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PER NON DIMENTICARE

CasaP(oun)D. Rapporti d’amore con l’estrema destra nel ventre del partito renziano

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L'uccello del malaugurio

Nell’inchiesta troverete anche quest’uccellaccio del malaugurio, e vedrete in quale contesto.

di Wu Ming e Nicoletta Bourbaki * - tratto da http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=25467

«Nel corpo sempre più virtuale del partito – che non ha più una teoria né una minimamente coerente visione del mondo oltre la mera difesa della propria funzione e dello stato delle cose – regnano la più assoluta spregiudicatezza, il peggior eclettismo e la schizofrenia. Se aggiungiamo che la scalata di Renzi ha attirato avventurieri da ogni dove, il risultato è che da dentro il PD giungono addirittura esternazioni chiaramente fasciste.»

Un’inchiesta collettiva portata avanti su Twitter e raccolta su Storify. Come il tentativo di costruire il Partito della Nazione sfondò ogni argine a destra e ancora più a destra.

Esempi dai territori: piddini che fanno iniziative con Casapound, fascisti ospitati in circoli del Pd, piddini e fascisti che si fanno i selfie assieme, Casapound che invita a votare Pd, dirigenti locali del Pd che si accusano a vicenda di avere pacchetti di voti neofascisti… Tutto vero!

C’è altro? Eccome se c’è! Leggere per credere.

Con una riflessione su cos’è (stato?) il renzismo, cosa ha cercato di essere il Pd, cosa ci rivelano simili «corrispondenze d’amorosi sensi».

 Buona lettura.

* Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

24 giugno 2016

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L’imbroglio di Medjugorie: 35 anni fa le prime “apparizioni” nel paesino bosniaco

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medjugorie

Il 24 giugno del 1981 alcuni ragazzini, tutti legati allo stesso clan familiare, asseriscono di aver assistito ad apparizioni della Madonna con Gesù Bambino in braccio nei pressi del paesino bosniaco di Medjugorie, abitato in maggioranza da croati e all’epoca appartenente alla federazione jugoslava. La “Gospa” (la Signora) avrebbe indicato loro i cinque pilastri della pace: la preghiera, il digiuno, la lettura della Bibbia, la confessione e la comunione, e confidato dieci futuri avvenimenti dando incarico a una di loro, Mirjana Dragićević, di rivelarli pochi giorni prima del loro verificarsi. Ad oggi, però, nessuna rivelazione clamorosa, né guerre, né catastrofi naturali, neanche qualche risultato di coppa Uefa.

Mentre i vescovi della zona bollano la vicenda come una bufala, i “veggenti” trovano sostegno spirituale e materiale presso alcuni francescani locali, da tempo in contrapposizione con le gerarchie cattoliche in quanto Paolo VI già dal 1975 voleva sostituirli con il clero secolare. Tra questi francescani il parroco di Medjugorie, il croato Jozo Zovko, che al primo accenno di strumentalizzazione politica viene condannato dalle autorità jugoslave a tre anni di carcere, poi ridotti alla metà forse per la sudditanza psicologica nei confronti della Madonna che l’avrebbe definito un “santo” in un’apparizione dell’ottobre 1981. Durante la detenzione Zovko viene sostituito da un altro francescano, Tomislav Vlasic, che nel 2009 la Congregazione per la dottrina della fede sanzionerà con l’interdizione, accusandolo di "eresia e scisma", di “divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo, disobbedienza ad ordini legittimamente impartiti e addebiti contra sextum” (cioè il sesto comandamento, “non commettere atti impuri”). Risulta che nel 1976 avesse messo incinta una suora.

