Senza Soste

Friday, Sep 10th

Last update:10:14:54 AM GMT

You are here:

PER NON DIMENTICARE

Cossiga, quando la sovranità non appartiene al popolo

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 14
ScarsoOttimo 

giorgiana_masiIn primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... [...]. Lasciar fare gli universitari, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.

(Suggerimenti di Francesco Cossiga a Maroni su come affrontare il movimento degli studenti, da un intervista a Il Giorno, 23 ottobre 2008)

È buffo che nei necrologi bipartisan dedicati a Cossiga si metta in evidenza soprattutto il suo senso dello Stato. Perché Cossiga, a differenza di tanti che oggi lo commemorano, non si è mai posto il problema di nascondere il suo disprezzo per lo Stato di diritto e ha sempre rivendicato apertamente il suo ruolo in quelle strategie occulte ed “eversive” (tecnicamente parlando) che dalla Liberazione in poi hanno costituito la vera struttura portante della Prima e della Seconda Repubblica.

Strategie con un obiettivo chiaro e semplice: quello di impedire che in Italia la volontà popolare potesse mettere in pericolo gli equilibri politici voluti dai veri padroni del Paese e detentori della sovranità reale.

A Cossiga va dunque riconosciuto almeno un merito: quello di aver mostrato con chiarezza che nelle cosiddette democrazie occidentali i diritti civili e politici sono solo un simulacro che copre i reali rapporti di forza: “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”, scriveva Michel Foucault capovolgendo il famoso motto di Clausewitz.

I fatti di cui Cossiga è stato protagonista sono notissimi e in questi giorni molti media li ricorderanno ancora una volta. In questo articolo più che raccontare questi avvenimenti si cercherà di mettere in evidenza il filo conduttore che li lega e proporre un criterio interpretativo.

È stato Cossiga a rendere di dominio pubblico che subito dopo la Liberazione, con l’inizio della Guerra Fredda, nei Paesi europei sotto l’influenza USA si era formata una rete terroristica occulta con il compito di impedire che la sinistra arrivasse al potere attraverso le elezioni. Della rete (nota come Gladio-Stay Behind) facevano parte militari, membri dei servizi segreti “atlantici”, neofascisti, esponenti politici (soprattutto democristiani) e massoni.

Va sottolineata la sostanziale continuità tra gli apparati burocratici e repressivi del ventennio fascista e del nascente regime democristiano, visto  che molti sembrano rimpiangere quel periodo descrivendolo come una specie di Età dell’Oro.

È in quegli ambienti che si elaborano e si mettono in atto alcuni tentativi di colpo di Stato (1), ma soprattutto quella strategia della tensione che ha insanguinato il nostro Paese a partire dagli anni ’60, in risposta alla progressiva crescita della sinistra e del movimento operaio e studentesco.

Negli anni in cui il movimento è più forte, Cossiga come ministro dell’Interno si incarica di reprimerlo, ancora una volta senza porsi problemi di “legalità”, militarizzando il Paese. Nelle grandi città universitarie sferragliano i carri armati, mentre la polizia e gli agenti provocatori travestiti da manifestanti sparano ad altezza d’uomo sui cortei.

francesco.lorusso.01L’11 marzo 1977 a Bologna viene ucciso il ventiseienne Francesco Lorusso, il 12 maggio a Roma muore una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, colpita dagli agenti in borghese.

Il loro assassinio fu uno sfregio ad un’intera generazione, e colpì profondamente tutti “i ragazzi del ‘77”, anche coloro che non facevano parte del movimento ma che condividevano i  suoi grandi ideali di cambiamento. Quegli spari uccisero non solo due giovani ma la speranza che qualcosa potesse cambiare, e che il regime democristiano, bigotto e corrotto, potesse essere sconfitto con la forza delle idee.

Ma la strategia repressiva di Cossiga non avrebbe avuto successo senza il supporto decisivo del Partito Comunista.

E forse non sono mai stati sufficientemente approfonditi i rapporti anche di natura familiare Cossiga-Segni-Berlinguer.

DC e PCI fin dall’inizio avevano considerato il movimento come un pericolo. Non ne comprendevano la cultura, il linguaggio, le modalità organizzative, gli obiettivi, ma una cosa gli era chiara: non era possibile alcuna mediazione,  e in particolare era messo fortemente in discussione il ruolo di contenimento svolto dal PCI e della CGIL.

