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PER NON DIMENTICARE

Ardita, calcio da paura

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Neofascismo. «Calcio sociale» e partecipazione. Così gli «hammers» del quartiere San Paolo rompono l’egemonia dall’estrema destra. Ecco cosa si nasconde dietro l’assalto neofascista di domenica ai tifosi della squadra romana

Angelo Mastrandrea - tratto da Il Manifesto

I colori, gial­lo­neri, non lasciano tra­spa­rire una par­ti­co­lare colo­ri­tura ideo­lo­gica. I due mar­telli incro­ciati nel sim­bolo riman­dano agli «ham­mers» più noti della sto­ria del cal­cio, quelli dei can­tieri navali lon­di­nesi dive­nuti mar­chio di fab­brica della “foot­ball aca­demy” del West Ham, squa­dra ope­raia per eccel­lenza, e alla sot­to­cul­tura pro­le­ta­ria degli skins (rossi, anti­fa­sci­sti) dell’East End lon­di­nese. Ultras così appas­sio­nati e orga­niz­zati (gli «arditi») non si sono mai visti su un cam­petto di terza cate­go­ria, ultimo gra­dino della cate­go­ria dilet­tanti, oltre il quale ci sono solo le par­tite tra sca­poli e ammo­gliati. Ban­diere, fumo­geni, slo­gan e stri­scioni, per­fino una linea di t-shirt e sciarpe per sot­to­li­neare più di una sem­plice appar­tenza: chi pre­fe­ri­sce l’Ardita San Paolo alle più bla­so­nate Roma e Lazio, e per­sino all’emergente Lupa Roma, lo fa per­ché quella squa­dra è anche un po’ sua.

È per quest’ultimo motivo in par­ti­co­lare, sosten­gono i soci-tifosi dell’ultima squa­dra della capi­tale, ger­mo­gliata nel qua­drante sud della città, tra i quar­tieri di San Paolo, Gar­ba­tella e Ostiense, che qual­cuno ha deciso, dome­nica scorsa, di dare loro una lezione. Una ven­tina di sup­por­ters erano andati in tra­sferta, a Magliano Romano, 1.500 abi­tanti a nord del capo­luogo, per seguire come sem­pre la loro squa­dra. Verso la mez­zora del primo tempo, il raid, pre­me­di­tato, ful­mi­neo, orga­niz­zato nei minimi det­ta­gli. «Sono arri­vati con una decina di mac­chine, armati di spran­ghe e manici di pic­cone, con il volto coperto, sono scesi e hanno comin­ciato a pic­chiare», rac­conta chi c’era. L’azione è stata ful­mi­nea, diretta ai tifosi e non ai gio­ca­tori, che non sono stati toc­cati dalla furia squa­dri­sta. Sono bastati pochi minuti per lasciare sul ter­reno sei feriti, uno più grave con un brac­cio rotto in più punti, e fug­gire prima che arri­vas­sero le forze dell’ordine. II giorno dopo, ieri, sono arri­vati gli arre­sti per nove estre­mi­sti di destra del viter­bese, gra­zie alla targa di un’auto ritro­vata: sono stati ritro­vati pas­sa­mon­ta­gna, bastoni, taglie­rini, caschi e guanti.

L’aggressione ha sor­preso per primi gli aggre­diti. Non era mai capi­tata una cosa del genere, mai una minac­cia o il sen­tore che qual­cosa di brutto potesse acca­dere. Il pro­getto dell’Ardita, al suo terzo anno di vita, pre­vede un ritorno ai valori ori­gi­nari dello sport più guar­dato e gio­cato al mondo (la con­di­vi­sione, la par­te­ci­pa­zione popo­lare, la socia­lità) e la resti­tu­zione del cal­cio a chi lo ali­menta con la pas­sione: i cit­ta­dini. Gra­zie all’amicizia del mister con Fran­ce­sco Totti, un giorno sono andati a incon­trare il «pupone» agli alle­na­menti della Roma, per rega­lar­gli una maglietta della loro squa­dra. «Lo abbiamo fatto per­ché sape­vamo che Totti è sen­si­bile alle tema­ti­che che ci stanno a cuore», quelle di un cal­cio a misura d’uomo e non di capi­tale, innanzitutto.

La vio­lenza di cui sono stati vit­time ha aperto gli occhi ai soci-tifosi dell’Ardita. «Ci siamo resi conto che siamo un peri­colo reale, per­ché attra­verso il cal­cio fac­ciamo, indi­ret­ta­mente, for­ma­zione sociale e poli­tica», afferma Giu­lio Papa­rella, che è respon­sa­bile dell’azionariato popo­lare: chi vuole par­te­ci­pare paga una quota annuale (si va dai 25 ai 50 euro), par­te­cipa alle assem­blee ed elegge i diri­genti. «E’ un modello par­te­ci­pa­tivo che spa­venta per­ché, in que­sta società sem­pre più indi­vi­dua­li­stica, noi riu­sciamo a far par­te­ci­pare tanti gio­vani, per la prima volta nella loro vita, a un pro­getto col­let­tivo», spiega. Nono­stante ci ten­gano a sot­to­li­neare che non fanno poli­tica («il nostro è in pri­mis un altro modello di sport, ed è que­sto che hanno voluto col­pire»), quest’ultima è nei fatti: un col­let­tivo di gio­ca­tori e tifosi che si pro­pon­gono di rifon­dare il cal­cio su basi diverse, soli­da­ri­sti­che e par­te­ci­pa­tive. È que­sta l’utopia dell’Ardita.

Ma nem­meno loro cre­de­vano di dare così tanto fasti­dio da meri­tarsi una spe­di­zione puni­tiva in piena regola. Il giorno dopo, ci riflet­tono su. I diri­genti sono con­vinti di aver intac­cato «il mono­po­lio dell’estrema destra nella gestione dello sport sociale e degli affari col­le­gati ad esso», e l’aggressione di Magliano Romano potrebbe essere una ritor­sione con­tro l’invasione di campo, un modo per segnare un con­fine inva­li­ca­bile e far sapere che chi lo oltre­passa rischia grosso.