Anche Zovko sembra avere molta sensibilità per le donne, viveva con quattro ragazze e vi sono state diverse accuse di abusi sessuali. È stato colpito da diversi provvedimenti disciplinari, tra cui l’obbligo di allontanarsi da Medjugorie, che non ha mai rispettato finché alcuni anni fa si è ritirato su un’isola. Nel 1992 si era incontrato con Papa Wojtyla, che lo aveva accolto benevolmente. Wojtyla vedeva con favore i “veggenti” di Medjugorie, come espressione di quel nazionalismo croato, cattolico e visceralmente anticomunista, che faceva del paesino bosniaco il suo luogo sacro e delle apparizioni della Madonna un’occasione di propaganda contro i comunisti, i serbi ortodossi e i musulmani bosniaci. Medjugorie nel frattempo era diventata meta di pellegrinaggi sempre più numerosi. Secondo alcuni siti il giro d’affari è arrivato nel 2015 a 11 miliardi di euro. “A Medjugorje tutto avviene in funzione dei soldi: pellegrinaggi, pernottamenti, vendita di gadgets. Cosicché, abusando della buona fede di quei poveretti che si recano lì pensando di andare incontro alla Madonna, i falsi veggenti si sono sistemati finanziariamente, si sono accasati e conducono una vita a dir poco agiata (…) È un fenomeno assolutamente diabolico, intorno al quale girano numerosi interessi sotterranei”. A dirlo non è un ateo militante ma monsignor Andrea Gemma, già vescovo di Isernia, considerato nel suo ambiente uno dei più grandi esorcisti viventi e quindi esperto di cose soprannaturali. Sul turismo religioso nel paesino balcanico vi sono degli aneddoti particolarmente divertenti, come quell’agenzia turistica che per 325 euro a testa prometteva, durante la gita, anche la presenza della Madonna in persona in orari rigidamente prefissati (vedi foto).

La nota divinità ha sempre mostrato a Medjugorie un presenzialismo stupefacente. Si parla di oltre 35mila apparizioni, e il 2 maggio scorso, giornata in cui l’afflusso di turisti è stato particolarmente intenso, ben quattro apparizioni in altrettante location della zona. Com’è noto in Italia il fronte dei seguaci di Medjugorie è particolarmente nutrito, primo fra tutti Livio Fanzaga di Radio Maria, oltre ad alcune celebrità di contorno. E siccome a Livorno non ci facciamo mancare mai nulla, il noto ex ballerino Padre Nike della parrocchia della Rosa è uno dei più sfegatati sostenitori, pompato da organi di stampa locali che fanno da megafono ai suoi racconti sui miracoli più strampalati (“una storia di preghiera che diventa guarigione e che spazza via la malattia fisica e rinnova lo spirito” si legge sulla Nazione) e agli ospiti che invita tra i quali “un ragazzo che dice di aver visitato, accompagnato dalla Madonna, il paradiso, il purgatorio e l’inferno e un esorcista” (Qui Livorno).

Chissà se il petulante vescovo Razzauti, quando parlava della retrocessione della città insieme alla squadra , si riferiva a queste pagliacciate o se magari per risollevare le sorti di Livorno ha in mente un bel pellegrinaggio con apparizione inclusa.  

Nello Gradirà

 

Pubblicato sul numero 116 (giugno 2016) dell’edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Venerdì 24 Giugno 2016 18:27

Lambro 1976-2016: Espresso, lascia perdere

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lambro parco espresso“sono nato dove non c’erano costrizioni” (Geronimo)

L’Espresso è noto da sempre come strumento per hitman della comunicazione. In italiano, più o meno, significa che quando qualcuno vuol fare una campagna negativa, denigrante fino alla depressione può usare, come arma contundente, le pagine de l’Espresso. Naturalmente una campagna che vada negli interessi di ciò che comunemente si chiama centrosinistra. O meglio del pezzo di Italia che conta in quell’area di politica istituzionale, mica elettorato. Questa regola, aurea, valeva tanto più per gli anni ’70. Anzi peggio, perchè all’epoca per L’Espresso era già suonata, in modo traumatico, l’ora della fine della ricreazione. Si a quell’epoca, si potevano denunciare le malefatte della Dc, i potentati della Nato, ma ormai il dado era tratto. Era cominciata l’epoca della difesa del governo di compromesso storico bisognava quindi attaccare gli “eccessi” degli operai e dei giovani.