Il 17 febbraio del 1977 PCI e sindacato avevano tentato di assumersi direttamente il compito di fare piazza pulita, entrando nell’Università occupata e cercando di imporre il comizio di Lama con i bastoni del servizio d’ordine e il volume altissimo degli altoparlanti.

La cacciata di Lama segna una rottura definitiva, traumatica, nella sinistra, e porta alla decisione, condivisa a quel punto dall’intero “arco costituzionale” di annientare quel movimento ad ogni costo e con qualsiasi mezzo.

Quello che non gli si perdonava era soprattutto la sua radicalità e la sua lungimiranza politica, che l’aveva portato a capire che i tempi della grande fabbrica e dell’operaio massa erano finiti e che si apriva una nuova epoca.

In questo passaggio il PCI avrebbe perso la sua stessa identità politica, ormai connessa  inestricabilmente al “compromesso fordista”, ma schiacciare il movimento non è servito a esorcizzare il futuro. Questo scenario si è concretizzato, e in più il PCI si porterà dietro per sempre l’infame responsabilità storica e politica di aver messo i padri contro i figli, gli operai contro gli studenti, poveri contro poveri.

Se non si ricordassero questi passaggi sarebbe più difficile capire la trasformazione da PCI a PD e la rapida “americanizzazione” dell’intero ceto burocratico di questo partito.

I carri armati di Cossiga furono il corrispettivo italiano dei colpi di Stato in America Latina. Mentre Giorgiana e Francesco cadevano, a Buenos Aires o a Santiago migliaia di altri giovani venivano sequestrati, torturati e uccisi da altri “difensori dello Stato” ispirati dai “consulenti” piduisti.

Il ruolo della P2 nella vicenda politica italiana diventa ancora più evidente l’anno successivo, in occasione del rapimento di Aldo Moro, un altro momento decisivo della strategia della tensione: il comitato di crisi creato da Cossiga è pieno di piduisti, Licio Gelli compreso. Vogliono la morte di Moro per mettere il Paese sotto assedio e attuare quei cambiamenti istituzionali delineati con lucidità nel loro piano di rinascita democratica.

Anche qui il supporto del PCI alla linea della fermezza è decisivo. Nelle intenzioni dei dirigenti la politica dell’emergenza doveva dare al partito la legittimità per proporsi come forza di governo, non capendo che l’obiettivo finale di quella strategia era annientare tutta la sinistra e non solo il movimento.

Analogamente in campo sindacale la CGIL sostenne a spada tratta l’ideologia dei “sacrifici” per superare la “crisi”, coprendo con una cortina fumogena la ristrutturazione in atto, che prevedeva lo smantellamento della grande fabbrica e  la fine del movimento operaio organizzato.

Di quelle scelte paghiamo ancora oggi le conseguenze, con la desertificazione del tessuto sociale e politico, la quotidianità miserabile che viviamo e la corruzione dilagante.

Ritornando a Cossiga, durante la sua presidenza del consiglio (agosto '79-ottobre '80) la P2 intensifica la propria attività, come emergerà dall'inchiesta parlamentare. Il 1980 nella carriera politica di Cossiga è uno degli anni più oscuri. È l'anno della strage di Ustica (27 giugno), seguita dal relativo depistaggio, e di quella di Bologna del 2 agosto (anche qui P2 coinvolta, come risulta dagli atti del processo). Negli ultimi trent'anni Cossiga non ha mai detto una parola chiara su queste vicende, salvo la bufala della stazione di Bologna esplosa per un incidente provocato dai palestinesi.

Gelli viene inquisito solo un anno dopo che Cossiga ha lasciato la presidenza del consiglio.

Nel 1985 Cossiga viene eletto presidente della Repubblica. Con la caduta del Muro finisce l'epoca della Guerra Fredda e si impongono nuovi equilibri politici. Cossiga, in veste di “picconatore”, dà l’avvio alla liquidazione della Prima Repubblica. 

Tangentopoli spazza via il vecchio ceto politico, soprattutto democristiano e socialista, che allignava nelle partecipazioni statali, nascono nuove forze politiche e il sistema bipolare, assetto più rispondente ai dettami del pensiero unico neoliberista che cominciava ad affermarsi anche in Italia. E anche in questo passaggio c'è una forte componente terroristica, ancora in buona parte oscura (2).

