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"Diaz - Don't Clean Up this Blood": il film sul G8 di Genova

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DiazRecentemente nelle nostre sale cinematografiche è stato proiettato ACAB, il film di Stefano Sollima che con buona dose di coraggio ha cercato di rappresentare dal di dentro, lo stile di vita dei celerini, quel reparto mobile così avvezzo all'abuso di potere. Una buona dose di coraggio già, ma non abbastanza. Mazinga, il capo squadra del reparto protagonista, riferendosi agli atroci episodi del G8 quando la scuola Diaz venne "ri-conquistata" dice: "è stato l'errore più grande della nostra vita."

Al regista Daniele Vicari questa affermazione non è bastata e ieri, al Festival del cinema di Berlino per la sezione speciale Panorama, è stato presentato Diaz, Don't Clean Up this Blood, un vero e proprio pugno nello stomaco per violenza di immagini e, naturalmente, per il tema affrontato. Il film distribuito da Fandango in sole 100 copie, racconta le vicende del G8 del 2001, a Genova, quando nella scuola Diaz, alla mezzanotte del sabato 21 luglio, avvenne un'irruzione della polizia, per certi o meglio, molti versi, ancora inspiegabile. Un tema sempre caldo, un evento da non dimenticare, eppure, "sono scappati tutti": Rai, Mediaset, distributori, banche, istituzioni e privati sono stati gli autori di un boicottaggio bello e buono.

Nel giugno dell'anno scorso sull'Espresso si leggeva la testimonianza del regista:

«Roma, quartiere Portonaccio. Sono in uno studio cinematografico per preparare "Diaz" e non avendo uno spazio per le prove con gli attori mi rivolgo al centro sociale Zona Rischio a pochi metri di distanza. Risposta: "Leggiamo in un comunicato del Comitato verità e giustizia che Fandango per produrre il film collabora con la Polizia, non siamo disponibili". Resto senza fiato. Chiedo un colloquio con gli occupanti, vorrei capire fino in fondo. Accettano. A Cannes Domenico Procacci ha annunciato il via alle riprese, e ha aggiunto di non voler fare il film pregiudizialmente contro la Polizia, ma di aver chiesto un incontro con il prefetto Manganelli. Il Comitato verità e giustizia, con un automatismo stupefacente, ha emesso un comunicato durissimo accusandolo di aver fatto "analizzare" la sceneggiatura a Manganelli ma non a loro. I ragazzi del centro sociale sono ospitali e mi fanno molte domande. Non ho mai voluto parlare in pubblico del film perché sono troppo coinvolto, è un film difficile, e non voglio inutili discussioni. Ho incontrato tante persone travolte dalla vicenda, fortemente segnate. Il primo colloquio con Lorenzo Guadagnucci, uno dei firmatari del comunicato, mi ha convinto ad approfondire la ricerca. Lorenzo è una figura pubblica, ha scritto libri e articoli sulla Diaz.

Avevo bisogno di parlare con chi ha taciuto. Così ho incontrato decine di persone presenti nella scuola, i loro avvocati, magistrati, giornalisti e anche poliziotti, seguendo uno schema di lavoro personale che ha portato me e Laura Paolucci a scrivere un film complesso. Perché non ho incontrato ufficialmente il Comitato? Perché ho preferito parlare con le persone singolarmente, anche quelle meno considerate: i tedeschi e i francesi, per esempio. Questo è il mio lavoro e serve per fare un film non un processo contro o a favore di qualcuno. Ma cosa racconterò? Non vicende private, farò un film corale con 140 personaggi ispirati alla realtà ma con nomi di fantasia. Perché Procacci parla con la Polizia? Perché è un produttore, e chiunque in Italia (in Europa) faccia film raccontando Polizie o Forze Armate, per avere mezzi, divise o solo autorizzazioni deve farlo. Comunque fino ad oggi non c'è stata risposta: nessun incontro con Manganelli, nessuna collaborazione di alcun tipo e ormai è tardi, ci siamo organizzati. Procacci inoltre è un uomo libero e può permettersi di parlare con chi vuole, lasciando la sua libertà immutata. E anch'io, fino a prova contraria. Il problema è che "Diaz" è un film che in Italia nessuno vuole: nessun distributore, nessuna televisione, nessun finanziatore, nemmeno le banche e, ironia della sorte, ora anche il Comitato di verità e giustizia non è sicuro di volerlo. La cosa mi intristisce, ma credo faccia parte del prezzo che nel nostro Paese si paga sempre per la propria indipendenza di giudizio. L'entusiasmo e l'ammirazione che il progetto suscita fuori dall'Italia mi conforta non poco.

