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PER NON DIMENTICARE

Alì-Foreman, 40 anni fa a Kinshasa: tra mito e contraddizioni

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 Il “Rumble in the jungle” è l'incontro di pugilato più famoso della storia ma anche uno dei più contraddittori. Alì voleva ritrovare le radici degli afroamericani ma finì combattere per Mobutu, burattino sanguinario di Usa e Belgio.

ali foreman mobutu

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare dell'incontro di pugilato tra Alì e Foreman svoltosi a Kinshasa, capitale dello Zaire, il 30 ottobre 1974. C'è sempre tempo per recuperare, visto che la storia di quell'incontro è stata oggetto di documentari e film in tutte le salse. Il migliore è forse il documentario di Leon Gast “Quando eravamo re”, un gradino sotto c'è invece il film “Alì” di Micheal Mann.

Ma perché è così famoso? Per molti motivi. Il primo è che è un incontro ricco di significati politici, ed anche di contraddizioni. Nell'epoca dell'esplosione della protesta nera negli Stati Uniti e nella rivendicazione e riscoperta delle proprie radici afroamericane, questo incontro doveva rappresentare un ponte simbolico tra il continente di provenienza degli schiavi e il paese dove gli schiavi sono stati deportati prima e segregati poi. Ma l'ingrediente principale a dare una cornice a questo evento era soprattutto Muhammad Alì, che in quegli anni era diventato un simbolo delle lotte antirazziste e dell'opposizione alla guerra in Vietnam. A questo c'era da aggiungere che Alì era stato sospeso dalla pratica del pugilato dal 1967, e doveva scontare tre anni e mezzo di squalifica a causa del suo rifiuto di arruolarsi nell'esercito. Il campione in carica era George Foreman, un pugile con caratteristiche tecniche e caratteriali opposte a quelle di Alì e che aveva battuto Joe Frazier che a sua volta aveva battuto Alì nel cosiddetto “Scontro del secolo” nel 1971. Il campione era, dunque, il favorito.

A organizzare il tutto fu l'ambiguo e istrionico manager Don King, che alla sua prima esperienza giocò subito d'azzardo: fece firmare due contratti separati a Alì e Foreman promettendo una borsa di 5 milioni di dollari che però non aveva, sperando di trovarli poi con un grosso sponsor. Lo sponsor lo trovò in Mobutu Sese Seko, sanguinario dittatore dello Zaire sostenuto dalla Cia e dagli ex coloni, cioè la corona belga. In questo grande spettacolo mondiale Mobutu voleva legittimare la propria forza agli occhi del mondo dopo che era salito al potere nel 1960 grazie ad un colpo di stato, sostenuto da Belgio e Usa, contro il governo democraticamente eletto di Patrice Lumumba. Lumumba aveva lottato ardentemente per un vera indipendenza del Congo (prima si chiamava Congo belga, poi Repubblica Democratica del Congo con Lumumba e poi Zaire per volere di Mobutu e dal 1997 Repubblica Democratica del Congo) mentre il Belgio voleva accordare un'indipendenza fittizia mantenendo quadri militari nell'esercito e l'influenza sulla provincia mineraria del Katanga. Il colonnello Mobutu era stato lo strumento per perpetrare gli interessi dei belgi nell'area e la volontà degli Usa di far fuori un simbolo pericoloso per il continente africano in quanto era tacciato di simpatie marxiste e che una volta attaccato dall'esercito belga e dai suoi ascari chiese aiuto prima all'Onu e poi all'Urss.

Di questi risvolti politici in pochi ne parlarono e oggi tra film e documentari ne rimane poca memoria. Certo, non è che nel ricordo di quell'incontro manchino riferimenti al personaggio Mobutu come un dittatore feroce e soggetto a culto di personalità, ma la storia della sua ascesa viene sempre omessa. È questa la più grande contraddizione politica del campione e del simbolo Alì, considerato grande paladino dei diritti dei neri, dell'orgoglio afroamericano e della lotta contro la guerra in Vietnam, che però è andato a combattere per il simbolo dei dittatori burattini degli Usa e delle vecchie potenze coloniali, cioè per uno dei tanti militari al potere che non hanno fatto certo l'interesse e la fortuna dei popoli africani.