Cossiga da un lato promuove lo sdoganamento  del MSI (fu allora che questo orrendo termine entrò a far parte del linguaggio giornalistico), dall'altro favorisce, formando un gruppo parlamentare autonomo, il primo governo guidato da un ex-pcista (ottobre 1998), che dimostrerà la sua affidabilità bombardando la Jugoslavia (30mila vittime civili).  

Nei necrologi bipartisan, da cui era partito questo articolo, si deve dunque leggere la fedeltà “atlantica” dell’intero quadro politico e il riconoscimento da parte degli attuali schieramenti della loro matrice comune: la strategia della tensione e le trame occulte di cui Cossiga è stato protagonista (3).

E soprattutto, vi si deve leggere la conferma che per l'attuale classe politica "la sovranità non appartiene al popolo".

Per Senza Soste, Nello Gradirà

18 agosto 2010

Link: Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà

Note

(1) Come quello di De Lorenzo nel 1964. All'epoca il presidente della Repubblica è Antonio Segni,  e Cossiga fa da tramite tra De Lorenzo e Segni (http://www.arcipelago.org/storie%20italiane/ragnatela2.htm)

(2) Cossiga si dimette da presidente della Repubblica il 28 aprile 1992. Il 23 maggio viene ucciso il giudice Falcone e il 24 luglio il giudice Paolo Borsellino. L'anno successivo, tra maggio e luglio, vi sono gli attentati ai Parioli, in Via dei Georgofili a Firenze (5 morti), a Milano (5 morti) e a Roma.

(3) Tra gli "estimatori" di Cossiga va citato anche Fausto Bertinotti. Ne parla lo stesso Cossiga in un'intervista al Corriere della Sera del 25 gennaio 2007. Il giornalista gli chiede: "Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?" E Cossiga: "La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo avere».

 


Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Agosto 2010 10:14

E' morto KoSSiga: l'uomo-stato, nemico dei movimenti

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 6
ScarsoOttimo 
Dopo la morte di Giorgiana Masi, avvenuta nel maggio del '77, la DC e il PCI organizzarono una manifestazione. In quell'occasione «il servizio d'ordine del Pci - secondo Francesco Cossiga, allora Ministro degli Interni - agì in coordinamento con la polizia, grazie alle radio che noi gli avevamo dato.
L'on. Pecchioli del Pci seguì la situazione in contatto telefonico con me (farlo venire in Viminale sarebbe stato eccessivo...). Portuali e operai gettarono gli autonomi nelle braccia della polizia, da cui furono opportunamente "smazzolati". La parola d'ordine congiunta era: "botte senza pietà"».


(Dichiarazione al Corriere della Sera, 23 marzo 2004)

Cossiga_poliziotto_nemicoLa morte, attesa già da qualche giorno, dell'ex Presidente-Picconatore e Ministro degli Interni  Francesco Cossiga, vede già all'opera dichiarazioni e commiati delle diverse cariche istituzionali e dei capi di partito.
Una parte della casta politica -trasversalmente da destra a sinistra- lo celebra come  esempio fulgido di "servitore delo stato" e anticipatore delle trasformazioni istituzionali, non lesinando imbalsamazioni che ne lavano ogni macchia. La Sinistra, ormai da tempo votata alla sconfitta e al piagnisteo, ne lamenta invece i lati oscuri da grande repressore.
Da parte nostra, ci sembra assai più opportuno leggere la figura dell'ex uomo di stato oltre la cortina fuomogena di appartenenze che diamo per scontate (noi di quà, lui di là della barricata) per inquadrare meglio una figura di politico che merita qualche riflessione in più.

Ovviamente non dimentichiamo le sue responsabilità nella creazione delle famigerate "squadre speciali" autorizzate a sparare contro i manifestanti nel 1977, la sua diretta responsabilità nelle morti di Giorgiana Masi e Francesco Lorusso, il ruolo di primo piano nell'allestimento della rete contro-insurrezionale Gladio contro il "pericolo rosso", l'autorizzazione alle torture contro i brigatisti, l'asservmento alle politiche imperialiste degli Usa, le amicizie di prima mano con gli alti gradi dell'esercito e dei servizi segreti... e chi più ne ha più ne metta.

Tutto questo, presumiamo, lo stanno già scrivendo in molti. Più utile ci sembra allora collocarne la figura e l'operato dell'ex nel posto che merita come "nemico". Nemico appunto, ma con la N maiuscola.

