteso fin ora.

S.Giorgio a Cremano (NA) - Sabato 15 giugno, dalle 10.00 alle 20.00. Gazebo informativo “Che fine hanno fatto i 27 milioni di voti degli elettori?”. Piazza Troisi. Leggi tutto...

Emilia Romagna

Ferrara (leggi tutto...):

Venerdì 7 giugno, ore 16. Partecipazione al dibattito “Fai valere i tuoi diritti: insieme si vince” Nell'ambito di Altroconsumo Festival 2013. Sala dei Comuni in Castello Estense

Sabato 8 giugno, dalle dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 18. Banchetto informativo in occasione degli incontri “Acqua del rubinetto: per saperne di più” nell'ambito di Altroconsumo Festival 2013. Piazza Municipale

Modena – Giovedì 13 giugno, ore 18.30. Biciclettata per il rispetto del risultato referendario e per la campagna di Obbedienza Civile. Partenza presso la Polisportiva Modena Est, viale Indipendenza 25; arrivo ore 20.00 al Condominio Itaca, via Faenza 51. Leggi tutto...

Piacenza – Sabato 15 giugno, ore 10:30. Concentramento in P.zza Sant'Antonino e corteo per le vie del centro con mega-torta di compleanno; ore 11:30, arrivo a P.zza Cavalli e consegna della torta. Leggi tutto...

Lazio

Latina - Giovedì 13 giugno iniziativa pubblica presso Piazza del Popolo a partire dalle ore 10.00. Leggi tutto ...

Roma – Mercoledì 12 giugno

ore 11.00. Assemblea pubblica di costituzione dell'inter-gruppo parlamentare per l'acqua. Piazza Montecitorio

ore 18.00. Iniziativa pubblica “ Fuori i privati dall'acqua, verso la ripubblicizzazione”. Piazza S. Cosimato. Leggi tutto...

- Giovedì 13, ore 21. Anteprima romana del film "Lucciole per Lanterne", regia di Stefano e Mario Martone con la campagna Patagonia Senza Dighe/StopENEL. Nuovo Cinema Aquila, Via l'Aquila 68.

- Venerdi’ 14 giugno, ore 18.30. Assemblea pubblica “Riprendiamoci l’acqua e…la cassa” C/o il Centro di Cultura Popolare Via Capraia 81. Leggi tutto...

Liguria

Genova - Martedì 11 giugno, ore 14.30. Presidio in Consiglio Comunale. Leggi tutto...

La Spezia - Giovedì 13 giugno in piazza del Bastione, dalle 15.00 alle 20.00, per l'anniversario del referendum, il Comitato spezzino ha organizzato un pomeriggio di  informazione, dibattiti, giochi.

Lombardia

Cremona – Mercoledì 12 giugno, ore 19.00-23.30. Iniziativa pubblica “I referendum per l'acqua pubblica compiono 2 anni, i comitati tornano in piazza”. Piazza Roma. Leggi tutto...

Sondrio – Mercoledì 12 giugno serata con le proiezioni di Don Gallo in occasione delle sue visite a Sondrio per la campagna referendaria.

Mantova – Giovedì 13 giugno. Convegno “RISORSA ACQUA: QUALE GESTIONE, QUALI TARIFFE”. Scarica il programma

Milano – Giovedì 13 giugno, dalle 18.00 alle 20.30. Presso Largo Cairoli presidio sulla vertenza regionale per la nuova legge sul governo idrico nella Regione Lombardia. Scarica il volantino

Piemonte

Cuneo - Mercoledì 12 giugno. Manifestazioni, presidi, volantinaggi in tutta la Provincia. Leggi gli appuntamenti

Torino – Mercoledì 12 giugno, ore 20,30. Iniziativa pubblica “FUORI L’ACQUA DAL MERCATO - A due anni dal Referendum sull’acqua, facciamo il punto”. Società Operaia di Mutuo Soccorso Edmondo De Amicis – Corso Casale 134. Leggi tutto...