Era il periodo in cui Repubblica nacque per liberalizzare il Pci ma da destra (anche se qualcuno, come al solito, capì il contrario). Bisognava contenere i salari, bloccare gli scioperi, aumentare la produzione, in un programma delle sinistre che, oltre alla produzione, salvava anche la Dc. Cominciava il periodo in cui la retorica dei diritti civili era giocata contro la contestazione al modello di svilupp. Era quindi l’epoca delle operazioni da hitman che, con l’attacco al movimento del ’77 e successivi, costruirono vere e proprie pietre miliari della storia del giornalismo della denigrazione in Italia. I collettivi, gli studenti, i giovani politicizzati dovevano essere rappresentati come scoppiati, confusi, negativi, persi. Di contrasto c’era la “grande” politica, quella del presunto progressismo italiano. Quella che, come sappiamo, avrebbe portato, l’Italia nell’abisso, dall’epoca dell’abbraccio delle sinistre con la Dc ai governi Prodi, senza soluzione alcuna.

Ogni grande operazione di denigrazione, come sappiamo, ha un inizio e una fine. Una fine, per quanto riguarda l’Espresso e Repubblica nei confronti del movimento, la troviamo all’inizio degli anni ’80. Una volta sconfitti i collettivi, i movimenti, gli operai (alla Fiat, con la compartecipazione di Bertinotti e Fassino, nomi sinistri che sarebbero arrivati fino a noi), una volta terminato il passaggio nelle carceri di 16.000 persone (eh già, pochi sanno che Amnesty International nel marzo ’82 dichiarò di aver raccolto una “mole impressionante” di testimonianze sulle torture ai detenuti politici in Italia) la stampa progressista e di sinistra poteva ben dedicarsi alle culture underground giovanili del periodo. Le migliori, per quel genere di giornalismo: facevano look, di copertina ma impolitiche che lasciavano fare le cose serie alla sinistra disastro, quella che sarebbe arrivata fino ai nostri giorni. Ma se quel periodo è la fine, l’inizio di una campagna di denigrazione contro il movimento durata almeno un lustro (e rinverdita, anni dopo, contro “violenti”, “black bloc”, “hooligan”, “no-tav” etc.) lo troviamo al Parco Lambro, giugno 1976.

La campagna dell’Espresso, e della stampa progressista, sul Lambro è l’inizio di una vera, politicamente parlando, caccia all’uomo. E qui facciamo un utile flash back: in quel giugno, le elezioni più importanti dopo il ’48 si sono concluse, si va verso il governo, di compromesso storico, Andreotti, appoggiato dal Pci che aveva Napolitano come ambasciatore presso l’esecutivo. Programma chiaro: sacrifici, normalizzazione, solita vita di corte di sempre per le classi dirigenti, contenimento dei salari. Per il necessario recupero di competitività del paese in un modello di sviluppo già allora senza senso, ci mancherebbe. Il delirio che conosciamo, che si è snodato nel tempo da Andreotti, a Ciampi, a Prodi, a Monti. Il movimento che si riunisce al Lambro viene invece dalla fase delle lotte del proletariato giovanile e celebra il proprio festival. Dopo una stagione di conflitti del proletariato metropolitano dell’epoca, il cui acuto collettivo fu la rivolta dell’aprile 1975, verso quelli dell’autunno del 1976 che trovarono esplosione finale della battaglia della Scala, all’inaugurazione della stagione teatrale milanese di quell’anno. Si trattava, ma è l’abc per chi è interessato alla storia reale, di un movimento molto diverso dal ’68, per composizione interna, per obiettivi, per cultura, per il conflitto aperto che esprimeva nei confronti della sinistra istituzionale ormai sistemica e povera di prospettiva. Ne “L’editore” di Nanni Balestrini si rappresenta bene questa situazione, quando nelle discussioni informali tra studenti, tra giovani. C’è un dialogo dove si rappresenta l’antifascismo come acquisito, e scontato, e dove si conviene apertamente che per conquistarsi la libertà si deve andare allo scontro frontale con il Pci e la Cgil. Si parla di dialoghi e di comportamenti che oggi non trovano nè traduzione nè spiegazione. La comprensione, va detto, non l’hanno mai trovata. Si tratta di linguaggi e comportamenti che risultano incomprensibili ad un’Italia contemporanea che non ha, né al momento desidera, le categorie per leggere adeguatamente tutto questo. Eppure allora, quaranta anni fa, era la pratica di movimento di tutti giorni, di decine di migliaia di persone, in ogni angolo del nostro paese. Tra scuole, università, fabbriche e territori.

