Senza Soste

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Donne senza uomini, il film Leone d'Argento della regista Shirin Neshat

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locandina_donnesenzauominiLa luce abita gli angoli oscuri. La storia come il cuore di una donna sono i luoghi dove la grazia visiva di Shrin Neshat plana delicatamente, dove la sensibilità artistica diviene un tutt'uno con la coscienza politica, con il desiderio di raccontare. Ritratti intimi e disperati nella società persiana compongono questo "Women Without Men", tratto dal romanzo omonimo di Shamush Parsipur. Le vite e le morti di quattro donne nell'Iran del 1953, all'indomani dell'elezione di Mohammad Mossadegh si intrecciano, si sovrappongono, dialogano con la sostanza immateriale che è intorno a loro. Schegge di sensibilità femminile nel caleidoscopio della storia. Munis, castrata sistematicamente, da un fratello integralista e autoritario, nel tentativo di vivere la realtà sociale e politica del suo tempo. La sua amica Faezeh, a sua volta imbevuta di condizionamenti culturali e religiosi, non riconosce la brutalità del fratello di Munis e crede di amarlo. Fakhri, più matura delle altre, dopo un incontro con un suo amore del passato, trova la forza di allontanarsi da un matrimonio ormai logoro. Da ultima Zarin, una prostituta che non distingue più i visi degli uomini con cui è costretta a stare, così carica di auto-distruttività da sfregare il suo corpo, nel tentativo di ripulirlo, fino a farlo sanguinare. Sullo sfondo la Teheran nell'estate di quell'anno percorsa da spinte di libertà e passione e dalla paura di sprofondare nella repressione dello Scià.

Nella rappresentazione apertamente circolare della Neshat, presente e passato sono fatti della stessa materia, si confondono: ogni elemento sembra destinato a tornare da dove è partito. Su questa falsariga è facile vedere un richiamo al movimento verde di questi ultimi tempi che cerca di sopravvivere alla dura repressione del governo di Ahmadinejad. La storia quindi avvolge le anime e lambisce le mura della tenuta di campagna di Fakhri, crocevia nel quale si incontrano le quattro vite. Un luogo sospeso tra fiaba e memoria, a cui con un andirivieni ondivago arrivano e dal quale vanno via le protagoniste. La narrazione tautologica infatti le vede in convulso movimento arrivare dal buio alla luce per poi ritornare nel cono d'ombra.

Il processo narrativo-simbolico della sceneggiatura si lega al trattamento dell'immagine creando una dimensione fantastica che si alterna con gli avvenimenti storici. La fotografia raggela gli istanti in una sospensione onirica e la regia sostiene la narrazione, non abbandonandosi mai al fascino della composizione, ma corrompendo la passione per la posa con il movimento. La regista lavora i colori, li satura e poi li raffredda apre su campi lunghi bucolici con carrelli armoniosi, docili carezze da arte-schermo, che forse faranno storcere il naso a qualche cinefilo, ma che in realtà rappresentano più la danza su una linea di confine che una sperimentazione fine a se stessa.

"Women Without Men", film dal respiro politico, ma nello stesso tempo dai toni intimi, è un lento attraversare la consapevolezza del dolore. Un percorso che abbraccia la complicità, la disperazione, l'entusiasmo e la morte, come il tuffo di Munis che nel suo volo al rallentatore apre e chiude la pellicola.
Cast & credits:

cast: Bijan Daneshmand, Navid Akhavan, Shabnam Tolouei, Pegah Ferydoni, Orsi Tóth, Arita Shahrzad

regia: Shirin Neshat

durata: 95'

sceneggiatura: Shirin Neshat, Shahrnoush Parsipour

fotografia: Martin Gschlacht

scenografie: Shahram Karimi, Katharina Wöppermann

montaggio: George Cragg, Jay Rabinowitz, Julia Wiedwald

costumi: Thomas Oláh

musiche: Ryuichi Sakamoto
tratto da ondarock.it
22 marzo 2010
Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Marzo 2010 01:46

Cobardes, rock ispirato al G8. Un disco in creative commons

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cobardesCobardes e’ l’unica parola pronunciata da una sopravvissuta al G8 di Genova e al massacro della Diaz dopo la lettura delle sentenze del novembre 2008. Cobardes (codardi in spagnolo) e’ un giudizio spietato e definitivo su una delle più vergognose sconfitte di questo nostro paesello. Cobardes e’ il titolo di questo piccolo dischetto che esce volutamente nei giorni dell’apertura del processo d’appello.

Otto canzonacce di rock sonico e terapeutico scagliate contro le stagioni di frane, tra fughe minacciose, vendette mancate e abissi che ancora aspettano di esser scavati.

Un disco che racconta il declino, le sue maschere, e le nostre vigliacche paure.