Viene il dubbio quindi che il “Rumble in the jungle”, più che uno storico evento per motivi sportivi e politici, lo sia stato in quanto uno dei primi eventi che seguivano le regole della globalizzazione e della società dello spettacolo. A margine dell'evento infatti era stato organizzato un concerto di caratura mondiale con BB King, James Brown e le stelle della musica africana Manu Dibango e Miriam Makeba. Poi l'infortunio di Foreman in allenamento fece rinviare l'incontro e far sì che i due eventi fossero fatti in date diverse. L'incontro di pugilato fu disputato alle 4 di mattina per permettere la visione al pubblico americano. Vinse Alì da sfavorito. Un film che non poteva avere finale diverso.

Franco Marino

Tratto da Senza Soste cartaceo n. 97 (ottobre-novembre 2014)

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 31 Ottobre 2014 13:21

Colonia: estrema destra a caccia di consenso contro l'Isis. Scontri con gli antifa

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alttratto da http://www.infoaut.org

Migliaia di neonazisti, oltre 3mila secondo alcune fonti, si sono dati appuntamento ieri a Colonia in occasione di una manifestazione contro l'Isis, un pretesto per raccogliere sostenitori per "un'Europa bianca e cristiana". Un chiaro tentativo di incentivare il razzismo e la xenofobia per le strade della Germania. A saltare all'occhio era la quantità di persone che ieri hanno partecipato alla manifestazione, a cui però ha fatto da contraltare l'immediata risposta degli e delle antifasciste tedesche, che insieme alla comunità curda si sono ritrovati in circa 1500 per contrapporsi al corteo nazi-fascista.

Ne sono nati violenti scontri tra antifascisti e nazisti, sotto gli occhi conniventi della polizia schierata per la maggior parte del tempo a protezione dei secondi. La furia violenta e senza senso dei neonazisti si è scagliata contro numerose persone (alcune delle quali si trovavano lì per caso) durante il tragitto del corteo. A fine giornata si contavano numerosi feriti, mentre diversi locali gestiti da persone di differenti nazionalità sono stati attaccati.

La giornata di ieri ha dato riprova della complicità da parte della polizia nell'assecondare l'ingestibilità della piazza di estrema destra. Nonostante alcuni media riportino di alcuni attacchi da parte dei neo-nazi nei confronti delle forze dell'ordine, è emblematico come un evento di questa portata - che ha radunato numerose persone provenienti da tutta la Germania in nome dell'ideologia razzista - sia stato totalmente sottovalutato dalle autorità stesse, permettendo ai nazi-fascisti di sfilare a Colonia seminando il caos tra i passanti e agevolando lo scontro con gli antifascisti, successivamente criminalizzati come la radice dei disordini che ci sono stati.

Gli attacchi da parte di gruppi neo-nazisti sono continuati anche dopo che la polizia si è ritirata dalle strade di Colonia: numerose persone sono state aggredite nei parchi così come un ristorante cinese a Ebertplatz è stato oggetto di un raid al grido di "Gli stranieri fuori".

Il corteo di Colonia conferma la necessità di impedire spazi di agibilità all'estrema destra europea, che nei prossimi mesi potrebbe tentare di cavalcare e annacquare la lotta all'Isis per propagandare razzismo e xenofobia.

Guarda il video

27 ottobre 2014

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Il progetto di Salvini: una Lega à la Le Pen

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salvini1tratto da http://www.infoaut.org

Riportata in auge dai media mainstream dopo la manifestazione milanese di Sabato, la Lega Nord del corso Matteo Salvini merita una riflessione, già sicuramente compresa nelle menti di chi ha sfilato sabato al grido di #StopInvasione! per le vie di Milano contestando il contemporaneo raduno leghista, ma sicuramente da socializzare in termini di quelli che possono essere i futuri scenari di una tale ristrutturazione politica.