Men­tre a Tor Sapienza andava in onda un gigan­te­sco spot a reti uni­fi­cate per la nuova destra lepe­ni­sta, su un ano­nimo cam­petto di pro­vin­cia vola­vano le basto­nate, «orga­niz­zate e scien­ti­fi­ca­mente ese­guite». «Certo, in que­sto momento il clima non è dei migliori e que­sto ci pone in seria dif­fi­coltà», dice ancora Paparella.

Però gli «ham­mers» romani non si spa­ven­tano e rilan­ciano: «Vogliamo arri­vare ai mas­simi livelli del dilet­tan­ti­smo e, per­ché no, anche al pro­fes­sio­ni­smo». Sarebbe più che una rifon­da­zione del cal­cio. Una rivoluzione.

18 novembre 2014

vedi anche

Casapound e l’aggressione all’Ardita San Paolo

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Ultimo aggiornamento Martedì 18 Novembre 2014 20:20

Perché difendere l’articolo 18

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Non è un feticcio o un totem, è l’unico sostituto del ricatto e della paura ed è alla base del diritto del lavoro. Investimenti? Dopo il Jobs Act e il principio di acausalità del contratto a tempo determinato, gli imprenditori possono fare come vogliono. Senza l'articolo 18 saranno solo il ricatto e la paura a regolare i rapporti tra capitale e lavoro e ne risentiranno salari e sicurezza

articolo18 scuroA volte succede che chi ci governa ci racconta storie prive di fondamento, ma noi neanche ce ne accorgiamo. Nel caso di Renzi siamo addirittura in presenza di un imbonitore di talmente alto livello, che spesso le sue storielle sono raccontate così bene che l'ascoltatore rimane ipnotizzato e non verifica quanto sta sentendo. In questo caso parliamo del dibattito sull'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, una norma di civiltà (come l'abbiamo più volte definita nelle nostre analisi degli ultimi anni) che pare oggi in serio pericolo.

Gli investitori stranieri

La cosa più insensata che si sente in giro è il fatto che gli investitori stranieri non vengono in Italia per colpa dell'articolo 18 (avete infatti mai letto di una grande azienda straniera che ha annunciato espressamente di voler venire in Italia solo in caso di abolizione della norma sui licenziamenti?). La porta ai capitali di rapina (o mordi e fuggi), invece, è già stata aperta nel 2012 dalla cosiddetta “Riforma Fornero” quando è stato tolto l'obbligo di motivare l'utilizzo di contratti a tempo determinato (la cosiddetta causalità del contratto). Dopo la il decreto 34/2014 (cd. Jobs act di Renzi) e la totale liberalizzazione e applicazione del principio di acausalità al contratto a tempo indeterminato, gli imprenditori possono fare come vogliono, avere 10 assunti a tempo indeterminato e 100 a tempo determinato senza dover spiegare perché (cioè senza dover specificare le esigenze produttive o organizzative). Insomma, il mercato del lavoro italiano è già straflessibile, con una miriade di forme contrattuali precarie ed atipiche oltre alla appena descritta normativa letale sui contratti a termine, e non si capisce quindi come possa essere incredibilmente definito "troppo rigido". Semmai ci sarebbe da capovolgere i termini del discorso: il capitalismo globale investe laddove ci sono salari polacchi o serbi, quindi per investire in Italia chiede salari da fame per avere garanzia di profitti e l’abolizione dell’art.18 è un buon viatico per la realizzazione di questa condizione. Ecco, abbiamo trovato il motivo per cui opporci e resistere.

Un po’ di storia

L'articolo 18, infatti, non ha niente a che fare con questioni produttive o salariali, perché serve solo a tutelare il lavoratore da abusi, licenziamenti discriminatori oppure da licenziamenti discriminatori mascherati da falsi problemi di natura economica. Fu pensato e rivendicato, infatti, dopo l’ondata di licenziamenti “politici” e sindacali fatti dalla Fiat con a capo Vittorio Valletta (il Marchionne degli anni ’60). Lo Statuto dei Lavoratori, in precedenza votato al Senato, venne approvato il 14 maggio 1970 dalla Camera con 217 voti a favore (la maggioranza di centro sinistra – Dc, Psi e Psdi unificati nel Psu, Pri – con l'aggiunta del Pli, al tempo all'opposizione) e con l’astensione Pci, Psiup e Msi oltre che dieci voti contrari. Pci e Psiup volevano l’estensione anche alle aziende sotto i 16 dipendenti. Il ministro del lavoro dell’epoca, il democristiano Donat Cattin, strigliò i malumori del padronato e della destra, mentre i socialisti, all’epoca al governo con la DC nell’era del cosiddetto “centrosinistra”, esultarono (l’estensore, Giovanni Brodolini era uno di loro) e dichiararono: “Finalmente la Costituzione entra in fabbrica”. Erano anni di scioperi (veri e lunghi) e proteste e la politica istituzionale era stata costretta a codificare le rivendicazioni di un movimento operaio sempre più vasto e conflittuale.

L’importanza dell’articolo 18

Ma perché è così importante l'articolo 18? Semplice, perché senza l'articolo 18 saranno solo il ricatto e la paura a regolare i rapporti tra capitale e lavoro, tra imprenditore e lavoratore. Ma c'è di più. L'articolo 18 è l'essenza stessa del diritto del lavoro. Chi mai chiamerà in causa la propria azienda per stipendi arretrati da avere o per mancanza di sicurezza se la legge permette al datore di rivalersi su di lui con un licenziamento che al massimo sarà sanato con un pagamento di indennità e non con il reintegro, in un momento in cui la disoccupazione è alle stelle? L'articolo 18 non è né causa né stimolo per occupazione o economia, è però l'unica norma che riesce (o meglio, riusciva, prima che la riforma Fornero iniziasse a decapitarla) a tenere in equilibrio e regolare i rapporti tra capitale e lavoro. Se venisse abolito assisteremmo ad una inimmaginabile escalation negativa su salari e sicurezza. E quelli che non ne possono già ora usufruire? L'esistenza dell'articolo 18 è comunque un elemento di forza per il mondo del lavoro, che poi si esprimerà nei contratti nazionali di cui poi usufruiranno come base salariale e normativa anche coloro che non ne beneficiano. Se chi oggi è più tutelato, grazie anche all'articolo 18, perde forza nei confronti del capitale, a cascata c'è un arretramento di tutte le forme e situazioni contrattuali, cioè di tutto il mondo del lavoro.