Vercelli – Sabato 8 giugno, dalle ore 9.30 alle ore 17.00. Compleanno dei Referendum, con una merenda in Piazza, volantinaggio e quant'altro. Piazza Cavour

Sicilia

Palermo - Giovedì 13 giugno diamo appuntamento a tutti i promotori dei comitati referendari, alle associazioni, ai comitati, e sopratutto alle cittadine ed ai cittadini, a Piazza Pretoria alle ore 17.30 per un flash-mob intorno alla Fontana pubblica più bella della nostra città che in quel giorno sarà simbolo della riappropriazione dell'Acqua e dei Beni Comuni. Leggi tutto ...

Toscana

Cecina - Martedì 11 giugno, ore 21.00. Assemblea pubblica “A due anni dal referendum: che acqua beviamo? quanto ci costa? quali prospettive? C/o biblioteca comunale, via corsini 7. Leggi tutto...

Torricola (PI) - Sabato 15 e domenica 16 giugno. Banchetto con volantinaggio e raccolta firme ICE presso la 2a Festa dell'Economia Solidale della Valdera

Prato – Venerdì 7 giugno, ore 12.30. Conferenza Stampa - A due anni dal referendum. Piazza Mercatale 149.

Forum Toscano dei movimenti per l'acqua

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'Per sempre uno di noi!': migliaia in piazza a Parigi per ricordare Clement

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Cresce la mobilitazione antifascista a Parigi dopo l'aggressione di ieri sera da parte di alcuni naziskin che ha portato alla morte di Clement, studente diciannovenne e giovane militante antifascista ridotto in fin di vita dai colpi ricevuti alla testa e morto oggi pomeriggio in ospedale dopo alcune ore di coma cerebrale.

Questa mattina centinaia di studenti e studentesse universitari si sono radunati di fronte alla facoltà di Scienze Politiche, la stessa frequentata da Clement, e hanno ricordato il suo impegno nella lotta antifascista intonando canti partigiani.

Nel pomeriggio erano invece due gli appuntamenti lanciati per denunciare la vile aggressione e ribadire l'antifascismo parigino: alle 16.30 circa 2500 persone, tra cui un centinaio di militanti di Action Antifasciste (molti dei quali compagni di lotta di Clement) si sono radunati nei pressi della stazione Saint Lazare (il luogo dell'omicidio) e hanno esposto uno striscione con scritto 'Clement, 5-06-2013: à jamais l'un des notres' ('Per sempre uno di noi') per poi muoversi in corteo verso il luogo dell'aggressione proprio mentre dall'ospedale arrivava la notizia della morte definitiva del giovane militante.

Dopo una breve e silenziosa cerimonia carica di rabbia il corteo si è poi diretto al secondo appuntamento lanciato per il pomeriggio da tutte le realtà antifasciste di cittadine, previsto per le 18.30 in piazza Saint-Michel, scandendo ripetutamente il grido 'Clement, Clement, antifa!'.

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In breve la piazza si è riempita di migliaia di persone, militanti, amici di Clement, cittadini sgomenti dalla violenza e dall'odio fascista palesatosi ieri in tutta la sua brutalità; sul posto era stato allestito un palco da cui si sono susseguiti tantissimi interventi, da quelli che ricordavano Clement come un amico o un compagno di scuola a quelli dei suoi compagni militanti. Anche il candidato sindaco per il Partito Socialista, Anne Hidalgo, ha tentato una presa di parola ma ha cambiato idea di fronte alla contestazione levatasi dalla folla che gridava al suo partito di restare fuori dalla manifestazione.

Nel frattempo erano moltissimi i presidi convocati in altre città della Francia per ricordare Clement, da Lion, a Lille, a Marsiglia, a Tolosa.

Successivamente, dalla place St Michel circa un migliaio di antifascist* hanno spontaneamente proseguito il corteo verso il sud della città;  defilandosi tra le viuzze della città, l'hanno attraversata completamente per raggiungere un locale nel 13° arrondissement ove gli assassini di Clément avevano l'abitudine di ritrovarsi.
Il locale era barricato e naturalmente vuoto ma gli antifascisti lo hanno comunque  attaccato  prima di una breve carica della polizia.