Francesco Cossiga non fece mai abiura delle sue scelte politiche dimostrando, fuor di retorica, una condotta che non ha pari nella biografia degli uomini della Prima (non parliamo della Seconda) Repubblica.
Già le sue assunzioni di responsabilità relativamente alla vicenda-Gladio e alle politiche anti-insurrezionali nel 1977 tratteggiano la fisionomia politica di "uomo di stato"  intendente la politica innanzitutto come  schieramento, scelta, assunzione di responsabilità e uso della forza. La sua condotta nell'affaire-Moro - come ammise poi, nella lucida consapevolezza delle sue conseguenze - mostrano una coerenza già inattuale in quella fine di anni '70. Dopo la morte dello statista democristiano, sacrificato da lui e dai colleghi di partito sull'altare della "ragion di stato", fu l'unico a dimettersi dal proprio ruolo istituzionale.

Più volte ritornando su quelle vicende, spiegò che non poteva darsi nessuna trattativa con i "terroristi" a meno di aprire, nell'instabile Italia di quegl'anni, processi simli alla questione irlandese o basca.
Anche sul piano internazionale alternò un posizionamento chiaro (con l'Occidente anti-comunista) allo sguardo attento alle emergenti dinamiche politico-nazionali che un grande scienziato politico conservatore, anni dopo, definì "conflitti di faglia": Medio Oriente, Irlanda, Paesi Baschi.
Che piaccia o meno, questo è un operare lucidamente politico.

Dentro la turbolenza degli anni '70, il suo operato funse da monito a quanti pensavano che la rivoluzione fosse un pranzo di gala, ricordando nei fatti che, anche nelle democrazie liberali, "sovrano e chi decide sullo stato d'eccezione", aldilà delle belle parole con cui si innaffiano le decisioni che operano cambiamenti reali.

Ripercorrendo postumamente la sua traiettoria politica, si potrebbe forse anche azzardare una riconsiderazione storica del suo operato contro i movimenti nella seconda metà degli anni'70, nel '77 in particolare, interpretandolo più a fondo di quanto non abbia saputo fare una vulgata ormai cristallizzata.
Certo, Kossiga fu soprattutto uomo di stato e di sistema, e in quanto tale sempre predisposto all'uso dello Stato come detentore del monopolio della violenza, ma la sua politica contro i movimenti deve essere inquadrata non solo nel manganello intimidatore (e negli spari) usati in piazza ma anche nella più generale politica del "compromesso storico" volta alla sussunzione/neutralizzazione del Pci nell'area di governo.

Archiviata (vittoriosamente per lui e i suoi) la difficoltosa stagione dei Settanta, poté comodamente (da Presidente della Repubblica) dedicarsi nella successiva stagione a "picconare" istituzioni già sorpassate dal contesto storico-politico (il mondo bi-polare) in cui erano sorte. Quale differenza con l'attuale Presidenza della Repubblica, quotidianamente impegnata a rattoppare gli equilibri della compatibilità istituzionale!
Oggi che una sinistra senza storia, appartenenza e radici scorge in Fini l'alfiere di una ben miserevole alternativa a Berlusconi, viene spontaneo domandarsi quale sarebbe stato il comportamento di Cossiga durante il G8 del 2001 a Genova...

Scriveva Marx che una sconfitta  con la lotta è più importante, perché più formativa, di una vittoria ottenuta senza lotta. Trasponendo, potremmo dire che avere un Nemico come KoSSiga (non un semplice "avversario") può essere molto più utile, per dei rivoluzionari e dei sovversivi, che il rapportarsi con la nullità politica dell'odierno ceto di mediatori e gestori dello status quo.
Del resto, come diceva Oscar Wilde, "bisogna saper scegliere i propri nemici".

Infoaut-TO

Video: Carrarmati di Kossiga a Bologna Marzo 1977

Video: Francesco Cossiga. Parole da criminale!


Vedi anche:

***

E' spirato in ospedale, ma va ancora sconfitto nella piazza

kossiga_boia...e alla fine è spirato! E' morto un gladiatore, un micidiale servo dello stato. Impossibile trovare epiteti adeguati a nominare il defunto. La traiettoria che in linea verticale ci separa, noi giù in basso fino a lui lassù in alto, è descritta dall'ostilità e dall'inimicizia assoluta. Punto. Basta questo.
E' morto Francesco Cossiga, ma questo non basta, perchè la sua attualità nel presente e nel nostro futuro ci indica l'urgenza di cancellare e abolire tutto ciò che lo rende persistente alla morte, a cominciare dalle leggi speciali da lui introdotte per colpire i movimenti antagonisti e di massa del decennio rosso fino ad arrivare alla memoria e alla verità sempre violentata dagli interessi rappresentati dal gladiatore capo.
Da questo evento una spinta, l'indicazione per i movimenti a sconfiggere il persistente Cossiga che viene tutte le volte quando un territorio si solleva, per la libertà e per l'autonomia.
La piazza e le strade, la fabbrica e il quartiere lo sanno: "ha pagato caro, ma non ha pagato tutto!"