I falsi numeri

La favoletta dice più o meno così: "Quello dell'Articolo 18 è un falso problema, perché riguarda solo 3mila persone all'anno in un paese di 60 milioni di abitanti". La teoria di Renzi, tra l'altro spiegata spostando numeri come se fossero noccioline, parte però da un punto clamorosamente fuorviante, ossia quello delle cause di lavoro riguardanti l'Articolo 18 e non, come invece dovrebbe essere, quello dell'intera platea dei soggetti ai quali tale articolo viene applicato. Se infatti l'Articolo 18 ha come conseguenza solo un numero limitato di cause di lavoro è perché è una legge di tutela. Vuol dire quindi che funziona benissimo nel suo scopo, perché agisce come deterrente a licenziare per le imprese. L’articolo 18 svolge quindi il suo compito di tutela per circa 6 milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici.

Giustizia sociale e diritto

L’essenza dell’articolo 18 va anche oltre il mondo del lavoro. E’ una norma a tutela della giustizia sociale ma anche dell’intero impianto del diritto. Ce lo spiega l’avvocato Marco Guercio in un articolo uscito sul suo blog: “Provate per un momento a pensare a due terreni confinanti di proprietà di due persone, i soliti Tizio e Caio, che hanno costruito una casa ognuno sulla sua proprietà. Pensate a questi due terreni come ad un unico terreno perché tra le due proprietà non è mai stato eretto alcun muro nonostante sia chiaro ad entrambi quale sia il confine per come è indicato al catasto. Ora provate a pensare ad uno dei due proprietari, Tizio, che un bel giorno, approfittando, ad esempio, dell'assenza del vicino, decide di erigere un muro e, deliberatamente, lo costruisce 50 metri all'interno della proprietà di Caio sottraendogli quindi svariati ettari di terreno. Ora pensate al malcapitato Caio che tornando a casa vede questa costruzione che invade letteralmente casa sua e che, infuriato, decide di rivolgersi ad un avvocato e, quindi, ad un tribunale per ottenere la rimozione coattiva del muro. A questo punto pensate al povero Caio che si sente dire dall'Avvocato e dal Giudice che purtroppo, a seguito di una recente riforma, il muro non si può più abbattere e che, al limite, lui avrà diritto ad un risarcimento del danno, peraltro in via forfetaria e quindi neanche commisurato all'effettiva perdita e all'effettivo danno ma compreso tra 10.000 euro e 20.000 euro. Il muro, però, se lo tiene e la proprietà del terreno sottratto, in pratica, non è più sua. Questo che può sembrare solo un esempio è esattamente lo schema che spiega la riforma dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Nel nostro ordinamento, infatti, esistono due forme di risarcimento del danno che, ovviamente, possono essere azionate a fronte di una condotta illegittima posta in essere da qualcuno che lede un nostro diritto: il risarcimento in forma specifica (rimetti tutto a posto come prima) ed il risarcimento per equivalente (mi paghi quello che hai rotto). La prima soluzione consente al creditore, cioè a colui che ha subito il danno ingiusto derivante da un atto illecito o da un inadempimento contrattuale, di ottenere, ove possibile, il ripristino della situazione precedente al verificarsi della condotta illegittima. Nel caso del muro, quindi, il risarcimento in forma specifica consiste nell'abbattimento dello stesso a spese del prepotente Tizio. La seconda ipotesi è l'unica esperibile nel caso in cui non sia più oggettivamente possibile (si pensi al danneggiamento o al deterioramento di beni infungibili) ottenere il ripristino della situazione precedente per vari motivi oppure quando il creditore danneggiato possa scegliere questo tipo di risarcimento perché lo ritiene il più vantaggioso. Ebbene la reintegra nel posto di lavoro del lavoratore licenziato in maniera illegittima dal datore di lavoro non è nient'altro che una forma di risarcimento in forma specifica ed è sempre possibile perché il Giudice può sempre ordinare al datore di lavoro di restituire al danneggiato ciò che gli è stato tolto in ragione di un atto illecito, ovvero il suo posto di lavoro. E' prevista dall'art. 18 st. lav. ma in un certo senso non ce ne sarebbe stato bisogno perché, si ripete, è un principio generale del diritto civile, del codice civile di cui le norme in tema di lavoro sono parte integrante essendo collocare nel libro V, appunto, del Codice Civile.

Franco Marino

tratto da Senza Soste n.97 (ottobre-novembre 2014)

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Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Novembre 2014 13:42

Arafat. Dieci anni dopo, è ancora Abu Ammar

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Nel decimo anniversario dalla morte, tra il popolo palestinese, nonostante le voci critiche e le delusioni, il vecchio leader resta un faro, il solo in grado di tenere unito il mondo politico interno.

arafat timeMichele Giorgio - tratto da Il Manifesto

«Yasser Arafat per me era come uno slogan con le gambe, teneva viva la questione palestinese, la sua kufiyeh è stata la bandiera del nostro popolo in giro per il mondo». Morad Laham, 40 anni di Betlemme, sottolinea di non essere un simpatizzante di Fatah, il movimento fondato dal leader palestinese scomparso in questo giorno di 10 anni fa. E non ha condiviso tutte le sue scelte.

«Però gli riconosco di essere stato un vero leader – aggiunge – di aver saputo proporre ai palestinesi una soluzione concreta (del conflitto con Israele, ndr)». Quanto Arafat abbia deciso o potuto decidere negli ultimi anni della sua vita è difficile quantificarlo. Ben poco visto che dal 2001 all’11 novembre 2004 rimase confinato nella Muqata di Ramallah semidistrutta e circondata dai tank israeliani. Molto di più aveva potuto decidere nei 40 anni precedenti.