Il disco è prodotto in creative commons e può essere scaricato liberamente all'indirizzo:

http://www.jamendo.com/it/album/59320

Di seguito la track list:

01. flipp3r
02. milanoise
03. diaz
04. a testa in giu'
05. ci accontentiamo
06. catrame
07. elenoire
08. contatti

(red.)

21 marzo 2010

GiOtto, uno spettacolo su Genova 2001. Stasera ultima serata al Teatro Refugio

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giOttocopia480"Nel luglio del 2001 a Genova si sono consumati degli eventi di una tragicità epocale, tali da riuscire ad annoverare Genova tra altre grandi città palcoscenico di tragedie. Penso a una Genova che come Tebe, come Troia, possa diventare il luogo di una storia che resti nella memoria, luogo del mito e della sua tragedia (Giuseppe Provinzano)."

Un’ora di racconto in prima persona e quasi in diretta, un’ora di parole, suoni, immagini, sapori che ci riportano agli eventi del G8 genovese: il viaggio verso la manifestazione, le previsioni dei compagni, dei no global in arrivo, della polizia, Piazza Alimonda, dove l’entusiasmo cede il posto all’angoscia, per piombare nell’orrore della Diaz e di Bolzaneto. La giovane compagnia palermitana Sutta Scupa ha raccolto esperienze e testimonianze, sguardi e punti di vista, per delineare infine il racconto di ciò che è avvenuto durante il G8 di Genova sulla struttura della tragedia classica.

Prodotto dall’associazione palermitana Sutta Scupa, GiOtto è spettacolo di forte impegno civile: un’ora di notevole intensità per raccontare attraverso voci diverse quei tre giorni genovesi del luglio 2001, ferita profonda e ancora non rimarginata.

A dar corpo ai vari protagonisti è appunto Giuseppe Provinzano, classe 1982, un diploma alla scuola di recitazione del Teatro Biondo Stabile di Palermo, la partecipazione a laboratori tenuti da Antonio Latella, Yuri Kordonskij, Marco Baliani e Emma Dante, una già notevole esperienza d’attore con registi del calibro di Luca Ronconi, Pietro Carriglio, Massimo Castri, nonché fondatore dell’ Associazione SuttaScupa insieme con Giuseppe Massa.

E’ lui, solo in scena, a moltiplicarsi con un semplice tocco nei diversi protagonisti, mentre al suolo, sotto le foto attaccate a fili trasparenti, segna via via col gesso, in alfabeto greco, il susseguirsi delle diverse sezioni di questa tragedia dei giorni nostri.

Da non perdere.

venerdì 19 marzo - ore 22
sabato 20 marzo - dalle 19 aperitivo ritmico con ricco buffet e a seguire replica spettacolo ore 22
domenica 21 marzo - ore 22

posto unico 5 euro

Teatrofficina Refugio
Scali del Refugio, 8 livorno

 

(red.)

20 marzo 2010

Ultimo aggiornamento Domenica 21 Marzo 2010 13:27

Libro: La non violenza (2010) di Domenico Losurdo

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cop_non_violenza_singolaPubblichiamo un'intervista di Marie-Ange Patrizio a Domenico Losurdo, nella quale vengono esposti alcuni dei temi più importanti del libro. Nei prossimi giorni Domenico Losurdo realizzerà un'intervista per la PdCI TV [SGA].
Non-violenza, lotta per la pace e «rivoluzioni colorate» Un’intervista a Domenico Losurdo di Marie-Ange Patrizio
Sarà in libreria dal 4 marzo il nuovo libro di Domenico Losurdo, ordinario di Storia della filosofia presso l’Università degli studi di Urbino. La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, 287 pp., 22 euro, questo il titolo del nuovo lavoro, destinato a suscitare dibattiti e forse polemiche accese, come è già accaduto per molte delle pubblicazioni dell’autore italiano. Losurdo, infatti, si caratterizza come uno storico oltremodo controcorrente, capace di individuare e fare emergere degli aspetti della filosofia e della storia sovente rimossi dalla pubblicistica dominante. Ha proposto una nuova immagine di Kant e soprattutto di Hegel tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, per poi pubblicare una monumentale monografia su Nietzsche (di oltre mille pagine) in cui il pensiero del grande filosofo tedesco veniva ricostruito con chiavi interpretative quanto mai inaudite e fuori dal coro. Per non parlare degli studi sulla storia dell’Occidente, ripercorsa criticamente attraverso le recenti Controstoria del liberalismo e Il linguaggio dell’impero, fino ad arrivare alla monografia su Stalin, ultima pubblicazione prima dell’uscita del libro di cui stiamo per parlare con l’autore, capace anch’essa di suscitare dibattiti accesi e di ottenere un notevole successo di vendite, malgrado l’argomento scottante e da più parti volutamente messo a tacere. Abbiamo chiesto a Domenico Losurdo di anticiparci alcune delle tesi più forti contenute nel nuovo libro. (Marie-Ange Patrizio)
D. Il tema della non-violenza ci fa subito pensare a Gandhi: qual è il giudizio che esprimi su questa grande personalità storica?
Occorre distinguere due fasi nell’evoluzione di Gandhi. Nel corso della prima egli non pensa affatto a un’emancipazione generale dei popoli coloniali. Chiama invece la potenza coloniale, la Gran Bretagna, a non confondere il popolo indiano, che al pari degli inglesi può vantare un’antica civiltà e origini razziali «ariane», coi neri, anzi coi «rozzi cafri, la cui occupazione è la caccia e la cui sola ambizione è di radunare un certo numero di capi di bestiame al fine di acquistare una moglie per poi trascorrere un’esistenza di indolenza e nudità». Pur di conseguire la cooptazione nella razza dominante, nel popolo dei signori (ariani e bianchi), agli inizi del Novecento Gandhi chiama i suoi connazionali a mettersi al servizio dell’esercito imperiale impegnato in una feroce repressione a danno degli zulù...
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Lascia andare la marea. Il nuovo disco degli "Indovena"