tratto da www.infoaut.org

17 agosto 2010

***

Bestiario Kossighiano

Le migliori/peggiori dichiarazioni dell'ex Primo Ministro e Presidente della Repubblica

"So tutto su Gladio: come era fatta e come non era fatta. Per filo e per segno. E quindi, quando ne parlo, ne parlo con perfetta cognizione di causa. E mi sono immediatamente sbracciato per garantire che era una cosa perfettamente lecita, anzi doverosa, e senza doppi fondi, esponendomi in prima persona.
I gladiatori sono stati additati al pubblico ludibrio dei patrioti. Brava gente che qualcuno ha tentato di confondere con stragisti. E questa è un altra delle vergogne nazionali".

''Facevo parte di una formazione di giovani democristiani armati - raccontava -, armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso che i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di stato''.

Moro

"Ho concorso ad uccidere o a lasciar uccidere Moro quando scelsi di non trattare con le Brigate Rosse e lo accetto come mia responsabilità, a differenza di molte anime candide della Dc''.

Onda Anomala

"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì... questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio".

Italia

"L'Italia è sempre stato un Paese "incompiuto": il Risorgimento incompleto, la Vittoria mutilata, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata, la democrazia incompiuta. Il paradigma culturale dell'imperfezione genetica lega con un filo forte la storia dello sviluppo politico dell'Italia unita".

Forze dell'ordine

"I carabinieri, la polizia, la guardia di finanza sono certo discusse ma da due categorie di persone, i criminali e i farneticanti legati da una subcultura fatta di subalternità e di vita che è la vergogna del nostro Paese".

Berlusconi

«Se Berlusconi è il nuovo De Gasperi, io sono il nuovo Carlo Magno».
Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Agosto 2010 14:15

Storia di Livorno, settima puntata. 14 luglio 1948, le conseguenze dell'attentato a Togliatti

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

La rivolta cittadina nei frammenti di memoria di alcuni testimoni d’eccezione

togliattiLa radio dette la notizia all’una e all’una e dieci fischiò la sirena del Cantiere. Esco e mi dicono: «Hanno ammazzato Togliatti». Mi preoccupai di andare alla porta e di chiudere il Cantiere per non far uscire nessuno. Intanto la città era tutta in subbuglio, tutto il personale di guardia e i finanzieri ci dettero la rivoltella. Io presi la bicicletta e andai al partito a sentire un po’. La Federazione si era spostata in via Garibaldi e lì i compagni ci dissero che c’era stata la proclamazione di 48 ore di sciopero. La decisione era di portare la gente in piazza della Repubblica e di fare un grande comizio. Tornai in fabbrica riflettendo che con quel tipo di decisione… Una parola d’ordine che chiama la gente ad un comizio evidentemente non costituisce i prodromi di un’azione rivoluzionaria e capii che qualche indicazione era arrivata. Ritornammo in fabbrica e facemmo uscire i lavoratori a scaglioni per evitare assembramenti. (Sergio Manetti, dirigente sindacale)