Quella che ci troviamo di fronte è una Lega che dal punto di vista strategico sta riuscendo in maniera eccellente a riempire quelle voragini lasciate a destra dalla fine di Forza Italia per come l'abbiamo sempre conosciuta. Lo svuotamento renziano dei contenuti forzisti, sia nei termini delle proposte (per Squinzi le riforme di Renzi sono quelle che Confindustria ha sempre sognato) sia nei metodi (centralismo totale nelle decisioni, ma anche utilizzo sapiente e spregiudicato della televisione) ha portato il PD al centro di un sistema in cui FI non sa che pesci pigliare.

La Lega invece, scottata dal periodo catastrofico delle tangenti e del Trota, ha cambiato pelle, almeno a livello retorico. Dal dicembre scorso, con il cambio di leadership, non più attacchi agli immigrati, ai gay, ai “terroni” motivati solamente su base biologica: ma un aumento delle urla di odio e rancore nei loro confronti anche a partire da un ritrovato nazionalismo complessivo ( e non solo limitato al nord e alla sua secessione!) che ben ricorda l'ascesa in Francia della Le Pen.

Un cambiamento dovuto soprattutto ad una nuova comprensione del posizionamento possibile per la Lega in una situazione dove la crisi ha raggiunto effetti materiali durissimi, dove la disoccupazione è sempre più forte, ove l'economia è il principale tema sul quale impostare il discorso. “Non mi interessa avere la Padania libera se poi le fabbriche sono chiuse. Primum vivere. Per questo, pur di fare la battaglia contro gli assassini di Bruxelles sono disposto a discutere con chiunque“ ha dichiarato Salvini in un'intervista oggi a Repubblica.

Non è un caso che CasaPound, da sempre sgherro di ogni forza del centrodestra capace di ottenere qualche seggio in Parlamento, si sia vista in piazza a Milano proprio con la Lega, sebbene le ridicole foto postate su Twitter e diventate immediatamente virali facciano ben capire il livello a cui siamo..non è un caso che Salvini abbia dimostrato l'intenzione di aprire sezioni locali della Lega al sud in maniera ben più reale delle esibizioni ridicole di progetti simili ai tempi di Bossi.

Siamo qui di fronte ad un tentativo della Lega di guadagnare un consenso mai avuto prima, approfittando anche dello sgonfiarsi del grillismo oltre che di quello di FI. Ma dove è interessante guardare è anche nell'arena geopolitica, con la Lega che oltre a legarsi con la Le Pen (Salvini a novembre sarà al congresso del Front National) in sede UE ha adombrato la possibilità di creare dei gruppi uniti dall'ostilità contro le sanzioni alla Russia. Sanzioni che penalizzano soprattutto le regioni italiane legate all'export, dove la Lega è più forte (Lombardia e Veneto) e che rilanciano l'azione leghista in un campo euroscettico sempre più in espansione dove quanto sta succedendo riguardo alla Russia rischia di allargare l'ostilità nei confronti di Bruxelles da parte di fette ampie degli interessi soggetti a questa.

Le circa 40.000 persone in piazza a Milano, e il circa 10% di consenso elettorale che sembra in questo momento avere il Partito di Salvini, testimoniano il successo di questa virata a destra, che sembra travolgere con sé anche l'NCD oltre che Forza Italia, dato che il primo, al governo in questo momento, rischia di essere svuotato sia dalla determinazione di Renzi ad imporre una sorta di ius soli temperato (come annunciato dallo stesso premier domenica 19 ottobre), sia dalle mosse di un Salvini sempre più all'opposizione battagliera e sempre più evidentemente alla ribalta politica mentre tutte le altre opposizioni, da Grillo a FI, sembrano annaspare.