E se il giudizio della storia è parziale, quello dei palestinesi è già pronto, da sempre. Abu Ammar, come Arafat era conosciuto dalla sua gente, ha commesso errori, spesso gravi, ha fallito con gli accordi di Oslo, non era un rivoluzionario e non aveva saputo o voluto scardinare l’ordine petromonarchico che domina il Medio Oriente. Ma, dicono tanti, era un leader che aveva indicato una strada alla sua gente e che aveva saputo tenere insieme il difficile quadro politico palestinese.

Oggi lo scontro interno, tra Fatah e Hamas, dilania e affonda le aspirazioni di un intero popolo. Il presidente Abu Mazen vorrebbe spostare la tomba di Arafat, morto da «martire», dalla Muqata a Gerusalemme. Lo ha annunciato ieri inaugurando il museo che porta il nome del leader scomparso.

Si continua a parlare della sua morte, del mistero che avvolge la misteriosa e fatale malattia del sangue, mai accertata in via definitiva. Avvelenamento, contaminazione da polonio, come ha fatto sospettare il ritrovamento di tracce di questa sostanza radioattiva sugli abiti? Se ne è parlato tanto negli ultimi anni. Una risposta certa forse non si avrà mai. Per i palestinesi però è già tutto chiaro: è stato ucciso da collaborazionisti di Israele o da qualcuno nel suo entourage.

Accuse pesanti, ripetute nel tempo, che oggi però devono lasciare spazio a ciò che la gente dei Territori occupati, i profughi e gli esuli pensano di Arafat e della sua eredità politica. Non è attraverso le gigantografie del leader palestinese, che dominano l’ingresso delle città della Cisgiordania, e dalle commemorazioni ufficiali che si capisce il legame ancora esistente tra Arafat e il suo popolo.

Per rendersi conto dell’affinità del leader palestinese con la sua gente occorre girare per i caffè affollati, i mercati popolari, le panetterie. O parlare con i più giovani. Anche quelli legati ad Hamas che ha negato, ancora una volta, a Fatah la possibilità di commemorare il suo leader anche a Gaza. Stavolta il motivo è stata l’assenza delle condizioni di sicurezza dopo gli attentati intimidatori che qualche giorno fa hanno preso di mira auto e abitazioni di alcuni dirigenti di Fatah.

Ieri il segretario generaledell’Onu Ban Ki moon ha incaricato una commissione di indagare a Gaza sui bombardamenti israeliani della scorsa estate anche su scuole dell’Unrwa e sui ritrovamenti di razzi di Hamas in istituti delle Nazioni Unite.

«Avevo solo dieci anni quando Arafat è morto. A casa mio padre ci chiedeva di fare silenzio quando alla televisione o alla radio trasmettevano un discorso di Abu Ammar. Ci diceva che era il nostro presidente», ricorda Reem Abdul Hadi una studentessa dell’università di Bir Zeit. Un’altra ragazza, Abir, ha un giudizio solo in parte positivo. «Arafat ha commesso l’errore di dare peso alle promesse degli israeliani, ha fatto troppe concessioni – afferma – però sapeva tenerci tutti uniti». Tareq, un giovane commerciante di Ramallah Tahta, si dichiara un sostenitore di Hamas. «Arafat – ci dice – si era circondato di corrotti. Era un uomo di fede, avrebbe dovuto credere di più nell’Islam come soluzione e non fidarsi degli americani e degli israeliani».

Allo  stesso tempo Tareq è convinto che, con Arafat in vita, Fatah e Hamas non si sarebbero dati battaglia a Gaza e oggi non sarebbero avversari. «Abu Ammar avrebbe saputo trovare una via d’uscita politica», spiega. «Si possono dire tante cose – aggiunge da parte sua Xavier Abu Eid dell’Olp – ma il grande merito di Yasser Arafat è stato quello di fare della causa palestinese una questione politica posta sui tavoli delle diplomazie mondiali e non una crisi umanitaria».

Senza la storia personale e politica di Yasser Arafat oggi, sottolineano altri palestinesi, Abu Mazen non avrebbe mai potuto proclamare lo Stato di Palestina all’Onu e presentare al Consiglio di Sicurezza una richiesta di pieno riconoscimento di questo Stato. «Abu Ammar ha fallito (con Oslo) ma non per colpa sua – afferma Reem Abdul Hadi – sono Israele e i suoi alleati che hanno la responsabilità di tutto. È Israele che occupa la nostra terra e non vuole riconoscere i nostri diritti».

Proprio in Israele regna il silenzio sul decimo anniversario della morte del leader palestinese. Appena qualche giorno fa a Tel Aviv hanno commemorato il 19esimo anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin e il nome di Arafat non è stato fatto. Eppure la vicenda del leader palestinese scomparso è legata anche a quella di Rabin con il quale nel 1994 aveva preso il Nobel per la pace. Per gli israeliani, o per gran parte di essi, Arafat è solo un «demonio«, un terrorista che si era finto «pacifista».

Tra le poche eccezioni c’è uno dei primi amici israeliani di Arafat, l’anziano giornalista Uri Avnery che nella sua autobiografia ha scritto che Abu Ammar fu uno dei leader mondiali emersi dopo la seconda guerra mondiale, per aver saputo gestire una lotta di liberazione nazionale in condizioni di grande difficoltà. A Israele Arafat concesse molto, ha aggiunto, ma la leadership del suo paese non seppe cogliere l’occasione.

11 novembre 2014

vedi anche

http://nena-news.it/cosa-resta-delleredita-politica-di-arafat/

Nel decimo anniversario dalla morte, tra il popolo palestinese, nonostante le voci critiche e le delusioni, il vecchio leader resta un faro, il solo in grado di tenere unito il mondo politico interno.

The Palestine Liberation Organization (PLO) chairm

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 11 novembre 2014, Nena News – «Yasser Arafat per me era come uno slogan con le gambe, teneva viva la questione palestinese, la sua kufiyeh è stata la bandiera del nostro popolo in giro per il mondo ». Morad Laham, 40 anni di Betlemme, sottolinea di non essere un simpatizzante di Fatah, il movimento fondato dal leader palestinese scomparso in questo giorno di 10 anni fa. E non ha condiviso tutte le sue scelte.