Ogni pratica, ogni generazione di lotta ha quindi la propria epifania. Quella generazione l’ebbe con il festival del parco Lambro del giugno del 1976. E qui c’è da capirsi su una cosa: se c’è un senso di libertà che è irrappresentabile oggi è quello di essersi liberati dal lavoro, dalla famiglia, dalle istituzioni, dalla disciplina, dalla morale, dal buonsenso e tutto assieme. Questo senso di liberazione è avvenuto, è stato vissuto, e collettivamente, in quel periodo. Qualcosa di impensabile per la sinistra istituzionale che viveva di etica del lavoro, timore reverenziale verso le istituzioni, il partito, la morale. Era una rottura, tra il movimento e la sinistra istituzionale, prima ancora antropologica che politica. Rottura che si celebrò al Lambro tra nudi, amori sui pratini, espropri contro gli stessi organizzatori del festival, incidenti, concerti, feste diffuse. Una rottura celebrata con splendori e miserie perché solo nei dipinti con gli angioletti e il cielo terso si fa vedere un mondo che osanna il creato e senza nubi all’orizzonte. Per la sinistra istituzionale, e quella giornalistica dell’Espresso era troppo. La campagna di denigrazione dell’Espresso sul Lambro, che oggi la stessa testata online celebra con orgoglio, dette simbolicamente il via ad una operazione di denigrazione mediatica di una generazione lunga un lustro. Intrecciando questa operazione, sempre mantenuta, con servizi di denuncia sociale, di inefficienze della politica e di problemi sindacali. Ma sempre, sistematicamente, lavorando ai fianchi contro questo scandalo di decine di migliaia di persone in aperta secessione, e aperto conflitto, contro un paese provinciale e ottuso che stava precipitando in un lungo declino ampiamente annunciato proprio dal movimento di cannibali che la sinistra istituzionale demonizzava come tali.

A quarant’anni dal Lambro, l’Espresso torna sulle copertine, e i servizi, del delitto. Sul seno nudo in prima pagina di quaranta anni fa che, da un lato, faceva vedere che si trattava di un settimanale aperto mentre, dall’altro, serviva per aprirsi sì, ma alla denigrazione più banale, sistematica e deprimente di un movimento. Su committenza Pci, Cgil e, oggi si direbbe, gruppo Repubblica-Espresso. Oggi è chiara una cosa: l’Italia non era in grado di contenere qualcosa di diverso dal solito processo di civilizzazione scuola-lavoro-disoccupazione-casa-ufficio. Le stesse invocazioni, che si sentono persino ai giorni nostri, di un paese “normale”, onesto privo di scosse, che funziona sono indice di questa povertà culturale, e persino di quella economica (solo le anomalie producono innovazioni quindi ricchezza) che continua a permanere.

L’Espresso di oggi, riportando compiaciuto i servizi di allora, scrive del Lambro “l’esaltazione della libertà assoluta che avrebbe segnato il tramonto della speranza”. Prima questione: il Lambro non esaltava, esprimeva. La stessa idea di esaltazione era estranea a quel movimento che contestava ogni eccesso ideologico anche fino a divorare sé stesso: il militarismo, il maschilismo, il miltantismo, il freakketonismo, il pacifismo, il riformismo (quindi comportamenti opposti tra loro) erano messi regolarmente a critica. Gli esaltati si beccavano un coro di “scemo,scemo”, in una cultura collettiva dell’ironia estranea alla politica di oggi persino non in grado di sopportare una imitazione di un comico. Seconda questione: il movimento non aveva alcun assoluto perché nato contro il concetto stesso di idealismo. Terza questione: il concetto, nella subcultura politica di oggi, della speranza ha un’origine marcatamente cattolica. Si tratta di una sorta di orizzonte che mai si avvicina e che vuole la propria inavvicinabilità come consolazione di sofferenze reali. Il movimento era contro la speranza, orizzonte lontano. Come sappiamo voleva tutto e lo voleva subito.