Nel tardo pomeriggio, mentre piazza Saint-Michel non accennava a svuotarsi della rabbia per quanto accaduto, il ministero degli Interni ha dato notizia di aver fermato uno dei presunti aggressori di Clement assieme agli altri 6 fermati nel corso della giornata, tutti riconducibili ai gruppuscoli di estrema destra JNR (i Giovani Nazionalisti Rivoluzionari) e Terza Via.

Intorno alle 20 un compagno di Clement ha preso parola dal palco ringraziando la piazza per la grande partecipazione e la risposta immediata, invitando tutti i partecipanti e quanti condividono la necessità di difendere i valori antifascisti ogni giorno a non abbassare la guardia in vista dei nuovi appuntamenti che saranno lanciati nei prossimi giorni.

tratto da http://www.infoaut.org

6 giugno 2013

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25 aprile 1943: Quando all'Ardenza si giocò per lo scudetto

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25 aprile 1943: a quattro minuti dalla fine del campionato sfuma il sogno tricolore per il Livorno più forte della storia. Una squadra su cui nessuno avrebbe scommesso una lira tenne testa al Grande Torino fino all'ultima giornata. Poi il calcio si sarebbe fermato, travolto dalla tragedia della guerra.

Finale a sorpresa

Torino-Livorno_1942Domenica 25 aprile 1943, 30a e ultima giornata del campionato di serie A: si gioca all'Ardenza Livorno-Milano (cioè il Milan “italianizzato” dal regime) e non è una partita qualsiasi, è la partita più importante della storia del Livorno. Perché a novanta minuti dalla fine del torneo sono due le squadre ancora in lotta per lo scudetto: il Torino, primo a quota 42, atteso sul campo di un Bari alla ricerca di punti-salvezza, e il Livorno, appena un gradino sotto, che vincendo sperava di poterlo agganciare o superare.

Un epilogo del tutto imprevisto alla vigilia del torneo. Perché se lo squadrone granata, quel “Grande Torino”che sarebbe entrato nella leggenda, era considerato tra le favorite, il Livorno era dato quasi per spacciato da tutta la stampa sportiva, anche perché l'anno precedente si era salvato solo all'ultima giornata vincendo a San Siro contro i compiacenti rossoneri allenati dall'ex Magnozzi.

Soldi come al solito ce n'erano pochi, e in estate l'unico giocatore proveniente da una squadra di A era stato l'attaccante Degano, dalla Fiorentina. Poi tanti giovani o gente pescata nelle categorie inferiori.

L'allenatore era Ivo Fiorentini, che l'Inter dopo una pessima stagione non aveva confermato. Neanche le amichevoli estive e la Coppa Italia avevano suscitato grande ottimismo, e l'unico obiettivo realistico sembrava quello di evitare la B.

L'inizio del campionato...

Il 4 ottobre 1942 per la prima di campionato all'Ardenza scese il Venezia: dopo una ventina di minuti il Livorno rimase in dieci per l'infortunio del mediano Traversa (all'epoca non c'erano sostituzioni) e i neroverdi segnarono il gol dell'1-0. La squadra amaranto fu costretta ad alcuni cambi di ruolo obbligati, ma proprio grazie a questi il Livorno fece il salto di qualità.

Alla fine fu vittoria: 2-1, ma la settimana successiva la trasferta contro il Torino sembrava la classica partita chiusa in partenza.

Il Livorno schierò Assirelli, Del Bianco, Lovagnini, Tori, Capaccioli, Zidarich, Piana, Stua, Raccis, Miniati Degano. A fine primo tempo i granata passarono in vantaggio, ma anche stavolta gli amaranto capovolsero il risultato nella ripresa (gol di Zidarich e Degano) ed espugnarono il Filadelfia dopo un anno e mezzo di imbattibilità.

Fu allora che la stampa cominciò ad accorgersi del Livorno, ma si era solo all'inizio...

Trasferte sotto le bombe

Alla terza giornata c'era la trasferta di Bergamo e il primo obiettivo era riuscire ad arrivarci. L'Italia era martoriata dai bombardamenti, e per non rischiare gli amaranto partirono il giorno prima, in treno, in una carrozza di terza classe. Dovevano cambiare a Genova e a Milano e l'arrivo era previsto alle due di notte.