25 ottobre 2014

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A cinquanta anni dalla morte di Raniero Panzieri

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A cinquanta anni dalla morte di Raniero Panzieri

tratto da http://contropiano.org

Nell’Ottobre del 1964 moriva, a soli 44 anni, Raniero Panzieri: figura ispiratrice di molte delle idee degli anni sessanta, influenzò alquanto anche gli anni settanta. Fu dirigente del PSI in Sicilia e a Roma. Diresse la rivista Mondo operaio del PSI. In questo periodo tradusse il Capitale. Trasferitosi a Torino collaborò con la casa editrice Einaudi . Fondò la rivista Quaderni Rossi con altri, tra cui Mario Tronti e Toni Negri. Nella rivolta di piazza Statuto a Torino del 1962, intuì l'emergere della centralità della fabbrica e dell'operaio massa. Posizioni e ricerche che lo avevano fatto allontanare dal PSI e dalla sua corrente di sinistra nella quale aveva a lungo militato: un distacco che gli impedì anche di aderire, nel Gennaio 1964 pochi mesi prima della morte, allo PSIUP.

Attraverso l’elaborazione sviluppata su Quaderni Rossi, Panzieri riscoprì alcuni testi di Marx fino a quel punto largamente ignorati come la IV sezione del I libro del Capitale, il “frammento sulle macchine” dei Grundrisse, il Capitolo VI del Capitale (inedito), facendo emergere nel dibattito i concetti di sussunzione formale e di sottomissione reale del lavoro al capitale per indagare i processi di trasformazione economico – sociale e per analizzare l’organizzazione taylorista e fordista del lavoro.

Su queste basi Panzieri elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Panzieri considerava l’operaio massa, tecnicamente dequalificato rispetto all’operaio di mestiere, come portatore di una potenzialità conflittuale molto forte.

La composizione di classe indicava il nesso tra i connotati oggettivi della forza lavoro in un certo momento storico e i suoi connotati politici soggettivi.

Secondo Panzieri non esisteva alcune tendenza immanente al superamento della divisione del lavoro, così come non esisteva alcun limite allo sviluppo del capitale.

L’unica costante nel modo di produzione capitalistico era rappresentato dalla crescita (tendenziale) del potere del capitale sulla forza lavoro e l’unico limite al capitale è la resistenza della classe operaia.

Oggi c’è da domandarsi se quest’analisi, in una fase di articolazione ben diversa della forza – lavoro rispetto a quella del periodo fordista  possa essere considerata superata oppure di piena attualità.

Panzieri ipotizzava che, in ragione della crisi della teoria economica, il capitalismo avesse perduto il suo pensiero classico nell’economia politica e avesse ritrovato la sua scienza non volgare nella sociologia, la quale segnalava il passaggio del problema del funzionamento del meccanismo economico a quello dell’organizzazione del consenso.

Tale trasformazione corrispondeva a un mutamento del rapporto tra ricchezza e potere.

Il rapporto tra ricchezza e potere si trasformava in una concezione del potere inteso ad asservire la ricchezza, in una funzione del denaro utilizzato come mezzo per conseguire il dominio politico.

Una analisi che, anche in questo caso, può essere ben considerata come profetica e di fortissima attualità.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale tutta incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

Una tesi, quella del marxismo italiano “ufficiale” compresa tra la programmazione giolittiana e il sostegno al “capitalismo straccione” di Amendola,  che Panzieri contrastò vivacemente come altri  fecero in diverse sedi (a partire dal convegno dell’Istituto Gramsci sulle “tendenze del capitalismo italiano” svoltosi nel 1962).

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.

In ogni caso si trattò di un insieme di  intuizioni importantissime non sviluppate appieno a causa della sua prematura scomparsa e dal prevalere nel PSI della logica di utilizzo della leva del governo quale via “riformista” e nello PSIUP e nel PCI della linea di sovrapposizione “classica” della mediazione politica rispetto alla diretta rappresentanza operaia:  neppure l’avvento dei sindacato dei consigli, qualche anno dopo la scomparsa di Panzieri, avrebbe consentito di affrontare il tema ricorrente della rappresentanza politica dell’operaio massa e della composizione di classe che derivava dalla presenza di questo nuovo soggetto ben diverso, come si è visto, da quello rappresentativo dell’aristocrazia operaia fino a quel punto egemone.