«Però gli riconosco di essere stato un vero leader – aggiunge – di aver saputo proporre ai palestinesi una soluzione concreta (del conflitto con Israele, ndr)». Quanto Arafat abbia deciso o potuto decidere negli ultimi anni della sua vita è difficile quantificarlo. Ben poco visto che dal 2001 all’11 novembre 2004 rimase confinato nella Muqata di Ramallah semidistrutta e circondata dai tank israeliani. Molto di più aveva potuto decidere nei 40 anni precedenti.

E se il giudizio della storia è parziale, quello dei palestinesi è già pronto, da sempre. Abu Ammar, come Arafat era conosciuto dalla sua gente, ha commesso errori, spesso gravi, ha fallito con gli accordi di Oslo, non era un rivoluzionario e non aveva saputo o voluto scardinare l’ordine petromonarchico che domina il Medio Oriente. Ma, dicono tanti, era un leader che aveva indicato una strada alla sua gente e che aveva saputo tenere insieme il difficile quadro politico palestinese.

Oggi lo scontro interno, tra Fatah e Hamas, dilania e affonda le aspirazioni di un intero popolo. Il presidente Abu Mazen vorrebbe spostare la tomba di Arafat, morto da «martire», dalla Muqata a Gerusalemme. Lo ha annunciato ieri inaugurando il museo che porta il nome del leader scomparso.

Si continua a parlare della sua morte, del mistero che avvolge la misteriosa e fatale malattia del sangue, mai accertata in via definitiva. Avvelenamento,contaminazione da polonio, come ha fatto sospettare il ritrovamento di tracce di questa sostanza radioattiva sugli abiti? Se ne è parlato tanto negli ultimi anni. Una risposta certa forse non si avrà mai. Per i palestinesi però è già tutto chiaro: è stato ucciso da collaborazionisti di Israele o da qualcuno nel suo entourage.

Accuse pesanti, ripetute nel tempo, che oggi però devono lasciare spazio a ciò che la gente dei Territori occupati, i profughi e gli esuli pensano di Arafat e della sua eredità politica. Non è attraverso le gigantografie del leader palestinese, che dominano l’ingresso delle città della Cisgiordania, e dalle commemorazioni ufficiali che si capisce il legame ancora esistente tra Arafat e il suo popolo.

Per rendersi conto dell’affinità del leader palestinese con la sua gente occorre girare per i caffè affollati, i mercati popolari, le panetterie. O parlare con i più giovani. Anche quelli legati ad Hamas che ha negato, ancora una volta, a Fatah la possibilità di commemorare il suo leader anche a Gaza. Stavolta il motivo è stata l’assenza delle condizioni di sicurezza dopo gli attentati intimidatori che qualche giorno fa hanno preso di mira auto e abitazioni di alcuni dirigenti di Fatah.

Ieri il segretario generaledell’Onu Ban Ki moon ha incaricato una commissione di indagare a Gaza sui bombardamenti israeliani della scorsa estate anche su scuole dell’Unrwa e sui ritrovamenti di razzi di Hamas in istituti delle Nazioni Unite.

«Avevo solo dieci anni quando Arafat è morto. A casa mio padre ci chiedeva di fare silenzio quando alla televisione o alla radio trasmettevano un discorso di Abu Ammar. Ci diceva che era il nostro presidente», ricorda Reem Abdul Hadi una studentessa dell’università di Bir Zeit. Un’altra ragazza, Abir, ha un giudizio solo in parte positivo. «Arafat ha commesso l’errore di dare peso alle promesse degli israeliani, ha fatto troppe concessioni – afferma – però sapeva tenerci tutti uniti». Tareq, un giovane commerciante di Ramallah Tahta, si dichiara un sostenitore di Hamas. «Arafat – ci dice – si era circondato di corrotti. Era un uomo di fede, avrebbe dovuto credere di più nell’Islam come soluzione e non fidarsi degli americani e degli israeliani».

Allo  stesso tempo Tareq è convinto che, con Arafat in vita, Fatah e Hamas nonsi sarebbero dati battaglia a Gaza e oggi non sarebbero avversari. «Abu Ammar avrebbe saputo trovare una via d’uscita politica», spiega. «Si possono dire tante cose – aggiunge da parte sua Xavier Abu Eid dell’Olp – ma il grande merito di Yasser Arafat è stato quello di fare della causa palestinese una questione politica posta sui tavoli delle diplomazie mondiali e non una crisi umanitaria».

Senza la storia personale e politica di Yasser Arafat oggi, sottolineano altri palestinesi, Abu Mazen non avrebbe mai potuto proclamare lo Stato di Palestina all’Onu e presentare al Consiglio di Sicurezza una richiesta di pieno riconoscimento di questo Stato. «Abu Ammar ha fallito (con Oslo) ma non per colpa sua – afferma Reem Abdul Hadi – sono Israele e i suoi alleati che hanno la responsabilità di tutto. È Israele che occupa la nostra terra e non vuole riconoscere i nostri diritti».

Proprio in Israele regna il silenzio sul decimo anniversario della morte del leader palestinese. Appena qualche giorno fa a Tel Aviv hanno commemorato il 19esimo anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin e il nome di Arafat non è stato fatto. Eppure la vicenda del leader palestinese scomparso è legata anche a quella di Rabin con il quale nel 1994 aveva preso il Nobel per la pace. Per gli israeliani, o per gran parte di essi, Arafat è solo un «demonio«, un terrorista che si era finto «pacifista».