Il titolo de L’Espresso del 2016 è un tutto un programma: “quando al Lambro finì il futuro”. Niente di più falso, il futuro finì nella connivenza e nell’ottusità di una sinistra alleata di Andreotti, dei Ciancimino, dei Gava, dei Fanfani che si immolò per un modello di sviluppo che non aveva alcun senso nè prospettiva (come vediamo oggi) salvo per chi potè capitalizzare questo processo in termini di carriera. L’Espresso celebra quindi felice le proprie stupidaggini di allora, esaltando il proprio vuoto patrimonio culturale fatto anche di scuola della denigrazione, della disinformazione, dell’ignoranza. Per prepararsi a nuove stagioni contro il prossimo nemico, su ordine dei residui del centrosinistra e della proprietà della testata, ci mancherebbe. Resta solo da invitare la nobile testata, che vive agitata da incubi che si è creata da sola, a lasciar stare il Lambro. In fondo non ci ha capito nulla quaranta anni fa è impensabile lo faccia adesso. Senza voglia, senza strumenti, senza acume. La dimensione dell’Espresso sono i servizi sugli scontrini dei deputati, sul Ruby bis, gli articoli su chi sale e scende nel borsino del potere, le cronache del palazzo. O gli scandali per sostituire un Cda con un altro. Sul Lambro, su splendori e miserie di un festival che fu rito di una rottura antropologica rimandiamo invece all’estratto del girato di un grande regista di movimento, Alberto Grifi.

https://www.youtube.com/watch?v=7l6jCi3TepA

Se qualcuno avrà stropicciato gli occhi leggendo questo non è colpa nostra. Anzi abbiamo usato categorie narrative semplici, nessuna storiografica o analitica. Ma l’Italia è un paese dove il passato è talmente rimosso che, quando fuoriesce, appare inverosimile.Comunque, “Un tranquillo festival pop di paura”, quale fu il Lambro secondo Gianfranco Manfredi è poi una di quelle vicende non di facili letture. Di certo banalizzata dalle polemiche sugli espropri e sui nudi. Del resto si era agli albori di quella polemica sul frammento rispetto all’assieme, sul dettaglio scandalistico che è oro e petrolio, in termini di attenzione di pubblico e di fatturato pubblicitario, dei media di centrosinistra (e non solo). Resta da dire una cosa. C’è un disagio, parola usata spesso in redazioni come quelle dell’Espresso, che nella testa diretta da Vicinanza (passato di redattore presso l’Unità, il Centro, il Mattino, ha ricevuto il premio “per la legalità”, insomma non proprio Allen Ginsberg) nessuno mostra aver provato. Quello, rappresentato sempre nell’Editore di Balestrini. Quello di colui che ha provato quella libertà, quella rottura antropologica ed è costretto a tornare. Nel mondo dove comandano impresa, sopraffazione e denaro. E’ grave, oggi, vivere senza aver provato questo disagio. Significa non conoscere cosa vuol dire essere liberi. Visto che all’Espresso questo disagio, e con lui la libertà, è sconosciuto magari la testata potrebbe fare un piacere a tutti. Potrebbe non occuparsi più di vicende come il Lambro per tuffarsi in quell’entropia della comunicazione digitale che è la giusta, comoda, pietosa tomba per testate come L’Espresso.

Per Senza Soste, nique la police

22 giugno 2016

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Il colpo di spugna: 70 anni fa l'amnistia sui crimini fascisti

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116 ss amnistia

Il 19 giugno 1946 il leader socialista Pietro Nenni riassumeva così nel suo diario la giornata parlamentare di quel giorno: “Oggi Consiglio dei Ministri per elaborare il testo dell’amnistia (…) Tendenza di De Gasperi: mettere fuori tutti i fascisti. Tendenza di Togliatti: mollarne il meno possibile”. Il testo di legge che fu approvato appena tre giorni dopo rispecchiava questa seconda impostazione. Il Pci, scrive lo storico Mimmo Frassinelli, “voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime”.