***

Ci fu un primo scontro con la polizia all’Attias all’uscita degli operai del Cantiere che erano scesi in città armati di spranghe. (…) Furono sparate parecchie pistolettate da ambo le parti, mi pare, ma la polizia dovette ritirarsi. Il vice questore, mi ricordo, mi mandò a chiamare. C’era anche il sindaco Diaz e in macchina si girò per la città perché c’erano stati almeno tre tentativi di scardinare le armerie. Allora io scesi col sindaco mentre il vicequestore stava in macchina: non era prudente per lui. (…) Mi ricordo che ero andato in piazza della Repubblica, appunto perché c’era il comizio, a preparare… e vedo venire da via De Larderel questo povero diavolo con una gavetta in mano (me lo ricordo sempre, mi pare di vederlo) che attraversava tranquillo la piazza zeppa di gente che urlava, che imprecava, che voleva vendetta. Attraversava via De Larderel e sembrava che volesse andare in via Buontalenti. Invece gli saltarono addosso, perché la protesta era contro la polizia come tale, perché è da lì che emanavano tutte le prepotenze, le discriminazioni, le violenze che la DC perpetrava e si preparava a perpetrare. Vidi questo povero diavolo in divisa circondato da questo popò di nugolo di persone, saranno state 2-300, e mi ricordo che scesi giù dal palco, feci una corsa, m’infilai in mezzo a questo tumulto, per vedere di sottrarlo alla furia di questa gente. Quando sento un urlo, ma un urlo pauroso, e vedo tutto il resto della piazza che va verso via Gazzarrini, perché da via De Larderel veniva un pullman pieno di suore che andavano a Montenero. Gli saltarono addosso a questo pullman, e l’autista, poveraccio, senza rendersi conto di quello che succedeva, si fermò. E la gente cominciò a spaccare i vetri. Sento quegli altri che urlano e corro là, perché là il dramma era ancora peggiore. E sicché mi buttai di fianco all’autista gridando «Vai via, non ti fermare neanche se ti sparano». Lui allora andò verso via Giovannetti. Quando gli corsi dietro in via Giovannetti avevano accoltellato quel povero diavolo. Mentre avveniva la faccenda di questo celerotto, poverino, e quella delle suore, la polizia sbucò dai fossi del Mercato ed entrò in piazza della Repubblica con un’autoblindo-mitragliera, preceduta da due carabinieri in motocicletta e seguita dai camion della Celere armata. La gente non capì più nulla, non vide nemmeno le mitragliatrici, era esasperata, giustamente esasperata, e mi ricordo che saltarono addosso a questi due carabinieri e dettero fuoco alla motocicletta. Uno dei due carabinieri era rimasto sotto la motocicletta che prendeva fuoco, e loro stessi lo tirarono via. La moto fu buttata nei fossi. (Ervé Pacini, vicesegretario Federazione Livornese PCI)

 ***

Intanto sull’angolo tra via De Larderel e piazza dei Mille era arrivato Corrado Cancelli, allora assessore comunale, con un camioncino carico di giornali e l’edizione straordinaria della Gazzetta. Ci fu la distribuzione dei giornali e ci fu qualche scaramuccia, si sentì anche qualche sparo. Intanto l’autoblindo veniva avanti, e appena girò dalla parte dei fossi si staccò il compagno Pacini chiedendo di mandarlo da solo a parlare con quelli che guidavano l’autoblindo. Per la verità si staccò anche Nelusco (Giachini) che disse: «Da solo non ti ci mando». Pacini, con le braccia tese verso il carro armato, lo fece fermare e parlamentò. (Eddo Paolini, dirigente della Federazione Livornese PCI)

 ***

Venne Barontini e fece un attivo in fabbrica, spiegò che la protesta aveva un inizio e una fine, niente avventurismi. C’era molto massimalismo e Barontini, con quell’enorme prestigio che aveva… Erano stati fatti dei “rattoppi” ai camion, e lui disse: «Questa roba deve sparire tutta». (Sergio Manetti)

 ***

Gli operai del Cantiere presero la base di una lancina mobile, la corazzarono e ne fecero un grande aggeggio di guerra. Poi Barontini andò in Cantiere con Manetti e gli altri disse: «Bene, bene, avete fatto un bel lavoro. Quanto tempo ci avete messo, sei ore? Allora in sei ore quello che avete fatto lo risfate». (Nelusco Giachini, responsabile stampa e propaganda Federazione livornese PCI)

***

Barontini, con quella sua maniera di parlare… «O cosa volevate fare, la Rivoluzione?» Godeva di un prestigio enorme a Livorno, bastava vedere quello che aveva fatto per essere al di sopra di ogni sospetto dal punto di vista del coraggio morale e politico. E quando parlava era legge per tutti. (Ervé Pacini)

(Le interviste sono tratte dal libro: Livorno, una rivolta tra mito e memoria, di Andrea Grillo, ed. BFS Pisa)

tratto da Il Quartiere, mensile a cura del centro di quartiere El Chico Malo di via Terrazzini

10 agosto 1944: in ricordo della strage di Piazzale Loreto

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 
loreto_antifa
Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Agosto 2010 15:29

Morto Giovanni Ventura, con l'infamia della strage

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
piazza_fontanaAd ogni "anima bella" che muore giornali e tv sprecano dispiacere e parole, anche laddove a spirare è un fascista stragista. E' il fastidio percepibile dallo sfogliare i quotidiani questa mattina, che riportano la notizia della morte di Giovanni Ventura, fascista veneto di Ordine Nuovo: la sintesi della vita del defunto amico fraterno di Franco Freda e la timida esposizione del dispiacere tramite dichiarazioni e convenevoli; in più editoriali ritorna la doverosità della pietà... dovremmo aver pietà per uno degli artefici di una stagione infame di sangue?! dovremmo aver pietà per chi non ne ha affatto avuta facendo saltare in aria 17 vite con la bomba di piazza Fontana!?