Tra le poche eccezioni c’è uno dei primi amici israeliani di Arafat, l’anziano giornalista Uri Avnery che nella sua autobiografia ha scritto che Abu Ammar fu uno dei leader mondiali emersi dopo la seconda guerra mondiale, per aver saputo gestire una lotta di liberazione nazionale in condizioni di grande difficoltà. A Israele Arafat concesse molto, ha aggiunto, ma la leadership del suo paese non seppe cogliere l’occasione.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Novembre 2014 20:04

Monte San Martino, profanato con simboli nazisti il sacrario dei partigiani

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Alla vigilia dell’anniversario della battaglia combattuta tra il 13 e il 15 novembre 1943 sulle Prealpi dell’alto Varesotto, simpatizzanti neonazisti hanno piantato 200 rune di algiz rovesciate ed hanno affisso uno striscione con la scritta “Guerriero d’Europa risorgi”. Anpi e Cgil: "Infamia"

Alessandro Madron - tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

Monte San Martino, profanato con simboli nazisti il sacrario dei partigiani

Profanato con 200 simboli celtici il sacrario dei caduti della battaglia partigiana del Monte San Martino. E’ successo lo scorso fine settimana, alla vigilia dell’anniversario di una battaglia combattuta tra il 13 e il 15 novembre del 1943 sulle Prealpi dell’alto varesotto. In quel luogo persero la vita 42 dei 150 partigiani del Cln che stavano tentando di arginare l’inevitabile occupazione tedesca dopo la firma dell’armistizio. 150 uomini arroccati su un monte, contro cui si scagliò la furia di 2mila tra soldati nazisti e repubblichini. Oggi la storia racconta che quella battaglia fu persa ma che il sacrificio non fu vano. Un tributo di sangue che viene commemorato ogni anno, proprio sul luogo di quella battaglia, dove nel dopoguerra è stata ricostruita la chiesetta abbattuta dai nazifascisti.

Ed è lì, in quel luogo dall’alto valore simbolico, che alcuni simpatizzanti neonazisti e neofascisti hanno piantato 200 rune di algiz rovesciate (simboli usati sulle tombe delle SS accanto alla data della morte) ed hanno affisso uno striscione con la scritta “Guerriero d’Europa risorgi”. L’azione è stata rivendicata, con tanto di foto di gruppo e deposizione di corone celebrative, dal Manipolo d’avanguardia di Bergamo. Sulla pagina Facebook dell’associazione è stato postato, assieme alla documentazione fotografica della commemorazione, un lungo comunicato in cui si contesta la storiografia ufficiale. Assieme ai bergamaschi c’erano anche le teste rasate della Comunità militante dei Dodici Raggi (Do.ra.), un gruppo di estrema destra che non ha mai fatto mistero delle proprie nostalgiche simpatie per l’ideologia nazionalsocialista. Gli stessi che il 20 aprile dello scorso anno erano passati agli onori delle cronache nazionali per aver organizzato un maxi raduno di nazi-skin nei dintorni di Varese (leggi), in una data cara a chi si ispira agli ideali nazisti, quella in cui ricorre l’anniversario della nascita di Adolf Hitler.

Non è la prima volta che i nostalgici commemorano a modo loro la battaglia del San Martino. Ma non erano mai andati oltre qualche corona e un paio di striscioni. L’azione messa in atto quest’anno segna l’ennesimo spostamento dell’asticella verso una presenza sempre più visibile e chiassosa, che si richiama in modo sempre più aperto a temi e simbologie cari ai regimi totalitari che in passato hanno già trascinato l’Europa nel baratro. L’Osservatorio democratico sulle nuove destre rileva come “al posizionamento delle rune vanno aggiunte la svastica e il fascio littorio, incisi sulla runa e tracciati sul manifesto divulgato: un continuo uso di simboli che la dice lunga sul percorso intrapreso da questi gruppi, che stanno lavorando alla costituzione di un fronte nazional socialista.
 
Il fatto ha scatenato le reazioni politiche, di partiti, sindacati e delle associazioni partigiane, non solo a Varese, ma in tutta la Lombardia. Il presidente provinciale dell’Anpi Varese Angelo Chiesa ha parlato di un “grave fatto infamante”. Chiesa, nel commentare l’episodio, ha ricordato come quella del San Martino “fu la prima battaglia partigiana e nonostante la disfatta inevitabile per la disparità di forze, rimase un esempio seguito da molti”. Poi continua: “Sono trascorsi settantuno anni da allora, tanti partigiani sono morti per cercare di far tornare democrazia e libertà in questo nostro paese. Malgrado questo, dobbiamo ancora vedere rigurgiti fascisti e nazifascisti. La nostalgia verso quella dittatura è di per sé vergognosa”, invitando infine le istituzioni a vigilare “affinché atti infamanti di questo stampo fascista non debbano più accadere”.
 
Una “ferma condanna per l’oltraggio e la grave provocazione di chiara matrice neo-fascista” è arrivata anche dalla Cgil di Varese e dall’Anpi di Milano. Il 4 novembre al coro dello sdegno si è aggiunta anche la voce del Pd lombardo, con il segretario Alessandro Alfieri che sul punto ha interpellato il governatore leghista Roberto Maroni per chiedere “quali iniziative intenda intraprendere per contrastare e prevenire il ripetersi di simili vergognosi episodi nella Provincia di Varese e su tutto il territorio lombardo”.
 
Da Maroni, al momento, non sono arrivate risposte. Più tempestiva la reazione dall’associazione culturale Manipolo d’avanguardia di Bergamo, che già nella serata del 4 novembre ha pubblicato un comunicato indirizzato proprio al segretario dem lombardo: “La politica è dialettica e confronto, mai repressione altrimenti, per onestà intellettuale, si dichiari, una volta per tutte, che la democrazia non è altro che una dittatura mal mascherata”. Parole che precedono una citazione di Benito Mussolini, che non lascia spazio ad interpretazioni: “Dichiariamo infine agli avversari che le nostre polemiche e le nostre critiche avranno per base la sincerità, il rispetto di tutte le idee onestamente professate. Cercheremo di tenerci immuni da quello spirito settario, fanatico e giacobino che sembra preludere a una moderna intolleranza rossa. Ma non avremo remissione per i ciarlatani, a qualunque partito si dichiarino inscritti, tutte le volte che andranno tra le folle operaie a cercare applausi, voti, stipendi e clienti”.
 