Intanto l’ eredità teorica di Panzieri restava suddivisa tra i gruppi di ispirazione operaista e i partiti della nuova sinistra mentre, a partire dalla crisi petrolifera del 1974 andavano imponendosi nuove elaborazioni sul piano della programmazione dell’economia, della scomposizione sociale, della resistenza operaia, dell’intreccio tra nuove e vecchie contraddizioni.

L’eredità teorica di Panzieri rimase così sullo sfondo nell’elaborazione della sinistra italiana: oggi a cinquant’anni dalla morte, in una fase di fortissima scomposizione nel rapporto tra lavoro e società e ancora tra società, politica, concezione del potere,  alcune sue intuizioni appaiono  di straordinaria attualità.

Nell’assunzione di una  di una forte egemonia culturale e sociale da parte dei soggetti dominanti del capitalismo le lotte di massa non riescono più a contrapporsi in assenza di una organizzazione politica della soggettività di classe.

Una difficoltà che ci rimanda necessariamente allo studio della composizione del capitalismo (nazionale e sovranazionale) e della stessa nostra “classe” di riferimento: almeno sotto l’aspetto del metodo, ma non solo, la riscoperta di Raniero Panzieri potrebbe risultare davvero preziosa.

Per redigere questo testo sono stati utilizzati: Cristina Corradi “Storia dei marxismi in Italia” (“Manifestolibri 2005”); Raniero Panzieri “Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale” in “Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei Quaderni Rossi 1959 – 1964” scritti scelti a cura di Stefano Merli (Pisa, BPS, 1994), “L’altro Novecento, comunismo eretico e pensiero critico” secondo volume a cura di Pier Paolo Poggio (Jaca Book, Milano 2011), Lucio Magri “Le novità del neocapitalismo” (Les Temps Modernes, n.196-197, Parigi settembre – ottobre 1962), Raniero Panzieri e Lucio LIbertini "Sette tesi sul controllo operaio" (ed.Mondoperaio, 1956)

23 ottobre 2014

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Autunno 1993, l’ultimo sciopero generale del comprensorio che insegna molto alla Livorno di oggi

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sciopero generaleIl 1993 è un anno importante per Livorno. E non solo per le contronarrazioni che, alla lunga, hanno largamente contribuito alla disintegrazione del centrosinistra locale. Sull’importanza, nel profondo del tessuto sociale livornese, della rioccupazione del Godzilla e dell’occupazione del teatro delle commedie, è stato scritto e documentato e non c’è bisogno qui di tornare su quei passaggi. E’ stato scritto poco su un altro paio di contronarrazioni, la reazione all’omicidio Tortorici e i fatti di Pontedera-Livorno ma qui c’è un fattore naturale e positivo: data già molti anni dopo il collasso della memorialistica ufficiale della città operata da una sinistra mai ripresasi dall’ingessamento culturale anni ’50 e da un giornalismo agiografico e timoroso del potere. Ci sono quindi interi capitoli di storia sociale del territorio da riscrivere e, come sempre accade, si tratta di racconti e di materiale destinati solo ad emergere.

Lo sciopero generale del territorio dell’autunno del ’93 si inquadra invece sia nella storia di una Livorno ufficiale, comunque attraversata in prima persona dai soggetti delle contronarrazioni appena accennati, nella storia sociale del territorio ma anche in quella più direttamente politica. Quest’ultima, la storia politica del territorio, è stata talmente azzerata, e i processi di annichilimento che ha subito sono così radicali che meriterebbero una analisi a parte. Analisi che metta in luce come si sia provocata una assenza di esperienza e capacità di innovazione diffusa che ha condizionato, e caratterizzato, quasi tutte le ultime leve della politica locale. Già, perché, a meno di avere 120 anni con la freschezza mentale di un ventenne e l’expertise di chi fa ricerca accademica di livello globale, l’esperienza, fondamentale per innovare e progettare, in politica si tramanda sia per trasmissione generazionale che, per i processi astratti, tramite l’analisi della storiografia del politico territoriale. Da molto tempo questa trasmissione generazionale, assieme questo fondamentale processo di astrazione su sapere collettivo, è saltata. Non che sia irriproducibile, al contrario. Solo che da qualche parte bisogna pur ricominciare.