Il segretario del Pci Palmiro Togliatti era all’epoca il Ministro della Giustizia ed era laureato in Giurisprudenza. Volle scrivere di suo pugno la legge, contrariamente a quanto spesso si è letto sul fatto che sarebbero stati i funzionari ministeriali a ispirarla, “fregando Togliatti” (come ebbe a dire Pietro Secchia). I funzionari e i magistrati, spesso di provenienza fascista, furono però quelli che una volta chiamati ad applicare la legge ne utilizzarono tutte le ambiguità per darne un’interpretazione molto “benevola”: in appena quattro giorni la Corte d’Assise di Roma scarcerò ottantanove fascisti accusati di collaborazionismo o di altri gravi reati.

L’elenco dei criminali che sarebbero stati liberati è impressionante: si va da Grandi a Federzoni, da Bottai a Scorza, da Alfieri a Caradonna, da Acerbo ad Ezio Maria Gray, da Renato Ricci a Giorgio Pini, da Teruzzi a Junio Valerio Borghese, da Cesare Maria de Vecchi ai collaboratori della banda Koch. Il caporione del Msi Giorgio Almirante nel 1974 scriverà: “Sarebbe ingeneroso non ricordare l’amnistia voluta da Togliatti per i fascisti”. E sarebbe stato davvero ingeneroso dato che due terzi dei parlamentari del Msi ne avevano beneficiato. La legge permetteva agli amnistiati perfino di ricoprire cariche pubbliche.

L’amnistia suscitò ovviamente grande sconcerto e indignazione negli ambienti della Resistenza: in tutto il nord vi furono rivolte, manifestazioni di protesta, appelli e petizioni. Molti partigiani proposero di riprendere le armi e tornare in montagna. In provincia di Cuneo decine di ex combattenti si asserragliarono per più di un mese nel paesino di Santa Libera. A Casale Monferrato, nel 1947, fu necessario l’intervento dei carri armati, la mediazione del leader della Cgil Di Vittorio e la promessa che non sarebbe stata concessa la grazia per calmare gli animi durante il processo ad alcuni criminali fascisti.

Abbiamo visto uscire - disse Sandro Pertini - quelli che hanno “incendiato villaggi e violentato donne”. E in effetti le sentenze pronunciate dai tribunali hanno del clamoroso: comandanti di plotoni d’esecuzione assolti per non aver sparato e violentatori condannati solo per “oltraggio al pudore”.

I commenti più duri vennero dal Partito d’Azione. Ernesto Rossi definì la legge “una dimostrazione di imbecillità e incoscienza”, mentre Piero Calamandrei “il più insigne monumento all’insipienza legislativa”.

Quel che è certo è che il Pci di Togliatti nell’immediato dopoguerra giocò un ruolo decisivo nella smobilitazione delle migliori energie della Resistenza mettendo le basi per quella lunga repressione antipopolare che parte dalle elezioni del 18 aprile 1948 e si conclude solo negli anni ’60.  

NOTA
Cfr. l’articolo di Nello Ajello su Repubblica del 21 giugno 2006 e il libro “L’amnistia Togliatti” di Mimmo Franzinel
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Nella foto: i torturatori fascisti della “Banda Carità” accolgono l’applicazione dell’amnistia esultando e salutando “romanamente” durante il processo tenutosi a Lucca nel 1951.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 116 (giugno 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Domenica 19 Giugno 2016 16:35

Di sconfitta in sconfitta. Lo Stato Islamico è alle corde?