6 novembre 2014
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Strage di Brescia: le memorie di carta

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Memoria di una strage

Felice Mometti - tratto da http://www.connessioniprecarie.org

Puntuali come orologi svizzeri sono arrivati i libri sulla strage di piazza della Loggia di Brescia in occasione del quarantennale. C’era da aspettarselo. Le ricorrenze e le commemorazioni sono da sempre occasioni che il marketing editoriale non si lascia sfuggire. Ma l’impressione è che più passa il tempo meno si rifletta e sempre più si abbia a che fare con rimasticature e assemblaggi di tesi preconfezionate. Il nobile intento, dichiarato da tutti, di mantenere ‘viva e attiva’ la memoria del 28 maggio 1974 si tramuta, spesso, nell’ennesima ricostruzione dei fatti sulla base delle carte processuali. La questione di come la memoria del passato si attualizzi nel presente, argomento che non attiene a istruttorie né a processi, non viene mai affrontata. Viene rimossa, dimenticata. Il motivo è semplice: si dovrebbe definire di quale memoria si parla e che cosa sia, oggi, il presente. Meglio stracciarsi le vesti per la mancanza di colpevoli materiali, per gli ostacoli frapposti alla ‘giustizia’ dai cosiddetti poteri occulti, per una ‘verità’ quasi a portata di mano e mai afferrata. Poco o nulla viene detto sulla reale posta in gioco del conflitto sociale di quegli anni, sulla natura dello Stato in quanto detentore del ‘monopolio della violenza legittima’, sull’azione concertata messa in campo – già nelle ore successive la strage – dai grandi partiti e dalle organizzazioni sindacali per incanalare istituzionalmente la protesta e quindi «circoscrivere la pressione dei contestatori», come ebbe a scrivere un po’ di anni dopo Adelio Terraroli che, al tempo della strage, era parlamentare e dirigente di primo piano del Pci bresciano.

La storia come reality

Il libro di Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita, ha il taglio e il tono di un reality. La storia e i conflitti politici sono derubricati a intrecci psicologici di un insieme di vicende personali, pur nella loro tragicità. Una narrazione in cui l’autrice attribuisce ruoli e simula contesti subordinandoli in gran parte al suo esercizio di stile letterario. Tra l’altro, en passant, non perde occasione di informarci delle sue frequentazioni culturali a Parigi, Londra e New York. La durezza dello scontro sociale di quegli anni è ogni tanto evocata per poi essere subito, implicitamente, incasellata nel solito teorema che postula un’evoluzione lineare dello scontro di classe in terrorismo. Certo Tobagi parla anche di apparati dello Stato che hanno depistato le indagini, ma con un certo stupore che deriva dal non capacitarsi di come la cosiddetta ragion di Stato sia stata usata come una clava contro i cittadini «di cui lo Stato è fatto». Non si rifugia, come spesso è accaduto e troppi hanno fatto, nell’ immagine dei servizi segreti ‘deviati’, ormai improponibile, ma in quella di «uno Stato tradito da chi avrebbe dovuto servirlo». Nella «disattenzione interessata» del Servizio Informazioni della Difesa. La Nato più che una struttura politico-militare, dalle cui basi italiane sono uscite grandi quantità di esplosivo, pare una categoria dello spirito che aleggia ogni tanto tra le pagine del libro. E fin qui siamo ancora alle parole già sentite molte volte con lo scopo di non fare i conti fino in fondo e quindi prendere sul serio il termine ‘strage di Stato’. Dove invece si registra una vera e propria caduta di stile, diciamo così, è quando si descrive un’iniziativa politica promossa il 13 luglio del 1974 in piazza della Loggia da alcuni settori della sinistra radicale, denominata «Processo popolare contro gli assassini fascisti e i loro mandanti». Un’iniziativa discutibile fin che si vuole, condivisibile o meno, ma che Tobagi – pur definendola «una curiosa pantomima» in cui «i manifestanti, per fortuna, si limitano all’invettiva» – usa per dimostrare una sorta di contiguità tra quel ‘processo popolare’ e quelli dal «volto orrendo e deforme» messi in scena dalle Brigate Rosse. Tra le righe si insinua che anche gli oppositori al «compromesso storico» abbiano, in modo inconsapevole, fatto il gioco di chi voleva il «blocco d’ordine». Insomma, per Tobagi, la cornice è quella dell’album di famiglia della lotta armata. Non ci sono state scelte politiche, analisi dello scontro con lo Stato, dinamiche sociali che hanno operato, in un senso o nell’altro, drastiche soluzioni di continuità. Come se tutto fosse già stato scritto in un lento scivolare verso la ‘barbarie di sinistra’. Una convinzione, se non un’ossessione, anche di Martinazzoli – ultimo segretario della Democrazia Cristiana, più volte ministro e sindaco di Brescia – che in più occasioni ha sostenuto che ai funerali delle vittime della strage erano sicuramente presenti «quelli che diventeranno il cervello delle Brigate Rosse». E quindi, con queste premesse, la memoria che cos’è? Come si trasmette? Tobagi ha pochi dubbi. La memoria per «cementare l’intesa tra le generazioni» consiste nel «saper sentire il peso dell’ingiustizia che preme sulle pareti del cuore e accettare di sostenerlo anziché scrollarlo via» perché «è un marchio di umanità». Troppo poco anche per un reality. Come se l’umanità avesse e avesse avuto dei valori condivisi e il concetto di giustizia non risentisse del posto che si occupa in una gerarchia sociale.