Ricominciamo appunto da quell’autunno del 1993. Quando questi processi di trasmissione e produzione di sapere erano già sostanzialmente saltati lungo gli anni ’80 (periodo fondamentale per capire l’oggi, e non certo solo a Livorno, ma questa è un’altra storia). Pochi sanno che Livorno arriva a quel periodo con una base di disoccupati, calcolati statisticamente e definibili socialmente in maniera molto diversa da oggi, che dal 1980 al 1989 era passata da 4.000 a 25.000 unità. Si sa invece molto della vicenda dei decreti Prandini, che tolsero la riserva del lavoro portuale alla allora CLP; e si conosce, seppur a sommi capi, il fatto che in quel periodo il territorio stava subendo un lento ma deciso, poi inesorabile, processo di deindustrializzazione. Bisogna anche aggiungere, a questa storia, dei fattori più strettamente nazionali. Il 1992 è un anno drammatico per questo paese, anche sul piano economico-sindacale. Salta la scala mobile, e con lei la struttura del salario e della contrattazione collettiva (entrambe riviste al ribasso proprio nel ’93) il crollo dell’allineamento delle monete europee provoca la perdita di 70.000 miliardi di lire in pochi giorni, il governo Amato vara una manovra da 100.000 miliardi che colpirà le fasce più deboli. Una dozzina di anni dopo, un analista economico mainstream dirà che l’Italia non si era ancora ripresa, a livello di redditi, dallo choc del 1992. Poi c’è stata Lehman Brothers, ancora peggio del ’92, e il maremoto di chiacchiere inutili sulla “crescita” che ha seppellito, per adesso, la realtà. Si capisce così che la crisi di una nazione, e del nostro territorio, affonda le radici piuttosto lontano.

Livorno, all’inizio degli anni ’90, si trovava quindi all’incrocio di una doppia crisi: locale e nazionale. E, per la generazione di amministratori che la governava nel periodo, si trattava di una novità. Basti dire che in piena austerità metà anni ’70, il periodo che ha comunque formato il grosso della disastrosa leva di amministratori arrivata fino a noi, Livorno era nella ristretta cerchia delle città in testa agli indicatori di benessere dell’epoca.

Per rispondere a questa pessima novità, il ceto politico-sindacale della sinistra di governo dell’epoca indice uno sciopero territoriale, come si direbbe oggi, generalizzato. Proprio nell’ottobre 1993. A Livorno chiude per sciopero sostanzialmente tutto ciò che poteva e voleva chiudere. L’obiettivo, e lo schema, è evidentemente quello di ripetere ciò che era accaduto tra la fine anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. L’apertura di una vertenza nazionale complessiva su Livorno che, all’epoca, con regista il sindaco Badaloni finì per portare sul territorio quella filiera delle partecipazioni statali che, assieme al porto, completò un modello di sviluppo fordista che funzionò per un quindicennio resistendo poi fino alla fine degli anni ’80. Per una vertenza su Livorno dei primi anni ’90 il clima, all’epoca sembrava poi favorevole: un presidente del consiglio di origine livornese, il crollo della Dc che qualche pregiudizio verso il territorio ce l’aveva, un Pds che, già in maggioranza di governo, si avviava verso una stagione vissuta all’interno delle stanze nazionali dei bottoni. Ecco quindi che si presentano in piazza a Livorno, con ampie delegazioni della provincia, oltre 20.000 persone con vasta ed ecumenica presenza. Livorno come comunità, come si dice oggi in qualche pessima presa di posizione, dimenticando ovviamente che, dal punto di vista socio-antropologico, fortunatamente la nostra città non è mai stata una comunità allora e non lo è oggi. Ma l’esangue retorica della politica attuale è quello che è cioè poco.