A Genova ci fu il primo allarme, e il treno si fermò due ore in una galleria. Poi un'altra sosta a Pavia: impossibile proseguire, Milano era sotto le bombe. Ci arrivarono alle sei di mattina, trovando la stazione in fiamme e  i treni distrutti. Ripartirono su un carro bestiame e arrivarono a Bergamo alle dieci. Dopo un breve riposo, andarono allo stadio in tram.

L'Atalanta fu battuta 2-0 e nel viaggio di ritorno si addormentarono tutti come sassi.

Le vittorie iniziali consecutive furono sei: record che verrà battuto solo nel 1976-'77 dalla Juventus di Causio, Tardelli e Bettega.

Livorno e Torino cambiano schema

Alla settima giornata il primo punto perso, in casa contro il Bari, ma dopo la vittoria con l'Ambrosiana (Inter) all'ottava, il Torino era cinque punti sotto.
Tra la decima e l'undicesima due sconfitte consecutive, la prima in casa contro la Juve (0-3) e poi a Marassi (Genoa-Livorno 5-2). Il Livorno tornò alla vittoria contro la Roma, ma il successivo 4-3 subito a Firenze indusse il mister a cambiare modulo e portiere. Lo stesso fece il Torino, che esonerò l'allenatore.

Entrambe le squadre passarono dal “metodo” al “sistema”, e dal punto di vista tattico fu questa la novità di quel campionato. Il metodo (una specie di 2-3-2-3, detto anche WW) veniva considerato più adatto alle caratteristiche dei giocatori italiani, e aveva portato due titoli mondiali, ma alla fine si impose il sistema (o WM, antenato dell'attuale 3-4-3).

Il girone d'andata terminò con Livorno e Torino appaiati in testa a quota 21.

Lo scontro diretto all'Ardenza e il “sorpasso”.

Il 24 gennaio 1943 era in programma lo scontro diretto all'Ardenza, attesissimo: più di 22mila paganti, 30mila spettatori complessivi stipati sulle gradinate, record nazionale d'incasso. Nonostante la guerra, arrivarono sportivi da mezza Italia. Le cronache parlano di un arbitraggio scandaloso, con un gol annullato e un rigore negato, e lo 0-0 di partenza non si sbloccò.

Le successive due partite (Atalanta e Liguria) portarono solo un punto e il Livorno venne raggiunto in vetta dall'Ambrosiana, poi sconfitta all'Ardenza il 7 marzo per 4-2.

Quella sera gli amaranto erano di nuovo primi con quattro punti di vantaggio, ma a tre giornate dalla fine, dopo la sconfitta di Roma con i giallorossi, il Torino superò gli amaranto di un punto.

Il Livorno vinse con Fiorentina e Vicenza, i granata batterono Lazio e Bologna, e si arrivò così all'ultima giornata, in programma il 25 aprile.

La sfida decisiva a distanza

Il Livorno quel giorno si schierò con Silingardi, Del Bianco, Soldani, Zidarich, Traversa, Tori, Piana, Stua Raccis, Miniati, Capaccioli. Non ci fu partita e il Milan fu battuto 3-1.

La partita di Bari, frattanto, era ancora in corso (guarda caso era iniziata con qualche minuto di ritardo). La radio dava ancora lo zero a zero, e con questo risultato ci sarebbe stato lo spareggio. Gli amaranto fecero il giro di campo per salutare il pubblico, ma mentre stavano rientrando negli spogliatoi arrivò la mazzata: a quattro minuti dalla fine, in mischia, Valentino Mazzola aveva segnato il gol della vittoria. Il Torino aveva vinto così il suo secondo scudetto, niente spareggio. “Ce li saremmo mangiati vivi” diceva sempre Stua.

La tragedia della guerra e quella del Grande Torino

Un piccolo dramma sportivo, che fu seguito però da ben altre tragedie. Dopo poco più di un mese, il 28 maggio, la città venne distrutta da un terribile bombardamento aereo che provocò circa 500 morti e 600 feriti, poi fu attaccata ancora il 28 giugno. Dopo l'occupazione nazista, la Liberazione, il 19 luglio 1944.