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daesh

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Le milizie agli ordini del governo di ‘unità nazionale’ libico hanno affermato ieri di aver riconquistato lo strategico porto di Sirte, finora roccaforte in Libia dei jihadisti dello Stato Islamico, i cui combattenti si sono rifugiati in alcuni quartieri centrali della città oppure sono riusciti a fuggire all’interno del paese, nel deserto. “La battaglia non è stata dura come pensavamo” ha detto una fonte del governo libico, il che forse significa che come spesso accade i membri del Califfato hanno preferito ad un certo punto sottrarsi alla battaglia e ripiegare piuttosto che soccombere.
In base alle incomplete informazioni per ora a disposizione, comunque, intensi combattimenti starebbero continuando in varie zone della città. Secondo i servizi di intelligence delle potenze occidentali che hanno inviato le proprie forze speciali in Libia, nel paese distrutto dall’intervento della Nato del 2011 lo Stato Islamico potrebbe comunque ancora contare su circa 5000 combattenti.

La caduta di Sirte, se dovesse essere confermata, potrebbe rappresentare un altro grave colpo all’organizzazione fondamentalista alle prese con le offensive degli eserciti locali e delle forze schierate dalle grandi potenze non solo in Libia, ma anche in Siria ed Iraq.

Il prossimo 29 giugno, il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi compie due anni di vita. La ‘statualità jihadista’ transnazionale fu infatti proclamata pomposamente dallo Stato Islamico (ex Isis) nella città irachena di Mosul, eletta a propria capitale dagli uomini dell’organizzazione fondamentalista sunnita che allora controllavano un territorio pari a quello dell’intera Gran Bretagna a cavallo tra Siria e Iraq. Nel giro di due anni però, grazie all’offensiva delle milizie popolari curde e dai peshmerga del governo autonomo di Erbil – sostenute da Usa,  Francia e Gran Bretagna anche con forze speciali inviate sul terreno – e delle forze lealiste siriane e irachene – coadiuvate invece dall’aviazione russa e dalle milizie sciite libanesi e iraniane – il Califfato è passato dalla massima espansione al punto più basso, ed oggi molti analisti descrivono Daesh (dall’acronimo in arabo) come una realtà alle corde.

Dopo la prima vera sconfitta subita a Kobane nel gennaio 2015, ad opera delle forze curde organizzate dal Partito dell’Unità Democratica (Pyd), forza gemellata con il Pkk, negli ultimi sette mesi – grazie soprattutto dopo il massiccio intervento militare russo del settembre scorso – gli estremisti dello Stato Islamico hanno perso il controllo o sono assediati in almeno 6 città dall’alto valore simbolico e strategico: la città curda di Sinjar e la sunnita Ramadi (insieme a Tikrit e Bijii) già liberate verso la fine del 2015, con la roccaforte Fallujah sul punto di essere persa in Iraq; Palmira liberata dall’esercito di Damasco nel marzo scorso, Minbej a nord di Raqqa ormai completamente assediata, la cui conquista renderebbe molto difficile gli approvvigionamenti e i rifornimenti assicurati dalla Turchia attraverso la frontiera a poca distanza; in Libia la roccaforte Sirte liberata almeno in parte.

Certamente è troppo presto per considerare lo Stato Islamico come una esperienza ormai sconfitta, visto l’alto numero di combattenti a disposizione, le reti di complicità o quantomeno di tolleranza assicurate da alcuni stati mediorientali – la Turchia così come l’Arabia Saudita e le altre petromonarchie – e le grandi ricchezze accumulate in anni di contrabbando di opere d’arte, tassazione dei territori occupati e compravendita del petrolio e del gas sui ‘distratti’ mercati internazionali.
Ma è anche vero che nelle ultime settimane si è assistito a una recrudescenza dello scontro tra Daesh e altre reti jihadiste concorrenti, con al Qaeda e altre sigle fondamentaliste che stanno tentando di approfittare delle difficoltà del Califfato per accreditarsi e rafforzarsi nei territori abitati da popolazioni sunnite che soffrono i progressi delle potenze e delle forze sciite e quelle dei curdi.

Stando ai rapporti di alcuni analisti e di varie intelligence, negli ultimi mesi si stanno moltiplicando le defezioni dalle milizie dello Stato Islamico, con centinaia di combattenti che tentano di scappare o di tornare ai loro paesi di origine, scontrandosi spesso con una cieca repressione da parte dei settori fedeli alla direzione del movimento che non esita a torturare ed uccidere chiunque tenti di abbandonare i ranghi ora che la situazione non è più così promettente come in passato.