Ma torniamo a noi, lo sciopero generalizzato riesce, Livorno è bloccata e soprattutto tesa verso l’obiettivo: rappresentare la voce di un territorio che si fa sentire per aprire una vertenza sul piano nazionale legata al modello città. Almeno è quello che i sindacati dicono dal palco in piazza della Repubblica durante la manifestazione, nonostante qualche lieve contestazione. Come andò a finire? I processi che si misero in moto allora sono molto utili per agire nel presente per cui qualche parola non fa male tirarla fuori. Prima di tutto saltò il modello, nonostante qualche inviato del governo a Livorno, del territorio che tratta su una nuova matrice di sviluppo con Roma. E non solo perché, come ha denunciato lucidamente Gallino, l’Italia manca di una programmazione industriale dalla fine degli anni ’70, e negli anni ‘90 non è in grado di offrire politica industriale possibile ai territori. Ma anche perché, proprio a partire da quel periodo, sono proprio gli istituti di politica industriale territoriale, quelli che comunque mancavano di strategie fin dalla fine degli anni ’70, ad essere stati smantellati. Inutile fare nomi basta tirar fuori il più illustre e importante, figuriamoci per i territori, strumento di politica industriale: l’Iri. Istituto del quale proprio un importante ex-presidente, Romano Prodi, si vantava gongolando proprio di aver operato per la sua completa dismissione. Lo stesso Prodi che nelle campagne elettorali si rallegrava visibilmente declamando “le privatizzazioni le abbiamo fatte noi” (il centrosinistra, ndr.) dismettendo player istituzionali fondamentali per la politica di sviluppo autonoma dei territori, fu accolto nel giubilo, come i francesi a Milano nel Rosso e Nero di Stendhal, proprio a Livorno durante le politiche del ’96.

Si capisce che Livorno, negli anni ’90, andava a contrattare a Roma quello che aveva ottenuto negli anni ’60 e non esisteva più: la costruzione di un modello di distretto economico territoriale entro una politica nazionale di programmazione industriale. Quello che è accaduto a Livorno va, di conseguenza, nella direttrice di una duplice privatizzazione. La prima, quella di usare la rete di relazioni generata da questo sforzo della città per costruire una rete di potere attorno alla formazione della nascente autorità portuale. Qui basterebbe seguire la carriera del primo presidente della Autorità Portuale, sindacalista poi manager pubblico poi privato, per capire come il tessuto di relazioni generato dalla sforzo della città, come quello dello sciopero generalizzato del ’93, sia stato speso in carriere personali, in sinergia con studi professionali e imprese, e privatizzazioni di beni pubblici. Poco male, l’economia e i territori cambiano, se tutto questo non fosse coinciso con un significativo e drammatico declino, in termini economici e di produzione di posti di lavoro, dello scalo livornese.

Ma l’aspetto forse più drammatico, che vale per il futuro è che il centrosinistra livornese ha provincializzato, in termini di vera e propria chiusura culturale a difesa di interessi a cortissimo respiro, il porto che è un preziosissimo cancello verso la globalizzazione. Respingendo istintivamente ogni politica di diffusione delle tecnologie, dei saperi, delle economie che la vicinanza ad un processo di globalizzazione, in uno snodo fondamentale come un porto, può e deve suggerire in positivo. Al contrario, nell’assenza di una vera politica industriale da Roma, che nel frattempo smantellava, a Livorno si è operato per garantire circuiti chiusi di interesse e una politica di dumping salariale e contrattuale prima lenta poi sempre più inesorabile.

Altra spontanea modalità dell’uso delle “relazioni con Roma” di quel periodo è la sinergia con il nesso mattone-moneta che è stato l’unico volano di sviluppo, ora finito, del ventennio 1990-2010. In assenza quindi di un vero referente romano, politico e sistemico assieme, sul territorio il centrosinistra a suo tempo ha reagito in questo modo: privatizzando il patrimonio di relazioni, sempre più residuale, stabilito nella capitale a seguito di vertenze e presenze istituzionali. Per una chiusura corporativa in porto e per lo sviluppo del modello mattone-moneta sul resto del territorio. Lo sciopero generalizzato dell’ottobre del 1993 fu quindi una non battaglia, di una non vertenza. Un qualcosa che si basava su schemi del passato e che si adattò presto alle dinamiche di privatizzazione del presente tra chiusura corporativa e mattone. Portando Livorno verso il collasso.

