Non era mai accaduto nella storia del calcio italiano che la nazionale italiana mancasse la qualificazione ai Mondiali per tre edizioni consecutive. L’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali del 2018 in Russia e del 2022 in Qatar. Due edizioni consecutive senza gli azzurri, un’assenza che ha avuto ricadute non solo sportive ma anche culturali e generazionali. Gigi Buffon, tra i più forti portieri della storia del calcio, campione iridato del 2006 e voce tra le più autorevoli di quegli anni, ha dichiarato pubblicamente quanto quelle mancate qualificazioni rappresentassero un fallimento complessivo del sistema calcio italiano, al di là del risultato sportivo in sé.
Una generazione senza i Mondiali
I Mondiali del 2018 in Russia e quelli del 2022 in Qatar, hanno visto l’Italia ai margini. Dopo la fallimentare spedizione a Brasile 2014 la nazionale allora guidata da Giampiero Ventura viene fatta fuori dalla Svezia nella gara spareggio a San Siro. E dopo 4 anni accade lo stesso, con Mancini in panchina, e contro la Macedonia del Nord, non certo una corazzata temibile. E infine la gara dei playoff persa contro la Bosnia per la terza consecutiva, umiliante, esclusione da un campionato del Mondo di calcio. Una situazione impensabile per un team nazionale che ha in bacheca quattro Coppe del Mondo, due coppe Europee, un oro e un bronzo olimpici e tanti altri trofei, e che soprattutto aveva fatto della nazionale un simbolo identitario forte.
E il paradosso di questi risultati è proprio sociale. Un’intera generazione di ragazzi non ha mai visto la nazionale azzurra impegnata contro le big del mondo. Intere generazioni non hanno avuto quella felice esperienza di radunarsi attorno a una tv nella trepidante attesa del fischio d’inizio di un sogno chiamato Mondiale. E questo significa che per tanti la passione per il calcio non è stata così profonda come nelle generazioni precedenti. Perché il calcio in Italia non è solo sport. È rituale collettivo, conversazione familiare, punto di aggregazione. Le finali o anche solo le partite del girone della nazionale nel torneo iridato generano effetti economici misurabili: dalla vendita di televisori ai picchi nei consumi di bar e ristoranti. Nel 2018 e nel 2022 tutto questo è venuto a mancare. Non solo per i tifosi, ma per un intero ecosistema commerciale che su quegli eventi costruiva parte dei propri ricavi stagionali.
Le cause degli insuccessi
Le analisi delle due mancate qualificazioni convergono su alcuni punti: la crisi del settore giovanile italiano, una federazione che ha tardato a rinnovare i propri quadri tecnici, e un campionato di Serie A sempre più ricco ma sempre meno formato-to da giocatori italiani. La percentuale di calciatori italiani titolari nei club di vertice della Serie A è crollata negli ultimi quindici anni, riducendo il bacino dal quale la nazionale può attingere. Ma il risultato è che l’Italia non si è qualificata ai Mondiali 2026, che si disputeranno tra Canada, Stati Uniti e Messico. Certo, nessuno potrà mai sapere dove si sarebbe piazzata l’Italia almeno nelle previsioni iniziali. Oggi gli esperti di calcio e le varie quote sulla vincente dei Mondiali 2026 vedono in prima linea squadre come Spagna e Francia, ma anche Inghilterra, Argentina e Brasile sarebbero risultate con tutta probabilità avvantaggiate rispetto all’Italia ma almeno il popolo di tifosi azzurri sarebbe stato più coinvolto e chiamato a tifare in un’altra calda estate sportiva.
Ricostruire un’identità
Al di là dei risultati, i Mondiali 2026 rappresentano per l’Italia soprattutto una questione identitaria. La nazionale starà via ancora una volta dal palcoscenico più grande e con essa mancherà la possibilità di costruire un nuovo rapporto con i tifosi più giovani. Sarà fondamentale allora capire se questo ciclo tecnico confusionario e deludente potrà ripartire in qualcosa di nuovo, così da competere nuovamente con le grandi. Perché questo significherà partecipazione per tutti e un punto di partenza per un lavoro più lungo. Il calcio italiano ha bisogno dei Mondiali non solo per i risultati, ma per ritrovare un senso di appartenenza che tre assenze consecutive hanno iniziato a er