Il calcio intanto si era fermato, per riprendere nel 1945-'46. Il Torino vinse quattro scudetti consecutivi, ma il 4 maggio 1949 la tragedia di Superga annientò quello squadrone invincibile. Al termine di quello stesso campionato del 1949 il Livorno retrocesse in serie B: sarebbe tornato nella massima divisione solo dopo 55 anni.

Le notizie e le foto sul campionato del Livorno 1942-'43 sono tratte dai libri “La favola amaranto”, di Marco Ceccarini e Franco Chiarello, “Storia del Calcio a Livorno (1904-1984)”, di Elisabetta De Paz, Franco Chiarello e Ugo Canessa, e “Il Gioco del Calcio a Livorno dalle origini al dopoguerra”, a cura di Luciano De Majo.

Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.82 (aprile-maggio 2013)

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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Giugno 2013 19:22

Dino Frisullo. 10 anni dopo lotta ancora insieme a noi

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"D'ora in avanti in ogni sguardo sperduto e impaurito di immigrati o profughi che incontrero' so che vedrò Dino, il mio sorriso a loro sarà anche per lui."(Luisa Morgantini). "Ha percorso strade difficili, molto spesso lasciato solo, forse perché chiedeva troppo a sé e agli altri. Forse perché il suo amore per la giustizia era assoluto, impaziente dei tempi, impaziente e indignato." (i suoi amici)

Dino Frisullo

Sono passati già 10 anni, ma è ancora vivo il ricordo del momento in cui arrivò la notizia. Come canta Guccini, riferendosi ad un altro grande militante dell'umanità oppressa, "ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto" perché "era morta una nostra speranza". 10 anni, ma sembran passati secoli. La sinistra italiana attraversa la crisi più profonda di sempre, il movimento pacifista (che dieci anni fu definito la seconda superpotenza mondiale) appare rifluito e oggi non sembra essere più protagonista della scena sociale e politica. E ci mancano militanti come Dino, capaci di percorrere prima degli altri sentieri inesplorati e illuminando come lampade il percorso collettivo. Sentieri dove Dino incontrava uomini e donne assetati di libertà, di giustizia, di uguaglianza come lui. Uomini e donne in cerca dell'umanità perduta. Migranti, senza patria, kurdi, palestinesi, gli ultimi e gli emarginati del mondo erano i suoi fratelli e le sue sorelle, erano la sua Patria. In tempi in cui a sinistra si è stati capaci di scrivere pagine nere e nauseanti fatte di proclami a vuoto, carrierismo, abiure, tradimenti, Dino si è caricato sulle spalle la Storia più nobile dei comunisti, dei libertari autentici, dei pacifisti, degli anarchici e delle lotte più vere. Don Lorenzo Milani disse che il mondo si divideva in "diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro" e che "Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri". Dino non si è accontentato di proclamare questa frase, di declamare slogan come molti mandarini da salotto. Dino ne ha fatto la sua vita, scrivendo versi vibranti e appassionati con la poesia di tutto se stesso. In anni in cui molti a malapena si accorgevano dell'esistenza anche in Italia dei migranti, non si accontentò di una pelosa carità o di assistenzialismo buonista. No, lui lavorò, operò, militò, si organizzò con i migranti, insieme a loro, li fece essi stessi protagonisti del proprio destino, della lotta per i propri diritti. L'esistenza di Dino fu una folle corsa mozzafiato sulle strade della Vita, senza mai fermarsi fin quando anche un solo migrante aveva bisogno di sostegno e di battersi per i propri diritti. Ed era da loro conosciuto. E loro lo riconoscevano come un loro compagno, come uno di loro. Nei luoghi impervi del Kurdistan, in città e strade che l'Italia non sa neanche che esistono, Dino era stato, era conosciuto ed era amato. Giunsero nei porti italiani due carrette del mare, stracariche di migranti. Sui fianchi della nave, storpiato, c'era un nome: era il suo. Conoscevano solo lui, e issarono il suo nome come vessillo di umanità, forse convinti che sarebbe bastato il nome di Dino per trovare in Italia accoglienza e umana solidarietà. Come ben sappiamo non fu così. Perché in Italia li accolsero i Cpt (oggi CIE), rimpatri, botte, violazioni dei diritti umani (oggi i migranti, le ingiustizie che subiscono, la disumanità dei Centri ideati da Turco e Napolitano e poi "perfezionati" da Bossi e Fini, sembrano spariti dall'agenda politica. Ci tornino, il prima possibile, non si perda tempo!!). Dieci anni fa al suo funerale Eugenio Melandri (che con Dino fondò l'Associazione Senzaconfine) in poche parole gli fece il più vero degli omaggi: "Non aveva neanche una vera giacca. Era disinteressato, sempre pronto a difendere qualcuno". E' il riassunto di decenni di vita e militanza. Il dedicare tutto se stessi, giorno e notte, in un'immersione totale, senza mai fermarsi, senza una sosta, senza mai essere domo. Mettendo sempre la propria personale esistenza dopo e al servizio della causa comune. Non c'era appuntamento o esigenza personale più importante, fosse stato anche alle 3 di notte (quando, in realtà, era più facile trovarlo a lavorare al computer piuttosto che a dare alle provate membra il sacrosanto riposo), si correva immediatamente. Ma Dino non era un robot, un freddo e sistematico automa della militanza. Dino vibrava dell'umanità più autentica, era capace di una com-passione vera di un cuore straordinario e generoso. Ed era capace di portare poesia. Si, scriveva poesie. Erano versi che probabilmente nessuno accosterebbe ad un Leopardi o ad un Dante. Ma per noi, piccoli militanti nei bassifondi della Storia, erano più belle, ci trasmettevano molto di più. Con le sue poesie, così come le sue denunce e i suoi precisissimi articoli abbiamo imparato a conoscere gli Alì che vengono dal mare, e da Zako sognano l'Europa,  le bellissime Leyla "dagli occhi più profondi del mare", siamo approdati al porto di Patrasso dove giungono coloro che cercano un avvenire più fortunato e trovano solo "divise verdeoliva". Mille Alì sognano ancora l'Europa, innumerevoli Leyla vivono ancora nel Kurdistan in attesa del giorno in cui avranno una patria e saranno liberi, tante, troppe "divise verdeoliva" occupano la propria giornata nel cancellare sogni, nel reprimere umanità, nel mostrare a chi giunge nelle tante Patrasso di tutta Europa il volto più feroce del "Premio Nobel per la Pace".