Oggi, nel momento in cui evocano scenari di trattativa “con Roma” per il residuo dei modello industriale presente sul territorio devono essere chiare alcune cose. Prima di tutto che non esiste alcuna cabina di regia, o strumento di politica industriale, che possa fare come negli anni ’60. E che quindi vanno separati i tavoli sulle singole vertenze, che invece sono attivi, dalla vertenza di modello. Mica per altro, per non perdere tempo. Poi è importante capire la tendenza istituzionale: il governo centrale privilegia le economie di scala, specie in vista delle prossime ondate di privatizzazioni, piuttosto che le economie territoriali (quelle legate alla specificità del territorio e delle sue istituzioni). E non a caso, dopo l’abolizione delle province (invece di ripulirle e ristrutturarle come strumento della politica territoriale) prevede accorpamenti e dismissioni delle partecipate. E anche accorpamenti e dismissioni dei comuni. Rafforzando invece aree metropolitane, invece delle Regioni (che devono agire in una complessità di territori, non solo i capoluoghi) e decisionismo, senza investimenti pubblici, del potere centrale. Deve essere chiaro che andare a trattare con un governo centrale, che privilegia le economie di scala e le offre a privati (ultimi, gli imprenditori cinesi recentemente a Roma col premier), con la bandiera dell’economia territoriale è uno scontro duro e assai complesso. Non solo, è uno scontro che si gioca non prima di aver stabilito, anche in maniera fortemente simbolica, ponti a Bruxelles e Strasburgo. Bypassando un governo che della mediazione internazionale, e del “non possiamo perché ce lo dice l’Europa, fa un punto di vanto e di forza. La geometria dei poteri, e anche dei rapporti tra istituzioni, è molto cambiata con la crisi. I nostalgici delle liturgie anni ’60, che abbondano in partiti e persone che non solo col Pci ma anche con il Pd non hanno a niente che vedere, deve essere chiaro: guadagneranno tempo, magari spunteranno qualche concessione simbolica ma non andranno da nessuna parte. E’ da oltre 20 anni che è il finale della liturgia della trattativa del territorio “con Roma” è scritto a questo modo. Si tratta invece di capire sul serio che non solo con la crisi, ma anche con la governance multilivello, non solo sono cambiate le geometrie istituzionali. Ma che se una istituzione locale riconosce come centrale il rapporto con Roma, è destinata ad essere o schiacciata dai processi di globalizzazione, attivati in Europa tramite la governance continentale, o liquidata delle politiche di austerità dello stato nazionale. Dare poi per scontato che dallo stato centrale si voglia preservare la vita politica municipale sarebbe poi un atto di ottimismo: le economie di scala, magari governati da soggetti privati post-nazionali, non intendono avvalersi dell’autonomia dei poteri pubblici locali. E il governo Renzi, come qualsiasi altro promosso dal centrosinistra, esiste per supportare questi poteri.

Se Livorno vuol praticare un modello sardo, andare nella capitale essere gentilmente accompagnati nei binari morti o per prendere magari qualche legnata, la strada c’è già. Inaugurata nel 1993. Altrimenti si tratta di abbandonare la timidezza di chi indugia, sperando che il vecchio in qualche modo ritorni, per dare una rotta a questa città navigando sul serio nel mare della politica.

redazione, 19 ottobre 2014


 

Leggi anche:

1993: Odissea nello spazio. Un percorso a ritroso di 20 anni per ricordare un anno cruciale per la città.

20 aprile 1993: Maurizio Tortorici non lo dimentichiamo

Ottobre 1993: Oscurati dalle nuvole

Dicembre '93: C'era una volta il Teatrino Occupato


 

 

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Ultimo aggiornamento Domenica 19 Ottobre 2014 16:40

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