Altro ritornello dell'occasione è quello della sfuggente possibilità di arrivare alla verità per la strage del 12 dicembre 1969. Il reframe del dispiacere sotto la forma della sete di verità giudiziaria. Ma il nostro paese non ha dovuto e non può attendere le sentenze dei tribunali per scovare verità e colpevoli: tutto è fissato nella memoria viva e fervente di chi ha combattuto e combatte per la trasformazione sociale e politica di un paese sobbalzato nel dolore della strage in quella sera del dicembre '69, di chi non si accontenta e non si lascia abbindolare dal burocratismo giudiziario e delle sue rimozioni così come della natura connaturale delle sue istanze. La verità storica su piazza Fontana è conclamata, così come il disprezzo per coloro che ne furono gli artefici e gli esecutori, tra questi Ventura, che muore con addosso l'onta di una delle nostrane stragi fasciste più orrende e infami.

Un buon articolo sulla figura mostruosa di Giovanni Ventura è quello uscito oggi
sul Manifesto.

tratto da www.infoaut.org
6 agosto 2010
***

Silenzio di tomba

Giovanni Ventura se ne è andato senza dire la verità sulla bomba di Piazza Fontana. Costretto a tacere dalle trame di stato e dalla malattia che l'aveva colpito. Protagonista insieme a Freda della stagione stragista, è morto lunedì a Buenos Aires, dove era arrivato nel '79, in fuga dal processo di Catanzaro

Giorgio Boatti per Il Manifesto

Muoveva solo gli occhi. Colpito da una distrofia muscolare che nel giro di tre anni ne aveva minato il fisico, ultimamente non poteva più comunicare se non chiudendo e aprendo gli occhi. Giovanni Ventura, il co-fondatore con Franco Freda della cellula padovana di Ordine Nuovo collocata al crocevia della stagione stragista culminata con la bomba di Piazza Fontana, anche avesse voluto, prima di andarsene, dire la verità su quell'insanguinato pezzo della nostra storia non ne sarebbe stato più in grado.

È morto lunedì scorso a Buenos Aires, la capitale argentina dove Ventura era arrivato nel 1979 al tempo dei generali, in fuga da Catanzaro. Nella città calabrese la Corte di Cassazione aveva catapultato il processo per la strage milanese del 12 dicembre 1969 ritenendo che la città calabrese offrisse le «migliori garanzie di controllo da parte dell'autorità di polizia».

Tempismo perfetto

Il 16 gennaio del 1979 Ventura, in soggiorno obbligato, elude invece tranquillamente il controllo della polizia e fa rotta verso il Sud America con tempismo perfetto. Il ministro dell'interno Rognoni fa saltare il capo della polizia e il responsabile della Digos locale ma, intanto, l'ex-libraio di Castelfranco Veneto è approdato nel suo nuovo rifugio. Al sicuro dalla sentenza che giungerà di lì a qualche settimana, quando, il 23 febbraio, i giudici di Catanzaro infliggeranno a lui, a Franco Freda e all'agente del Sid Guido Giannettini, l'ergastolo.

Sentenza che il 20 marzo 1981 verrà mutata in appello quando i tre saranno assolti per insufficienza di prove dall'imputazione di strage ma, al tempo stesso, i due fondatori della cellula padovana verranno condannati a quindici anni di reclusione per associazione sovversiva e per gli attentati dell'aprile del 1969 alla fiera campionaria e dell'agosto dello stesso anno ai treni. Azioni terroristiche, addebitabili in modo inconfutabile alla cellula padovana, che preparano l'ultimo atto del trittico stragista che si concluderà a dicembre con la bomba di piazza Fontana. Di fatto con un nuovo processo che verrà celebrato, per volontà della Cassazione, a Bari, nel 1985, arriverà per Freda e Ventura una nuova sentenza assolutoria per la strage. Una deliberazione che in base al principio del «ne bis in idem», ovvero non si può essere processati due volte per la stessa imputazione, li metterà al sicuro da altri guai giudiziari.