La vita terrena di Damiano Frisullo ha concluso il suo cammino 10 anni fa mentre, inchiodato ad un letto d'ospedale, si dannava l'anima perché non poteva essere in prima linea, contro la guerra in Iraq o per battersi affianco ai suoi compagni migranti. Ma il suo cuore batte ancora. Batte sui sentieri polverosi kurdi, batte davanti alle sbarre dei lager per migranti, batte nelle piazze turche di questi giorni. Perché non ce lo diranno mai nei salotti dei talk-show o nel telegiornale di prima serata, ma in piazza Taksim c'è un pezzo d'Italia. Su quella piazza, nella Turchia che alza la testa, c'è l'omaggio più vero e autentico a Dino Frisullo. In quella piazza Dino c'è, batte e vive. Non è retorica vuota, è realtà, è poesia dei fatti. In ogni volto di kurdo che continua a lottare per l'affermazione della propria esistenza, in ogni migrante che giunge sulle nostre coste e viene rinchiuso nei CIE, potremo scorgere gli occhi malinconici e appassionati di Dino Frisullo, nei loro passi i suoi. Le spoglie mortali di Dino Frisullo riposano in un cimitero, le sue poesie, i suoi scritti, le sue appassionate parole sono rimaste con noi. Scolpite nei cuori e nell'animo. Dino Frisullo continua a camminare, tocca a noi donargli gambe e braccia, mente e cuore. E quando il peso della militanza ci sembrerà eccessivo, quando costruiremo percorsi di Pace e di giustizia e sentiremo di perdere noi stessi, quando il nostro cuore si smarrirà, che lo scalatore "mite e ostinato" possa venirci in soccorso. E aiutarci, fin quando sarà possibile, a ripartire, ad asciugare le lacrime e ritrovare i colori dove vedremo solo grigiore e tristezza...

5 giugno 2013 - Alessio Di Florio

tratto da http://www.peacelink.it

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