Il polpettone ideologico

Bisogna sempre diffidare dei decostruttori dell’ideologia altrui che in passato è stata anche la loro. Gli strumenti che usano non sono mai neutri, sono più carichi di ideologia delle ideologie che vogliono criticare. È il caso del libro di Pino Casamassima Piazza Loggia. Brescia, 28 maggio 1974. Inchiesta su una strage, attraversato da una ricostruzione ideologica della memoria con l’intento, a dir poco pretenzioso, di consegnarla al futuro «con parole precise. Nero su bianco». In un accavallarsi di citazioni di Gramsci, Arendt, Hegel, Benjamin, la Scuola di Francoforte – che in gran parte contraddicono le tesi dell’autore – ed evocando ogni tanto anche Severino, viene confezionato un vero e proprio polpettone in modo che risulti complicato risalire agli ingredienti di base. Lasciando da parte l’abusata retorica di Casamassima che dice di svestirsi «di ogni giudizio e pregiudizio» e di porsi come un alieno che chiede «Cos’è successo a Brescia il 28 maggio 1974?», come se negli ultimi quarant’anni fosse vissuto su un altro pianeta, il nocciolo duro della sua ideologia è un altro. Ciò che dà la vera cifra al suo «metodo laico» è il richiamo al periodo di De Gasperi «con le sue estensioni politiche arrivate alle soglie del nuovo decennio dei Sessanta» in cui «l’equilibrio del sistema era garantito da una democrazia parlamentare di stampo liberale». Infatti la legge-truffa, i morti causati dalla polizia di Scelba, i protocolli segreti sulla Nato firmati da De Gasperi, il feroce autoritarismo sui luoghi lavoro negli anni ’50 a quanto pare, per l’autore, sono state solo delle costruzioni ideologiche (di altri) dalle quali emanciparsi. E l’emancipazione avviene dando «voce anche a loro, ai fascisti. A quelli che sentivo innocenti, ma anche – soprattutto – a quelli che sapevo colpevoli». Nulla di scandaloso in questo se si mettono i panni dello storico. Banalmente ideologico se viene usato per giustificare una tesi precostituita che accomuna ‘estremisti’ di destra e sinistra prigionieri, in maniera speculare, dello stesso immaginario politico, elevando a paradigma il proprio microcosmo personale e territoriale, la Salò dei primi anni ’70, a paesaggio politico nazionale. Il tutto viene poi collocato solo all’interno di una ‘scena eversiva’ neofascista, con qualche aggancio con servizi segreti, che aveva come obiettivo abbattere la democrazia parlamentare e instaurare un regime militare. I servizi segreti vengono descritti, a seconda delle situazioni, come entità onnipotenti oppure come luoghi popolati da personaggi da fumetto. E della memoria cosa rimane? Per Casamassima sembra più coincidere con una «voce sommessa della coscienza» confinata in un’etica astratta, cioè con uno degli elementi costitutivi dell’ideologia che giustifica l’assetto dell’attuale società. Che poi fa il paio con la memoria istituzionalizzata oggetto delle commemorazioni ufficiali.

Il potere incompatibile

Di tutt’altro valore la raccolta degli scritti, che coprono il periodo tra gli anni ’80 e ’90, di Norberto Bobbio La strage di piazza della Loggia. Il filosofo torinese, nei saggi e negli articoli contenuti del libro, ci dà un breve sunto della sua teoria politica applicata alla strage di Brescia. La mano degli esecutori e la mente dei mandanti sono state mosse «dall’indifferenza al male» e la strage tra le possibili forme di violenza è quella che più si avvicina alla «violenza assoluta». Ma perché ciò è stato possibile? La risposta di Bobbio è piuttosto debole, costringendolo a chiedere soccorso alla teoria degli arcana imperii che risale all’Impero romano, poi ripresa dai fautori dello Stato assoluto. La democrazia italiana è stata caratterizzata per decenni dalla compresenza di tre livelli di governo: il governo politico, il sottogoverno e il cripto-governo. Quest’ultimo come parte invisibile e segreta del potere ha funzionato come un «principe» che prende «decisioni nella più assoluta segretezza perché il volgo disprezzato» non deve conoscere e avere accesso ai reali strumenti del potere. E la strage in quanto sconfitta della democrazia, intesa da Bobbio come il regime in cui il potere viene controllato e limitato dalla costituzione, è stata possibile per mancanza di trasparenza e, in ultima analisi, per la mancata applicazione integrale della costituzione. Da una situazione del genere, secondo Bobbio, si può uscire dichiarando il potere invisibile del cripto-governo incompatibile con la democrazia. Il ragionamento di Bobbio sembra svolgersi in un vuoto pneumatico in cui non esistono rapporti di forza tra classi e settori sociali, scontri di potere e lotte per l’egemonia. Infatti non arriva mai ad affrontare realmente la natura di quel potere che descrive su tre livelli e il motivo della sua continua riproduzione. Un pensiero, quello di Bobbio, che viene messo sotto scacco dalla concreta dinamica dei rapporti politici, sociali e di produzione che possono essere molte cose e assumere molte forme ma non possono essere «costituzionalizzati» e ridotti a una procedura definita.

La memoria del futuro

Dopo quarant’anni, cinque istruttorie e una decina di fasi di giudizio bisogna ancora aspettare che la verità emerga da un’aula giudiziaria? La verità storica e politica si conosce da decenni. Non sono stati i complotti o le ‘deviazioni’, che pure ci furono, le cause della strage. È stato il funzionamento ‘normale’ di uno Stato, dei suoi apparati, dei suoi alleati internazionali politici e militari, che di fronte al pericolo di un conflitto sociale che li metteva radicalmente in discussione hanno reagito con le bombe per stabilizzare una situazione, giudicata dal loro punto di vista, fuori controllo. Contano relativamente ormai il ruolo di chi concretamente ha messo la bomba e l’uso strumentale di formazioni neofasciste che non aspettavano altro per passare all’azione. Il ciclo di lotte apertosi alla fine degli anni ’60 del secolo scorso andava fermato, bloccato, anche perché poteva assumere forme e dimensioni, come in parte è stato, che andavano oltre la capacità e la possibilità di mediazione dei partiti e dei sindacati della sinistra. In questo senso anche la strage di Brescia è una strage di Stato com’è stata quella di piazza Fontana.

La memoria, quindi, non è il ricordo di un passato congelato e immobile. La memoria vive nel presente e nel futuro altrimenti è solo pratica nostalgica e imbalsamazione liturgica. La memoria non è la ripetizione di un racconto oppure l’indignazione retroattiva, la memoria si declina al presente che ne determina le modalità, la selezione degli eventi, la loro interpretazione, le loro ‘lezioni’. Per Benjamin è pura illusione considerare «l’accaduto» come una sorta di punto fisso al quale ci si potrebbe avvicinare attraverso una ricostruzione mentale a posteriori.

Ma la memoria si «attiva» anche al futuro. Avere memoria del futuro a prima vista può apparire solo un ossimoro. Se invece la si guarda come possibilità di una nuova soggettivazione politica che fa i conti con le recenti trasformazioni delle classi, dei poteri e degli Stati, anche la strage di Brescia sarà liberata dalle ossessioni commemorative.

2 novembre 2014

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