Dopo almeno un anno di bombardamenti poco più che simbolici da parte delle aviazioni degli Stati Uniti e di alcune potenze sunnite – finanziatrici di Daesh ma anche alleate di Washington in una lotta contro il jihadismo che a lungo non ha fruttato risultati concreti – la situazione sul terreno è repentinamente cambiata convincendo molti dei sostenitori del Califfato a decidere di ‘cambiare aria’. Se nei primi mesi del 2015 i miliziani di Daesh hanno visto spesso la controparte scappare consegnando loro vasti territori quasi senza colpo ferire – soprattutto in Iraq, dove importanti città sono state letteralmente abbandonate a sé stesse sia dai peshmerga di Erbil o dalle truppe di Baghdad – a partire dall’offensiva curda per liberare Kobane e poi ancora di più dopo l’intervento russo a difesa dei lealisti siriani la situazione è mutata notevolmente. Combattere per il Califfato è diventato improvvisamente assai più pericoloso, e con le prime sconfitte il morale dei miliziani è cominciato a calare, insieme alla crescente consapevolezza tra i combattenti del carattere economico e geopolitico – più che religioso o etico – del progetto jihadista. La diffusa corruzione tra i dirigenti e l’aumentare della repressione e degli abusi contro le popolazioni locali o contro i miliziani considerati ‘fuori linea’ – chi decide di abbandonare i ranghi viene considerato un traditore e sommariamente giustiziato – stanno facendo il resto. La repressione per ora sta ritardando la dipartita di qualche migliaio di ‘volontari’ tra Siria e Iraq, in particolare di quelli provenienti da vari paesi asiatici, africani e occidentali che tentano di assicurarsi una via di fuga sicura prima di defezionare.

Il ritorno ai paesi di origine preoccupa molto – almeno ufficialmente – le intelligence e i governi occidentali, che temono che i foreign fighters (per anni ampiamente tollerati dalle forze di sicurezza dei rispettivi paesi perché utili alla destabilizzazione del governo siriano) possano riorganizzarsi in Europa e sferrare un numero crescente di attacchi nell’ambito di un cambiamento di strategia destinato ad imporsi man mano che Daesh perde le sue roccaforti in Medio Oriente e in Nord Africa. Ma se vuole continuare a sopravvivere è indubbio che lo Stato Islamico deve puntare a mantenere il controllo su un territorio omogeneo – lo ‘Stato Islamico’ o Califfato, appunto – pena la perdita di appeal rispetto ad altre organizzazioni fondamentaliste concorrenti.

Recitare il de profundis di Daesh, allo stato, può risultare assai azzardato. L’organizzazione, dall’inizio del suo arretramento in Medio Oriente, ha scientificamente perseguito la colonizzazione e l’infiltrazione di altri territori – Libano, Yemen, Egitto – e quindi potrebbe ripartire da altri focolai costringendo le varie potenze che la combattono a intensificare i propri sforzi e i fronti bellici. Inoltre il Califfato può sperare nella ambigua politica estera statunitense, oltre che nella continuazione di un certo sostegno da parte delle potenze sunnite, minore rispetto al passato ma ancora consistente.
Washington (così come le petromonarchie) non mira alla distruzione totale dell’entità jihadista, ma a un suo sostanziale indebolimento. La permanenza di alcuni focolai dello Stato Islamico, per quanto ridimensionati, in Siria, in Iraq e nel resto del Medio Oriente potrà infatti consentire all’amministrazione Usa di continuare a svolgere un qualche ruolo in quell’area del mondo dove l’egemonia a stelle e strisce è sottoposta a un forte stress a causa dell’emergere di potenze regionali con proiezione internazionale (Israele, Turchia, Arabia Saudita…), nell’ottica di una destabilizzazione e di una tribalizzazione  dell’area che richiama il vecchio ma sempreverde ‘divide et impera’.

13 giugno 2016

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