Anche quando con le successive inchieste, come quella caparbiamente perseguita dal giudice milanese Salvini in un isolamento che non fa onore al Palazzo di Giustizia di Milano di quegli anni, giungeranno nuovi elementi probatori contro la cellula padovana e i suoi principali esponenti. Ma ormai Ventura aveva messo l'Atlantico tra sé e il proprio passato. A Buenos Aires gestiva un ristorante, si era fatto una famiglia e non aveva nessuna voglia di riandare agli anni in cui era stato uno dei primattori della pianificazione terroristica che aveva avuto la sua base in quel di Padova.

A un passo dalla verità

Eppure ogni volta che si era stati a un passo dalla verità sulla strage del 12 dicembre la figura di Giovanni Ventura prendeva corpo e aleggiava, assieme a quella di Freda, sugli eventi che si stava cercando di ricostruire. Già a tre giorni dalla strage, il 15 dicembre 1969, un testimone - compagno di collegio di Ventura e suo amico sin dai tempi in cui frequentavano il convitto Pio X di Borca di Cadore - bussa alla porta di un avvocato per deporre la propria verità. A parlare, dopo mille dubbi di coscienza, è un timido professore cattolico. Si chiama Guido Lorenzon e Ventura - in uno dei flussi di incontenibile loquacità che ne fanno oltre che un operativo dentro la trama del terrore anche un inquieto e straziante personaggio della provincia veneta, quella fissata in certi film di Germi - gli ha rivelato non pochi passi della pianificazione bombarola. Nonché dei camuffamenti con cui ha cercato di dare una copertura di sinistra alla propria navigazione cospirativa.

Contro Lorenzon si scatenerà una sorta di linciaggio psicologico e sui dati che ha porto si alzeranno non poche paratie sino a quando, con l'intervento deciso della magistratura di Treviso, e poi l'azione continuerà con i giudidi di Padova e di Milano, non si tireranno le dovute conseguenze. Sino al primo arresto di Ventura e del suo sodale Freda.

Offerta d'evasione

Forse il momento in cui Ventura è stato più vicino a dire quello che sapeva - e certamente è molto, se non tutto - sulla trama stragista è nel marzo del 1973, quando in carcere a Monza, viene lungamente interrogato dal giudice D'Ambrosio. Il giudice milanese con un lavoro certosino ha prodotto una serie di reperti che fanno cadere il castello difensivo del librario, la spudorata ostentazione con cui giunge a non riconoscere la propria voce nelle registrazioni telefoniche che lo accusano. D'Ambrosio incalza. Produce prove. Ventura è in difficoltà e chiede al giudice una tregua. È il momento in cui la madre di Giovanni Ventura affermerà - secondo un testimone - «Se Giovanni parla non lo vedrò più».

Ma qualcuno è all'opera per rafforzare il silenzio dell'accusato. Sono gli uomini del Sid, il servizio segreto militare che in una sua diramazione operativa, la società cinematografica romana Turris, sta già provvedendo ad ospitare, e poi a esfiltrare dall'Italia, elementi della cellula padovana che potrebbero essere interrogati dal magistrato.

Qualcuno ha un piano per Ventura. Gli si fa avere in cella una chiave che - appurerà il magistrato - è in grado di aprire le porte delle celle della sezione maschile del carcere di Monza. Gli troveranno anche una bomboletta, analoghe ad altre in possesso del Sid, che dovrebbero servire per neutralizzare le guardie in vista di un'evasione.

Ma all'ultimo momento Ventura non si fida di questi preparativi. Forse teme più di essere in balia dei suoi «soccorritori» che della magistratura alla quale racconta l'incredibile versione di essersi avvicinato a Freda, e alla cellula nera, per «tenerne d'occhio» le attività. Non verrà creduto e, alla fine, si porterà l'imputazione di strage davanti ai giudici di Catanzaro. Prendendo il volo, lui e le sue verità indicibili ma niente affatto misteriose, col solito perfetto tempismo. Quasi che un angelo custode vigilasse sugli artefici della trama terroristica. Così da farli uscire indenni dalla bufera. Tenendo, in cambio, le labbra sigillate. Fino alla morte.
Ultimo aggiornamento Sabato 07 Agosto 2010 16:47

Pagina 2 di 60