I ragazzi di Zona Rischio sono impegnati nelle lotte per l'acqua pubblica, alcuni fanno teatro e sono stati a Genova nel 2001 e su quel G8 hanno messo in scena spettacoli. I loro testi li condividono con il movimento? No! Mi chiedono se ho ancora bisogno dello spazio. Peccato, non più. Ci lasciamo con la voglia di tornarci su ma uno di loro mi fa una domanda: "Che si può fare per eliminare certe distorsioni? Per uscire dalle secche di certe discussioni intestine?". La domanda apre un baratro nella mia coscienza, non riguarda solo i centri sociali, riguarda l'intero Paese. L'unica cosa seria che mi viene è questa: essere spietati anche con noi stessi, non solo con gli altri. E poi mettersi in gioco davvero.

Ma io sono un regista, e il mio compito è fare un buon film, evitando l'impasse in cui si può cadere quando si affrontano temi controversi: mediando per motivi produttivi con tutte le parrocchie, si finisce per non convincere nessuno, men che meno gli spettatori. Non è facile essere all'altezza del compito, ma vorrei almeno provarci» 

 A giudicare dal successo riscosso alla Berlinale, sembra proprio che Daniele Vicari ce l'abbia fatta. Il risultato è sotto gli occhi di tanti (purtroppo non di tutti). Il fatto che siano stati gli italiani presenti al Festival ad applaudire in modo più caloroso, dimostra come nel nostro Paese, celati dalla paura di intraprendere una strada per lo meno insidiosa, ci sia ancora qualcuno pronto a non dimenticare.

Il film di Vicari rappresenta una delle pagine più nere a livello mediatico e giudiziario del nostro Paese ed è forse per questo che "disturba". L'umiliazione subita da quei giovanissimi ragazzi provenienti da tutto il mondo, che vennero picchiati selvaggiamente, presi a calci e denudati dalla polizia al grido «questo è l'ultimo G8 che fai», è resa scenicamente in modo crudo e viscerale.

Alla Diaz dormivano 93 ragazzi e l'assalto dei 300 del VII nucleo mobile è inscenato nella sua tragicità. Non è possibile "dare" giustizia con un film, perché rimarrà sempre e solo finzione. Tantomeno sarà possibile denunciare tutti i fatti realmente accaduti all'interno della scuola. Tuttavia, è già un inizio. 

«Ho fatto questo film - rivela Vicari a Berlino - perché fondamentalmente è successo un fatto inaccettabile che intacca i principi democratici del nostro Paese e di tutta Europa». Anche perché, «pur non amando le dietrologie facili, una cosa è certa, il G8 di Genova è stato quello che ha fermato il Movimento. Perché cosa strana non solo l'Italia, ma le cancellerie di tutto il mondo sono state solo a guardare su quello che era successo anche se i propri ragazzi erano stati trattati come degli assassini». Certo è poi per Vicari: «leggendo gli atti non si può non notare come alla scuola Diaz come a Bolzaneto ci furono da parte delle forze dell'ordine dei comportamenti sistematici e affatto casuali»

Tra i protagonisti figurano Elio Germano, Jennifer Ulrich, Pietro Ragusa, Monica Bîrlădeanu e Claudio Santamaria che nel film interpreta Max Flamini, un poliziotto illuminato, ma non troppo dice del suo personaggio: «è un poliziotto che ha una sua purezza, ma anche uno che fa il suo dovere. Insomma non è un eroe, ma solo uno che alla scuola Diaz a un certo punto capisce che si è passato il segno e fa quello che avrebbero dovuto fare anche tutti i suoi colleghi: fermare il pestaggio». Sottolinea Procacci che «non sono stati ancora venduti i diritti tv di questo film realizzato grazie a contributi romeni e francesi e a un piccolo contributo del nostro Mibac».

Con ogni probabilità, sarà difficile vedere il film in Italia. Forse è per questo che Vicari ha puntato su personaggi francesi, spagnoli e tedeschi, e forse, sempre per questo motivo il titolo del film è in inglese.

Una produzione estera è alle porte e suvvia, vedere Diaz coi sottotitoli non sarà la fine del mondo.

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