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indovenaNon c'è una definizione che calzi particolarmente bene per una band come gli Indovena. Un disco come questo rivela sfaccettature sempre nuove ogni secondo che lo stai ascoltando, evolvendosi nei tuoi timpani come una fonte di suoni che si trasforma per stupire continuamente e non diventare mai specchio di sé stessa.
In un'intervista presso una radio indipendente di Bologna, il frontman del Teatro degli Orrori Pierpaolo Capovilla individuava nei CCCP, nei Marlene Kuntz e nei Verdena le influenze principali di tutte le band del nuovo secolo. Negli Indovena si scorgono in effetti tracce di tutte e tre queste emblematiche band, ma il piatto è molto più ricco. Il grunge, l'alternative e qualche traccia di metal si fondono perfettamente in una tavolozza di colori profondamente distinti. Il singolo Il Sogno di Yoko, con una base musicale (soprattutto i riff) di sicura devozione ai fratelli Ferrari (come l'opener Tutto a Centotrenta, con le sue invocazioni di stampo sociale il pezzo più graffiante del disco, sotto un punto di vista sia musicale che contenutistico), mentre si ricama su ritmi più american grunge in La Fine e il ritornello di Il Dono, che spezza completamente il dramma melodico della sua strofa (che mi ricorda la miriade di gruppi post-grunge vagamente riconducibile ai primi Stone Temple Pilots) in un ritornello tanto violento quanto di presa. Fedor divisa in due parti, stronca prima l'ascoltatore con la sua potenza vagamente “RATM meet Pearl Jam” (o simili) per poi cadere in un incipit di matrice sperimentale ricondotto, nella seconda sezione, alla potenza della prima parte, terminando in uno stop tanto improvviso quanto d'effetto. Pulce riporta alla mente alcuni settori della produzione di CCCP e Marlene Kuntz, già sopracitati (soprattutto i secondi), un brano comunque costruito con la struttura delle band grunge a cui ci siamo già riferiti. La melodia prevale infine nel pezzo finale, Diamond, forse una delle più belle del disco per l'atmosfera che creano i suoi arpeggi para-malinconici. Elencare ulteriori band d'influenza è superfluo, probabilmente si è già fatto anche troppo, e per fugare ogni dubbio si sappia che gli Indovena evidentemente non sono atti ad una scopiazzatura che sicuramente alcuni critici contesterebbero, ma anzi rielaborano con grande consapevolezza e un certo “savoir faire” un grande campionario di sonorità e stili diversi, con un sound personale e una produzione quasi da major. Che non è poco, comunque.
Rimane solo una cosa da specificare. Gli Indovena non stanno facendo nulla che nessuno abbia fatto prima, se non miscelare un numero indefinito di influenze in un prodotto finito diverso da chiunque, in Italia, osando laddove i Litfiba hanno provato all'inizio degli anni novanta e producendo un disco (il loro secondo) fresco e di forte impatto. Purtroppo i riferimenti della band rimangono abbastanza evidenti annacquando la papabile originalità di un lavoro comunque di alto lavoro artistico, per il profilo assolutamente elevato che una combinazione di ottimo songwriting, maturità musicale e abilità strumentali sopra la media (con un pizzico di pretenzione) rivela pienamente.
Con tutti gli appelli d'esame passati non si può dire altro che: disco consigliato. Lasciate andare la marea, ma soprattutto procuratevi questo disco.

tratto da good times bad times,

17 marzo 2010

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Marzo 2010 13:52

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